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No al referendum giustizia
di ROBERTA POMPILI. Viviamo in una fase storica in cui la guerra non è più soltanto un evento esterno, confinato in alcuni teatri militari. La guerra è diventata una forma di governo del mondo. La crisi dell’egemonia statunitense e occidentale, le tensioni tra blocchi, l’instabilità monetaria, la competizione permanente per risorse e influenza hanno prodotto un ordine internazionale fragile, attraversato da conflitti che non sono più eccezioni, ma parte strutturale del funzionamento del sistema. In questo quadro, la guerra non organizza soltanto la politica estera: ristruttura anche le politiche interne, legittima l’emergenza permanente, normalizza la compressione delle garanzie, giustifica la concentrazione del potere esecutivo. Per anni abbiamo detto, giustamente, che vivevamo dentro un neoliberalismo in crisi permanente: una razionalità capace di trasformare la crisi stessa in paradigma di governo. Oggi però questa lettura non basta più. Le conseguenze della pandemia, la guerra in Ucraina, il riarmo, la frammentazione dell’ordine globale, le tensioni sul piano monetario e geopolitico ci dicono che siamo entrati in una fase diversa. Il rapporto tra produzione, riproduzione sociale e accumulazione del capitale sta cambiando. L’accumulazione è sempre più concentrata, oligopolistica, legata non solo allo sfruttamento del lavoro, ma anche all’estrazione di valore da un “fuori” dalla produzione: dalla guerra, dalla crisi, dall’emergenza, dalla distruzione. In questo quadro, lo Stato assume uno statuto ambiguo ma decisivo: non è più garante della protezione sociale, non è nemmeno davvero in grado di governare razionalmente il caos globale, ma diventa sempre più apparato di comando, di sicurezza, di repressione. È così che prende forma quello che possiamo chiamare un regime di guerra permanente. Non perché ogni giorno cadano bombe, ma perché la logica dell’emergenza, del comando, della decisione rapida, della riduzione degli spazi di conflitto e di controllo democratico diventa la grammatica ordinaria del governo. Dentro questa cornice si colloca la gestione della crisi sociale. Crisi che non è astratta: è fatta di lavoro precario, salari insufficienti, case che non si trovano, sanità e scuola in difficoltà, territori interi lasciati senza servizi. Questa è l’insicurezza reale, materiale, quotidiana. Ma invece di rispondervi con più diritti, più welfare, più protezione sociale, la politica dominante sceglie un’altra strada: sostituire la sicurezza sociale con la sicurezza penale. Dove si ritrae il welfare, avanza il controllo. Dove mancano i servizi, si promette ordine. Dove cresce il disagio, si risponde con disciplina e repressione. È una scelta politica precisa. E qui bisogna dirlo con chiarezza: in una democrazia il conflitto sociale non è una patologia. È parte costitutiva della vita democratica. I conflitti dovrebbero essere riconosciuti, rappresentati, indirizzati, non criminalizzati. Quando il conflitto viene trattato come un problema di ordine pubblico, la democrazia si svuota e si trasforma in amministrazione autoritaria dell’emergenza. Invece oggi vediamo una tendenza opposta. Vediamo la costruzione sistematica del nemico interno. Il linguaggio politico e le piattaforme digitali spingono alla polarizzazione continua. La rabbia sociale viene deviata verso figure simboliche: il migrante, la donna che rivendica diritti, la persona LGBTQ+, il povero, il dissidente. L’altro diventa il problema. Così si evita di guardare alle cause strutturali delle disuguaglianze e si governa la paura. Questa logica si traduce in leggi precise. I decreti e i disegni di legge sulla sicurezza non sono semplici aggiustamenti tecnici. Sono dispositivi che ampliano i poteri di polizia, restringono gli spazi del dissenso, trasformano pratiche di conflitto in fattispecie da reprimere. I primi e i secondi pacchetti sicurezza hanno introdotto decine di articoli che estendono misure preventive, aggravano pene, colpiscono la possibilità stessa di manifestare e di organizzarsi. E il salto più grave è l’introduzione di strumenti come il fermo preventivo: non punire per ciò che si è fatto, ma per ciò che si potrebbe fare. Questa stessa razionalità la vediamo all’opera nella scuola, che è uno dei laboratori più evidenti del nuovo paradigma. La scuola pubblica italiana è da anni sottofinanziata: edifici spesso inadeguati, classi sovraffollate, personale precario, mancanza di servizi di supporto soprattutto nei territori più fragili. Eppure la risposta politica non è stata un grande investimento strutturale sul welfare educativo. La risposta è stata lo spostamento verso disciplina e controllo. Sotto la gestione di Valditara sono state introdotte misure molto chiare in questa direzione. È stato reintrodotto il voto di condotta come criterio selettivo, al punto che un 5 in condotta può comportare la non ammissione all’anno successivo. Sono state previste sanzioni più dure e persino multe fino a 10.000 euro per reati contro il personale scolastico. È stato rafforzato l’impianto disciplinare della valutazione, con il ritorno a giudizi sintetici nella scuola primaria. Parallelamente, il Ministero ha annunciato investimenti mirati – per esempio oltre 150 milioni di euro destinati agli istituti tecnici e professionali – che però non cambiano il quadro generale: la scuola pubblica resta strutturalmente sottofinanziata, mentre cresce lo spazio del privato e delle scuole paritarie sostenute anche con risorse pubbliche. Il messaggio politico è chiaro: al disagio sociale che entra nelle scuole sotto forma di povertà, fragilità, conflitti, non si risponde con più educatori, più tempo scuola, più servizi, più inclusione. Si risponde con l’ordine. Meno welfare educativo, più disciplina. A questo si aggiunge un crescente intervento sui contenuti e sull’autonomia della didattica. Si restringe lo spazio della libertà di insegnamento. Si alimenta un clima di controllo e di autocensura. Arrivano proposte come quella di equiparare l’antisionismo all’antisemitismo, cioè di confondere la critica politica con l’odio razziale, riducendo lo spazio del dissenso legittimo. Anche qui, non siamo di fronte a episodi isolati: siamo dentro una logica di governo che considera il sapere critico come un problema da contenere. Lo stesso schema lo ritroviamo nella sanità, dove il servizio pubblico viene progressivamente indebolito, mentre cresce lo spazio per grandi strutture e per il privato finanziato con risorse pubbliche. Il risultato è un sistema più diseguale: chi può paga, chi non può aspetta o rinuncia a curarsi. E poi c’è il disegno di legge Bongiorno sul consenso, che sposta l’asse dalla libertà presunta alla libertà da dimostrare. Non è una finezza giuridica. È un cambio di paradigma: i diritti non sono più il presupposto, diventano l’eccezione da provare. I soggetti diventano casi da valutare. È, ancora una volta, la grammatica del securitarismo: sospetto, controllo, selezione delle vulnerabilità ritenute credibili. In questo contesto, anche il diritto cambia funzione. Non serve più a mediare i conflitti sociali o a garantire diritti universali. Serve sempre più a selezionare, prevenire, punire, neutralizzare. È per questo che la giustizia diventa un terreno centrale di scontro politico. Ed è qui che si colloca il referendum. Non è una riforma tecnica. È un passaggio politico decisivo. Si tenta di rendere la magistratura più debole, più ricattabile, più subordinata all’esecutivo. Non più un potere autonomo capace di rappresentare un limite e un controllo, ma sempre più un ingranaggio allineato al comando politico. Questo si lega perfettamente agli altri pezzi del disegno: all’autonomia differenziata che spezza l’uguaglianza dei diritti tra territori, al progetto di premierato che concentra il potere, alla moltiplicazione dei decreti che svuotano il Parlamento, alla riduzione dei contrappesi istituzionali. È un’unica architettura: centralizzazione, comando, riduzione dei controlli, riduzione dei diritti. In un regime di guerra permanente, interno ed esterno, questa è la direzione: meno democrazia, più autorità. Meno welfare, più polizia. Meno diritti, più disciplina. PERCHÉ IL NO È IMPORTANTE Ed è qui che bisogna essere molto concreti, perché questa riforma non è un gioco tra palazzi. Riguarda la vita quotidiana delle persone. Riguarda il rapporto tra i cittadini e il potere, tra i più deboli e i più forti. Se la magistratura viene resa più debole, più esposta, più condizionabile dall’esecutivo, a perdere non sono le élite: perdono quelli che hanno bisogno della giustizia per difendersi. Pensiamo, per esempio, al rapporto tra cittadini e forze di polizia. In un contesto in cui si propone uno scudo penale per gli agenti, e in cui sappiamo benissimo — ce lo dice la cronaca — che errori, abusi e violenze possono accadere, una magistratura più fragile significa una cosa molto semplice: meno possibilità di accertare responsabilità, meno possibilità di ottenere giustizia per chi subisce. Non per sfiducia ideologica, ma per un dato strutturale: quando il potere esecutivo pesa di più, il controllo giudiziario pesa di meno. E chi sta dall’altra parte di un manganello o di una divisa resta più solo. Pensiamo poi a quello che succede dopo i Decreti Sicurezza. Chi protesta, chi manifesta, chi occupa, chi sciopera, chi prova a portare il conflitto sociale nello spazio pubblico, viene sempre più spesso trascinato in procedimenti penali. In questo scenario, una magistratura più debole e più allineata significa meno tutela per studenti, giovani, lavoratori, movimenti, e più facilità nel trasformare il conflitto sociale in un problema di ordine pubblico da reprimere, non in una questione politica da affrontare. Pensiamo al lavoro. Oggi sappiamo che solo grazie a interventi della magistratura è stato possibile, in alcuni casi, fermare pratiche di sfruttamento evidenti. Un esempio noto è quello dei rider: aziende come Glovo sono state costrette a cambiare pratiche e a fermare modelli di sfruttamento perché c’è stato un intervento giudiziario che ha riconosciuto che pagare due o tre euro a consegna, senza tutele, senza diritti, non è “innovazione”, è sfruttamento. Se la magistratura diventa più prudente, più timorosa, più condizionata politicamente, chi avrà davvero il coraggio di andare fino in fondo contro una multinazionale? Pensiamo alle donne vittime di violenza. In un sistema in cui i diritti diventano sempre più selettivi, in cui la protezione si indebolisce e il potere si rafforza, il rischio è evidente: la giustizia diventa sempre meno uguale per tutte e tutti. La possibilità di ottenere tutela, di vedere punito uno stupratore, di essere credute e protette, rischia di dipendere sempre di più dalle risorse, dal ceto, dalla posizione sociale. Non perché qualcuno lo scriva in una legge, ma perché un sistema giudiziario indebolito tende strutturalmente a proteggere i forti più dei deboli. Pensiamo infine al lavoro industriale, alle cosiddette “morti bianche”. Ogni volta che un operaio muore in fabbrica, sappiamo che dietro ci sono quasi sempre risparmi sulla sicurezza, catene di appalti, pressioni sui tempi e sui costi. Anche qui, senza una magistratura realmente autonoma e determinata, le responsabilità risalgono sempre meno in alto, si fermano sempre più in basso, e le grandi aziende, i grandi gruppi, le grandi filiere produttive restano sempre più protette. Una fabbrica, un’impresa, un grande datore di lavoro avrà di fatto più scudi e meno controlli. Questo è il punto: una giustizia più debole non è una giustizia “più efficiente”. È una giustizia più selettiva. Più dura con chi protesta, più prudente con chi comanda. Più severa con chi è già fragile, più indulgente con chi ha potere, soldi, relazioni. È per questo che questa riforma non è neutra. E non riguarda solo i magistrati. Riguarda il rapporto tra cittadini e potere. Riguarda chi viene protetto e chi viene esposto. Riguarda se la legge resta, almeno in parte, uno strumento di difesa dei deboli, o diventa sempre di più un ingranaggio del comando Per questo il NO è così importante. Non perché risolva tutto, ma perché ferma l’esecutivo adesso. Perché dà una battuta d’arresto a un potere che si sente intoccabile. Perché riapre uno spazio politico in cui torna possibile parlare di rapporti di forza, di diritti, di alternative. E qui veniamo al punto decisivo. La nostra battaglia non è semplicemente difendere la Costituzione come un feticcio. Quella Costituzione, soprattutto nella sua parte sociale, è stata svuotata per decenni. Il neoliberismo lo ha fatto da destra, ma lo ha fatto anche il centro-sinistra: tagli al welfare, precarizzazione del lavoro, privatizzazioni, riduzione sistematica dei diritti sociali. La Costituzione è rimasta spesso sulla carta. La vera sfida è renderla effettiva. Rendere effettivi il diritto alla salute, all’istruzione, al lavoro dignitoso, alla casa, alla protezione sociale, all’uguaglianza. E questo non succede per buona volontà. Succede solo se si ricostruiscono rapporti di forza reali. Questa è una sfida radicale. Non riguarda solo la ricomposizione di sigle, partiti, movimenti o strutture politiche. Riguarda qualcosa di più profondo: ricostruire le connessioni tra la molteplicità dei bisogni e dei desideri dei soggetti che oggi compongono la moltitudine: lavoratori e lavoratrici precarie, studenti, donne, migranti, territori abbandonati, soggettività LGBTQ+, pezzi di società che oggi vivono separati ma subiscono la stessa logica di comando. O fermiamo adesso questa deriva autoritaria, o il prezzo sarà ancora più alto. Dire NO non è la fine della battaglia. È l’inizio necessario per riaprire uno spazio di conflitto, di democrazia reale, di trasformazione. Non per difendere l’esistente, ma per riprenderci la scena e rendere reali i diritti che ci sono stati tolti. questo intervento è stato pubblicato su UmbriaLeft L'articolo No al referendum giustizia proviene da EuroNomade.
March 18, 2026
EuroNomade
Epstein Files. O dell’irriformabilità del maschio cishet (e dell’Occidente)
di MADDALENA FRAGNITO. Riprendiamo dal sito di Effimera questo intervento di Maddalena Fragnito, pubblicato il 9 febbraio 2026. Quello che emerge dai cosiddetti Epstein Files — torture, abusi, stupri, sparizioni sospette e possibili omicidi di ragazze, traffico di bambini e bambine, impunità e insabbiamenti bipartisan — non è una sequenza di crimini eccezionali né l’ennesima prova della degenerazione delle élite. È un punto di condensazione oltre il quale diventa difficile continuare a fingere che le forme di violenza sessista, razzista e classista siano perversioni individuali o aliene alle tecnologie di potere. Anche qui l’orrore non è un eccesso: è linguaggio coerente di un dominio maschile che si esercita senza limiti, sui corpi, sui territori, sul tempo, sulla vita e sulla morte. La costruzione dell’Occidente, del resto, intesa come struttura di dominazione coloniale più che come entità geografica, si è sempre articolata attraverso il controllo dei nostri corpi e il governo delle pulsioni: decidere quali corpi siano disponibili, sacrificabili, violabili, e quali invece degni di protezione, opacità, immunità. Pertanto, il punto a proposito di questi documenti non è tanto cedere al moral panic, un dispositivo che l’infrastruttura delle relazioni di potere conosce bene utilizzandolo a proprio vantaggio, ma interrogare ciò che in questo panico resta indicibile. Il non detto, perché troppo vicino al cuore di tenebra del potere stesso: lo stupro come infrastruttura dell’ordine costituito; l’abuso come tecnica politica di disciplinamento. Tuttavia, ciò che mi ha colpita non è solo l’orrore dei fatti riportati e la rete di interessi internazionali che ne emerge — dicevamo, appropriazione e stupro come tecnologie politiche sono il fondamento non dichiarato della “civiltà occidentale” — quanto l’assenza di reazioni da parte di molti compagni. Uomini che si dichiarano anticapitalisti, anticoloniali, critici dell’autoritarismo contemporaneo, che restano indenni di fronte agli aspetti strutturali di quella che chiamiamo “egemonia corazzata di coercizione”. Questa assenza ha reso ancora più evidente una reazione comune che abbiamo provato in tante* davanti ai documenti pubblicati: la nausea. Un senso di disgusto fisico e politico che è diventato la parola ricorrente negli scambi tra compagne quando commentiamo i file. È un sapere collettivo femminista che passa dal corpo, una forma di riconoscimento condiviso, immediato e non mediato, che segnala come il dominio maschile continui a esercitarsi impunito. È a partire da questa risposta corporea, ciò che il femminismo ha elaborato come sapere incarnato, che ho interrogato le reazioni, o le non reazioni, degli uomini intorno a me, oscillanti tra minimizzazione e spostamento. Provare nausea per gli Epstein Files sarebbe “un riflesso un po’ MAGA” e la nostra una reazione di tipo “caratteriale”. Oppure non ci sarebbe nulla da dire: “sappiamo quanto le élite siano perverse!”. Un’alzata di spalle in stile TINA (There Is No Alternative), traslata dal neoliberismo alla cultura dello stupro. Eppure questa postura non è neutra. E ha una storia. Da decenni il pensiero femminista insiste su un punto che continua a essere rimosso: la separazione tra razionalità e corpo è una costruzione funzionale al potere. La distanza, la neutralità, la capacità di non essere toccati dalla nausea, sono stati storicamente requisiti simbolici della soggettività maschile occidentale: il patriarcato capitalista suprematista funziona anche attraverso una distribuzione differenziale della vulnerabilità. Ciò nonostante, le emozioni non sono residui irrazionali, ma forme di orientamento collettivo verso il mondo, modi in cui il potere si fa sentire letteralmente sulla pelle – e dopo tre anni di genocidio del popolo palestinese in streaming questo dovrebbe essere evidente. Benché i media mainstream ne parlino raramente, nei materiali oggi disponibili, oltre all’orrore delle violenze raccontate, emergono connessioni tra Jeffrey Epstein, la sua rete di relazioni (tra cui spiccano intellettuali, CEO e politici, oltre alla compagna Ghislaine Maxwell) e diversi apparati di potere statali e para-statali, inclusi ambiti riconducibili a Israele e all’intelligence israeliana (tra cui Leslie Wexner, Robert Maxwell, Alan Dershowitz, Ehud Barak e Lord Mandelson).[1] In ricostruzioni giornalistiche e giudiziarie, Epstein appare come un gestore di “trappole al miele”, inserito in circuiti capaci di incidere su settori della politica statunitense e su snodi diplomatici cruciali.[2] Si tratta di indizi, ancora in parte da verificare, che tuttavia segnalano il grado di opacità e impunità entro cui queste reti hanno potuto operare per decenni. Ciò che conta, qui, è il fatto che la violenza sessuale organizzata funzioni come dispositivo di ricatto delle élite, di governo e di regolazione del mondo da parte della classe dominante, attraversando confini nazionali, istituzioni e alleanze internazionali: in sintesi, è l’esito di rapporti di classe. Epstein non è un’eccezione, ma un nodo operativo dentro un sistema in cui abuso, segretezza e potere si rafforzano reciprocamente. E mentre si apparecchiavano le partite di Risiko dei potenti, nella stanza accanto si torturavano bambine, descritte nei documenti attraverso un linguaggio che riduce i loro corpi a “vagine strette” e costrette al silenzio sotto la minaccia di diventare “fertilizzante per le ultime nove buche”.[3] Del campo da golf, si intende.[4] Per quanto redatti a protezione dei carnefici, ciò che emerge nei documenti pubblicati negli archivi del Dipartimento di Giustizia statunitense sembra non bastare ancora a rendere visibile il nesso tra reti internazionali di interessi occidentali e dominio maschile (certo non ce lo aspettiamo dai media mainstream, ma forse dai compagni sarebbe anche l’ora). È qui, infatti, che si incontra il punto di massimo attrito: ciò che non passa, ciò che viene espulso dal discorso perché troppo compromettente. Non certo per eccesso di orrore, ma perché troppo vicino al funzionamento ordinario. Lo scarto tra ciò che viene trattato come affare di Stato e ciò che resta relegato a scandalo non è accidentale: è parte integrante del funzionamento ordinario del dominio maschile. Altrimenti non sarebbe così difficile capire come lo sfruttamento di intere popolazioni sia intrinsecamente connesso al dominio maschile, né riconoscere come lo sterminio del mondo origini dalla violenza contro corpi di cui il maschio cishet al comando pensa ancora di poter disporre come proprietà da vendere, abusare, uccidere. Quando gli Epstein Files vengono liquidati come “eccessi”, si attiva esattamente questo meccanismo: mostri al posto di persone comuni, élite predatorie invece di una struttura di potere. In questo senso, non provare nausea davanti a questi documenti diventa una forma di complicità silenziosa. Non tanto nei confronti di Epstein come individuo, quanto dell’impalcatura che lo ha reso possibile, protetto e normalizzato per decenni. Liquidarli come sensazionalismo, come pornografia dell’orrore o come arma retorica reazionaria significa rifiutare di guardare ai nessi, perché proprio quei nessi rendono visibile, in forma concentrata, una logica strutturale del capitalismo: l’accumulazione attraverso l’appropriazione sistematica, l’uso, l’abuso e la distruzione di corpi e territori. Gli Epstein Files si inscrivono in una lunga storia in cui la produzione e la riproduzione sociale sono state organizzate attraverso lo sfruttamento sistematico di soggettività sessualizzate, razzializzate, schiavizzate ed espropriate. La violenza che ne emerge è una pedagogia della crudeltà che produce gerarchie e inscrive nei corpi chi comanda e chi deve servire o soccombere. Il corpo femminile – categoria storicamente prodotta dal patriarcato e che include tutte le soggettività femminilizzate – è stato il primo territorio colonizzato, il laboratorio in cui si sono sperimentate forme di dominio poi estese su scala globale. Il controllo dei nostri corpi è un dispositivo di organizzazione materiale del lavoro, della riproduzione e della proprietà. Non viene dopo lo sfruttamento economico: ne è la premessa. Durante la schiavitù la violenza sessuale sui corpi delle donne nere è la condizione strutturale di quel regime economico. I nostri corpi sono al tempo stesso forza lavoro e mezzi di riproduzione della forza lavoro. Genere, razza e classe non sono assi separabili nel patriarcato capitalista suprematista – un’impalcatura culturale fatta di norme, pratiche e aspettative che rendono possibile la sopraffazione e che, al tempo stesso, vengono rafforzate da questa stessa agibilità. La possibilità per alcuni uomini di restare intatti e in silenzio davanti all’orrore è una posizione sociale costruita all’incrocio tra genere, razza e classe. Un primo silenzio è quello di chi ha continuato a fare affari con Epstein e a ricevere donazioni da lui, nonostante le accuse pubbliche che, a partire dal 1996, si sono accumulate grazie alle denunce di centinaia di donne, tra cui Maria Farmer e Annie Farmer. Accuse rimaste per anni intrappolate in procedure legali e cavilli burocratici, sulle scrivanie di quelle stesse istituzioni che avrebbero dovuto renderne conto. Un altro tipo di silenzio è quello dei compagni: il privilegio di decidere di non vedere né farsi toccare dalla violenza su cui si fonda la propria posizione di uomini, di far finta che quella violenza sia la condizione del mondo. There Is No Alternative, baby. E invece le alternative ci sono, e il vostro silenzio, oltre a essere insostenibile, non è così diverso dal primo. Le analisi sul neoliberismo, sull’imperialismo, sull’estrattivismo globale non possono fermarsi, come troppo spesso accade, all’uscio del dominio maschile, proprio quando in controluce si intravvede che esso è l’infrastruttura dello stesso sistema che si mette quotidianamente a critica. Così la cultura dello stupro viene ricacciata nel registro della “morale”, del “privato”, del “mostro”, proprio nel punto in cui dovrebbe essere riconosciuta come fondamento. Separare la lotta contro il capitalismo da quella contro il patriarcato è una scelta politica che consente, certamente #NotAllMen, di mantenere una zona di comfort: quella di non mettere in discussione il proprio rapporto con il possesso del corpo delle altre* come risorsa materiale e simbolica. Interrogare la mascolinità occidentale e la sua resistenza alla trasformazione significa chiedersi, una volta ancora, se sia possibile vivere con gli uomini. È una diagnosi politica fondata su decenni di analisi femminista materialista e decoloniale, che continua a fare i conti con una forma storica di soggettività cristallizzata attraverso secoli di violenza patriarcale, schiavista e capitalista. Una forma che ha fatto del non essere toccato, del non sentire e del non rispondere la condizione stessa della propria esistenza come soggetto politico. Tuttavia, proprio perché questa forma è storica, potrebbe e dovrebbe mutare. Ma la teoria non basta. La trasformazione non avviene spontaneamente, né per buona volontà individuale. Deve passare da un conflitto radicale e collettivo con le forme di essere che il patriarcato capitalista suprematista ha prodotto. Finché la critica del capitalismo non sarà anche una critica radicale della mascolinità e della fratellanza tra uomini che la riproduce attraverso reti di protezione reciproca e complicità silenziosa, ogni progetto ricompositivo di lotta resterà incompleto. Ovvero: se il vostro antagonismo arriva fin lì, non sta mettendo in discussione il sistema, sta imparando a viverci senza sporcarsi le mani. La nausea che proviamo è una rottura necessaria con l’idea che la trasformazione possa avvenire senza conflitto. È il punto oltre il quale la mediazione non è più possibile, in cui diventa necessario scegliere da che parte stare. Non si tratta di dichiarazioni di principio, ma della disponibilità a sentire l’orrore invece di allontanarlo, a riconoscere la complicità invece di esternalizzarla sui “mostri”. Significa capire che non possiamo più provare nausea da sole, né continuare a prenderci cura, gratuitamente, per riparare corpi e territori martoriati dalla violenza predatoria del dominio maschile, e dalla continua esposizione a essa. Significa anche accettare che non siamo più disposte* a sentire minimizzati gli effetti di questa violenza sulle nostre vite e su quelle di tutti voi, perché il dominio maschile è la condizione stessa del nostro sfruttamento. L’immunità dalla nausea non smantellerà mai la casa del padrone. È lo strumento del padrone, nella sua forma più intima. Consigli di lettura Sara Ahmed, The Cultural Politics of Emotion (2004) Judith Butler, Vite precarie (2004) R.W. Connell, Masculinities (2005) Angela Davis, Donne, razza, classe (ed. italiana, 2018) Denise Ferreira da Silva, Toward a Global Idea of Race (2007) Silvia Federici, Calibano e la strega (ed. italiana, 2015) Miranda Fricker, Epistemic Injustice: Power and the Ethics of Knowing (2009) Manon Garcia, Vivere con gli uomini (ed. italiana, 2025) Saidiya Hartman, Scenes of Subjection. Terror, Slavery, And Self-Making In Nineteenth-Century America (1997) bell hooks – Elogio del margine/Scrivere nel buio (ed. italiana, 2020) – Il femminismo è per tutti (ed. italiana, 2021) Audre Lorde, Uses of the Erotic (1978) Lea Melandri, Amore e violenza. Il fattore molesto della civiltà (2011) Maria Mies, Patriarchy and Accumulation on a World Scale (1986) Carole Pateman, Il contratto sessuale (ed. italiana, 1997) Rita Segato – La guerra contro le donne (ed. italiana, 2023) – Contro-pedagogie della crudeltà (ed. italiana, 2024) Hortense Spillers, Mama’s Baby, Papa’s Maybe: An American Grammar Book (1987) Gayatri Chakravorty Spivak, Can the Subaltern Speak? (1988) Klaus Theweleit, Fantasie virili. Donne Flussi Corpi Storia. La paura dell’eros nell’immaginario fascista (1997) NOTE [1] Ad esempio, si veda la testimonianza di Ari Ben-Menashe, processo G. Maxwell, 2021. Per cominciare a navigare i file pubblicati, suggerisco di partire dalle inchieste di Dropsite News ( https://www.dropsitenews.com/p/jeffrey-epstein-leslie-abigail-wexner-pro-israel-philanthropic-foundation?utm_source=publication-search). Di seguito un caso che riguarda l’Italia, di cui hanno parlato Report (https://www.raiplay.it/video/2025/12/Report—Puntata-del-04012026-555b0545-08e3-4eaa-a566-7b883c49989c.html) e la Stampa ( https://www.lastampa.it/politica/2026/01/02/news/epstein_e_quella_rete_che_porta_a_mister_eternit-15453263/). [2] Ad esempio, il rapporto tra Epstein e l’ambasciatrice Mona Juul, figura di spicco negli accordi di Oslo (https://it.insideover.com/media-e-potere/norvegia-lo-scandalo-epstein-investe-lambasciatrice-mona-juul-i-contatti-con-barak-e-quel-testamento-sospetto.html) e quello con Sultan Sulayem, figura di spicco dell’élite economica emiratense (https://www.dropsitenews.com/p/jeffrey-epstein-united-arab-emirates-sultan-sulayem-dubai-dp-world). [3] Si veda il documento: EFTA01660679, p. 2 (https://www.justice.gov/epstein/files/DataSet%2010/EFTA01660679.pdf). [4] Avrei voluto non scrivere mai queste ultime frasi. L'articolo Epstein Files. O dell’irriformabilità del maschio cishet (e dell’Occidente) proviene da EuroNomade.
February 21, 2026
EuroNomade
A proposito di alcune prese di posizione che difendono il governo Maduro
Rprendiamo dal sito di ADLCobas questo contributo di alcun* compagn* della diaspora venezuelana in Italia che fanno parte del sindacato ADLCobas Negli ultimi giorni sono circolate prese di posizione che, pur denunciando correttamente l’imperialismo statunitense, finiscono per difendere Maduro come presunto baluardo del processo bolivariano. Allo stesso tempo, a partire dal 3 gennaio, dentro e fuori dal Venezuela, vediamo venezuelane e venezuelani festeggiare il sequestro e l’incarcerazione di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti. È un dato scomodo, ma va affrontato politicamente: non si può ridurre questo fenomeno alla sola destra o ai settori borghesi. Tra chi esprime sollievo e felicità ci sono anche lavoratrici e lavoratori, settori popolari ed ex sostenitori del chavismo, spinti all’esilio da anni di impoverimento, repressione e negazione dei diritti. Il progetto della Rivoluzione Bolivariana, inaugurato da Hugo Chávez, nasceva da un tentativo reale di rompere con il neoliberismo, redistribuire la rendita petrolifera, combattere la povertà e costruire sovranità nazionale e integrazione regionale. Richiamare quello sforzo storico è corretto e necessario. Tuttavia, è un grave errore politico e analitico identificare la gestione di Nicolás Maduro con quel progetto. Non esiste continuità nelle politiche sociali che ne avevano caratterizzato la prima fase. Negli ultimi dodici anni, il governo Maduro ne ha promosso lo smantellamento attraverso una gestione autoritaria e profondamente inefficiente, attribuendo sistematicamente all’embargo internazionale ogni responsabilità della crisi. Non è corretta, per esempio, l’affermazione secondo cui in Venezuela la giornata lavorativa di 40 ore settimanali sarebbe stata ridotta. Questa misura faceva parte della proposta di riforma costituzionale promossa da Chávez nel 2007 e sottoposta a referendum popolare, che non venne approvata — l’unica sconfitta elettorale subita da Chávez. Sotto la gestione di Maduro, i proventi del petrolio non sono stati utilizzati per migliorare le condizioni di vita della popolazione, ma per arricchire una nuova élite interna, intrecciata con settori militari, burocratici e imprenditoriali, oltre che con multinazionali che oggi operano in condizioni persino più favorevoli rispetto al passato. Si è formata una nuova oligarchia, attraverso il saccheggio sistematico della rendita petrolifera, ormai completamente separata dagli interessi delle classi popolari. È indubbio che settori dell’opposizione di destra abbiano invocato apertamente l’intervento statunitense. Questo va denunciato senza ambiguità, nella piena consapevolezza che gli Stati Uniti non agiscono in nome della democrazia, ma per garantire l’accesso alle risorse, il controllo dei prezzi energetici, l’indebolimento dell’OPEC e la disciplina geopolitica del continente. L’incursione del 3 gennaio va letta come un messaggio all’intera regione: obbedienza o punizione. Tuttavia, ciò non può in alcun modo assolvere il governo Maduro. Negli ultimi anni esso ha represso, silenziato e incarcerato settori popolari, sindacalisti, lavoratori e lavoratrici, attivisti sociali che erano stati protagonisti del processo chavista e che oggi lottano semplicemente per salari dignitosi, servizi pubblici e diritti fondamentali. Un errore ricorrente in molte analisi consiste nel ridurre l’opposizione venezuelana a un unico blocco reazionario, cancellando l’esistenza di un’opposizione popolare, sociale e di sinistra che oggi viene repressa dal governo. Non si può assimilare chi lotta per diritti elementari alla destra golpista, né legittimare la repressione in nome dell’anti-imperialismo. Il regime sanzionatorio e l’embargo degli Stati Uniti rappresentano senza dubbio una delle cause centrali della crisi. Ma il governo Maduro li ha utilizzati sistematicamente come alibi per mascherare corruzione, concentrazione della ricchezza e smantellamento delle conquiste sociali. Un anti-imperialismo ridotto a pura retorica, funzionale alla protezione di una borghesia locale, non è anti-imperialismo, ma una forma di gestione autoritaria della dipendenza. È corretto ricordare che la controffensiva statunitense non può essere compresa senza richiamare l’autonomia conquistata dal subcontinente latinoamericano negli anni Duemila grazie alla diplomazia chavista. Ma è stato lo stesso governo Maduro a smantellare quell’eredità, distruggendo organismi regionali come UNASUR e CELAC, svuotando l’OPEC, isolando il Venezuela e rendendolo sempre più vulnerabile sul piano internazionale. Maduro non gode del sostegno popolare che aveva Chávez. Le cifre ufficiali sulla partecipazione elettorale non tengono conto della pesantissima sconfitta elettorale del luglio 2024, mai riconosciuta dal governo, che ha scelto di mantenersi al potere attraverso il controllo delle istituzioni, la repressione e l’uso della forza. I gravi abusi subiti da settori popolari e attivisti, comprese detenzioni arbitrarie e uccisioni, sono documentati da numerose organizzazioni nazionali e internazionali per i diritti umani, tra cui la Missione Internazionale Indipendente delle Nazioni Unite. Sul piano geopolitico, la denuncia dell’intervento statunitense resta necessaria. Ma il nodo centrale non è soltanto la difesa o meno di Maduro: il problema è che si sta consegnando il Paese e le sue ricchezze strategiche. La politica petrolifera del governo ha un carattere di fatto coloniale, con un ruolo centrale di multinazionali come Chevron, in condizioni che ricordano le concessioni di inizio Novecento. Governo e opposizione di destra appaiono sempre più come due opzioni “entreguiste”, in competizione su chi sappia garantire meglio gli interessi di Washington. Sostenere che il progetto bolivariano ha retto può risultare consolatorio, ma è falso. È stato lo stesso governo Maduro a distruggerlo. Se vogliamo comprendere la reale resilienza del popolo venezuelano, dobbiamo guardare alle lotte sociali oggi represse: per i salari, per la terra, per i diritti indigeni, per il diritto allo studio, per i servizi pubblici e per i diritti umani. È in questi conflitti che può nascere una ricomposizione popolare, democratica e di sinistra, alternativa sia all’autoritarismo governativo sia alla destra neoliberale. La rappresentazione della diaspora venezuelana come composta prevalentemente da persone “ben vestite” e privilegiate rischia di occultare le cause profonde e drammatiche della migrazione di massa. La diaspora venezuelana, di cui anche noi facciamo parte, conta oggi oltre otto milioni di persone in meno di dieci anni: una fuga di quasi un terzo della popolazione. Si tratta in larga parte di una migrazione forzata, determinata dal crollo dei salari, dall’impossibilità di soddisfare bisogni essenziali, dal collasso dei servizi sanitari ed educativi, da un’iperinflazione senza precedenti nella storia dell’America Latina, dall’insicurezza alimentare e dal deterioramento generalizzato delle condizioni di vita. La strumentalizzazione biopolitica della diaspora da parte del governo ha funzionato come una valvola di sfogo delle tensioni sociali interne. Le rimesse inviate dall’estero sono diventate essenziali per la sopravvivenza dei familiari rimasti nel Paese, costretti a vivere con salari e pensioni il cui valore reale oscilla, a causa della volatilità del tasso di cambio, tra uno e tre dollari al mese. Questo ha favorito l’espansione del lavoro informale e l’adozione di una politica dei bonus che ha progressivamente smantellato il sistema di previdenza sociale. L’esperienza migratoria venezuelana è stata segnata da precarietà, sfruttamento, attraversamenti pericolosi, discriminazioni e violazioni dei diritti, soprattutto per i settori popolari. Se oggi una parte significativa della diaspora proveniente da questi settori finisce per identificarsi politicamente con la destra, questo dato non può essere liquidato o stigmatizzato, ma deve interrogare seriamente le responsabilità del governo Maduro, che ha compromesso e delegittimato, nei fatti, il significato storicamente associato alla sinistra e al progressismo. Riteniamo che costruire una solidarietà internazionale coerente non può significare schierarsi con un governo corrotto ed elitista in nome dell’anti-imperialismo, né contribuire a una lettura distorta del patrimonio della Rivoluzione Bolivariana. Schierarsi con i popoli significa denunciare l’intervento imperialista e, allo stesso tempo, sostenere le lotte che in Venezuela nascono dal basso, spesso sotto una repressione feroce. È da queste voci marginalizzate e silenziate che bisogna partire, evitando ogni identificazione automatica tra governo e popolo. L'articolo A proposito di alcune prese di posizione che difendono il governo Maduro proviene da EuroNomade.
January 17, 2026
EuroNomade
Intervista a Michael Hardt: “Trump gioca sul ricatto globale permanente, caos e confusione sono la sua tattica”
di ANTONIO MUSELLA. riproponiamo l’intervista a Michael Hardt pubblicata su Fanpage il 12 gennaio 2026 L’attacco al Venezuela, la minaccia alla Groenlandia, in politica estera, i blitz armati degli uomini dell’ICE nelle principali metropoli del paese in politica interna, in questo modo Donald Trump sta cambiando, apparentemente senza possibilità di ritorno, le politiche globali in materia di relazioni internazionali e di sicurezza interna. Un vero e proprio nuovo ordine mondiale, che passa dalla demolizione del diritto, a cominciare da quello internazionale, e per i missili sui territori individuati come preda e i fucili spianati all’interno del paese. Trump sta inaugurando una nuova dottrina, e quello che è avvenuto con il sequestro del presidente venezuelano Nicolas Maduro, segna un punto di non ritorno. Ne abbiamo discusso con Michael Hardt, filosofo americano, studioso del trumpismo e dei conflitti globali. Che impatto ha avuto negli USA l’attacco a Caracas ed il sequestro di Maduro ? Trump e i suoi consiglieri sono attualmente inebriati dal potere e credono di essere alla guida della macchina dell’ordine globale. Ovviamente, una situazione pericolosa e letale. Le reazioni politiche all’interno degli Stati Uniti sono finora relativamente sommesse. Ciò è dovuto in parte, credo, al fatto che la situazione è ancora poco chiara. Gli Stati Uniti controllano Venezuela o Delcy Rodriguez e le altre forze politiche e militari del governo bolivariano hanno ancora un potere significativo? Trump invaderà presto la Colombia? Una delle tattiche standard di Trump è quella di essere imprevedibile e creare confusione per tenere i suoi avversari in uno stato di incertezza. Detto questo, credo che le reazioni politiche significative negli Stati Uniti diventeranno chiare solo con il tempo. Una novità della nostra situazione attuale è che le azioni di Trump non necessitano di un’analisi politica approfondita. In passato bisognava svelare gli obiettivi nascosti dietro le belle parole dei presidenti statunitensi: democrazia, libertà, diritti umani. Trump è più trasparente e più onesto. Dice esplicitamente di volere il petrolio del Venezuela e i minerali della Groenlandia. Quello che è avvenuto in Venezuela sembra la fine del diritto internazionale, in che dimensione si sta proiettando il mondo? Hai ragione, il diritto internazionale è in crisi, ma l’indebolimento del diritto internazionale era già iniziato molto tempo fa. In un certo senso, Trump sta seguendo lo stesso copione di Putin e Netanyahu: conquista territoriale, esplicita ricerca di potere e ricchezza. Questo comportamento e questa retorica degli Stati Uniti, ovviamente, hanno implicazioni per altri Stati con aspirazioni espansionistiche, tra cui Israele, Russia e Cina. Qualsiasi condanna delle loro violazioni del diritto internazionale ora suona vuota. Ricordiamo anche che gli sforzi del governo Trump contro il diritto internazionale vanno di pari passo con il suo progetto di indebolire la Costituzione degli Stati Uniti, concentrando il potere nelle mani del Presidente. Stiamo vivendo due crisi costituzionali, a livello nazionale e globale. La Groenlandia è nelle mire dell’amministrazione Trump, eppure la Danimarca fa parte della NATO, il presidente americano può arrivare a mettere in discussione il patto atlantico ? È certamente possibile che Trump minacci l’esistenza della NATO, ma, come ho detto, l’imprevedibilità è una delle sue tattiche politiche standard per tenere i suoi avversari in uno stato di incertezza. Un’altra possibilità è che utilizzi la minaccia di minare il patto atlantico come strumento di ricatto per ottenere vantaggi e concessioni dai paesi europei. Gli alleati di Trump applaudono alla sua politica bellicista e di aggressione, c’è il rischio che in futuro Trump possa mettere nel mirino anche gli interessi di paesi alleati? Quello che accade oggi in Venezuela può accadere a qualunque altro paese ? Anche in questo caso entra in gioco l’imprevedibilità di Trump. Gustavo Petro deve prendere sul serio la minaccia di Trump di invadere la Colombia. E anche i leader delle nazioni alleate devono tenere presente questa possibilità. Si tratta di una sorta di governance globale basata sul ricatto perpetuo. Intanto in politica interna continuano le scorribande dell’ICE, a Minneapolis è stata uccisa una persona. Come sta reagendo l’opinione pubblica americana a questa escalation? Abbiamo già assistito a manifestazioni popolari contro l’omicidio commesso dall’ICE in Minnesota, ma uno degli sviluppi importanti è che politici a diversi livelli di governo, inclusi sindaci e governatori statali, hanno fatto forti dichiarazioni contro l’omicidio. Se si consolidasse una forte fazione all’interno del governo contro non solo questo omicidio, ma anche contro le attività dell’ICE, ciò potrebbe accelerare le proteste popolari e dare loro maggiore peso. Abbiamo vissuto mesi di mobilitazione internazionale sulla Palestina, ma non si hanno le stesse reazioni davanti all’attacco al Venezuela, c’è un problema di comprensione della portata di quello che stiamo vivendo ? Potrebbe essere troppo presto per valutare le mobilitazioni internazionali contro l’aggressione statunitense. La situazione potrebbe aver bisogno di tempo per maturare. Ma ciò che serve, a mio parere, non è solo una condanna pubblica degli Stati Uniti e una difesa della sovranità venezuelana. La questione non riguarda solo la solidarietà con gli altri, ma la trasformazione della situazione politica in ciascuno dei nostri paesi. Questo è stato uno degli sviluppi più significativi delle mobilitazioni per la Palestina in Italia lo scorso ottobre: ha svelato un legame tra il movimento globale contro il genocidio in Palestina e una varietà di fronti politici in Italia. Ciò di cui abbiamo bisogno è la costruzione di un nuovo internazionalismo che colleghi i movimenti di liberazione in diverse parti del mondo e che abbia la potenza di contrastare lo straordinario potere che ci troviamo di fronte. Questo potrebbe sembrarti un compito arduo, e in effetti lo è. Ma è l’unica strada che vedo all’orizzonte. L'articolo Intervista a Michael Hardt: “Trump gioca sul ricatto globale permanente, caos e confusione sono la sua tattica” proviene da EuroNomade.
January 14, 2026
EuroNomade
Un autunno costituente
di NA HABY STELLA FAYE. Riprendiamo da Global Project questa intervista doppia ad Anna Guerini e Rossella Puca pubblicata il 23 dicembre 2025. Il movimento contro il genocidio in Palestina ha dato uno scossone a questo paese. Un movimento che per partecipazione, maturità del discorso e radicalità nelle pratiche, farà senz’altro la storia. Sono passati più di due mesi dal “weekend lungo” del 3-4 ottobre, due giornate che hanno visto 3 milioni di persone scendere in piazza. Questa intervista doppia ha l’ambizione di mettere a sistema o, quantomeno, in dialogo tra loro, le diverse prospettive e riflessioni emerse durante questi mesi. Milioni di persone sono scese in piazza contro il genocidio in Palestina; indubbiamente, tuttavia, il discorso di questo movimento è andato oltre il caso singolo, e ha messo al centro il rifiuto della normalizzazione della guerra, dello sterminio di massa e del dominio coloniale come elementi costitutivi di un nuovo ordine globale. La Palestina Globale di cui parla Ilan Pappé infatti definisce da una parte l’Israele globale, ovvero la generalizzazione a livello sistemico dei principi e degli strumenti del fascismo coloniale rappresentato dal regime israeliano, dove il concetto stesso di diritto si restringe sempre di più. Dall’altra, invece, la Palestina globale dei movimenti, dei popoli che intessono alleanze radicali contro la violenza del regime di guerra e genocidio. Quali sono i nodi fondamentali a cui guardare per comprendere i processi di questo movimento? Anna Guerini – Intanto vi ringrazio per avermi proposto questa intervista doppia con Rossella. Secondo me possiamo iniziare — non ancora in un’ottica propriamente storica, perché per quella servirà molto più tempo — quantomeno a cogliere ciò che questo movimento ha innescato.  E possiamo riconoscere le difficoltà che stiamo incontrando nel mantenerlo vivo, e ragionare sugli snodi e sui momenti di difficoltà e di impasse. Prima di passare a questo, parto con un aneddoto. Sono reduce dal Convegno Internazionale Marxista-femminista a Porto e tra le varie compagne con cui mi è capitato di parlare,  molte condividevano con me e le altre italiane lo stupore e l’ammirazione per le piazze del lungo weekend del 2-3-4 ottobre, che a ben vedere inizia il 22 settembre. Insomma mi restituivano una gioia immensa nel vedere le piazze italiane. Evidentemente la mobilitazione italiana ha avuto una diffusione, dal punto di vista dell’immagine della potenza, che va ben oltre i confini italiani ed europei. Non ci siamo neanche noi resi conto del tutto della specificità di quello che è successo, perché non è stato dappertutto così. Questo ci porta a chiedere che cosa abbia funzionato particolarmente bene dal punto di vista dell’attivazione di quella mobilitazione, che cosa è scattato e che cosa ci consente di tenere vivo il processo che in quelle settimane si è innescato. Credo che il punto di partenza fondamentale sia stata una sorta di indignazione generalizzata che ha coinciso con il momento apicale del genocidio e la mobilitazione della Flottiglia che, per il suo carattere “civile” e “umanitario” diciamo così, ovviamente rendeva la brutalità del genocidio e più complessivamente l’impunità di Israele ancora più evidente. > Credo che si sia progressivamente delineata nella testa di tante/i l’idea > dell’Israele globale, e quindi il legittimo terrore che quel margine di > impunità concesso ad Israele negli ultimi settant’anni rischi di diventare il > criterio con cui le democrazie – visto che consideriamo Israele l’unica grande > democrazia del Medioriente – complessivamente possano riorganizzare il loro > intervento politico e sociale in una fase di evidente crisi. Qua ci sarebbe da discutere se si tratta di una crisi o del definitivo esaurimento di una fase politica ed economica specifica, che abbiamo definito fase neoliberale negli ultimi quarant’anni. Forse la crisi è finita e questi cambi di intervento e queste accelerazioni lo indicano. Però appunto credo che sia balenata nella testa di molti la paura che questo grado di impunità potesse rovesciarsi anche all’interno dei Paesi occidentali. Questo da un lato è positivo, ha finalmente costretto molte persone a fare i conti e guardare in faccia la violenza genocida di Israele. Aggiungo però che è sintomatico che tutta questa mobilitazione incredibile sia esplosa nel momento in cui c’erano degli attivisti in larga parte occidentali ad attraversare il Mar Mediterraneo verso le coste di Gaza con la Global Sumud Flotilla. Il tema è che quella è stata riconosciuta come una mobilitazione non violenta e umanitaria, ma in primo luogo fondamentalmente politica, unita all’invocazione molto chiara dei portuali di Genova “Se toccano la Global Sumud Flotilla, noi blocchiamo tutto”. Questo ha segnato un punto di rottura. La domanda fondamentale da porsi è: che cosa ha innescato quel quid in più che ha dato vita a quella reazione? Io credo che sia stato il rispecchiamento con chi stava sulla Flotilla, che pur nella sua azione pacifica è stato aggredito, attaccato, oggetto di veri e propri atti di terrorismo da parte del Governo israeliano e di attacchi frontali da parte dei governi occidentali. Un rispecchiamento che ci fa temere per la repressione che possiamo subire, indipendentemente dalla forma di protesta che mettiamo in campo. E questo ha segnato uno stacco, perché la retorica degli antagonisti dei centri sociali non regge più. Questo ha costretto tutti a fare i conti con quello che stava succedendo da due anni, ma più complessivamente da settant’anni, e ha avuto una ricaduta dal punto di vista dell’attivazione. Nel frattempo, il fatto che Trump sia intervenuto in modo molto netto sulla situazione e che si stia cominciando a discutere seriamente, e non più soltanto in termini astratti, di piani di riarmo dell’Europa, ha cambiato la configurazione; credo poi che uno degli altri stimoli principali sia stato il timore per i nostri salari e per la nostra capacità di sopravvivere da qui ai prossimi anni dentro un regime di guerra, che evidentemente sta imponendo delle trasformazioni che riguardano tutti.  Un’altra questione è che questo movimento ha potuto contare su una serie di processi accumulati almeno negli ultimi dieci anni, processi sociali di mobilitazione molto ampi – penso in particolare allo sciopero femminista, visto che ieri era il 25 di novembre, e al movimento per il clima, che hanno riattivato lo strumento dello sciopero, restituendogli una dimensione sociale, che in questi lunghi weekend è tornato ad essere fondamentale anche all’interno del fronte sindacale. In entrambi i casi erano scese in piazza delle composizioni sociali molto ampie. Quel tipo di attivazione, sommata ai processi di attivazione e agli spazi politici che le strutture di movimento da anni tengono vivi, ha consentito di estendere la mobilitazione in modo inimmaginabile. Rossella Puca – Io partirei da un punto che di solito crea imbarazzo negli ambienti istituzionali: il crollo di credibilità del diritto internazionale davanti al genocidio in Palestina. Non è un dettaglio esterno al movimento, anzi. Perché ciò che è successo nell’ultimo anno – e che milioni di persone hanno percepito con una chiarezza sorprendente – è che le norme poste a tutela dell’umanità si sono rivelate incapaci di vincolare il potere quando il potere è alleato dei Paesi centrali dell’ordine mondiale. Immagine iconica su tutte le altre: La Corte Penale Internazionale emette un mandato di arresto contro Netanyahu; ma il suo aereo con lui dentro, sorvola senza ostacoli gli spazi aerei europei. Ora, se il diritto penale internazionale è valido solo per gli Stati “periferici”, ciò che viene meno non è una procedura, ma la sua natura di diritto: perché un diritto che si applica a geometria variabile diventa immediatamente un atto politico travestito da norma. Allo stesso modo, venendo ora al ruolo dell’ONU questo si è ridotto all’impotenza strutturale: risoluzioni ignorate, veti permanenti, appelli umanitari continuamente disattesi. L’ONU ha mostrato di essere un luogo dove il linguaggio del diritto sopravvive come forma, ma sembra quasi non possedere più alcun potere conformativo. Poi c’è il tema dei notissimi doppi standard. Nel caso della guerra Russa-Ucraina abbiamo assistito a un ricorso quasi immediato all’apparato sanzionatorio, al linguaggio della responsabilità internazionale dello Stato aggressore, alla mobilitazione retorica di “valori comuni” da difendere. Nel caso palestinese, dinanzi ad un genocidio quello stesso apparato è stato silenziato o usato in modo simbolico. > Questo non è solo ipocrisia: è la dimostrazione che l’ordine giuridico > internazionale non è un sistema, ma un campo di forza in cui prevale > l’interesse geopolitico. Il movimento ha colto tutto questo con lucidità: la percezione condivisa è che, quando i crimini vengono commessi da chi detiene un ruolo centrale nell’economia globale della guerra, il diritto non interviene. E non interviene perché sembra non sia stato costruito per farlo. Il diritto, qui, ha smesso di essere strumento di limite: è diventato strumento di legittimazione dell’impunità. Parallelamente, abbiamo assistito all’azione degli Stati che, invece di perseguire la violazione del diritto, hanno perseguito chi la denuncia. Si sono viste misure disciplinari nelle scuole, tentativi di censura dell’autonomia scolastica ed universitaria, denunce contro i manifestanti o anche solo identificazioni per aver sventolato bandiere della Palestina o per aver pronunciato parole considerate indesiderabili. È un rovesciamento radicale: non si reprimeva quella violenza – quel genocidio, ma chi provava a renderli visibili. Ecco perché, secondo me, il nodo fondamentale per comprendere questo movimento è che le persone hanno percepito un fatto essenziale: quando il diritto è incapace di proteggere le vite che dovrebbe proteggere, allora l’unico luogo in cui può essere difesa la giustizia è lo spazio pubblico. Il movimento è stato questo: la rivendicazione collettiva di un’etica della responsabilità che il diritto internazionale ha abbandonato. Durante questa ondata di mobilitazioni, è stato posto l’interrogativo centrale dell’organizzazione, ed in particolare della sfida per le strutture di mettere a disposizione i propri strumenti, favorendo l’attivazione e la mobilitazione senza soffocarla con gli identitarismi. Che ruolo hanno avuto strutture e organizzazioni in questa fase? Che ruolo hanno invece avuto i percorsi nazionali che nell’anno passato hanno visto l’attivazione di migliaia di persone contro l’autoritarismo e la repressione del dissenso, come, ad esempio, quello contro il DdL – poi Decreto – Sicurezza? Anna Guerini – Rispetto al ruolo delle strutture, questo movimento ha posto un tema rispetto all’organizzazione. Dobbiamo fare una riflessione su diversi piani: ciascuno di noi ha conosciuto prevalentemente i contesti in cui si è mobilitata, per cui bisognerebbe capire se le mobilitazioni sul piano locale sono state uguali, se i processi si assomigliano tutti – cosa che non credo. Credo che alcuni processi innescati nel mio territorio siano stati particolarmente efficaci. Le strutture di movimento, ad esempio, hanno mostrato disponibilità a tenere aperto lo spazio politico, uno spazio di confronto, di dialogo e di messa a disposizione non passiva, ma organizzativa, di strumenti, conoscenze e pratiche di piazza. Ciò ha consentito di organizzare delle mobilitazioni che hanno rivendicato un certo grado di “illegalità”. La pratica del blocco non era scontata fino a qualche tempo fa, e forse il fatto che qualunque tipo di mobilitazione, anche la più pacifica e umanitaria, venga attaccata con le bombe a ultrasuoni, ha fatto capire che si può provare a spingere in questo senso. Altrettanto importante è stato lo sforzo per mettere in comunicazione una serie di realtà e di singoli che altrimenti sarebbero stati dispersi, dando un contributo in termini di organizzazione ecosistemica, se vogliamo usare i termini di di Rodrigo Nunes. Le assemblee cittadine a Padova sono state uno strumento formidabile in questo senso. Ovviamente facendo tesoro di una serie di mobilitazioni degli ultimi anni. Anche le università sono state centrali. Erano due anni che le e gli studenti, riunite in collettivi, occupavano le università contro il genocidio in Palestina, costruendo un discorso politico che alla fine, faticosamente, si è affermato perché si è rivelato corretto dal punto di vista dell’analisi. E quindi l’organizzazione ha messo a disposizione l’aspetto dell’intelligenza e della costruzione di un ragionamento collettivo, senza il quale probabilmente non ci sarebbe stato quello spostamento dal punto di vista della potenza della mobilitazione. > Cosa rimane da fare adesso? Credo che il problema sia cercare di individuare > gli elementi di scarto rispetto ai due anni precedenti. Il tema che poneva Rossella sul diritto internazionale secondo me è fondamentale. Il campo giuridico si sta rivelando un campo di contesa sempre più esposto alla trasformazione. Da un lato, il diritto internazionale si è rivelato per quello che è storicamente – uno strumento con un forte impianto ed eredità coloniale. Questa volta, però, proprio i Paesi del cosiddetto “Sud Globale” hanno avviato i processi contro Netanyahu per genocidio, rilanciando l’attività e la funzione politica del diritto internazionale, provando a rovesciarne il segno. Nel momento in cui il diritto internazionale si è rivelato per quello che è, la mobilitazione ha fatto sua la grammatica e l’ha usata come strumento politico dal basso. È un campo di contesa che ci potrebbe consentire di fare un passo in avanti, per non limitarci a rivendicare e rimpiangere la sovranità liberale o il sistema del diritto internazionale.  > Credo che dalle piazze venga l’indicazione di tenere aperti processi ampi e > spazi di confronto, facendo passare il messaggio che non è il momento di > muoversi da soli con iniziative scollegate che rischiano di mettere in > discussione quegli stessi processi e depotenziarli, compromettendo mesi di > lavoro politico. Un’ultima cosa: il problema che stiamo identificando sempre più precisamente è quello del regime di guerra, e dei modi in cui sta implodendo nei nostri Paesi, dalla manovra finanziaria, agli annunci sulla leva, ad una serie di trasformazioni che riguardano l’università. Il problema è identificare i punti di attacco a quello che abbiamo chiamato Israele globale e capire come mobilitarci efficacemente in questo senso. Rossella Puca – La questione dell’organizzazione, in questa fase, è stata decisiva. Ma non nel senso classico dell’organizzazione come struttura compatta-gerarchica, dotata di una linea congressuale e di un piano. È emersa invece una forma di organizzazione non identitaria, che ha funzionato proprio perché non ha cercato di capitalizzare politicamente la mobilitazione. Le strutture – quelle che già esistevano, in Italia dai centri sociali alle reti antirazziste, fino alle realtà sindacali di base  – hanno avuto un ruolo che definirei “di servizio”, nel senso più alto e politico del termine: mettere a disposizione strumenti, spazi, competenze, reti di cura e di difesa legale, senza pretendere di dirigere la dinamica. > Le organizzazioni che hanno saputo leggere questa fase hanno capito una cosa > molto semplice: l’energia sociale non si governa, si accompagna. E > accompagnarla significa rinunciare a trasformarla in identità. Questo movimento non voleva un soggetto che parlasse al posto suo. Voleva, semmai, una cornice in cui agire, un’infrastruttura che rendesse possibile l’emersione spontanea di una politica che è stata al tempo stesso radicale e popolare. E qui entra in gioco anche l’altra parte della domanda: il ruolo dei percorsi contro l’autoritarismo e la repressione dell’ultimo anno. Io credo che quei percorsi siano stati una sorta di precondizione politica. Le mobilitazioni contro il DdL Sicurezza, contro l’inasprimento delle pene, contro la criminalizzazione del dissenso, hanno prodotto due cose fondamentali: – una grammatica condivisa sulla repressione, cioè un lessico comune per riconoscere le forme del potere – tramite i convegni studi che non avevano nulla di accademico… – una rete fondamentale di soggetti – giuristi, attivisti, collettivi, insegnanti, studenti – capaci di attivarsi rapidamente. Quando la piazza palestinese è esplosa, queste reti erano già col motore acceso. E si è visto nelle pratiche: dalla gestione dei fermi alla lettura politica delle denunce, dalla protezione delle scuole autorganizzate alla capacità di disinnescare l’uso strumentale delle retoriche dell’antiterrorismo, all’essere presenti compatti in vari territori: dal porto di Venezia sino alla piazza di Bologna, passando per la manifestazione di Udine contro la partita Italia-Israele. Senza quel lavoro precedente, il tentativo di soffocare la mobilitazione avrebbe avuto un peso molto maggiore. In questo senso, direi che strutture ed il percorso anti deriva autoritaria hanno permesso al movimento di non essere solo emotivo, ma di essere politicamente solido e ben radicato. Come abbiamo visto in questi mesi, la controparte si sta riorganizzando. Dal DdL Gasparri al piano casa, fino a una manovra finanziaria che mette al centro il riarmo, a discapito dei servizi e del welfare, senza prevedere investimenti strutturali per contrastare povertà e disuguaglianze. Di fronte a questo scenario, quali saranno le sfide per i movimenti? Rossella Puca – Le misure che stanno avanzando – dal DdL Gasparri al piano casa, fino a una manovra centrata sul riarmo e priva di investimenti strutturali contro povertà e disuguaglianze – non sono episodi isolati. Indicano una tendenza precisa: lo Stato sta riorganizzando il proprio impianto politico-giuridico in chiave di governo della crisi, e il costo di questa riorganizzazione ricade quasi interamente sui diritti sociali e sulle forme di conflitto (l’intervista è stata fatta prima dello sgombero del centro sociale Askatasuna, le cui modalità ricadono pienamente in questa strategia ndr). Accanto a questo livello più visibile c’è un versante meno appariscente ma non meno rilevante: quello della riforma della giustizia presentata come aggiornamento tecnico ed efficientista. La promessa è quella di una giustizia più rapida e accessibile. La realtà è un processo di razionalizzazione autoritativa, in cui la velocità diventa il pretesto per ridurre garanzie sino ad arrivare chissà ad ampliare gli strumenti discrezionali della magistratura requirente del pm. È una trasformazione culturale prima che normativa: la giustizia smette di bilanciare poteri e tende a diventare un dispositivo amministrativo di ordine pubblico. Su questo sfondo si colloca anche il dibattito referendario costituzionale che ci attende. Non è un dettaglio tecnico né uno scontro tra addetti ai lavori: è il tentativo di fissare in Costituzione un rapporto più verticale tra società e istituzioni, dentro un contesto in cui la spesa sociale arretra mentre il settore militare avanza. > Ridurre i contrappesi mentre si espandono sicurezza, repressione e riarmo > significa ridefinire il patto democratico in senso difensivo: lo Stato si > protegge, non protegge. Le elezioni regionali confermano una tendenza chiara ma non monolitica. La destra è strutturalmente forte, soprattutto dove riesce a intercettare paure materiali e una domanda diffusa di stabilità. Ma non vince ovunque, e questo è significativo: soprattutto nel Mezzogiorno emergono spazi politici che non si allineano automaticamente al blocco di governo, territori in cui gli effetti concreti delle politiche nazionali – tagli al welfare, alla sanità – sono percepiti in modo più immediato. La frattura Nord/Sud non esprime solo differenze economiche: evidenzia modelli diversi di relazione con lo Stato, diverse forme di aspettativa sociale. Per i movimenti, questo significa che il campo non è chiuso. È discontinuo quindi in un certo senso attraversabile. Le sfide, allora, si giocano su due piani intrecciati. Sul terreno giuridico, comprendere come il diritto stia cambiando funzione: non più limite al potere, ma strumento per stabilizzare un modello di governo fondato su sicurezza, austerità e militarizzazione. Ma le nostre battaglie non devono essere solo difensive: saranno battaglie per produrre diritto, per imporre principi e pretese che oggi non trovano spazio nella cornice istituzionale. Sul piano sociale-territoriale, ricostruire solidarietà reali dove il welfare arretra. Non in termini assistenzialistici-cattolici, ma in termini politici: reti che sappiano fare ciò che lo Stato non fa più, e che allo stesso tempo denuncino in senso critico il perché non lo fa. Per quanto riguarda lo sguardo generazionale, una parte consistente della generazione politica attiva, oggi non si sente minimamente rappresentata dal discorso istituzionale dominante, ma non vive però il conflitto come un’eccezione: anzi, lo vive come il modo normale di stare nel presente. Questa è la vera forza del momento: la capacità di non lasciarsi definire dal quadro dato, ma di produrre nuovi linguaggi che il quadro non riesce a contenere. È da qui che passa la sfida dei movimenti, non solo opporsi, ma spostare il campo. E farlo con l’ambizione – sempre più concreta – di ridisegnare ciò che oggi viene raccontato come inevitabile. Anna Guerini – Parto dall’ultima cosa che ha detto Rossella. Questa ambiguità del diritto ha prodotto uno scarto nella posizione degli Stati, tanto che abbiamo l’occasione per provare ad andare oltre ai quadri giuridici, politici e sociali di cui può venire nostalgia in un momento come questo. L’obiettivo può essere, in questo caso, superare e forzare quegli stessi quadri. La riforma della giustizia è un’altra questione fondamentale. Io ovviamente non ci torno, viste le competenze che ha Rossella, però mi sembra che sia assolutamente interna alla trasformazione complessiva a cui stiamo assistendo, e che sta avvenendo molto rapidamente. Essa riguarda da un lato la cancellazione dei limiti: la crisi viene stabilizzata come tale, senza che si abbia la necessità di risolverla. Dall’altro, assistiamo all’accentramento sempre maggiore dei poteri esecutivi. L’abbiamo visto con il DDL sicurezza, con il suo impianto repressivo del tutto specifico, che aveva come obiettivo proprio quelle forme di solidarietà diffusa che si sono attivate nei mesi scorsi. La proposta di riforma della governance universitaria è altrettanto emblematica. Se uniamo la riforma della giustizia, la proposta del premierato – l’altro grande obiettivo del Governo Meloni – il decreto sicurezza, i vari DDL Gasparri/Del Rio, e questo testo sull’università, l’obiettivo sembra essere la riorganizzazione dei poteri dello Stato, al fine di riorientare complessivamente i flussi economici e finanziari dentro l’economia di guerra. Per questo silenziare l’opposizione sociale alla guerra è tanto importante. Mi soffermo su questa ennesima riforma dell’università del Governo Meloni, che si aggiunge a quella sul reclutamento e sull’ASN. La riforma della governance degli atenei, che ha l’obiettivo di consolidare i rettori, raddoppia la durata del rettorato e introduce la conferma quasi per acclamazione, e nel frattempo depotenzia pesantemente i Senati accademici e punta a inserire un membro del Governo dentro il CdA di Ateneo – attacca quindi le già deboli e problematiche “istituzioni intermedie”, che in un modo o nell’altro, fungevano appunto, da limiti, da argini. Sembra che persino le attribuzioni dei fondi premiali agli atenei saranno strettamente vincolate alle valutazioni ministeriali. > È un attacco frontale all’autonomia universitaria, che acquisisce uno > specifico peso in questo momento, visto che l’università è stata e continua ad > essere una fucina di elaborazione di pensiero critico, di opposizione al > genocidio, al regime di guerra, al governo. Ora: questa riforma fa venire nostalgia meccanismi e organismi che abbiamo giustamente avversato per 15 anni. Penso ad esempio all’ANVUR o all’ASN. Il problema non è rivendicare il ritorno alla riforma Gelmini, che era un disastro e ha distrutto l’università. Il problema è cogliere l’occasione per fare un passo in avanti e ripensare complessivamente le istituzioni sociali, perché questo è un momento in cui, forse, lo possiamo fare. Serve un grande sforzo di elaborazione, di immaginazione e ragionamento politico collettivo. Una riflessione analoga vale per la manovra finanziaria, attraversata, ad esempio, da una linea marcatamente patriarcale: le donne figurano solo come madri,, hanno diritto ad essere “ricompensate” solo perché tali e l’obiettivo sembra essere ricacciarle nel part time. Anche questo è un segno molto chiaro di che cos’è l’economia di guerra e di come va organizzandosi la società a partire dalla sua riproduzione. Abbiamo veramente davanti dei campi molto ampi di lavoro politico. Dobbiamo evitare la trappola della nostalgia per il vecchio e dedicarci a immaginare il nuovo. 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December 27, 2025
EuroNomade
PERCHÉ TANTO ODIO NEI CONFRONTI DI FRANCESCA ALBANESE?
di LAVINIA MARCHETTI. Ripubblichiamo questa analisi degli hate speechs contro Francesca Albanese scritto da Lavinia Marchetti, pubblicato sul suo blog. Sullo stesso argomento segnaliamo, su Effimera, Tutelare Francesca Albanese. Tutelate il movimento per la Palestina, di Gennaro Avallone Ci sono figure che entrano nel dibattito pubblico e diventano un bersaglio immediato, come se concentrassero su di sé tensioni rimaste a lungo senza nome. Francesca Albanese, relatrice speciale ONU sui territori palestinesi occupati, rientra in questa categoria. Prima donna in quel mandato, confermata per un secondo periodo dopo il 2025, si muove in uno spazio già infiammato e infettato. Svolge un ruolo in cui si parla di colonialismo, di genocidio e di diritto internazionale. Cosa significa? Significa mettere il becco nelle colpe dell’Europa. Nel suo caso, però, la quantità di odio, dileggio, aggressione simbolica supera di molto il conflitto politico usuale. Viene sanzionata dagli Stati Uniti per i suoi rapporti sul ruolo delle imprese nell’economia dell’occupazione; viene dichiarata indesiderata in Israele; riceve attacchi continui da governi, partiti, gruppi di pressione filoisraeliani, mentre una parte consistente della società “civile” globale firma appelli a sua difesa. Analizziamo un po’ più in dettaglio i meccanismi dell’odio. UNA DONNA CHE PARLA CON AUTORITÀ IN UN CAMPO MASCHILE Prima stratificazione: il genere. Francesca Albanese occupa una posizione di autorità in un territorio tradizionalmente maschile, quello della sicurezza, della guerra. Entra in aula a Ginevra con un ruolo formale, produce rapporti che svelano e attaccano il marcio che si annida dietro le relazioni internazionali e si permette di usare il linguaggio e le categorie che nessun governo (o stampa di regime) vuole sentire: occupazione coloniale, apartheid, genocidio, e, come se non bastasse si permette, dalla sua posizione, di chiedere sanzioni e embargo sulle armi. La sua presenza rompe l’immagine rassicurante della giurista “tecnica”, incaricata di smussare gli spigoli, niente linguaggio diplomatico. La sua lingua resta sobria, però sceglie parole che nessuno con un ruolo istituzionale dovrebbe dire. Chi ascolta vede una donna italiana, madre, (non come quell’altra donna, madre, cristiana che flirta con gli uomini di potere) con accento riconoscibile che non nasconde, e che, non si concede esitazioni nel pronunciare giudizi giuridici gravissimi su Israele e sui complici occidentali. In una cultura che tollera la donna esperta, purché addolcisca, limi, una voce femminile che formula capi d’accusa destabilizza ruoli sedimentati. Quindi che succede? Si attiva una dinamica antica che vede l’insofferenza verso la donna che rifiuta la parte dell’anima consolatrice e rivendica quella di giudice. Non a caso circolano certe etichette: fanatica, faziosa, estremista. Queste etichette ricalcano il vecchio funzionamento maschilistico, lei è una “strega” dopo tutto no? Le etichette funzionano come tentativi di ricondurla in un registro emotivo, quasi isterico, per svuotare la sua competenza giuridica. Lo stesso gesto, compiuto da un uomo anglosassone, appare spesso come severità istituzionale; compiuto da una donna italiana diventa subito “esagerazione”. Un escamotage vecchio come il mondo, anzi come il patriarcato. LA FIGURA DEL TRADITORE INTERNO Secondo strato: l’identità occidentale. Francesca Albanese viene da un paese NATO, europeo, con una memoria pubblica ossessivamente centrata sulla Shoah e sul sostegno a Israele come risarcimento storico. Nel momento in cui afferma che a Gaza si configurano atti di genocidio ai sensi della Convenzione del 1948, sposta quell’apparato memoriale. Non contesta la centralità dell’Olocausto; afferma che la categoria creata per leggere Auschwitz vale anche per altre vittime oltre agli ebrei. Reato di lesa maestà della sofferenza storica. Ecco la diatriba con Liliana Segre, la quale non vuol concedere statuti di sofferenza ad altri popoli, non con l’intensità dell’olocausto. Va bene tutto, ma mai genocidio. Ci mancherebbe. Chi è la vittima suprema, biblica, se non la popolazione ebraica? Questo passaggio apre una ferita profonda nel narcisismo europeo. L’Occidente, descritto da Enzo Traverso come spazio capace di rovesciare gli aggressori in vittime, vede incrinarsi la rappresentazione di Israele come puro soggetto di difesa legittima. Il dispositivo mentale che da decenni presenta il conflitto come “democrazia assediata” contro “terrorismo” riceve un colpo frontale da una voce interna al campo euro-atlantico, che richiama alla lettera la Convenzione sul genocidio e la giurisprudenza internazionale. Da quel momento Albanese non appare più solo come voce critica, ma diventa, sul piano immaginario, figura di traditrice: una donna occidentale che rifiuta il patto implicito secondo cui si può parlare della Palestina solo entro certi confini linguistici. Invece di attenuare la responsabilità di Israele, la mette al centro; in luogo della retorica sulla sicurezza, insiste sui civili palestinesi sterminati; al posto della “complessità” genericamente evocata, elenca crimini tipizzati, crimini, peraltro, davanti agli occhi di tutti. Dice che il Re è nudo. In un paese come l’Italia, abituato a identificarsi con il campo dei “buoni” nelle guerre statunitensi ed europee, la figura dell’italiana che altrove, in sede ONU, incrimina il nostro alleato strategico e parla di complicità in genocidio del suo paese, produce un senso di vergogna rovesciata: invece di interrogare la complicità, si colpisce chi la rende visibile. IL BRUTALE LINGUAGGIO GIURIDICO, SENZA SMUSSAMENTI RETORICI Terzo strato: lo stile. Francesca Albanese sceglie una lingua che rifiuta eufemismi. Parla di “economia del genocidio”, descrive l’insieme di imprese che traggono profitto dall’occupazione, indica per nome le responsabilità di stati e aziende, chiede embargo sulle armi. Questo modo di parlare infrange la convenzione che regola il linguaggio istituzionale occidentale sulla Palestina. Da anni il discorso ufficiale usa formule da anestesia morale: “conflitto”, “ciclo di violenza”, “uso sproporzionato della forza”, “misure di sicurezza”, “diritto di Israele a difendersi”. Albanese sostituisce quelle formule con categorie giuridiche ben precise, peraltro riscontrabili, da definizione! Lo fa senza enfasi lirica, senza estetizzare il dolore, con un tono accusatorio, come ci si aspetterebbe da una giurista, ma non da una giurista attaccata con le unghie a una poltrona. Ecco l’anomalia. Per una parte significativa della classe dirigente italiana e europea questo stile risulta intollerabile, si vede che lo soffrono, vorrebbero stesse zitta, lo si percepisce. I politici guerre-interventisti, soprattutto nel campo che ama definirsi progressista, vivono da decenni in un equilibrio fragile in cui votano “missioni”, autorizzano basi militari, firmano trattati, però continuano a raccontarsi come custodi dei diritti umani. Una voce che arriva dall’interno dell’establishment internazionale, e che mostra la distanza fra auto-immagine morale e pratiche effettive, crea dissonanza cognitiva. La reazione istintiva consiste nel delegittimare chi parla. Più la relatrice ripete che il diritto internazionale vale per tutti, più i suoi detrattori la descrivono come ideologa. Invece di misurare le accuse con i fatti, spostano il fuoco sul soggetto che le formula: si scandagliano vecchi post, frasi uscite da conferenze di anni precedenti, qualunque elemento utile a costruire una biografia deviata. In psicologia sociale questo movimento ha un nome preciso: proiezione. L’aggressività accumulata per riguardo alle atrocità a Gaza ricade su chi testimonia, perché riconoscere il crimine significherebbe ammettere un tradimento dei propri valori dichiarati. IL CASO “LA STAMPA” E LA RICHIESTA DI ABIURA TOTALE La recente polemica sulla sua presa di posizione dopo l’irruzione di alcuni manifestanti nella sede de La Stampa rende visibile un ulteriore meccanismo. Albanese esprime solidarietà al giornale, ribadisce che la resistenza alla “cultura dell’abuso” richiede forme senza violenza, chiede giustizia per il raid, e nello stesso tempo ricorda le responsabilità dei media nella costruzione di uno sguardo distorto sulla Palestina, parla di “monito” e quindi viene giù il mondo. Ovvio no? Questo doppio registro, condanna dell’aggressione e critica dell’informazione dominante, infrange il rito che buona parte dell’editoria pretende dai dissidenti: una solidarietà univoca, inginocchiata, quasi servile, priva di appunti sulla propria condotta. “Libera stampa”, da quando? Abituato a essere soggetto che giudica e al massimo ammette “errori” astratti, il sistema mediatico italiano vive come lesa maestà qualunque richiamo concreto alle omissioni, alle menzogne e al silenzio ventennale sul laboratorio Gaza. Da qui l’operazione di travisamento: il passaggio in cui la relatrice richiama all’etica dei mezzi, riafferma il carattere imprescindibile della non violenza e della responsabilità individuale, viene quasi cancellato, sostituito dall’accusa di “mancata solidarietà”. La scena del giornale assediato diventa occasione per separare la giurista dal movimento di solidarietà con la Palestina, come se la sua presenza in piazza fosse l’elemento più pericoloso da isolare, più dei manganelli su studenti e attivisti. LA COLPA CHE TORNA: SHOAH, PALESTINA. L’USO DELLA MEMORIA SELETTIVA Dietro le campagne contro Francesca Albanese si intravede poi la gestione italiana della memoria della Shoah. Nei passaggi contestati le si rimprovera soprattutto di avere evocato il ruolo della lobby filo-israeliana negli Stati Uniti e il senso di colpa europeo rispetto all’Olocausto come fattori che condizionano la politica estera. Si tratta di temi che la storiografia critica discute da anni, in forme ben più radicali. Traverso, ad esempio, che ho citato in precedenza, descrive la trasformazione della Shoah in mito fondativo dell’Occidente, utilizzato per legittimare politiche di potenza e per zittire chi denuncia crimini commessi da stati alleati. Quando una relatrice speciale ONU riprende quel filo e lo collega al massacro di Gaza, l’intero edificio simbolico vacilla. L’Italia ha costruito una figura di sé come paese redento: patria delle leggi razziali e dell’alleanza con Hitler, poi culla della Resistenza, ponte morale fra Israele e Europa. In questo racconto i palestinesi restano quasi sempre fuori campo. Entrano solo come sfondo. Il fatto che un’italiana, figlia di quella storia, parli apertamente di “genocidio come cancellazione coloniale” nella Striscia, incrina un equilibrio edificato su autoassoluzione e rimozione. L’odio contro di lei svolge una funzione ben precisa, quasi catartica perché permette a una parte del ceto politico e mediatico di riaffermare la propria innocenza. Finché l’“eccessiva” resta lei, il paese può continuare a guardarsi allo specchio come campione di civiltà, perfino mentre sostiene sanzioni contro chi indaga il massacro in corso. IL CORPO CHE PAGA IL PREZZO Infine c’è la dimensione più cruda, fisica, di questa vicenda. Le sanzioni personali, il bando di ingresso in Israele, gli attacchi alla reputazione, le minacce, i tentativi di isolarla nei contesti istituzionali costituiscono una forma di punizione esemplare. La figura della giurista serve da avvertimento ad altri funzionari internazionali. Chi osa utilizzare fino in fondo gli strumenti del diritto contro un alleato centrale dell’Occidente rischia ritorsioni dirette. È un messaggio rivolto anche ai movimenti: se persino una relatrice ONU viene colpita in questo modo, quanto può sentirsi al sicuro un attivista, un docente, un medico, un operatore umanitario, un giornalista che parla di Gaza senza filtri? Il paradosso sta qui. I governi che oggi puniscono la relatrice speciale contribuiscono a distruggere la credibilità di quegli stessi organismi che dicono di voler difendere. L’attacco a Francesca Albanese diventa attacco alla possibilità stessa di avere spazi multilaterali in cui i diritti umani valgano per molti, non soltanto per chi appartiene al blocco occidentale. COSA DICE DI NOI L’ODIO CONTRO DI LEI L’accanimento verso Francesca Albanese svela più di quanto i suoi detrattori vorrebbero. Rivela la difficoltà, quasi l’incapacità, di una parte dell’Italia, soprattutto quella più istituzionale, mediatica, ma anche intellettuale, di sopportare la scomoda verità che esiste un genocidio in corso, commesso da uno stato che si presenta come erede delle vittime del secolo scorso, con il sostegno attivo o passivo dei governi europei, col nostro paese in prima linea. Rivela una cultura politica che usa i diritti umani come ornamento, salvo scaricare violenza simbolica su chi li prende sul serio. Rivela il fastidio verso una donna che rifiuta il ruolo di mascotte progressista e sceglie quello ben più ingrato di testimone giuridica. Rivela, infine, quanto poco margine resti per il dissenso dentro un blocco di potere che si percepisce assediato da Sud globali, movimenti, studenti, sindacati, tutti segnati in questi mesi da bandiere palestinesi. L’odio che la investe misura il grado di malattia del sistema che la attacca. La domanda per chi guarda da fuori, riguarda il modo in cui sostenere chi regge questo urto senza ridurla a icona. Prendere sul serio ciò che dice, studiare i documenti e usare quelle analisi per lavorare sulla coscienza collettiva. Senza aspettarsi che siano sempre e solo le donne come lei a pagare il costo del nostro risveglio. L'articolo PERCHÉ TANTO ODIO NEI CONFRONTI DI FRANCESCA ALBANESE? proviene da EuroNomade.
December 8, 2025
EuroNomade
Per Paolo Virno
Segnaliamo alcuni fra i molti ricordi di Paolo Virno che sono stati pubblicati all’indomani della sua morte. Francesco Raparelli, E ci mancheranno «le parole per dirlo». Paolo, ciao, su Dinamopress: > Succede, nella vita, che si impara a parlare una seconda, una terza volta, e > ancora. A me, così è accaduto con Paolo Virno. Paolo Virno era un filosofo, > quindi un artista delle parole. Uno che afferrava cristalli di pensiero, > un’idea di mondo, nelle regole grammaticali. Uno che non aveva mai perso di > vista ciò che conta, ovvero che pensiero e prassi sono tutt’uno con le > preposizioni: “con”, “tra”, “fra”. Si agisce e si pensa con le altre e gli > altri, tra le altre e gli altri, fra una cosa e l’altra. Nel mezzo – senza > principio né fine. > > Aula 6 di Lettere, Sapienza, primavera del 1998. Per ricordare l’anno 1968, > presentavamo il libro di Bifo dedicato a Potere Operaio. Comparve Paolo. Il > corpo, senz’altro – così alto. Ma il corpo con la parola, con una parola che > sapeva farsi corpo con i gesti delle mani, con la voce e il suo volume > cangiante, imprevedibile. Filosofo del linguaggio, del linguaggio di Paolo > mancava qualcosa senza vedere le mani, e la braccia, con quei movimenti ampi, > quasi preparassero la scena dell’enunciato. «L’inserzione del linguaggio nel > mondo», avrebbe detto lui. Christian Marazzi, Scavare il linguaggio: l’insegnamento di Paolo Virno, su Effimera: > > Dobbiamo scavare marxianamente nel linguaggio, ma nel linguaggio ormai interno > ai processi produttivi, il linguaggio messo al lavoro dopo la crisi del > fordismo. Così ci diceva Paolo, definendo un programma di lavoro collettivo di > lungo corso per costruire le nuove armi della lotta della moltitudine. > Convenzione e materialismo è del 1986; è in quel libro che, per la prima > volta, si parla del computer come “macchina linguistica”, la tecnologia che ha > determinato la svolta linguistica dei processi di digitalizzazione e > valorizzazione dell’economia, del mondo, della vita. In parte lo scrisse in > prigione, nella cella in cui si trovavano anche Toni Negri e Luciano Ferrari > Bravo. Luciano una volta mi descrisse il ticchettio della macchina da scrivere > di Paolo intento a scrivere i suoi testi: lento, con lunghe pause tra una > parola e l’altra, come se Paolo accarezzasse ogni lettera, come se ogni parola > fosse un corpo in divenire. Sembrava che le stesse ascoltando quelle parole, > scendendo nella profondità della loro verità, della loro carnalità. A volte > usava parole arcaiche, quasi a significare una storia iniziata da molto tempo, > la storia della lotta di classe. Giuliano Santoro, Sostanza di cose sperate, su Jacobin Italia: > «Una cosa è far finta di aver letto Schumpeter o Keynes e una cosa è far finta > di aver letto il ‘Libretto’ di Mao» così, con la consueta divertita ironia, > che nascondeva con fare dinoccolato e sorrisi velati da malinconia, Paolo > Virno raccontava la postura teorica-politica di Potere operaio, gruppo al > quale aderì da adolescente nel 1969. Lo diceva per esprimere ciò che ne aveva > tratto: la larghezza degli orizzonti culturali, la necessità di misurarsi coi > giganti, anche lontani o nemici, per andare alla radice delle contraddizioni.  > > Con le certezze che ci consegna il senno del poi, possiamo dire che quella > vastità di riferimenti è stata anche la condizione del durare a lungo. In > fondo, una delle caratteristiche di Virno e di molti dei suoi compagni e > compagne è stata quella di aver mantenuto questa ottica rivoluzionaria senza > rigidità, di non aver chiuso la porta ai mutamenti costanti del capitalismo e > di averli guardati negli occhi per coglierne le contraddizioni e le > opportunità liberatorie. Senza perdere radicalità ma senza abbandonarsi a > rimpianti. L'articolo Per Paolo Virno proviene da EuroNomade.
November 11, 2025
EuroNomade
Capital and the Global War Regime
di SANDRO MEZZADRA e MICHAEL HARDT. Segnaliamo questo testo di Sandro Mezzadra e Michael Hardt, che inaugura il progetto Portolan, un blog collegato a South Atlantic Quarterly: Portolan, the project we inaugurate with this essay, is both international and internationalist. It aims to include authors and address political issues that arise from a range of national, regional, and local contexts, and, at the same time, to highlight correspondences among political situations and solidarities among movements across a wide variety of borders. Although we use the language of international relations and the international world in a rather conventional way, we are well aware of its limits for grasping the interconnections and superpositions that characterize today the structures of domination and the struggles for liberation. Portolan’s focus on the world scale does not lead us to neglect other levels of analysis. It rather provides an angle from which to investigate various issues, including social reproduction, the operations of capital, race and racism, patriarchy, and the exercise of political rule. These and other domains will figure prominently in Portolan, and we endeavor to explore them while giving priority to the standpoint and methods of social struggles. The reference to nautical maps in the project’s title is a gesture towards the need to forge new conceptual tools for navigating the turbulence of the global present. Il testo Capital and the Global War Regime è qui. L'articolo Capital and the Global War Regime proviene da EuroNomade.
November 1, 2025
EuroNomade
Étienne Balibar: Pensare (a) Gaza
di ÉTIENNE BALIBAR e LUCA SALZA. Questa intervista a Étienne Balibar di Luca Salza, anticipata sul suo blog, è in corso di pubblicazione sulla rivista K – revue transeuropéenne de philosophie et arts. L’intervista è stata realizzata fra l’8 e il 13 settembre 2025. LS : Je commencerai par une question philosophique, simple et terrible, qui tourmente beaucoup d’entre nous aujourd’hui. Comment et que peut-on penser face à ce qui se passe à Gaza ? Comment penser Gaza ? Comment penser à Gaza ? En somme, qu’est-ce que la pensée vaut face à un génocide ? EB : Je viens à ta question, terrible mais pas simple du tout, mon cher Luca. Mais auparavant je veux te dire les sentiments qui m’ont fait accepter votre proposition, malgré les difficultés et les risques qu’elle comporte. D’abord il y a ceci que, pour la première fois, je vais contribuer par écrit au travail d’une revue que j’admire, et dont je souhaite qu’elle fasse longtemps entendre sa voix. Une voix que menace toujours d’offusquer celle qui s’en est approprié le nom sans aucun scrupule, à des fins de plus en plus consternantes. Et surtout il y a ce sentiment de colère et de désespoir, ce bouleversement de toutes nos certitudes que suscite le nom de Gaza et que je partage avec vous, qu’exprime bien votre appel à contribution, sous l’invocation de Mahmoud Darwich. C’est de lui en effet, et de quelques autres (dont son ami Edward Said) qu’il faut essayer de retrouver l’inspiration pour ne pas redoubler le crime en cours d’un lamentable silence. Parler pour dire son impuissance est terriblement humiliant, mais se taire est impossible. C’est déjà de la complicité. J’ai lu les questions que tu me proposes, et j’ai tout de suite compris que je serais trop « court », dans tous les sens du terme, pour y répondre convenablement. Mais j’ai compris aussi que je ne devais pas me dérober. Je les prends donc toutes, et je dis ce que je peux. Worüber man nicht sprechen kann [oder denken], darüber muss man [doch nicht] schweigen! Penser Gaza, penser à Gaza, demandes-tu ? Malgré les images et récits qui filtrent (des journalistes y laissent quotidiennement leur vie), nous n’y sommes pas, dans Gaza, sous les bombes et devant les chars, en train de voir nos maisons rasées, nos enfants mourants de faim, nos blessés achevés jusque dans les hôpitaux, et d’enterrer nos morts à même la terre nue. Nous ne pouvons qu’y penser nuit et jour, en ressassant notre horreur. Nous prendre la tête en faisant l’histoire du « conflit » israélo-palestinien, cherchant ce qui l’a rendu inexpiable et ce qui l’a soustrait à tout rapport de forces réversible. Essayant de tout savoir du plan d’extermination et de sa mise en œuvre, mais aussi de la résistance, car elle subsiste sous les décombres, dans les gestes de défi ou les signaux de détresse des condamnés à mort. Dans leur dignité face aux assassins. Pour que le monde sache. Pour qu’il se souvienne, à défaut de s’être opposé. Mais je comprends bien que ta question va au-delà du fait de penser ce qui a lieu. Elle porte sur son contenu de vérité et sa portée morale : que sommes-nous capables de penser, qui nous engage, et de quelles pensées vraiment nécessaires disposons-nous encore, quand nous disons Gaza ? Je crois qu’il faut admettre que ce sera toujours trop peu et à côté de l’énormité du crime. Un crime dont nous sommes aussi partie prenante, ne l’oublions jamais. Il faut écarter les excuses, les protections et les précautions, c’est la condition pour qu’on débouche non seulement sur une qualification de circonstance, mais sur des questions radicales, dont les réponses seront longues à trouver et à ajuster. Ta formulation comporte une indication précieuse en ce sens : « qu’est-ce que la pensée vaut face à un génocide ? » La pensée vaut ce qu’elle peut : rien ou quelque chose selon qu’elle prend la mesure de son dénuement et de son exigence. Car génocide est l’un des noms de cette extrémité qui subvertit la rationalité au sens ordinaire, déborde la déduction, la représentation, l’évaluation du pour et du contre. Mais que veut dire, en l’occurrence, « un » génocide ? Que tous les critères, les marques distinctives énumérées dans sa définition juridique et repérables par analogie historique sont constatées ? Sans doute, et cela fait beau temps que seuls des valets et des portevoix de l’assassin, ou des « amis du peuple juif » pour qui la vérité compte moins qu’une solidarité communautaire aveuglée, s’obstinent à en nier la réalité. Au prix de l’abjection. Hélas Gaza n’est pas un génocide « possible », à discuter, à venir et à prévenir : c’est un génocide en marche, exécutésous nos yeux avec une inflexible détermination et sans véritable opposition, dont seule demeure encore incertaine la solution finale. Déjà Gaza n’existe plus, tandis que sur ses ruines errent deux millions de spectres privés de nourriture, chassés d’un point d’extermination à un autre… Mais dire « un génocide » suggère aussi qu’il faut comparer. Des génocides, il n’y en a pas tous les jours et pas n’importe où, mais il y en a d’autres que Gaza, dans le passé et même dans le présent : au Soudan, pour n’en nommer qu’un dont l’occultation, à beaucoup d’égards, est aussi insupportable que l’exposition de Gaza, et fait partie d’une même catastrophe (je vais y revenir). La pulsion de mort parcourt le monde en y semant la dévastation et les cadavres. Mais dire cela, ce n’est que donner un autre nom au problème. Cependant chaque génocide – quelle expression : chaque génocide ! – a des caractéristiques historiques, politiques et morales uniques, et ce sont elles qu’il faut « penser ». Ce qui notamment fait l’unicité de Gaza, et provoque en nous le sentiment d’une contradiction insupportable, ce n’est pas seulement le fait que le génocide soit perpétré par des Juifs qui (pour certains au moins) sont les descendants des victimes de la Shoah – le génocide des génocides. Mais c’est le fait que celle-ci, après que sa mémoire ait été institutionnalisée, soit instrumentalisée pour préparer, motiver, organiser et faire accepter Gaza. La Shoah en tant qu’événement destructeur et fondateur, indissociable aujourd’hui de ce que Jean-Claude Milner a appelé « le nom Juif », et par où ce nom et ceux qui le portent sont, qu’ils le veuillent ou non, attachés à un exemple sans équivalent d’anéantissement de l’homme par l’homme, témoins de sa monstrueuse possibilité, avertisseurs de sa répétition, ne cesse de participer à la justification du génocide de Gaza commis par Israël : en soutenant l’affirmation que les « victimes du génocide » ne sauraient évidemment le perpétrer à leur tour, mais aussi, contradictoirement, en les autorisant à franchir impunément toutes les limites du droit et de l’humanité pour se « protéger » eux-mêmes de son retour éternel, dont ils se disent ou se croient menacés. « Pas nous » et « seulement nous », proclament les Israéliens selon les besoins de leur autojustification, en invoquant Auschwitz et les pogroms qui l’ont préparé. Ainsi, dans une causalité « diabolique » (Poliakov), la Shoah engendre Gaza par l’intermédiaire de ses héritiers, et donc y perd son sens, non seulement pour les Juifs, mais pour nous tous[2]. Comment allons-nous pouvoir situer cette tragédie dans l’histoire, ou dans le « réel », et comment allons-nous réagir ? Qu’est-ce que nous en ferons dans nos pensées et dans nos vies ? Je dis que c’est ce qu’il faut « penser », mais je ne sais pas trop comment, par quelle logique. Car c’est à la fois le ressort de son effroyable efficacité (qui osera contredire les héritiers de la Shoah ?), et le renversement de toutes les valeurs, morales et intellectuelles (qui osera encore proférer le « plus jamais ça » ?). Notre conversation aidera peut-être à sortir de ce blocage. continua qui L'articolo Étienne Balibar: Pensare (a) Gaza proviene da EuroNomade.
September 22, 2025
EuroNomade