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Riformiamo (ancora) i concorsi universitari
Qualche settimana fa, il parlamento ha approvato una riforma del reclutamento universitario che abolisce, ma solo un po’, il meccanismo dell’Abilitazione Scientifica Nazionale.  Le opposizioni hanno risposto con una proposta di “concorso nazionale”.  Sia la maggioranza, che l’opposizione sembrano individuare alcuni problemi del sistema, ma non si sono prese le necessarie responsabilità dello stato di cose presente, e le loro proposte non cambiano i fondamentali dell’Università e della Ricerca in Italia. A parte le solite, necessarie, ripetute, e mai ascoltate richieste di finanziamenti (“no strings attached”) per il sistema dell’Università e della Ricerca, qui si propone la netta separazione tra reclutamento e progressioni di carriera come (una) riforma del sistema; una riforma già implementabile, anche se, ovviamente, non a costo zero, che rappresenta una soluzione parziale ai problemi più evidenti dell’Accademia.  Non una panacea, ma sicuramente utile e, sia concesso, una cosa non provinciale. UNA RIFORMA DA RIFORMARE Ancora una volta, la politica si sta occupando di “riformare” i concorsi universitari.  Qualche giorno fa, il Parlamento ha approvato una proposta del governo, nota come “DdL Bernini”. Quali sono le ragioni di questa nuova attività “riformatrice”?  A parte discorsi più generali sulla struttura attuale dell’Accademia e della Ricerca, del suo finanziamento e sugli impatti delle nuove tecnologie di Intelligenza Artificiale, di cui si può discutere altrove, ci sono almeno due questioni che hanno imposto una rivisitazione del tema dei “concorsi”. La prima questione riguarda la macchinosità e la burocratizzazione dei meccanismi di valutazione e di selezione dei singoli.  Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN) in primis.  La seconda riguarda il continuo stillicidio di notizie sui “concorsi truccati” dove “i baroni” fanno vincere “gli interni”. A parte il fatto che, secondo la vulgata dei promotori della Legge Gelmini, inclusi molti commentatori sui vari media italiani, i “baroni” sarebbero stati eliminati dalla suddetta legge, il dibattito attuale è un déja vu. Sintetizzando e semplificando, il DdL Bernini ha abolito parzialmente l’ASN, sostituendola con norme e regolamenti stabiliti centralmente, anche con un sostanziale rafforzamento e controllo politico da parte dell’Agenzia Nazionale di Valutazione dell’Università e della Ricerca (ANVUR); ciò non garantirebbe comunque l’assenza dei temutissimi e dispendiosissimi “ricorsi”, sia per i ricorrenti che per le istituzioni.  Al contrario le forze di opposizione, tutte, stanno convergendo sul ripristino del “concorso nazionale”, ovvero quello che era in vigore fino al 1998, giustificato da dichiarazioni riguardo la “qualità diffusa” del sistema complessivo dell’Università e della Ricerca. Io ritengo che nessuna delle proposte affronti i problemi veri o percepiti dei concorsi universitari.  Problemi che invece andrebbero affrontati separando nettamente il “reclutamento” dalle “progressioni di carriera”. Prima di procedere nell’esposizione dell’opinione personale su come dovrebbero essere riformati i concorsi, in ogni caso, ed indipendentemente dai particolari di questa o quella proposta, va citata, sempre e comunque, la scena dal film “Jerry McGuire”: “Show Me The Money!”.  Ovvero, il finanziamento complessivo al sistema dell’Università e della Ricerca è tuttora infimo. IL CLIMA NEI DIPARTIMENTI Sgomberato il campo dalle questioni venali, vediamo un po’ cosa succede oggi nelle Università (e, pare, negli ERP) riguardo le carriere, e dove le proposte sul tappeto convergono di fatto: la compressione dell’autonomia universitaria e della libertà accademica centrata sui Dipartimenti (full disclosure: ne dirigo uno, di Informatica). Il clima nei Dipartimenti e negli ERP non è dei migliori.  Le giuste aspettative di molte persone che hanno contribuito alle attività di ricerca e didattica (le missioni principali dell’Università) si trovano frustrate dai meccanismi di promozione, che, inevitabilmente rallentano le carriere, esigono quantità enormi di “lavoro inoperoso” e fanno produrre, alla fine della fiera, grandi quantità di “lavori” (pardon, “prodotti della ricerca”), spesso solo minimamente incrementali.  Queste frustrazioni, combinate alla necessità di pubblicare o perire, non agevolano una buona convivenza e soprattutto non agevolano delle cooperazioni virtuose tra colleghi.  La mancanza di finanziamenti adeguati al sistema (i dati sono macigni, nonostante le dichiarazioni dei ministeri, a partire da quello per l’Economia e la Finanza), l’ASN e le procedure imposte da ANVUR, aggravate dall’organizzazione amministrativa “separata in casa” degli Atenei imposta dalla Legge Gelmini, sono la causa prima di questi problemi.  E no, il numero di pubblicazioni (pardon: dei “prodotti per la ricerca”) non è una misura valida: chi lo sostiene dovrebbe spiegare come mai l’Italia sia più produttiva, tout court, della Cina, secondo uno studio pubblicato su PLoS One[1]. Sia le forze ora al governo che quelle di opposizione riconoscono alcuni dei problemi della situazione attuale e propongono ora due soluzioni riguardanti i concorsi universitari, citando, tra l’altro, il “localismo” come problema principale. Un’anticipazione: non lo è, e se lo è, c’è una soluzione Oltre alle considerazioni fatte precedentemente, si nota però che né le forze di governo, né quelle ora di opposizione riconoscano le rispettive, e simili, responsabilità per la situazione attuale.  Le forze di governo non riconoscono che la Legge Gelmini è fonte primaria dei problemi attuali, sebbene votata da loro (inclusi i predecessori di Fratelli d’Italia), mentre l’opposizione, il PD in primis, non riconosce ancora, neppure nei documenti interni, che ANVUR e l’ASN furono proposte e votate dai suoi esponenti. LA LEGGE “BERNINI” E LA PROPOSTA DELLE OPPOSIZIONI La maggioranza ha fatto propria una proposta essenzialmente “ministeriale” dove i concorsi rimarrebbero locali ma con regole stabilite altrove e probabilmente per legge su chi e come può accedervi. Il problema è che sulle suddette regole ancora non si sa molto e, in ogni caso, una struttura come ANVUR potrebbe avere – si presume troppa – voce in capitolo.  L’effetto sarebbe di non risolvere il problema principale accentrando comunque potere in questa o quella struttura e comunque comprimendo, anche mediante il sorteggio delle commissioni, l’autonomia dei dipartimenti. L’opposizione si è dichiarata per il ritorno alla situazione pre-1998 con il “concorso nazionale” a scadenza annuale o addirittura biennale.  I dipartimenti dichiarerebbero le loro necessità prima della scadenza e la commissione nazionale stilerebbe una graduatoria nazionale da cui, presumibilmente, i dipartimenti sceglierebbero.  Le forze di opposizione glissano sull’enorme potere che si consegnerebbe ai ministeri per la gestione di queste elefantiache e vogoniane procedure e l’esperienza ci dice che “bloccare i concorsi” sarebbe una facile manovra governativa per fare cassa.  È già successo, e la soluzione furono i giustamente vituperati, per gli addetti ai lavori, “ope legis”. Le due proposte attaccano quindi i problemi principali della situazione attuale e favoriscono l’autonomia universitaria e la libertà accademica?  In generale no. Al mondo esiste una varietà di sistemi di reclutamento accademico, più o meno distribuiti sugli assi “centralismo” e “distribuzione”.  La proposta del governo sembra promuovere la “distribuzione”, ma introduce forme di “centralismo” o di “controllo centralizzato”, specialmente attraverso ANVUR.   La proposta delle opposizioni è decisamente “centralista”, con la giustificazione che “bisogna mantenere una caratterizzazione nazionale dell’Accademia”. Ora, è mia opinione che la proposta delle opposizioni sia puramente “reattiva” e mal pensata, anche se piena di buone intenzioni.  Ma qui stiamo parlando di strade; lastricate.  Il “concorso nazionale” pre-1998 era un retaggio napoleonico (o cinese) e, se implementato, si presenterebbe oggi come un “unicum” (assieme alla Turchia) nel panorama OCSE.  Con un ulteriore problema: la “provincializzazione” del sistema, nonostante i proclami provenienti da ANVUR e dai ministeri sull’ “internazionalizzazione”. UNA PROPOSTA OPERATIVA Il problema principale che tutti additano è il cosiddetto “localismo” dei concorsi attuali e di quelli “distribuiti” in vigore tra il 1998 ed il 2011.  Ogni discussione sui concorsi parte da lì e lì si arena.  Eppure, il decreto 30 e legge 79 del 2022, nelle parti riguardanti il reclutamento universitario, già mette a disposizione dei dipartimenti un mezzo per limitare questo problema: le posizioni, in particolare quelle di Ricercatore Tenure Track (RTT), possono essere riservate a persone che abbiano avuto contratti di almeno 36 mesi (cumulativi) al di fuori dell’Ateneo, dottorato incluso. In ogni caso, anche tenendo ferme le progressioni da ricercatore “tenure-track”, a professore associato, fino a professore ordinario (ovvero, tralasciando, al momento, le discussioni sul “ruolo unico”) i punti di intervento fondamentali sono due: la limitazione del fenomeno dell’“inbreeding” e la netta separazione tra reclutamento e progressioni di carriera. Il fenomeno dell’“inbreeding” (ovvero dei reclutamenti degli “interni”, che, ricordiamo, sono una delle cause principali dei malumori nei dipartimenti e delle tirate giornalistiche a latere) è già risolvibile imponendo la “regola dei 36 mesi” per le posizioni RTT.  Nota bene: nei paesi anglosassoni ed in Germania il problema praticamente non esiste; nel primo caso per consuetudine culturale, nel secondo per ferree (troppo) norme legislative. Al tempo stesso, il sottoporre le promozioni a “concorso”, crea iniqui rallentamenti di carriera e dissapori tra colleghi.  La soluzione in questo caso è di avere concorsi per posizioni da associato o ordinario esclusivamente per candidati esterni.  Il passaggio ad associato (“tenure”) dovrebbe essere condizionato a requisiti che un dipartimento elenca al momento della entrata in servizio nel ruolo di RTT.  Lo stesso dicasi per il passaggio dal ruolo di associato a quello di ordinario: al momento dell’entrata in servizio come associato un dipartimento elencherà i requisiti per il passaggio al ruolo di ordinario.  La differenza è che la non concessione della “tenure” causa il decadimento dal ruolo. Si noti che i requisiti non dovranno includere vincoli finanziari complessivi; in particolare, l’oscena clausola che accompagna dal 2010 ogni norma riguardante l’università e la ricerca (“senza aggravi per il bilancio”) va semplicemente espunta dal lessico.  I requisiti per l’acquisizione della tenure e per la promozione a ordinario dovranno essere decisi dai dipartimenti, in autonomia, al massimo, ma non obbligatoriamente, tramite coordinamento a livello delle società scientifiche e del CUN.  Lo stesso dicasi per le procedure di selezione, da cui eleminare inutili, e costosi, aggravi amministrativi. Il fatto che i concorsi RTT e tutti quelli di reclutamento saranno riservati ad esterni garantirà una migliore autoregolamentazione complessiva del sistema.  Dopotutto, buona parte dei sistemi esteri di riferimento adottano queste forme di organizzazione. QUALI SONO LE CRITICHE A QUESTA PROPOSTA? Una critica seria riguarda la vita delle persone.  Vista l’età media attuale per l’entrata in “tenure track” (RTT) è chiaro che l’imposizione di spostarsi fisicamente può creare dei problemi ad alcuni.  Si consideri però che questo passaggio avviene comunque ad un’età in cui le persone e le famiglie possono ancora essere flessibili e ci si aspetta che siano messe in atto politiche per abbassare l’età per l’entrata in “tenure track” (RTT), ad esempio, aumentando … i finanziamenti.  Si noti che la proposta delle opposizioni assume che un periodo post-doc diventi “obbligatorio”, aumentando in questo modo il periodo di precariato. Esiste però un’ulteriore ragione per procedere con gradualità. Molti giovani ricercatori hanno costruito il proprio percorso professionale sulla base delle regole attualmente vigenti. Cambiarle improvvisamente mentre stanno cercando di accedere alla tenure track sarebbe ingiusto e rischierebbe di compromettere aspettative maturate in buona fede. Per questo motivo, un eventuale requisito di mobilità all’ingresso nella tenure track dovrebbe entrare in vigore solo dopo un congruo periodo transitorio — ad esempio tre anni dall’approvazione della riforma — così da consentire a chi è già nel sistema di programmare il proprio percorso senza vedersi cambiare le regole durante la corsa. Una seconda critica molto seria si riassume con “il sistema anglosassone ha serissimi problemi di distribuzione di risorse e di sperequazione”.  UC Berkeley in California non è il “community college” di Libby, Montana e viceversa.  Ma ciò dimentica che comunque già ora abbiamo enormi problemi di finanziamento e che questi si risolvono garantendo una base ragionevole (e molto generosa) per tutti: l’uguaglianza ha dei vantaggi.  E la discussione sui “finanziamenti del sistema” e dei “finanziamenti competitivi per la ricerca” è un capitolo a sé stante, anche alla luce delle tendenze dei governi conservatori ad usare queste leve per sminuire l’autonomia delle istituzioni accademiche e la libertà di ricerca. Ritengo le altre critiche meno convincenti e si raggruppano sotto due etichette.  La prima ha come etichetta il “eh ma qui siamo in Italia”.  La seconda è “eh ma loro sono in P” (con P che assume il valore “Slovenia”, “Corea del Sud”, “Svizzera”, “USA”, “Germania”, “Botswana”, etc., etc.).  Questo tipo di argomentazioni arriva sempre nelle discussioni in cui si propone ciò che è appena stato descritto.  Chi scrive, ovviamente anche per storia personale, trova queste argomentazioni … provinciali e, in fondo, piuttosto superbe nella loro pretesa di riuscire a creare in Italia un sistema “più migliore”.  Specie quando poi regolarmente accompagnate da esortazioni all’“internazionalizzazione” del sistema. CONCLUSIONI Concludo con una nota di cautela.  Il sistema proposto è una panacea? No.  Ma risolve alcuni dei problemi che a questo punto tutti ritengono pervasivi.  Il sistema proposto è troppo “anglosassone”? Probabile.  Ma si noti come, tra tutti i sistemi provati in Italia, quello “anglosassone” non c’è mai stato: neanche quello della stagione 1998-2010 era tale, grazie alla grande tradizione manzoniana dei nostri legislatori: l’azzeccagarbuglio; aggravato dal vogonismo.  In particolare, non eliminava l’inbreeding, ma tendeva piuttosto a distribuirlo attraverso accordi tra dipartimenti. Proviamo allora qualcosa di diverso. Facciamolo evitando sia le rigidità di alcuni modelli europei, sia le disuguaglianze che caratterizzano molti dei sistemi “anglosassoni”.  L’obiettivo non è imitare un paese o un altro, ma costruire un sistema più aperto, più internazionale, meno burocratico e capace di imparare dalla propria esperienza. In altre parole, un’università e una ricerca che respirino, siano migliori, più partecipate e collaborative. [1] https://doi.org/10.1371/journal.pone.0221212.  Lo studio citato è utile, ma non è il solo recuperabile su questa falsariga; vedasi, ad esempio questo articolo apparso su “Studies in Higher Education”, https://doi.org/10.1080/03075079.2019.1693989 e, come commento generale, che comunque è a sostegno della tesi, questo recente articolo su Nature, https://www.nature.com/articles/d41586-025-03636-x all’interno di una raccolta dal titolo “The Future of Universities”, https://www.nature.com/immersive/d41586-025-03086-5/index.html .
August 5, 2026
ROARS
La fine dell’ASN e il nuovo “semaforo”: la riforma Bernini tra burocrazia e vecchi vizi
L’abolizione dell’ASN sostituisce il giudizio delle commissioni nazionali con un sistema quantitativo “a semaforo”, eliminando la valutazione qualitativa della ricerca. La riforma lascia però irrisolte le criticità dei concorsi locali, aumentando anzi il rischio di bandi profilati “su misura” per i candidati interni.  L’ASN finisce nel dimenticatoio dopo 15 lunghi anni. Significativa è la circostanza che a decretarne la morte sia la proposta di una Ministra (Bernini) appartenente al medesimo partito politico di chi la volle (Gelmini). Sulla bontà, validità, efficacia e, soprattutto, equità dell’Abilitazione sono stati spesi fiumi d’inchiostro e questo mio intervento si limiterà a formulare alcune elementari considerazioni sul suo (distorto) funzionamento, sia dal punto di vista diacronico, sia dal punto di vista sincronico. Vi sono stati, infatti, Settori Concorsuali nel quali abilitarsi era quasi impossibile, in particolare se si finiva nel tritacarne delle vendette trasversali fra baroni, nel mentre in altri Settori si abilitavano praticamente tutti. Ve ne sono stati alcuni nei quali l’agognato risultato giungeva dopo un lungo contenzioso giurisdizionale (anche questo con alterne vicende) e altri, invece, i cui risultati apparivano già decisi prim’ancora delle riunioni d’insediamento. L’ASN doveva essere, almeno nelle intenzioni del legislatore e di chi fra noi l’ha criticata, ma accettata, una mera “constatazione” del possesso di requisiti e pubblicazioni tali da consentire di partecipare alla selezione vera, rappresentata dal concorso locale e non una forca caudina talvolta insuperabile per alcuni e un’autostrada in discesa per altri. Ma essa ha avuto, come pure è stato molto opportunamente notato taluni commentatori anche su questo sito, conseguenze importanti che hanno “riorganizzato”, in peggio, l’intero comparto della ricerca universitaria, fatto ora solo di prodotti della ricerca, convegni e seminari, riviste di classe A, indici bibliometrici, pubblicazioni a pagamento, crescita esponenziale delle citazioni, ma anche, più in generale, di articoli e saggi. Mi è personalmente capitato di scorrere la produzione scientifica di un collega di area giuridica che in biennio ha dichiarato di aver pubblicato 30 contributi, di cui 20 in classe A, circostanza che francamente nessuna persona di buon senso può considerare come ragionevole e corretta. Tutto questo accadrà di nuovo, purtroppo, perché l’ASN è stata soppiantata da una procedura “a semaforo”, nella quale gli studiosi presenteranno una dichiarazione sostitutiva di certificazione del possesso di requisiti che verranno individuati con apposito Decreto ministeriale. Tutto si fonderà, conseguentemente, sotto il profilo “quantitativo” e nessuna Commissione nazionale potrà giudicare la bontà e la qualità della produzione scientifica, passando ai raggi x ogni singola pubblicazione. Da questo punto di vista se si voleva eliminare la discrezionalità (buona o cattiva) delle Commissioni Nazionali di Abilitazione, l’obiettivo mi parrebbe esser stato pienamente raggiunto. Tutti i candidati, quindi, in possesso della vecchia ASN o dei nuovi requisiti sono legittimati, di conseguenza, a partecipare alle selezioni locali, procedura su cui la nuova legge mi sembrerebbe essere intervenuta in maniera talvolta piuttosto timida, talaltra introducendo veri e propri buchi neri in grado di minare la trasparenza delle procedure medesime. Il capitolo sulla composizione delle commissioni giudicatrici locali viene affrontato e modificato (si passa da 3 a 5 commissari, sorteggiati su base nazionale da liste di docenti dichiaratisi disponibili e in possesso di precisi requisiti), ma si è evitato di incidere in maniera più pregnante sulle loro dinamiche, quasi da far apparire l’estensore della norma come un soggetto che non ha mai frequentato un ufficio universitario. Perché non si è reintrodotto (come un tempo) il divieto di far parte delle Commissioni nei primi tre anni di servizio, in modo da evitare che i neofiti possano immediatamente selezionare i loro colleghi, evidentemente sdebitandosi? Perché è stata introdotta l’incandidabilità solo a seguito di condanne passate in giudicato (come è noto abrogato l’abuso d’ufficio, salvo rari casi, i concorsi universitari non temono i procedimenti penali)? Perché non sono stati introdotti meccanismi sanzionatori nei confronti di quelle Commissioni di concorso i cui esiti sono stati rovesciati dalla giurisprudenza amministrativa? Resta, infine, l’infelice possibile interpretazione di quella parte della nuova legge che consentirebbe di introdurre una profilazione puntuale e precisa nel bando (un tempo si diceva della possibilità di “cucire addosso” al candidato il bando per consentirgli di vincere, prima ancora di cominciare, la selezione). Qui il legislatore ha commesso un grave e temo irrimediabile errore che è destinato a rendere praticamente inutile tutta la procedura: un tempo non era consentito e talvolta il giudice sanzionava gli Atenei, oggi tale circostanza entra dalla porta principale ed è destinata a far discutere. Su questo punto temo che il rimedio sia stato peggiore del male.  
July 24, 2026
ROARS
De profundis, ASN
L’ASN è morta. La riforma Bernini, approvata in via definitiva alla Camera, cancella l’Abilitazione Scientifica Nazionale. L’ASN ha incentivato l’adozione di pratiche discutibili, come autorialità di comodo e doping citazionale, più utili a gonfiare gli indicatori richiesti che a produrre ricerca di qualità. Ma abolire l’ASN non basta. Il vero problema sono le soglie quantitative che alimentato questi meccanismi e il sistema di potere accademico che ne trae vantaggio. Da questo punto di vista, la riforma Bernini è ancora tutta da scrivere: saranno i decreti attuativi a stabilire se i criteri quantitativi resteranno in vigore, magari con soglie ancora più elevate. Intanto i nostalgici dell’ASN, preoccupati di perdere i loro piccoli feudi, hanno già trovato sponda nell’opposizione. Nel dibattito parlamentare sono riemerse le peggiori idee elaborate dal PD ai tempi di Matteo Renzi e, prima ancora, di Enrico Letta. L’apice è stato raggiunto dal deputato PD Toni Ricciardi, che ha accusato la ministra di sostituire la «valutazione oggettiva e meritocratica» dell’ASN con «un sistema tardo-ottocentesco di socialismo reale». Ascoltando questi interventi, il dubbio è che un governo di centrosinistra avrebbe fatto persino peggio. Ieri, 7 luglio 2026, la Camera ha approvato in via definitiva il DDL 2735 che abolisce l’Abilitazione Scientifica Nazionale e ridisegna le “modalità di accesso, valutazione e reclutamento del personale ricercatore e docente universitario” (Qui si può leggere il testo definitivo). Nella sostanza e in estrema sintesi, la ASN viene abolita. I concorsi saranno banditi localmente con commissioni composte da un membro nominato dall’Ateneo e una maggioranza di esterni estratti a sorte da liste nazionali di professori disponibili al compito. I candidati per essere ammessi dovranno dichiarare di possedere “requisiti di produttività e di qualificazione scientifica”. Questi requisiti saranno fissati entro 90 giorni dalla entrata in vigore della legge con “decreto del Ministro, su proposta dell’ANVUR, sentito il CUN”. Ci sono già i nostalgici dell’ASN. Ci sono i nostalgici per paura, quelli che, dall’interno delle società scientifiche o sfruttando cariche coperte a livello locale e nazionale, erano riusciti a acquisire posizioni di potere nel sistema attuale e che, con l’abolizione dell’ASN, temono di perdere le rendite accademiche acquisite nel tempo. Questi nostalgici temono in particolare il meccanismo del sorteggio che rischia di scardinare equilibri disciplinari e locali faticosamente raggiunti. Poi ci sono i nostalgici a prescindere, quelli così bravi ad adattarsi alle regole, che rimpiangono qualsiasi modifica dello status quo. E infine ci sono i nostalgici del merito e della competizione, che rimpiangono la ASN non perché perfetta, ma perché sarebbe stata perfettibile: bastava alzare le soglie e prevedere maggior rigore. Noi non siamo nostalgici. Come abbiamo scritto più volte, il sistema dell’ASN ha avuto come effetto principale l’aumento della produzione scientifica e dell’impatto citazionale nazionali. Il miracolo della ricerca italiana, celebrato dall’ANVUR nei suoi rapporti annuali, è stato conseguito grazie alla diffusione ormai endemica di pratiche di ricerca, per così dire, borderline, più adatte a gonfiare gli indicatori richiesti dalla ASN che a produrre ricerca di qualità. In particolare nei settori cosiddetti bibliometrici si sono diffuse pratiche di autorialità di comodo e soprattutto di doping citazionale, mentre nei settori non bibliometrici, il meccanismo, più sfuggente, è passato attraverso la ricerca di canali di pubblicazione ‘facili’ sulle riviste “certificate A” dall’ANVUR. Per sgonfiare questi meccanismi e il sistema di potere accademico che li alimenta non basta però abolire l’ASN. Sono le soglie quantitative il vero problema. E da questo punto di vista, la riforma Bernini è ancora tutta da scrivere. Infatti, la norma primaria definisce solo il quadro generale, ma saranno i decreti attuativi, ed in particolare la definizione dei requisiti di ammissione ai concorsi locali, che determineranno l’esito della riforma. Se i criteri quantitativi saranno mantenuti nella forma attuale o le soglie riviste al rialzo, gli incentivi ai cattivi comportamenti resteranno tutti in piedi o forse saranno rafforzati. I segnali che si vada in questa direzione ci sono. E allarmanti. Nella discussione in Senato non poche voci della maggioranza hanno fatto riferimento ad un eccessiva facilità di superamento delle soglie. D’altra parte, anche alcuni passaggi del documento di accompagnamento del DDL facevano esplicito riferimento a una bassa selettività delle soglie. Infine ANVUR, da sempre sensibile ai desideri dei ministri di turno, nell’ultimo rapporto sull’università e la ricerca, lamenta il progressivo allargamento delle maglie per la classificazione in classe A delle riviste. Ultima notazione. Se avrete, come noi, la pazienza di leggere lo stenografico della discussione alla Camera forse vi assalirà il nostro stesso dubbio: che la Riforma Bernini non sia peggiore di quella che ci avrebbe riservato una maggioranza di centro-sinistra. Dalle file dell’opposizione riemerge infatti la difesa dei peggiori incubi sull’università proposti a suo tempo dal PD guidato da Matteo Renzi, e prima di lui, dagli esperti di università del PD di Enrico Letta. In particolare segnaliamo ai lettori gli interventi dei deputati di Italia Viva-Casa Riformista, con le lezioncine aggressive su liberismo e meritocrazia di Luigi Marattin, e la lezione sul merito di Roberto Giachetti. Di Giachetti colpiscono in particolare l’intervento in favore di due emendamenti a sua firma. Il primo volto a difendere i “Settori Scientifico Disciplinari” contro i “Gruppi Scientifico-Disciplinari. Il secondo che propone di abolire la pubblicazione delle liste degli aspiranti commissari prevista dalla riforma, “per garantire commissioni competenti”. L’intervento più agghiacciante proviene però direttamente da un deputato del Partito Democratico, Toni Ricciardi, che esordisce dando ragione a Marattin, poi, dopo essersi pavoneggiato sostenendo di avere ricevuto ben 3 abilitazioni, difende l’ASN come “valutazione oggettiva e meritocratica” contro la futura università dei baroni: > guardi, Ministra, è paradossale, perché lei sta smontando una riforma che > funzionava, fatta dal suo partito di riferimento all’epoca, per adottare un > sistema tardo-ottocentesco di socialismo reale finto. È questo quello che sta > facendo, Ministra. > > Allora non ha affrontato la questione e smantella la valutazione oggettiva e > meritocratica in cambio di cosa? Di commissioni territoriali che valuteranno > il percorso delle persone che faranno il dottorato di ricerca in quella > università, diverranno assistenti precari, ricercatori precari e poi un giorno > – dopo 10, 15 o 20 anni -, quando avranno sprecato il loro volere e valore > potenziale di supporto alla ricerca, forse diverranno – perché un posto fisso, > poi, non si nega a nessuno – professori associati e, se sono nelle grazie del > barone, forse anche ordinari. > >    
July 8, 2026
ROARS
Riforma dell’ASN: avanti tutta!
Lo scorso 18 giugno la VII Commissione parlamentare ha concluso i suoi lavori e dato mandato al relatore Gerolamo Cangiano di riferire alla camera dei deputati l’esito favorevole dei lavori (che si possono leggere qua). In commissione gli emendamenti dell’opposizione sono stati tutti respinti. Arriva quindi alla Camera, nella sostanza blindato, il testo approvato dal Senato. La spartizione delle poltrone d’oro di ANVUR tra i partiti di maggioranza ha permesso il via libera al testo della riforma che stava provocando attriti tra Forza Italia e FDI. I lavori dell’assemblea sono iniziati il 19 giugno con una laconica presentazione da parte del Relatore.  Gli interventi delle forze di maggioranza e opposizione sono riportati nel documento che potete leggere in calce.  Nel suo intervento il deputato Antonio Caso (M5S) ha ricordato le parole della Ministra Bernini che di fronte alle proposte emendative unitarie della minoranza rispondeva: >  “Il dialogo è sempre utile quando serve a rafforzare qualità, trasparenza ed > efficacia del sistema universitario. Per questo accolgo con favore l’invito > delle opposizioni ad aprire un confronto > sulla riforma del reclutamento. Organizzeremo a breve un incontro strutturato > (…)”. A seguito di questa presa di posizione pubblica, si fermano i voti in Commissione e l’analisi del provvedimento. Si svolge un incontro tra governo e parte delle opposizioni che si conclude con un “vi faremo sapere”. Poi un mese di silenzio. E poi di nuovo le votazioni in commessione. > Cosa era accaduto, intanto, dietro le quinte? Era successa una cosa tanto > semplice, quanto becera: una spartizione vera e propria delle poltrone > all’interno dell’Anvur, all’interno dell’Agenzia – che dovrebbe essere > indipendente – che valuta la ricerca e l’università in Italia. E prima di > questo, infatti, la Ministra aveva anche cambiato i regolamenti dell’Agenzia, > aveva fatto in modo che il Governo potesse nominare, avesse più forza per > nominare direttamente imembri all’interno di questa Agenzia. Quindi, cambio il > regolamento e, poi, la spartizionebecera, classica: una poltrona a Fratelli > d’Italia,una poltrona alla Lega, una poltrona a Forza > Italia. stenografico_camera_19_giugno    
June 22, 2026
ROARS
Non tutti gli abilitati diventeranno ordinari e per i ricercatori PNRR basta il piano straordinario
Gli associati che hanno ottenuto l’abilitazione non potranno diventare tutti ordinari. Per i ricercatori RTDA PNRR c’è un piano di reclutamento straordinario che basta e avanza. A sostenerlo non è un ordinario qualsiasi, ma Stefano Paleari, nei fatti promosso a “portavoce” o addetto alla comunicazione della commissione Zauli-Mancini per la riforma dell’università. Secondo Paleari l’abilitazione scientifica nazionale ha permesso a tutti di conseguire l’abilitazione (“todos caballeros”) tanto che siamo al massimo storico del numero di ordinari e associati. Il piano straordinario di reclutamento di ricercatori “ottenuto dalla ministra Bernini in legge di Bilancio” è volto ad offrire continuità ai “neo-assunti durante il PNRR”, promuovendo i migliori e “disincentivando il reclutamento di bassa qualità”. ———————– Come avevamo scritto la settimana scorsa è in atto uno scontro tra le due commissioni nominate dalla ministra per la riforma a pezzi dell’università. La prima è quella coordinata da Ernesto Galli della Loggia, la seconda pare sia coordinata da Zauli e Marco Mancini. Niente di questo è ufficiale perché le commissioni lavorano nella più completa opacità. E come ai tempi dell’Unione Sovietica per capire che succede si deve leggere tra le righe di quanto i membri delle commissioni fanno filtrare o scrivono direttamente per i giornali. Da questo punto di vista Stefano Paleari, membro della commissione Zauli-Mancini, deve aver assunto il ruolo di portavoce ufficiale della commissione per la sua capacità di piazzare articoli sui “giornali che contano” in cui loda l’attivismo del governo e l’operato della ministra Bernini. È a lui che la commissione Zauli-Mancini ha affidato il compito di rispondere all’articolo di Galli della Loggia, che abbiamo decrittato la settimana scorsa. Lo ha fatto con una lettera al direttore del Corriere della sera cui ha controreplicato Galli della Loggia. Partiamo proprio da quest’ultimo. Come avevamo spiegato, Galli della Loggia ha scritto il suo articolo perché il lavoro della sua commissione è finito nel cestino della carta straccia del ministero. Adesso lo dice esplicitamente: > “Grazie alla cortesia del ministro Bernini ho presieduto un gruppo di lavoro > consultivo sulla riforma dell’Università. Ma è proprio constatando che fine > esso ha fatto, e proprio dopo aver potuto grazie a esso gettare un’occhiata > all’ambiente, che ho scritto quello che ho scritto.” Quindi la commissione della Loggia è morta e tutto quello che accadrà lo suggerirà la commissione Zauli-Mancini. Diventa così interessante tentare di capire che succede in quest’ultima. La lettera di Paleari al direttore del Corriere non è particolarmente utile perché si limita, in modo anche piuttosto imbarazzante, a cantare le lodi degli interventi del governo: > “Sarebbe lungo l’elenco dei cambiamenti introdotti in questa legislatura; > basti pensare al reclutamento (per renderlo più coerente con gli standard > internazionali), all’implementazione del Pnrr, agli ultimi interventi nella > Legge Finanziaria per quest’anno, come il Fondo per la Programmazione della > Ricerca, salutato anche dai più scettici come una svolta da anni attesa dai > ricercatori”. È invece più interessante un articolo che Paleari ha pubblicato insieme a Michele Meoli nelle pagine del Sole24ore lo scorso 29 dicembre. Vi si cantano anche lì le lodi degli interventi governativi con una retorica degna dei migliori cinegiornali Luce: > “La fine dell’anno è tempo di bilanci, e mai come ora l’attività del ministero > dell’Università è intensa”. Ma se si lascia da parte la retorica, l’articolo racconta definisce la rotta adottata dalla commissione Zauli-Mancini e verosimilmente dalla ministra. Il punto dell’articolo è la numerosità dell’organico delle università, che Paleari (e Meoli) quantificano massaggiando opportunamente i dati sugli organici disponibili sul sito del MUR. Secondo Paleari (e Meoli) il numero di professori ordinari e associati è ai massimi di sempre. Questo rappresenterebbe “la prova empirica” che “il meccanismo dell’abilitazione scientifica nazionale (ASN) ha spinto al “todos caballeros”. Gli abilitati faranno pressione sugli atenei per diventare ordinari “ma è difficile che essa possa avere successo”. La priorità per il sistema universitario non è promuovere gli abilitati, molti dei quali evidentemente immeritevoli. La priorità è “disincentivare il reclutamento di bassa qualità”, “promuovendo l’attrattività dei miglior” [sic!]. E secondo Paleari (e Meoli) va in questa direzione > “il risultato ottenuto dalla ministra Bernini in legge di Bilancio con > l’emendamento che, implementando un piano straordinario di reclutamento di > ricercatori, è volto a offrire continuità anche ai neo-assunti durante il > Pnrr”. Quindi, in modo più esplicito, l’orientamento espresso da Paleari può essere tradotto così: la ASN ha illuso troppi che si sono visti consegnare una medaglietta immeritata, alimentando “aspettative” che non potranno essere soddisfatte. Il Pnrr ha assunto personale a tempo determinato raschiando il fondo del barile. Ci sono già abbastanza professori. I pochi posti disponibili per gli avanzamenti di carriera serviranno a rimpiazzare chi va in pensione; e sono più che sufficienti. Così come è sufficiente il piano straordinario per i ricercatori Pnrr. La scarsa disponibilità di posti permetterà di mettere in atto filtri che selezionino in base alla “qualità”. Il disegno è chiaro ed esplicito. I dati su cui poggia sono invece traballanti, come anticipato. Quali sono questi dati? Li vedete nella illustrazione qua sotto. Il trucco adottato da Paleari (e Meoli) consiste nel sommare insieme i ricercatori a tempo indeterminato, che la legge Gelmini mise ad esaurimento, con i ricercatori a tempo determinato post-Gelmini. Questo crea l’illusione ottica che l’università italiana sia al suo picco di professori grazie anche all’azione del governo in carica. Marcello Chiodi e Antonio Irpino in un articolo successivo hanno svelato il trucco: “Senza soffermarsi sui grafici a corredo dell’articolo, abbiamo dubbi sulla univocità del criterio di aggregazione adottato”. Hanno così prodotto una figura non così efficace, ma che ha però il pregio di aggregare (quasi) correttamente le varie tipologie di contratto. In realtà se si introduce la distinzione tra personale a tempo indeterminato e personale a tempo determinato, il quadro dell’andamento del personale docente e ricercatore cambia radicalmente. Tanto più se vengono considerati come personale a tempo determinato le ricercatrici e i ricercatori titolari di assegno di ricerca. Due dati sono però sufficienti a capire come sono andate le cose. Nel 2008, l’anno di picco gli organici universitari vedevano un totale di 62.768 professori e ricercatori a tempo indeterminato, affiancati da 12.090 assegnisti. Nel 2024 professori e ricercatori a tempo indeterminato ammontano a 50.673, cioè oltre 12.000 in meno. Se a questi sommiamo RTT e RTDB arriviamo comunque a 58.194 unità di personale, circa 4,500 unità di personale in meno. Questi ‘fortunati’ sono affiancati adesso da un esercito di circa 31,000 unità di personale precario (23.958 assegnisti e 7.521 RTDA). Ci piace ricordare che nel 2013 il prof. Paleari, allora presidente della CRUI, indicava tra le “criticità ed emergenze” che investivano il sistema universitario proprio la “Riduzione degli organici”, in particolare la riduzione del personale accademico di ruolo.   Ma Paleari come calcolava il personale di ruolo a quel tempo? Aggregando correttamente ordinari, associati e ricercatori a tempo indeterminato. Secondo Paleari nel 2013, 52.458 unità di personale di ruolo costituivano un’emergenza. Adesso che il personale a tempo indeterminato (comprensivo di RTT e RTDB) è sceso, stando ai suoi dati, a 51.111 unità, l’emergenza del personale è superata. PAROLA D’ORDINE: PRECARIZZARE La figura sotto riporta la serie storica che mostra la vera storia dell’università italiana nel corso degli ultimi 15 anni, con la progressiva sostituzione di personale a tempo indeterminato con personale a tempo determinato. Il personale a tempo determinato, con varietà di contratti crescente, ha svolto   la funzione di carne da laboratorio e da pubblicazioni che, insieme al diffuso doping citazionale, ha generato il miracolo della ricerca italiana celebrato dall’ANVUR nei suoi rapporti. Adesso si scopre che non ci sono abbastanza posti per tutti, e d’altra parte non tutti si meritano un posto: l’università, dice Paleari, ha un problema di qualità. Saranno i più bravi a occupare i posti generosamente elargiti dall’attivismo della ministra che ha strappato al governo il piano straordinario. Gli immeritevoli usciranno meritatamente dal mondo della ricerca, lasciando il posto ad altro personale ricattabile e a basso costo destinato ad alimentare un nuovo ciclo di sfruttamento del lavoro precario di ricerca da parte dei boss dei laboratori e delle pubblicazioni. Esagerazioni? Dove si trova altro personale a basso costo? Provate a leggere cosa proponeva dalle pagine de Il Foglio l’inedito duo Paleari-Andrea Graziosi, entrambi membri della commissione Zauli-Mancini, un anno fa. A fronte della messe di dottori di ricerca sfornati (o in via di sfornamento) con i fondi Pnrr, occorre: > “prevedere da subito borse post doc per i migliori neodottori di ricerca che, > in linea con le migliori prassi internazionali, permettano ai soggetti > interessati di portare avanti un loro progetto personale (i nuovi contratti di > ricerca non lo fanno) in condizioni favorevoli sotto il profilo economico e > normativo, acquisendo altresì esperienza di insegnamento avanzato a livello > post-laurea (cosa che i contratti di ricerca vietano)”. L’inedito duo proponeva cioè di affossare, come è stato puntualmente fatto, la legge 79/2022 sul contratto di ricerca e creare un nuovo esercito di ricercatori di riserva per alimentare a basso costo laboratori e pubblicazioni dei principal investigators. D’altra parte, premetteva il duo, “la nostra opinione è che il confondere il tempo determinato con il precariato, il richiedere che ogni contratto a termine diventi per legge a tempo indeterminato non sia corretto e fruttuoso neanche socialmente, anche perché eliminerebbe la selezione indispensabile a mantenere la qualità dei nostri atenei, una selezione che nel caso degli alti studi è normale avvenga su un periodo più esteso di quello coperto dalla formazione dottorale”. E questa selezione deve > “premiare “i più dotati e i più devoti agli studi”. Si, scrivono proprio così: “i più devoti”, non ce lo siamo inventato.
February 4, 2026
ROARS
Lettera aperta della Rete delle Società Scientifiche
Segnaliamo ai lettori la lettera aperta della RESS per l’autonomia, il finanziamento e la dignità dell’Università e della Ricerca. “L’Università e la Ricerca italiane stanno attraversando un momento cruciale. Dopo anni di sottofinanziamento strutturale e di crescente burocratizzazione, e dopo il diluvio effimero dei finanziamenti PNRR, si profila oggi il rischio di un ulteriore arretramento: un sistema sempre più centralizzato, meno libero, meno capace di produrre sapere critico e innovazione.” Segue il testo Lettera aperta Università 21Nov2025 primi firmatari
December 3, 2025
ROARS