Aiuto e solidarietà ai migranti alla frontiera tra Italia e Francia. Intervista a Silvia MassaraPer i migranti che vi arrivano grazie al passaparola, il Rifugio Fraternità
Massi di Oulx è da anni un accogliente luogo di passaggio prima di tentare
l’attraversamento della frontiera per restare in Francia o proseguire per altri
Paesi europei. A causa dei respingimenti, il tentativo viene spesso ripetuto. Ne
parliamo con Silvia Massara, una dei volontari impegnati da anni in quest’opera
di aiuto e solidarietà.
Il Rifugio Fraternità Massi di Oulx è aperto dal 2018, ma il sostegno ai
migranti che arrivano in Val Susa esiste da prima. Puoi ripercorrere le tappe
della vostra storia?
A Bardonecchia gli arrivi di migranti in treno iniziano a marzo-aprile 2017.
All’inizio sono quasi solo guineani che arrivano direttamente dagli sbarchi nel
Sud Italia e si incamminano a piedi verso il Col de l’Echelle senza essere
fermati dalla polizia italiana. Durante l’estate gli arrivi si intensificano e
alcuni residenti prendono l’abitudine di tenere in macchina cibo e giacche da
offrire. Spesso i migranti si perdono e vengono riportati indietro da chi è
andato in gita.
I primi freddi dell’autunno allarmano il nostro piccolo gruppo, così cerchiamo
senza grandi risultati di coinvolgere le istituzioni locali. Ogni sera andiamo
alla stazione con tè caldo e coperte e cerchiamo di far aprire un magazzino
riscaldato per accogliere la gente, anche perché la neve arriva presto
abbondante e le temperature si abbassano molto. Poi a fine novembre le ferrovie,
stanche del fatto che la stazione sia diventata un luogo di rifugio e di cura,
decidono di chiuderla completamente.
Qualche giorno dopo, con l’aiuto di Rainbow4Africa, una Ong che dopo aver
operato in Africa era già intervenuta a Lesbo, si apre una piccola stanza
ripulita e riscaldata. Attorno alla stazione si forma una rete di solidarietà,
proveniente dalla media e bassa Val Susa e in cui gli attivisti No TAV sono
numerosi, che viene in soccorso al nostro piccolo gruppo locale.
Con il pericolo delle valanghe al Col de l’Echelle, riusciamo gradualmente a
convincere i migranti a utilizzare il Col du Montgenèvre, più controllato ma
meno pericoloso. Da dicembre 2017 a marzo 2018 tutte le sere saliamo a Clavière
con le nostre auto per raccogliere le persone che sono state respinte o che
rinunciano a causa del freddo molto intenso e della neve molto alta.
Decidiamo di chiedere aiuto al sindaco e al parroco di Clavière, anche in questo
caso senza esito. È in questo contesto d’emergenza, con arrivi fino a 60
persone, che nella notte tra il 21 e il 22 marzo 2018 viene occupata la vasta
sala parrocchiale situata sotto la chiesa di Clavière. Il giorno successivo
all’occupazione contattiamo Don Chiampo, parroco di Bussoleno e punto di
riferimento della Caritas della Val Susa, per chiedergli un aiuto per evitare
l’evacuazione immediata. L’evacuazione non avviene e cresce la collaborazione
tra solidali francesi e italiani. Nasce il collettivo “Chez Jésus”. Arrivano
donazioni, nonostante la lontananza di Claviere: cibo, prodotti per l’igiene,
scarponi, zaini, ecc. Tuttavia permane la minaccia dell’evacuazione, che poi
avverrà il mattino del 10 ottobre 2018.
Il 18 settembre 2018 apre il rifugio Fraternità Massi di Oulx, situato in un ex
edificio salesiano gestito dalla fondazione Talità Kum, il cui presidente è don
Luigi Chiampo. Inizialmente il rifugio ha solo una decina di posti e apre solo
di notte e poche ore di giorno, poi i posti diventeranno 45, fino al cambio di
sede tre anni dopo. Nel frattempo nella notte tra 8 e 9 dicembre 2018 viene
occupata la casa cantoniera all’uscita di Oulx, poi sgomberata il 23 febbraio
2021 dalla polizia italiana.
Queste occupazioni a fini sociali e umanitari sono state oggetto di una vasta
indagine giudiziaria che ha coinvolto più di 170 persone. Diciassette di loro
hanno ricevuto un divieto amministrativo di soggiorno nella zona del confine
della durata di sei mesi, ma alla fine sono stati tutti assolti, giacché è stata
riconosciuta la loro finalità umanitaria. Credo che al buon esito della vicenda
abbia contribuito una petizione con migliaia di firme, lanciata su entrambi i
lati del confine per segnalare la situazione di emergenza umanitaria.
Quanti migranti riuscite ad accogliere attualmente?
Il rifugio dispone di circa 70 posti letto, a cui se ne aggiungono alcuni in un
container esterno. Ma bisogna pensare che ospitiamo persone in viaggio, con
nuovi arrivi e nuove partenze ogni giorno; le persone di oggi non c’erano ieri e
non ci saranno domani, o almeno si spera, perché se ci sono significa che sono
state respinte.
La difficoltà sta nell’imprevedibilità del numero degli arrivi, che dipende in
parte dalla stagione, ma soprattutto dai flussi che iniziano migliaia di km più
in là. Le persone si comportano in modo diverso a seconda della rotta che hanno
seguito e della loro esperienza nell’affrontare la montagna. I giovani afghani
non temevano il freddo, la neve, le montagne per esperienza vissuta e non erano
fermati dall’attraversamento del mare, quindi arrivavano in massa anche in pieno
inverno. Ora che arrivano persone da Sudan e Maghreb il fatto che partano spesso
dalla Libia o dalla Tunisia fa sì che ci sia un calo invernale più marcato. Fino
adesso si è riusciti a non rifiutare l’ingresso a nessuno, anche se ci sono
stati momenti difficilissimi, con numeri fino a 230 persone in un solo giorno.
Quante persone “lavorano” al rifugio, tra volontari e personale fisso?
Il numero dei volontari è difficile da definire: credo che una quarantina sia
più o meno il numero dei regolari, ma si va da chi viene sempre una volta alla
settimana ed è sovente punto di riferimento di aspetti diversi a chi arriva
magari da Vicenza o da Genova per quattro giorni tutte le volte che riesce a
ritagliare uno spazio. Poi c’è un numero grandissimo di volontari che vengono in
modo sporadico, o che si avvicinano per la prima volta, magari passano da noi le
ferie ma non sempre riescono a ritornare. O le comunità capi scout della zona
che ci adottano da anni e a turno vengono nel fine settimana per le pulizie.
Infine ci sono i gruppi che vengono episodicamente, spesso gruppi scout in
uscita che si dedicano al rifugio durante il loro cammino o classi maggiorenni
di insegnanti illuminati.
Il personale stipendiato è costituito da circa 10 operatori che dipendono da
Talità Kum e sono responsabili della struttura, dalle operatrici legali che
dipendono dalla Diaconia Valdese e dalla referente medico e infermieri di
Rainbow for Africa.
Puoi descriverci nella pratica cosa succede al rifugio ogni giorno?
Come ho già detto, la premessa è che le persone che arrivano sono in viaggio, si
fermano quindi indicativamente una notte e ripartono il giorno seguente. La
mattina vengono riunite nel salone e si cerca di dare tutte le informazioni
necessarie sui due temi che più ci stanno a cuore: la riduzione dei rischi in
montagna e la difesa dei diritti in frontiera. Si insegnano a usare la coperta
di sopravvivenza e gli scaldamani, si forniscono i numeri telefonici di
soccorso, si cerca di raccontare cos’è una valanga e dove non si deve passare,
si spiega cosa avviene se si è fermati dalla polizia francese, quali sono i
propri diritti e cosa succede se si viene respinti.
I MSNA (minori non accompagnati) negli ultimi anni possono presentarsi in
polizia al confine e normalmente vengono fatti passare. Intanto tutti ricevono
il vestiario adatto alla stagione e un panino o pasta di dattero per affrontare
le lunghe ore di cammino. Dopo le partenze dei bus al mattino e dopo pranzo
verso la frontiera la giornata prosegue normalmente più calma, a meno che ci
siano grandi numeri di migranti. Nel frattempo sono state fatte decine di
lavatrici e le pulizie di tutto l’edificio. Verso sera purtroppo possono
rientrare i respinti, portati dal furgone dei volontari della CRI. La giornata
si chiude presto, alle 19, poiché tutti sono sfiniti.
Cosa riuscite a offrire ai migranti, spesso traumatizzati dalle violenze subite
durante il viaggio, oltre a un momento di riposo, indumenti adatti e indicazioni
pratiche per superare il confine?
Non vengono date informazioni pratiche per superare il confine, metterebbe tutti
in pericolo, ma informazioni sulla sicurezza e informazioni legali. Quello che
si spera di offrire è uno spazio in cui si sentano guardati come persone,
ascoltati se lo desiderano, confortati se ne sentono il bisogno. Dopo giorni o
mesi in cui sono stati trattati come pacchi o corpi da usare, farli sentire come
persone è già moltissimo.
Quali sono i Paesi di provenienza più rappresentati e quali le situazioni
drammatiche che li inducono a cercare una vita migliore in Europa?
Ci sono stati molti cambiamenti nei flussi in questi anni: all’inizio giovani
dell’area subsahariani francofoni in cerca di aiuto dalla Francia che si era
presa le loro risorse e che speravano potesse accoglierli. Poi tra il 2020 e il
2022 popoli dai Balcani, soprattutto afghani e molti kurdi, in fuga da guerra e
persecuzioni. Nel 2023 un enorme numero di sudanesi di nuovo in fuga dalla
guerra, a cui l’anno scorso si sono aggiunte molte persone da Eritrea e Etiopia,
con un numero impressionante di minori non accompagnati (anche 30 in un giorno).
In questa fase ancora tanti dal Sudan e in aumento dal Marocco, attirati dalle
nuove normative spagnole che rendono relativamente più facile ottenere un
permesso di soggiorno.
Al rifugio arrivano spesso minori non accompagnati, che magari hanno iniziato il
loro viaggio a 12, 13 anni. Da cosa fuggono e quali sono le procedure nei loro
confronti in Italia e in Francia?
Molti sono “inviati” dalle famiglie che investono su di loro con grandi
sacrifici, altri cercano di raggiungere famiglie lontane. In Italia sono i
servizi sociali che devono occuparsene, in valle ci sono due case di
accoglienza. Ma moltissimi di loro fuggono perché hanno un obiettivo chiaro da
raggiungere, se non è la famiglia sono amici o conterranei che li stanno
aspettando in altri Paesi europei, quindi ovviamente non c’è niente che li
convinca a fermarsi. Se si sono già dichiarati minori all’entrata in Italia o se
arrivano dai Balcani e non sono stati ancora registrati si possono presentare
alla stazione di polizia che si trova sul territorio francese e dichiararsi
minori per essere accolti. Normalmente vengono presi in carico da
un’associazione di difesa dell’infanzia che li indirizza a Gap, dove dovrebbero
passare l’esame di riconoscimento dell’età, ma molti proseguono il loro viaggio.
Tra il vostro rifugio e Terrasses Solidaires di Briançon c’è uno scambio
continuo e una condivisione di valori e attività. Puoi descriverci brevemente
quali sono e cosa fanno le organizzazioni solidali francesi?
I rapporti tra noi e i francesi sono rigorosamente legati a due temi principali:
la riduzione dei rischi in montagna e la difesa dei diritti in frontiera
(respingimenti illegali ecc). Ogni altro rapporto ci metterebbe in una
situazione di pericolo.
Refuges Solidaires è il nome del rifugio francese (strutturato su quattro sedi).
La parte principale, che ha circa 70 posti come da noi, accoglie quotidianamente
le persone in viaggio che transitano da Briançon sul loro percorso verso altre
città francesi o più spesso verso la Spagna e i Paesi del nord Europa. Si chiama
Les Terrasses Solidaires e contiene anche gli uffici di altre associazioni che
collaborano: Médecins du Monde, che ha sede a Briançon da anni e partecipa alla
parte sanitaria e alle azioni di solidarietà in montagna dette “maraudes”,
Toutes et Tous Migrants, che si occupa della parte “politica”, dei ricorsi con
gli avvocati, delle manifestazioni, ecc e il collettivo RDRM (Réduction des
risques en montagne) che nelle notti di inverno percorre i sentieri in
territorio francese per portare aiuto alle persone in pericolo di vita.
I valori che ci legano si esplicitano sovente attraverso manifestazioni comuni,
come la Grande Maraude Solidaire degli anni passati, la Commemor’Action dei
morti lungo le frontiere, una giornata mondiale di lotta che si tiene il 6
febbraio, convegni, ecc.
Che cosa ti hanno dato questi anni di intensa attività? Cosa ti dà la forza per
continuare questo impegno?
Sicuramente la nostra vita è cambiata, aver incontrato le persone che sono
passate di qui ci fa vedere il mondo in modo diverso, fare esperienza della
dignità e del coraggio di coloro che incontriamo ci cambia. In me è cresciuta la
percezione di ciò che ci accomuna tutti, una sensazione forte di vicinanza e un
gran bisogno di concretezza. Mi sento parte di una rete di persone con cui
condivido tanto; è questo il motivo per cui la convinzione non si è affievolita
negli anni.
Foto di Aldo Amoretti, Matteo Placucci e vari attivisti
Anna Polo