Piana di Gioia Tauro: la precarietà negli insediamenti non cambia, anzi peggiora
Per il tredicesimo anno consecutivo Medici per i Diritti Umani interviene nella
Piana di Gioia Tauro, in provincia di Reggio Calabria. Un incendio, condizioni
igieniche gravemente inadeguate e i fallimenti del Decreto Flussi: il quadro di
una marginalità che non cessa di riprodursi.
Tredici anni di interventi. Tredici anni di rapporti, appelli, richieste inevase
che non hanno cambiato la situazione nella Piana di Gioia Tauro. Medici per i
Diritti Umani (MEDU) è tornata nei mesi di gennaio e febbraio 2026 nel campo
container di Contrada Russo e nella Tendopoli di San Ferdinando, offrendo
supporto socio-legale e orientamento sanitario ai braccianti stagionali che
popolano questi insediamenti 1. Un impegno che si rinnova, invariato, mentre la
marginalità – abitativa, lavorativa, istituzionale – continua a riprodursi con
la stessa meccanica inesorabile.
Il personale di MEDU ha preso in carico quaranta persone regolarmente
soggiornanti, provenienti da diversi Paesi dell’Africa occidentale. Il 70% vive
stabilmente in Italia da oltre tre anni, spostandosi stagionalmente seguendo i
cicli agricoli. Trenta di loro erano già state supportate negli anni precedenti,
a riprova di quanto sia difficile uscire da questo tipo di situazione.
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«Conferma la cronicizzazione della marginalità abitativa e lavorativa», scrive
MEDU nel suo rapporto che sottolinea la continuità storica di un sistema che si
autoriproduce.
Sul fronte lavorativo, la paga media dichiarata è di circa 50 € al giorno. Si
registra un maggiore ricorso a contratti formali rispetto agli anni precedenti,
ma «sono diffusi contratti brevi e giornate non registrate». Le giornate
riportate in busta paga, tra le dodici e le venti al mese, «raramente coincidono
con quelle effettivamente lavorate». A peggiorare il quadro, la stagione
agrumicola è stata più breve e meno redditizia del solito, complice la ridotta
resa produttiva legata alla siccità dell’anno precedente.
La Tendopoli di San Ferdinando, quest’anno, ha ospitato in media circa
cinquecento persone, contro le milleduecento degli anni di punta. Un numero
inferiore, ma non meno preoccupante. Quella che era nata come soluzione
temporanea è diventata, nei fatti, «uno spazio di marginalità permanente». I
servizi igienici sono deteriorati, l’illuminazione assente, le tende consunte. I
rifiuti vengono bruciati sul posto in assenza di sistemi di raccolta adeguati.
Le misure di sicurezza sono di fatto inesistenti.
Proprio queste condizioni strutturali hanno determinato, nel corso della
missione di MEDU, un nuovo episodio allarmante: un incendio ha coinvolto due
tende, rendendo necessario il trasporto in ospedale di un giovane residente. Non
è la prima volta. Negli anni scorsi roghi analoghi hanno già provocato vittime
all’interno dell’insediamento.
«Non si tratta di fatalità, ma dell’esito prevedibile di condizioni
strutturalmente insicure», afferma MEDU. «Ogni incendio non è un incidente,
bensì è la conseguenza logica di un sistema che non viene messo ».
Operatori e operatrici di MEDU segnalano inoltre l’emergere di nuove forme di
vulnerabilità: un aumento della presenza di persone con dipendenze, di cittadini
stranieri con disagio psichico e, soprattutto, di lavoratori segnati dal
fallimento del Decreto Flussi. Si tratta di persone entrate regolarmente in
Italia ma rimaste escluse dalla procedura di assunzione e dalla
regolarizzazione, «precipitate in una condizione di invisibilità
istituzionale».
Il decreto, che avrebbe dovuto aprire canali legali di ingresso regolare, nella
realtà ha prodotto, per molti, solo nuova esclusione.
Di fronte a questo quadro, MEDU rinnova le sue richieste alle istituzioni:
superare l’approccio emergenziale con un piano strutturale di accoglienza
diffusa; garantire effettivamente l’accesso a residenza, codice fiscale e
assistenza sanitaria; rafforzare i controlli lungo tutta la filiera agricola;
riformare in profondità il Decreto Flussi per evitare che continui a produrre
esclusione anziché “integrazione”.
«Finché la risposta resterà temporanea, la marginalità continuerà a riprodursi,
lasciando centinaia di lavoratori intrappolati tra precarietà abitativa e
ricattabilità lavorativa», conclude il rapporto di MEDU.
Un’accusa chiara verso le politiche governative, non solo di destra. Tredici
anni di interventi, e la situazione è ancora ferma – se non in peggioramento –
sorda alle richieste di azioni concrete che non arrivano.
1. L’attività di MEDU si svolge nell’ambito del progetto “Campagne aperte.
Laboratorio di pratiche territoriali per promuovere dignità di vita e di
lavoro”, finanziato dalla Fondazione con il Sud. Il progetto prevede un
ampio partenariato, con capofila il Centro Regionale di Intervento per la
Cooperazione (CRIC) e con i seguenti partners: Arci Reggio Calabria APS,
Associazione di Chiese, Rete delle Comunità Solidali (Re.Co.Sol.), Città
metropolitana di Reggio Calabria, Nuvola Rossa APS, Università della
Calabria, Medici per i Diritti Umani (MEDU). ↩︎