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Il caso Hannoun e il ruolo della DNAA nella repressione dei movimenti ProPal@1
Il 27 dicembre un’operazione della DNAA (Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo) ha effettuato 9 arresti e diverse perquisizioni ai danni di persone palestinesi e arabe nelle città di Genova, Firenze e Milano; tra queste, anche Mohamed Hannoun, presidente dell’API – Associazione Palestinesi d’Italia. L’accusa è di 270bis: associazione con finalità di terrorismo internazionale, giustificata da finanziamenti ad associazioni palestinesi che, secondo l’accusa, “farebbero capo ad Hamas”. Ad oggi, le persone in custodia cautelare in carcere sono state trasferite nelle sezioni AS2 delle carceri di Terni, Ferrara e in Calabria, allontanate dalle loro reti familiari, solidali e dagli avvocati.  L’indagine, aperta e successivamente archiviata per oltre vent’anni, ha avuto una “svolta” ammettendo come prova determinante un report di fonte israeliana, elaborato a partire dal 7 ottobre, in cui Israele accusa le ONG e i progetti destinatari della beneficienza di essere una copertura di Hamas e di contribuire al supposto radicalismo terroristico contro Israele. Tali report – trasmessi per altro solo parzialmente – si fondano in maggioranza su atti trasmessi da una fonte anonima riconducibile al Ministero della Difesa israeliano. Essi sono acquisiti come documento investigativo neutro nonostante non esistano garanzie di veridicità né tantomeno siano contestualizzati storicamente e geograficamente. Come per il caso di Anan, Ali e Mansour, l’Italia ha così fatto da mera passacarte dello stato di Israele, mostrando ancora una volta un servilismo strettamente funzionale al mantenimento di rapporti strategici e sempre più necessari in un contesto di corsa al riarmo.  L’uso del 270bis anche nell’ambito di operazioni repressive ai danni di palestinesi o persone arabe inserite nelle campagne di solidarietà per la Palestina è ormai sempre più frequente. Un capo d’accusa comodo per usare metodi investigativi particolarmente invasivi nelle vite individuali nonché per aprire e chiudere indagini a piacimento, tali da  controllare e incarcerare preventivamente e liberamente (anche da un punto di vista giuridico procedurale) sulla base di pressioni politiche governative o internazionali.  Ne abbiamo parlato con l’avvocato Fabio Sommovigo, difensore di Mohammad Hannoun. Ma la regia inquisitoria non si alimenta solo del plastico uso dell’art. 270bis del codice penale, piuttosto viene decisa e direzionata dalla DNAA (Direzionale Nazionale Antimafia e Antiterrorismo). Con una compagna della Cassa di Solidarietà la Lima tracciamo una veloce genealogia di questa super-procura. Voluta come DNA nei primi anni ’90 da Falcone – il martire simbolo mediatico della cosiddetta lotta alla Mafia – e alimentata di decennio in decennio di nuove “emergenze” politiche e sociali. Nel 2015, il crescere mediatico sulla “questione migratoria” (ricordiamo la strage di Lampedusa del 2013) e sul panico del cosiddetto terrorismo di matrice jihadista crea il terreno fertile perché la DNA diventasse (o diventi?) DNAA, consegnando alla super procura ambito di intervento su ciò che viene, di volta in volta, definito come terrorismo.  Se da un lato non ci stupisce come la resistenza e la lotta di chi si oppone al genocidio sionista – a qualsiasi latitudine – sia incasellato nel cosiddetto terrorismo; dall’altro ragionare sui pezzi che compongono il puzzle inquisitorio, ci aiuta a elencare le singole precise responsabilità: sottolineare come il governo italiano non stia solo facendo da passacarte di Israele, ma bensì sia in ogni modo impegnato a costruire la figura di nemico interno attorno alla persona palestinese, araba, musulmana, immigrata che lotta. Per approfondire, consigliamo la lettura dell’opuscolo: “Ruolo e strategie repressive della DNAA. La Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo e la costruzione del nemico sociale interno ed esterno”
Il caso Hannoun e il ruolo della DNAA nella repressione dei movimenti ProPal@0
Il 27 dicembre un’operazione della DNAA (Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo) ha effettuato 9 arresti e diverse perquisizioni ai danni di persone palestinesi e arabe nelle città di Genova, Firenze e Milano; tra queste, anche Mohamed Hannoun, presidente dell’API – Associazione Palestinesi d’Italia. L’accusa è di 270bis: associazione con finalità di terrorismo internazionale, giustificata da finanziamenti ad associazioni palestinesi che, secondo l’accusa, “farebbero capo ad Hamas”. Ad oggi, le persone in custodia cautelare in carcere sono state trasferite nelle sezioni AS2 delle carceri di Terni, Ferrara e in Calabria, allontanate dalle loro reti familiari, solidali e dagli avvocati.  L’indagine, aperta e successivamente archiviata per oltre vent’anni, ha avuto una “svolta” ammettendo come prova determinante un report di fonte israeliana, elaborato a partire dal 7 ottobre, in cui Israele accusa le ONG e i progetti destinatari della beneficienza di essere una copertura di Hamas e di contribuire al supposto radicalismo terroristico contro Israele. Tali report – trasmessi per altro solo parzialmente – si fondano in maggioranza su atti trasmessi da una fonte anonima riconducibile al Ministero della Difesa israeliano. Essi sono acquisiti come documento investigativo neutro nonostante non esistano garanzie di veridicità né tantomeno siano contestualizzati storicamente e geograficamente. Come per il caso di Anan, Ali e Mansour, l’Italia ha così fatto da mera passacarte dello stato di Israele, mostrando ancora una volta un servilismo strettamente funzionale al mantenimento di rapporti strategici e sempre più necessari in un contesto di corsa al riarmo.  L’uso del 270bis anche nell’ambito di operazioni repressive ai danni di palestinesi o persone arabe inserite nelle campagne di solidarietà per la Palestina è ormai sempre più frequente. Un capo d’accusa comodo per usare metodi investigativi particolarmente invasivi nelle vite individuali nonché per aprire e chiudere indagini a piacimento, tali da  controllare e incarcerare preventivamente e liberamente (anche da un punto di vista giuridico procedurale) sulla base di pressioni politiche governative o internazionali.  Ne abbiamo parlato con l’avvocato Fabio Sommovigo, difensore di Mohammad Hannoun. Ma la regia inquisitoria non si alimenta solo del plastico uso dell’art. 270bis del codice penale, piuttosto viene decisa e direzionata dalla DNAA (Direzionale Nazionale Antimafia e Antiterrorismo). Con una compagna della Cassa di Solidarietà la Lima tracciamo una veloce genealogia di questa super-procura. Voluta come DNA nei primi anni ’90 da Falcone – il martire simbolo mediatico della cosiddetta lotta alla Mafia – e alimentata di decennio in decennio di nuove “emergenze” politiche e sociali. Nel 2015, il crescere mediatico sulla “questione migratoria” (ricordiamo la strage di Lampedusa del 2013) e sul panico del cosiddetto terrorismo di matrice jihadista crea il terreno fertile perché la DNA diventasse (o diventi?) DNAA, consegnando alla super procura ambito di intervento su ciò che viene, di volta in volta, definito come terrorismo.  Se da un lato non ci stupisce come la resistenza e la lotta di chi si oppone al genocidio sionista – a qualsiasi latitudine – sia incasellato nel cosiddetto terrorismo; dall’altro ragionare sui pezzi che compongono il puzzle inquisitorio, ci aiuta a elencare le singole precise responsabilità: sottolineare come il governo italiano non stia solo facendo da passacarte di Israele, ma bensì sia in ogni modo impegnato a costruire la figura di nemico interno attorno alla persona palestinese, araba, musulmana, immigrata che lotta. Per approfondire, consigliamo la lettura dell’opuscolo: “Ruolo e strategie repressive della DNAA. La Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo e la costruzione del nemico sociale interno ed esterno”
Processo Anan,Alì e Mansour il pm richiede pesanti condanne
Dodici anni di reclusione per Anan Yaeesh, 9 per Alì Irar e 7 per Mansour Dogmosh. Queste le richieste del pubblico ministero al termine della requisitoria nell’ambito del processo che vede all’Aquila i tre palestinesi imputati con accuse di attività di terrorismo internazionale. La sproporzione delle richieste e ancora piu’ evidente se si confronta la condanna inflitta ad Anan da un tribunale militare israeliano: 3 anni di reclusione e 5 di libertà vigilata per fatti risalenti alla seconda intifada. Invece nel caso specifico , per fatti certamente meno gravi, il pubblico ministero dell’Aquila ha chiesto 12 anni di reclusione, eludendo tutto il contesto e la possibilità di riconoscere attenuanti generiche, l’attenuante della provocazione, il fatto di aver agito per elevati valori morali e sociali ,decontestualizzando la situazione da ciò che accade in Palestina e ignorando il diritto alla resistenza del popolo palestinese. E’ sempre piu’ evidente la subordinazione della magistratura italiana alla volontà punitiva di Israele nei confronti degli esuli palestinesi ,specchio della complicità dello stato italiano nel genocidio. Ne parliamo con un compagno che ha seguito le udienze del processo .
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Estratti dalla puntata del 24 novembre 2025 di Bello Come Una Prigione Che Brucia RAPPRESAGLIA REPRESSIVA CONTRO LE MOBILITAZIONI DI PIAZZA Dopo la perturbazione delle relazioni di forza rappresentata dalle manifestazioni oceaniche per la Palestina tra settembre e ottobre 2025, gli apparati securitari dello Stato (procure, questure, DDA, ecc.) ricorrono alla rappresaglia. Con una certa sincronia si dispiegano operazioni repressive tra Catania, Cagliari e Brescia, tese a colpire chi si è mobilitato negli ultimi mesi contro il DDL Sicurezza, il Genocidio di Gaza, la militarizzazione e l’industria bellica. A queste si aggiunge l’accanimento, tanto su un piano muscolare quanto sanzionatorio, contro le realtà studentesche conflittuali a Torino. AHMAD SALEM E L’ELASTICITÀ DEL “TERRORISMO DELLA PAROLA” Grazie al contributo di una compagna cerchiamo di approfondire la storia di Ahmad Salem: giovane palestinese colpito dalla repressione in Italia. Appelli alla mobilitazione contro il Genocidio diventano istigazione, filmati pubblici di azioni della resistenza palestinese si configurano come “auto-addestramento”. Se per il caso di Anan, Ali e Mansour risulta evidente il controllo israeliano sull’apparato inquisitorio italiano, nella vicenda di Ahmad si delineano in particolar modo la volontà comprimere l’agibilità politica di pezzi di popolazione, di stabilire la loro vulnerabilità di fronte a categorie repressive come quella del “terrorismo”, di sperimentare l’elasticità delle norme contenute nell’ultimo Pacchetto Sicurezza (ex DDL 1660) a questo scopo. / / A questo proposito segnaliamo l’arresto e l’attivazione delle procedure per la deportazione dell’imam di Torino Mohamed Shahin PRISONERS FOR PALESTINE Silenzio stampa, censura impermeabile dei media di regime. Mentre prigioniere e prigionieri di Palestine Action entrano nella quarta settimana di sciopero della fame ricevono la solidarietà di chi è stato rinchiuso nelle carceri israeliane. / / Nel frattempo apprendiamo che le condizioni di salute di Kamran Ahmed si sono deteriorate ed è stato ricoverato in ospedale il 25 novembre 2025
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Estratti dalla puntata del 24 novembre 2025 di Bello Come Una Prigione Che Brucia RAPPRESAGLIA REPRESSIVA CONTRO LE MOBILITAZIONI DI PIAZZA Dopo la perturbazione delle relazioni di forza rappresentata dalle manifestazioni oceaniche per la Palestina tra settembre e ottobre 2025, gli apparati securitari dello Stato (procure, questure, DDA, ecc.) ricorrono alla rappresaglia. Con una certa sincronia si dispiegano operazioni repressive tra Catania, Cagliari e Brescia, tese a colpire chi si è mobilitato negli ultimi mesi contro il DDL Sicurezza, il Genocidio di Gaza, la militarizzazione e l’industria bellica. A queste si aggiunge l’accanimento, tanto su un piano muscolare quanto sanzionatorio, contro le realtà studentesche conflittuali a Torino. AHMAD SALEM E L’ELASTICITÀ DEL “TERRORISMO DELLA PAROLA” Grazie al contributo di una compagna cerchiamo di approfondire la storia di Ahmad Salem: giovane palestinese colpito dalla repressione in Italia. Appelli alla mobilitazione contro il Genocidio diventano istigazione, filmati pubblici di azioni della resistenza palestinese si configurano come “auto-addestramento”. Se per il caso di Anan, Ali e Mansour risulta evidente il controllo israeliano sull’apparato inquisitorio italiano, nella vicenda di Ahmad si delineano in particolar modo la volontà comprimere l’agibilità politica di pezzi di popolazione, di stabilire la loro vulnerabilità di fronte a categorie repressive come quella del “terrorismo”, di sperimentare l’elasticità delle norme contenute nell’ultimo Pacchetto Sicurezza (ex DDL 1660) a questo scopo. / / A questo proposito segnaliamo l’arresto e l’attivazione delle procedure per la deportazione dell’imam di Torino Mohamed Shahin PRISONERS FOR PALESTINE Silenzio stampa, censura impermeabile dei media di regime. Mentre prigioniere e prigionieri di Palestine Action entrano nella quarta settimana di sciopero della fame ricevono la solidarietà di chi è stato rinchiuso nelle carceri israeliane. / / Nel frattempo apprendiamo che le condizioni di salute di Kamran Ahmed si sono deteriorate ed è stato ricoverato in ospedale il 25 novembre 2025
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Estratti dalla puntata del 24 novembre 2025 di Bello Come Una Prigione Che Brucia RAPPRESAGLIA REPRESSIVA CONTRO LE MOBILITAZIONI DI PIAZZA Dopo la perturbazione delle relazioni di forza rappresentata dalle manifestazioni oceaniche per la Palestina tra settembre e ottobre 2025, gli apparati securitari dello Stato (procure, questure, DDA, ecc.) ricorrono alla rappresaglia. Con una certa sincronia si dispiegano operazioni repressive tra Catania, Cagliari e Brescia, tese a colpire chi si è mobilitato negli ultimi mesi contro il DDL Sicurezza, il Genocidio di Gaza, la militarizzazione e l’industria bellica. A queste si aggiunge l’accanimento, tanto su un piano muscolare quanto sanzionatorio, contro le realtà studentesche conflittuali a Torino. AHMAD SALEM E L’ELASTICITÀ DEL “TERRORISMO DELLA PAROLA” Grazie al contributo di una compagna cerchiamo di approfondire la storia di Ahmad Salem: giovane palestinese colpito dalla repressione in Italia. Appelli alla mobilitazione contro il Genocidio diventano istigazione, filmati pubblici di azioni della resistenza palestinese si configurano come “auto-addestramento”. Se per il caso di Anan, Ali e Mansour risulta evidente il controllo israeliano sull’apparato inquisitorio italiano, nella vicenda di Ahmad si delineano in particolar modo la volontà comprimere l’agibilità politica di pezzi di popolazione, di stabilire la loro vulnerabilità di fronte a categorie repressive come quella del “terrorismo”, di sperimentare l’elasticità delle norme contenute nell’ultimo Pacchetto Sicurezza (ex DDL 1660) a questo scopo. / / A questo proposito segnaliamo l’arresto e l’attivazione delle procedure per la deportazione dell’imam di Torino Mohamed Shahin PRISONERS FOR PALESTINE Silenzio stampa, censura impermeabile dei media di regime. Mentre prigioniere e prigionieri di Palestine Action entrano nella quarta settimana di sciopero della fame ricevono la solidarietà di chi è stato rinchiuso nelle carceri israeliane. / / Nel frattempo apprendiamo che le condizioni di salute di Kamran Ahmed si sono deteriorate ed è stato ricoverato in ospedale il 25 novembre 2025
MOBILITAZIONE PER ANAN – PRISONERS FOR PALESTINE E SCANDALO ELBIT – EUROPOL E SORVEGLIANZA DI MASSA@0
Estratti dalla puntata di lunedì 17 novembre 2025 di Bello Come Una Prigione Che Brucia MOBILITAZIONE IN SOLIDARIETÀ CON ANAN YAEESH Grazie al contributo di un compagno riprendiamo alcuni aggiornamenti sulla situazione del prigioniero palestinese Anan Yaeesh, detenuto attualmente nel carcere di Melfi e sotto processo su mandato dello Stato Sionista. Mentre l’apparato sanzionatorio italiano cerca di aderire supinamente alla linea accusatoria israeliana, arrivando a sentire come testimone dell’accusa una figura schierata come il console di uno Stato accusato in sede internazionale di Genocidio, proseguono le mobilitazioni solidali, come il presidio convocato per il 21 novembre 2025 a L’Aquila. PRISONERS FOR PALESTINE E SCANDALO ELBIT Partendo con alcuni rapidi aggiornamenti sullo sciopero della fame di Prisoners for Palestine, le mobilitazioni in UK e la solidarietà espressa anche in Italia da prigionieri anarchici, ci concentriamo su un recente fatto di cronaca inerente Elbit Systems. Elbit Systems UK, sussidiaria britannica del colosso bellico israeliano al centro delle azioni di Palestine Action, è protagonista di uno scandalo che rischia di farle perdere l’appalto miliardario con l’esercito britannico per i programmi di addestramento delle sue forze armate. Questo ci consente anche di operare un rapido sguardo sull’ingresso di Elbit nel settore della formazione e dell’addestramento degli eserciti e delle forze di polizia in giro per il mondo, come ulteriore forma di consolidamento della legittimazione dell’Entità Sionista. EUROPOL TRA LOBBYING E SORVEGLIANZA DI MASSA In compagnia di Giacomo Zandonini torniamo a osservare il lavorio di Europol per strutturare un’architettura di sorveglianza di massa. Grazie al suo contributo iniziamo gettando uno sguardo all’interno dei Research and Industry Days di Europol, dove l’agenzia ha proposto al mondo dei privati la propria lista dei desideri, tra robotica e automazione delle analisi dei dati. Europol agisce sia su un piano di promozione delle tecnologie sorveglianti, sia di pressione sul piano normativo, interagendo tanto all’interno dei contesti politici comunitari quanto proponendo l’arruolamento dei colossi del capitalismo delle informazioni, mentre un avamposto di Microsoft è già operativo all’interno del suo quartier generale a L’Aia. LINK ALLE INCHIESTE: Statewatch Solomon