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Antico Egitto, ovvero il potere della parola
Sono andata a visitare il celebratissimo Museo Egizio di Torino, una delle glorie della città e dell’Italia tutta, visto che è il secondo museo per completezza di testimonianze dopo quello che si trova a Il Cairo. Non sono un’egittologa perciò – tranquillizzatevi – non farò dotte dissertazioni sull’argomento e mi limiterò a sottolineare solo un aspetto. Trovandomi di fronte a una lunga serie di stele, statue, papiri sono stata colpita dalla fitta rete di iscrizioni che ricoprono praticamente tutto lo spazio disponibile. Non c’è centimetro quadrato lasciato libero sulla superficie di queste larghe tavole di pietra, su cui sono incise con segno sottile, dinamico ed elegante immagini di uomini, donne, dei, animali in una serie continua, ordinata e precisa di geroglifici. Una sorta di “horror vacui” in cui sono immerse lapidi, statue, stoffe, pitture. Anche i sarcofaghi che contengono i corpi mummificati degli uomini del passato sono ricoperti di scritte tutt’attorno e perfino le bende di alcune delle mummie presentano delle scritte. Così come, nelle statue, ne sono ricoperti i corpi e le vesti di dei e di scribi, a volte raffigurati accucciati, nella posizione della cosiddetta “statua-cubo”, per permettere alla veste di formare una superficie continua attorno alle gambe in una sorta di quadrato. Ma i geroglifici sono “parole”. Parole scritte. Compaiono intorno al 3200 a.C. Non è che gli antichi egizi fossero logorroici, è che assegnavano alle parole il peso della pietra e dell’eternità, dunque un grande potere. Le parole non erano “flatus voci”, momentanee e temporanee, sostituibili a piacere, contraddittorie perché valide solo nel momento in cui vengono pronunciate. Le iscrizioni egizie erano parole che dovevano servire a difendere dai morsi di serpenti e scorpioni (molto comuni e molto pericolosi), ingraziarsi gli dei, pregarli di guidare le anime dei defunti nell’aldilà. La vita e la morte difese da una barriera di parole. Gli egizi sono stati tra i primi popoli a usare la scrittura, che – secondo la loro tradizione – gli era stata donata dal dio Toth, patrono della conoscenza e degli scriba. Il dio Toth. Olaf Tausch, Wikimedia Commons Oggi, disincantati come siamo, guidati da spirito pseudoscientifico e senso di superiorità rispetto al passato, chiamiamo “magica” la funzione che le parole possedevano a quel tempo, quando venivano usate come protezione ed evocazione. Un po’ la stessa funzione che tendiamo ad assegnare ancora oggi ad amuleti come il cornetto rosso, il ferro di cavallo o il quadrifoglio, a cui alcuni credono ancora senza per questo ritenersi posseduti da una mentalità magica. D’accordo, l’oggetto magico di tipo collettivo ha una lunga tradizione, poi ne esistono alcuni del tutto personali e anche piccoli rituali a cui non si vuole rinunciare (ad es. dovendo dare un esame all’università, vestirsi sempre come si era vestiti quella volta in cui è andato bene). Quello che mi preme sottolineare è che qui si tratta di parole, che evocano la potenza di quanto viene nominato. La parola corrisponde alla cosa ed è dono di un dio, dunque è sacra. Il paragone con l’oggi è impietoso. Parole scritte e parlate ci inondano dai media, dai social, dal labirintico intrico di formule burocratiche elargite a piene mani proprio con l’intento di non significare. Un fiume, un oceano di parole che ci sommergono, parole che dicono, non dicono, si contraddicono, nate proprio per fuorviare e confondere (fake news!) o sfibrarsi nell’insignificanza. Un troppo che ha perso il senso, sintomo di una contemporaneità disorientata che non trova più valori perché non trova più i significati a cui ancorarli. Questa svalutazione di uno degli strumenti più propriamente umani fa sì che per proteggerci diventiamo più insensibili e ci chiudiamo nel nostro io, perché la possibilità di comunicazione/contatto con l’altro risulta incrinata. Ci difendiamo dalle parole insignificanti rinchiudendoci in circoli in cui ci confrontiamo solo con coloro che la pensano come noi (le cosiddette “bolle” social). Se “le parole sono importanti”, come recita un famoso detto morettiano, be’, allora cerchiamo di ridare loro un peso, un’intensità, un’emozione. E infine un pensiero. Vorrei davvero che si tornasse alla parola come potenza. E non tanto perché gli antichi la sapessero più lunga di noi, ma perché erano più vicini al cuore delle cose, meno sopraffatti dal troppo di umano che ormai anche con le parole diffondiamo a piene mani, in questo Antropocene bellicoso e dissennato in cui regna solo una grande confusione. Redazione Milano
October 22, 2026
Pressenza
Smemoriale
Anche per il nostro Presidente Della Repubblica, la Storia sembra cominciare dal 7 ottobre. Premetto che non ho nessun interesse nel criticare le parole del PDR, figura in cui non mi riconosco, gli psicologi direbbero che ho un problema con l’autorità. Ed in effetti ce l’ho, soprattutto quando l’autorità dovrebbe […] L'articolo Smemoriale su Contropiano.
October 10, 2026
Contropiano
Verbi e declinazioni possibili
di Mauro Armanino Le parole che usiamo raccontano il mondo che stiamo costruendo. Tra armarsi, controllare, respingere e punire, Mauro Armanino riscopre un verbo semplice e radicale: scegliere da che …
September 28, 2026
Osservatorio Repressione
#08 Apocalypse Prompt | Un token per domarli, un token per trovarli, un token per ghermirli e nel buio incatenarli – di Alessandro Verna
Nuovo appuntamento con la rubrica di Alessandro Verna, Apocalypse Prompt, ospitata in queste settimane da Effimera. Siamo portati a pensare che l'innovazione tecnologica abbia a che fare con la creazioni di nuovi prodotti o di nuove modalità di produzione. Diamo meno importanza all'idea che la tecnologia è soprattutto una forma di organizzazione, funzionale agli [...]
August 31, 2026
Effimera
#07 Apocalypse Prompt | Nessun calcolatore della serie 9000 ha mai commesso un errore o alterato un’informazione – di Alessandro Verna
È lunedì, è tempo di una nuova puntata di Apocalypse Prompt, inchiesta "dall'interno", vissuta e scritta da Alessandro Verna. Il rapporto tra essere umano e Intelligenza Artificiale si dipana da un indistinto senso di vuoto che all'inizio è sollievo incredulo per la velocità con cui l'AI esegue i compiti ma presto si trasforma in [...]
August 24, 2026
Effimera
Gaza muore, il mondo discute come dirlo
“Siamo l’unico popolo nella storia costretto ad essere testimone del proprio genocidio e poi a controllare ciò che diciamo per non ferire i sentimenti di chi lo sta compiendo”: la frase di Susan Abulhawa che smaschera il silenzio occidentale su Gaza “I palestinesi devono perfino misurare il proprio dolore”. Le […] L'articolo Gaza muore, il mondo discute come dirlo su Contropiano.
June 26, 2026
Contropiano
L’uomo che resta. Cospito e i libri – di Luigi Vergallo
In casa mia si raccontava una storia che riguardava il Ticinese, il nostro quartiere, e uno degli uomini che lo abitavano. Quest’uomo era conosciuto da tutti e lo conosceva bene anche la mia famiglia. Non entra in questo mio scritto, dunque, né come un personaggio astratto, né come una funzione narrativa. Era un uomo [...]
May 20, 2026
Effimera
Addomesticare le frontiere
Il Preambolo alla Costituzione dell’UNESCO ((United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization) dichiara che ‘Poiché le guerre hanno origine nello spirito degli uomini è nello spirito degli uomini che si debbono innalzare le difese della pace’… e lo scopo dell’Organizzazione è di ‘contribuire alla pace e la sicurezza attraverso… l’educazione, […] L'articolo Addomesticare le frontiere su Contropiano.
April 26, 2026
Contropiano
Le guerra delle parole e nelle parole
Ci sono parecchie cose a non quadrare nell’andamento della guerra in corso in Medio Oriente. Tra queste c’è la guerra delle e nelle parole utilizzate sui media mainstream per raccontare cosa sta accadendo. Cominciamo dall’informazione secondo cui gli attacchi israeliani e statunitensi sull’Iran “colpiscono gli obiettivi”, mentre i missili iraniani […] L'articolo Le guerra delle parole e nelle parole su Contropiano.
March 27, 2026
Contropiano
Recensione: Questo libro è illegale. Contiene parole che insidiano la “sicurezza”
É un dovere e un piacere per l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università dedicare alcune riflessioni all’importante volume collettaneo, pubblicato da Altreconomia edizioni nel 2025 e curato da Osservatorio Repressione e da Volere la Luna, dal titolo Questo libro è illegale. Contiene parole che insidiano la “sicurezza”. Si tratta di un libro abbondantemente recensito e discusso, ma riteniamo opportuno presentarlo attraverso la chiave di lettura della “militarizzazione”, uno dei lemmi che compongono quest’opera corale e il cui estensore è, non a caso, Giovanni Russo Spena, attivo proprio nell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Opera corale, si diceva, ma sarebbe più corretto, forse, parlare di un mosaico le cui tessere sono rappresentate da una serie di voci (Abitare, Blocco stradale, Boicottaggio, Carcere, Daspo, Disobbedienza, Fascismo, Fogli di via e misure di prevenzione, Informazione, Legalità, Militarizzazione, Migranti, Movimenti, Multe e risarcimenti, Mutualismo, Nemico, Paura, Polizia, Resistenza, Sicurezza, Zone rosse) redatte da giurist3, docenti universitari3, attivist3, giornalist3, che dal punto di vista privilegiato della propria specifica competenza disciplinare e/o del proprio attivismo compongono un quadro articolato di una società attraversata da correnti di dissenso sempre più minacciate dalla repressione e in particolare dall’infausto “D.L. Sicurezza” convertito nella L. 80/2025. Quest’ultima rappresenta il filo rosso che attraversa i diversi ambiti a cui le voci del libro si riferiscono, in una cornice di senso fornita dal denso saggio introduttivo di Alessandra Algostino. Vale la pena sottolineare come Algostino e Livio Pepino (autore di diverse voci) condividano non solo la provenienza torinese e la formazione giuridica, ma anche un ruolo di primo piano nel Coordinamento antifascista torinese. Le analisi proposte dall’introduzione e ricorrenti nei diversi interventi sono ampiamente generalizzabili e applicabili alle più diverse realtà di resistenza e lotta nell’intera penisola, ma risultano particolarmente efficaci proprio nel contesto di una Torino che può essere definita un vero e proprio “laboratorio di repressione”, in cui in particolare le/gli student3 sono stat3 oggetto di interventi sproporzionatamente repressivi da parte di polizia e Procura e in cui tra pochi giorni si terrà un’importante manifestazione nazionale contro il recente sgombero del CSOA Askatasuna. Tornando a ripercorrere il libro, la già citata introduzione inquadra le voci del glossario in un percorso al cui crocevia convergono – sullo sfondo della “tormenta neoliberista” e della preparazione alla guerra – l’esautoramento del conflitto e del Parlamento, l’espulsione del dissenso e la demolizione della democrazia sociale, la minaccia di una torsione in senso autoritario della democrazia, il tradimento della Costituzione. Questi aspetti definiscono un orizzonte in cui nell’articolazione dei diversi lemmi resta costante la tensione tra un piano più strettamente analitico e un piano di concreta individuazione dei margini di agibilità in cui resta comunque possibile incunearsi nonostante le maglie strette della legge 80/2025: boicottaggio, disobbedienza e resistenza (le tre voci “in positivo” del glossario) rappresentano le risposte, sempre più costose dal punto di vista penale e anche economico (si veda l’approfondimento dedicato a “Multe e risarcimenti”) a un sistema che anche i “pacchetti sicurezza” in corso di definizione tendono a rendere sempre più oppressivo. Da questo punto di vista il libro è un interessante e abbastanza singolare connubio tra teoria e prassi, come a rispondere all’invito gramsciano: «Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza». Dal nostro punto di vista, rileviamo come il tema della militarizzazione sia uno dei possibili percorsi di lettura del glossario, in quanto sono proprio le forze dell’ordine (e in particolare la Polizia, a cui è dedicata una voce specifica in cui si affronta efficacemente il tema della sua mancata riforma) e la loro presenza pervasiva nella società il perno operativo della torsione in senso illiberale delle democrazie occidentali e nello specifico di quella italiana. Uno dei temi ricorrenti nei diversi interventi è che la militarizzazione della società civile (di cui la scuola è una delle componenti più vivaci) sia esito di un apparentemente inarrestabile processo di trasformazione dello stato del welfare in stato del warfare, con una progressiva e drammatica erosione dei diritti un tempo garantiti dallo stato sociale e una conseguente crescita di un sentimento di insicurezza diffuso, a sua volta prodotto dello sgretolamento dei rapporti sociali nell’epoca del neoliberismo sfrenato e alimentato ad arte dai media mainstream. Le forze dell’ordine in questo senso rappresenterebbero lo strumento della guerra che le classi dominanti conducono contro le classi subalterne, il cui corpo fisico e politico è espunto attraverso strategie di sorveglianza e/o espulsione più o meno eclatanti: in città sempre più “vetrinizzate” in ossequio alla logica dei grandi eventi (si vedano le prossime Olimpiadi invernali di Milano-Cortina), il processo di gentrificazione e, in determinati momenti, la creazione di zone rosse, così come i Daspo, i Fogli di via e le misure di prevenzione, limitano di fatto la libertà di movimento garantita dall’articolo 13 relativo all’inviolabilità della libertà personale. La città cessa di essere polis, l’agorà come spazio vivo di confronto democratico cede il passo a centri in cui l’obiettivo della sicurezza è ottenuto tramite la marginalizzazione e l’espulsione di intere categorie di “indesiderabili”. Questi soggetti sono tali per la loro intrinseca divergenza rispetto alla norma e partecipano del destino di “criminalizzazione preventiva” di tutti quei soggetti che, in virtù di un’appartenenza più o meno attiva all’area dell’antagonismo o per espressioni più o meno esplicite di dissenso anche nell’adozione di semplici stili di vita “non conformi”,  vengono rappresentati, con la complicità dei media mainstream, come minacce di volta in volta potenziali o effettive all’ordine pubblico. In nome di una sicurezza interpretata alla luce della necessità di “sorvegliare e punire” si pretende che la persecuzione di queste minoranze rappresenti il necessario baluardo di una democrazia in crisi o di interessi nazionali minacciati da nemici esterni più paventati che reali, che solo politiche di riarmo, a loro volta basate su un’economia di guerra che sacrifica il welfare, possono efficacemente contrastare. E così il concetto stesso di democrazia viene ridotto a semplice funzione di governo da parte di una maggioranza legittimata dalla vittoria elettorale, dimenticando che ciò che rende viva e autentica una democrazia è proprio la possibilità per le minoranze di partecipare alla vita politica e di farsi portavoce di alternative. La militarizzazione arma le forze dell’ordine contro il nemico interno e le forze armate contro le minacce esterne: due facce della stessa medaglia, i cui artefici devono però fare i conti con la resistenza di chi non tace e di chi non obbedisce, di chi non si piega e non si conforma e che rappresenta con le parole e con l’azione il più potente antidoto alla rassegnazione e alla realizzazione di scenari distopici: alla parola d’ordine tatcheriana TINA (There is no alternative) i movimenti risponderanno sempre “un altro mondo è possibile”. Tutto questo e molto altro troviamo dunque in un’opera in cui convergono storia, filosofia, diritto, sociologia, un libro contemporaneamente “colto” e accessibile, sicuramente fruibile anche da un pubblico di non specialisti, un libro la cui lettura, debitamente guidata, potrebbe essere un ottimo spunto di riflessione per docenti e studenti che vogliano dedicarsi a un percorso di educazione civica non scontato e decisamente orientato alla comprensione della contemporaneità, anche in considerazione della centralità della scuola nel porsi come baluardo nei confronti della censura e nella sua intima vocazione di costruzione di una coscienza critica la cui maturazione non può, oggi più che mai, prescindere da un serio confronto con i temi più urgenti della contemporaneità. Per maggiori dettagli sul libro (compresi autori delle singole voci e presentazione di Osservatorio Repressione e Volere la Luna) rimandiamo al sito dell’editore https://altreconomia.it/prodotto/questo-libro-e-illegale/. Per ulteriori spunti di riflessione segnaliamo la presentazione tenutasi a Torino presso il Centro Studi “Sereno Regis” il 19 gennaio 2026, di cui è disponibile la registrazione: https://www.youtube.com/watch?v=s73bwDQI334. Irene Carnazza, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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