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“Ai mercanti della morte”, la potente lettera di Don Mimmo Battaglia
Nell’ottica del mero approfondimento dei fatti e di un sereno confronto, di seguito segnaliamo all’attenzione dei nostri lettori la lettera scritta dal Card. Domenico Battaglia, Arcivescovo di Napoli, pubblicata l’8 marzo 2026 sul sito della diocesi di Napoli, diventata popolare solo in questi gironi. Il cardinale di Napoli, Don Mimmo Battaglia, ha scritto una lettera potente e dolorosa rivolta ai “mercanti della morte”, a chi continua a fare affari con la guerra mentre il mondo conta i suoi morti. Leggete questa lettera. Con calma. Con rispetto. Con il cuore aperto: Ai mercanti della morte, a voi che fate affari con il sangue degli uomini, a voi che contate i profitti mentre le madri contano i figli, a voi che chiamate “strategia” ciò che il Vangelo chiama scandalo, rivolgo parole che non nascono dalla diplomazia, ma dalla ferita. Vi scrivo da questa terra che trema. Trema sotto i passi dei poveri, sotto il pianto dei bambini, sotto il silenzio degli innocenti, sotto il rumore feroce delle armi che avete costruito, venduto, benedetto dal vostro cinismo. Vi scrivo mentre il mondo sembra aver imparato di nuovo il linguaggio di Caino. Quel linguaggio antico e terribile che domanda: “Sono forse io il custode di mio fratello?” E invece sì, lo siamo. Lo siamo tutti. E voi, più di altri, perché avete scelto non soltanto di voltare lo sguardo, ma di trarre guadagno dalla ferita del fratello. Ci sono notti, in questo tempo, in cui l’umanità sembra smarrirsi. Notti lunghe, dove il cielo non consola e la terra restituisce soltanto macerie. Eppure proprio lì, nel cuore della notte, il Vangelo continua a ostinarsi. Continua a dire che nessun uomo è nato per essere bersaglio. Che nessun bambino ha il destino della polvere. Che nessuna madre deve imparare a riconoscere il figlio da un brandello di stoffa. Che la pace non è una debolezza da deridere, ma la forma più alta della forza. Voi fate il contrario del pane. Il pane si spezza per sfamare. Le armi spezzano i corpi per affamare il futuro. Il pane mette gli uomini a tavola. Le armi scavano fosse, svuotano case, allungano tavole senza commensali. Il pane ha il profumo delle mani. Le armi hanno l’odore freddo dei bilanci. E ditemi: come fate? Come riuscite a dormire sapendo che dietro ogni contratto c’è una carne aperta? Che dietro ogni firma c’è una scuola svuotata, un ospedale abbattuto, un volto cancellato? Come fate a chiamare “mercato” ciò che, davanti a Dio, ha il nome più semplice e più terribile: peccato? Non vi parlo da giudice. Non ho tribunali da aprire. Vi parlo da uomo e da pastore. Da credente ferito dalla ferocia dei tempi. Da vescovo che sente nelle viscere il grido di Cristo ancora crocifisso nei popoli umiliati, nelle città devastate, nei corpi senza nome che il mare restituisce e la guerra nasconde. Perché il Crocifisso oggi ha le mani dei civili sepolti sotto le bombe. Ha gli occhi sbarrati dei bambini che non sanno dare un nome all’orrore. Ha il volto delle donne che stringono fotografie invece di abbracciare figli. Ha la sete dei profughi, la paura dei vecchi, il tremore di chi non ha più una casa e nemmeno una lingua per raccontare il dolore. E voi, mercanti della morte, continuate a passare sotto quella croce come passarono un giorno i soldati, spartendovi le vesti del condannato. Solo che oggi non tirate a sorte una tunica: tirate a sorte interi popoli. Scommettete sulle frontiere, sui rancori, sulle escalation, sugli equilibri armati. E intanto chiamate pace la paura, chiamate ordine il dominio, chiamate sicurezza la minaccia permanente. Ma non c’è sicurezza dove si semina morte. Non c’è futuro dove si educano i giovani al sospetto. Non c’è giustizia se la ricchezza di pochi si fonda sul lutto di molti. E non ci sarà pace finché la guerra resterà un investimento accettabile. Il Vangelo, invece, non tratta. Il Vangelo non benedice le industrie della distruzione. Il Vangelo non si abitua ai morti. Il Vangelo non sopporta che il dolore diventi statistica e che i massacri si consumino dentro il commento stanco di un notiziario. Il Vangelo mette un bambino al centro. Sempre. E quando un bambino è al centro, tutte le vostre ragioni crollano. Crollano le dottrine militari, le alleanze opportunistiche, le giustificazioni geopolitiche, i linguaggi tecnici con cui nascondete la vergogna. Perché davanti a un bambino ucciso non esiste più destra o sinistra, oriente o occidente, amico o nemico: esiste solo l’abisso. Io vi chiedo, allora, non solo di fermarvi. Vi chiedo di convertirvi. Sì, convertirvi. Parola antica, parola scandalosa, parola necessaria. Convertirsi significa smettere di pensare che tutto abbia un prezzo. Significa riconoscere che la vita umana è sacra, o non sarà più umana. Significa uscire dalla logica del profitto per entrare in quella della custodia. Significa avere il coraggio, finalmente, di perdere denaro per salvare uomini. Abbiate un sussulto. Uno solo, ma vero. Lasciate che vi raggiunga il pianto che avete tenuto fuori dalle vostre stanze. Lasciate entrare il nome dei morti nei vostri consigli di amministrazione. Lasciate che una madre vi venga a disturbare i conti. Lasciate che il Vangelo vi rovini la quiete. Perché non c’è pace senza disarmo del cuore, e non c’è disarmo del cuore finché la mano resta aggrappata al profitto. La guerra non comincia quando cade la prima bomba. Comincia molto prima: quando il fratello diventa un ostacolo, quando il povero diventa irrilevante, quando la compassione viene giudicata ingenua, quando l’economia smette di servire la vita e decide di usarla. Eppure io non vi scrivo per consegnarvi alla disperazione. Vi scrivo perché persino per voi esiste una strada. Dio non smette di bussare nemmeno alle porte più blindate. Anche per voi c’è una possibilità di riscatto. Anche per voi c’è un Venerdì Santo che può aprirsi alla Pasqua. Ma dovete scendere. Scendere dai piedistalli del potere, dai linguaggi che assolvono, dalle stanze dove la morte viene progettata senza odore e senza volto. Dovete tornare uomini. Prima che dirigenti, azionisti, strateghi, intermediari: uomini. Uomini capaci di vergogna, e quindi di verità. Io sogno il giorno in cui le vostre fabbriche cambieranno vocazione. In cui il ferro non diventerà proiettile ma aratro, in cui l’ingegno non servirà a perfezionare l’offesa ma a custodire la vita, in cui i capitali saranno spesi per curare, istruire, ricostruire, accogliere. Sogno il giorno in cui la parola “profitto” non farà più rima con “funerale”. E so che qualcuno sorriderà, chiamando tutto questo ingenuità. Ma l’unica vera ingenuità, oggi, è credere che la guerra salvi. L’unica vera follia è pensare che si possa continuare a incendiare il mondo senza bruciare con esso. L’unico realismo possibile, ormai, è la pace. Per questo vi affido una domanda che non vi lascerà in pace, spero: quanto sangue vi basta? Quanto dolore deve ancora attraversare la storia perché comprendiate che state trafficando non con merci, ma con figli, con madri, con volti, con carne amata da Dio? Fermatevi. Prima che sia troppo tardi per i popoli. Prima che sia troppo tardi per voi. Fermatevi, e ascoltate il Vangelo della pace, che non urla ma insiste, che non schiaccia ma converte, che non umilia ma chiama per nome. Ascoltate Cristo, disarmato e vero, che continua a dire: “Beati gli operatori di pace.” Non i calcolatori di guerra. Non i garanti dell’equilibrio armato. Non i venditori di paura. Gli operatori di pace. Il mondo ha bisogno di mani che rialzino, non di mani che armino. Ha bisogno di coscienze sveglie, non di profitti ciechi. Ha bisogno di profeti, non di mercanti. E noi, Chiesa del Vangelo, non taceremo. Non per ideologia, ma per fedeltà. Non per ingenuità, ma per obbedienza a Cristo. Non perché ignoriamo la complessità della storia, ma perché conosciamo il valore infinito di ogni vita. A voi, mercanti della morte, dico dunque l’ultima parola non come condanna, ma come supplica: restituite il futuro. Restituite il respiro. Restituite i figli alle madri, i padri alle case, i sogni alla terra. Restituitevi alla vostra umanità. La pace vi giudicherà. Ma, se lo vorrete, la pace potrà ancora salvarvi. Con dolore, con speranza, con il Vangelo tra le mani.”   Don Mimmo Card. Battaglia   Redazione Napoli
March 14, 2026
Pressenza
San Gennaro, il sangue e la pace: l’appello di Don Mimmo Battaglia scuote Napoli e il mondo
Il cardinale Mimmo Battaglia nell’omelia del miracolo di San Gennaro: parole di pace e giustizia dalla Cattedrale di Napoli. Napoli, lo scioglimento del sangue di San Gennaro è per la città partenopea un rito antico, carico di fede e identità. Ma quest’anno, dal cuore del Duomo, la voce dell’arcivescovo Don Mimmo Battaglia ha trasformato quel rito in un potente appello al mondo: un’omelia che non si è fermata alla tradizione, ma ha intrecciato la memoria del martire con il grido delle vittime di oggi, dalla Palestina all’Ucraina, fino a ogni terra ferita. «Il sangue di Gennaro si mescola idealmente al sangue versato in Palestina, come in Ucraina e in ogni terra ferita», ha detto il cardinale. Non un semplice parallelismo, ma un invito a leggere il miracolo come specchio: il sangue non è talismano, è appello. È richiamo a non tradire il Vangelo con un culto senza conversione, a non tradire i poveri con elemosine senza scelte, a non tradire i bambini con scuole senza maestri e città senza cortili. L’omelia ha assunto il tono raro e radicale che appartiene ai momenti profetici. Con parole nette e senza diplomatici giri di frase, Battaglia ha rivolto un appello diretto a Israele: «Ascolta, Israele. Non ti parlo da avversario, ma da fratello nell’umano. Cessa di versare sangue palestinese. Cessino gli assedi che tolgono pane e acqua, cessino i colpi che sbriciolano case e infanzie, cessino le rappresaglie che scambiano la sicurezza con lo schiacciamento, cessi l’invasione che soffoca ogni speranza di pace». Tra le immagini più forti, ha immaginato di raccogliere «in un’ampolla il sangue di ogni vittima, bambini, donne, uomini di ogni popolo, ed esporlo accanto al sangue di San Gennaro, perché nessun rito ci assolva dalla responsabilità». E con pudore e fuoco ha aggiunto: «È il sangue di ogni bambino di Gaza che metterei esposto in questa cattedrale». Una frase che lega in modo diretto la sofferenza concreta delle popolazioni civili alla ritualità religiosa, rendendola impossibile da eludere. La fede, suggerisce Battaglia, non può anestetizzare il dolore del mondo: deve farsene carico, altrimenti si svuota. Il cardinale ha poi smascherato la guerra con parole che risuonano con forza nel solco della nonviolenza attiva: «Il male non è un’idea, è una filiera. Ha uffici, contabili, bonus, piani industriali. La guerra non “scoppia”: si produce, si finanzia, si premia. Ogni bilancio militare che si gonfia come una vela è vento cattivo contro la carne dei poveri». Parole che si legano profondamente alla missione di chi denuncia la logica della militarizzazione e il sistema economico che la alimenta. Qui la religione si fa denuncia etica e sociale, indicando responsabilità precise, e non generici mali. «Il sangue di Gennaro non è un trofeo, ma un appello», ha ricordato ancora Battaglia. Da Napoli, città che conosce bene il sangue delle proprie vittime innocenti e le ferite della povertà, l’arcivescovo ha rilanciato un modello di politica come “arte liturgica”: non amministrare l’emergenza, ma farsi artigiani di futuro, capaci di dare lavoro, scuola, cura e cultura. In questo senso le sue parole risuonano oltre le mura del Duomo e parlano direttamente alle istanze di chi lotta per la nonviolenza e la giustizia globale. Denunciare la guerra come filiera significa riconoscere che la pace non è un’utopia, ma un progetto concreto che passa attraverso scelte economiche, politiche e sociali: convertire gli arsenali in ospedali, gli utili di guerra in borse di studio, i bunker in biblioteche. È il cuore stesso dell’appello nonviolento che in tante città e movimenti si cerca di costruire: un linguaggio chiaro, comprensibile a tutti, che chiami le cose col loro nome, droni come fucilazioni telecomandate, “danni collaterali” come bambini senza volto, spese militari come suicidio collettivo. La conclusione dell’omelia ha riportato tutto al cuore: non basta che si sciolga il sangue nell’ampolla, serve che si sciolga il cuore. «San Gennaro, fratello e martire: sciogli non solo il tuo sangue, che è segno, ma il nostro cuore, dove si decide tutto. Disarma le nostre paure travestite da prudenza. Spazza via la patina di cinismo che si attacca alla fede». Un invito che vale per i credenti e per chiunque cerchi pace e giustizia: trasformare il miracolo in un cantiere di pace quotidiano, fatto di gesti concreti, di solidarietà operosa, di resistenza alla logica della violenza. Lucia Montanaro
September 21, 2025
Pressenza