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Il sindacato dei bancari UNISIN e la solidarietà a Cuba
Fioccano le diagnosi e i giudizi sulla sanità mentale e sulle iniziative dell’uomo più potente della Terra e sono tutte diagnosi e giudizi implacabili che ne evidenziano la demenza, l’aggressività, la sete di denaro e di potere. Per raggiungere i suoi obiettivi Trump non guarda in faccia a nessuno, siano essi bambini o bambine, anziani o anziane, donne o uomini. E meno male che si era fatto eleggere come l’uomo che avrebbe riportato la pace nel mondo! Guerre, stragi, genocidi, distruzione e fame sono invece il bagaglio con cui si è presentato al mondo e ai suoi elettori, che però in buona parte continuano a sostenerlo con un fanatismo incrollabile. Si prende quello che vuole, o almeno ci prova ed è quello che vorrebbe fare con Cuba … Le prese di posizione davanti a tanta infantile ma pericolosa aggressività e prepotenza arrivano più dal mondo dell’associazionismo che dagli Stati, che osservano paralizzati e impauriti all’inasprimento “trumpiano” del già devastante embargo che colpisce Cuba da oltre 60 anni. Ma c’è chi dice NO! C’è chi si mobilita, chi non abbandona Cuba e il meraviglioso popolo cubano e quindi le iniziative di solidarietà fioccano in tutto il mondo. Una di queste riguarda UNISIN, uno dei sindacati dei bancari e qui mi tocca precisare: “Ho detto bancari, non banchieri!” Il Direttivo e la Segreteria Nazionale UNISIN hanno approvato all’unanimità il sostegno all’eroica resistenza di Cuba all’aggressione statunitense attraverso un versamento di 2mila euro a favore della “Campagna nazionale straordinaria di raccolta fondi a sostegno del sistema elettro-energetico cubano – Energia per la vita, accendiamo la luce su Cuba.” Nel comunicato sindacale inviato a tutte le strutture italiane si legge: “Questo nostro contributo è anche un ringraziamento per l’aiuto che Cuba ha prontamente dato al nostro Paese durante le tragiche giornate del COVID e in generale negli ultimi anni, inviando specialisti, medici ed infermieri che si sono distinti per la generosità e la professionalità nei numerosi ospedali dove hanno prestato la loro opera. Ancora oggi ci sono moltissimi medici cubani che supportano con il loro lavoro il nostro sistema sanitario.”   Redazione Italia
April 7, 2026
Pressenza
A Cuba arriverà una nuova petroliera russa
Cuba non è sola: il Ministro dell’Energia russo Sergei Tsiviliov ha dichiarato giovedì che la Russia si sta preparando a inviare una seconda petroliera a Cuba nel mezzo della grave crisi energetica a causa del blocco degli Stati Uniti. “Ieri si è tenuto un incontro importante a San Pietroburgo con una rappresentanza politica cubana. Cuba è sotto blocco totale, è isolata. Da dove viene il carico di petrolio? Una nave russa ha rotto il blocco. Ora la seconda si sta caricando. Non lasceremo i cubani in difficoltà”, ha assicurato Tsiviliov. Questa sarebbe la seconda imbarcazione russa a raggiungere l’isola dopo che la prima petroliera russa, l’Anatoli Kolodkin,  è arrivata questa settimana con circa 100.000 tonnellate di petrolio per aiutare a superare la difficile situazione energetica del Paese. Il presidente di Cuba, Miguel Díaz Canel, ha ringraziato mercoledì la Russia per il suo aiuto e ha assicurato che lo scarico del petrolio è già iniziato; poi cominceranno la raffinazione, la distribuzione e “l’uso razionale di questa spedizione che, sebbene insufficiente in mezzo alla grave carenza, allevierà gradualmente la situazione nelle prossime settimane.”     Andrea Puccio
April 3, 2026
Pressenza
24 marzo 1976 – 24 marzo 2026. A cinquant’anni dal golpe in Argentina
Una splendida video-intervista a Enrico Calamai a 50 anni dal golpe argentino. Come vice console a Buenos Aires, salvò centinaia di giovani dalla caccia all’uomo scatenata dai militari argentini, permettendo loro di lasciare il Paese e trovare rifugio in Italia e ancora prima fece lo stesso nel Cile di Pinochet. Una lezione di storia e politica per le nostre fragili democrazie minacciate dal fascismo. Oggi, 24 marzo 2026, ricordiamo il cinquantesimo anniversario del colpo di stato civile e militare che tenne l’Argentina per sette lunghi anni nel buio e nel silenzio della tortura e della morte, cancellando una generazione di giovani “desaparecidos” per mano di spietati militari sostenuti dagli Stati Uniti. Le responsabilità non furono soltanto dei militari, ma anche di imprenditori, massoni, clericali e naturalmente dei sistemi politici e di intelligence statunitensi. Anche l’Italia di Andreotti e Licio Gelli sostenne la dittatura argentina e l’esempio di uomini coraggiosi e disobbedienti come Enrico Calamai e Filippo di Benedetto salvò la dignità del nostro popolo e la vita di molte centinaia di uomini e donne destinati dal nostro governo a morte sicura. Facciamo conoscere ai nostri giovani queste storie terribili e meravigliose, soprattutto oggi che festeggiamo in Italia una vittoria popolare e democratica e la primavera ci appare più bella. Il fascismo, in Italia e in Argentina, è di nuovo al governo e la lotta per la libertà è di nuovo solo all’inizio. Non lo dimentichiamo. Grazie Enrico Calamai!   Redazione Italia
March 24, 2026
Pressenza
Aiuto e solidarietà ai migranti alla frontiera tra Italia e Francia. Intervista a Silvia Massara
Per i migranti che vi arrivano grazie al passaparola, il Rifugio Fraternità Massi di Oulx è da anni un accogliente luogo di passaggio prima di tentare l’attraversamento della frontiera per restare in Francia o proseguire per altri Paesi europei. A causa dei respingimenti, il tentativo viene spesso ripetuto. Ne parliamo con Silvia Massara, una dei volontari impegnati da anni in quest’opera di aiuto e solidarietà. Il Rifugio Fraternità Massi di Oulx è aperto dal 2018, ma il sostegno ai migranti che arrivano in Val Susa esiste da prima. Puoi ripercorrere le tappe della vostra storia? A Bardonecchia gli arrivi di migranti in treno iniziano a marzo-aprile 2017. All’inizio sono quasi solo guineani che arrivano direttamente dagli sbarchi nel Sud Italia e si incamminano a piedi verso il Col de l’Echelle senza essere fermati dalla polizia italiana. Durante l’estate gli arrivi si intensificano e alcuni residenti prendono l’abitudine di tenere in macchina cibo e giacche da offrire. Spesso i migranti si perdono e vengono riportati indietro da chi è andato in gita. I primi freddi dell’autunno allarmano il nostro piccolo gruppo, così cerchiamo senza grandi risultati di coinvolgere le istituzioni locali. Ogni sera andiamo alla stazione con tè caldo e coperte e cerchiamo di far aprire un magazzino riscaldato per accogliere la gente, anche perché la neve arriva presto abbondante e le temperature si abbassano molto. Poi a fine novembre le ferrovie, stanche del fatto che la stazione sia diventata un luogo di rifugio e di cura, decidono di chiuderla completamente. Qualche giorno dopo, con l’aiuto di Rainbow4Africa, una Ong che dopo aver operato in Africa era già intervenuta a Lesbo, si apre una piccola stanza ripulita e riscaldata. Attorno alla stazione si forma una rete di solidarietà, proveniente dalla media e bassa Val Susa e in cui gli attivisti No TAV sono numerosi, che viene in soccorso al nostro piccolo gruppo locale. Con il pericolo delle valanghe al Col de l’Echelle, riusciamo gradualmente a convincere i migranti a utilizzare il Col du Montgenèvre, più controllato ma meno pericoloso. Da dicembre 2017 a marzo 2018 tutte le sere saliamo a Clavière con le nostre auto per raccogliere le persone che sono state respinte o che rinunciano a causa del freddo molto intenso e della neve molto alta. Decidiamo di chiedere aiuto al sindaco e al parroco di Clavière, anche in questo caso senza esito. È in questo contesto d’emergenza, con arrivi fino a 60 persone, che nella notte tra il 21 e il 22 marzo 2018 viene occupata la vasta sala parrocchiale situata sotto la chiesa di Clavière. Il giorno successivo all’occupazione contattiamo Don Chiampo, parroco di Bussoleno e punto di riferimento della Caritas della Val Susa, per chiedergli un aiuto per evitare l’evacuazione immediata. L’evacuazione non avviene e cresce la collaborazione tra solidali francesi e italiani. Nasce il collettivo “Chez Jésus”. Arrivano donazioni, nonostante la lontananza di Claviere: cibo, prodotti per l’igiene, scarponi, zaini, ecc. Tuttavia permane la minaccia dell’evacuazione, che poi avverrà il mattino del 10 ottobre 2018. Il 18 settembre 2018 apre il rifugio Fraternità Massi di Oulx, situato in un ex edificio salesiano gestito dalla fondazione Talità Kum, il cui presidente è don Luigi Chiampo. Inizialmente il rifugio ha solo una decina di posti e apre solo di notte e poche ore di giorno, poi i posti diventeranno 45, fino al cambio di sede tre anni dopo. Nel frattempo nella notte tra 8 e 9 dicembre 2018 viene occupata la casa cantoniera all’uscita di Oulx, poi sgomberata il 23 febbraio 2021 dalla polizia italiana. Queste occupazioni a fini sociali e umanitari sono state oggetto di una vasta indagine giudiziaria che ha coinvolto più di 170 persone. Diciassette di loro hanno ricevuto un divieto amministrativo di soggiorno nella zona del confine della durata di sei mesi, ma alla fine sono stati tutti assolti, giacché è stata riconosciuta la loro finalità umanitaria. Credo che al buon esito della vicenda abbia contribuito una petizione con migliaia di firme, lanciata su entrambi i lati del confine per segnalare la situazione di emergenza umanitaria.  Quanti migranti riuscite ad accogliere attualmente? Il rifugio dispone di circa 70 posti letto, a cui se ne aggiungono alcuni in un container esterno. Ma bisogna pensare che ospitiamo persone in viaggio, con nuovi arrivi e nuove partenze ogni giorno; le persone di oggi non c’erano ieri e non ci saranno domani, o almeno si spera, perché se ci sono  significa che sono state respinte. La difficoltà sta nell’imprevedibilità del numero degli arrivi, che dipende in parte dalla stagione, ma soprattutto dai flussi che iniziano migliaia di km più in là. Le persone si comportano in modo diverso a seconda della rotta che hanno seguito e della loro esperienza nell’affrontare la montagna. I giovani afghani non temevano il freddo, la neve, le montagne per esperienza vissuta e non erano fermati dall’attraversamento del mare, quindi arrivavano in massa anche in pieno inverno. Ora che arrivano persone da Sudan e Maghreb il fatto che partano spesso dalla Libia o dalla Tunisia fa sì che ci sia un calo invernale più marcato. Fino adesso si è riusciti a non rifiutare l’ingresso a nessuno, anche se ci sono stati momenti difficilissimi, con numeri fino a 230 persone in un solo giorno.  Quante persone “lavorano” al rifugio, tra volontari e personale fisso? Il numero dei volontari è difficile da definire: credo che una quarantina sia più o meno il numero dei regolari, ma si va da chi viene sempre una volta alla settimana ed è sovente punto di riferimento di aspetti diversi a chi arriva magari da Vicenza o da Genova per quattro giorni tutte le volte che riesce a ritagliare uno spazio. Poi c’è un numero grandissimo di volontari che vengono in modo sporadico, o che si avvicinano per la prima volta, magari passano da noi le ferie ma non sempre riescono a ritornare. O le comunità capi scout della zona che ci adottano da anni e a turno vengono nel fine settimana per le pulizie. Infine ci sono i gruppi che vengono episodicamente, spesso gruppi scout in uscita che si dedicano al rifugio durante il loro cammino o classi maggiorenni di insegnanti illuminati. Il personale stipendiato è costituito da circa 10 operatori che dipendono da Talità Kum e sono responsabili della struttura, dalle operatrici legali che dipendono dalla Diaconia Valdese e dalla referente medico e infermieri di Rainbow for Africa. Puoi descriverci nella pratica cosa succede al rifugio ogni giorno? Come ho già detto, la premessa è che le persone che arrivano sono in viaggio, si fermano quindi indicativamente una notte e ripartono il giorno seguente. La mattina vengono riunite nel salone e si cerca di dare tutte le informazioni necessarie sui due temi che più ci stanno a cuore: la riduzione dei rischi in montagna e la difesa dei diritti in frontiera. Si insegnano a usare la coperta di sopravvivenza e gli scaldamani, si forniscono i numeri telefonici di soccorso, si cerca di raccontare cos’è una valanga e dove non si deve passare, si spiega cosa avviene se si è fermati dalla polizia francese, quali sono i propri diritti e cosa succede se si viene respinti. I MSNA (minori non accompagnati) negli ultimi anni possono presentarsi in polizia al confine e normalmente vengono fatti passare. Intanto tutti ricevono il vestiario adatto alla stagione e un panino o pasta di dattero per affrontare le lunghe ore di cammino. Dopo le partenze dei bus al mattino e dopo pranzo verso la frontiera la giornata prosegue normalmente più calma, a meno che ci siano grandi numeri di migranti. Nel frattempo sono state fatte decine di lavatrici e le pulizie di tutto l’edificio. Verso sera purtroppo possono rientrare i respinti, portati dal furgone dei volontari della CRI. La giornata si chiude presto, alle 19, poiché tutti sono sfiniti. Cosa riuscite a offrire ai migranti, spesso traumatizzati dalle violenze subite durante il viaggio, oltre a un momento di riposo, indumenti adatti e indicazioni pratiche per superare il confine? Non vengono date informazioni pratiche per superare il confine, metterebbe tutti in pericolo,  ma informazioni sulla sicurezza e informazioni legali. Quello che si spera di offrire è uno spazio in cui si sentano guardati come persone, ascoltati se lo desiderano, confortati se ne sentono il bisogno. Dopo giorni o mesi in cui sono stati trattati come pacchi o corpi da usare, farli sentire come persone è già moltissimo. Quali sono i Paesi di provenienza più rappresentati e quali le situazioni drammatiche che li inducono a cercare una vita migliore in Europa? Ci sono stati molti cambiamenti nei flussi in questi anni: all’inizio giovani dell’area subsahariani francofoni in cerca di aiuto dalla Francia che si era presa le loro risorse e che speravano potesse accoglierli. Poi tra il 2020 e il 2022 popoli dai Balcani, soprattutto afghani e molti kurdi, in fuga da guerra e persecuzioni. Nel 2023 un enorme numero di sudanesi di nuovo in fuga dalla guerra, a cui l’anno scorso si sono aggiunte molte persone da Eritrea e Etiopia, con un numero impressionante di minori non accompagnati (anche 30 in un giorno). In questa fase ancora tanti dal Sudan e in aumento dal Marocco, attirati dalle nuove normative spagnole che rendono relativamente più facile ottenere un permesso di soggiorno. Al rifugio arrivano spesso minori non accompagnati, che magari hanno iniziato il loro viaggio a 12, 13 anni. Da cosa fuggono e quali sono le procedure nei loro confronti in Italia e in Francia? Molti sono “inviati” dalle famiglie che investono su di loro con grandi sacrifici, altri cercano di raggiungere famiglie lontane. In Italia sono i servizi sociali che devono occuparsene, in valle ci sono due case di accoglienza. Ma moltissimi di loro fuggono perché hanno un obiettivo chiaro da raggiungere, se non è la famiglia sono amici o conterranei che li stanno aspettando in altri Paesi europei, quindi ovviamente non c’è niente che li convinca a fermarsi. Se si sono già dichiarati minori all’entrata in Italia o se arrivano dai Balcani e non sono stati ancora registrati si possono presentare alla stazione di polizia che si trova sul territorio francese e dichiararsi minori per essere accolti. Normalmente vengono presi in carico da un’associazione di difesa dell’infanzia che li indirizza a Gap, dove dovrebbero passare l’esame di riconoscimento dell’età, ma molti proseguono il loro viaggio. Tra il vostro rifugio e Terrasses Solidaires di Briançon c’è uno scambio continuo e una condivisione di valori e attività. Puoi descriverci brevemente quali sono e cosa fanno le organizzazioni solidali francesi? I rapporti tra noi e i francesi sono rigorosamente legati a due temi principali: la riduzione dei rischi in montagna e la difesa dei diritti in frontiera (respingimenti illegali ecc). Ogni altro rapporto ci metterebbe in una situazione di pericolo. Refuges Solidaires è il nome del rifugio francese (strutturato su quattro sedi). La parte principale, che ha circa 70 posti come da noi, accoglie quotidianamente le persone in viaggio che transitano da Briançon sul loro percorso verso altre città francesi o più spesso verso la Spagna e i Paesi del nord Europa. Si chiama Les Terrasses Solidaires e contiene anche gli uffici di altre associazioni che collaborano: Médecins du Monde, che ha sede a Briançon da anni e partecipa alla parte sanitaria e alle azioni di solidarietà in montagna dette “maraudes”, Toutes et Tous Migrants, che si occupa della parte “politica”, dei ricorsi con gli avvocati, delle manifestazioni, ecc e il collettivo RDRM (Réduction des risques en montagne) che nelle notti di inverno percorre i sentieri in territorio francese per portare aiuto alle persone in pericolo di vita. I valori che ci legano si esplicitano sovente attraverso manifestazioni comuni, come la Grande Maraude Solidaire degli anni passati, la Commemor’Action dei morti lungo le frontiere, una giornata mondiale di lotta che si tiene il 6 febbraio, convegni, ecc. Che cosa ti hanno dato questi anni di intensa attività? Cosa ti dà la forza per continuare questo impegno? Sicuramente la nostra vita è cambiata, aver incontrato le persone che sono passate di qui ci fa vedere il mondo in modo diverso, fare esperienza della dignità e del coraggio di coloro che incontriamo ci cambia. In me è cresciuta la percezione di ciò che ci accomuna tutti, una sensazione forte di vicinanza e un gran bisogno di concretezza. Mi sento parte di una rete di persone con cui condivido tanto; è questo il motivo per cui la convinzione non si è affievolita negli anni. Foto di Aldo Amoretti, Matteo Placucci e vari attivisti Anna Polo
March 9, 2026
Pressenza
Afghani deportati in Iran: non dimentichiamoli
Una delle associazioni afghane più accreditate nelle attività di soccorso umanitario, che CISDA sostiene da più di 20 anni, si è attivata per portare aiuto ai migranti afghani deportati forzatamente dall’Iran ed espulsi senza alcun giusto processo o considerazione umanitaria (vedi il nostro appello). Pubblichiamo una sintesi del Report della Missione Sanitaria Mobile che, per motivi di sicurezza, non può essere divulgato integralmente. Il report evidenzia che la situazione al confine del Paese permane critica per il caldo estremo, la mancanza di acqua e riparo e l’assenza di servizi sanitari di base, che creano alti rischi di epidemie di malattie infettive, malnutrizione e decessi. Molti deportati erano originariamente fuggiti dall’Afghanistan a causa del crollo del precedente governo, del timore della persecuzione dei Talebani o di gravi difficoltà economiche. Ora sono stati costretti a tornare senza nulla, spesso solo un cambio di vestiti e con il morale a pezzi. Ripristinare dignità e speranza Il Team Sanitario Mobile attivato era composto da 2 medici (un uomo e una donna), 2 infermieri (un uomo e una donna), un’ostetrica, un consulente nutrizionale e ha fornito servizi per 10 giorni a Islam Qala, e ha raggiunto 1.810 persone: 685 donne (≈%37,9), 675 bambini (≈%37,3) e 450 uomini (≈%24,9). I servizi hanno incluso visite generali, trattamento di malattie comuni (diarrea, infezioni respiratorie, colpo di calore, problemi della pelle, ipertensione), consulenza per le donne (igiene mestruale, pianificazione familiare, anemia), visite pediatriche e sensibilizzazione nutrizionale. 17 pazienti (≈%0,9) sono state indirizzate all’Ospedale Pubblico di Herat. I generi di supporto sono stati così distribuiti: • 298 donne hanno ricevuto kit igienici. • 356 donne e bambini hanno ricevuto abiti (prodotti dai corsi di sartoria). • 100 famiglie hanno ricevuto pacchi alimentari. Questo intervento non solo ha ridotto malattie e sofferenze, ma ha anche contribuito a ripristinare dignità e speranza per le famiglie in crisi. Le voci della sofferenza: alcune testimonianze Shabnam – Una madre sull’orlo della disperazione Shabnam, una madre di 25 anni, teneva in braccio il suo bambino febbricitante sotto il sole cocente. Ha detto: “Per due notti abbiamo dormito al confine. Niente medicine, niente dottori. Pensavo di perdere mio figlio.” Dopo aver ricevuto le cure, la febbre del bambino si è abbassata nel giro di poche ore. Con le lacrime agli occhi, Shabnam ha sussurrato: “Non dimenticherò mai che avete salvato la vita del mio bambino. Oggi, per la prima volta, sento di nuovo la speranza.” Freshta – Una donna che lotta per la vita Freshta, 30 anni, è entrata barcollando nella tenda, debole e pallida. Aveva avuto un aborto spontaneo e sanguinava copiosamente. Tremando ha detto: “Pensavo che nessuno mi avrebbe aiutato qui. In Iran mi è stata negata l’assistenza ospedaliera. Temevo di morire.” La nostra ostetrica le ha immediatamente prestato le cure d’urgenza, ha stabilizzato le sue condizioni e l’ha indirizzata all’ospedale. Tenendo la mano dell’ostetrica, Freshta ha gridato: “Mi hai salvato. Mi hai trattato come un essere umano, non come un peso.”  Milad – Un bambino che voleva tornare a giocare Milad, di dieci anni, è entrato con il braccio fasciato in modo rozzo. Suo padre ha spiegato: “È caduto da un camion mentre tornava. Si è rotto il braccio, ma non avevamo soldi per un medico. Ha pianto tutta la notte per il dolore.” La nostra équipe ha stabilizzato il braccio di Milad e lo ha indirizzato a ulteriori cure. Mentre se ne andava, Milad ha sorriso e ha chiesto: “Ora non fa più così male. Pensi che possa tornare a giocare a calcio?” Quel piccolo sorriso è stata la più grande ricompensa per la nostra squadra. Non dimentichiamoli Le condizioni dei rifugiati deportati rimangono disastrose. I rifugiati sono entrati in Afghanistan con paura e spirito distrutto. Molti hanno riferito che i loro familiari sono stati arrestati dai Talebani subito dopo l’arrivo e che i loro corpi sono stati successivamente restituiti privi di vita. Alcune famiglie non hanno informazioni sui loro cari. Un tragico incidente stradale ha causato inoltre quasi 100 vittime accrescendo ulteriormente dolore e shock. Famiglie rimaste senza casa, senza reddito, costrette a lasciare l’Iran con nient’altro che un singolo cambio di vestiti. L’associazione conclude: “In mezzo a queste enormi difficoltà, con il supporto dei nostri fedeli partner – Frontline Women, CISDA e i sostenitori giapponesi – siamo riusciti ad alleviare in parte la sofferenza di molte persone e famiglie. Questo è stato incoraggiante e significativo per il team di assistenza. Speriamo di mobilitare un maggiore supporto nel prossimo inverno e di garantire che queste famiglie non vengano dimenticate”. CISDA ringrazia tutti coloro che hanno inviato e vogliono inviare fondi per sostenere le attività delle Associazioni in favore della popolazione afghana. COORDINAMENTO ITALIANO SOSTEGNO DONNE AFGHANE ETS (C.I.S.D.A) BANCA POPOLARE ETICA – Filiale di Milano IBAN: IT74Y0501801600000011136660 CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane
October 2, 2025
Pressenza
Relazioni calde e amichevoli in Sicilia. Diario di bordo dalla Global Sumud Flotilla
Le diciassette barche della Global Sumud Flotilla delegazione italiana, effettuata la tappa di avvicinamento alla rotta verso il mare aperto, destinazione Gaza, sono in attesa delle ultime operazioni riguardanti i collegamenti satellitari di alcune barche ferme a Tunisi.  La maggior parte delle barche provenienti da Barcellona sono ancorate in una rada a sud di Cap Bon, in Tunisia. Nel frattempo questa tappa è utile per ulteriori piccole riparazioni e perfezionamenti, come quelle della barca sulla quale navigo, che ha dovuto sostituire o meglio riparare la vecchia membrana di un WC marino: una missione alquanto complicata perché qui a sud di Pachino la stagione è terminata e una volta arrivati a terra, con non poche difficoltà, con l’unico tender in quel momento disponibile, la strada per raggiungere il paese risulta come una lunga fetta di asfalto infinita costeggiata da alberghi e camping chiusi. Mi sono trovato dunque a dover chiedere aiuto prima con l’autostop per arrivare a circa 8 km di distanza e poi per la riparazione dal gommista specializzato in vulcanizzazione a caldo. Le prime persone a cui chiedere aiuto dopo 4 km a piedi sono una vecchina che sconsolata mi informa che la macchina sotto casa sua non la guida da anni e tre giovanissimi muratori  intimoriti non solo all’idea di lasciare il cantiere per portarmi a 5 minuti di macchina, ma addirittura al solo pensiero di dover chiedere al loro capo il permesso di allontanarsi. Percorro così un altro chilometro e mi fermo in una stazione di servizio. Dopo un po’ di conversazione chiedo alla proprietaria la sua opinione sulla situazione a Gaza, sull’assenza del governo, sulla gestione scellerata dei migranti in una terra in cui la lingua ufficiale sta quasi per diventare l’arabo e a quel punto lei si presta ad aiutarmi. Mi fa quindi portare dal suo collaboratore dal gommista, al quale vengo addirittura presentato come un amico! In Sicilia queste relazioni “calde” sono importanti anche per le piccole cose! La membrana del WC qui al sud per quel tipo di marca è praticamente introvabile e il lavoro che si appresta a fare il gommista con la vulcanizzazione a caldo è più simile all’arte che all’artigianato. L’operazione è quasi impossibile e disperata, ma viene comunque compiuta con la massima maestria; non poteva sfuggirmi l’occasione di intervistare l’artefice di questa impresa, grazie alla quale sei persone per una decina di giorni potranno contare su due bagni invece che uno solo. Il prezzo chiesto per l’intervento è del tutto simbolico. L’ammirazione e la riconoscenza verso la nostra missione inoltre sono le stesse della signora del bar, ma anche del signore che pur dovendo parlare di affari proprio col gommista sceglie di accompagnarmi seduta stante per gli 8 chilometri di ritorno alla rada, dove mi aspetta il tender. “Confesso di essere un uomo di destra – mi dice subito dopo aver capito chi sono – ma di quella destra illuminata che allo stato attuale, da alcuni anni, non riesce a trovare nessun tipo di rappresentanza in Parlamento”. Dai migranti fino alla posizione verso Israele insomma è in disaccordo totale con la destra di governo, un disaccordo accompagnato dalla consapevolezza di un’umanità perduta, di una serie di strumentalizzazioni politiche delle questioni sociali che non risparmiano né la sinistra né tantomeno la destra. Questa è l’umanità niente affatto residuale, ma sicuramente più che maggioritaria in Italia e forse in tutto il resto del mondo, che presto o tardi si farà sentire quando la situazione sarà insostenibile anche nel nostro Occidente sedicente “civilizzato.” Stefano Bertoldi
September 15, 2025
Pressenza