H.P. Lovecraft / L’altro LovecraftDecisamente questo 2025 è l’anno dei miracoli editoriali. Il mondo degli
appassionati di fantascienza non ha ancora finito di stupirsi e di commentare
(come sempre brontolando e litigando) la consacrazione di Philip K. Dick nel
Gotha intellettuale dei Meridiani Mondadori, che adesso anche l’iper-elitaria
Adelphi strabilia i fan del weird accogliendo fra le pagine sofisticate della
Piccola Biblioteca l’assai poco sofisticato H.P. Lovecraft (1890-1937),
scrittore di horror cosmico, mai fuoriuscito in vita dalle paludi paraletterarie
del pulp, in più razzista, antisemita, xenofobo (con un parziale riscatto negli
ultimissimi anni della sua breve vita), e per questo iconizzato a torto o a
ragione dai fantafascisti nostrani: insomma un brutto anatroccolo senza la
minima speranza di trasformarsi in cigno.
Il miracolo, se di miracolo si tratta, lo compie Ottavio Fatica, traduttore già
ben noto e più volte messo alla gogna dai già citati fantafascisti (il cui nome
sarà opportuno tacere) per aver osato invadere un territorio ritenuto feudo
inviolabile del clan evoliano-tradizionalista: quello attinente a un altro
inconsapevole autore idealizzato e stravolto dalla destra radicale, il misero e
travisato J.R.R. Tolkien e alla sua opera principale, il ponderoso e frainteso
livre de chevet della nostra beneamata premier, Il Signore degli anelli. Aver
svecchiato e corretto la traduzione originale di Vittoria Alliata di
Villafranca, abbastanza aristocratica da piacere agli evoliani e ulteriormente
epicizzata dagli interventi di paludati intellettuali come Quirino Principe e
Elémire Zolla, tradizionalisti presentabili a differenza del loro beniamino in
sedia a rotelle, riportando il malinteso testo tolkieniano a dimensioni più
terrene e plebee in combutta con loschi sovversivi come i Wu Ming, necessitava
come minimo che sugli empi trasgressori invisi ai Campi Hobbit, venisse
scagliato l’anatema. E così è stato. Che poi la traduzione di Fatica abbia ormai
sostituito definitivamente quella precedente sarà forse la conferma della
deprecabile vittoria delle oscure forze di Sauron? Ci sarebbe quasi da
sospettarlo. Prima Tolkien, adesso anche Lovecraft.
Invece questa volta Fatica si dimostra abbastanza inoffensivo (forse l’anatema
ha avuto i suoi effetti, a meno che il sabotaggio truccato da apparente
rivalutazione non si manifesti su un piano molto più sottile) e a conti fatti
equanime, se non per aver dato spazio non al Lovecraft mitizzato, il Visionario
di Providence, il tessitore di incubi, ma a quello quotidiano e prosaico. Si
svela così un goffo autodidatta infarcito di stolida erudizione che si permette
di ergersi a guru “sparasentenze” per annoiare i suoi sfortunati corrispondenti
con pagine e pagine di sproloqui in cui discetta, argomentando in termini
prolissamente abborracciati e approssimativi, di filosofia, di politica o di
sociologia – con frequenti e garbati riferimenti a negri, ebrei e
mangiaspaghetti, e sempre esaltando la superiorità, asserita ma mai documentata
come sarebbe giusto esigere da parte di un preteso propugnatore del metodo
scientifico, della civiltà ariana anglosassone. Il saputello si permette perfino
di pontificare ridicolmente di sessuologia – lui che, ultra represso e
probabilmente impotente o cripto-omosessuale, aveva certo meno voce in capitolo
di qualunque suo coetaneo, avendo avuto un’unica e travagliata, per molti versi
esilarante, esperienza matrimoniale con una signora divorziata, Sonia H. Greene,
di origine ebraica, attraente e intelligente, di qualche anno più vecchia di
lui, che doveva essere stata davvero tollerante e molto innamorata di questo
patetico, sgraziato e imbranato razzista (il suo complimento preferito era dirle
che stare con lui la riscattava dall’essere ebrea: non stupisce che la figlia di
Sonia, già adulta, avuta da un precedente matrimonio, non lo abbia mai neanche
voluto incontrare…), per non averlo a buon diritto cacciato a calci in culo di
casa dopo due giorni di convivenza.
Fatica dunque, sulfureamente, ignora del tutto l’unica reale benemerenza
lovecraftiana, l’immaginazione fantastica e orrorifica che lo pone meritatamente
nel novero degli autori di genere novecenteschi, e propone invece per la
rivalutazione adelphiana di questo outsider (proprio The Outsider è il titolo di
uno dei suoi primi e più scopertamente autobiografici racconti horror), una
lunga lettera, forse la più lunga che HPL abbia mai scritto. Lovecraft rifuggiva
dai contatti fisici – per gli evidenti complessi di inferiorità alla radice del
suo contraddittorio suprematismo bianco – ma compensava l’isolamento con una
fluviale rete di contatti epistolari: restano circa settecento lettere
pubblicate postume – non integralmente – in cinque volumi. Già alcune scelte
della sua corrispondenza erano state tradotte in italiano ma sempre collegate ad
un qualche nucleo tematico portante: centrate per esempio sulla polemica
materialista, atea e antireligiosa (me ne sono occupato qui:
https://www.carmillaonline.com/2018/07/31/h-p-lovecraft-ateo-per-grazia-di-cthulhu/),
o sulla riflessione nel campo del fantastico e della letteratura (Lettere
dall’Altrove, Epistolario 1915-1937, a cura di Giuseppe Lippi, Oscar Mondadori
1993), o erano gestite apoditticamente e strumentalmente dai suddetti
fantafascisti includendo solo lettere che confermassero tesi prestabilite a
priori: Lovecraft razzista e antisemita (ahimè, in larga misura innegabile…),
esaltatore di Hitler e Mussolini (in realtà occasionalmente e con riserve…),
tradizionalista e antimoderno (in parte, ma certo non alla maniera di Evola e
affini… piuttosto stilisticamente un Modernista come Eliot, Auden o addirittura
Beckett, se solo ne avesse avuto la consapevolezza letteraria…).
Viene invece scelta qui una sola lunga lettera di ben settanta pagine, la 381
dal terzo volume dell’epistolario, forse solo perché è probabilmente la più
lunga in assoluto mai scritta da Lovecraft. Una prima comunicazione editoriale
dell’Adelphi aveva già presentato il volumetto come Lettera 466, ma Fatica deve
aver all’ultimo momento cambiato idea, come accenna nella postfazione,
sostituendola con questa, cronologicamente precedente (è del 1929: sono
piuttosto le lettere della metà degli anni ’30, a mio modestissimo parere –
almeno giudicando dal poco che ho letto – le più interessanti, quando un
Lovecraft più maturo cominciava finalmente a mettere in discussione le
granitiche convinzioni reazionarie e intolleranti degli anni precedenti) e
probabilmente ancora più lunga. Non sappiamo di cosa parlasse la lettera 466 e
non possiamo quindi dire se Fatica abbia o meno commesso un errore a
sostituirla, ma possiamo tranquillamente affermare che questa lettera 381 è di
una noia mortale. Il povero destinatario, certo Harris, probabilmente l’avrà
solo scorsa qua e là per pura cortesia dopo l’assaggio delle prime pagine, a
meno che non fosse un masochista e uno sfaccendato con molto tempo da sprecare
in fanfaluche. Lovecraft riesce nell’impresa di usare il numero massimo di
parole per esprimere il numero minimo di idee: si rivela un poseur che ha letto
qualche libro e si atteggia a gentleman bennato e di cultura ma non riesce a
convincere nemmeno sé stesso delle sue idee arbitrarie e preconcette, suffragate
dalla menzione affrettata del Tramonto dell’Occidente di Spengler e condite da
qualche altra citazione dotta sparata più o meno a caso. Un autodidatta
fallimentare.
In questa scelta forse Fatica ha confermato ancora il suo ruolo destabilizzante
rispetto ad un’immagine preconfezionata: distruggere il mito Lovecraft – non
l’autore di racconti, certo limitato ma tutt’altro che disprezzabile, ma l’icona
idolatrata da migliaia di fan che vedono in un mediocre narratore il filosofo
antimoderno, il conservatore integrale, il profeta dell’antiumanismo e del
nihilismo cosmico, rivelandone, attraverso le sue stesse fragili parole, la
naïveté e inconsistenza culturale. La scelta – sulfurea ho detto prima – di far
entrare finalmente Lovecraft nel palazzo buono e non dalla porta di servizio ma
con il biglietto da visita di un testo così vuoto, saccente e noioso.
L'articolo H.P. Lovecraft / L’altro Lovecraft proviene da Pulp Magazine.