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Intervista Radio Onda Rossa ad Antonio Mazzeo su esercitazioni militari con droni e sottomarini in Salento
Rilanciamo l’intervista che Antonio Mazzeo, docente, giornalista e promotore dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha rilasciato lo scorso 8 luglio 2026 a Radio Onda Rossa sull’enorme operazione di esercitazioni militari della NATO che interessa il Salento e il mar Adriatico di cui ha parlato anche in un articolo qui. Nell’audio viene anche approfondito come la militarizzazione sia portata avanti sempre più attraverso e per gli interessi dei grandi produttori di armi, così come dimostra il vertice NATO di Ankara, in cui sono presenti anche politici italiani del “campo largo”, che sembra una grande fiera del settore militare. Un chiaro segnale pacifista, antimilitarista e nonviolento dovrebbe consistere nel prendere le distanze dalla NATO, un’alleanza militare resa inutile dalla smantellamento del Patto di Varsavia e che, piuttosto, oggi viene brandita come minaccia per la sicurezza e l’instabilità in Europa e nel mondo intero. Del resto, come ricorda Antonio Mazzeo, i devastanti processi di riarmo e militarizzazione sono bipartisan, sostenuti sia dal centrosinistra sia dal centrodestra. Una vera forza politica alternativa dovrebbe farsi carico di questi temi e con responsabilità prendere posizione sulla presenza di forze militari straniere sul nostro territorio. Clicca qui per l’intervista su Radio Onda Rossa. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Intervista a Roberta Leoni per la rubrica Fuori di cattedra
Roberta Leoni, docente di storia e filosofia e presidente dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, è stata intervistata da Filippo Pirone e Antonietta De Feo di Sociologia Democratica per la rubrica Fuori di cattedra dedicata a raccontare la scuola attraverso la voce di chi la vive ogni giorno. Nell’intervista viene brevemente descritto come la verticalizzazione dell’organizzazione scolastica e la diffusione della cultura della difesa stiano svuotando del proprio valore educativo la scuola. Leoni accenna a due iniziative didattiche intraprese da lei stessa per mostrare alle studentesse e agli studenti delle alternative percorribili di dissenso al sistema militare: nell’insegnamento della storia dà maggiore rilievo alla scelta dei disertori suggerendo la lettura di libri come Il buon tedesco di Carlo Greppi; per un progetto di PCTO (oggi FSL) ha coordinato un approfondimento sulla fabbrica della Valsella e la riconversione della sua produzione da bellica a civile. Trovate qui l’intervista. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Cestinata una intervista a Lavrov su Europa, Ucraina e sicurezza, di nuovo
Il livello del degrado professionale e culturale è dimostrato anche da episodi in fondo minimi. E’ accaduto che la redazione europea della testata Politico – di proprietà dell’editore conservatore tedesco Axel Springer, che controlla anche la Bild, Die Welt e il polacco Fakt, nonché i siti americani Business Insider – […] L'articolo Cestinata una intervista a Lavrov su Europa, Ucraina e sicurezza, di nuovo su Contropiano.
June 23, 2026
Contropiano
Alessandra Alberti su Radio Onda d’Urto: la scuola dei talenti alla carriera militare
Nella puntata del 23 maggio 2026 della trasmissione Scuola Resistente a Radio Onda D’Urto, Stefano Bertoldi ha intervistato Alessandra Alberti, docente dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Riportiamo qui una sintesi del contributo, in cui ha commentato l’articolo di Rossella Latempa, La scuola dei talenti: per i poveri soft skills, filiera e sane regole di vita militare, uscito su ROARS lo scorso 16 maggio. Latempa smaschera la retorica dell’individuazione del “talento” di ciascun studente o studentessa tanto cara a questo Ministero dell’Istruzione e del Merito, spiegando che in realtà la cosiddetta “personalizzazione” dell’apprendimento nasconde una precoce differenziazione dei percorsi didattici volti non a cambiare la situazione socio-economica-culturale di partenza, bensì a cristallizzarla. Attraverso lo strumento degli INVALSI, introdotto peraltro già alle elementari, si effettua una raccolta dati già in grado di prevedere il possibile “insuccesso”, cioè la proporzione di studenti e studentesse a rischio di dispersione scolastica alla fine delle medie. Sono questi gli interlocutori principali – dice Latempa – cui si rivolgono tutte le riforme attuate da questo Governo – sebbene il processo di “modernizzazione” della scuola pubblica sia iniziato decenni fa – il quale però spinge il piede sull’acceleratore nella direzione di una scuola neoliberale che rende quest’ultima funzionale alle esigenze del mercato. Orientamento, filiera 4+2 (e la recentissima riforma degli istituti tecnici), soft skills, intelligenza artificiale sono le “parole mito” – così le chiama l’autrice – di una neolingua basata su principi e bisogni estranei al mondo educativo. L’Orientamento precoce, il percorso di studio breve co-gestito da scuola e imprese chiamato filiera 4+2 e le soft skills vale a dire competenze socio-emotive che emergono come elementi sempre più fondamentali perché, ai più poveri “più che saperi e conoscenze basta una buona educazione di tipo socio-comportamentale e civica”. E il gioco è fatto: dare meno scuola a chi ha meno, perché “in fondo non è ha bisogno”. Ma nell’articolo viene aggiunto un tassello fondamentale tutto organico a questa costruzione di un’idea di futuro: quello della militarizzazione. In una recente intervista al Ministro Crosetto si parla di “riserva” su base volontaria di persone pronte a servire il Paese. L’introduzione di un anno di leva volontaria si trasforma in un’occasione di riscatto per i giovani dei territori difficili, che potranno scegliere “tra i tentacoli delle mafie e le sane regole di vita delle forze armate”. Da anni l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denuncia la presenza sempre più pervasiva delle Forze dell’Ordine e delle Forze Armate nelle scuole. Oggi, in una prospettiva di guerra, soprattutto i giovani e le giovani meno abbienti potranno beneficiare dell’Orientamento che nelle classi finali delle scuole superiori vede la presentazione della carriera militare al pari di quella universitaria ma, come recita il titolo di un convegno tenutosi a Torino l’anno scorso, quello del soldato “non è un mestiere come un altro”. E’ preciso dovere degli e delle insegnanti riappropriarsi del proprio ruolo di educatori della scuola della Costituzione e non appiattirsi su una presunta “innovazione” tutta tesa a formare giovani resilienti. In fondo, ce lo dice l’Europa: vivendo in una situazione di emergenza costante, il principio della preparedness diventa parte del bagaglio delle competenze di ciascun cittadino. Ma la scelta non può e non deve essere tra morire in un sparatoria tra bande mafiose oppure per la difesa della propria “Patria”. Ascolta qui l’intervista a Alessandra Alberti per Radio Onda d’Urto. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Intervista a Radio Onda d’Urto sulla scuola neoliberista tra militarizzazione e riforma del 4+2
Nella puntata del 16 maggio 2026di Scuola Resistente, Mario Sanguinetti, promotore del giovane sindacato SSB (Sindacato Sociale di Base) e tra i fondatori dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, torna a parlarci della stretta connessione tra professionalizzazione in chiave “confindustriale” dei tecnici e professionali ridotti a quattro anni e la scuola vista ormai anche come luogo di addestramento più che di formazione critica ed educazione ad una cittadinanza attiva. L’enfasi perdurante data alle cosiddette competenze digitali, le recenti dichiarazioni di un ex-rappresentante delle industrie armiere, Guido Crosetto, l’ossessione nel voler cavalcare l’onda dell’artificiale nella vana speranza di contrastarne le sue ingerenze anchilosanti nei processi di apprendimento e memorizzazione sono tutti segnali che indicano, come rotta futura, una mobilitazione culturale, calata dall’alto, intorno ad una “cultura della difesa” che necessita, appunto, di un reclutamento anche e soprattutto tra i banchi scolastici. Se da un lato, tra le varie aziende che vampirizzano il sistema scolastico negli ITS Academy Leonardo SpA spesso fa capolino, non va mai dimenticato che a Roma, da tre anni scolastici, va avanti indisturbato un liceo pubblico, il Matteucci, direttamente sponsorizzato e finanziato da Leonardo SpA con la sua Fondazione Leonardo – La Civiltà della Macchine, con tanto di “tutor aziendale” e continui andirivieni degli studenti, tra scuola e azienda. Questo liceo è stato inaugurato in pompa magna da Luciano Violante. In tal proposito Mario Sanguinetti, a più riprese, ha ricordato come proprio gli ambienti cosiddetti progressisti, nel corso degli ultimi decenni, siano stati i veri protagonisti della creazione di un sistema educativo asservito all’economia neoliberista, in ultima analisi diremo anche all’economia di guerra, tendente alla standardizzazione tramite, ad esempio, sistemi di valutazione come l’INVALSI, ed una visione economicistica del processo educativo. Si tratta di elementi tutti molto coerenti con, appunto, un’economia di guerra che richiede come atteggiamento, un rispetto a critico delle norme, (la cosiddetta “educazione alla legalità”), una citazione passiva di tutti gli elementi repressivi che si sperimentano in tutte le scuole ormai da anni a partire dai presidi-sceriffo. Dal Berlinguer del sistema dei crediti e del 3+2, ad un Renzi della “buona scuola” in buon compagnia anche di altri ministri sempre del centro-sinistra, sono innumerevoli gli esempi di deriva neoliberista e liberale nell’impostazione generale del sistema formativo ed educativo. Da questo punto di vista, anche la recente ordinanza ministeriale che sistematizza rendendola più operativa e concreta, la possibilità di anticipare al quarto anno l’esame di Stato, rappresenta un passo in avanti inaugurato, appunto, dalla “buona scuola” di Renzi, ma ideato da gestioni precedenti che va nella direzione di un individualismo competitivo e performante: una sorta di corsa verso il mondo del lavoro improntata ad una velocità che rappresenta l’antitesi della formazione non solo culturale ma anche come cittadino-persona consapevole in stretta relazione/collaborazione con altre persone. Ascolta qui l’intervista a Mario Sanguinetti per Radio Onda d’Urto. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Intervista a Zilan Diyar: in Kurdistan un nuovo diritto internazionale esiste già
«La nostra formula per la Terza Guerra Mondiale è una: i confini statali per noi non sono importanti, ma all’interno di questi confini vogliamo difendere la nostra autonomia. È all’interno di questi confini che mettiamo in pratica i principi del nostro paradigma, come la libertà delle donne, l’amministrazione autonoma e il rafforzamento delle potenzialità locali, e diamo forza a tutte le differenze esistenti, di cultura, religione…» Zilan Diyar. Intervista a Zilan Diyar. A febbraio, a sostegno di Docenti per Gaza, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha lanciato una settimana di mobilitazione portando nelle classi il tema della crisi del diritto internazionale, sia come catastrofe che come opportunità. Questa intervista si inserisce in continuazione di quella linea di didattica collettiva volta a rivendicare il diritto costituzionale alla libertà d’insegnamento. Oggi, in occasione del Newroz, il capodanno curdo, proponiamo l’intervento di Zilan Diyar, giornalista e attivista curda del Movimento di liberazione delle donne del Kurdistan, di Women Weaving the Future per il confederalismo mondiale delle donne e già di Jineoloji Europa. Il titolo dell’intervento è “La crisi del diritto internazionale e la proposta del confederalismo democratico”. L’intervento di Zilan Diyar porta la prospettiva del movimento curdo sui recenti fatti nel Kurdistan siriano e iraniano, su come quella che Zilan definisce Terza Guerra Mondiale si stia manifestando in Medio Oriente oggi e su come la proposta del confederalismo democratico possa rappresentare un’alternativa allo Stato-nazione in grado di relazionarsi dialetticamente con esso. Il confederalismo democratico creerebbe così spazi e esempi concreti di convivenza pacifica tra popoli ed etnie diverse all’interno dei confini degli stati. Ci sembrava interessante e importante interrogarci sulla crisi del diritto internazionale intesa non solo come punto d’arrivo e distruzione, ma anche come opportunità e possibilità di trasformazione. Abbiamo voluto intervistare una rappresentante del Movimento di liberazione del Kurdistan per avere un punto di vista anticoloniale di genere da parte di un movimento che ormai da vent’anni sviluppa concretamente un modo alternativo di organizzare e pensare la società, rispetto allo Stato-nazione occidentale. Speriamo quindi che possa essere un contributo interessante per docenti, studentesse e studenti e per tutte e tutti coloro che credono che la scuola pubblica sia un luogo di costruzione di una cultura di pace, di una cultura dei diritti universali, ma soprattutto un luogo di sviluppo del pensiero critico e di responsabilità nei confronti del mondo che ci circonda. «ALCUNE NOSTRE PROSPETTIVE CAMBIANO, ALTRE LE MANTENIAMO: NON È CHE SOLO DISTRUGGENDO PUOI COSTRUIRE QUALCOSA DI NUOVO» ZILAN DIYAR. Il Newroz è una festa molto importante per il popolo curdo. Si celebra la rinascita della vita in occasione dell’equinozio di primavera ma, come rivela il detto: «Berxwedan jihan e», non solo. È kurmanji, una delle lingue curde rimaste illegali per decenni, e significa «La resistenza è vita». Al Newroz così si celebra anche la lotta per la liberazione dall’oppressione coloniale e patriarcale, e si ricorda il sacrificio di tutte le persone che hanno dato la vita per questo. Ringraziamo Zilan Diyar e vi auguriamo quindi un buon ascolto, ma anche una buona fine dell’inverno e un buon inizio di un nuovo anno di resistenza. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Lucia Gennari (ASGI): «Il Patto europeo rafforza il paradigma securitario alle frontiere»
Il Patto europeo su migrazione e asilo è l’ampia riforma del diritto dell’Unione europea applicabile alle persone in movimento. Approvato nell’aprile 2024, diventerà pienamente operativo nei Paesi membri a partire da giugno 2026, al termine di una fase di adeguamento istituzionale e amministrativo già in corso. Il Patto interviene in modo organico sull’intera architettura normativa che governa l’asilo, la gestione delle frontiere esterne, i rimpatri e i criteri di competenza tra Stati membri, sostituendo e modificando in profondità gli strumenti che hanno strutturato il sistema europeo negli ultimi due decenni. Si tratta di una revisione complessiva del sistema europeo di protezione internazionale, che consolida un orientamento politico e giuridico nella gestione delle migrazioni radicalmente ostile nei confronti delle persone migranti. In questa intervista con Lucia Gennari, avvocata e socia dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (ASGI), analizziamo la portata politica e giuridica della riforma, con particolare attenzione alle nuove procedure che saranno sviluppate alle frontiere. Non solo una revisione delle politiche migratorie, dunque, ma un passaggio cruciale nella ridefinizione dello spazio europeo dei diritti e del rapporto tra controllo dei confini e garanzie fondamentali. LA VIDEO-INTERVISTA A LUCIA GENNARI Il Patto europeo su migrazione e asilo viene spesso descritto come un salto di scala: per la prima volta l’Unione europea ridisegna in modo complessivo la propria architettura normativa sulle politiche migratorie. Dal tuo punto di vista, qual è la portata di questa trasformazione e in quale direzione si muove? La portata della riforma è effettivamente enorme. Non riguarda un singolo strumento, ma interviene su una pluralità di atti normativi europei, trasformando molte direttive in regolamenti. Questo è già un cambiamento decisivo: i regolamenti sono direttamente applicabili negli Stati membri, senza necessità di leggi di recepimento, e hanno quindi una forza e un’immediatezza maggiori. È però importante dire che il Patto non nasce nel 2024. Molte delle soluzioni che oggi vengono formalizzate erano già state sperimentate negli anni precedenti, soprattutto lungo la frontiera sud dell’Unione europea, in particolare in Grecia e in Italia, a partire da quella che è stata definita la “crisi delle migrazioni” – o, più correttamente, la crisi del regime europeo dei confini. In quei contesti si sono sviluppate prassi di polizia e posture politiche fondate su una gestione emergenziale e securitaria delle migrazioni, che hanno spesso comportato violazioni sistematiche dei diritti delle persone migranti. Oggi quelle prassi vengono cristallizzate in strumenti normativi molto forti. La direzione è chiara: una drastica riduzione delle possibilità di ottenere protezione in Europa, una limitazione della permanenza sul territorio durante l’esame della domanda di asilo e un forte indebolimento delle tutele legate alla libertà personale. Le frontiere sembrano essere uno dei principali luoghi di intervento del Patto. Quali sono gli strumenti giuridici introdotti per ridefinire il funzionamento delle frontiere esterne e il trattamento delle persone che vi arrivano? La frontiera diventa il luogo centrale dell’intero impianto, ed è un concetto che si espande, non solo geografico ma giuridico. L’idea di fondo è trattenere le persone alla frontiera o in prossimità della frontiera per periodi molto lunghi, fino a dodici settimane per la procedura di asilo, più altre dodici per il rimpatrio, con ulteriori estensioni possibili. Si parla quindi di mesi. Tutto ciò si fonda su una costruzione giuridica chiamata “finzione di non ingresso”: le persone vengono considerate come se non fossero mai entrate nel territorio dell’Unione, pur trovandosi materialmente al suo interno. Questa finzione consente di applicare un regime di diritti fortemente compresso. Durante questo periodo, le persone devono restare in luoghi designati dallo Stato: strutture di frontiera, centri dedicati o altri spazi individuati dalle autorità. L’obiettivo dichiarato è costruire una “procedura senza soluzione di continuità”, che accompagni arrivo, esame della domanda ed eventuale rimpatrio mantenendo la disponibilità fisica della persona. Questa logica si estende anche ai trasferimenti verso Paesi terzi considerati “sicuri” o verso hub di rimpatrio situati in Stati diversi da quello di origine. La frontiera diventa così il perno di una vera e propria filiera del trattenimento, oggi pienamente legalizzata. Nel Patto la nozione di “zona di frontiera” appare ampliata e flessibile. Dobbiamo abituarci a pensare la frontiera non solo come linea geografica, ma come spazio giuridico mobile? Quali sono le implicazioni di questa estensione? Sì, dobbiamo pensare la frontiera come uno spazio giuridico mobile. Già prima del Patto esistevano diverse definizioni: frontiera esterna, frontiera interna e zone di pre-frontiera funzionali alle politiche di esternalizzazione. In Italia, ad esempio, un decreto ministeriale del 2019 ha definito come “zone di frontiera” intere province, anche lontane dai confini geografici. Il regolamento screening prevede procedure rapide di identificazione e incanalamento nella procedura di asilo o di rimpatrio. Ma queste possono essere applicate non solo a chi arriva alla frontiera, bensì anche a chi viene rintracciato all’interno del territorio dopo un ingresso irregolare. Si tratta di una procedura che può durare fino a tre giorni, oltre il limite delle quarantotto ore previste dalla Costituzione italiana per la privazione amministrativa della libertà personale. Non è chiaro se si tratti formalmente di trattenimento, ma si tratta comunque di una forte soggezione all’autorità di polizia. Questo significa che il controllo di frontiera può avvenire ovunque. È un’espansione della frontiera verso l’interno. Parallelamente, l’esternalizzazione attraverso accordi con Paesi terzi rappresenta l’espansione verso l’esterno. La frontiera si dilata, si moltiplica, si diffonde. Il Patto introduce o normalizza strumenti che incidono sulla libertà personale anche al di fuori del trattenimento formale. Puoi farci una breve panoramica di queste misure e del loro impatto sui diritti fondamentali? Il tema della libertà personale è centrale. Nei regolamenti si evita spesso di parlare esplicitamente di “detenzione”. Si usano formule come “limitazione della libertà di movimento”, “prevenzione del rischio di fuga” o “necessità di avere la persona a disposizione”. È un linguaggio ambiguo, che lascia ampio margine agli Stati membri. La sostanza è chiara: si costruisce un regime differenziato per le persone straniere, che indebolisce una garanzia fondamentale riconosciuta a chiunque, cittadini e non cittadini. La Costituzione italiana prevede che ogni limitazione della libertà personale sia disposta per legge, abbia durata limitata e sia sottoposta a controllo giudiziario. Nel Patto non è chiaro come queste garanzie si combineranno con periodi di confinamento che possono durare settimane o mesi. Le persone potranno essere trattenute formalmente, ma anche obbligate a restare in determinate strutture, come centri di accoglienza, alberghi o altri luoghi designati dallo Stato. L’allontanamento ingiustificato può comportare il ritiro implicito della domanda di asilo, con conseguenze gravi, perché una nuova domanda verrebbe esaminata con meno garanzie. Si apre così una frattura molto profonda nel principio di uguaglianza e nella tutela della libertà personale. Ci puoi riassumere, in maniera schematica, a quale percorso sarà sottoposta una persona che arriva, ad esempio in Italia via Mediterraneo, a partire dallo sbarco? In quali fasi si concentrano le principali compressioni di diritti? Una persona soccorsa in mare viene condotta in un porto italiano e immediatamente trasferita in una struttura di frontiera per la procedura di screening, che può durare fino a sette giorni. In questa fase si svolgono controlli medici, identificazione e raccolta di dati biometrici, eventuale accesso ai dispositivi elettronici, verifica della nazionalità e dell’età e controlli di sicurezza. I dati raccolti confluiscono in banche dati sempre più interconnesse. Si aprono qui problemi rilevanti anche sul piano della privacy e del possibile scambio di informazioni con i Paesi di origine. La persona può manifestare la volontà di chiedere asilo. Se ricorrono determinate condizioni, viene incanalata nella procedura di asilo alla frontiera, che si svolge in tempi molto rapidi. Questo riduce drasticamente la possibilità di preparare adeguatamente la domanda, raccogliere documenti e far emergere elementi complessi, come nei casi di tratta o violenza di genere. Esistono inoltre molte ipotesi di procedure accelerate, con compressione dei diritti di difesa e limitazione della sospensione automatica degli effetti del rigetto. Se la procedura si conclude negativamente, si avvia la procedura di rimpatrio alla frontiera. Qui si innesta la novità dei trasferimenti verso Paesi terzi, anche per richiedenti asilo, sulla base di accordi bilaterali. È una dinamica che richiama il modello Regno Unito–Ruanda. Le principali compressioni dei diritti si concentrano nella fase di screening, nella rapidità della procedura di asilo, nella limitazione della libertà personale e nei meccanismi di rimpatrio e trasferimento verso Paesi terzi. È corretto leggere il Patto come un processo di frontierizzazione dell’intero sistema di asilo? Il tentativo è certamente quello di concentrare alla frontiera una parte significativa delle procedure. Tuttavia, rimangono in piedi altri strumenti, come il regolamento che sostituisce Dublino. Non tutto il sistema si svolgerà fisicamente alla frontiera, anche perché non tutti gli Stati saranno in grado di applicare integralmente queste norme. Più che una frontierizzazione totale, parlerei di una neutralizzazione progressiva delle possibilità di ottenere protezione, attraverso la complessificazione delle procedure e la generalizzazione delle compressioni dei diritti. La frontiera è la chiave di lettura principale, ma dentro un processo più ampio di irrigidimento e punizione. Di fronte alla pervasività del Patto, si ha spesso l’impressione che gli spazi di manovra per una contestazione – anche radicale – siano molto ridotti. Dal punto di vista giuridico e politico, quali margini di intervento vedi ancora aperti? È fondamentale leggere queste riforme dentro la fase storica che viviamo, segnata da una torsione autoritaria più ampia che riguarda molte libertà fondamentali, non solo quelle delle persone migranti. Collegare la questione dell’asilo a quella più generale della libertà personale è decisivo. La Convenzione di Ginevra nasce nel secondo dopoguerra ed è parte della cultura giuridica europea. Metterne in discussione i presupposti ha implicazioni molto più ampie. Sul piano giuridico restano strumenti importanti, come i trattati europei, le costituzioni nazionali, il contenzioso strategico e la difesa individuale dei casi concreti. In passato direttive e regolamenti sono stati usati in senso garantista; oggi quello spazio si restringe, ma non scompare del tutto. Occorre combinare difesa individuale e azioni con impatto sistemico. Infine è centrale il ruolo delle organizzazioni, nel tradurre all’esterno la portata di queste riforme e nel costruire reti di supporto per le persone coinvolte. La partita non è chiusa, ma richiede una lettura capace di tenere insieme diritto, politica e mobilitazione. La copertina è di Riccardo De Luca, wikicommon SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Lucia Gennari (ASGI): «Il Patto europeo rafforza il paradigma securitario alle frontiere» proviene da DINAMOpress.
March 10, 2026
DINAMOpress
Il confronto tra Rojava e Damasco tra pluralismo e centralismo
Per oltre dieci anni il Nord-Est siriano è stato uno dei principali snodi delle profonde trasformazioni che hanno attraversato il Paese: prima resistenza contro l’ISIS, poi laboratorio politico e amministrativo in condizioni di guerra permanente. Qui si è sviluppato un sistema di autogoverno basato su autonomie locali, pluralismo etnico e partecipazione politica, rompendo con il centralismo dello Stato siriano. Inizialmente il termine “Rojava” indicava le zone curde del Nord-Est, il Kurdistan occidentale. Con le campagne contro l’ISIS, l’area autonoma si è estesa includendo anche ampie zone arabe lungo l’Eufrate e le province di Raqqa e Deir ez-Zor, territori non storicamente curdi. In questo quadro si è affermata nei documenti ufficiali la denominazione di DAANES (Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est), in luogo di “Rojava”. Un cambiamento che ha inteso riflettere l’ampliamento territoriale e la natura multi-etnica dell’entità autonoma, superando una definizione percepita come esclusivamente curda. IL CONFRONTO CON DAMASCO Oggi, con il mutare degli equilibri militari e diplomatici, segnato negli ultimi mesi dalla perdita di alcune aree strategiche lungo l’asse dell’Eufrate e nella cintura meridionale del Nord-Est, passate sotto il controllo delle forze governative, quella stagione entra in una fase nuova. I negoziati tra le autorità del Nord-Est e il governo di Damasco puntano a ridefinire i rapporti tra l’Amministrazione autonoma e lo Stato centrale, aprendo un processo di integrazione istituzionale che solleva interrogativi sul futuro politico e amministrativo della regione. Per leggere questa transizione dall’interno abbiamo dialogato con Sema Bekdaş, portavoce del Partiya Yekîtiya Demokrat (PYD), tra i principali attori del progetto nato nel Rojava e poi confluito nella DAANES. Nel suo racconto, la dimensione politica e quella sociale appaiono strettamente intrecciate: mentre proseguono i negoziati, il peso della guerra continua a gravare sulla popolazione civile. «Vi è un’intensa attività politico-diplomatica per garantire l’attuazione concreta degli accordi. Ma sul piano sociale molti sfollati — in particolare da Afrin, Shahba, Tabqa e Aleppo — vivono ancora in condizioni estremamente difficili». Il riferimento rimanda a un contesto ancora profondamente segnato dalle conseguenze materiali e demografiche della guerra. L’offensiva turca su Afrin nel 2018, gli sviluppi nella regione di Shahba e i continui mutamenti delle linee di controllo tra Aleppo e l’asse dell’Eufrate hanno generato ondate successive di sfollamento interno. Negli ultimi mesi, molte famiglie sono state sfollate forzatamente dai quartieri curdi di Aleppo, tra cui numerosi rifugiati originari di Afrin. Il passaggio di Tabqa e ampie aree delle provincie di Raqqa e Deir ez-Zor sotto il controllo di Damasco, inoltre, ha alimentato nuovi movimenti verso il Nord-Est, nel timore di nuove violenze e ritorsioni. In questo scenario, il tema del ritorno degli sfollati, delle garanzie di sicurezza e della ricostruzione delle amministrazioni locali è entrato a pieno titolo tra le questioni centrali discusse nei colloqui tra l’Amministrazione autonoma e Damasco. Ma, secondo Bekdaş, questi nodi rimandano a una ridefinizione più ampia dell’assetto statale e del quadro costituzionale. «In passato sono stati conclusi altri accordi, come quello del 10 marzo, ma l’intesa attuale mira a ricomprendere le questioni ancora aperte e a offrire un quadro valido per l’intero Paese. Con la sua firma si apre una discussione sulla futura configurazione del sistema politico siriano. A più di un anno dalla caduta del regime, la società non ha ancora avuto un vero spazio di confronto sul proprio avvenire. Resta da definire quale assetto assumerà lo Stato: federale, decentrato o centralizzato». Il confronto con Damasco si colloca dunque su un terreno strutturalmente politico: si tratta di stabilire se e come l’esperienza di autogoverno maturata nel Nord-Est possa essere ricondotta entro un quadro statale unitario senza essere svuotata della propria sostanza. «Oggi è in corso uno sforzo per fare di questo accordo la base di un sistema politico che tutti i siriani possano contribuire a costruire. A partire da esso dovrebbe delinearsi un assetto in cui le regioni si organizzino su base territoriale, affidando la gestione degli affari locali alle comunità. Il cessate il fuoco è un passo positivo; ora però si apre una fase diversa, che richiede un confronto capace di costruire un assetto realmente condiviso e decentralizzato per l’intera Siria». Il riassetto della sicurezza prevede l’integrazione graduale delle forze del Nord-Est nelle istituzioni statali, con l’inserimenti di alcuni reparti SDF nella catena di comando siriana e l’assorbimento delle forze di sicurezza intena (Asayish) nel Ministero dell’Interno, oltre al controllo governativo di frontiere e infrastrutture strategiche.  «La questione di come integrare le forze di difesa nelle istituzioni statali in modo coordinato e senza creare nuovi conflitti è centrale. Oggi si parla molto di fiducia e stabilità. Ma, realisticamente, una fiducia solida non è ancora stata costruita tra ampi settori della società siriana e il governo centrale. Negli ultimi anni il Paese è stato attraversato da eventi traumatici: massacri, violenze, persecuzioni che hanno colpito diverse componenti della popolazione. Queste paure non sono scomparse». Negli ultimi mesi, episodi di violenza settaria contro le aree alawite della costa, comunità druse del sud e altre minoranze, attribuiti a gruppi jihadisti sunniti, gruppi paramilitari e forze governtive, hanno rafforzato la percezione di una sicurezza fragile, alimentata dal vuoto di controllo e dalla competizione territoriale. In questo quadro, la questione dell’integrazione delle forze armate e della costruzione di un comando unificato è strettamente legata alla ricostruzione della fiducia tra lo Stato e le sue diverse componenti sociali. > «La fiducia tra Damasco e una parte significativa dei cittadini è stata > profondamente indebolita. Per questo, accanto alle forze che sostengono la > stabilizzazione, esistono anche gruppi interessati a riaccendere il conflitto, > ad alimentare tensioni tra comunità e nazionalità, e a colpire la regione». > Il rischio evocato è quello di una ricaduta nel conflitto in un Paese già > stremato da oltre un decennio di guerra, frammentazioni territoriali e > interferenze esterne. In questa cornice, la dimensione interna — il confronto > tra le diverse componenti della società siriana — diventa decisiva quanto > quella diplomatica. LA TUTELA DELLA PLURALITÀ NAZIONALE E DEI DIRITTI DELLE DONNE Un nodo necessario tocca il processo di formazione del nuovo governo centrale ad interim alla luce di un impianto costituzionale che concentra ampi poteri nell’esecutivo, non riconosce pienamente la pluralità nazionale ed etnica del Paese e si fonda su un sistema elettorale che, per struttura delle circoscrizioni e meccanismi di rappresentanza, tende a penalizzare le realtà politiche e territoriali minoritarie. «È necessario un congresso nazionale, una conferenza che riunisca l’insieme delle realtà del Paese per negoziare soluzioni comuni. La questione costituzionale è centrale: solo attraverso una formula condivisa sarà possibile costruire una stabilità reale e duratura». Bekdaş insiste sul fatto che la Siria, per composizione sociale e per la sua storia recente, non possa essere governata con formule uniformi senza rischiare nuove fratture. A suo giudizio, il nuovo governo di Damasco è stato formato in modo centralizzato, così come la dichiarazione costituzionale è stata adottata senza un processo realmente inclusivo. > «Per rispondere alle aspettative dei siriani, la dichiarazione costituzionale > dovrebbe essere rivista e sostituita da una Costituzione permanente elaborata > con la partecipazione delle forze politiche e dei rappresentanti della > società. Anche la formazione del governo dovrebbe fondarsi su un sistema > parlamentare eletto in modo trasparente e legittimo». Solo attraverso un simile percorso — conclude — sarà possibile garantire i diritti delle diverse componenti del Paese, dalla partecipazione politica all’amministrazione locale, fino alla tutela delle specificità culturali e sociali. Arriviamo così al nodo costitutivo dell’intero progetto politico del Rojava: la “rivoluzione delle donne”,  il suo asse fondante, capace di ridefinire pratiche di potere, rappresentanza e organizzazione sociale, e di proiettare la propria influenza ben oltre i confini siriani.  Un patrimonio che rischia oggi di entrare in tensione con l’orientamento delle nuove autorità centrali. Bekdaş osserva che, pur richiamandosi formalmente ai principi di democrazia e libertà, le forze oggi al governo continuerebbero a muoversi entro una visione tradizionale dei ruoli di genere. «Le donne vengono ancora collocata entro confini ristretti: nel quadro della famiglia, legate alla casa, vincolata a norme sociali e tradizionali». Da qui il richiamo alla dimensione storica della conquista dei diritti. «Sappiamo che ogni diritto ottenuto dalle donne — dal voto all’istruzione, fino alla partecipazione politica — è stato il risultato di lotte e sacrifici. Nulla è stato concesso spontaneamente; tutto è stato conquistato attraverso mobilitazione e perseveranza». Nel Nord-Est, ricorda, le donne hanno partecipato fin dall’inizio alla rivoluzione, assumendo ruoli di leadership, organizzandosi autonomamente e contribuendo alla difesa del territorio e alla costruzione istituzionale. La questione, ora, è come tradurre questa esperienza nella nuova fase politica. «Nel processo di redazione della futura Costituzione dobbiamo garantire che i diritti conquistati vengano preservati. È necessaria una lotta politica continua e la costruzione di accordi e alleanze tra tutte le donne della Siria. Dobbiamo unire le posizioni ed esprimere una voce comune». Bekdaş nomina il sistema della co-presidenza e i meccanismi di partecipazione paritaria introdotti nelle strutture politiche del Nord-Est. «Chi crede nella libertà delle donne deve assumersi la responsabilità di agire con tutti gli strumenti possibili — politici, giuridici, diplomatici — costruendo coalizioni. Solo così potremo garantire che nella futura Costituzione i diritti delle donne non vengano ridotti o svuotati, ma riconosciuti pienamente». Bekdaş invita a non ridurre l’accordo a una dinamica interna: Il negoziato – sottolinea – si è sviluppato in un contesto regionale e internazionale segnato da interessi incrociati che ne hanno condizionato contenuti e margini. «Non è stato un accordo semplice, né è nato soltanto tra parti siriane. Diversi Stati hanno avuto un ruolo nella sua formazione e ne hanno sostenuto l’attuazione». Tra questi, richiama in particolare Francia e Stati Uniti: «La Francia ha espresso la disponibilità a seguirne l’applicazione anche come possibile garante». Secondo Bekdaş, la dimensione internazionale resta decisiva anche per la tutela dei diritti curdi nel nuovo assetto siriano. Il richiamo a un coinvolgimento esterno più attivo si lega ai precedenti tentativi falliti: «In passato alcuni accordi sono rimasti sulla carta o sono stati seguiti da nuove tensioni. Per questo è essenziale che questa volta vi sia un sostegno concreto e continuo». La copertina è di Kurdistruggle (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il confronto tra Rojava e Damasco tra pluralismo e centralismo proviene da DINAMOpress.
February 24, 2026
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