Politica: risentimento o desiderio?
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A Scampia, da quarant’anni, c’è una meravigliosa palestra messa su dal Gridas,
capace di trasformare la rabbia in forza per cambiare il mondo: il carnevale
sociale (foto Bruno Santoro, 2023)
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In un’intervista pubblicata su Domani (l’11 luglio 2025), Judith Butler propone
una riflessione che va ben oltre il dibattito politico del momento. Una frase,
in particolare, fa molto riflettere: «Una vera trasformazione è capace di
liberare il desiderio dal risentimento». È una frase semplice solo in apparenza.
In realtà racchiude una domanda decisiva: su quali emozioni può costruirsi una
democrazia?
Viviamo in un tempo attraversato dalla rabbia. È una rabbia che nasce da
condizioni reali: il lavoro precario, l’aumento delle disuguaglianze, l’erosione
del welfare, il costo della vita, le guerre, la sensazione diffusa di aver
perduto il controllo sul proprio futuro. Sarebbe un errore considerarla un
sentimento irrazionale o da reprimere. La rabbia è spesso la prima reazione
all’ingiustizia. Butler, infatti, non sostiene che la rabbia sia illegittima. La
domanda che pone è un’altra: che cosa ne facciamo?
Una politica può limitarsi a raccoglierla, darle voce e indirizzarla contro
qualcuno. Oppure può trasformarla in una domanda di giustizia e in un progetto
di futuro. Negli ultimi anni molte destre hanno dimostrato una notevole capacità
di parlare alla rabbia sociale. Lo fanno offrendo spiegazioni semplici a
problemi complessi e indicando responsabili immediatamente riconoscibili: i
migranti, le minoranze, le persone LGBTQ+, l’Europa, chi viene descritto come un
privilegiato o una minaccia. La sofferenza sociale non viene negata. Viene però
trasformata in risentimento.
Il risentimento è qualcosa di diverso dalla rabbia. La rabbia denuncia
un’ingiustizia; il risentimento cerca un colpevole. La prima può aprire la
strada a un cambiamento; il secondo finisce spesso per alimentare esclusione e
ostilità. Per spezzare questo meccanismo, Butler opera un ribaltamento cruciale:
ricorda che migranti, donne, persone queer e non bianche non sono esterne alla
classe lavoratrice contemporanea, ma ne fanno pienamente parte. Condividono
forme diverse della stessa precarietà, dello stesso sfruttamento e della stessa
esposizione all’incertezza economica. Il risentimento si regge su una falsa
separazione: mette i penultimi contro gli ultimi, offrendo l’illusione che la
propria sicurezza dipenda dall’esclusione dell’altro.
Riconoscere che la vulnerabilità è comune significa sottrarre al risentimento il
suo capro espiatorio. Significa spostare lo sguardo: il conflitto non si gioca
tra gruppi sociali contrapposti, ma tra forme di vita e una struttura economica
che mercifica le esistenze e trasforma i diritti in privilegi.
Per questo Butler sostiene che una politica democratica non può limitarsi a
organizzare la rabbia. Deve saper parlare al desiderio. Il desiderio, nel suo
linguaggio, non è un sogno privato né un’illusione. È la capacità di immaginare
una società nella quale la dignità di ciascuno non dipenda dall’umiliazione di
qualcun altro. È la possibilità di vedere un futuro condiviso invece di un
nemico da combattere.
Questa riflessione richiama, quasi naturalmente, il pensiero di Ernst Bloch. In
Il principio speranza, Bloch scrive che gli esseri umani non vivono soltanto di
ciò che esiste, ma anche di ciò che ancora non esiste e che tuttavia può essere
costruito. La speranza non è evasione dalla realtà; è la capacità di riconoscere
nel presente possibilità ancora incompiute (le intuizioni di Bloch sono il cuore
dello straordinario libro di John Holloway, La speranza. In un tempo senza
speranza, ndr).
Senza questa capacità, la politica si riduce ad amministrare paure.
Un riferimento importante evocato da Butler è Hannah Arendt. È lei a distinguere
con chiarezza tra potere e violenza, due concetti che siamo abituati a
confondere. Nel linguaggio comune pensiamo che il potere coincida con la forza.
Arendt capovolge questa idea. Il vero potere nasce quando gli esseri umani
agiscono insieme, riconoscono la legittimità delle istituzioni e costruiscono
uno spazio pubblico condiviso. Il potere vive del consenso, della
partecipazione, della fiducia reciproca. La violenza, invece, compare quando
questo consenso si indebolisce. Per questo Arendt afferma che la violenza può
distruggere il potere, ma non può sostituirlo.
Quando una società ha bisogno di ricorrere sempre più frequentemente alla
repressione, alla costruzione di nemici e alla concentrazione del potere, non
sta diventando più forte. Sta mostrando la fragilità della propria base
politica. Anche ciò che oggi viene spesso celebrato come decisionismo o
leadership forte può essere letto in questa prospettiva: non come un
rafforzamento della democrazia, ma come il segno di una difficoltà crescente nel
costruire consenso attraverso il confronto, la mediazione e il riconoscimento
reciproco.
La forza della democrazia non consiste nell’eliminare il conflitto. Consiste nel
renderlo abitabile, nel permettere che differenze profonde convivano senza
trasformarsi in inimicizia. Ecco perché il tema del desiderio assume un
significato così importante. Le democrazie non sopravvivono soltanto grazie alle
Costituzioni o alle leggi. Hanno bisogno di un’immaginazione collettiva, della
capacità di rendere desiderabile una convivenza fondata sulla libertà,
sull’uguaglianza e sulla giustizia. Quando questa immaginazione si spegne, resta
il risentimento. E il risentimento cerca quasi sempre qualcuno da accusare prima
ancora di cercare una soluzione.
Forse il compito più urgente della politica, ma anche della scuola, della
cultura e dell’educazione, è proprio questo: non negare la rabbia, bensì
impedirle di trasformarsi in odio.
Aiutarla a diventare desiderio di giustizia e speranza di un futuro condiviso.
Perché una democrazia che smette di alimentare il desiderio finisce
inevitabilmente per lasciare spazio a chi promette sicurezza attraverso la
paura, identità attraverso l’esclusione e forza attraverso la riduzione della
libertà. Liberare il desiderio dal risentimento significa allora restituire alla
politica la sua funzione più alta: non amministrare le paure, ma rendere di
nuovo pensabile — e desiderabile — un mondo più giusto.
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