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La Repubblica in armi
La Costituzione ripudia la guerra, la politica celebra gli eserciti. Tra guerre, riarmo e genocidi, il 2 giugno viene piegato a celebrazione della forza militare. La Repubblica nata dalla Resistenza …
José Martí e Malcolm X: “Amor con amor se paga” contro il blocco delle rotte solidali
Il 19 maggio non è stata una semplice coincidenza cronologica, ma un nodo geopolitico della memoria. Nel 1895 cadeva a Dos Ríos l’Apostolo di Cuba, José Martí; trent’anni dopo, nel 1925, nasceva a Omaha colui che sarebbe diventato Malcolm X. Sebbene separati dalle specificità delle loro epoche, i due leader convergono su un’intuizione fondamentale che oggi, di fronte alle nuove forme di aggressione asimmetrica e di tutela coloniale nel continente, acquisisce una drammatica urgenza: la liberazione dei popoli non si baratta, né si delega alla benevolenza dell’oppressore. Martí conobbe il “mostro” dall’interno, vivendo a New York. Nella sua celebre lettera testamento a Manuel Mercado, scritta il giorno prima di morire, chiarì il fulcro della sua intera esistenza: impedire a tempo, con l’indipendenza di Cuba, che gli Stati Uniti si estendessero per le Antille e ricadessero, con quella forza in più, sulle terre d’America. Martí comprese la transizione dal vecchio colonialismo spagnolo all’imperialismo finanziario e geopolitico statunitense allora in nuce. Martí non concepiva la rivoluzione senza un’adeguata preparazione e un’organizzazione scientifica (da qui la fondazione del Partito Rivoluzionario Cubano). Sapeva che le “trincee d’idee valgono più delle trincee di pietra”, ma non lasciò i fucili nei depositi: andò a morire in prima linea perché la dignità e la sovranità necessitano di una postura di difesa intransigente. Malcolm X, tre decenni più tardi, riprende quel testimone analitico dal cuore stesso della metropoli imperiale. La sua teoria della “colonizzazione interna” scardina l’illusione delle democrazie occidentali: dimostra che il trattamento riservato alle minoranze o olisticamente alle classi subalterne all’interno degli Stati Uniti ricalca esattamente i meccanismi di saccheggio, estrazione di plusvalore e militarizzazione dei territori applicati nella periferia globale. Entrambi rifiutano il riformismo cosmetico. Per Martí, l’autonomia formale concessa dalla Spagna era una trappola; per Malcolm, i soli “diritti civili” sganciati dai diritti umani e dall’autodeterminazione economica erano un sonnifero per la coscienza di classe e di “razza”. L’analisi della colonizzazione interna prodotta da Malcolm X rimane un contributo lucido per la geopolitica contemporanea. Ha dimostrato come, mentre gli imperi occidentali concedevano indipendenze formali nella periferia, nel cuore delle metropoli si perfezionava un modello di sottomissione economica, culturale e politica che estraeva plusvalore e militarizzava i quartieri popolari attraverso settori riformisti, senza la necessità di governatori stranieri visibili. Sia il concetto martiano di Patria come umanità – intesa non come nazionalismo borghese o egoismo identitario, ma come superamento etico delle frontiere in cui la liberazione del proprio popolo è solo il tassello di un dovere universale verso tutti gli oppressi – sia quello della resistenza interna al colonialismo nel cuore delle metropoli imperialiste, proposto da Malcolm X, mantengono intatta la loro vigenza. Acquistano, anzi, una vigenza drammatica oggi che la neocolonizzazione si impone mediante il ricatto finanziario, l’uso asimmetrico della tecnologia bellica, il “lawfare” giudiziario e il predominio di narrazioni neoliberiste che cercano di privatizzare la coscienza dei popoli e di trasformare i migranti nei capri espiatori per eccellenza. Il filo storico che unisce Malcolm X al Sud Globale ha una pietra miliare indelebile: l’incontro con il Comandante Fidel Castro, avvenuto la sera del 19 settembre 1960 nella stanza numero 30 dell’Hotel Theresa di Harlem. Quella riunione non fu un gesto protocollare, ma il frutto della decisa scelta della delegazione cubana che, rifiutando le provocazioni e le espulsioni discriminatorie degli alberghi di lusso di Midtown Manhattan, scelse di trasferirsi nel cuore del quartiere afroamericano su invito del Comitato di Accoglienza guidato dallo stesso Malcolm X. Quel dialogo di trenta minuti suggellò il riconoscimento mutuo di due avanguardie che intendevano la liberazione degli oppressi dentro la metropoli e la sovranità delle nazioni aggredite come parti di una stessa trincea. Il loro messaggio si moltiplicò anche nelle metropoli d’Europa quando, negli anni ’70, dall’Italia alla Francia alla Germania i rivoluzionari tentarono di dare “l’assalto al cielo” unendo le lotte operaie con quelle dei “dannati della terra”. Il presente ci mostra il costo di aver perduto o sottovalutato quegli insegnamenti, dai paesi d’Europa, al Sud Globale. Laddove gli Stati sovrani rinunciano a edificare una deterrenza tecnologica, asimmetrica e popolare per cedere al reallineamento forzato con i mercati finanziari di Washington, “il pragmatismo economico” sostituisce la spinta ideale collettiva. L’incontro di Fidel e Malcolm X ci ricorda oggi che la solidarietà internazionalista e la memoria storica sono i principali antidoti contro l’egemonia del dollaro e del Pentagono. Questo asse ideologico trova la sua trincea più difficile nella solidarietà fra i popoli che rifiutano la logica del protettorato. Dalla Repubblica Bolivariana del Venezuela, un paese che oggi cerca di resistere dopo il sequestro del Presidente Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores, la campagna “Amor con amor se paga”, promossa a sostegno della Cuba rivoluzionaria, e la solidarietà espressa al popolo boliviano in lotta, ai palestinesi e allo storico orgoglio di Haiti, non sono formule retoriche, ma una necessità geopolitica vitale. La realtà attuale mostra la ferocia di un imperialismo che ha focalizzato la sua strategia proprio nel recidere e criminalizzare questi canali di mutuo soccorso, militarizzando le rotte marittime e usando il ricatto finanziario per impedire il travaso di risorse strategiche tra governi fratelli. Frenare questo interscambio solidale è il tentativo di Washington di dimostrare che non esiste alternativa al capitalismo e all’orbita del mercato transnazionale. Ma è proprio di fronte a questo strangolamento che l’intransigenza di Martí e Malcolm X recuperano centralità, unendosi alla “creazione eroica” del marxista José Carlos Mariátegui. Questa creazione eroica si esprime oggi nella capacità di fuggire dalle semplificazioni dogmatiche, di condurre trattative tattiche necessarie per preservare la continuità politica, senza però permettere l’evaporazione della spinta ideale collettiva o lo smantellamento delle strutture di base: come sta facendo Cuba. Gridare al tradimento o perdersi nella cacofonia sterile dei social media di fronte ai colpi subiti dalle rivoluzioni è un lusso che i popoli sotto assedio non possono permettersi. Geraldina Colotti
May 29, 2026
Pressenza
Salute mentale e salute sociale: come peggiora la situazione in Italia
A 47 ANNI DALL’EMANAZIONE DELLA LEGGE BASAGLIA, QUALI SONO I RISCHI DI UN DIBATTITO TROPPO POLARIZZATO TRA DERIVA SECURITARIA E DISGREGAZIONE DEI SERVIZI TERRITORIALI PUBBLICI. Oggi, 13 maggio, ricorre il quarantasettesimo anniversario dell’entrata in vigore della legge Basaglia, “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”: un provvedimento che, nel 1978, rivoluzionò il modo con cui in Italia si affrontavano i problemi psichici e che creò le basi, all’interno del nascente Sistema sanitario nazionale, istituito il primo dicembre dello stesso anno, dei servizi pubblici territoriali per la salute mentale. UNA STERILE RICORRENZA? Al di là dell’anniversario, molti scienziati e operatori socio-sanitari che si occupano di disagio mentale sottolineano come questa data non debba rappresentare una sterile commemorazione ma offrire l’occasione per rimettere al centro del dibattito pubblico una riflessione matura e responsabile sullo stato di attuazione della riforma. Su questa agenzia, abbiamo avuto anche l’opportunità di avere come ospite Alberta Basaglia grazie a un’intervista che le ha fatto Antonella Musella lo scorso febbraio. (Pressenza – In dialogo con Alberta Basaglia) Dopo la legge ispirata da Basaglia contro le istituzioni manicomiali e per lo smantellamento dei protocolli e delle strutture sanitarie che segregavano e invisibilizzavano la sofferenza psichica, il nostro Paese oggi si trova con una riforma compiuta a metà e con tutte le conseguenze che ciò comporta. In un tale contesto, da un lato c’è chi mette l’accento sui rischi per la sicurezza sociale, determinati dalla mancanza di presa in carico dei casi più gravi; dall’altro, e giustamente, gli psichiatri, gli psicologi e le associazioni legate all’eredità basagliana denunciano il rischio di una deriva “securitaria”, in cui, strumentalizzando i casi di cronaca nera, come quello accaduto a Napoli il 5 marzo scorso, si vuole tornare a trattare il disagio mentale come problema di ordine pubblico. Tra questi, una voce autorevole è rappresentata da Giovanna Del Giudice, che ha pubblicato, nel 2025, un testo dal titolo “Basaglia oggi: un pensiero necessario”, descritto dall’autrice come “una riflessione collettiva e militante che affonda le radici nel presente. Perché tornare a Basaglia significa riconoscere che il suo pensiero non appartiene al passato: è uno strumento vivo di lettura della realtà, una bussola per orientarsi nelle contraddizioni del nostro tempo, una pratica attiva di trasformazione sociale.” La discussione è fondamentale — preme con urgenza la necessità di ristrutturare i servizi territoriali — ma non se condotta con queste posture polarizzate: lo è se riesce a mettere al centro l’idea, fortemente sostenuta da Basaglia, che salute mentale e salute sociale siano strettamente correlate. D’altro canto, tale assunto ha ispirato, in modo evidentemente e fortunatamente precoce, la definizione dell’articolo 32 della nostra Costituzione: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività.” È su questo piano che vanno individuati i bisogni collettivi e implementate le politiche pubbliche per la salute. UN DIBATTITO CHE VUOLE PORTARCI ALLO SCISMA Purtroppo, se la discussione fra i politici e gli operatori si muove su andamenti scismatici, le persone comuni vengono giocoforza influenzate dalla scadente qualità del confronto. In pratica, invece di essere messi in condizione di esprimere i nostri reali bisogni di cura e di rivendicare i nostri diritti sanitari, veniamo indotti a cadere nella trappola della normalizzazione e lo sguardo si sposta su un altro piano: definire cosa (e chi) è “normale” e cosa non lo è. Se noi stessi siamo “normali” oppure no. L’obiettivo sembra non essere la messa in campo di politiche pubbliche e pratiche sociali e sanitarie che favoriscano l’attivazione di comportamenti individuali funzionali alla convivenza civile, cioè curare le disregolazioni e prendere in carico le situazioni più estreme, ma la creazione di liste di proscrizione fra individui conformi e non conformi al sistema sociale attuale. E si sa: la conformità è la condizione per cui siamo chiamati a rispondere a una norma che, non necessariamente, è compatibile con i nostri bisogni; nelle dimensioni atomizzate in cui viviamo, è sempre più strumentale alle necessità di controllo sociale, di aumento della produzione economica, di estrazione di valore dall’individuo a vantaggio di pochi. Le nostre richieste di cura, in un tale contesto, sono più facilmente influenzabili dalla narrazione convenzionale. Solo per fare un esempio: ci occupiamo tanto della salute dei nostri denti. Sicuramente l’igiene orale e l’ortodonzia sono fondamentali per una buona masticazione e per la nostra salute in generale, ma forse c’è anche una ragione estetica dietro tanta attenzione: il desiderio di avere un bel sorriso da sfoggiare. Eppure, quel bel sorriso non è questione soltanto di denti e di labbra: il sorriso, più del riso, è segno di benessere emotivo ma spesso lo dimentichiamo. Perché ci comportiamo così? CONFORMARSI È MEGLIO CHE CURARSI Sarà che, mentre sull’igiene orale ci hanno martellato di pubblicità negli ultimi quarant’anni — per tutti i nati negli anni ’80 lo slogan di una famosa marca di dentifricio che usava il detto “prevenire è meglio che curare” è stato un mantra quotidiano — per la salute psichica è accaduto l’opposto? Anche a causa del modo distorto con cui si è portato avanti il dibattito sulla scuola basagliana e sugli strumenti per affrontare il disagio psichico e le malattie mentali, come prima si evidenziava, assistiamo a un riproporsi, sotto altre vesti, dello stigma sociale, che colpisce chi ammette, o mostra, di soffrire di questi disturbi. Quindi, le cose non sono peggiorate solo dal punto di vista materiale, con la disgregazione dei dipartimenti per la salute mentale a livello territoriale, ma anche dal punto di vista dell’inquadramento del concetto stesso di equilibrio psicologico. Se quello per cui Basaglia dovette combattere fu l’abbattimento dei muri, ideologici e materiali, fra società e disagio mentale, oggi il tema riguarda di più l’aspetto della performance, cioè la nostra necessità di sentirci lavoratori produttivi, persone inserite socialmente, genitori irreprensibili, figli che non deludono le aspettative di successo, e ci coinvolge tutte e tutti. Così finisce che, anche quando non si tratta di essere affetti da patologie gravi, non siamo in grado di cogliere né di esprimere correttamente i nostri bisogni di assistenza. Per semplificare estremamente, potremmo individuare due approcci che nascono entrambi dalla nostra necessità di mitigare questa pressione psicologica: un pensiero giudicante, che ritiene che se vai in terapia sei fragile — poiché, diciamocelo chiaramente, i veri duri le difficoltà della vita le superano da soli, no? —; una forma di autoreferenzialità, che latente alberga nelle persone più strutturate, secondo cui la consapevolezza è una garanzia che mette al riparo dal rischio di sviluppare un malessere psicologico. Un po’ come fa un vaccino contro un virus. Come il giudizio sulla fragilità, così anche la convinzione sulla propria capacità di autocontrollo è, però, un fattore di distrazione dalla questione nodale: nessuno si salva da solo e tutti abbiamo bisogno di aiuto. Sempre per semplificare, c’è anche un atteggiamento edonista della cura, che scaturisce anch’esso da un disagio male interpretato: è quello di chi usa la cura della propria salute mentale come strumento di affermazione sociale, secondo lo stile americano. C’è gente che è in terapia da decenni e se ne vanta e, inoltre, dinanzi ai propri comportamenti reiteratamente e chiaramente disfunzionali, risponde: eh, ma io vado in terapia. I percorsi che rientrano nell’ampia categoria del lavoro clinico sulla psiche diventano, così, uno status symbol. Non solo: a maggior ragione perché costano, essendo sempre più inaccessibili attraverso il sistema sanitario pubblico, assumono la funzione di oggetto, non più di pratica o percorso, e si rappresentano come un bene voluttuario, che dà soddisfazione a chi può “acquistarli”, indipendentemente dal risultato che portano alla risoluzione delle problematiche. SIAMO TUTTI UN PO’ “PICCHIATELLI” MA SOPRATTUTTO PIÙ POVERI Che c’entrano questi comportamenti individuali con il tema della salute collettiva? C’entrano eccome: in un quadro come quello superficialmente descritto, il disagio mentale convive quasi sempre con la povertà. Nell’80% dei casi queste condizioni di disagio mentale coincidono con situazioni di povertà materiale, relazionale e sociale (fonte Caritas). Se ci aggiungiamo che anche chi non si trova in una condizione di precarietà economica è comunque quotidianamente sottoposto alle pressioni psicologiche che abbiamo descritto, come possiamo partecipare da cittadini consapevoli alla formazione di scelte politiche che riguardano i servizi sanitari per la salute mentale e incidere su di esse affinché siano socialmente utili? Il tema sanitario è strettamente correlato con quello sociale, l’abbiamo già detto e va davvero affrontato con urgenza, ma la questione stringente è: rendere possibile l’accesso alle cure in modo diffuso a tutte e tutti, superando le discriminazioni legate al reddito e a ogni altra sperequazione. Senza la possibilità di fare manutenzione della salute mentale collettiva, nemmeno lo stigma può essere superato. Bisogna rifondare il patto sociale: attraverso percorsi di autocoscienza, i singoli possono riuscire a collocarsi correttamente nella società, percepirsi come parte della soluzione e cercare di ribaltare la narrazione dominante. I politici devono agire nell’interesse collettivo e non secondo le chiese e le ideologie. Gli opinionisti devono essere onesti intellettualmente. Chi si assume la responsabilità della propria cura non lo fa solo per sé: tutela anche il benessere di chi gli è intorno. Lo stesso dicasi per le famiglie e le comunità che fungono da caregiver: non lo fanno solo per i propri cari ma agiscono come agenzia di protezione sociale. In conclusione: è davvero il momento di smettere di considerare il disagio mentale come un problema di altri e i sofferenti psichici come scarti sociali. Ecco, ammettere che siamo tutti un po’ “picchiatelli” e partire da questo: creare, attraverso la cura collettiva, come intesa dal pensiero femminista, un tipo di anticorpo sociale. Non guardare più alla cura come a uno strumento per essere individui più conformi e produttivi, ma come pratica di sostegno alla lotta contro la compressione dei diritti fondamentali a cui stiamo assistendo nel nostro Paese, come il diritto al lavoro, alla casa, alla sanità pubblica gratuita. FONTI Salute Mentale – Oltre il mito: i limiti della riforma Basaglia tra diritti e sicurezza Repubblica – Salute mentale, circuito povertà-disagio psichico RaiPlay – Napoli, il video della donna aggredita sul bus Caritas – Il rapporto su povertà e salute mentale Pensiero Scientifico Editore – Basaglia oggi ResearchGate – Caring Democracy: Markets, Equality and Justice Nives Monda
May 13, 2026
Pressenza