Simo Said: morto a 26 anni nel buco nero dei CPR
Simo Said è nato in Marocco il 16 giugno del 2000 ed è morto in Italia, nel
Centro di Permanenza per i Rimpatri di Bari Palese l’11 febbraio del 2026.
Simo Said
Non aveva ancora compiuto 26 anni quando la sua vita si è spenta. Ora la moglie
e il figlio chiedono di sapere cosa è accaduto quel maledetto giorno nel Centro
di Bari. Ufficialmente il giovane marocchino è deceduto a causa di un arresto
cardiocircolatorio.
Una formula medica che poco e niente ci dice sulle reali cause del decesso.
Alcuni chiarimenti probabilmente arriveranno dai risultati dell’autopsia e
dell’esame tossicologico, forse, anche l’incidente probatorio previsto per il 19
marzo aiuterà a fissare alcuni punti fermi. Ma la strada per arrivare alla
verità è ancora lunga e tortuosa.
Non sarà facile infatti superare il muro di gomma e di silenzio che da subito si
è alzato sulla vicenda. Un muro creato da chi ha tutto l’interesse a celare la
verità di quanto accaduto e a liquidare l’intera vicenda come un semplice
incidente. Ciò non di meno è necessario lottare per la verità e per dare
risposte a chi oggi piange la morte di un marito e di un padre.
Notizie/CPR, Hotspot, CPA
CPR: SI CONTINUA A MORIRE
A Bari un’altra vittima; a Torino arriva una condanna per il caso Balde, mentre
il governo prosegue la stretta repressiva
Redazione
12 Febbraio 2026
Ma quanto accaduto nel Centro di Permanenza di Bari, la tragica morte di Simo
Said a soli ventisei anni, deve rappresentare anche un momento di riflessione su
questioni che possono apparire distanti e distinte, ma che non lo sono.
PERCHÉ LA MORTE DI SIMO SAID NON HA DESTATO LA DOVUTA INDIGNAZIONE?
La tragica fine di Simo Said, non ha avuto le prime pagine dei giornali e non ha
destato clamore mediatico. Non è argomento su cui la politica e l’opinione
pubblica nazionale hanno interesse a concentrarsi e confrontarsi.
D’altra parte le sorti di chi viene catapultato nell’abisso dei CPR italiani
interessano solamente quando sono funzionali a certa propaganda. Eppure, ogni
singolo trattenuto che varca i cancelli di un CPR, non è soltanto un numero da
statistica ma una persona in carne ed ossa con una storia, fatta di alti e di
bassi, fatta anche di errori, ma questi errori non cancellano il fatto che si
tratta pur sempre di esseri umani.
Presidio del 20 febbraio davanti al CPR di Bari Palese
Veramente siamo così indifferenti alle vicende che riguardano gli stranieri che
muoiono nei CPR? È talmente diffusa l’indifferenza verso le sorti di chi viene
ristretto in un CPR da non interessarci nulla di quanto accade dentro queste
strutture?
Il singolo cittadino, proprio come le istituzioni, sono diventate completamente
disinteressate alla vita umana da accettare come normale la morte di un ragazzo
di 26 anni.
Rapporti e dossier/CPR, Hotspot, CPA
REPORT SULL’ACCESSO ISPETTIVO AL CPR DI BARI-PALESE DEL 13 FEBBRAIO 2026
A cura dell'on. Rachele Scarpa
23 Febbraio 2026
PERCHÉ INVECE LA MORTE DI SIMO SAID MERITA ATTENZIONE?
Innanzitutto Simo Said non è il primo ragazzo che muore in un CPR durante la
detenzione amministrativa. Questo dato dovrebbe iniziare a farci riflettere e
dovrebbe spingere le istituzioni a domandarsi come mai questo è possibile.
Persone che vengono trattenute in strutture create per una permanenza temporanea
in vista della concreta esecuzioni dell’espulsione, non solo trascorrono il loro
periodo di detenzione senza poi mai essere rimpatriate, ma spesso, troppo
spesso, finiscono per terminare questa “esperienza” drammaticamente.
Se poi aggiungiamo ai decessi avvenuti nei CPR, i numeri dei tanti soggetti
fragili che in questi Centri vedono peggiorare le loro condizioni, allora
abbiamo un quadro più onesto e completo della situazione. Un quadro che dovrebbe
essere di aiuto per una seria riflessione sul fenomeno della detenzione
amministrativa.
LA MORTE DI SIMO SAID E, IN GENERALE, LA SOFFERENZA CHE RISERVIAMO A MOLTISSIMI
STRANIERI IRREGOLARI, POTEVA E PUÒ ESSERE EVITATA?
La morte di Simo Said era evitabile per tante ragioni. In primo luogo, perché il
numero di rimpatri di cittadini marocchini eseguiti negli ultimi anni è talmente
basso da non giustificarne il trattenimento nei CPR. Si tratta di un dato da cui
non si può continuare a scappare.
Continuiamo infatti a riempire i Centri di tutta Italia di cittadini che non
verranno mai rimpatriati e lo facciamo consapevolmente. Lo sa benissimo il
Ministro Piantedosi, lo sanno i prefetti e i questori, lo sanno i giudici che
continuano a convalidare richieste di trattenimento che hanno solamente uno
scopo punitivo ma che non porteranno mai al rimpatrio.
Facciamo tutto questo solamente per perseguire un fine politico e
propagandistico che non è giustificato e giustificabile. Non è una critica
dettata dal buonismo, ma una semplice analisi dei numeri e della realtà.
Riempire i Centri di permanenza di persone che non vengono poi espulse,
significa avere delle ricadute sociali ed economiche drammatiche per il nostro
Paese.
Innanzitutto si peggiora la situazione di chi viene sottoposto al trattenimento.
Si peggiora lo stato di salute di queste persone, vengono spezzati legami
familiari e lavorativi, si crea maggiore marginalizzazione. Insomma, chi esce da
un CPR dopo un inutile periodo di trattenimento, ne esce più debole, più
fragile, più indifeso.
In secondo luogo, le spese che lo Stato affronta per mantenere in piedi questo
sistema sono abnormi e potrebbero essere utilizzate decisamente meglio, per
politiche migratorie diverse, più umane, più efficaci.
CHI È COLPEVOLE PER LA MORTE DI SIMO SAID?
L’idea che la morte di Simo Said (ma non solo la sua) sia da addebitare ad un
unico soggetto, non farebbe giustizia per quanto accaduto. Ad essere messo sul
banco degli accusati infatti deve essere un intero sistema fatto di connivenze,
di cattiva amministrazione, di disprezzo per le regole.
La morte di Simo è, dunque, il risultato di una responsabilità diffusa. Perché,
se è vero che le responsabilità penali che dovranno essere accertate dal
Tribunale di Bari sono personali, è altrettanto vero che esiste anche una
responsabilità morale che riguarda una pluralità di soggetti.
Attori coinvolti a vario titolo nel sistema CPR che non possono continuare a
rimanere immuni da critiche.
Simo Said è, allora, il simbolo di una battaglia contro lo scellerato sistema
della detenzione amministrativa, anche per una stranissima coincidenza
temporale. Tornano in questa vicenda questioni mai risolte che riguardano le
carenze strutturali dei CPR italiani.
La precarietà dell’assistenza sanitaria, la privatizzazione della gestione di
queste strutture, l’abuso di psicofarmaci che viene fatto all’interno dei
Centri. Queste, insieme ad altre importanti questioni, sono state ampiamente
denunciate negli anni da più parti, ma senza ottenere interventi e soluzioni.
QUELLA STRANA COINCIDENZA
Nelle stesse ore in cui si consumava la tragedia nel CPR di Bari, nei media
italiani rimbalzava la notizia delle perquisizioni a Ravenna nei confronti di
alcuni medici colpevoli di non aver concesso l’idoneità al trattenimento per
alcuni stranieri.
Medici colpevoli di aver “disobbedito” alla Questura. Medici colpevoli di aver
fatto valere le loro prerogative e di aver messo al primo posto la salute del
paziente. Quanto accaduto a Ravenna è strettamente collegato a quanto accaduto a
Bari.
Notizie/CPR, Hotspot, CPA
MEDICI INDAGATI A RAVENNA, CHIESTA LA SOSPENSIONE
Per la Rete Mai più lager - No ai CPR: «Un attacco che rischia di incidere
sull’autonomia professionale dei medici»
Redazione
7 Marzo 2026
Esiste una connessione tra le due vicende. Solamente se medici e giudici
decidono di abdicare alle loro prerogative e alle loro funzioni per allinearsi
al volere dell’autorità, è possibile riempire i Centri di Permanenza di soggetti
fragili, di persone affette da malattie psichiche e fisiche.
Soltanto ignorando principi cardine del nostro sistema politico, sociale e
giuridico, si può consentire al disgustoso sistema della detenzione
amministrativa di funzionare.
Sempre più spesso i CPR si riempiono di persone fragili e malate che vedono
peggiorare la loro condizione a causa della precarietà dei servizi di assistenza
sanitaria offerti all’interno di queste strutture di detenzione.
Nel buco nero dei CPR finiscono persone malate che non ricevono adeguata cura e
assistenza, persone che non resistono e vengono schiacciate come è successo a
Simo Said e, ancora prima, a Oussama Darkaoui.
Assistiamo allora al tentativo di mettere sotto accusa i medici di Ravenna,
perché senza la connivenza dei medici, i cancelli dei CPR non potrebbero mai
aprirsi per tantissimi stranieri che, pur presentando malattie e fragilità,
incompatibili con lo stato di detenzione, vengono spediti in buchi neri in cui
manca tutto.
Ad essere denunciati invero dovrebbero essere non i medici che fanno il loro
dovere, ma tutti quei medici che si limitano a firmare un pezzo di carta senza
verificare la reale condizione di salute della persona che ha davanti.
Medici che ignorano il giuramento fatto e che non onorano il codice
deontologico. Medici che consentono che nel buco nero dei CPR finiscano, ad
esempio, persone con “cardiopatia ischemica post infartuale”, o persone con
“disturbo della personalità NAS – con tratti antisociali e paranoidi”. Persone
insomma che avrebbero bisogno di ben altri percorsi di assistenza.
Lo stesso discorso vale per i tanti giudici che pensano che il problema della
salute delle persone sulle quali sono chiamati a decidere sia un fronzolo.
Giudici che non considerano importante la certificazione medica, giudici che
ritengono il trattenimento amministrativo una misura ordinaria da applicare
regolarmente ed indiscriminatamente.
Giudici che restringono paurosamente le garanzie dei trattenuti e i diritti di
difesa. Giudici che in un CPR non sono mai entrati e che non conoscono le
condizioni reali in cui mandano a vivere le persone per le quali convalidano o
prorogano il trattenimento.
Oggi più che mai, torna di attualità una frase del filosofo Vladimir
Jankelevitch che parafrasando il Vangelo dice “Padre, non li perdonare, perché
sanno quello che fanno”. Non può esserci perdono quando il male viene compiuto
consapevolmente e senza alcun pentimento.