Salvatore Spina / Per capire i dispositivi della destra al potere
La collana essentials dell’editore DeviveApprodi pratica con orgoglio un intento
didattico offrendo brevi, sintetiche ma profonde letture di intellettuali,
talvolta scomodi, avversati o maledetti, affidate a studiosi che hanno
instaurato con loro un rapporto di conoscenza critica e appassionata. Ivan
Illich, di cui il prossimo anno si celebrerà il centenario della nascita,
Günther Anders, Carl Schmitt, Frantz Fanon, Antonio Negri, tanto per citare
quelli più vicini ai miei interessi, ma anche altri fondamentali per questi
nostri tempi, sono tagliati con l’accetta e declinati secondo la regola di
affrontare “l’essenza di un pensiero in cinque concetti.” Richiamare la
brutalità e la violenza dell’azione dell’accetta non è affatto una critica, ma
una necessità di creare e difendere una cultura che ha l’obiettivo di eliminare
e spingere nell’oblio le menti più radicali che hanno lavorato sulle
contraddizioni e le viltà del contemporaneo, magari individuando quelle loro
specificità che possono indirizzare ad altre più approfondite letture.
Furio Jesi, nei ragionamenti di Salvatore Spina attorno ai concetti di mito,
rivolta, festa, macchina mitologica e cultura di destra, appare come uno
studioso e un pensatore originale, provocatorio, incredibilmente anticipatore
della nostra epoca caratterizzata da una madornale rivincita/riattualizzarsi del
fascismo. Morto a soli 39 anni a Genova per avvelenamento accidentale da ossido
di carbonio prodotto da una calderina difettosa, è comunque riuscito a costruire
un percorso formidabile sulla natura e uso del mito che ne fa ancora oggi il
maggiore studioso italiano sull’argomento. Senza essere né diplomato né
laureato, ottiene la cattedra di Lingua e letteratura tedesca prima
all’Università di Palermo e poi a quella di Genova, come riconoscimento dei suoi
studi da autodidatta e dei molti saggi pubblicati destinati a essere pesanti
macigni nella nostra cultura per il rigore e la lucidità che li
contraddistingue.
Spina molto giustamente sottolinea il valore di Jesi nel contemporaneo, sia
osservando l’incessante lavorio della macchina mitologica operata dal fascismo
in Italia, in Europa e nel mondo, chiarendo il nesso che ha con il potere, sia
per il richiamo all’ontologia dell’attualità di Michel Foucault, facendo luce
sui fenomeni di risorgere dell’identità comunitaria associata alla
discriminazione dei “diversi”. Il suo lavoro sul mito, di demitizzazione e di
demistificazione, rappresenta un imprescindibile strumento per attaccare la
cultura mondiale di destra e i suoi elementi di maggiore successo nella
propaganda e nella fidelizzazione. Il suo rapporto con Károly Kerényi consente a
Jesi di utilizzare inizialmente la categoria del “mito tecnicizzato” come
degradazione del “mito genuino”, dove «il mito tecnicizzato, invece, è lo spazio
artificiale, ricostruito in maniera faziosa, a partire da cui i materiali
mitologici originari vengono manipolati e corrotti a scopi estrinseci dal mito
stesso, al fine di conseguire determinati effetti politico-sociali».
Se Kerény riteneva possibile un accesso al mito genuino, per Jesi l’analisi
della macchina mitologica lo porta ad allontanarsi dal suo maestro. Spina
sottolinea come Jesi abbia inteso agganciare la lettura del mito alla storia e
alle dinamiche di conquista e conservazione del potere a partire dall’analisi
della società tedesca. Con Germania segreta. Miti nella cultura tedesca del
’900, Jesi documenta come il mito sia stato manipolato e corrotto per essere
asservito ai progetti di potere che dalla Prussia Guglielmina arrivano fino al
nazionalsocialismo, diventando strumento di barbarie e di istigazione alla
violenza, lontano da ogni aspirazione di verità.
Se Jesi, e ora Spina con questo saggio, non hanno ritenuto di agganciare
l’analisi a un saggio di enorme successo come Le origini culturali del Terzo
Reich di George Mosse, che condivide con Germania segreta lo spazio storico, è
forse perché l’innovazione di Jesi non risiede tanto nella ricostruzione della
storia dell’ideologia conservatrice, ovvero marxianamente nell’edificazione di
una ideologia come apparenza, ma mostrare i meccanismi di funzionamento del
mito, che sono generali e non tipici della realtà tedesca. Si tratta infatti, e
questa è forse la più palese contraddizione, di un mito che è né puro né
immutabile, non ha nulla di metafisico, ma che nelle diverse epoche assume
significati diversi che dipendono dalle necessità politiche e bastarde dei
mitologi. Per Jesi, con un ragionamento quasi di logica quantistica, il mito, se
c’è, è dentro la scatola della macchina mitologica, e non è neppure detto che ci
sia, che esista, e la scatola non può essere scoperchiata, ma è reale e
tangibile solo l’uso mondano che se ne fa. Viene da dire che solo il mito
degradato esiste, senza un originale, strumento di barbarie come l’antisemitismo
tedesco, in mano a mitologi nazisti, assieme a tutte le costruzioni identitarie.
Sono miti, per Jesi, non necessariamente appartenenti alla classicità, ma
peculiari anche della modernità, come dimostra la sua analisi di Spartakus.
Simbologia della rivolta, dedicato all’insurrezione comunista berlinese del
gennaio 1919.
L’excursus sui cinque concetti, su cui il tema della festa (altro tema classico
della storiografia ufficiale) è l’occasione per una riflessione sulle concezioni
spazio e tempo storiche, filosofiche, psicologiche e sociali, si conclude con il
tema che l’ha reso noto al grande pubblico e personalmente odiato dagli
intellettuali posticci della fascisteria italiana: la cultura di destra. Il
saggio Cultura di destra era uscito nel 1979 per Garzanti, pochi mesi prima
della sua morte, e rappresenta apertamente il suo impegno politico come critico
marxista e studioso militante, ma è anche la componente della prassi dei suoi
studi, un approccio analogo a quello che era stato alla base di Germania segreta
per l’immaginario tedesco, incentrato su Julius Evola e la squallida storia
della cultura fascista e della sua macchina mitologica. “Il mito della cultura
di destra è sempre mito del potere”, scrive Spina, riferendosi ai modi in cui il
fascismo ha imposto la sua “egemonia simbolica e politica”, e il mito è stato ed
è solo un misero feticcio per diffondere l’ideologia della classe dominante e
fornire un potente strumento di eccitazione per le masse (e in questo un
collegamento a La psicologia di massa del fascismo di Wilhelm Reich offrirebbe
molti spunti per supportare le tesi di Jesi).
Se il mito mostra realmente solo il suo carattere artificiale di narrazione
riferita a origini che neppure esistono, e quindi è palese la sua funzione
conservatrice, non per riacquistare le condizioni di una verità precedente
eroica e divina, ma solo per mantenere i privilegi reali e le ricchezze della
classe dirigente, ne segue che il lavoro del mitologo non tecnicizzato deve
essere quello di smascherare il “carattere artificioso e fazioso di ogni
racconto mitologico”, rifiutando “tutti i valori che si presentino come
universali e immutabili”. Jesi propone di accettare la provvisorietà della
cultura praticando una dialettica che ricorda quella del metodo scientifico
(almeno nella misura di Karl Popper), di risultati parziali che si succedono
falsificandosi e corroborandosi nel rapporto tra teoria, cultura e natura.
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