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«L’umanità è ferma». Germinale a Napoli, mostra di arte e pace.
NELL’OPERA DI TERESA CERVO LA FRAGILITÀ DIVENTA POSSIBILITÀ DI TRASFORMAZIONE: UN PERCORSO ATTRAVERSO ARTE, CURA E NONVIOLENZA DI FRONTE ALL’ASSUEFAZIONE ALLA GUERRA E ALLA VIOLENZA. L’opera di Teresa Cervo è equilibrio costante del corpo alla ricerca di se stesso, immersione nella fragilità umana e ricerca di un’identità collettiva, mobile nel suo divenire. La sua ricerca propone la pace attraverso l’amore per la bellezza e il suo vivere lento. Alla passività e all’assuefazione alla violenza contrappone la cura, la relazione e la nonviolenza come possibilità di trasformazione. La leggerezza diventa così una strada di trasformazione dell’uomo: non una fuga dalla realtà, ma una possibilità di attraversare anche i pesi più gravi dell’esistenza. La fragilità può diventare forza, apertura all’altro e occasione di rinascita. Da queste riflessioni nasce la nostra intervista a Teresa Cervo, a partire da Germinale, progetto esposto il 25 marzo nelle stanze dell’Hotel de Bonart e che prosegue nel laboratorio dell’artista nel centro di Napoli. Da queste riflessioni nasce la nostra intervista a Teresa Cervo, a partire da Germinale, progetto esposto il 25 marzo nelle stanze dell’Hotel de Bonart e che prosegue nel laboratorio dell’artista nel centro di Napoli. INTERVISTA A TERESA CERVO Il titolo, Germinale, vive un doppio significato: segna il settimo mese nel calendario della Rivoluzione francese, periodo primaverile di fioritura, e suggerisce un significato nascosto, il germe della malattia quando avvelena corpo e mente. Oggi, in un periodo di guerre lunghe ed estenuanti, questo duplice significato ci pone davanti a un bivio e ci espone davanti alle nostre fragilità per una scelta: fiorire, processo lento di confronto e maturazione, oppure ammalarci, traghettando verso l’inezia e la passività. Germinale, la scultura che ha dato il nome alla mia ultima mostra, è un busto di donna che rappresenta l’umanità e il suo rapporto con l’esperienza della vita e della morte. La mia sensazione è che l’umanità sia ferma, indifferente all’orrore in cui è immersa, anestetizzata dalla quotidiana sovraesposizione ad un flusso continuo di immagini di violenza e di morte che ne riduce la capacità di reazione emotiva e morale. Il bianco quasi totale dell’opera rappresenta il pericolo dell’impotenza appresa, perverso meccanismo per cui l’individuo “sa” di non poter cambiare nulla e smette di reagire. Germinale, tuttavia, conserva ancora il rosso della forza vitale che può rompere questo immobilismo e, mostrandoci le escrescenze che segnano il suo corpo, ci chiede di farle diventare i germogli di una rinascita e non più i segni di un morbo letale. Solo la cura di se stessi e dell’altro, il non essere spettatori del mondo e stranieri ad esso, porterà speranza di vita e di continuità. Penso a “l’umanità è ferma” come un congelamento del legame con l’altro e con il mondo, il cui sentimento vivo, però, non è perduto per sempre ma è lì nei meandri interstiziali della specie: quell’amore caldo che sembra svanito, che nascosto nutre le relazioni umane senza doverle sciupare oppure demolirle. Pare ci sia un’area di non-umanità nell’uomo, luogo inconscio in cui ancora si può sognare ed elaborare i vissuti traumatici (comprese le guerre), uno spazio di prevenzione alla dis-umanizzazione e alla trans-umanità (due livelli differenti ma potenzialmente consequenziali): l’uomo automatico che pericolosamente ha smesso di pensare. Il non-umano come invito a cogliere e accettare la fragilità, il limite e il confine dell’uomo. Un margine che disegna il perimetro tra sé e l’altro e che permette di incontrarsi nella eterogeneità e nella diversità. Potremmo immaginare, allora, il motore del mondo vivo attraverso una comunità attiva e non-violenta e il desiderio dell’uomo come un sogno che incontra la realtà in vita e nella sua pulsione e non in morte e nell’annientamento? Mi torna in mente la speranza come movimento che non è mai di comodo sia nell’essere desiderato in sogno che nel vissuto all’interno della realtà. Diventa un’azione attiva e non-violenta, nel senso che affinché le cose prendano una piega diversa l’impegno dell’uomo è proprio legato alla vita e al suo privilegio di poterla abitare nel bene di tutti. CARTA, FERRO E LEGGEREZZA La carta (nella forma della cartapesta) e il ferro sono i materiali che usi e strumenti di studio e ricerca. Comunicano leggerezza piena e salda pur mantenendo la loro delicatezza. Cosa ne pensi della mobilità e dell’apertura come caratteristiche del femminile-nel-mondo, cioè quella parte della realtà che dà “peso” e che accoglie lo stare-in-relazione con sé e con l’altro? La parola “peso” ha un valore inestimabile per la leggerezza. La carta è legata molto alla leggerezza che a sua volta è collegata alla fragilità. Il gesto con cui si strappa un foglio di carta è semplice e sicuro, ma questo stesso gesto non può essere realizzato con la cartapesta perché è una lavorazione che cambia la natura della carta attraverso la sua stratificazione, strato dopo strato, si struttura e diventa altro. Nell’incontro tra i due materiali che utilizzo, il ferro e la carta, risalta la forza di quest’ultima: in un ambiente ostile il ferro finirà per sgretolarsi e scomparire mentre la carta ha la capacità di resistere. Questa caratteristica mi affascina, portandomi a riflettere sul rapporto tra l’uomo e il suo ambiente. Forse sono proprio le tue sculture di cartapesta e ferro che raccontano questa sfida: la possibilità di un incontro con un ambiente nuovo, diverso e fragile, plurale e molteplice. Le tue opere orientano lungo vie temporali differenti: un passato vivo, un presente incerto e una visione nuova per la società del futuro meno rigida e chiusa, più attiva e non-violenta. Credo che se una stessa scultura comunica, nel tempo, qualcosa di diverso dipende dalla persona che l’opera incontra e ciò che egli trova. Il processo artistico coinvolge il mondo interno dell’individuo, la sua possibilità di cambiamento rispetto al primo sguardo iniziale e a quanto la sua posizione come spettatore si muove dinamicamente. Nel corso degli anni si perde lo stupore della prima volta e la sensazione di incanto della prima fase d’incontro con l’opera. Il secondo sguardo, invece, si rivolge cercando altro ed è quasi un piacere se “quest’altro” è trovato come nuovo ogni volta in ciò che si è già realizzato. Se come artista scopro qualcosa di sconosciuto e non-saputo, attraverso ciò che di diverso ha visto l’altro e che stupisce anche me, ri-guardo il mio stesso lavoro in modo differente e diventa nuova la restituzione che ricevo dall’opera stessa. Si crea una circolarità che ha effetti reali sull’ambiente circostante in modo reciproco e scambievole. Una relazione mutua del dare e dell’avere che richiama, insomma, una dimensione temporale. Il secondo sguardo chiede impegno, lentezza e fatica proprio perché la relazione possa essere ancora vissuta e compresa. In psicologia psicoanalitica, parliamo del secondo tempo di un rapporto umano che cerca un momento differente in cui scoprire l’Altro in se stesso. È l’opera umana che, tesa alla costruzione di nuove intimità, trasforma lo stare insieme in un tempo di conoscenza meno minaccioso. La relazione, perciò, diventa più dinamica e non muore se lo stupore, per quanto meraviglia unica, vive una trasformazione trovando la misura di se stessi con l’altro e viceversa, insomma una conquista del limite. Il “secondo tempo” significa per me, quindi, lentezza e fatica perché alla fine della vita tutto ciò che è veramente importante e potente richiede sforzo. Questa esperienza di impegno e responsabilità non è necessariamente qualcosa di negativo oppure un’espressione punitiva e una espiazione. Purtroppo, inseguiamo un sistema sociale complesso e articolato e ancora molto verticale in cui il culto del potere non prevede il concetto della “cura”, l’unica azione che invece potrebbe garantire un mondo sano ed equilibrato in cui poter vivere. RELAZIONE, GUERRA E CURA Sulla soglia della guerra, quindi, sembra che si perpetui una fusione mortale e indifferenziata per l’uomo. Un individuo che non diventa “soggetto” capace e libero, riconosciuto e visto non conquista un pensiero adulto che dialoga e si confronta e l’unico modo per sopravvivere sarà lo scollamento folle con se stesso e con l’altro: esperienza che può portare all’etero- e all’auto-distruzione della specie. Pare assente un investimento psico-corporeo per l’uomo – l’amore caldo – come passaggio necessario per la parola e per l’esistenza umana. Il senso di un mondo-in-salute, infatti, è pensare che nessuno debba schiacciare l’altro e nemmeno farsi schiacciare dall’altro, nessuno è materia da plasmare o manipolare. C’è la storia di una mia scultura che discute di questo: “S’io mi intuassi, come tu t’inmii”. Due teste umane vicine ma che non si fondono, nessuno dei due prende il sopravvento sull’altro, nessuno dei due significa le parole dell’altro. Nella società attuale sembra, perciò, sempre più difficile digerire le separazioni e le perdite. Manca la capacità di elaborare il lutto e affrontare la solitudine. È debole la trasformazione del vuoto in uno spazio d’assenza in cui poter entrare in contatto con un mondo reale e vivo. Probabilmente, è il tempo della lentezza che ci rapporta con la morte e il suo dolore, un movimento di attesa feconda che permette la nascita di un desiderio, figlio dell’elaborazione del lutto. Han Kang scrive delle morti bianche nelle guerre che hanno barbarizzato la Corea. Parla delle persone scomparse il cui lutto appare sospeso in eterno. Cosa ne pensi…? Mi viene in mente una mia scultura il cui titolo è “Ho tre alberi sulla schiena sottili come frecce” un lavoro sull’elaborazione del lutto: tre grandi assenze, tre grandi dolori che mi hanno attraversata come frecce appuntite ma il tempo che ho impiegato a dare corpo all’opera ha fatto sì che lo strazio diventasse il fertile terreno di una rinascita. Un duro lavoro che è stato cura del mio mondo interiore. L’incontro si conclude sulla necessità di restituire a ciascuno una lingua madre. Lingua delle origini che cura, accoglie e dona e che consegna in eredità, a tutti coloro che non ce l’hanno, la capacità di vivere il mondo potendo decifrare la realtà che lo investe. Antonella Musella
August 25, 2026
Pressenza
Warhol vs Banksy a Villa Pignatelli: quando le immagini continuano fuori dalle sale
Il mio piccolo viaggio attraverso l’arte continua. Questa volta mi ha portata a Napoli, a Villa Pignatelli, dove il 21 gennaio 2026 è stata inaugurata la mostra “Warhol vs Banksy – Passaggio a Napoli”, un confronto tra due artisti lontani per epoca, linguaggio e biografia, ma capaci di rincorrersi, sorprendentemente, sul terreno della critica sociale, dello sguardo sul potere e sull’essere umano. La mostra, curata da Sabina de Gregori e Giuseppe Stagnitta, presenta oltre cento opere che mettono a confronto Andy Warhol e Banksy. All’inaugurazione erano presenti, tra gli altri, il Direttore Generale dei Musei Massimo Osanna e il Presidente della Commissione Cultura della Camera dei deputati Federico Mollicone. L’esposizione è patrocinata dal Ministero della Cultura e dal Comune di Napoli e sarà aperta al pubblico fino al 2 giugno 2026. Villa Pignatelli si conferma così non solo come spazio espositivo, ma come luogo capace di accogliere e mettere in dialogo grandi narrazioni dell’arte contemporanea, inserendole in un contesto storico che amplifica il valore simbolico delle opere. Entrare nelle sale significa attraversare due universi. Da un lato Andy Warhol, che ha trasformato la società dei consumi, i media e la riproducibilità dell’immagine in linguaggio artistico. Warhol osserva, registra, ripete. Trasforma il dollaro, i volti celebri, gli oggetti quotidiani e i disastri in icone. In questo processo ciò che è umano diventa immagine, ciò che è tragedia diventa superficie, ciò che è valore diventa merce. Non denuncia: mostra. E proprio in questo gesto, apparentemente neutro, apre una frattura che continua a interrogarci. Lo si vede anche nel nucleo dedicato al denaro. Il dollaro firmato da Warhol diventa opera, rivelando il meccanismo attraverso cui il valore si costruisce e si mitizza. Accanto, Banksy risponde con le sue false banconote, le Di-faced Tenners, lanciate realmente tra la folla. Non immagini da guardare, ma oggetti messi in circolazione. Qui il sistema non è solo esposto: è attraversato. Dall’altro lato c’è Banksy, artista senza volto, che dell’arte fa un gesto diretto, urbano, spesso clandestino. Le sue opere nascono nei luoghi del conflitto, sulle pareti delle città, lungo le crepe del presente. Guerra, infanzia, controllo, potere, disuguaglianze, identità, migrazioni: il suo immaginario è immediato, simbolico, talvolta ironico, talvolta durissimo. Tra le opere presenti in mostra, assume un valore particolare anche la Madonna con la pistola, il celebre intervento realizzato da Banksy nel centro storico di Napoli. Un’immagine che accosta sacro e violenza, devozione e minaccia, e che è entrata nel tessuto simbolico della città. Dentro la mostra, la Madonna con la pistola porta con sé tutto il peso di questo contesto: non è solo un’icona, ma una presenza che nasce da una strada precisa, da una città segnata da contraddizioni profonde, dove sacralità e ferita convivono nello stesso spazio. Tra le immagini più iconiche, la Bambina con il palloncino continua a imporsi come una delle più potenti. Una figura semplice: una bambina, un palloncino rosso a forma di cuore, un gesto sospeso tra il lasciare andare e il tentare di afferrare. Dentro questa semplicità si concentra una metafora densa: innocenza, perdita, desiderio, fragilità dei sogni. Quel palloncino che vola via può essere amore, speranza, tutto ciò che rischia di sfuggirci. Eppure la mano resta tesa. Tra le opere più destabilizzanti, Queen Vic colpisce per la sua forza simbolica. Banksy riprende il ritratto severo della regina Vittoria e lo stravolge, trasformandolo in un’immagine provocatoria che smonta l’ipocrisia di un potere che impone regole morali mentre nega libertà fondamentali. Il corpo diventa il luogo dello scontro. L’icona si trasforma in cortocircuito. Nel percorso espositivo questi due sguardi si incontrano senza confondersi. Warhol smonta il meccanismo. Banksy lo attraversa e lo colpisce. E in questo rincorrersi emerge una domanda comune: che cosa stiamo diventando? La dimensione sociale di Banksy, tuttavia, non si esaurisce nelle immagini. Nel corso degli anni, accanto al lavoro artistico, ha sostenuto anche iniziative concrete legate a temi umanitari. Tra queste, il finanziamento della nave di soccorso Louise Michel, restaurata e ridipinta di rosa, oggi operativa nel Mediterraneo centrale. Nel luglio 2024, come riportato da Reuters, la nave è stata bloccata per venti giorni nel porto di Lampedusa dopo un’operazione di soccorso. Un episodio che ha riacceso il dibattito sulle restrizioni imposte alle navi umanitarie e sulla gestione delle migrazioni. Nel febbraio 2023, nel giorno di San Valentino, Banksy ha inoltre realizzato a Margate il murale Valentine’s Day Mascara: una casalinga anni Cinquanta, apparentemente sorridente, spinge un uomo dentro un vecchio congelatore. Solo avvicinandosi si notano i segni della violenza subita. Qui la vittima si ribella. Nei giorni successivi il congelatore è stato rimosso, lasciando il murale mutilato. Un’assenza che ne ha amplificato il senso. A questo punto, il percorso della mostra sembra non fermarsi nelle sale. Nelle opere appese alle pareti torna sempre una fragilità esposta. Qualcosa che potrebbe andare perduto. Qualcosa che chiede di essere visto prima che sia troppo tardi. In questo senso, il “passaggio” evocato dal titolo non è soltanto tra due artisti, ma tra due modi di stare nel reale: uno che lo riflette e lo amplifica, l’altro che lo attraversa per renderlo visibile. In questo dialogo tra Warhol e Banksy, l’arte si conferma come uno spazio capace di generare domande e di attraversare il presente, mantenendo aperta una relazione con ciò che siamo. Galleria fotografica  di Lucia Montanaro Inaugurazione della mostra “Warhol vs Banksy – Passaggio a Napoli”, Villa Pignatelli, Napoli. Girl with Balloon – Banksy La “Bambina con il palloncino”, una delle opere più iconiche in mostra Andy Warhol – Liza Minnelli Disco e chitarra firmata esposti nella mostra. Opere di Banksy in mostra Allestimento con stencil e serigrafie di Banksy. Opere di Andy Warhol esposte a Villa Pignatelli Vinili, ritratti e materiali legati alla cultura pop. Pubblico all’inaugurazione della mostra Villa Pignatelli, Napoli. Presentazione istituzionale della mostra Intervento delle autorità e dei curatori all’inaugurazione. Banksy – Il lanciatore di fiori, simbolo di protesta nonviolenta Massimo Osanna (Direttore Generale Musei) e Federico Mollicone (Presidente Commissione Cultura) a Villa Pignatelli Inaugurazione della mostra “Warhol vs Banksy” a Villa Pignatelli Madonna con la pistola – Banksy Opera esposta nella mostra “Warhol vs Banksy – Passaggio a Napoli”.  Banksy, Queen Vic, in mostra a Villa Pignatelli Lucia Montanaro
January 22, 2026
Pressenza
HOPE – La rinascita attraverso il dolore: quando il corpo diventa linguaggio
Il nuovo lavoro di Matteo Anatrella usa il corpo nudo come linguaggio essenziale, vulnerabile e potentissimo. La bellezza salverà il mondo? La domanda resta aperta, ma una cosa è certa: l’arte continua a mostrarci ciò che spesso non vogliamo vedere. È un linguaggio che non consola, ma rivela; che non nasconde, ma espone l’essenziale. E quando sceglie il corpo come strumento, lo fa nella sua forma più sincera, priva del superfluo. In questa nudità, vulnerabile e potentissima, nasce HOPE , il nuovo lavoro di Matteo Anatrella. Nel video HOPE , la figura femminile emerge dal simulacro della sofferenza per ritrovare sé stessa. Un percorso visivo e simbolico che trasforma il corpo in linguaggio universale di libertà. HOPE è un’opera intensa e viscerale del videoartista napoletano Matteo Anatrella, realizzata nell’ambito di Anema Project, una ricerca visiva che esplora i confini tra arte, corpo e spirito. Il video si apre con un’immagine quasi claustrofobica: una figura femminile, velata di bianco, chiusa in un involucro che ricorda un sudario insanguinato. È il simbolo di una prigionia interiore, della paura e del dolore che immobilizzano l’essere umano. Poco a poco, il corpo inizia a muoversi e a liberarsi. La pelle si ripulisce lentamente dal sangue, metafora di ferita ma anche di vita che pulsa, di rinascita che passa attraverso il dolore. Il movimento della modella, Giada Onofrio, è allo stesso tempo contorto e liberatorio: ogni gesto diventa un atto di resistenza e un grido di speranza. Nella sequenza finale, la figura alza le mani verso l’alto, i palmi aperti verso chi guarda. È un gesto che contiene insieme resa e rivelazione, vulnerabilità e potenza. L’essere umano, spogliato di ogni maschera, torna a respirare e ad affermare la propria esistenza. La forza dell’opera sta nel suo linguaggio visivo puro, privo di parole ma capace di evocare con immediatezza la condizione umana: la sofferenza, la trasformazione, la speranza. Il lavoro si inserisce nel percorso di Anema Project, che unisce arte visiva, performance e ricerca spirituale in una visione condivisa da Annarita Mattei, con la collaborazione di Aldo Romana come primo assistente, Giuseppe Maturo come fotografo di backstage e Luca Anatrella per l’editing. HOPE si lega idealmente a un altro progetto di Matteo Anatrella: In Memoriam – Manifesto Visivo , presentato ai Magazzini Fotografici di Napoli nel maggio 2025. In quell’occasione l’artista, insieme al team di Anema Project, trasformò lo spazio espositivo in un luogo di commemorazione e denuncia, invitando decine di donne a offrire il proprio corpo e il proprio volto contro il femminicidio. Il corpo vivo, guidato a terra e chiuso in un sacco scuro, diventava simbolo di assenza e resistenza. Un atto corale, politico e poetico, capace di rendere visibile il lutto e la memoria attraverso la partecipazione diretta. Con HOPE , questa ricerca prosegue in una dimensione più intima e individuale, ma non meno universale. Se In Memoriam rappresentava il lutto collettivo, HOPE incarna la rinascita. L’interesse di Anatrella per i temi sociali non si limita alla violenza di genere. La sua visione artistica, richiamata anche in contesti di cittadinanza attiva e di autodeterminazione femminile, unisce interiorità e collettività, spiritualità e responsabilità. Le sue opere ci ricordano che la libertà passa attraverso la consapevolezza e che ogni gesto artistico può essere un atto di liberazione. In chiusura dell’articolo sarà possibile trovare il link al video HOPE e alcune immagini tratte dal backstage. La visione diretta è essenziale: nessuna descrizione può sostituire la forza del corpo che prende forma nell’immagine, il gesto che si compie, la trasformazione che accade sotto lo sguardo. Crediti Videoartista: Matteo Anatrella Produttore: Annarita Mattei Modella: Giada Onofrio Primo assistente: Aldo Romana Fotografo di backstage: Giuseppe Maturo Montaggio: Luca Anatrella Progetto: Anema Project DAL SET DI HOPE: ALCUNI MOMENTI DIETRO LE QUINTE” Il video https://www.instagram.com/reel/DQKLF3dCZG4/?igsh=eXF4bzZzODkxc245 Articolo “In Memoriam: la fotografia contro il femminicidio” > In Memoriam: la fotografia contro il femminicidio Lucia Montanaro
November 13, 2025
Pressenza
Sostenere il futuro – Sostenibilità digitale: una sfida tra ombre e possibilità
La rassegna di opere artistiche sia analogiche che digitali e di performance delinea un percorso euristico esplorativo delle senzazioni percepite nelle dimensioni materiali e immateriali, ovvero fisiche e concettuali, concrete e astratte, reali e artificiali nell’avvenersitico ‘mondo virtuale’, cioè iper-tecnologizzato, del futuro. Inclusa nel programma della IX edizione del Festival delle Trasformazioni, il cui tema è “Una società equa e sostenibile: trasformazioni in corso”, è allestita nelle sale della Seconda Scuderia edificata nel 1473 a un lato del Castello di Vigevano, un complesso monumentale al cui ingresso principale preceduto dalla scenografica scalinata in pietra affacciata sulla meravigliosa piazza Ducale vigevanese, un gioiello di architettura urbana rinascimentale, svetta la Torre del Bramante. Il contrasto con l’ambientazione mette in risalto il nesso tra gli aspetti estici ed estetici della mostra collettiva ideata e realizzata da due associazioni lombarde, la vigevanese Evuz Art e la milanese NOIBRERA, che recentemente insieme al Presidio per la Pace di Sesto San Giovanni ha presentato la mostra Le linee continue della pace. Della rassegna che, su invito di Rete Cultura Vigevano, le due associazioni – entrambe dedite a “sostenere la creatività come esperienza accessibile, comunitaria e profondamente connessa con il presente” – spiegano: > Con questo progetto si vuole offrire uno spazio di riflessione condivisa sul > rapporto tra sostenibilità e digitalizzazione, affrontando il tema non > soltanto dal punto di vista ambientale o tecnico, ma piuttosto come questione > culturale, sociale e profondamente umana. > La mostra nasce dalla necessità di non guardare più il digitale solo come > innovazione, ma come ambiente in cui siamo immersi ogni giorno – un ambiente > che modifica profondamente il modo in cui viviamo, pensiamo, ricordiamo e > percepiamo. In questo senso, parlare di sostenibilità digitale significa > affrontare non solo un problema tecnico o ambientale, ma anche una questione > culturale, etica e umana.Viviamo in un’epoca in cui il digitale appare > immateriale, rapido, trasparente. Scorriamo immagini, archiviamo dati, ci > connettiamo senza sosta. Eppure ogni gesto digitale consuma energia, produce > scarti invisibili, lascia tracce fisiche. Le infrastrutture che lo rendono > possibile – cavi, server, miniere di terre rare – restano nascoste, così come > restano spesso invisibili le trasformazioni profonde che queste tecnologie > operano nei nostri comportamenti, nelle relazioni, nell’identità.In questo > contesto, gli artisti coinvolti non usano necessariamente strumenti digitali, > ma si confrontano con le sue conseguenze simboliche e percettive. Attraverso > pittura, disegno, scultura, fotografia, tecnica mista, linguaggi digitali o > performance ci invitano a riflettere su ciò che si sta smaterializzando: il > corpo, la memoria, la profondità dell’esperienza. SOSTENERE IL FUTURO – SOSTENIBILITÀ DIGITALE: UNA SFIDA TRA OMBRE E POSSIBILITÀ La rassegna presenta in esposizione opere di : Alessandro Abruscato, Massimo Bandi, Maurizio Bondesan, Emma Bozzella, Giò Cacciatore, Giuliana Consilvio, Renzo Dell’Ungaro, Aleksandra Erdeljan, Marina Falco, Annamaria Gagliardi, Renato Galbusera, Silvana Giannelli, Antonio Giarrusso, Giuse Iannello, Lorenzo Lucatelli, Giò Marchesi, Giuseppe Matrascia, Veronica Menchise, Nik Palermo, Nadia Pelà, Günter Pusch, Marco Raimondo, Pierangelo Russo, Alex Sala, Fabio Sironi, Rossella Taffa e Laura Trazzi. All’inaugurazione sono state proposte le performance : “Non sono ancora diventato migliore” di Alex Sala e “Teatro Fracking” con Fabio Sironi e Gianni Mimmo. Presto verrà comunicato il programma del finissage. INFORMAZIONI : RETE CULTURA VIGEVANO – c/o APC corso Cavour, 82 – Vigevano, PV 27029 NOIBRERA – info@noibrera.it   in esposizione nella Seconda Scuderia del Castello / Vigevano, PV – piazza Ducale nelle giornate di sabato e domenica, dalle 11 alle 18, fino al 16 novembre 2025 CODICE 404 – Un’opera che mette in dialogo primordiale e digitale, fallimento e ricerca, presenza e assenza. Le figure stilizzate richiamano i graffiti rupestri: tracce essenziali dell’umano. Al centro domina un grande QR code, simbolo della nostra connessione continua a un altrove tecnologico. Ma cosa accade quando il collegamento si interrompe? Il titolo CODICE 404 cita l’errore di rete che indica una risorsa non trovata: come quando l’informazione scompare, come quando l’identità si frantuma nell’iper-connessione. Il video collegato – 59 secondi tra bianco e nero, rosso e suono pulsante – estende l’opera oltre la tela, in uno spazio digitale ulteriormente effimero. È un cerchio che non si chiude: cercare, fallire, riprovare. Restare umani. Un invito a riflettere sui limiti del progresso e su ciò che rimane di profondamente umano nel caos tecnologico. L’autore, Renzo Dell’Ungaro è art director e grafico con una lunga esperienza nella progettazione editoriale. Ha ideato e realizzato riviste di grande diffusione e prestigio, curando identità visive, impaginazione e comunicazione integrata. Parallelamente porta avanti una ricerca artistica che esplora il rapporto tra essere umano e linguaggi digitali, mettendo in dialogo segni primordiali e codici contemporanei. Oggi il suo lavoro unisce professionalità tecnica e visione creativa, dando forma a progetti che interrogano passato e futuro dell’immagine. Maddalena Brunasti
November 2, 2025
Pressenza
Arte e pace nelle Madonne di Rosita
A Mirabella Eclano l’inaugurazione della mostra di Rosita Caiazzo: un percorso che restituisce voce e luce al femminile come potere di trasformazione e accoglienza. Mirabella Eclano, 13 settembre 2025 – Al Museo di Arte Sacra si è tenuta l’inaugurazione della mostra Le Madonne di Rosita , opere di Rosita Caiazzo che reinterpretano le icone mariane popolari, rivestendole di gioielli, strass, perle e fili luminosi. La sala ha accolto un pubblico numeroso e la presenza del sindaco Giancarlo Ruggiero, segno del valore riconosciuto dalla comunità a un evento capace di intrecciare tradizione e contemporaneità. Durante la presentazione qualcuno ha chiesto: «C’è la Madonna del sorriso, quella della luce, dell’amicizia… ma dov’è la Madonna della pace?». Rosita ha sorriso e ha risposto: «Sono tutte di Pace». Queste parole racchiudono il cuore della mostra. La pace non è assenza di conflitto, ma la sua trasformazione: differenze e tensioni che convivono senza distruggersi. Le Madonne di Rosita ci dicono che possiamo essere adornati e profondi, fragili e luminosi, senza che una dimensione annienti l’altra. Il 20 settembre Mirabella Eclano vivrà un altro momento collettivo: la Tirata del Carro , rito antico che unisce sacro e profano, fede e festa. Come le Madonne di Rosita, anche il Carro ricorda che la pace non è un concetto astratto ma un’esperienza di comunità: la libertà di espressione che diventa coralità. È la partecipazione condivisa a rendere vive le tradizioni, trasformandole in patrimonio comune. Là dove la guerra distrugge il sacro e l’arte, questi gesti comunitari – una mostra, una festa, un carro che si solleva – mostrano che la pace abita qui: nella capacità di un popolo di esprimersi insieme, custodire memoria e futuro, trasformare il conflitto in appartenenza. E forse questo è anche il tempo in cui le donne vanno riscoperte come Madonne: non immagini lontane e intoccabili, ma vivi del femminino come potere curante dell’umanità. In loro si rivela una forza che non divide ma unisce, che non domina ma accoglie, che non giudica ma trasforma. Ritrovare questo femminino significa aprire strade nuove di cura e di pace, là dove l’umanità può ritrovare la propria possibilità di salvezza. Rosita Caiazzo, nata a Napoli e residente a Sorrento, è artista visiva formatasi all’Accademia di Belle Arti di Napoli. La sua ricerca intreccia pittura, scultura e installazioni, con una particolare attenzione al linguaggio popolare e religioso. Con Le Madonne di Rosita restituiscono voce e luce a immagini devozionali familiari, trasformandole in simboli di bellezza, appartenenza e cura collettiva. Stefania De Giovanni
September 14, 2025
Pressenza