LA #GUERRA AL LITRO #war #iran
LEVANTE - Casa del Sole TV
Il conflitto unico presenta il conto all’Italia. #QatarEnergy proroga la forza
maggiore fino a fine settembre: 24 carichi di #GNL cancellati, e il primo
cliente europeo di quel gas siamo noi. Alla pompa il gasolio resta sopra i due
euro; il governo trova 125 milioni per dieci giorni di sconto e ne prenota
14.900 per il riarmo attraverso i prestiti SAFE.
https://www.youtube.com/watch?v=gXl3shsXSKM
Tag - gnl
L’Europa schiava del costoso gas stelle-e-strisce
Un grafico molto significativo sta girando sui social, in particolare su X.
Elaborato sulla base del dataset European LNG Tracker del think tank
statunitense Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA),
mostra in maniera evidente come, al primo trimestre del 2026, si possa
tranquillamente dire che l’Europa si è […]
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Vel-ENI e Venture Global: danni ambientali e pratiche controverse
Identikit del partner strategico di Eni. di Alessia Cesana (*) – Foto ripresa da
ReCommon ReCommon ha acceso una luce sulle controversie che riguardano Venture
global, uno dei principali esportatori di gas “naturale” liquefatto (Gnl) degli
Stati Uniti e partner di Eni da luglio 2025, quando hanno firmato un contratto
ventennale per una fornitura totale di 40 milioni di
Anche Confindustria torna a parlare di gas russo e di miopia della UE
Appena qualche giorno fa riportavamo le parole di Claudio Descalzi,
amministratore delegato di ENI, che parlava della necessità di sospendere il
bando del gas russo, in vigore dal prossimo primo gennaio. Dichiarazioni
piuttosto dirompenti, visto che arrivavano da uno dei principali attori del
mercato degli idrocarburi, e colpivano direttamente una […]
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su Contropiano.
Riflessioni sulla crisi energetica
articoli di Nicolas Lozito, Gianluca Ruggieri, Stefania Del Bianco e delle
redazioni di Kenergia e QualEnergia. A seguire notizie sulle conseguenze del
blocco di Hormuz. In questa piccola rassegna di articoli non troverete
necessariamente posizioni politiche; tuttavia ci sono contenuti utili per farsi
un quadro dello stato dell’arte e qualche esempio sul quale riflettere.
Miracolo spagnolo? di Nicolas
Piombino, da città dell’acciaio a hub del gas e delle armi
PIOMBINO NON VUOL ESSERE UN HUB DEL GAS E DELLE ARMI.
11 APRILE MANIFESTAZIONE A PIOMBINO PERCHÉ LA CITTÀ NON VUOLE ESSERE UN HUB DEL
GAS E DELLE ARMI.
ORE 16.00 PIAZZA GRAMSCI.
SIETE TUTTI INVITATI.
Piombino è una terrazza … Leggi tutto
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essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
La guerra nel Golfo e il prezzo globale: energia, inflazione e il fallimento della politica di potenza
Energia, inflazione e geopolitica: perché questa guerra la stiamo già pagando
tutti
Quando il 28 febbraio 2026 gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato l’operazione
militare congiunta contro l’Iran, il mondo non ha assistito soltanto
all’ennesima escalation in Medio Oriente. Ha assistito all’accensione di una
miccia energetica globale, i cui effetti stanno ricadendo adesso sulle bollette
di famiglie a Milano, Berlino, Tokyo e Seoul — su chiunque, in sostanza, abbia
bisogno di riscaldare casa, fare benzina o acquistare un prodotto industriale.
La guerra, come sempre, non è mai solo di chi la combatte.
A quasi un mese dall’inizio del conflitto, il bilancio economico è già pesante e
rischia di aggravarsi in modo drammatico. L’Agenzia Internazionale per l’Energia
ha definito quello che si sta consumando nel Golfo Persico come la più grande
interruzione dell’offerta petrolifera nella storia del mercato globale — un
primato sinistro che supera gli shock del 1973 e del 1979. Non sono parole di
pacifisti: vengono dall’istituzione internazionale deputata a monitorare i
mercati energetici per conto dei paesi consumatori. Il messaggio è
inequivocabile: questa guerra sta costando a tutti, e il conto non è ancora
chiuso.
Il collo di bottiglia del mondo
Per capire la portata dello shock, bisogna partire da un dato geografico che la
maggior parte delle persone ignora fino a quando non diventa un’emergenza. Lo
Stretto di Hormuz, largo appena 34 chilometri nel punto più stretto, tra le
coste dell’Iran e dell’Oman, è il corridoio attraverso cui transita circa il 20%
di tutto il petrolio e il gas naturale liquefatto consumato nel pianeta. Ogni
giorno, prima del conflitto, vi transitavano circa 20 milioni di barili di
greggio.
Attorno a quel corridoio si affacciano otto tra i maggiori produttori mondiali:
Arabia Saudita, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar. Quando le Guardie
Rivoluzionarie iraniane hanno dichiarato il “controllo totale” dello stretto e
minacciato di colpire qualsiasi nave in transito, si è fermato quasi tutto. Le
circa 150 petroliere ancorate in acque aperte nel Golfo Persico sono diventate
il simbolo visivo di una crisi che i numeri astratti faticano a restituire nella
sua concretezza quotidiana.
Il risultato immediato è stato brutale: il petrolio è schizzato da circa 70
dollari al barile a oltre 100-110 dollari, toccando in alcune fasi i 120 dollari
— aumenti del 50% in poche settimane, il livello più alto degli ultimi quattro
anni. Il gas europeo TTF, il prezzo di riferimento per il continente, ha
superato i 60 euro per megawattora con rialzi del 40-60%. Alla pompa di benzina,
i consumatori europei hanno già visto aumenti del 22% per la benzina e del 32%
per il diesel. La situazione è quella di uno shock energetico che si trasmette
rapidamente ai prezzi al consumo, all’inflazione e al potere d’acquisto delle
famiglie. Questi non sono scenari: sono già realtà vissuta.
L’Europa più esposta di quanto pensasse
L’Europa credeva di aver imparato la lezione della crisi energetica del 2022,
quando l’invasione russa dell’Ucraina aveva già mostrato la fragilità di un
continente troppo dipendente da un singolo fornitore. Aveva diversificato,
costruito rigassificatori, firmato contratti con il Qatar, con gli Stati Uniti,
con l’Africa occidentale. Aveva smesso di comprare gas russo via pipeline e
aveva imparato a comprare GNL via mare.
Ma questa strategia conteneva in sé un’ironia tragica: sostituendo le pipeline
con le navi metaniere, l’Europa ha finito per dipendere dallo stesso Stretto di
Hormuz oggi bloccato. Aveva semplicemente spostato la vulnerabilità da un punto
geografico a un altro.
Il Qatar copre circa il 15% delle importazioni europee di GNL ed è il secondo
fornitore del continente dopo gli Stati Uniti. Il GNL qatariota deve
necessariamente attraversare Hormuz per raggiungere i terminali europei. Gli
attacchi iraniani hanno colpito anche l’impianto di Ras Laffan, il più grande
terminal GNL del mondo, che produce un quinto dell’offerta globale.
Secondo QatarEnergy, due dei quattordici treni di liquefazione sono stati
danneggiati, con una perdita di capacità stimata in 12,8 milioni di tonnellate
annue per un periodo compreso tra tre e cinque anni. QatarEnergy ha già
dichiarato la forza maggiore sui contratti a lungo termine con Italia, Belgio,
Corea del Sud e Cina.
La situazione degli stoccaggi europei aggrava ulteriormente il quadro. A fine
febbraio 2026 le riserve di gas erano intorno a 46 miliardi di metri cubi,
contro i 60 dell’anno precedente e i 77 del 2024. Un cuscino assai più sottile,
proprio nel momento in cui arriva uno shock di questa portata.
Per l’Italia il conto è particolarmente salato: circa il 25% del GNL consumato
nel 2025 proveniva dal Qatar, e ENI ha contratti a lungo termine con Doha per
1,5 miliardi di metri cubi annui, a partire proprio dal 2026. Se il blocco
dovesse persistere, i rigassificatori italiani perderebbero una quota
fondamentale del mix energetico nazionale senza alternative immediate.
Secondo le stime di Assium, l’associazione degli Utility manager, un aumento del
30% sul gas e del 25% sull’elettricità si tradurrebbe in circa 585 euro di
aggravio annuo per famiglia.
Chi paga di più, chi si salva
L’impatto della crisi non è distribuito in modo uniforme, e capire la geografia
del dolore economico aiuta a leggere anche le mosse politiche delle settimane
successive. Gli Stati Uniti, diventati il primo produttore mondiale di petrolio
e un grande esportatore di GNL, sono relativamente meno esposti alle
importazioni dirette dal Golfo. Ma non immuni: un aumento prolungato dei prezzi
del greggio si traduce comunque in benzina più cara ai distributori americani,
uno degli spettri politici più temuti dalla Casa Bianca in un anno di elezioni
di midterm. Non stupisce che Trump abbia oscillato tra dichiarazioni di “fine
imminente” della guerra — sufficienti a calmare temporaneamente i mercati — e
annunci di revoca parziale di sanzioni sul petrolio. Un balletto comunicativo
che rivela l’assenza di una strategia chiara.
La Cina si trova in una posizione paradossale. È il principale importatore
mondiale di petrolio e il primo acquirente del greggio iraniano — circa 3,3
milioni di barili al giorno, aggirando in parte le sanzioni statunitensi. Ma ha
costruito negli anni una rete di protezione più robusta: riserve strategiche più
ampie, investimenti massicci nelle rinnovabili, una solida base carbonifera
interna. Questa resilienza le consente di assorbire meglio gli shock di breve
periodo. La guerra mette però Pechino in una contraddizione strutturale: l’Iran
è un partner dei BRICS e la Cina appare incapace di proteggerlo, esponendo la
contraddizione tra le ambizioni multipolari e la reale capacità di intervento.
Un attore di primo piano ridotto a spettatore della crisi che colpisce i propri
partner.
C’è poi un attore che osserva la crisi con soddisfazione malcelata: la Russia.
Esclusa dai mercati europei dopo le sanzioni del 2022, vede ora riaprirsi
spiragli che nessuno avrebbe previsto pochi mesi fa. Con il gas del Golfo
bloccato, il gas russo potrebbe tornare appetibile per quei paesi europei con le
scorte basse e i prezzi alle stelle. Non per caso Trump ha annunciato la revoca
di alcune sanzioni energetiche dopo un colloquio con Putin, e ha già permesso
all’India di acquistare temporaneamente petrolio russo — una mossa che
interrompe una fonte di pressione economica su Mosca. La coerenza strategica non
è evidentemente il punto di forza di questa amministrazione.
I due scenari e la posta in gioco
Gli economisti delineano due possibili traiettorie. La prima, nel caso in cui il
conflitto si esaurisca in tempi brevi, prevede una normalizzazione dei prezzi di
petrolio e gas entro l’estate, limitando l’impatto su crescita e inflazione. La
seconda, più critica, ipotizza un conflitto prolungato capace di interrompere
stabilmente le forniture energetiche: in questo scenario, secondo il WTO, la
crescita globale si ridurrebbe di circa mezzo punto percentuale e l’inflazione
aumenterebbe di quasi un punto percentuale a livello mondiale. Oxford Economics
stima che la crisi aumenterà l’inflazione dell’area euro di 0,3-0,5 punti
percentuali nel solo 2026. Goldman Sachs ha calcolato che un blocco di Hormuz
prolungato un mese potrebbe far salire i prezzi del gas europeo fino al 130%.
La BCE si trova in una posizione scomoda: dopo aver avviato un ciclo di
allentamento monetario, potrebbe essere costretta a invertire la rotta se
l’inflazione energetica si trasmette ai prezzi di fondo. Per famiglie e imprese
europee già alle prese con anni di crescita stagnante, si tratterebbe di un
ulteriore colpo ai redditi reali.
La lezione che non vogliamo imparare
Questa crisi ha una radice militare e politica, non tecnica. Non è stata causata
da un terremoto o da un’epidemia: è il risultato di scelte precise — l’attacco
statunitense e israeliano all’Iran del 28 febbraio, la risposta di Teheran,
l’escalation che ha progressivamente coinvolto le infrastrutture energetiche del
Golfo in quella che gli analisti chiamano “deterrenza per punizione su base
infrastrutturale”. Ogni attore ha cercato di ampliare il perimetro del dolore
strategico dell’avversario, e il risultato è che il dolore è caduto su chi non
aveva voce in capitolo: i consumatori di tutto il mondo, le famiglie che pagano
le bollette, le piccole imprese che rischiano la chiusura.
La narrazione dominante continua a presentare questo conflitto come inevitabile
o necessario, l’ennesima operazione di sicurezza che produrrà, prima o poi,
stabilità. I dati dicono altro. Dicono che la cosiddetta capacità di riserva
globale del petrolio è scesa sotto il 3%, considerato il livello minimo di
sicurezza, e che la maggior parte di quella capacità è concentrata nei paesi del
Golfo — che per esportarla devono passare proprio da Hormuz. Finché lo Stretto è
bloccato, quella riserva è inaccessibile. Il mercato non può salvarsi da solo.
La lezione strategica che emerge è quella che pensatori come Simone Tagliapietra
dell’Istituto Bruegel ripetono da anni: la sicurezza energetica non si
costruisce con le portaerei, ma con le rinnovabili, le reti di interconnessione,
l’efficienza energetica, la diversificazione reale delle fonti. Ogni euro speso
in rigassificatori per il GNL del Golfo è un euro che crea nuove dipendenze da
checkpoint geografici vulnerabili. Ogni anno perso nella transizione energetica
è un anno in più di esposizione agli shock geopolitici.
La guerra nel Golfo dimostra che non esiste sicurezza energetica senza sovranità
energetica. E la sovranità energetica si chiama transizione: solare, eolico,
efficienza, stoccaggio, interconnessioni europee. Non è un’utopia verde — è
l’unica risposta concreta a un mondo in cui le guerre del petrolio possono
ancora spegnere i riscaldamenti di Milano in pieno marzo.
Chi oggi parla di difesa degli interessi nazionali continuando a finanziare la
dipendenza fossile sta semplicemente posticipando la prossima crisi. E la
prossima crisi arriverà, magari da un’altra Hormuz, magari da un altro golfo,
magari da un’altra guerra che qualcuno, da qualche parte, avrà deciso di
considerare necessaria.
ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale
https://www.ispionline.it
IEA – Oil Market Report (marzo 2026)
https://www.iea.org/reports/oil-market-report-march-2026
Oxford Economics
https://www.oxfordeconomics.com
Goldman Sachs – Global Investment Research
https://www.goldmansachs.com/insights
Euronews – sezione economia ed energia
https://www.euronews.com/business
Il Sole 24 Ore – sezione energia
https://www.ilsole24ore.com/sez/energia
Renewable Matter
https://www.renewablematter.eu
QatarEnergy
https://www.qatarenergy.qa
I-Com – Istituto per la Competitività
https://www.i-com.it
Redazione Napoli
Piombino. Il rigassificatore, la guerra e i cittadini ostaggio
L’acqua bolle a 40 gradi? Se il Governo, attualmente governo Meloni, avesse un
interesse ad affermare che l’acqua bolle a 40 gradi lo farebbe con un decreto
legge. E non ho dubbi che correderebbe la propria azione con autorevoli pareri …
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Nuovo accordo tra Emirati Arabi Uniti e India. Un messaggio alla “NATO islamica”
Il primo ministro indiano Narendra Modi e il Presidente degli Emirati Arabi
Uniti (EAU), lo sceicco Mohamed bin Zayed Al Nahyan, si sono incontrati a Nuova
Delhi il 19 gennaio. Durante questa breve visita, durata solo poche ore, hanno
firmato un accordo per raggiungere importanti obiettivi economici, ma che è […]
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Accordo USA-Giappone su investimenti e terre rare, in pressing su Pechino
Il 28 ottobre il presidente statunitense Donald Trump ha fatto tappa a Tokyo.
Era uno dei momenti più attesi dei suoi cinque giorni di viaggio in Asia, anche
per l’incontro con Sanae Takaichi, primo capo di governo nipponico donna…
ultraconservatrice, ammiratrice di Margaret Thatcher e promotrice del rilancio
militare del […]
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