Tag - regime

Che succede in Iran? – di Fariba Adelkhah
Dietro l'intensificarsi delle proteste e la loro repressione si celano dinamiche complesse che intrecciano rivendicazioni popolari, lotte per interessi economici, divisioni interne al governo e incertezze sulle alternative politiche. Pertanto, il rapporto tra Stato e società appare profondamente conflittuale e il futuro del regime altamente incerto. Articolo pubblicato in francese sul sito AOC (Analyse [...]
Firmare e fermare – di Gianni Giovannelli
Lasciate ogni speranza voi ch’entrate Queste parole di colore oscuro Vid’io scritte al sommo d’una porta; Per ch’io: “Maestro il senso lor m’è duro”. Ed elli a me, come persona accorta: “Qui si convien lasciare ogni sospetto Ogni viltà convien che qui sia morta”. Dante, Inferno, Canto III, 9-15   La maggioranza parlamentare che sostiene [...]
SIRIA: SULLA COSTA MANIFESTAZIONI PER “FEDERALISMO E AUTODETERMINAZIONE”. DURA REPRESSIONE DI DAMASCO, ALMENO 8 VITTIME
In Siria, ieri, domenica 28 dicembre 2025, migliaia di abitanti delle città lungo la costa e dell’area centrale del Paese sono scesi in strada dando vita a imponenti manifestazioni contro le politiche del governo di transizione di Damasco (retto dall’autoproclamato presidente Al Sharaa). In particolare, i manifestanti chiedono la fine delle violenze nei confronti delle minoranze e rivendicando un sistema federale, che garantisca il diritto all’autodeterminazione a tutte le componenti linguistiche, culturali e religiose che vivono in Siria. Le manifestazioni si sono svolte a Latakia, Jableh, Tartous e Homs. Sui cartelli e gli striscioni portati in piazza dai manifestanti si leggevano scritte come: “Alawiti, sunniti, cristiani, curdi e druzi: siamo tutti fratelli”, “Federalismo non significa divisione, ma diritti per tutti i popoli”, “No alla guerra civile, sì al federalismo” e “Vogliamo la decentralizzazione politica”. Alcuni video mostrano manifestanti bruciare bandiere della Turchia, principale sostenitore del governo di transizione dell’ex-qaedista Al-Sharaa. Fin dal mattino di ieri, la presenza di forze di sicurezza del governo di Damasco era stata massiccia, con blocchi stradali in diverse zone e tentativi di impedire ai manifestanti di raggiungere i punti di concentramento delle manifestazioni. Diverse agenzie di stampa locali riferiscono di violenze, pestaggi, arresti e distruzioni di telefoni cellulari dei manifestanti da parte delle milizie fedeli ad Al-Sharaa. Nelle immagini che circolano online si vedono scene di scontri, con i manifestanti che rispondono alla repressione governativa con il lancio di pietre e la costruzione di barricate nelle strade. Alla fine della giornata, il bilancio sarebbe di almeno 8 vittime e decine di feriti tra i manifestanti. La versione del regime di Damasco – e del suo principale alleato, la Turchia – è che sostenitori dell’ex presidente siriano Assad (ora rifugiato in Russia) avrebbero attaccato le forze di sicurezza nel corso delle manifestazioni. L’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord e dell’est (DAANES) – che da anni propone il modello del confederalismo democratico e dell’autonomia dei popoli all’interno di una Siria unita – ha condannato con un comunicato l’intervento del governo di transizione per reprimere le manifestazioni pacifiche, che ha causato vittime tra i civili e costituisce “una palese violazione del diritto dei siriani di esprimere pacificamente le proprie opinioni e avanzare le proprie legittime richieste”. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani oggi, lunedì 29 dicembre, nelle località interessate dalle manifestazioni e dagli scontri di ieri è tornata una calma tesa. Su Radio Onda d’Urto è intervenuto Michele Giorgio, direttore di Pagine Esteri, corrispondente de Il Manifesto da Gerusalemme, rientrato pochi giorni fa da un viaggio-reportage in Siria. Ascolta o scarica.
La nuova Siria e la prevedibile parabola dell’Islam politico
Un anno fa le milizie salafite guidate da Al-Julani sono giunte in una Damasco già liberata dalle forze druse e arabe provenienti da sud, prendendone il controllo e insediando un esecutivo monocolore. La caduta della dinastia degli Assad, espressione storica della sconfitta del baathismo degli anni Sessanta, trasformato dagli Assad in sistema di privilegio protetto dai massacri di uno stato di polizia, è stata salutata con favore dalla maggior parte delle siriane e dei siriani nel Paese e nel mondo. Non sono mancate in molte, d’altra parte, le inquietudini per i caratteri che il nuovo potere avrebbe potuto assumere: milizie responsabili di orribili crimini di guerra venivano riunite nel progetto di un nuovo esercito, mentre i posti chiave venivano occupati da personalità foriere di ideologie che faticano a lasciare spazio al pluralismo politico e religioso – anche islamico e anche interno al mondo sunnita. La promessa di Al-Jolani, durante la discesa su Damasco, fu di garantire la coesistenza di tutte le componenti del Paese. Questa promessa aveva positivamente stupito e lasciato sperare, dando all’uomo un credito personale che tra molte e molti conserva tuttora. (Altre e altri, anche in Siria, lo considerano un terrorista o un Assad di diverso colore). Quel che è chiaro è che egli non intendeva, un anno fa, aggregare nella nuova nazione le diverse componenti politiche, ma includere quelle comunitarie o linguistiche – a partire dalla minoranza curda, pur sempre sunnita – facendo leva sulle fazioni maggiormente docili e conservatrici al loro interno, anche se corrotte, insignificanti o minoritarie. Un disegno improbabile, fallito non appena alcune milizie a lui alleate, dirette da criminali di guerra come Abu Amsha o Abu Hatem Shaqra, hanno iniziato a commettere stragi ed eccidi contro diverse comunità considerate “infedeli” e continuato la guerra, attaccando l’Amministrazione democratica autonoma del nord-est (DAA) guidata dalle componenti socialiste della comunità curda, da dieci anni alleate di numerose componenti politiche e tribali arabe a est dell’Eufrate. A Sheeba e Manbij, nel governatorato di Aleppo, Abu Amsha e Abu Shaqra si sono abbandonati a deportazioni forzate e massacri negli ospedali; a Hama e in villaggi cristiani millenari come Maaloula, nel giorno di Natale, si sono sfogati contro cristiani e alawiti; a inizio 2025 hanno assaltato invano le difese della DAA a Tishrin, lungo l’Eufrate, con l’ausilio di bombardamenti turchi su cortei di civili; lungo le zone costiere hanno fatto 1500 vittime alawite e cristiane a marzo, per poi perpetrare il massacro dei drusi a Suwayda lo scorso luglio. Le forze governative stesse hanno patito vittime e rappresaglie in questi scenari, e tanto più sfugge il senso politico di rigettare il Paese nella violenza dopo aver acceso speranze di pace e di svolta. Ad Al-Jolani, divenuto Al-Shaara, va dato atto di aver avviato, dopo i massacri sulla costa, un difficile negoziato con Mazlum Abdi, comandante delle Forze democratiche curdo-arabe che difendono la DAA. Un dialogo difficile, non facilitato dalla mediazione dell’amministrazione Trump molto vicina a Damasco, che per ora non ha condotto a decisivi risultati concreti. > D’altra parte la DAA, soprattutto dopo i massacri di marzo e luglio, è > diventata in qualche modo un punto di riferimento per quanti in Siria non > vogliono vivere in una nuova Arabia Saudita, bensì scegliere attraverso forme > di sperimentazione democratica (anche nuova rispetto ai modelli occidentali) > dove tutte le componenti socio-culturali trovino forme di convivenza, > smettendo di dare adito a conflitti settari che permettono ogni volta a > Israele, Stati Uniti o Iran di lucrare sulle sofferenze della regione. Più che una conoscenza o simpatia per le teorie di Abdullah Öcalan, ciò che ha rafforzato in questi mesi il credito dell’Amministrazione è l’assenza di violenze di massa al suo interno, nonostante non manchino sentimenti contrastanti nei suoi confronti tra alcune delle famiglie più conservatrici tanto curde quanto arabe e vi convivano otto lingue e tre grandi sensibilità religiose: islam, cristianesimo ed ezidismo (ed entro i suoi confini le persone possono dichiararsi non credenti senza correre rischi). Il Consiglio delle donne siriane, ideato dalla DAA a Manbij nel 2016 e costituito nel 2017, ha aperto dopo l’8 dicembre 2024 sedi in tutti i principali centri urbani della Siria, e la stessa Ministra degli affari sociali (e unica donna) del governo di Damasco, Hind Kabawat, ha espresso più volte sostegno alle attività di questa organizzazione. Ciò che rende preoccupante il divario che cresce tra la stabilità relativa del Nord-Est e lo stato di violenza e tensione nel resto del Paese sono anche le conseguenze economiche. Non soltanto la tensione non aiuta l’uscita dalla povertà causata dalla guerra, ma Al-Shaara ha aperto disinvoltamente il mercato siriano a investimenti miliardari dei capitali occidentali e arabi, accettando senza colpo ferire gli stilemi regolativi del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale. Significa affidare la ricostruzione e le risorse ecologiche siriane a imprese multinazionali votate alla sola accumulazione di profitto, senza garanzie per la forza lavoro siriana e i suoi diritti, la democrazia economica e l’ambiente. L’esaltazione surreale con cui Al-Shaara è ricevuto dai rappresentanti di Paesi occidentali (che hanno giustificato decenni di guerre con la repressione del suo progetto politico) si fonda su questa profana circostanza. Se è vero che non tutti partiti politici del Congresso siriano democratico, organo politico della DAA a vocazione nazionale, hanno una chiara agenda economica, è certo che l’indirizzo del governo di Damasco è in fatale contrasto con quello del Consiglio economico e dell’agricoltura del Nord-Est, che promuove e finanzia migliaia di cooperative, tra i governatorati di Hasakah e Raqqa, fondate sulla condivisione dei proventi e, in parte, del prodotto dell’attività lavorativa. La fine del vecchio regime è stata, l’8 dicembre del 2024, una novità eccezionale, commovente e foriera di gioia per chiunque abbia in questi anni empatizzato con chi ha subito repressioni indicibili e ha continuato a lottare con coraggio (ossia per chiunque conservi un minimo di umanità, la stessa che è necessaria per empatizzare con le popolazioni palestinese e ucraina). Il cambiamento era agognato in diverse forme da tutte le componenti, con l’eccezione di buona parte degli alawiti, e ha aperto una fase di libertà di espressione concreta e inedita nel Paese. Le violenze delle milizie affiliate al nuovo governo, tuttavia, hanno fatto della Siria a un anno di distanza un Paese nuovamente diviso, piagato da centinaia di rapimenti, sparizioni, omicidi settari, rapine, violenze e abusi contro le donne (dalle imposizioni arbitrarie di codici di comportamento e abbigliamento alle frustate agli amici che le accompagnano fuori di casa, fino all’esecuzione sommaria di ragazze colpevoli di andare a ballare nelle discoteche damascene). > Stupisce quanto poco questo sia stato in quest’anno raccontato, approfondito e > spiegato nei canali d’informazione italiani. Il mondo nel suo insieme è > catturato dalle telecamere soltanto nei tempi e nei luoghi di crisi estrema, > per poi abbandonare lo scoop lasciando il pubblico nell’ignoranza non soltanto > delle premesse, ma anche degli sviluppi e dei processi sociali che li > spiegano. Così come la Palestina o l’Ucraina hanno egemonizzato l’attenzione mediatica a fasi alterne e soltanto nei picchi della violenza (Gaza, ora che se ne decidono le sorti che motiveranno le insurrezioni e le violenze future, è scomparsa dai media), la Siria è stata messa al centro dell’attenzione soltanto quando l’Europa e gli USA sono stati colpiti dalla violenza di Daesh. Nessuno ha davvero mai spiegato da dove venisse la componente suprematista dell’opposizione siriana. Si sarebbe scoperto che l’Italia, assieme a un buon numero di Paesi arabi e occidentali, ha supportato ufficialmente la Coalizione nazionale siriana fondata nel 2012, diretta dai Fratelli musulmani, le cui milizie sono quelle ieri e oggi responsabili dei peggiori massacri a sfondo politico e settario nel Paese. Si sarebbe scoperto che mentre i Fratelli musulmani sono dipinti come il demonio a Gaza perché resistono all’occupazione di Israele (e un imam di Torino viene addirittura espulso per il suo impegno nel sostenerli), sono alleati del cinico Stato italiano soltanto a pochi chilometri di distanza, dove portano invece avanti forme di ingegneria demografica e pulizia etno-politica. Questo paradosso ha conseguenze gravissime: le legazioni diplomatiche italiane in Siria non hanno mai avviato contatti ufficiali con l’Amministrazione autonoma del Nord-Est Siria, nonostante l’adesione alla Coalizione contro Daesh, così che l’Italia non contribuisce agli sforzi per promuovere il dialogo tra Al-Shaara e Abdi – pur di non infastidire i summenzionati gruppi alleati della Turchia, che persino per Al-Shaara sono da tempo un problema. Così Giorgia Meloni, che ha costruito la sua carriera sulla retorica islamofoba che equipara le musulmane e i musulmani al terrorismo, è oggi ben felice, come il suprematista bianco Donald Trump, di imbastire in modo unilaterale affari e investimenti con chi il terrore contro le donne, le famiglie e i civili lo ha diffuso e lo diffonde davvero, in nome di una concezione del tutto marginale e minoritaria dell’Islam, spesso mero riferimento retorico per giustificare appropriazioni di beni e terreni. Sull’altro versante, molte e molti di coloro che hanno creduto in un “Islam politico” decoloniale, che potesse essere una soluzione per le società regionali o della lotta contro Israele, si rendono ora conto che l’Islam non è se non un fatto sociale plurale e che il “politico” come uniformazione violenta non è la soluzione ma il problema: la prima fonte di divisione e debolezza per il Levante e per il mondo arabo nel suo complesso. La copertina è di Beshr Abdulhadi (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo La nuova Siria e la prevedibile parabola dell’Islam politico proviene da DINAMOpress.
« Se sembri povero, la polizia ti umilia » : in Marocco, la GenZ contro il muro delle disuguaglianze e della corruzione
Sullo schermo dei telefoni, messaggi e voti si susseguono: «Quando preferisci manifestare questa settimana?», chiede un utente al resto della comunità Discord. Nelle chat room online, altri e altre immaginano come migliorare il sistema scolastico marocchino. Naji, Beda e Lina hanno tra i 22 e i 25 anni, vivono a Rabat, Oujda o Meknès, in Marocco, e si sono incontrat3 online attorno a una stessa parola d’ordine: dimissioni per il primo ministro marocchino Aziz Akhannouch. A partire dal 27 settembre 2025, il Marocco è teatro di grandi manifestazioni. Dietro la loro organizzazione non ci sono né partiti, né sindacati, né personaggi famosi: solo giovani riuniti su un server Discord. Il movimento ha preso il nome di “GenZ212”, dalla generazione Z, nata all’inizio degli anni 2000, e dal prefisso telefonico del Marocco. Il movimento chiede risorse per il sistema educativo, quello sanitario e la fine della corruzione nel Paese. Più di 200.000 giovani marocchin3 si stanno organizzando autonomamente, accomunati dall’età e della convinzione che il futuro non può più aspettare. SERVIZI PUBBLICI, NON STADI «A Rabat hanno costruito uno stadio di hockey da 250 milioni di dirham [23 milioni di euro]. Nel frattempo, le nostre facoltà non hanno risorse e alcune persone vivono ancora in tenda dopo il terremoto di Al Haouz di due anni fa», denuncia Beda, studentessa ventiduenne della facoltà di farmacia. Il movimento GenZ212 si batte in particolare contro l’organizzazione dei Mondiali di calcio previsti in Marocco nel 2030, per i quali vengono investiti miliardi a scapito dei servizi pubblici. Venerdì 10 ottobre, re Mohammed VI ha tenuto un discorso davanti al Parlamento marocchino. Il sovrano ha chiesto specialmente al governo di dare priorità alla creazione di posti di lavoro e al miglioramento dei servizi pubblici nell’ambito dell’istruzione e della sanità. Tuttavia, ha evitato accuratamente di menzionare il movimento dei e delle giovani. Dopo questo discorso, il collettivo GenZ212 ha lanciato una nuova chiamata a mobilitarsi «contro il governo e tutte le persone corrotte che ostacolano la realizzazione delle aspirazioni del popolo marocchino». Per Naji, il discorso del re ha avuto l’effetto di una doccia fredda. Lo studente ventiquattrenne, al settimo anno di medicina, si aspettava «almeno un riconoscimento del movimento e della necessità di aprire il dialogo. Il discorso è vuoto e rafforza la legittimità del governo», è la sua analisi. > Lo studente di medicina ha tutti i motivi per volere che le cose cambino nel > suo Paese. «Quando sono di turno di notte in ospedale, non è raro che alle 3 del mattino finiscano le garze o i guanti sterili», sospira. A causa della mancanza di risorse dell’ospedale pubblico, vede pazienti trasferiti da una città all’altra per una semplice TAC. È stata proprio la morte, nel mese di agosto, nell’ospedale pubblico di Agadir, di otto donne venute lì per partorire con taglio cesareo, a scatenare il movimento sociale. «RISVEGLIARE LA COSCIENZA POLITICA DI UNA GENERAZIONE» Sin dall’inizio della mobilitazione GenZ212, Naji trascorre le notti su Discord e le giornate in strada, quando può. Vede nel movimento «un’opportunità per risvegliare la coscienza politica della nostra generazione, quella che i nostri genitori non hanno avuto». A casa sua, la politica non è mai stata un tabù. I suoi genitori sono persino iscritti al partito socialista marocchino. Il giovane è già attivo in un’associazione per la difesa dei diritti delle donne e si considera «di estrema sinistra». Ma sa di rappresentare una minoranza nel Paese. La maggior parte dei suoi compagni e delle sue compagne non è politicizzata. «Né di destra, né di sinistra» è infatti uno degli slogan principali del movimento GenZ212, che vuole prendere le distanze dai partiti nei quali i giovani e le giovani non hanno fiducia. Riunite dietro la rivendicazione di un miglioramento dei servizi pubblici, persone giovani di diverse tendenze politiche si confrontano nella mobilitazione: monarchiche, apolitiche, umaniste o persino islamiste di estrema destra. TRE PERSONE MORTE, 400 FERITE «Mio padre e mio fratello hanno sempre parlato molto di politica, ma era una cosa da maschi», ci dice. «Ma quando vedi un’auto della polizia investire un ragazzo della nostra età, non puoi fare a meno di scendere in strada», aggiunge. La giovane è cresciuta a Oujda, nel Marocco orientale. Nella notte del 1° ottobre, uno studente di 19 anni è stato investito da un furgone della polizia durante gli scontri tra forze dell’ordine e manifestanti. Dall’inizio delle manifestazioni in totale tre persone sono morte e 400 sono rimaste ferite. «Avevo già partecipato a boicottaggi all’università, ma mai a manifestazioni», continua Beda. Dall’inizio del movimento GenZ212, ha preso coscienza del sistema di repressione poliziesca in atto nel Paese. > «Stavamo semplicemente camminando per strada con amici e amiche e uno di noi è > stato arrestato senza motivo, per poi essere rilasciato la mattina dopo», > racconta. «Gli arresti avvengono spesso anche in base all’aspetto fisico. Chi sembra povero, viene insultato e umiliato», dice Lina, ragazza marocchina di 24 anni. «Ma se sembri una persona ricca e la polizia può trarne vantaggio, non esita a farlo, usando il proprio potere», precisa Naji, a cui è già stato chiesto di pagare per ottenere dei lasciapassare ospedalieri. Una cultura anche detta delle «mazzette», simbolo di un sistema in cui tutto si paga, che i giovani e le giovani marocchine condannano. UNA GIOVENTÙ LUCIDA «Qui la polizia è corrotta, così come lo è il sistema giudiziario, la libertà di espressione viene calpestata… la lista è lunga», elenca Lina. E denuncia il controllo oppressivo dello Stato, che arriva fino alle aule scolastiche. La giovane scende in piazza da sempre. Ricorda le sue prime mobilitazioni sulle spalle del padre quando, nelle manifestazioni del febbraio 2011, si chiedevano riforme politiche nel regno. Sulla scia delle primavere arabe, queste mobilitazioni avevano portato a una riforma della costituzione marocchina, riducendo alcuni poteri politici e religiosi del re e rafforzando quelli del primo ministro. > Oggi, «le disuguaglianze in Marocco sono più marcate che nei paesi > occidentali, la classe media è molto più povera della borghesia», osserva la > giovane marocchina. «È importante battersi per i diritti di chi non ne ha». Lina, che ha studiato in un’università privata e non ha mai vissuto in condizioni precarie, manifesta per gli altri e le altre. Per la sua famiglia allargata, ad esempio, che non ha avuto le stesse opportunità dei genitori. Proprio come Naji, neanche lei crede che le richieste del collettivo GenZ212 saranno ascoltate dai leader marocchini. Ma a distanza due settimane, hanno potuto osservare che la loro mobilitazione è già il trampolino di lancio per la politicizzazione di molte persone giovani nel Paese. «Si vedono già i cambiamenti, siamo passati da un forum disorganizzato a server locali e chat room tematiche», spiega Naji. «Forse non avremo un primo ministro nato nel 2002 che ci comprenda, ma sono felice di vedere la nostra generazione così unita», aggiunge Beda. L’articolo originale è stato pubblicato in francese su Basta!, traduzione di Benedetta Rossi per Dinamopress. Clicca qui per la versione originale. Immagine di copertina di Mounir Neddi su Wikimedia Commons SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo « Se sembri povero, la polizia ti umilia » : in Marocco, la GenZ contro il muro delle disuguaglianze e della corruzione proviene da DINAMOpress.
RAI. Cadono le maschere, solo i lavoratori possono salvarla dal regime
Quando si pensa di aver toccato il fondo, si scopre con orrore che c’è ancora da scavare. Pensavamo di essere abituati alle bassezze alle quali la classe dirigente della RAI ci ha esposto in questi due anni, eppure riusciamo a essere sempre sorpresi dall’impunità, dalla mancanza di senso del pudore […] L'articolo RAI. Cadono le maschere, solo i lavoratori possono salvarla dal regime su Contropiano.
Partita di calcio Italia-Israele: servono azioni più decisive contro il regime sionista genocidario
L’ultimo aspetto del dibattito sulla questione palestinese investe il mondo del calcio con gli incontri tra Italia e Israele programmati tra l’8 settembre e il 15 ottobre. Se da un lato registriamo la presa di posizione da parte dell’AIAC attraverso la lettera-appello alla Figc di agosto rilanciata a livello nazionale, dall’altro non possiamo non rilevare come l’appello sia sostanzialmente tardivo, giunto dopo due anni di campagna genocidaria da parte di Israele contro il popolo palestinese, oltre a presentare contenuti estremamente discutibili, che dimostrano ancora una volta la debolezza del dibattito nazionale su quella che passerà come la vergogna del XXI secolo. Alcune domande sorgono spontanee leggendo la lettera degli allenatori: perché a fronte delle atrocità pur denunciate nel testo si invoca solamente una timida “sospensione temporanea di Israele dalle competizioni internazionali”? Se l’intenzione è quella di mettere in atto un'”azione concreta, commisurata al dramma in atto”, perché non rinunciare a disputare i due incontri programmati? E con che ingenuità si può invitare ancora l’esercito israeliano a mitigare i suoi crimini e a rispettare un presunto criterio di proporzionalità (“senza dimenticare che l’occhio per occhio biblico resta una formula affidata da Dio a Mosé perché la reazione a un male subìto non sia sproporzionata”) quando la sterminata documentazione presente in rete testimonia da lungo tempo di una distruzione senza precedenti abbattutasi su tutta la Striscia? A parte questi interrogativi, la cosa che più lascia stupiti in questa lettera è tuttavia che ancora si possa pensare a Israele come a uno stato democratico (“vale per ogni singolo, vale a maggior ragione per uno Stato democratico”). Dopo decine di migliaia di morti tra cui un numero enorme di bambini e bambine, dopo il blocco imposto all’approvvigionamento di cibo e medicine, dopo il deliberato sterminio del personale medico e dei giornalisti, dopo la completa distruzione di ogni infrastruttura civile tra cui ospedali, scuole e università, dopo le continue dichiarazioni suprematiste e genocidarie di molti membri della Knesset, si può davvero ancora ignorare la natura profondamente razzista dell’impresa coloniale su cui si regge il progetto di Israele? Non basta allora lanciare l’idea “dell’esclusione temporanea di Israele dalle competizioni sportive”. Bisogna chiedere l’espulsione definitiva di questo Israele retto un governo sionista/terrorista dal mondo dello sport, bisogna invocare ad alta voce dentro e fuori dagli spalti un embargo militare ed economico che colpisca le capacità distruttive di Israele, bisogna pretendere l’interruzione di ogni rapporto a livello di ricerca universitaria per depotenziare tutta una filiera di supporto alle nefandezze dell’esercito israeliano. Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università pur apprezzando la buona fede di un primo tentativo di posizionamento da parte dell’AIAC, nutriamo la speranza che dal mondo dello sport possa levarsi una voce più decisa, più radicale. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università