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Campania, crescita e disuguaglianze: il rapporto Bankitalia 2025 tra economia e diritti
Una lettura del rapporto Bankitalia 2025 che mette in relazione sviluppo economico, vulnerabilità sociale e accesso effettivo ai diritti. Il rapporto della Banca d’Italia evidenzia una crescita moderata dell’economia regionale, ma anche la persistenza di forti disuguaglianze sociali e territoriali. Dal lavoro alla casa, il nodo è l’effettivo accesso ai diritti e il ruolo delle politiche pubbliche. Il rapporto della Banca d’Italia sull’economia della Campania nel 2025 restituisce l’immagine di una regione in moderata crescita, sostenuta soprattutto dai servizi e da alcuni comparti industriali, ma ancora segnata da rilevanti fragilità strutturali. Il ridimensionamento dell’edilizia privata incentivata e il crescente peso degli investimenti pubblici delineano una fase di transizione del settore delle costruzioni, mentre il mercato del lavoro mostra miglioramenti che non riescono tuttavia a ridurre in modo significativo le disuguaglianze. I dati evidenziano la presenza di un’ampia area di vulnerabilità sociale, testimoniata anche dal numero elevato di famiglie beneficiarie di misure di sostegno al reddito. In questo contesto, lavoro e accesso all’abitazione assumono una dimensione centrale anche sul piano dei diritti, incidendo concretamente sulle condizioni di vita delle persone. Il contributo propone una lettura del rapporto che mette in relazione economia, politiche pubbliche e diritti fondamentali, evidenziando come la qualità dello sviluppo non possa essere misurata soltanto in termini di crescita, ma anche nella capacità di garantire inclusione, accesso ai servizi e riduzione delle disuguaglianze territoriali. Il rapporto della Banca d’Italia sull’economia della Campania nel 2025 restituisce un quadro articolato delle dinamiche economiche regionali e consente di cogliere non soltanto l’andamento dei principali indicatori macroeconomici, ma anche le implicazioni che tali dinamiche producono sul piano sociale e territoriale. Dietro i dati sulla crescita si collocano infatti questioni centrali come il lavoro, l’accesso ai servizi, la qualità delle politiche pubbliche e, più in generale, l’effettività dei diritti. Nel primo semestre del 2025 il prodotto interno lordo regionale registra una crescita dell’1 per cento rispetto all’anno precedente, con una dinamica superiore alla media nazionale. Si tratta di un dato che segnala una certa capacità di tenuta del sistema economico campano, sostenuta in particolare dal settore dei servizi e da alcune componenti dell’industria manifatturiera. Tra queste, il comparto farmaceutico continua a rappresentare uno dei principali fattori di crescita, confermando un posizionamento competitivo ormai consolidato a livello internazionale. Allo stesso tempo, il rapporto evidenzia come altri settori, tra cui l’automotive, stiano attraversando una fase di significativa contrazione, legata sia ai processi di transizione tecnologica sia alle trasformazioni delle catene globali del valore. Il quadro che emerge è quindi quello di una crescita selettiva e non omogenea, nella quale la dinamica espansiva di alcuni comparti non riesce a compensare pienamente le difficoltà di altri. Una crescita che, pur presente, non si distribuisce in modo uniforme né tra i settori produttivi né, soprattutto, tra le diverse componenti sociali. Uno degli ambiti nei quali tali trasformazioni risultano particolarmente evidenti è il settore delle costruzioni. Negli anni precedenti, il comparto edilizio aveva beneficiato in modo rilevante degli incentivi fiscali legati al Superbonus e ad altre misure di sostegno all’edilizia privata. La progressiva riduzione di tali strumenti ha determinato una contrazione del valore degli interventi edilizi agevolati rispetto al 2024 e una diminuzione delle ore lavorate nel settore. Questo ridimensionamento non rappresenta soltanto la fine di una fase congiunturale favorevole, ma segnala una vera e propria transizione strutturale del comparto. Il rapporto evidenzia infatti come, parallelamente alla riduzione dell’edilizia privata incentivata, stia emergendo con maggiore forza il ruolo degli investimenti pubblici. La spesa degli enti locali per opere pubbliche registra un incremento significativo e interessa ambiti strategici quali le infrastrutture urbane, l’edilizia scolastica e l’edilizia residenziale. Si tratta di un cambiamento di prospettiva che attribuisce un ruolo sempre più centrale alla capacità programmatoria e attuativa delle amministrazioni pubbliche. In questo contesto, la qualità dell’azione amministrativa diventa un fattore determinante non solo per la crescita economica, ma anche per la qualità della vita delle comunità locali. La capacità di trasformare le risorse disponibili in interventi concreti incide infatti direttamente sull’accesso ai servizi, sulla vivibilità degli spazi urbani e sulle opportunità di inclusione sociale. Il mercato del lavoro regionale mostra segnali di miglioramento, con un aumento dell’occupazione e una riduzione del tasso di disoccupazione. Tuttavia, la Campania continua a presentare livelli di disoccupazione sensibilmente più elevati rispetto alla media nazionale, evidenziando la persistenza di criticità strutturali. Anche il reddito disponibile delle famiglie registra una crescita moderata. Rimane tuttavia elevato il numero di nuclei che dipendono da strumenti di sostegno pubblico: il rapporto segnala infatti la presenza di oltre 160.000 famiglie beneficiarie dell’assegno di inclusione, dato che restituisce la dimensione di un’area di vulnerabilità economica e sociale ancora molto ampia. Questi dati non rappresentano soltanto indicatori economici, ma incidono direttamente sull’esercizio concreto di diritti fondamentali. La difficoltà di accesso a un lavoro stabile e a un reddito adeguato si riflette infatti sulla possibilità per molte persone di accedere a condizioni di vita dignitose, ai servizi essenziali e a un’abitazione adeguata. In questo senso, il lavoro non rappresenta soltanto un indicatore economico, ma una condizione essenziale per l’effettiva partecipazione alla vita sociale ed economica del Paese, in coerenza con quanto previsto dall’articolo 4 della Costituzione, che riconosce il diritto al lavoro e promuove le condizioni che lo rendano effettivo. La questione abitativa rappresenta, sotto questo profilo, uno degli snodi più rilevanti. La difficoltà di accesso a un alloggio adeguato costituisce uno degli ambiti nei quali le disuguaglianze economiche si traducono in modo più evidente in disuguaglianze sociali. La precarietà abitativa incide infatti sulla stabilità dei nuclei familiari, sui percorsi educativi e lavorativi e, più in generale, sulle possibilità di inclusione. Il diritto all’abitare, pur non essendo espressamente formulato come diritto autonomo nella Costituzione italiana, trova fondamento nei principi di tutela della dignità umana e di uguaglianza sostanziale sanciti dall’articolo 3, che impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini. In questo contesto, le politiche abitative – e in particolare quelle relative all’edilizia residenziale pubblica – assumono un ruolo strategico nel contrasto alle disuguaglianze e nella promozione di condizioni di vita dignitose, contribuendo a rendere effettivi diritti che altrimenti rischierebbero di rimanere solo formali. Il rapporto della Banca d’Italia richiama inoltre l’attenzione sul persistente divario territoriale tra Mezzogiorno e resto del Paese. Tale divario non è soltanto economico, ma riguarda la qualità delle infrastrutture, l’accesso ai servizi e le opportunità offerte ai cittadini. In questa prospettiva, la questione territoriale assume anche una dimensione di equità e non discriminazione, ponendo il tema della garanzia di diritti uniformi sull’intero territorio nazionale. La possibilità di accedere a servizi essenziali, a opportunità lavorative e a condizioni abitative adeguate non dovrebbe infatti dipendere dal contesto geografico di appartenenza. Le implicazioni per le politiche pubbliche risultano quindi particolarmente rilevanti. Il rapporto evidenzia come lo sviluppo economico non possa essere considerato separatamente dalle condizioni sociali e come sia necessario un approccio integrato che tenga insieme crescita, inclusione e coesione territoriale. La capacità amministrativa delle istituzioni pubbliche rappresenta, in questo quadro, un fattore decisivo. La gestione degli investimenti, la programmazione degli interventi e la capacità di integrare politiche economiche e sociali costituiscono elementi centrali per il funzionamento del sistema territoriale. Il rapporto restituisce dunque non soltanto una fotografia dell’economia regionale, ma anche uno strumento di riflessione sulle trasformazioni sociali in atto e sulle responsabilità delle politiche pubbliche. La crescita economica, pur presente, non appare ancora sufficiente a garantire un miglioramento diffuso e omogeneo delle condizioni di vita. Per questo motivo, la qualità dello sviluppo non può essere misurata esclusivamente in termini di prodotto interno lordo, ma deve essere valutata anche nella capacità di tradursi in diritti effettivi, accesso ai servizi e condizioni di vita dignitose. In definitiva, i dati economici assumono un valore che va oltre la dimensione statistica, diventando uno strumento per comprendere le dinamiche sociali e per orientare scelte pubbliche capaci di incidere concretamente sulla vita delle persone, riducendo le disuguaglianze e rafforzando la coesione territoriale. Redazione Napoli
March 19, 2026
Pressenza
“Un Paese, due emigrazioni”. I dati del  report Svimez – Save the Children
Il mezzogiorno continua a perdere giovani competenze qualificate, con una mobilità sempre più anticipata già al momento dell’iscrizione all’Università, che riduce strutturalmente le possibilità di rientro. Accanto a questa dinamica si afferma un fenomeno in rapida crescita: la mobilità “sommersa” degli anziani, i “nonni con la valigia”, che conservano la residenza al Sud ma raggiungono figli e nipoti emigrati al Centro-Nord. Questi i principali dati del Report della Svimez ‘Un Paese, due emigrazioni’, presentato in collaborazione con Save the Children. Dal 2002 al 2024 quasi 350mila laureati under 35 hanno lasciato il Mezzogiorno in direzione del Centro-Nord, per una perdita secca (al netto dei rientri) di 270 mila unità. Nel periodo, la quota di laureati tra i migranti meridionali tra i 25 e i 34 anni è triplicata: dal 20% del 2002 a circa il 60% nel 2024. Ai flussi migratori interni, si affianca la crescente scelta della rotta Sud-estero: tra il 2002 e il 2024 oltre 63mila under 35 laureati meridionali hanno lasciato il Paese. Al netto dei rientri, la perdita complessiva per il Sud è di 45mila giovani qualificati. Nel solo 2024, i giovani qualificati del Mezzogiorno che si sono trasferiti al Centro-Nord sono 23mila, quelli che hanno “scelto” l’estero sono più di 8mila. In un anno la perdita netta di giovani laureati del Sud, sommando migrazioni interne ed estere, ammonta a 24mila unità. Il fenomeno delle migrazioni intellettuali è fortemente femminile: dal 2002 al 2024 sono emigrate 195mila donne laureate dal Sud al Centro-Nord, 42mila in più degli uomini. La quota di qualificati tra i migranti meridionali diretti al Centro-Nord è cresciuta soprattutto tra le donne: dal 22% nel 2002 a quasi il 70% nel 2024, contro un aumento dal 14,6% al 50,7% tra gli uomini. Il Nord guadagna dal Sud, ma perde verso l’estero. Infatti, anche il Nord registra una crescente emigrazione internazionale: tra il 2002 e il 2024, 154mila laureati hanno lasciato una regione del Centro-Nord. Il fenomeno ha raggiunto il picco nel 2024: 21mila giovani laureati under 35 centro-settentrionali si sono trasferiti all’estero, valore doppio di quello del 2019 (circa 10 mila). Il Centro‑Nord compensa ampiamente le proprie perdite estere grazie ai flussi dal Mezzogiorno: +270mila saldo netto positivo nei confronti del Mezzogiorno tra il 2002 e il 2024. L’emigrazione dei laureati dai territori in cui si sono formati si traduce in una dispersione dell’investimento pubblico sostenuto per la loro istruzione a beneficio delle regioni e dei Paesi di destinazione. La SVIMEZ quantifica in 6,8 miliardi di euro l’anno il costo associato alla mobilità interna dei giovani laureati dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord: un trasferimento netto e strutturale di risorse pubbliche a favore delle aree più forti del Paese. A questo si aggiunge il costo delle migrazioni estere: per il Mezzogiorno la perdita di investimento formativo è stimabile in 1,1 miliardi di euro annui, mentre il Centro-Nord registra una perdita superiore ai 3 miliardi di euro l’anno per l’emigrazione all’estero dei profili più qualificati. Ma la mobilità non attende più la fine degli studi: si anticipa già al momento dell’avvio degli studi universitari. Nell’anno accademico 2024/2025, quasi 70 mila studenti meridionali – su circa 521 mila – studiano in un ateneo del Centro‑Nord: oltre il 13% del totale, con picchi del 21% nelle discipline STEM. Campania e Sicilia generano da sole quasi metà del flusso in uscita. La Lombardia si conferma la regione più attrattiva, seguita da Emilia‑Romagna e Lazio. L’emigrazione “anticipata” è motivata dalla scelta di avvicinarsi ai mercati del lavoro caratterizzati da maggiori opportunità occupazionali. Tra i laureati occupati che hanno conseguito il titolo in un ateneo del Centro-Nord, l’88,5% risulta occupato nella stessa macro-area a tre anni dalla laurea. La situazione appare significativamente diversa per chi si è laureato in un ateneo del Mezzogiorno: meno del 70% dei laureati trova occupazione nei territori di origine. Per i ragazzi che vivono in aree marginali e periferiche, come attestano i dati di Save the Children, già in età adolescenziale oltre un terzo dei giovanissimi che vivono nelle regioni del Sud e nelle Isole ritiene particolarmente importante spostarsi in futuro in un altro comune o città: 37,5% contro il 26,9% di chi vive al Centro o Nord Italia. I ragazzi e le ragazze che vivono nelle regioni meridionali sono anche i più propensi a valutare positivamente l’idea di andare a vivere all’estero (38,2% rispetto al 35,6% di chi vive al Centro o al Nord). Tra gli adolescenti figli di famiglie immigrate, il 58,7% dichiara di volersi trasferire in futuro in un altro paese, possibile testimonianza delle difficoltà incontrate nel percorso di crescita anche a causa di uno status giuridico incerto. L’aspirazione di trasferirsi all’estero è condivisa da un numero rilevante anche di 15-16enni di origine italiana, uno su tre (34,9%). A tre anni dal conseguimento del titolo, i laureati italiani che lavorano all’estero guadagnano tra 613 e 650 euro netti in più al mese rispetto a chi resta in Italia. All’interno del Paese, il Mezzogiorno registra la retribuzione media più bassa (1.579 euro), contro i 1.735 euro del Nord‑Ovest. Il differenziale retributivo tra una laureata del Mezzogiorno e un laureato del Nord-Ovest ammonta a circa 375 euro mensili a favore di quest’ultimo (1.862 contro 1.487 euro). Non sono però soltanto i giovani ad andare via: la SVIMEZ ha stimato il numero di over 75 meridionali che, pur mantenendo la residenza in una regione del Sud, vivono stabilmente nel Centro-Nord. Le stime si basano sull’analisi delle compensazioni della mobilità farmaceutica convenzionata e sulla spesa pro-capite per farmaci della popolazione anziana. Secondo le stime SVIMEZ, tra il 2002 e il 2024 gli anziani formalmente residenti al Sud  che vivono stabilmente al Centro-Nord (“nonni con la valigia”) sono quasi raddoppiati, passando da 96 mila a oltre 184 mila unità. Questa emigrazione “sommersa” riflette due dinamiche intrecciate. Da un lato, il ricongiungimento familiare con figli e nipoti emigrati al Centro-Nord anche a supporto die carichi di cura familiari; dall’altro, la crescente difficoltà di ricevere servizi di cura adeguati nel Mezzogiorno, caratterizzati da carenze nei servizi sanitari e assistenziali. Qui il Report della SVIMEZ “Un Paese, due emigrazioni”, in collaborazione con Save the Children: https://www.svimez.it/wp-content/uploads/2026/02/report_emgrazioni_informazioni_web_.pdf.  Giovanni Caprio
February 18, 2026
Pressenza
Benvenuti al sud? …ma non per lavorarci!
Due articoli di Francesca Moriero e Luca Pons, tratti da Fanpage Al Sud si lavora meno e si guadagna peggio: 27 giorni in meno all’anno e stipendi più bassi del 35% Ogni anno un dipendente del Nord lavora quasi un mese in più di un collega del Sud. Non solo: guadagna di più, ha contratti più stabili e lavora in
February 7, 2026
La Bottega del Barbieri
Al Sud boom d’occupazione, ma cresce la povertà lavorativa e continua l’esodo dei giovani
Il nostro Mezzogiorno vive una stagione di forti contrasti: cresce come non mai l’occupazione, soprattutto tra i giovani, ma al contempo continua l’esodo che svuota il Sud di competenze e futuro. Tra il 2021 e il 2024, quasi mezzo milione di posti di lavoro è stato creato nel Mezzogiorno, spinto da PNRR e investimenti pubblici. Ma negli stessi anni 175 mila giovani lasciano il Sud in cerca di opportunità. La “trappola del capitale umano” si rinnova: la metà di chi parte è laureato; le migrazioni dei laureati comportano per il Mezzogiorno una perdita secca di quasi 8 miliardi di euro l’anno. I giovani che restano, troppo spesso, trovano lavori poco qualificati e mal retribuiti. Con i salari reali che calano aumentano i lavoratori poveri: un milione e duecentomila lavoratori meridionali, la metà dei lavoratori poveri italiani, è sotto la soglia della dignità. Si evidenzia, inoltre, una emergenza sociale nel diritto alla casa. É quanto si legge nel recente Rapporto SVIMEZ 2025. L’Italia rimane così in coda in Europa per quota di giovani laureati (30,6% contro 43% Ue). Gli atenei meridionali attraggono più studenti e si riduce la migrazione ante-lauream, ma dopo la laurea il quadro torna critico: oltre 40mila giovani meridionali si trasferiscono ogni anno al Centro-Nord, mentre 37mila laureati italiani emigrano all’estero. Con l’emigrazione di questi laureati, una parte del rendimento potenziale dell’investimento pubblico sostenuto per la loro formazione viene dispersa. Il bilancio economico di questo movimento è pesante: dal 2000 al 2024 il Mezzogiorno perde di investimenti 132 miliardi di euro di capitale umano, contro un saldo positivo di 80 miliardi per il Centro-Nord. Poli esteri, si legge nel Rapporto, che attraggono giovani italiani altamente formati, il Centro-Nord che perde verso l’estero ma recupera grazie alle migrazioni interne di laureati da Sud, il Mezzogiorno che li forma e continua a perderli. Nel Mezzogiorno, nel 2021-2024, sei nuovi occupati under 35 su dieci sono laureati, contro meno di cinque nel resto del Paese. Tuttavia, la prima porta d’ingresso al lavoro rimane il turismo: oltre un terzo dei nuovi addetti giovani si colloca nella ristorazione e nell’accoglienza, settori a bassa specializzazione e bassa remunerazione. Al tempo stesso, crescono i giovani laureati nei servizi ICT e nella pubblica amministrazione, grazie al PNRR e alla riforma degli organici pubblici. La qualità delle opportunità resta però insufficiente: il mercato del lavoro meridionale continua a offrire sbocchi concentrati nei comparti tradizionali, con scarsa domanda di competenze avanzate. “Per trattenere i giovani, propone la SVIMEZ, il Sud deve attivare filiere produttive ad alta intensità di conoscenza, rafforzare la base industriale innovativa e integrare formazione superiore, ricerca e politiche industriali. Senza un salto di qualità nella domanda di competenze, la mobilità giovanile continuerà a essere una scelta obbligata”. Il Rapporto evidenzia come i salari reali continuino ad essere in calo soprattutto al Sud e come la povertà lavorativa debba necessariamente tornare nell’agenda politica. Dal 2021 al 2025 i salari reali italiani hanno perso potere d’acquisto, con una caduta più forte nel Sud: -10,2% contro – 8,2% nel Centro-Nord. Inflazione più intensa e retribuzioni nominali più stagnanti accentuano il divario. L’in-work poverty, aumentata rispetto all’anno precedente, tocca nel 2024 il 19,4% nel Mezzogiorno, quasi tre volte il valore del Centro-Nord (6,9%). In Italia i lavoratori poveri sono 2,4 milioni, di cui 1,2 milioni al Sud. Tra il 2023 e il 2024 aumenta il numero dei lavoratori poveri: +120mila in Italia, +60mila al Sud. Non basta avere un’occupazione per uscire dalla povertà: bassi salari, contratti temporanei, part-time involontario e famiglie con pochi percettori ampliano la vulnerabilità. Nel 2024 le famiglie povere crescono nel Mezzogiorno dal 10,2% al 10,5%. Centomila persone in più scivolano nella povertà assoluta, per effetto di un aumento delle famiglie che risultano in povertà assoluta anche se con persona di riferimento occupata. La relazione tra lavoro e benessere è quindi sempre più debole, segnale di una crescita quantitativa dell’occupazione non accompagnata da qualità e stabilità. Il Rapporto, prendendo spunto dalle analisi Svimez-Ifel/Anci ritorna sulla forte correlazione tra affitto e vulnerabilità economica. Nel Centro-Nord la povertà assoluta colpisce il 21% delle famiglie in affitto, contro il 3,6% delle famiglie proprietarie; nel Mezzogiorno raggiunge il 24,8% tra gli inquilini e il 7% tra i proprietari. Le città metropolitane rivelano ulteriori squilibri: a Napoli le case di proprietà sono appena il 48%, molto meno che a Roma, Milano o Torino. Nel Sud è inoltre elevata la quota di abitazioni non utilizzate — oltre il 20% a Reggio Calabria, Messina e Palermo — segnale di abbandono, uso discontinuo o scarsa attrattività urbana, mentre le città del Centro-Nord mostrano mercati più dinamici. “Il rafforzamento dell’edilizia residenziale pubblica, si sottolinea nel Rapporto, è essenziale: oltre 650mila famiglie attendono un alloggio e ogni anno 40mila sfratti coinvolgono 120mila persone. L’offerta di edilizia residenziale pubblica resta limitata (2,6% dello stock nazionale), con concentrazioni più alte nelle aree metropolitane del Centro-Nord: Milano e Torino (3,4%), Roma (3,3%) e Genova (3,2%). Nel Sud i valori sono più bassi, con Napoli al 3% e Reggio Calabria appena all’1,3%. Questo quadro conferma la necessità di politiche strutturali e coordinate per garantire il diritto alla casa e la coesione sociale sul territorio nazionale”. Qui per scaricare il Rapporto: https://www.svimez.it/rapporto-svimez-2025/. Giovanni Caprio
November 29, 2025
Pressenza
Milano chiama Palermo… ma anche Roma o Reggio: “se non è un ponte è uno Stadio”
Si sbaglia a chiamarlo progetto del Ponte sullo Stretto, criticandolo solo localmente, perché così si riduce la portata strategica dell’impresa a una semplice questione territoriale, oscurandone la funzione di snodo europeo e mediterraneo. > I soldi già stanziati, con altri in arrivo, sono oggi i seguenti: * Salerno–Reggio Calabria (alta velocità): 17 miliardi * Messina–Catania–Palermo (alta capacità): 13 miliardi * Raccordi e opere accessorie del Ponte: 8 miliardi * Ponte sullo Stretto: 5 miliardi Non vorrei sembrare fissato, ma io ci aggiungerei anche i piani delle aree metropolitane per la mobilità integrata (tram, sottopassi, svincoli, parcheggi…) come pure il recupero e la ristrutturazione dei proti, la gestione delle discariche e il riciclo… è lo stesso errore, forse inevitabile, vedere solo i singoli capitoli di una serie che programma più di una stagione passeggera. Ma anche solo il ponte basterebbe a vedere la continuità, un disegno che a detta di tanti oppositori mancherebbe, mentre è proprio quello il punto di forza del progetto. In quest’ottica le criticità tecniche passano tutte in secondo piano, devono essere appianate. Dicono che il “Ponte non è un’eccezione ma il tassello conclusivo di un mosaico che rivoluzionerà la mobilità del Mezzogiorno e dell’intero Paese, con benefici diretti per cittadini, imprese, turismo e scambi commerciali. Non comprenderlo significa perdere di vista la visione d’insieme: un’Italia finalmente più connessa, più competitiva e più unita”. Ebbene, non mentono ed è giusto che sia la Lega ad esserne la principale madrina, completando il passaggio dall’originario rapporto localistico e regionale coi territori del nord ovest ad un lucido e complessivo progetto politico e sociale. Tra filiazione e affiliazione che sia una nuova famiglia, o una sacra corona quella che li tiene insieme, non è un problema. Si fa con quello che c’è. Piovra o Suburra, cambia poco, si somigliano e hanno lo stesso copione. Hai il governo e affidi le opere, trasformi il bilancio in strumenti del debito e capitalizzi i consensi. Socializzi le perdite e privatizzi i profitti. Nei casi estremi la violenza si vede, per il resto la usi. Milano chiama Palermo, ma vale per Roma o Reggio Calabria, se non è un ponte è uno Stadio. Bisogna solo capire quali gruppi organizzati saranno i decisori e poi negoziare sulle piazze di spaccio o delle mercature. Il politico è parassita, ma ha ancora la paternità di questo bastardo. Ce l’ha finché sarà la democrazia la cornice e una maggioranza a scegliere chi passa all’anagrafe a registrare il pupo. Il pupo di questa stagione sono 50 miliardi di euro. Chi se ne potrà arrogare il titolo e incassare gli interessi? In questo Fratelli d’Italia contende alla Lega un affidamento di lungo termine, magari a passo alternato, ma con lo stesso disegno: “mobilità” dei flussi finanziari e unità nazionale per il controllo delle stazioni appaltanti. A Forza Italia e al berlusconismo si potrebbe riconoscere il merito di aver fatto questa Italia, ma – a differenza della Francia – da noi hanno passato il testimone alle destre. L’Italia è fatta, ma a loro resta il compito di finirla facendo gli italiani. Appendicite Il ponte è impiattato come un segno di pace, di integrazione e progresso. Rientra in quella vecchia ricetta del “fare” di cui le destre hanno non l’esclusiva (vedi Emilia Romagna e Lombardia), ma sicuramente una buona tradizione. Però le grandi opere come questa possono rapidamente cambiare la loro copertina, salvando la ciccia; e in presenza di venti di guerra prestarsi a ben altre logistiche. In fondo quel che conta sono i cantieri, il viaggio e non la meta. Fin qui l’atlantismo, quello di Draghi ieri e il trumpismo oggi, o la vecchia DC, il craxismo o il campo largo… come in Borgen, il potere (una serie su Netflix) non più ha un rapporto intimo con una ideologia, sebbene ne debba vantare uno per quella ragione discorsiva che lo vincola al successo elettorale. Almeno finora.   Michele Ambrogio
September 22, 2025
Pressenza