Referendum: il no è lotta contro il progetto neoautoritario
di GISO AMENDOLA.
Il referendum sulla giustizia viene raccontato come un intervento tecnico, quasi
neutro, sulla separazione delle carriere dei magistrati. È una rappresentazione
completamente fuorviante: in gioco non c’è un dettaglio dell’ordinamento
giudiziario, ma un passaggio decisivo nell’evoluzione del nostro sistema
costituzionale.
Per comprenderlo, bisogna collocare questa riforma dentro un quadro più ampio:
quello di una trasformazione dei sistemi democratici in senso sempre più
autoritario, in cui l’esecutivo tende ad accumulare potere a scapito degli altri
poteri dello Stato. Non è evidentemente un fenomeno esclusivamente italiano. Ma
in Italia, con questa proposta di controriforma, si manifesta in modo
particolarmente esplicito, sistematico e – direi – costituzionalmente
organizzato.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a uno slittamento continuo: il rapporto tra
sicurezza e libertà è stato progressivamente riequilibrato a favore della prima.
La logica securitaria è diventata la grammatica ordinaria del potere. Dal
decreto “rave” fino al cosiddetto decreto Caivano, sino alla lunga sequela di
decreti sicurezza, questo processo ha assunto un ritmo incalzante. La
controriforma costituzionale si colloca esattamente in questa traiettoria: ne è
il punto di consolidamento. Non introduce qualcosa di radicalmente nuovo, ma
iscrive nella Costituzione formale ciò che abbiamo già visto operare nella
prassi.
Per questo la battaglia contro questa riforma è la stessa battaglia che è stata
condotta – e che continua, con la partecipazione determinate di reti sociali e
di “convergenze” dal basso – contro i decreti sicurezza. Non sono piani
distinti: sono espressioni diverse di un unico disegno neoautoritario.
La separazione che indebolisce
La separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante viene
presentata come una misura di chiarezza. In realtà, spezza l’unità della
giurisdizione.
Il pubblico ministero, nel nostro ordinamento, non è semplicemente un
accusatore: è – o dovrebbe essere – una figura che partecipa alla funzione di
garanzia. Separarlo significa trasformarlo progressivamente in altro: in un
soggetto sempre più vicino alla polizia giudiziaria che alla cultura del
giudicare.
Nella prima fase l’assetto del nuovo “autogoverno” delle Procure si presenterà
come completamente autoreferenziale, sganciato come sarà dalla necessità del
confronto con la funzione giudicante. Ma questo assetto è instabile. Ed è
proprio qui che si comprende il senso politico della riforma: un pubblico
ministero isolato è più facilmente ricondotto, nel passaggio successivo, sotto
l’orbita dell’esecutivo. Non serve che questo sia scritto esplicitamente. Basta
predisporre le condizioni perché accada. Del resto, l’appiattimento della
pubblica accusa su una logica securitaria e poliziesca, e l’attrazione
nell’orbita dell’orientamento politico
Frammentare per governare
La riforma non si limita a dividere il Consiglio Superiore della Magistratura.
Separa anche l’esercizio del potere disciplinare, moltiplica i centri
decisionali, ridefinisce i meccanismi di selezione.
Il risultato è una magistratura più frammentata e quindi più governabile. Un
autogoverno più debole, più esposto. Magistrati sorteggiati e quindi meno
strutturati sul piano istituzionale; membri laici legati alla maggioranza
parlamentare. Non è un dettaglio tecnico: è un dispositivo politico.
Quando si rompe l’unità della magistratura e si indeboliscono le sue forme di
autogoverno, ciò che si riduce non è un privilegio corporativo, ma la capacità
di esercitare una funzione di limite rispetto al potere.
L’incubo della destra: il circuito virtuoso tra certa magistratura e lotte
sociali
Questo disegno si chiarisce se si guarda a quale magistratura risulta
particolarmente sotto il tiro delle destre. La destra ha presentato il sorteggio
come un’arma contro le correnti, e, dietro le correnti, contro la magistratura
“politicizzata”. In realtà, siamo ben lontani, oggi, dal quadro
“post-Tangentopoli”, in cui poteva essere messo all’ordine del giorno, non senza
qualche ragione, il problema di una magistratura “supplente” rispetto alla crisi
della politica. Oggi, una “politicizzazione” generale della magistratura è tema
che sussiste praticamente solo nella propaganda della destra, come del resto
dimostrato anche da tutte le più recenti elezioni del CSM, che vedono
costantemente il prevalere delle correnti conservatrici. Emerge però un altro
fronte: la presenza di una magistratura, spesso “nuova” non solo culturalmente
ma anche generazionalmente, che propone una lettura “attivistica” della
costituzione, delle carte internazionali e della giurisprudenza sovranazionale,
in nome di una rinnovata lotta per il diritto e i diritti, in settori cruciali,
nei quali l’attività parlamentare è da tempo paralizzata e ridotta ad un ruolo
ancillare rispetto al volere dei governi e delle maggioranze politiche. Gli
esempi sono molteplici: la difesa dei diritti dei migranti, dei richiedenti
asilo e, in generale, del sistema di protezione internazionale, che gli
interventi governativi tentano continuamente di destrutturare (non a caso,
Meloni ha cominciato la campagna referendaria evocando la questione del
fallimento dei campi per richiedenti in Albania come esempio paradigmatico
dell’impossibilità di agire per la sicurezza per “colpa” della magistratura); i
rapporti di lavoro, come stanno mostrando le inchieste sullo sfruttamento
lavorativo che hanno oggetto il nuovo caporalato delle piattaforme; la violenza
di genere, come mostra la centralità del consenso nella fattispecie di stupro,
affermata dalla giurisprudenza ben prima della controriforma reazionaria del ddl
Bongiorno.
L’efficienza come parola d’ordine
Si dice che questa riforma renderà la giustizia più efficiente. Ma non c’è nulla
che incida sui tempi dei processi o sulle disfunzioni degli uffici.
L’unica efficienza che viene perseguita è un’altra: quella di ridurre gli
ostacoli all’azione dell’esecutivo.
Quegli “ostacoli”, quei “rallentamenti” – che il potere vive come un problema –
sono in realtà il cuore della democrazia. Sono i contropoteri: sono quei
contrappesi sociali, tra i quali oggi, nell’impasse della politica tradizionale
“democratica” e del potere legislativo, emergono in particolare i circuiti tra
certa giurisprudenza avanzata e le lotte dell’attivismo, che impediscono al
neoautoritarismo di stabilizzare definitivamente un nuovo equilibrio
reazionario.
Eliminare questi contropoteri, per ristabilire una finora impossibile unità del
comando, è l’unica efficienza cui mira questa controriforma.
Autoritarismo e regime di guerra
C’è infine l’elemento di sfondo e determinante, che rende questi processi ancora
più intelligibili: il contesto di guerra.
La trasformazione neoautoritaria, l’“esecutivizzazione” del sistema, è
strettamente connessa a un regime di guerra. La guerra – tragicamente – ci aiuta
a capire ciò che altrimenti apparirebbe tecnico: i governi non tollerano
ostacoli, non tollerano rallentamenti, non tollerano contropoteri. Devono
decidere rapidamente, concentrare comando, neutralizzare dissenso.
Ma proprio ciò che per il potere appare intollerabile – i limiti, i conflitti, i
ritardi – è ciò che per la democrazia è essenziale.
Per questo la mobilitazione per il No al referendum non è isolata. È intrecciata
con quella contro i pacchetti sicurezza ed è, allo stesso tempo, intrecciata con
l’opposizione alla guerra. Si tratta di un unico terreno di conflitto: contro
l’autoritarismo, contro la guerra, contro la riduzione degli spazi democratici.
Non difendere, ma riattivare
Non si tratta, semplicemente, di “difendere la Costituzione”. Certo, in un tempo
in cui viene violata e piegata, essa va rispettata e onorata più che mai. Ma non
possiamo nasconderci che il suo disegno è stato già eroso da decenni di
neoliberismo, dalla distruzione del welfare, dall’indebolimento del principio di
eguaglianza.
Anche l’equilibrio tra i poteri è saltato da tempo: l’esecutivo ha già divorato
ampie porzioni della funzione legislativa e della centralità del Parlamento.
Per questo la posta in gioco non è conservativa. Non si tratta di difendere
equilibri che non esistono più. Si tratta di riattivarli. Di contrattaccare.
Riattivare elementi costituenti dentro e oltre la “difesa” della Costituzione
significa ricostruire contropoteri democratici, riappropriarsi del welfare,
reinventare forme di partecipazione e di conflitto. Significa dare forza a
quelle reti e a quelle esperienze che già oggi stanno producendo nuove
soggettività politiche: dai movimenti femministi a quelli ecologisti, dalle
lotte sociali ai percorsi di mutualismo, fino alle reti che mettono in
connessione queste esperienze.
È lì che la Costituzione può tornare a vivere: non come testo da difendere, ma
come processo da riaprire.
Una scelta politica
Il referendum sulla giustizia non è una questione tecnica. È una scelta politica
fondamentale.
Non riguarda la difesa della magistratura in quanto tale. Riguarda la
possibilità stessa di mantenere – e reinventare – uno spazio democratico in cui
il potere incontri limiti, resistenze, conflitti.
Nessuno ha stabilito che autoritarismo e guerra siano un destino. Ma per
impedirlo, bisogna riconoscerne la connessione e organizzare l’opposizione.
È esattamente questo il senso del voto
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