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Esplosione a Colleferro: rischi industria bellica e domande per la sicurezza della cittadinanza
COMUNICATO STAMPA L’esplosione avvenuta ieri, intorno alle 14:30, nello stabilimento KNDS Ammo Italy di Colleferro, impone una riflessione non più rinviabile sulla sicurezza degli impianti industriali legati alla produzione di materiale bellico. L’esplosione ha interessato l’area dello stabilimento di KNDS di Colleferro. Sono in corso gli interventi dei Vigili del Fuoco e degli altri soccorritori, mentre saranno le autorità competenti ad accertare dinamica, cause ed eventuali conseguenze dell’incidente. Quanto successo a Colleferro pone una domanda inevitabile: cosa sarebbe successo se un incidente di questa natura fosse avvenuto ad Anagni, nello stabilimento KNDS in località La Macchia, con la produzione di nitrogelatina? È esattamente lo scenario che l’Assemblea No War Valle del Sacco denuncia da tempo. Quello che è accaduto dimostra che parlare di sicurezza, prevenzione e rischio industriale non significa fare allarmismo, ma interrogarsi prima che accada un incidente, non dopo. Se fosse successo ad Anagni in questo periodo, con le attività che si prospettano per quello stabilimento, quali sarebbero state le conseguenze? E soprattutto: il territorio sarebbe realmente pronto a fronteggiare un’emergenza di questo tipo? Sono domande alle quali le istituzioni devono rispondere pubblicamente, con dati e informazioni verificabili. A Colleferro esiste un presidio locale dei Vigili del Fuoco e, nell’emergenza di ieri, risultano coinvolte anche squadre provenienti da altri territori. Ad Anagni quale sarebbe il presidio di riferimento in caso di un incidente grave alla KNDS? Quali sarebbero i tempi effettivi di arrivo dei Vigili del Fuoco? Quali mezzi e quali squadre specialistiche sarebbero immediatamente disponibili? E cosa accadrebbe nel caso in cui, contemporaneamente, i mezzi del territorio fossero impegnati in un’altra emergenza, come un incendio di vaste proporzioni nella zona della Macchia o un grave incidente sull’autostrada? Non è sufficiente sapere che esiste, in astratto, una rete di soccorso. Quando si parla di un impianto che tratta materiale altamente esplosivo, bisogna sapere esattamente chi interviene, in quanto tempo, con quali mezzi e secondo quali procedure. L’Assemblea No War Valle del Sacco ribadisce quindi la propria contrarietà alla trasformazione della Valle del Sacco in un polo della produzione bellica e di materiali esplosivi. Non accetteremo che alla storica emergenza ambientale si aggiunga una nuova dimensione di rischio industriale e militare, senza un confronto pubblico trasparente e senza garanzie sulla sicurezza delle popolazioni. L’esplosione di ieri a Colleferro ci ricorda che il rischio non è un’ipotesi astratta. E allora la domanda resta: se fosse successo ad Anagni, oggi, cosa sarebbe successo alla Valle del Sacco? Teniamo alta l’attenzione, seguiranno aggiornamenti. Assemblea No War Valle del Sacco Disarmiamoli – Valle del Sacco Pubblicato anche su https://infoinrete.blogspot.com/. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
È qui che bisogna stare
QUALCUNO TAGLIA LA LEGNA CON CUI SI ACCENDERANNO I FUOCHI CHE SCALDERANNO MANI E PENTOLE NEI CAMPI. ALTRI TAGLIANO VERDURE E LAVANO PENTOLONI ENORMI. ALTRI ANCORA METTONO DA PARTE QUALCHE GIOCATTOLO E MOLTI VESTITI. MA CI SONO PURE COLLETTIVI CHE SI OCCUPANO DI DIRITTI, OPPURE CHE PENSANO ALLE SCHEDE SIM DA DISTRIBUIRE O A DOCUMENTARE LE VIOLENZE DELLA POLIZIA E A SEGNALARE LA PRESENZA DEI FASCISTI. “È QUI CHE BISOGNA STARE”, SCRIVE LUCIANO UMMARINO IN QUESTO DIARIO DA CALAIS, IN FRANCIA, A 33 CHILOMETRI DALL’INGHILTERRA, DOVE UN GRUPPO DI PERSONE DI CASETTA ROSSA SPA, SPAZIO SOCIALE AUTOGESTITO DI GARBATELLA, A ROMA, È ANDATO PER PORTARE UN SOLIDARIETÀ AI MIGRANTI. “SU UNA PARETE BIANCA, IN FONDO ALLA SPIAGGIA DI CALAIS, C’È UN MURALE DI BANKSY. UNA BAMBINA, LA VALIGIA APPOGGIATA A TERRA, GUARDA CON UN CANNOCCHIALE VERSO L’INGHILTERRA. SOPRA DI LEI, APPOLLAIATO SULL’OBIETTIVO, UN AVVOLTOIO ASPETTA. QUELLO SGUARDO NON APPARTIENE SOLO A CALAIS. SI POSA SULL’EVROS E SULL’EGEO, TRA LA TURCHIA E LA GRECIA. ATTRAVERSA IL CANALE DI SICILIA, DAVANTI A LAMPEDUSA. SI PERDE NEL DESERTO TRA IL MESSICO E GLI STATI UNITI, O SI FERMA CONTRO IL FILO SPINATO DI CEUTA E MELILLA, TRA IL MAROCCO E LA SPAGNA…” -------------------------------------------------------------------------------- 25 luglio. Roma, Calais e Gaza Vi scriviamo dai nostri Van, con Roma ormai alle spalle, appena varcato il confine italo francese, e la strada che corre dritta verso Calais. Siamo partite e partiti ieri da Piazza Sauli (quartiere Garbatella di Roma) che era meravigliosa piena come raramente l’abbiamo vista: più di cinquecento persone per la Pastasciutta Antifascista, i fornelli dei ristoranti del quartiere accesi fianco a fianco, la cucina di Casetta Rossa che lavorava insieme al collettivo Fermenti, tutto l’arcipelago di Mompracem — che non per caso porta il nome dell’isola dei ribelli di Salgari — stretto attorno agli stessi tavoli. Insieme al Municipio VIII. Tutte e tutti con l’Anpi. La stessa pasta che nel luglio del ’43 la famiglia Cervi offrì al paese per festeggiare la caduta di Mussolini, ieri è tornata a dire che quella storia non è affatto chiusa: continua da Calais a Gaza, ovunque un confine provi a decidere chi ha diritto a restare e chi no. Continua contro ogni sovranisno, ogni ICE in ogni angolo del pianeta. Da quella piazza, tra un abbraccio e l’ultimo brindisi, siamo partitə con due Van carichi di compagne e compagni, diretti al confine. Ad aspettarci c’è, tra gli altri, Refugee Community Kitchen (RCK), che ogni giorno cucina centinaia di pasti per chi ha attraversato migliaia di chilometri a piedi: ci uniremo ai loro fornelli con le stesse mani che ieri erano a Piazza Sauli, per lottare con chi la frontiera prova a respingere. Vi racconteremo il viaggio, un chilometro alla volta. -------------------------------------------------------------------------------- 26 luglio. Il deposito di legna Siamo arrivati a Calais. Diciotto ore di viaggio non sono uno scherzo — si sentono nelle gambe, negli occhi, nella schiena. Ma in quelle ore succede anche altro: c’è chi il viaggio l’ha iniziato da quasi sconosciuta/o e ne è uscito con un volto nuovo, con lati che nessuno si aspettava. Si scoprono ironie, silenzi, tenerezze che nella quotidianità, chissà perché, non emergono mai. Ed è anche questo, forse, il senso della missione: prima ancora di arrivare, si comincia già a costruire qualcosa insieme. Il primo giorno l’abbiamo passato al Woodyard, il deposito della legna del progetto dell’Auberge des Migrants, insieme al collettivo che lo gestisce: si taglia, si divide, si riempie sacco dopo sacco. Un lavoro duro, ma necessario. Il mare di Calais è bellissimo, e proprio per questo fa più male: nasconde insidie per chi ha già attraversato deserti, ha già superato mille frontiere, e si ritrova ancora qui, fermo, in una situazione allucinante, abbandonato dall’Europa, dalla Francia, da ogni istituzione — che non solo non aiuta, ma sgombera, reprime, viola diritti. E oltre alle istituzioni, arrivano anche i fascisti, dalla Francia e dall’Inghilterra, a minacciare e talvolta aggredire chi vive nei campi e chi, come queste realtà, prova a costruire solidarietà. Ma qui ci sono anche realtà che non si arrendono, che lottano ogni giorno per trasformare la frontiera da zona di guerra in zona di solidarietà, di cooperazione, di speranza — per costruire, come diceva Alexander Langer, “l’importanza dei costruttori di ponti, dei saltatori di muri, degli esploratori di frontiera”. Il magazzino, oltre alla legna, ospita di tutto: sacchi a pelo, tende, derrate alimentari, e una grande cucina che presto sarà anche nostra — cucineremo per portare pasti nei campi intorno a Calais e in altre città come Dunkerque. E quella legna che oggi abbiamo recuperato, tagliato, preparato, accenderà i fuochi che scalderanno mani e pentole nei campi. Il fuoco che accenderanno servirà a cucinare, a scaldarsi, ma anche a dire: siamo qui, esistiamo, resistiamo, nonostante tutto. E oggi siamo felici di aver alimentato quel fuoco. -------------------------------------------------------------------------------- 27 e 28 luglio. Tra i fornelli di Calais Vi scrivo di due giornate insieme, perché a Calais i ritmi si mangiano le ore libere, e la sera, quando dovrei fermarmi a raccontare, sono già le grandi cucine di Refugee Community Kitchen (RCK) ad avermi occupato la testa e le braccia. Lunedì e martedì siamo tornati nello stesso magazzino dove pochi giorni fa tagliavamo la legna, stavolta però nella grande cucina. Da questa cucina escono, ogni giorno, quasi mille pasti destinati ai campi lungo la costa. Abbiamo passato le giornate lì dentro dalle 9 alle 17, a tagliare verdure, lavate pentoloni enormi, fianco a fianco con un’altra delegazione arrivata dall’Olanda e con altre persone – attiviste e attivisti, semplici cittadine e cittadini – che ogni giorno regalano ore di lavoro al progetto. E la cucina, in realtà, è solo un angolo di quello che succede qui dentro. C’è un gruppo che smista senza sosta le donazioni – sacchi a pelo, tende, coperte – un altro che si occupa soprattutto dei più piccoli, tra vestiti, giocattoli e laboratori pensati per loro. Ci sono collettivi che seguono i diritti delle donne rifugiate, altri che si battono per la tutela di chi rifugiato lo è per definizione. E poi c’è chi, per ore, riempie contenitori d’acqua enormi da portare nei campi, tra loro, li ho riconosciuti dall’accento, anche alcuni italiani. Un vero e proprio arcipelago di attività diverse, che convivono sotto lo stesso tetto e insieme valgono più della somma delle parti. Io non parlo né francese né inglese, e qui questo pesa davvero: faccio fatica a scambiare parole con le tante attiviste e attivisti, le volontarie e i volontari, le coordinatrici e i coordinatori di RCK. Ascolto, ma quello che mi arriva resta spesso solo suono: sillabe che non riesco ad afferrare, che non diventano mai significato. Così ho imparato a usare di più gli occhi, quasi per compensare: osservo con più attenzione i gesti, gli sguardi, il modo in cui ciascuno si muove per l’altro senza bisogno di spiegazioni. Credo sia proprio questo, in fondo, a tenere insieme un posto come questo: persone di lingue e paesi diversi che, senza troppe parole capite, finiscono per guardare tutte nella stessa direzione. Ed è questo sguardo condiviso, più delle parole che mi restano solo suono, a sorprendermi ogni giorno di più, la portata enorme, globale, di un progetto a cui anche noi, in piccolo, stiamo contribuendo. Poi c’è quello che nessuno sguardo riesce ad addolcire. Ieri il mare ha restituito due corpi: due persone morte tentando la traversata verso l’Inghilterra, che sono – lo sappiamo con una precisione che fa male – la cinquecentoquarantatreesima e la cinquecentoquarantaquattresima vittima di questa frontiera dal 1999 a oggi. Mi torna in mente una frase dalle prime pagine di American Tabloid, di James Ellroy: «I morti appartengono ai vivi che più ostinatamente li rivendicano». Credo sia esattamente per questo che qualcuno, qui, tiene il conto esatto di ogni vita persa in questo tratto di mare, da anni: perché nessuno di quei numeri resti senza nessuno che lo reclami. Oggi siamo andatə alla manifestazione in loro ricordo nel centro della città, insieme ai movimenti e alle realtà solidali del posto. Contro un’idea di confine che uccide e che le destre più becere trasformano in propaganda d’odio, caccia al nemico, minacce verso chi resiste e verso chi cerca solo salvezza. E per non dimenticare che, su questo, nemmeno i governi che si dicono di sinistra hanno saputo scegliere una strada davvero diversa. È qui che bisogna stare, tra i fornelli e questo arcipelago che ogni giorno mi lascia stupito. Per ora, è la sola risposta che so dare. -------------------------------------------------------------------------------- 30 luglio. Abbiamo le gambe, non le radici La Warehouse di Calais è un vero arcipelago. Ogni giorno me ne accorgo un po’ di più: sotto lo stesso tetto cooperano progetti diversi. La cucina che ogni giorno sfama i campi lungo la costa lavora a pochi metri dal Channel Info Project — CHIP — che porta ricarica elettrica, schede SIM, connessione e informazioni affidabili a chi si prepara alla traversata: il filo che tiene insieme chi da qui prova a raggiungere l’altra sponda. Poco più in là c’è Utopia 56, che fa le maraude notturne intorno e dentro i campi, documenta le violenze della polizia, segnala la presenza dei fascisti, distribuisce vestiti e sacchi a pelo. C’è Woodyard, la falegnameria, di cui vi ho già raccontato, che porta nei campi tonnellate di legna da ardere, per scaldarsi, per cucinare, e per tenere accesi fuochi che sono anche un segnale: un modo di dire «siamo qui», “Aqui estamos”. Ieri una parte di noi è partita a distribuire nei campi i pasti che la grande cucina del magazzino aveva preparato. Chi è tornato mi ha raccontato di un’umanità molto giovane, che vuole costruirsi un futuro — ed è disposta ad attraversare quelle poche miglia di mare, e lo fa, anche per le famiglie rimaste nei paesi di origine. Quello stesso mare che le separa da ciò che immaginano è, se lo attraversi, anche ciò che a quella vita le unisce. Pino Cacucci scrive che le radici sono importanti nella vita di un uomo, ma che noi uomini «abbiamo le gambe, non le radici» — fatte apposta per andare altrove. La distribuzione è durata a lungo, centinaia e centinaia di persone, sotto un sole che anche qui a Calais si è fatto sentire con una forza che non ti aspetteresti così a nord. E in mezzo a quella fila lunghissima colpisce soprattutto l’organizzazione: non si lascia nulla al caso. Esistono regole d’ingaggio precise per ogni evenienza, dall’arrivo della polizia alle incursioni delle squadracce di estrema destra, fino alla cura di chi, tra le persone rifugiate, porta con sé fragilità che chiedono un’attenzione in più. È un sapere collettivo che si trasmette nei briefing e nei training prima di ogni uscita, con la stessa cura con cui si distribuisce un pasto. Ma è un’altra la cosa che qui a Calais ho notato con nettezza: la distanza tra questo pezzo straordinario di società che costruisce solidarietà — l’autorganizzazione dal basso, le ONG, la società civile internazionale — e la città politica, quella della sinistra tradizionale e anche quella nuova, francese. Non le ho mai viste incontrarsi. Camminano su binari paralleli dove non esistono incroci. Ieri abbiamo trovato il tempo per goderci un po’ la splendida spiaggia di Calais. E anche le ostriche di questi mari. Momenti belli e sereni che sono anch’essi parte fondamentale di una missione così intensa. Proprio ora arrivano notizie non belle da Roma. A Spin Time la scorsa notte c’è stato un principio d’incendio in un locale tecnico che è stato domato dagli stessi abitanti, che hanno evacuato l’edificio in autonomia e in sicurezza, senza danni a persone o cose. Da allora, però, non è permesso rientrare nelle proprie case se non uno alla volta, scortati, per recuperare l’indispensabile, mentre centinaia di persone restano in strada, sotto il caldo di Roma. Il timore è che un gesto di responsabilità collettiva venga trasformato in un pretesto amministrativo per allontanare chi lì vive, e che qualcuno a destra ne approfitti per chiudere i conti con Spin Time. Ma hanno fatto male i conti di questo sono sicuro. -------------------------------------------------------------------------------- 1 agosto. Una bambina guarda verso l’Inghilterra Su una parete bianca, in fondo alla spiaggia di Calais, c’è un murale di Banksy che i venti e la salsedine non sono ancora riusciti a cancellare. Una bambina, la valigia appoggiata a terra, guarda con un cannocchiale verso l’Inghilterra. Sopra di lei, appollaiato sull’obiettivo, un avvoltoio aspetta. Fu dipinto nel 2015, negli anni della Jungle, ma quello sguardo non è mai cambiato: è lo stesso di chi, da quella spiaggia, ogni notte, continua a cercare un margine di mare da attraversare. Quello sguardo, in fondo, non appartiene solo a Calais. Si posa sull’Evros e sull’Egeo, tra la Turchia e la Grecia. Attraversa il canale di Sicilia, davanti a Lampedusa. Si perde nel deserto tra il Messico e gli Stati Uniti, o si ferma contro il filo spinato di Ceuta e Melilla, tra il Marocco e la Spagna. Cambiano le lingue, i governi, i colori delle divise: l’avvoltoio, sopra ogni cannocchiale, resta lo stesso. Noi quello sguardo l’abbiamo incontrato per una settimana, tra i sacchi di legna del magazzino, i fornelli accesi dalle 9 alle 17, le migliaia di pasti distribuiti nei campi lungo la costa. L’abbiamo incontrato nei nomi sconosciuti di due persone recuperate dal mare, e poi in altre quattro, prima ancora di riuscire a elaborare le prime. Nella rabbia di una commemorazione, nella pazienza di chi smista coperte e sacchi a pelo, nell’ostinazione silenziosa di chi, senza nessun aiuto dalle istituzioni, costruisce ogni giorno un pezzo di casa comune. Ma la missione, per noi, è cominciata già diciotto ore prima di arrivare, al volante a turno lungo l’autostrada, tra una sosta e un cambio di guida. Abbiamo scoperto, in quelle ore, lati di compagne e compagni che pensavamo di conoscere già: chi si è messo a cantare per tenersi sveglio, chi ha raccontato per la prima volta perché è entrato in questa storia. È un pezzo di missione che non finisce nelle foto dei campi, ma è lì che una delegazione si tiene insieme. Oggi ripartiamo da Calais. Nei furgoni portiamo indietro quelle diciotto ore, i volti conosciuti meglio lungo la strada, e la consapevolezza che quella frontiera non finisce sulla costa francese: si allunga fino all’Egeo, fino a Lampedusa, fino al deserto tra Messico e Stati Uniti, fino allo stretto di Gibilterra, e passa anche da Garbatella, da Roma, da ogni confine che scegliamo di non guardare. Portiamo a casa il compito di non lasciare che quello sguardo resti solo di migliaia di sconosciuti — di farlo diventare, appena possibile, anche il nostro. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo È qui che bisogna stare proviene da Comune-info.
August 2, 2026
Comune-info
Difesa civile. Sì, ma quale? “Civilizzare” la difesa armata? (2)
RILANCIAMO IL SECONDO DI QUATTRO ARTICOLI (QUI IL PRIMO) DI ERMETE FERRARO, PRESIDENTE DIMISSIONARIO DEL MOVIMENTO INTERNAZIONALE DELLA RICONCILIAZIONE (MIR), PUBBLICATI SUL BLOG ERMETESPEACEBOOK.BLOG CON IL QUALE SI ESPRIMONO ALCUNE PERPLESSITÀ IN RELAZIONE ALLA PDL UN’ALTRA DIFESA È POSSIBILE. L’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ, DOPO AVER LUNGAMENTE DISCUSSO LA QUESTIONE E APPROFONDITO COLLETTIVAMENTE LA POSTA IN GIOCO, HA ESPOSTO LA PROPRIA POSIZIONE IN UN DOCUMENTO REPERIBILE A QUESTO LINK. Nella prima parte della mia analisi dei limiti della proposta di legge d’iniziativa popolare sulla “Difesa Civile, Non-armata e nonviolenta” [i] ho cercato di argomentare quali siano le mie perplessità a riguardo, Ma quando si parla di ‘difesa civile’ – soprattutto se la maggioranza delle persone cui ci si rivolge, in particolare le più giovani, finora non ne hanno mai letto o saputo nulla – è opportuno fare riferimento a casi concreti, esperienze attuali e pratiche correnti.  Infatti, basta dare una scorsa ai siti web di alcuni ministeri della difesa, in particolare degli stati dell’Unione Europea, per farsi un’idea di quale significato e valore sia stato finora a livello istituzionale, a questa particolare, ma ancora poco usuale, espressione. Ovviamente le lingue di riferimento (e le rispettive traduzioni in italiano) complicano un po’ il riferimento ai casi citati, eppure risulta comunque chiaro che l’attributo ‘civile’, unito al sostantivo ‘difesa’, nella quasi totalità dei casi esprime più che altro una componente ‘non armata’ di quella funzione. Solitamente, in effetti, non si propone di ricorrere a una modalità alternativa (o comunque parzialmente sostitutiva) rispetto a quella propria degli apparati delle forze armate, con le loro consolidate tipologie organizzative e strategie militari. Si tratta semmai di prevedere, per motivi di opportunità e di controllo, anche l’istituzione ed organizzazione di funzioni aggiuntive ad essi ‘complementari’, differenti ma sostanzialmente integrative di quelle svolte dai militari. Lo scopo, più o meno dichiarato, è quello di evitare che le forze armate si accollino compiti non strettamente istituzionali, preferendo delegarli a reparti formati da volontari o personale civile, adibiti a compiti burocratici, sanitari e di protezione della popolazione da eventi bellici, calamità naturali ed altre gravi emergenze. BUNDESWEHR ŰBER ALLES Il primo caso che prendo in esame è quello della Repubblica Federale Tedesca, dove la consultazione del sito della Bundeswehr (le forze armate federali) chiarisce la logica entro la quale il governo tedesco ha già inserito la ‘difesa civile’. «La Strategia Nazionale di Sicurezza 2023 ha definito l’obiettivo di una politica di Sicurezza Integrata, come compito dell’insieme della società. “L’interazione collaborativa di tutti i rilevanti attori, risorse e strumenti che, combinandosi, possono garantire in modo comprensivo la sicurezza del nostro Paese e rafforzarlo nei confronti e contro minacce esterne”. Il Piano Operativo per la Germania è una componente militare essenziale per la difesa complessiva della Germania. Esso combina gli elementi-chiave militari della difesa nazionale e collettiva coi necessari servizi di supporto civile. La responsabilità principale del Piano operativo per la Germania è affidata al Comando delle forze congiunte della Bundeswehr» [ii]. Nella stessa pagina del sito troviamo più avanti altre precisazioni. «Un elemento essenziale del Piano Operativo per la Germania è fare da ponte tra gli elementi chiave militari della difesa nazionale e collettiva ed i necessari servizi di supporto civile.  Un elemento centrale del Piano Operativo per la Germania consiste nell’integrare le componenti militari chiave della difesa nazionale e collettiva coi necessari servizi di supporto civile, al fine di garantire un sostegno reciproco che coinvolga l’intero apparato statale ai vari livelli di escalation: in tempo di pace, in situazioni di minaccia ibrida, in caso di crisi e in guerra. Ciò comporta, da un lato, il supporto militare alla preparazione civile in vista di un eventuale conflitto e, dall’altro, il contributo civile alla pianificazione della difesa militare. Il piano comprende processi e responsabilità, ad esempio per quanto riguarda la cooperazione della Bundeswehr con enti civili o governativi in situazioni di emergenza» [iii]. Le espressioni-chiave utilizzate nei testi citati (ribadendo peraltro che la “responsabilità principale” delle operazioni congiunte resta comunque in capo alle forze armate) sono: “sicurezza integrata”, “interazione collaborativa”, “difesa complessiva/totale”, “difesa nazionale e collettiva”, “supporto civile”, “sostegno reciproco”, “cooperazione della BW con enti civili e governativi”. Risalta l’utilizzo d’un lessico improntato ad una visione integrata, e quindi totale, della difesa, mantenendo però un rapporto ancillare delle funzioni civili rispetto a quelle bellico-militari. Se si vuole conoscere la struttura organizzativa della ‘difesa integrata’ nella R.F.T., la risposta è in un’altra pagina del sito citato [iv], dove si evidenzia un’arbitraria quanto allarmante commistione delle funzioni relative alla protezione ambientale (Bundesamt für Infrastruktur, Umweltschutz und Dienstleistungen der Bundeswehr) con quelle della logistica e della sussistenza (Verpflegungsamt der Bundeswehr) e dei Vigili del Fuoco (Brandschutzamt der Bundeswehr), collegandole a quelle degli uffici che si occupano del personale civile della difesa e dei militari tedeschi impegnati all’estero. Da tale semplice elenco risulta evidente la militarizzazione già in atto nella R.F.T. d’importanti organismi di natura non militare, come i corpi di protezione civile e difesa dal fuoco e addirittura di enti statali che si occupano di protezione dell’ambiente. LIBERTÉ, ÉGALITÉ…VIVE LES ARMÉES! Nella Repubblica Francese, al di là della presenza d’un rilevante personale civile, prevalentemente nel settore amministrativo e logistico – già all’interno delle Forze Armate è comunque già in atto una ‘difesa civile’ integrata con quella militare. Formalmente, la Sécurité Civile (Protezione Civile, Corpo dei Pompieri, etc.) sarebbe una realtà istituzionale gestita dal Ministero degli Interni, che si occupa prevalentemente di protezione della popolazione da catastrofi, altre crisi ed emergenze [v]. A supporto della ‘difesa civile’ così intesa – come avviene anche in Italia – la legislazione francese ha previsto però anche interventi di natura militare, ad esempio per svolgere funzioni di ‘pubblica sicurezza’. Viceversa, le stesse norme assicurano un supporto degli organismi di protezione civile alle operazioni militari, ovviamente sotto il coordinamento (cioé il comando) delle forze armate. «Il ministro dell’interno riceve dal ministro della difesa, per lo sviluppo e l’attuazione dei suoi mezzi, il sostegno dei servizi e dell’infrastruttura delle forze armate e, in particolare, per il mantenimento dell’ordine pubblico, l’eventuale appoggio delle forze militari. Nelle zone dove si sviluppano operazioni militari, e su decisione del Governo, il comando militare designato a tale scopo diventa responsabile dell’ordine pubblico ed esercita il coordinamento delle misure di difesa civile con le operazioni militari. In caso di minaccia riguardante una o più installazioni prioritari della difesa, il comando militare designato a tale scopo può essere incaricato, per decreto del consiglio dei ministri, della responsabilità dell’ordine pubblico e del coordinamento delle misure di difesa civile con le misure militari di difesa interna del o dei settori di sicurezza delimitati attorno a queste installazioni dal Presidente della Repubblica in sede di consiglio di difesa e di sicurezza nazionale»[vi]. Se visitiamo il sito web del Ministero della Difesa francese [vii], al di là della designazione del servizio militare (volontario e selettivo) col titolo neutro di “Servizio Nazionale”, troviamo poi una pagina dedicata specificamente alla “Politica delle Risorse Umane militari e civili”, dove ci sono altre interessanti affermazioni. «Nel quadro di una professionalizzazione delle forze armate giunta a maturità, la politica delle risorse umane riafferma i principi e fondamenti inerenti all’identità del ministero, tra i quali figurano al primo posto la complementarietà tra civili e militari e l’importanza delle logiche di ambito […] Politiche comuni ai militari e ai civili. La mescolanza statutaria (personale militare e civile) è una particolarità strutturale del ministero delle forze armate. A dispetto di queste differenze statutarie, le due popolazioni che operano insieme e concorrono alla riuscita delle missioni affidate al ministero, beneficiano di politiche che sono loro comuni» [viii].   In questo caso, le espressioni-chiave riscontrate sono: “coordinamento delle misure di difesa civile con le operazioni militari”, “complementarietà tra civili e militari”, “politiche comuni ai militari e ai civili”. LA SPAGNA GIOCA IN “DEFENSA NACIONAL INTEGRADA” Va riconosciuto che il governo del Regno di Spagna, soprattutto nella fase più recente, sta cercando positivamente di sottrarsi alla perversa logica riarmista, militarista e bellicista che contamina anche i paesi della U.E. Le forze armate spagnole, s’altra parte, restano tradizionalmente un’istituzione forte e autorevole, integrata nella NATO e difficilmente sottraibile alle sue verticistiche direttive. Andando a cercare informazioni sul sito del Ministerio de Defensa, infatti, troviamo alcuni riferimenti utili alla nostra ricerca. «Integrazione della difesa e della protezione civile nella difesa nazionale. Gli sforzi militari volti a proteggere il territorio e le popolazioni degli alleati devono essere affiancati da una solida preparazione civile, capace di ridurre le potenziali vulnerabilità e mitigare i rischi, sia in tempo di pace che durante crisi o conflitti. Come già evidenziato, tale preparazione civile assolve tre funzioni essenziali: garantire la continuità dell’azione di governo, assicurare l’erogazione di servizi essenziali alla popolazione e fornire supporto civile alle operazioni militari. È dunque evidente che la resilienza deve fondarsi su una stretta cooperazione tra attori civili e militari: un modello reciprocamente vantaggioso, tanto in tempo di pace quanto in situazioni di crisi […] Ma come possiamo integrare questi due aspetti della resilienza, quello civile e quello militare? Esistono numerosi esempi in tal senso. Le esercitazioni rappresentano un paradigma eccellente e un metodo efficace per mettere alla prova la preparazione nazionale. A questo proposito, costituiscono un modello ideale per sperimentare le risposte a situazioni di emergenza su larga scala, come attacchi a sorpresa dagli effetti devastanti o scenari di guerra ibrida. È dunque fondamentale includere elementi di preparazione civile nelle esercitazioni militari, integrandoli a ogni livello: dalle esercitazioni di gestione delle crisi a livello strategico fino alle attività addestrative di livello tattico» [ix]. Non è casuale che i riferimenti per queste affermazioni hanno a che fare con le indicazioni della NATO in merito all’integrazione militare-civile in vista di una difesa totale, come dimostra anche l’esempio citato poco dopo. L’esercitazione Steadfast Defender 2024 — il più grande dispiegamento militare della NATO dalla fine della Guerra Fredda — è stata infatti portata ad esempio di “mobilitazione massiccia di truppe e mezzi militari attraverso diversi Paesi [in] stretto coordinamento con le autorità civili — in particolare per quanto riguarda trasporti, logistica e infrastrutture — sottolineando così la necessità di garantire la resilienza delle infrastrutture civili e la continuità dei servizi essenziali» [x]. Nei brani citati, ancora una volta, vanno sottolineate espressioni-chiave come: “integrazione della difesa e della protezione civile nella difesa nazionale”, “stretta cooperazione tra attori civili e militari”, “preparazione civile nelle esercitazioni militari”, “garantire la resilienza delle infrastrutture civili e la continuità dei servizi essenziali”. PER GLI INGLESI “RESILIENCE” FA RIMA CON “DEFENCE” Il Regno Unito (U.K.) – fedele e zelante membro della NATO, ma non più dell’Unione Europea – ha alle spalle una lunga tradizione militarista, che gli deriva ovviamente dalla sua storia imperiale. Anche sul sito del Ministry of Defence, pertanto, non mancano riferimenti alla dottrina dell’Alleanza atlantica in materia d’integrazione della difesa militare con quella ‘civile’. La parola-chiave, in questo caso, è “resilienza”, in nome della quale il governo britannico nel luglio 2025 ha appunto adottato il suo “Piano d’Azione per la Resilienza” e ha partecipato all’OSCE Forum for Security Co-operation, che si è tenuto a Vienna tre mesi dopo, intervenendovi con un suo delegato. «Il Regno Unito accoglie con favore l’iniziativa della Finlandia di convocare questo tempestivo Dialogo sulla sicurezza dedicato alla resilienza attraverso una sicurezza globale e integrata. Sosteniamo pienamente l’enfasi posta sulla cooperazione civile-militare quale pilastro strategico della difesa nazionale. […] Consideriamo la resilienza non semplicemente come un meccanismo di risposta, bensì come un sistema proattivo e integrato che abbraccia governo, imprese, società civile e singoli cittadini. La nostra strategia privilegia la prevenzione, la preparazione, la risposta e il ripristino, garantendo la continuità delle funzioni sociali essenziali anche in condizioni di forte stress. Tale modello trova riscontro nella nostra Revisione strategica della difesa del 2025, che sottolinea l’importanza dell’integrazione civile-militare per la salvaguardia della sicurezza nazionale […] dalla difesa cibernetica e la protezione delle infrastrutture alla sanità pubblica e alla comunicazione in situazioni di crisi […] Nell’attuale panorama delle minacce — caratterizzato da tattiche ibride, disinformazione e diplomazia coercitiva — la resilienza rappresenta un imperativo strategico. Il Regno Unito apprezza l’approccio multidimensionale dell’OSCE e l’enfasi posta dal Codice di condotta sul controllo democratico delle forze armate. Consideriamo la cooperazione civile-militare non solo una risorsa per la difesa, ma anche un punto di forza democratico» [xi]. Nel testo citato troviamo espressioni-chiave ricorrenti, come: “sicurezza globale e integrata”, “cooperazione civile-militare”, “salvaguardia della sicurezza nazionale”, anche perché il riferimento comune è il documento-guida di 62 pagine nel quale, all’inizi degli anni 2000, la NATO ha enunciato la sua “Dottrina per la pianificazione, la condotta e la valutazione della cooperazione civile-militare (CIMIC) nel contesto delle operazioni congiunte alleate” [xii], fonte esplicita delle politiche adottate dal Regno Unito e da altri paesi membri in materia d’integrazione delle attività militari e civili in un concetto globale e totalizzante di ‘difesa’. Va sottolineato, a tal proposito, che il “Multinational CIMIC Group” della NATO (MNCG, composto da contingenti militari italiani, greci, ungheresi, portoghesi, rumeni e sloveni, con sede a Treviso) dal 2024 è comandato da un ufficiale italiano: il Col. Piero Furlan. Non posso Al termine della 19^ Conferenza dei vertici dell’organizzazione (che si è tenuta nel giugno 2026 proprio nella mia Napoli, presso il Comando NATO di Giugliano-Lago Patria,) è stata diramata, tra l’altro, questa dichiarazione: «La comprensione dell’ambiente civile, l’analisi basata sull’intelligenza artificiale, il giudizio umano, il contributo dei sottufficiali e la prontezza multinazionale non sono temi distinti. Fanno parte di un unico percorso: sviluppare il CIMIC come capacità militare rilevante per scenari di sicurezza complessi. Attraverso il CUCC 2026, il Multinational CIMIC Group continua a mettere in rete persone, esperienze e competenze all’interno della comunità CIMIC della NATO, trasformando il confronto professionale in indirizzo operativo» [xiii].   “CIVIL-MILITÄRT FÖRSVAR”: RISPOSTA INTEGRATA SVEDESE COME DETERRENZA Uno dei paesi sempre più allineati a questa dottrina è il Regno di Svezia, che anche recentemente ha ribadito sul sito del suo Ministero della Difesa (dotato di uno specifico ministro responsabile) che “la difesa civile e le attività correlate si fondano sulla preparazione della società a gestire le crisi e mirano a proteggere la popolazione, salvaguardare le funzioni sociali essenziali e contribuire alla capacità delle Forze armate svedesi di rispondere a un attacco armato – sia prima che durante una situazione di allerta rafforzata o in caso di guerra” [xiv]. Da poco (giugno 2026) il Governo svedese ha anche pubblicato un corposo rapporto di 42 pagine sul tema della c.d. “difesa totale”, cui ovviamente rimando [xv], limitandomi a citare alcuni brani più significativi del terzo capitolo. «Il sistema di difesa totale della Svezia comprende attività militari (difesa militare) e attività civili (difesa civile). Esso si fonda sulle risorse collettive della società. Difendere la Svezia e i suoi alleati da attacchi armati, nonché salvaguardare l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale del Paese, non è solo un compito militare, ma una responsabilità dell’intera società. La difesa totale richiede il contributo personale di tutti i residenti; ciò presuppone una popolazione partecipe, per cui ci si attende che ciascuno offra il proprio contributo […] La difesa totale della Svezia deve possedere una forza, una composizione, una struttura di comando, una prontezza operativa e una capacità di tenuta tali da fungere da deterrente contro la guerra, svolgendo così una funzione preventiva e di mantenimento della pace. Una difesa totale svedese solida, dotata di capacità difensive credibile, rafforza la difesa collettiva della NATO e, di conseguenza, la complessiva capacità di deterrenza» [xvi]. Ritorna, in modo martellante, la visione d’una difesa globalizzante, che abbraccia e coordina le attività di natura militare e civile, per di più col pretesto di rendere partecipe e responsabile l’intera società e, ancor più paradossalmente, di promuovere la deterrenza contro la guerra cui invece i cittadini sono chiamati a prepararsi… In questo caso le espressioni-chiave riscontrabili sono: “responsabilità dell’intera società”, “contributo personale”, “prontezza operativa e capacità di tenuta”, “funzione preventiva e di mantenimento della pace”. “SIVILT-MILITÆRT SAMARBEID”: LA COOPERAZIONE DIFENSIVA IN NORVEGIA Non è molto diversa la situazione del fratello Regno di Norvegia, sul cui sito del Ministero della Difesa troviamo una pagina specifica del “Dipartimento per la Sicurezza e la Cooperazione Civile-Militare”, che a sua volta fa riferimento ad una specifica “Sezione per la Cooperazione nella Difesa Totale”. Per il periodo 2025-2036, inoltre, il Governo norvegese ha stilato un “Piano a lungo termine della Difesa”, da cui traggo il seguente brano. «È necessario un approccio che coinvolga l’intero apparato statale per migliorare la resilienza della società di fronte a minacce di natura militare e non militare. La cooperazione internazionale e la collaborazione tra enti governativi, imprese e popolazione – nell’ambito del concetto norvegese di difesa totale – costituiscono una priorità. La cooperazione civile-militare è parte integrante dell’impegno norvegese in materia di difesa»[xvii]. Se il messaggio non fosse stato abbastanza chiaro, un’esposizione dettagliata di cosa comporta la cooperazione difensiva norvegese la troviamo in un documento del 2018, a firma congiunta del ministro della difesa e di quello della giustizia e pubblica sicurezza, intitolato appunto: “Supporto e Cooperazione. Una descrizione della difesa totale in Norvegia”. «Esiste una netta distinzione tra responsabilità civili e militari, fondata su solide fondamenta politiche e costituzionali. Il Governo ha la responsabilità generale di garantire la sicurezza (security) pubblica e nazionale. Le autorità e gli enti civili sono responsabili di assicurare la sicurezza (safety) pubblica. Le Forze armate norvegesi hanno la responsabilità primaria di preservare l’indipendenza e i diritti sovrani della Norvegia, nonché di mantenere la sicurezza (security) nazionale, difendendo il Paese da attacchi esterni. Tuttavia, la preparazione alle emergenze e la gestione delle crisi – sia in ambito civile che militare – sono interdipendenti; e una cooperazione costante è quindi indispensabile. La cooperazione civile-militare è importante anche per ottimizzare l’impiego delle risorse complessive della società, contribuendo così a una buona gestione economica» [xviii]. Non mi soffermo oltre sulle affermazioni del governo norvegese sulla “difesa totale”, di cui si riconosce che le radici costituzionali sono piuttosto dubbie, sostenendo però di non poterne fare a meno. Tutto, ovviamente, per assicurare quella sicurezza che in italiano sembrerebbe un concetto unico, mentre in lingua inglese si articola più compiutamente in due differenti vocaboli: safety e security, come peraltro ho avuto modo di chiarire in un precedente articolo.[xix] L’intera sezione 4 del testo citato è dedicata al “Ruolo della Società Civile nella Difesa Totale” e, anche in questo caso, le espressioni-chiave sono: “preparazione olistica e coordinata nel settore civile”, “dipendenza delle forze armate dal supporto civile”. L’ALFABETO DELLA “DIFESA TOTALE“ Questa rapida carrellata sulle modalità concrete di attuazione della ‘difesa civile’ nei paesi dell’E.U., a partire da una concezione sicuramente ‘altra’ piuttosto che ‘alternativa’ rispetto alla tradizionale difesa armata di natura militare, dovrebbe farci riflettere di più e meglio sul senso di  proposte legislative che, pur ipotizzando qualcosa di diverso, rischiano comunque di avvalorare l’omologazione dell’Italia al modello globale di ‘difesa totale’ dettato dalla NATO ai paesi membri col citato acronimo CIMIC, ossia avvalendosi di una strumentale ‘”Cooperazione Civile-Militare”. L’analisi linguistica dei testi citati, peraltro, mette in luce un lessico piuttosto omogeneo da parte dei governi degli Stati presi in esame, col ricorrente l’impiego delle parole-chiave già evidenziate che ora provo ad elaborare, ordinandole alfabeticamente e ricordando gli attributi che le accompagnano. * Contributo è un termine di sapore vagamente morale, riferito retoricamente a ciò che ogni ‘persona’ potrebbe (e, si lascia intendere, dovrebbe) fare per la sicurezza collettiva. * Cooperazione è la seconda importante key-word, intesa come collaborazione (non esattamente paritetica…) tra attori civili e militari in materia di difesa. * Complementarietà indicherebbe, almeno in teoria, un rapporto orizzontale e biunivoco tra civile e militare, che viene però contraddetto dal seguente termine: * Coordinamento, vocabolo in apparenza neutro, che indica invece un rapporto unidirezionale fra i due attori, affidando alle istituzioni militari il compito di co-ordinare le misure di difesa civile con le operazioni militari già programmate. * Difesa – la parola più centrale e basilare di tutte – è accompagnata da un poker di attributi, che la qualificano come: collettiva, complessiva, nazionale, preventiva e totale. E questoper sottolineare che si tratta di un concetto ‘globale’, peraltro ben diverso da quello tradizionale, in quanto ossimoricamente fa appello alla ‘preventività’ della risposta ad un’ipotetica minaccia. * Dipendenza: apparentemente da parte dei governi s’insiste su quella delle forze armate nei riguardi del ‘supporto civile’, ma è evidente la posizione ancillare di quest’ultimo nei confronti dell’organizzazione e controllo da sempre esercitati in tale ambito dalle forze armate. * Integrazione/interazione, pur non essendo sinonimi, alludono entrambi alla ricerca di una visione comune e complessiva della difesa nazionale, inglobando al suo interno la protezione civile e finendo quindi col militarizzarne di fatto le attività. * Preparazione/Prontezza, sebbene anche in questo caso non si tratti di sinonimi in senso stretto, traducono il concetto anglosassone di Preparadness/Readyness, che non indica tanto la fase di formazione preliminare degli attori ad un’azione congiunta civile-militare, quanto un efficientistico stato di prontezza ad intervenire hic et nunc laddove insorgano emergenze di vario genere o si temano attacchi armati. * Resilienza è un’altra delle parole-attaccapanni di moda, che servono a giustificare un po’ di tutto, con scarsa precisione semantica e finalità quanto meno ambigue. Essendomene occupato in un articolo di alcuni anni fa, rinvio ad esso per approfondirne il senso[xx]. Mi limito piuttosto a rilevare che questo termine è riferito specificamente alle ‘infrastrutture civili’ e alla ‘continuità dei servizi essenziali’, dando importanza alle istituzioni ed ai servizi più che alla salvaguardia dell’assetto democratico- costituzionale dello stato da ‘difendere’. * Responsabilità: è attribuita strumentalmente alla ‘intera società’, come se i decisori del modello di difesa, ma anche della protezione civile, fossero davvero i cittadini, o quanto meno gli organismi a loro più prossimi, anziché complesse strutture gerarchiche di natura militare. * Salvaguardia è una parola un po’ ambigua quando viene riferita alla ‘sicurezza nazionale’. Se questa viene assunta come un valore prioritario e indiscutibile, infatti, le ipotetiche minacce ad essa consentono l’adozione di interventi ‘eccezionali’, nel senso che – come ci racconta sempre più spesso la cronaca politica – possono fare eccezione alle normative ordinarie e perfino aggirare le garanzie costituzionali. * Sicurezza – come abbiamo visto concetto assai estensibile ed arbitrariamente interpretabile – è la principale motivazione e giustificazione per provvedimenti autoritari, repressivi ed antidemocratici, oltre che per una progressiva sterzata verso un ordinamento che ingloba nella c.d. ‘difesa totale’ finalità, compiti ed obiettivi eterogenei, in nome di una loro dichiarata interdipendenza. Gli attributi più comuni che la definiscono sono appunto: globale e integrata. * Sostegno/Supporto sono sostantivi simili che, accompagnati da un aggettivo come reciproco, lascerebbe intendere che l’intervento dei civili (volontari o personale retribuiti che siano) non comporti un mero servizio reso alle funzioni e strutture militari che ne avvertano il bisogno. Ma il comune prefisso su- dei due termini, che rinvia alla preposizione latina sub, indica invece una sostanziale subalternità di una componente della difesa nei confronti dell’altra. Concludendo, se qualcuno vuole meritoriamente far conoscere, diffondere e proporre concretamente la teoria e la pratica d’un modello di difesa davvero ‘civile’, alternativa e quindi contrapposta a quella militare, non dovrebbe cadere nella trappola di ricorrere a soluzioni pasticciate e di compromesso, né dovrebbe chiedere ad altri di sostenere proposte legislative quanto meno poco chiare. Questa mia mia breve rassegna di come i nostri partner europei e NATO intendono nei fatti l’integrazione fra difesa civile e militare, così come la denuncia dell’ambiguità semantica del lessico utilizzato per farla apparire indispensabile, vuol essere pertanto un personale contributo ad una necessaria presa di coscienza delle palesi contraddizioni che il movimento per pace italiano rischia di pagar caro. Ermete Ferraro [i] Cfr. Ermete Ferraro, Difesa civile. Sì, ma quale? (1) 08.07.2026. https://ermetespeacebook.blog/2026/07/08/difesa-civile-si-ma-quale/ [ii] Bundeswehr, Working together for defence. Operational Plan for Germany. A core military element of overall defence. https://www.bundeswehr.de/en/organization/bundeswehr-joint-force-command/missions/operational-plan-for-germany (trad. mia). [iii] Ibidem. [iv] Bundeswehr, Infrastructure, Environmental Protection and Services. https://www.bundeswehr.de/en/organization/infrastructure-environmental-protection-and-services. [v] Cfr. Wikipedia, voce “Sécurité civile en France”. https://fr.wikipedia.org/wiki/S%C3%A9curit%C3%A9_civile_en_France. [vi] République Française, Code de la défense, Titre II : Défense civile (Articles L1321-1.2). https://www.legifrance.gouv.fr/codes/section_lc/LEGITEXT000006071307/LEGISCTA000006151474/ -(trad. mia). [vii] Ministére del Armées et des Anciens Combattants. https://www.defense.gouv.fr/. [viii] Ivi, Secrétariat général pour l’administration, Politique RH militarie et civile. https://www.defense.gouv.fr/sga/au-service-armees/ressources-humaines/politique-rh-militaire-civile (trad. mia). [ix] Ministerio de Defensa, Portal de CESEDEN, IEEE., Miguel Ángel Pérez Franco, Gabinete Técnico de JEMAD, IEEE. Resiliencia y defensa nacional: la fortaleza de la sociedad civil en la nueva realidad geopolítica europeaResiliencia y defensa nacional: la fortaleza de la sociedad civil en la nueva realidad geopolítica europea. https://www.defensa.gob.es/ceseden/-/ieee/resiliencia-y-defensa-nacional-sociedad-civil  (trad. mia). [x] Ibidem. [xi] Gov.UK, Ministry of Defence, Resilience through Comprehensive Security: UK statement to the OSCE. https://www.gov.uk/government/speeches/resilience-through-comprehensive-security-uk-statement-to-the-osce (trad. mia). [xii] NATO Standard AJP-3.19, Allied Joint Doctrine for Civil-Military Cooperation, Edition B, Version 1, June 2025. https://assets.publishing.service.gov.uk/media/685a8bdce9509f1a908eb108/AJP_3_19_EdB_CIMIC.pdf. [xiii] Multinational CIMIC Group, After CUCC 2026: turning dialogue into direction. https://cimicgroup.org/after-cucc-2026-turning-dialogue-into-direction/. [xiv] Government Offices of Sweden, Civil defence. https://www.government.se/government-policy/civil-defence/ (trad. mia). [xv] Cfr. The Swedish Defence Commission’s interim report on the current state of Sweden’s total defence and the security situation, June 2026. https://www.government.se/contentassets/999b43e37fc84384827d09156be6a65f/report-the-swedish-defence-commissions-interim-report-on-the-current-state-of-swedens-total-defence-and-the-security-situation-june-2026.pdf. [xvi] Ivi, 3. Total defence, p. 20 (trad. mia). [xvii]  Norwegian Ministry of Defence, The Norwegian Defence Pledge Long-term Defence Plan 2025–2036. https://www.regjeringen.no/contentassets/0faae3f9efcf4c2fa0f43e2a15bfbc1d/en-gb/pdfs/the-norwegian-defence-pledge.pdf (trad. mia). [xviii] Norwegian Ministry of Defence – Norwegian Ministry of Justice and Public Security, Support and Cooperation. A description of the total defence in Norway. https://www.regjeringen.no/contentassets/5a9bd774183b4d548e33da101e7f7d43/support-and-cooperation.pdf. [xix] Ermete Ferraro, Etimostorie #15: SICUREZZA (01.12.2024) https://ermetespeacebook.blog/2024/12/01/etimostorie-15-sicurezza/. [xx] Ermete Ferraro, Etimostorie #9 – RESILIENZA (12.03.2023) https://ermetespeacebook.blog/2023/03/12/etimostorie-9-resilienza/ -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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C’è un futuro per il partito laburista?
Andy Burnham ha vinto trionfalmente l’elezione suppletiva nel seggio di Makerfield, un risultato storico che lo riporta alla Camera dei Comuni e lancia una sfida diretta e formale alla leadership di Keir Starmer per la guida del Partito Laburista e del governo britannico. Con quasi il 55% dei voti e un distacco di circa 9.000 preferenze rispetto al candidato di Reform UK, l’ex-sindaco di Manchester ha capitalizzato il malcontento verso l’attuale Primo Ministro, posizionandosi come il candidato forte in grado di bloccare l’avanzata della destra populista di Nigel Farage. Come già avevano dimostrato i risultati di Caerphilly (dove aveva vinto il candidato del Plaid Cymru) e di Gorton & Denton (dove invece si era affermata la candidata dei Greens), questa vittoria dimostra che la sinistra può superare Reform UK quando si schiera compatta dietro un unico candidato. La vittoria di Burnham ha fatto precipitare gli eventi a Westminster, dove, dopo circa due mesi in cui un numero consistente di parlamentari del partito laburista avevano chiesto una transizione verso una nuova leadership, Keir Starmer lunedì scorso ha rassegnato le proprie dimissioni da primo ministro, rimanendo in carica solo per gli affari correnti. Più o meno in contemporanea, Wes Streeting, l’ex-ministro della Sanità e candidato di punta della componente blairiana del Labour, si è ritirato dalla competizione e ha annunciato che sosterrà Burnham. Il comitato esecutivo nazionale del Partito Laburista ha presentato il 23 giugno il calendario delle elezioni: i parlamentari avranno la possibilità di presentare le proprie candidature dal 9 al 15 luglio, mentre i sindacati e le altre organizzazioni affiliate dovranno farlo il giorno successivo. È prevista una conferenza speciale per il 17 luglio che, a meno che non si verifichi una competizione forzata, vedrà Burnham eletto leader del Partito Laburista e Primo Ministro. Quest’ultimo ha già annunciato i punti qualificanti del suo programma di governo. IL “MANCHESTERISM” Colui che si appresta a diventare il nuovo inquilino di Downing Street, basa il suo manifesto politico sul cosiddetto “Manchesterism”. Questa visione, descritta come un socialismo pragmatico e attento alle imprese, punta a ribaltare le politiche neoliberiste della finanza londinese per favorire il rilancio industriale ed economico del Nord e delle aree dimenticate del Paese. Il Regno Unito presenta una delle peggiori disuguaglianze regionali tra i paesi “sviluppati”, il che, secondo Burnham, è dovuto in parte all’elevata centralizzazione del potere politico a Londra.  Per questo, e per contenere le spinte indipendentiste in netta avanzata negli ultimi anni, il deputato eletto a Makerfield ha in programma di trasferire parte delle attività di Downing Street a Manchester e in Irlanda del Nord, nell’ambito di misure volte a decentrare il potere da Londra entro la fine dell’anno. I pilastri del programma di governo prevedono: 1) Il controllo pubblico dei servizi essenziali attraverso la nazionalizzazione o la forte supervisione statale su distribuzione energetica, ferrovie e utilities idriche (come ad esempio la Thames Water). 2) Una riforma fiscale basata sul taglio del 20% delle tasse locali (business rates) per pub e spazi culturali, finanziato da maggiori imposte sulle majors dell’e-commerce come ad esempio Amazon. 3) Investimenti strutturali, con un focus massiccio sull’edilizia sociale a basso costo per frenare le speculazioni dei privati e potenziamento dell’istruzione tecnica. 4) Decentramento radicale, con il trasferimento di effettivi poteri di spesa e decisionali da Westminster direttamente alle regioni e ai sindaci locali. Si tratta di un programma che riaccende le speranze dello storico elettorato laburista, a partire dalle organizzazioni sindacali. Andrea Egan, segretaria generale di UNISON, ha dichiarato che il prossimo primo ministro ha «l’opportunità di rompere con i rimedi di facciata e di realizzare una trasformazione completa di questo Paese, trasferendo in modo permanente ricchezza e potere alla classe lavoratrice», attraverso l’attuazione completa del piano “Make Work Pay”, un imponente programma di investimenti pubblici e di internalizzazione volto a risanare i servizi pubblici (scuola e sanità su tutti), nonché la proprietà pubblica nazionale dei servizi di pubblica utilità. La segretaria generale di Unite, Sharon Graham, ha salutato positivamente le dimissioni di Starmer e ha affermato la necessità di intervenire con urgenza per porre fine al blocco delle soglie di tassazione, una specie di flat tax in salsa britannica, porre un tetto massimo al prezzo dell’energia e intervenire sulla strategia industriale, con investimenti in posti di lavoro e nell’industria. Infine, il segretario generale della Fire Brigades Union, Steve Wright, ha dichiarato che «chiunque subentri a Keir Starmer» dovrà «rompere con la convinzione diffusa che sia giusto attaccare i servizi pubblici», «affrontare la disuguaglianza di ricchezza che ha permesso ai servizi pubblici privatizzati di derubare i cittadini di questo Paese». LE INCOGNITE Fin qui, le dichiarazioni di principio, ma Burnham dovrà però affrontare due grosse incognite. La prima riguarda la cornice economica e finanziaria dentro la quale applicare il suo programma. Nonostante le promesse di un cambiamento radicale, l’ex-sindaco di Greater Manchester ha comunque assicurato che rimarrà all’interno delle rigide regole fiscali dello Stato definite da Rachel Reeves, l’attuale Cancelliera dello Scacchiera contro cui si sono indirizzati gli strali del movimento sindacale e che Burnham ha già dichiarato che non confermerà. È dunque probabile l’inserimento di tecnici o politici moderati fedeli a questa linea per rassicurare i mercati finanziari. Il secondo punto è invece legato alla questione immigrazione e alla mattanza israeliana a Gaza. Per contrastare Reform UK nel Nord dell’Inghilterra, Burnham ha adottato una linea sull’immigrazione molto più dura rispetto al passato. L’ex-sindaco ha dichiarato di appoggiare gran parte delle rigide riforme promosse dalla ministra dell’Interno di Starmer, Shabana Mahmood, tese a limitare i flussi legali e illegali. Burnham ha fatto un passo indietro rispetto alle sue storiche battaglie sui sussidi ai migranti e ha esortato il governo a fare un “maggiore uso” dei centri di detenzione per immigrati e ad accelerare le espulsioni dei richiedenti asilo respinti. Sebbene proponga misure di reinserimento lavorativo per chi è rimasto “in un limbo burocratico” già all’interno dei confini, questa parziale sovrapposizione con le ricette securitarie solleva forti dubbi e critiche sia tra le associazioni per i diritti umani che all’interno dell’ala sinistra del Labour. > Coalizioni come Stand Up to racism e sindacati come UNISON hanno già chiarito > che ci dovrà essere un cambiamento di approccio sia sui centri di detenzione, > sia sugli arresti, sia ancora sui licenziamenti e le deportazioni di > lavoratori e lavoratrici migranti, soprattutto nella Sanità. Ciò che serve, > secondo i movimenti, è una rottura totale con la politica del razzismo e della > ricerca di capri espiatori. Inoltre Burnham, storicamente vicino al gruppo Labour Friends of Israel (il corrispettivo britannico del gruppo di Picierno, Fassino e Fiano in Italia, per capirci), ha mostrato una posizione ambigua verso lo Stato ebraico. Infatti, pur facendo dichiarazioni formali e sottoscrivendo appelli per il cessate il fuoco e per il riconoscimento ufficiale dello Stato di Palestina, egli ha sempre rifiutato di definire l’azione militare israeliana a Gaza come un “genocidio”, ma soprattutto non ha mai preso posizione sul sostegno economico, logistico e militare britannico a Israele e al momento non ha risposto alla richiesta, arrivata da Jeremy Corbyn, di una commissione d’inchiesta a Westminster sul ruolo britannico nelle operazioni militari israeliane a Gaza qualora Burnham diventasse primo ministro. Insomma, Burnham si trova quindi a dover gestire un delicato, doppio equilibrio: 1) rassicurare il movimento sindacale, le realtà associative sui territori e la base elettorale del partito (che chiedono una radicale trasformazione delle politiche economiche e sociali) senza spaventare l’elettorato moderato e il modo finanziario e imprenditoriale, che tanto ha speso per mandare Starmer a Whitehall; 2) rassicurare le comunità migranti locali e la sinistra pacifista senza spaventare sempre lo stesso elettorato moderato, che magari strizza l’occhio a Farage sulle politiche migratorie, e/o le storiche organizzazioni filo-israeliane interne al partito. La composizione del governo dovrebbe rispecchiare questa situazione. Accanto a uomini che già facevano parte dell’esecutivo Starmer in ruoli chiave, come il blairiano Wes Streeting, ex-Segretario alla Salute e in prima linea per ottenere un ministero di primissimo piano o la riconferma in un ruolo di peso nel settore dei servizi pubblici, o Darren Jones, attuale Chief Secretary al Tesoro, che avrebbe ottenuto rassicurazioni sulla linea di stabilità economica, assicurandosi un ruolo centrale nella gestione finanziaria del nuovo governo, o ancora Al Carns, ex- ministro delle forze armate ed ex-ufficiale dei Royal Marines, che dovrebbe garantire continuità e competenza sui dossier legati alla difesa e alla sicurezza nazionale, vi è l’attuale ministro dell’Energia Ed Miliband in cima alla lista per sostituire Rachel Reeves nel ruolo di Cancelliere dello Scacchiere (Ministro delle Finanze). L’obiettivo di Miliband è modificare radicalmente le rigide regole fiscali ereditate dall’era Starmer-Reeves, sbloccando maggiori investimenti pubblici e fondi da destinare alle priorità del nuovo esecutivo. C’è poi il tema della comunicazione, che nell’epoca Starmer è stato a dir poco disastroso. Per questo Burnham avrebbe scelto James Purnell come suo Chief of Staff (Capo di gabinetto). Purnell, ex-ministro dell’era Blair-Brown, torna a sorpresa in politica attiva dopo anni, e dovrebbe portare, nelle intenzioni del futuro primo ministro, una visione di rottura rispetto alle strategie comunicative e gestionali del cerchio magico di Starmer. CONCLUSIONI Sir Keir ha praticamente distrutto il Labour Party, Burnham potrebbe ridare un futuro al partito rilanciando una politica socialdemocratica dentro una cornice di reale decentramento amministrativo, anche per rintuzzare l’avanzata dell’indipendentismo socialista in Galles, Irlanda del Nord e Scozia. È di pochi giorni fa la notizia che la Socialist Campaign (la corrente di sinistra nel gruppo parlamentare laburista) non presenterà candidati alternativi alla leadership, neanche di bandiera, come invece ha fatto in passato. Allo stesso modo già da giorni si erano espressi anche i blairiani nel partito. È possibile sia stato raggiunto un compromesso su una gestione “alla Lyndon Johnson” del governo, basata su una politica sociale ed economica interna attenta ai segmenti sociali popolari e operai, e una politica estera che invece si mantiene dentro la cornice Nato e “riarmista”. Rimane il nodo immigrazione, dove sembra che Burnham sia intenzionato a mantenere gli approcci restrittivi di Shabana Mahmood e questa scelta non sarà indolore sul piano del rapporto coi movimenti, così come quella su Gaza. Al momento non ci sono certezze, ma solo sensazioni e interpretazioni di dinamiche e notizie. Dovremo aspettare dopo il 17 luglio per vedere come questo nodo verrà sciolto e da questo dipenderà il futuro del Partito Laburista, se mai ne avrà uno. Su questo, molto inciderà proprio il mantenimento e la crescita di quelle mobilitazioni dal basso che negli ultimi due anni hanno rafforzato l’unità tra le campagne sociali e politiche antirazziste, contro la guerra e contro l’austerità e le vertenze messe in campo dal movimento sindacale. La copertina è tratta da WikiCommons Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo C’è un futuro per il partito laburista? proviene da DINAMOpress.
June 29, 2026
DINAMOpress
GRAN BRETAGNA: DOPO 2 ANNI DI ESPULSIONI, SCONFITTE ELETTORALI E CAOS DENTRO IL LABOUR…STARMER SI DIMETTE.
Keir Starmer ha annunciato le sue dimissioni da leader del Partito laburista britannico e da primo ministro, dopo meno di due anni: era arrivato a Downing Street nel luglio 2024. Starmer, travolto dall’impopolarità e dal crollo di consensi anche all’interno del suo partito, è il sesto premier in dieci anni di Brexit a lasciare prima della scadenza naturale. Le dimissioni di Starmer, dell’ala destra del Labour e artefice della cacciata della sinistra del partito, quella dell’ex leader Jeremy Corbyn (falsamente accusato di antisemitismo) spianano la strada alla candidatura alla leadership del Labour di Andy Burnham, ex sindaco di Manchester, dell’ala di centrosinistra (“soft left”) interna al Labour mentre il capo del trumpiano Reform UK e promotore della Brexit, Nigel Farage, chiede elezioni anticipate, forte del risultato delle amministrative di maggio 2026, che lo ha reso – nelle proiezioni nazionali – ipotetico primo partito di un voto politico generale. Da Londra il nostro collaboratore Claudio Ceruti. Ascolta o scarica
June 23, 2026
Radio Onda d`Urto
Scosse elettorali in Gran Bretagna: il crollo laburista, l’incubo Farage e la speranza verde e indipendentista
Il 7 maggio scorso si sono svolte le elezioni amministrative in Inghilterra e Scozia e quelle per il rinnovo dei parlamenti locali in Galles e Scozia. Prima di qualsiasi riflessione sui risultati, una doverosa premessa riguardante l’affluenza: in Inghilterra è stata del 42% (+ 7-8% rispetto alla tornata amministrativa precedente), in Scozia è stata del 53,2% (-10,1%), mentre in Galles del 51,6 (+ 5,1%). Un dato basso in valore assoluto, ma in ascesa rispetto al passato, a eccezione della Scozia, dove probabilmente gli scandali e le scelte politiche controverse del governo (a guida indipendentista) potrebbero avere influito sul calo sensibile dei e delle votanti. Secondo le analisi di media come BBC o The Conversation, l’aumento dell’affluenza è attribuibile a 3 fattori: la competizione tra i piccoli partiti, segnatamente Reform UK e i Verdi; la disillusione verso i partiti tradizionali; l’accresciuta rilevanza locale della competizione, con una maggiore attenzione a come le politiche locali influenzano la vita quotidiana. Ad esempio, è ragionevole presumere che l’aumento dell’affluenza a Birmingham (45%, con punto del 50% in alcuni quartieri) sia dovuta alla biennale vertenza dei lavoratori e delle lavoratrici della raccolta rifiuti, su cui torneremo più avanti. > La maggiore affluenza fa il paio coi risultati di questa tornata elettorale, > contrassegnati dal pessimo risultato del Partito Laburista in Inghilterra e > Galles. È ormai banale ricordare come l’esito di queste elezioni, peraltro > annunciato, sia animato fondamentalmente dalla repulsione popolare nei > confronti del Partito Laburista. A questo si lega la trasformazione dell’isola in una “democrazia multipartitica” amministrata da un sistema storicamente concepito per un duopolio. I risultati hanno messo a nudo un panorama politico frammentato (sono diverse le amministrazioni che non hanno maggioranze politiche e la situazione è tecnicamente analoga negli stessi parlamenti di Galles e Scozia). Abbiano un Paese che il Partito Laburista non è più in grado di tenere unito. Una repulsione popolare, dicevamo. Le giovani generazioni vivono in un Paese più povero, meno mobile socialmente e meno ottimista di quello ereditato dai loro genitori. Se il settore universitario sopravviverà abbastanza a lungo da permettere loro di proseguire gli studi, si laureeranno con debiti inimmaginabili in passato. Hanno poca percezione di progressi sul lavoro: la disoccupazione giovanile si attesta al 15,8% per la fascia 16-24 anni (713.000 giovani senza lavoro), mentre il tasso di inattività economica è salito al 21,0%. I loro salari, già spesso inadeguati al costo della vita, varranno sempre meno con il passare degli anni. Molti faranno fatica a lasciare la casa dei genitori e quelli che ci riusciranno vedranno il loro reddito prosciugato dagli affitti pagati ai proprietari. Se si ammaleranno, il loro governo li tratterà come simulatori. Le loro ambizioni e i loro sogni rimarranno irrealizzati; il risentimento si insinuerà in loro. Viaggeranno meno liberamente e conosceranno meno il mondo. Le loro vite si svolgeranno in una sfera pubblica inquinata da frodi e inganni e in un mondo sconvolto da guerre e catastrofi ecologiche. Come da noi, si risponderà: sì, ma mal comune non fa mezzo gaudio in questa occasione. La prima vittima annunciata di questo rifiuto dell’attuale sistema politico non poteva che essere, lo abbiamo scritto, il Partito Laburista, che ha perso ovunque e malamente: è stato spazzato via in Galles, a Birmingham (dove ha gestito in modo disastroso il già citato lungo sciopero dei bin workers), nelle West Midlands e nelle aree metropolitane di Manchester e Liverpool. La disfatta in Galles, l’incapacità di riprendersi in Scozia e le perdite in tutto il nord dell’Inghilterra sottolineano un fatto evidente nelle ultime tre elezioni generali: la fedeltà al partito è morta e le “roccaforti” (il famoso Red Wall) sono un ricordo del passato. L’unica, esigua, fonte di conforto per il Partito Laburista arriva da Londra, dove i risultati sono stati meno disastrosi di quanto avrebbero potuto essere, sebbene anche lì siano stati persi numerosi consigli comunali (Barnet, Brent, Enfield, Haringey, Lambeth, Lewisham, Newham, Southwark, Hackney, Wandsworth e Westminster). Molti e molte al governo pensano che i critici di sinistra del Partito Laburista non apprezzino a sufficienza i suoi successi, illudendosi che un nuovo pacchetto (seppur annacquato) di diritti dei lavoratori, un aumento del salario minimo, il ripristino dei diritti degli inquilini, la rinazionalizzazione di (parte delle) ferrovie e quella (solo annunciata) dell’industria dell’acciaio possano compensare la macelleria sociale compiuta in questi due anni sulle famiglie numerose povere, sulle persone disabili, anziane e migranti, su studenti e studentesse, sul Servizio sanitario nazionale, su lavoratori e lavoratrici, fino alle misure liberticide nei confronti dei movimenti antirazzisti e di solidarietà con la Palestina. > Starmer ha ribadito di non avere alcuna intenzione di dimettersi, nonostante > le numerose richieste di deputati e deputate della Socialist Campaign Group > (la corrente parlamentare di sinistra nel Labour Party), da Richard Burgon di > Leeds a Nadia Whittome di Nottingham, da Apsana Begun di Poplar e Limehouse a > John McDonnell eletto a Hayes and Harlington, entrambi distretti di Londra. Ma > anche fra i “blairiani” cominciano ad emergere i distinguo. È di poche ore fa la notizia che 70 parlamentari del partito e quattro componenti del governo hanno chiesto ufficialmente a Starmer di dimettersi. La situazione è fluida, ma “Sir Keir” sembra avvantaggiato da una parte dalla consistenza minoritaria della sua opposizione interna di sinistra e dall’altra dalla debolezza dei candidati che si contendono la sua successione, nessuno dei quali sembra intenzionato a tentare un “colpo di stato”. Il numero sempre più esiguo di sostenitori del primo ministro sostiene che sostituirlo non risolverebbe nulla. In un certo senso hanno ragione: chiunque lo dovesse sostituire al momento dovrebbe portare avanti le sue stesse politiche, perché questa è la cambiale che deve essere pagata a industriali e finanzieri che ne finanziarono la campagna elettorale del 2024. Le informazioni provenienti da Downing Street sono contraddittorie: alcune preannunciano una svolta a sinistra nel tentativo di rafforzare il blocco progressista; altre suggeriscono che il mondo sta entrando in tempi bui e che dobbiamo rassegnarci a vivere in un Paese meno generoso. REFORM UK SEMPRE PIÙ A DESTRA Il primo vincitore è senza ombra di dubbio Reform UK, le cui affermazioni a Blackburn e Oldham, entrambe città storicamente a sinistra, sono ad esempio particolarmente simboliche, perché impediscono al Partito laburista di continuare a governare e lasciano un quadro frantumato. Secondo il British Election Study, solo il 5% degli elettori che hanno votato per il Partito Laburista alle politiche del 2024 ha votato Reform UK nel 2026. Quasi un terzo di questi ha semplicemente deciso di non votare e un altro 10% ha votato per i Verdi. > Il successo di Farage, quindi, si basa sul mantenimento di gran parte del suo > elettorato precedente, arricchito prima dalla cannibalizzazione di molti > candidati conservatori e poi da una consistente fetta di ex-elettori > conservatori. Di fatto, Reform ha ridotto i Tories a un partito marginale, > radicato ormai prevalentemente nel sud-est dell’Inghilterra. Il dato inquietante è che nemmeno le frequentazioni con l’estrema destra dei candidati faragisti si sono rivelate un ostacolo insormontabile. Reform si è premurato di escludere gli ex-membri del BNP (British National Party); quando è emerso che due ex membri erano candidati per Reform nel sud-ovest di Londra, il partito li ha espulsi. Tuttavia, il rapporto di Reform con l’estrema destra è molto più permeabile di quanto Farage voglia far sembrare: una candidata a Blackburn ha elogiato Enoch Powell definendolo «profetico»; un’altra ha affermato che «Oswald Mosley aveva ragione al 100%». Un candidato suprematista bianco nell’Essex ha dichiarato che «i musulmani sono feccia» e ha descritto il genocidio di Gaza come «autodifesa». Tutti e tre sono ora consiglieri comunali. > Un candidato di Reform a Barnet, a Londra, vuole cacciare tutti i musulmani > dall’Europa; un altro a Gateshead crede che i richiedenti asilo debbano essere > annegati e desidera ardentemente restaurare una Gran Bretagna bianca. La semplice documentazione di questi fatti sembra avere scarso impatto elettorale, ma le conseguenze ideologiche sono reali, perché rivalutano velocemente il “powellismo” nella politica elettorale tradizionale. C’è l’aspetto organizzativo da non sottovalutare: come ha affermato l’analista Aaron bastani su Novara Media, Reform UK è «un’azienda tanto quanto un partito: questa è un’organizzazione gestita come una startup finanziata da venture capital». A differenza dell’UKIP e del Brexit Party prima di esso, il nuovo partito di Farage sta costruendo una propria base di dirigenti. Certo, gran parte di ciò dipende dal denaro: non bisogna infatti dimenticare che Reform UK ha ricevuto somme enormi e in grado di condizionare in maniera determinante gli esiti della politica britannica. IL CROLLO DEL SISTEMA BIPARTITICO Un discreto successo è stato anche quello dei Liberal Democratici, che hanno già più seggi a Westminster che in qualsiasi altro momento della loro storia, compresa l’epoca dello storico Partito Liberale, che risale a un secolo fa. Questo è il risultato di una discreta “efficienza elettorale”, con il partito che ha ottenuto molti meno voti nel 2024 rispetto a quando era guidato da Nick Clegg, ma ha guadagnato più parlamentari. Il problema per il partito guidato da Ed Davey, però, è che non ha una propria identità politica. Finché si tratta di fare opposizione a determinate cose – ad esempio, Brexit, Corbyn, i Conservatori e ora Reform UK – può essere redditizio dal punto di vista elettorale. Ma il limite è quello di essere una specie di Azione o Italia Viva in salsa britannica, anche se sicuramente più presentabile. > L’altro vero vincitore è però il Partito dei Verdi e questa è sicuramente una > buona notizia. Sotto la guida di Zack Polanski, i Greens hanno raggiunto > risultati straordinari in meno di un anno. oltre 230.000 iscritti/e, la prima vittoria in assoluto in un’elezione suppletiva e sondaggi a Westminster che si attestano regolarmente su percentuali a due cifre, le prime cariche di sindaco municipale nelle circoscrizioni londinesi di Hackney e Lewisham, avanzamenti sostanziali a Manchester, il controllo di Waltham Forest e lo spodestamento dei feudi laburisti a Southwark e Lambeth, anche se continuano a essere penalizzati dall’ostacolo del sistema elettorale maggioritario. In prospettiva, il Partito guidato da Zack Polanski si sta costruendo la forza per contendere diversi seggi parlamentari, incluso quello della deputata socialista Diane Abbott a Hackney, qualora ella decidesse di ritirarsi alle prossime elezioni. Il successo dei Verdi è particolarmente significativo anche alla luce di una notevole ostilità da parte della stampa in seguito al recente successo nelle elezioni suppletive di Manchester e al conseguente aumento di consensi nei sondaggi. Lo scopo complessivo di questa campagna politico-mediatica – che in piccolo ricorda quella contro Corbyn del 2015-2019 – è quello di presentare Polanski come un opportunista e un naïf politico, e che il suo partito non sia “affidabile”. Il percorso politico di Polanski – che ricordiamo ha iniziato come liberaldemocratico – viene talvolta bollato come opportunistico, ma in realtà molte delle posizioni politiche degli attivisti Verdi più radicali riecheggiano quelle di un decennio fa: opposizione all’austerità, controllo degli affitti, edilizia sociale, ecc. Inoltre, elemento non marginale, i Verdi sono riusciti a intercettare la maggioranza relativa dei giovani votanti fra i 18 e i 24 anni, pari al 46% (tanto per tornare al discorso “generazionale” che facevamo all’inizio dell’articolo). Su questo, bisognerebbe avere l’onestà di riconoscere che molto si deve all’ombra lunga di Corbyn e a come ha cambiato il discorso pubblico a sinistra anni fa, resuscitando l’impegno di base (grassroot). > In realtà, la questione più difficile per il partito di Polanski non è la > “affidabilità”: le contraddizioni tra gli elettori ed elettrici verdi delle > zone rurali e urbane e quelli legati ai movimenti su Gaza, sulla giustizia > climatica (la cosiddetta “base di Greta”) e LGBTQ+, evidenziano l’esistenza > ancora di due “anime” nel partito che difficilmente potranno coesistere > all’infinito. Ma soprattutto, il grosso problema è la frammentarietà della > struttura organizzativa. Gli attivisti e le attiviste del partito hanno portato avanti un’estenuante campaigning sul territorio, ma spesso non c’erano abbastanza candidati per i seggi: in alcune zone la membership triplicava ma non c’era nessuno da votare. Se è vero che il crollo del sistema bipartitico è in atto – e tutto sembra confermarlo – ciò rappresenta una grande opportunità per i Verdi, a patto di essere in grado di sciogliere gli ultimi nodi politici interni e di dotarsi di una struttura organizzativa all’altezza. L’esperienza di Your Party sembra invece destinata al naufragio: Corbyn e Sultana, per motivi diversi e già analizzati in precedenza, non hanno “sfondato” (a differenza dei Verdi) e Your Party ha potuto solo appoggiare un piccolo numero di candidati indipendenti, fra i quali 86 risultano essere stati eletti, sebbene anche in collegi significativi dal punto di vista della composizione sociale, come Tower Hamlets o Newham a Londra. Rimane quindi il dubbio che purché non votare Reform o i Tories, alcune comunità locali abbiano comunque preferito votare candidati indipendenti che potevano vincere, più che dare un segnale di sostegno a Your Party. > Infine, un doveroso ragionamento va fatto sull’esito elettorale in Scozia, ma > soprattutto in Galles: qui la vittoria di Plaid Cymru alle elezioni del Senedd > rappresenta un cambiamento epocale nella politica gallese, ponendo fine a > oltre un secolo di dominio del Partito Laburista. Il partito indipendentista non solo si è presentato come l’unica alternativa credibile a Nigel Farage, ma lo ha fatto con un programma che, non discostandosi dai temi classici dell’indipendentismo, si è centrato su nuova visione per i servizi pubblici, in particolare sul sistema sanitario nazionale (NHS).In Scozia, lo Scottish National Party (SNP) pur perdendo 6 seggi, si conferma nettamente il primo partito. Ora la situazione è che nei tre Paesi “periferici” del Regno Unito sono al governo tre partiti indipendentisti di impronta socialista: Plaid Cymru, SNP e Sinn Fèin. Questa affermazione, insieme a quella dei Verdi, è un segnale abbastanza chiaro che una politica progressista vera, che dialoga coi movimenti pur non rinunciando alle proprie specificità, è possibile nel Regno Unito, saranno mesi duri, ma la “materia” è in movimento, come si diceva in passato… Immagine in copertina tratta da WikiCommons QUESTO ARTICOLO È GRATUITO, MA PRODURLO RICHIEDE TEMPO E IMPEGNO. PER MANTENERE LA NOSTRA INFORMAZIONE LIBERA E ACCESSIBILE, ABBIAMO BISOGNO DEL TUO CONTRIBUTO, ANCHE PICCOLO TRASFORMA LA TUA LETTURA IN UN ATTO DI SOSTEGNO L'articolo Scosse elettorali in Gran Bretagna: il crollo laburista, l’incubo Farage e la speranza verde e indipendentista proviene da DINAMOpress.
May 12, 2026
DINAMOpress
INGHILTERRA: IL PREMIER LABURISTA STARMER ALLONTANA LA CRISI DI GOVERNO
‘Non intendo farmi da parte e lasciare il Paese nel caos’. Lo ha detto il premier laburista inglese Starmer commentando il tracollo subito dal partito di governo alle elezioni amministrative di settimana scorsa. In un discorso tenuto davanti a una platea di fedelissimi, Starmer ha rilanciato l’azione di governo respingendo le aspre critiche anche interne al Labour. ‘Affrontiamo non solo tempi pericolosi, ma anche avversari pericolosi’, ha detto Starmer. Dal suo punto di vista, il riferimento è tanto all’esponente della destra reazionaria Nigel Farage, di Reform Uk, quanto al leader dei verdi inglesi Zack Polanski. Il commento di Claudio Ceruti, nostro collaboratore da Londra Ascolta o scarica 
May 12, 2026
Radio Onda d`Urto
INGHILTERRA: 8 ATTIVISTI/E DI PALESTINE ACTION DETENUTI SONO IN SCIOPERO DELLA FAME DA OLTRE 50 GIORNI
C’è anche l’attivista svedese Greta Thunberg tra i manifestanti arrestati a Londra mentre partecipavano a una manifestazione di solidarietà con otto detenuti del gruppo Palestine Action che stanno conducendo una sciopero della fame a oltranza da più di 50 giorni per protestare contro la loro condizione processuale e carceraria. Sono infatti in stato di reclusione preventiva da mesi, a margine della contestatissima messa al bando per “terrorismo” voluta dal governo di Keir Starmer per l’organizzazione di cui fanno parte. Il ricorso all’Alta Corte è atteso entro fine anno. Si tratta del più lungo sciopero della fame dai tempi del tragico “hunger strike” del 1981, quando il militante repubblicano irlandese Bobby Sands e altri 9 compagni nel carcere di Maze morirono di stenti dopo che non fu concesso loro il riconoscimento dello status di prigionieri politici dalla Thatcher. Per raccontare la vicenda è intervenuto, su Radio Onda d’Urto, il giornalista Carlo Gianuzzi, nostro collaboratore e curatore del podcast “Diario d’Irlanda”. Ascolta o scarica.  
December 23, 2025
Radio Onda d`Urto
Nuova destra, vecchio nazionalismo.
Quello che interessa alle forze politiche che organizzano le masse è molto spesso un riconoscimento identitario. Il tentativo, riuscito, di solleticare il narcisismo degli individui che hanno bisogno di rappresentarsi in uno spettacolo che li faccia sentire migliori, aderenti al proprio sè ideale, purtroppo piuttosto distante da quello impersonato durante la settimana lavorativa e nel tempo libero. Da questo orizzonte pre-politico di mobilitazione popolare le destre non hanno nessuna intenzione di uscire, perchè gli interessi che vanno a rappresentare sono soltanto quelli delle élites, e Trump negli USA lo ha mostrato senza dubbio. Il rilancio del nazionalismo sciovinista serve solo a vincere le elezioni e indirizzare i disoccupati verso l'arruolamento militare. Per le forze socialiste, invece, la sfida è proprio quella di canalizzare l'indignazione in protesta, governandola, per arrivare a costruire forme di organizzazione trasformativa su obiettivi condivisi. Continua a leggere→
October 12, 2025
Rizomatica
Il narcotraffico, un motore storico dell’economia statunitense
Quando ho sentito che Trump avrebbe inviato numerose navi e migliaia di marines nei Caraibi per bloccare il flusso di cocaina nel suo paese, ho pensato che sarebbero stati di stanza al largo delle coste della Colombia. Mi sbagliavo: devono assediare il Venezuela, perché da quella nazione bolivariana, secondo la […] L'articolo Il narcotraffico, un motore storico dell’economia statunitense su Contropiano.
August 26, 2025
Contropiano