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Cuba, futuro segnato?
Da settimane Cuba è sotto il tallone di Trump e il relativo strangolamento messo in atto dall’amministrazione statunitense, che sta comportando condizioni di vita terribili per tutta la popolazione. Sulla situazione in corso nell’isola caraibica abbiamo intervistato Roberto Livi, corrispondente de Il manifesto, profondo conoscitore delle dinamiche sociali e politiche del Paese, dato che vi abita da alcuni decenni. Ci puoi dare un quadro della crisi in corso? La situazione è da tempo drammatica, aggravata dalla mancanza di carburante. Tutti i giorni, per molte ore, ci sono interruzioni per quanto riguarda l’erogazione dell’ elettricità. Alle quali si aggiungono  l’aumento dei prezzi con costi insostenibili per la maggior parte della popolazione, la dollarizzazione dei generi di prima necessità, il collasso dei trasporti, per cui ormai all’Avana ci si muove con tricicli elettrici o in bicicletta.  Questo è il quadro terribile. Molti dei miei vicini di casa cucinano con il carbone o con la legna, parallelamente esiste un malcontento generale non organizzato politicamente, dato che in tutta la fase post rivoluzionaria a Cuba non c’è mai stata una vera società civile, perché quelli così definiti, come l’Unione delle donne, dei giornalisti, sono in realtà cinghie di trasmissione del partito. Così come è evidente una crescente sfiducia nei confronti dello Stato, incapace di risolvere i problemi materiali della gente.  Non c’è una società civile organizzata, però ci sono stati momenti di autorganizzazione nei quartieri popolari o quant’altro? Non si tratta di gruppi di quartiere, bensì di momenti di protesta con alcuni che escono di casa, scendono in strada e cominciano a fare i cacelorazo, altri si uniscono. Nelle zone più periferiche dell’Avana ci sono veri e propri movimenti popolari. Ma non c’è una opposizione in grado di proporre un programma di transizione. Quindi si tratta di focolai spontanei che nel migliore dei casi vengono sedati con l’intervento dei responsabili del partito o dei “comitati di difesa della rivoluzione che cerca di convincere le persone di sperare in un miglioramento, oppure con la repressione poliziesca.  Il contesto è reso ancora più problematico dal fatto che ci sono sostanzialmente due soggetti che si fronteggiano, quello dei “contra” che punta all’abbattimento del governo, e lo Stato che resiste, perché non è vero che sia fallito. Hai fatto riferimento alla questione energetica. La dipendenza dal petrolio è stata una prerogativa del modello economico. In queste settimane più volte si è fatto cenno alle rinnovabili che gradualmente negli ultimi anni sono state scelte come alternativa. Che ci puoi dire a proposito? Sulle rinnovabili Díaz Canel ha informato che oggi – grazie all’aiuto cinese- con il solare – si copre circa il 50% dell’energia richiesta durante il giorno. I problemi sorgono con il calar del sole  perché mancano batterie-  Di accumulazione, manca il carburante per le centrali. Inoltre le micro centrali di quartiere non funzionano a causa della mancanza di diesel.  Per le rinnovabili sono stati già installati circa  500 pannelli in altrettanti policlinici e in qualche ospedale. Stessa cosa nelle zone dove abitano  persone bisognose di cure, o in  luoghi isolati. Quali sono i motivi per cui  si è avviati verso questo finale? Stanno venendo al pettine nodi strutturali? Il dopo Fidel ha accelerato la crisi di un modello che, al di là delle attenuanti dovute allo storico embargo Usa, aveva sin dalle origini dei “difetti” cronici di vario tipo? Sulla crisi del modello è evidente che da tempo la struttura burocratizzata non funziona: il Paese non produce, è in recessione da quattro anni, il Pil pro capite è il più basso dell’America latina. Molto dipende dal blocco, ma vi sono stati tragici errori di programmazione come Tarea ordenamiento, cioè l’unificazione monetaria e l’eccessivo investimento in alberghi a scapito della produzione elettrica, sanità e scuola.  Da anni molti economisti amici ripetono che il problema non è la proprietà statale, ma l’efficienza. Sarebbe necessario decentrare e dare autonomia, nonché favorire una maggiore partecipazione dal basso. Recentemente è stata approvata la legge che permette l’associazione tra privato e statale.  Il partito e il governo come stanno reagendo? Cosa potrebbe accadere? E’ possibile uno scenario venezuelano? E’ difficile da dire, perché non essendoci trasparenza ed informazione da parte dei mass media, non si conoscono gli equilibri del potere. Si sa che ci sono delle divergenze, la situazione di crisi è evidenziata dall’ammissione da parte di Diaz Canel di trattative in corso con gli Usa, scenario che cambia il panorama politico. Inoltre i negoziati in corso sembrano  sotto il controllo dell’entourage di Raùl, dunque dei militari. Questo fa pensare che l’attuale leadership abbia le settimane, se non giorni, contati. Si prevede anche che prossimamente inizieranno le prime aperture verso la diaspora cubano- americana. Insomma è possibile un periodo di transizione con aperture economiche e magari una nuova dirigenza legata a Raùl e i militari.  Comunque è difficile pensare a qualcosa che vada al di là di una fase d’urgenza: Cuba ha bisogno di petrolio per sopravvivere, gli Usa possono darglielo per un periodo intermedio, ma avendo ben chiaro che strategicamente vi dovrà essere un cambio di governo. Gli uomini di Raùl possono guadagnare tempo.  Non penso vi sarà una resa alla venezuelana, i due paesi hanno storie diverse, ma data la difficile situazione, a meno di sorprese in Iran e nelle elezioni di medio termine negli Usa, sarà difficile un negoziato a schiena dritta e difendendo la sovranità come è nella storia delle rivoluzione.  Sergio Sinigaglia
March 17, 2026
Pressenza
Intervista a Serena Baldini di “Vento di Terra”, ONG attiva da anni in Palestina
Cara Serena, raccontaci della ONG Vento di Terra. Vento di Terra nasce nel 2006 in Palestina da un gruppo di giovani, con l’idea di restituire diritti e potere alle persone schiacciate dall’occupazione militare. Ora lavoriamo anche in Afghanistan, Giordania, Camerun e Albania, laddove i diritti sono negati. Quali sono state le maggiori difficoltà? Il settore della cooperazione è cambiato tantissimo: prima lavoravamo con i Comuni italiani, invitavamo i bambini palestinesi qui, ma ora quel tipo di supporto è scomparso, le risorse non ci sono più o non si vogliono spendere in questa direzione. Dal 7 ottobre 2023 la nostra agenzia per la cooperazione ha congelato tutti i fondi riguardo alla Palestina, anche per i progetti già approvati. La burocrazia che rallentava i progetti c’è sempre stata, ma ora si sono aggiunte le decisioni politiche. Rendere conto sui progetti va bene, ma (ora soprattutto per la Palestina) avere gli occhi puntati continuamente addosso toglie il fiato. In fondo l’accusa, neanche troppo velata, fatta alle ONG è stata quella “Mandate soldi ai terroristi”, anche se non c’è mai stata alcuna prova in questo senso. Come vi finanziate? In buona parte ancora attraverso progetti finanziati dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione  che però ha deciso di uscire completamente da Gaza. Per Gaza grazie ai nostri donatori privati, ma anche alle Nazioni Unite o ad alcune fondazioni private.  Ricordo nel passato le vostre famose scuole, quella di gomme e quella di sabbia. Ci sono ancora? Sì, pensa che quella di gomme creata nel 2009 secondo le autorità israeliane doveva essere demolita appena dopo la costruzione. In quel caso la visibilità sui media a livello internazionale ci ha protetto molto. Ma sono state distrutte altre scuole in area C e tante comunità hanno subito violenze ed espulsioni continue, in base al piano di ricollocamento forzato di Israele. Oggi le violenze si sono moltiplicate, non c’è paragone tra l’aggressività dei coloni attuale e quella di alcuni anni fa. I coloni sono 700.000 e sono organizzati, vanno in giro armati a terrorizzare la popolazione palestinese. Hai avuto esperienze dirette di incursioni dei coloni? Sì. Avremmo dovuto lavorare con due comunità beduine a nord di Gerico, una zona bellissima, colline dove immagineresti di poter fare un trekking; in realtà sono occupate da coloni che iniziano con un caravan e un uomo armato che si piazza in cima a una collina e poco dopo iniziano le costruzioni. Sono coloni estremisti, si chiamano “Hill boys”, vanno in giro a terrorizzare, picchiare, minacciare, a volte sono bande di ragazzini. Più volte i palestinesi in auto sono stati accerchiati da queste bande che tirano pietre. A dicembre mi sono proprio trovata in una situazione di questo genere: li abbiamo visti da lontano, in mezzo alla strada e in questi casi è incredibile come i palestinesi reagiscano con apparente tranquillità. “Normalità”, del tipo, andiamo avanti? Torniamo indietro? O si chiede all’altra auto come gli è andata, oppure si va avanti col sorriso sperando di limitare i danni. E’ pazzesco. Perché ho detto “avremmo dovuto lavorare con due comunità…” Perché quelle due comunità sono state costrette ad abbandonare le loro baracche e le hanno rifatte, in qualche modo, ancora più povere, altrove. Avremmo dovuto riabilitare le loro scuole, ora stiamo montando una tenda dedicata ai bambini nell’area dove si sono spostati e allestendo tre classi aggiuntive nella scuola dove alcuni di loro sono stati accolti. È ancora vero che, in situazioni come quelle che descrivevi prima, il fatto che ci sia un internazionale tuteli i palestinesi? Non è più vero come un tempo. A volte ci sono anche gruppi israeliani che difendono i palestinesi. Ora davvero, sia coloni che esercito, non guardano in faccia nessuno. Se un tempo poteva esserci l’intervento di un soldato che cercava di calmare un colono, questo non avviene assolutamente più. Come vedi la società israeliana? Quanto contano coloro che si oppongono al governo, all’occupazione? Il mio osservatorio è il dialogo che abbiamo con israeliani che però fanno parte di quella piccola minoranza che è a fianco dei palestinesi. La mia impressione è che se i contrari al governo Netanyahu sono tanti, questo non vuol dire che siano contro l’occupazione; da questo siamo ben lontani. Il 7 ottobre è una ferita ancora aperta. È difficile: i nostri amici ci raccontano come la maggior parte degli israeliani non riesca a riconoscere i palestinesi come esseri umani, come l’apartheid sia feroce e diffuso. E molti non si rendono conto di questa brutalità: chi sta a Tel Aviv non vede il muro, i check point, le colonie. Eppure, i nostri amici israeliani sono convinti che questa attuale politica faccia un male enorme al loro Stato: un sacco di israeliani stanno andando via perché non riescono a vivere in quel contesto. Ma vanno tutti tre anni nell’esercito. Sì, Israele è una società militarizzata, il lavaggio del cervello inizia fin dall’asilo, i soldati sono figure di riferimento, educative. Chi capisce che quello che viene fatto dal governo israeliano, dal suo esercito è criminale, fa comunque fatica ad uscirne, è una rottura che isola dal lavoro, dalla famiglia, dalla società intera. Lo stigma è forte. C’è chi finisce in carcere e addirittura chi si toglie la vita.  Veniamo a Gaza. Cosa facevate e cosa riuscite ancora a fare? Siamo arrivati a Gaza nel 2011, ancora con le comunità beduine. Hanno perso la loro identità nomade, non possono più pascolare le greggi, non c’è spazio. Lì abbiamo iniziato a costruire un centro per l’infanzia, formando un team di educatrici. Potevamo entrare coordinandoci con le autorità israeliane e con Hamas, ci volevano i due permessi. Ce li hanno sempre concessi. L’ultima volta sono andata nel settembre del 2023 e avrei dovuto tornare ad ottobre; avevo il volo il 7 ottobre. Quel giorno non riuscivo a capire cosa stesse succedendo, il tempo si era fermato.  Com’erano le manifestazioni della Marcia del ritorno del 2018, quando i palestinesi andavano ogni settimana al confine di Gaza a protestare? E’ stato un movimento enorme, pacifico, molto partecipato, anche con famiglie e bambini. I palestinesi si avvicinavano a questa zona “limite” e lì ricevevano gli spari dell’esercito israeliano; molti hanno perso l’uso degli arti inferiori. Guardate “Erasmus in Gaza” se potete. Quali erano i rapporti con Hamas? C’era sicuramente un controllo di sicurezza quando entravamo a Gaza, ma non abbiamo mai avuto problemi. Certo eravamo controllati, ma non era qualcosa di oppressivo. Lavorando poi in ambito educativo ci rapportavamo con il Ministero dell’Educazione, l’ala politica del movimento e si dialogava con loro in maniera molto aperta, stando su temi di educazione inclusiva. Dimostravano un sincero interesse alla possibilità che la comunità potesse avere servizi migliori. Essendo queste scuole dell’infanzia, le educatrici erano formate e pagate da noi (certo non attraverso le rette che tenevamo bassissime). Quella che avevamo costruito a Gaza era una scuola bellissima, l’edificio più bello del villaggio, che ora è stata rasa al suolo. In Cisgiordania invece le scuole primarie che abbiamo costruito sono entrate a tutti gli effetti nel sistema educativo pubblico palestinese. Avevi o no la sensazione che i bambini di Gaza soffrissero della condizione di accerchiamento e di reclusione? Difficile dirlo; a Gaza c’era una tale energia vitale, bellezza, attaccamento alla vita che secondo me spiega la loro resistenza in questo periodo. Certo sono bambini che hanno vissuto quasi ogni anno delle operazioni militari israeliane, anche prima di questo orrore. Il villaggio dove lavoravamo noi era al nord e sfollavano ogni volta che c’era un attacco. Gli psicologi di Gaza con i quali collaboravamo ci dicevano che le categorie occidentali a Gaza servono poco, come parlare di post-trauma, quando la normalità è un susseguirsi continuo di attacchi. L’essere umano poi tira fuori delle risorse incredibili e lì a Gaza hanno sviluppato una capacità di fronteggiare situazioni per noi inimmaginabili, ma i segni da qualche parte rimangono. Quindi lo stress, il senso di insicurezza, la perdita sono quotidiani nelle famiglie. E adesso? Le persone ci sono tutte e questo è fondamentale. Tutto lo staff ha perso la casa, è sfollato, ma nel tempo le nostre persone si sono ritrovate in piccoli gruppi e si sono “ricomposte” le equipe. Stanno lavorando. È incredibile, ma ce la fanno. Ora sosteniamo sei scuole d’emergenza per la fascia primaria, dai 6 ai 13 anni e tre scuole della fascia prescolare. Sono tende o edifici non completamente demoliti, scuole di emergenza, ma i bimbi sono iscritti regolarmente e vi sono servizi integrativi come attività ricreative e servizio psicologico, di gruppo o individuale. Spazi Temporanei di Apprendimento ad Al-Nuseirat, Gaza City e Khan Younis. Considerate che la scuola per la popolazione palestinese è sempre stata importantissima; si poteva non mangiare, ma la scuola era fondamentale. Quindi sono tanti gli insegnanti, i professionisti che si sono inventati nuove forme di scuola. Non siamo soli, riusciamo ad accogliere ogni giorno 960 bambini e il nostro personale è composto da 45 persone. Un altro problema: come fate con il materiale didattico? Bella domanda. Abbiamo sempre acquistato dentro Gaza, fare entrare del materiale autonomamente è un sistema talmente lento e complesso che non ce l’avremmo fatta. Si sono riaperti alcuni canali commerciali e alcuni importatori che vendevano prima del 7 ottobre ricominciano ad avere dei prodotti. In questo modo possiamo avere una fattura e pagare con un trasferimento bancario. Abbiamo distribuito sia cibo che materiale educativo. I costi però sono inaccessibili per le famiglie.  E la corrente elettrica? Figurati che era un disastro anche prima, prima del 7 ottobre la gente aveva l’elettricità per 4 ore al giorno. Chi era fortunato aveva il generatore o pannelli solari. All’inizio siamo stati a lungo senza notizie, non si potevano ricaricare i telefoni. Adesso la situazione è un po’ migliorata e si usano i pannelli solari. Gli aiuti non entrano. No, è pazzesco, entrano col contagocce. Sono stata a Rafah anche con la delegazione parlamentare. La Croce Rossa egiziana ha riempito magazzini enormi di materiale, anche refrigerato, con medicinali e altro. Ci sono centinaia di camionisti egiziani che aspettano sotto il sole anche da mesi. L’Egitto in tutta questa storia ha avuto un ruolo: esiste al Cairo una sorta di agenzia che facilita gli ingressi in Egitto, lo faceva anche prima del 7 ottobre. In questi ultimi due anni, la gente è uscita da Gaza pagando 5.000 euro. Conosco direttamente chi è uscito in questo modo e ha dovuto pagare in contanti tutti quei soldi. E’ un mercato degli esseri umani, pensate a 5.000 euro moltiplicati per, si stima, 150.000 persone che sono uscite da Gaza. Come avvengono invece i trasferimenti di soldi? È stato complicatissimo, all’inizio c’era bisogno di far arrivare contanti, così c’erano degli strozzini che vendevano il denaro e se tu mandavi sul conto di un abitante di Gaza 100 euro ne otteneva 60. Adesso ci sono dei metodi di pagamento elettronico alternativi, attraverso i telefonini e in questo sono stati bravissimi.  Io sono a dir poco meravigliata, quando parlando con persone del nostro staff sento nelle loro parole dell’entusiasmo. Fanno un lavoro in cui credono, avvertono un grande senso per quello che stanno facendo per i piccoli e per le loro famiglie. Che cosa possiamo fare qua? Mantenere l’attenzione su quello che avviene lì, far capire che nulla è risolto, spiegare e raccontare soprattutto ai giovani, ma anche ai bambini, quello che avviene in quella parte di mondo. Dobbiamo avere presente che l’attuale prospettiva è portare avanti il genocidio, l’annientamento, la cancellazione di un popolo. In Palestina sta crollando l’intero stato di diritto mondiale. Lottare con loro e per loro è farlo per tutto il mondo. La Palestina libera tutti e tutte. Che cosa provi nei confronti del popolo israeliano? Dobbiamo riuscire a capire il dolore che c’è anche in loro. So benissimo che la proporzione tra ciò che subisce una parte e l’altra è imparagonabile, ma non possiamo non riconoscere che anche la popolazione israeliana fatica. Se non vediamo quel pezzo lì, non andiamo da nessuna parte, e penso che da soli non ce la facciano a uscire da questa situazione.  I coloni armati sono dei criminali istituzionalizzati ai quali la società israeliana sempre più razzista sta dando spazio. Ma, ripeto, dobbiamo riuscire a vedere che esiste un’altra parte. Il vero nemico da cui liberarsi è il sionismo. Su questo, gli ebrei nel mondo hanno una visione ben diversa da chi vive in Israele immerso nella paura e nella propaganda.   Andrea De Lotto
March 17, 2026
Pressenza
Maya e palestinesi, due genocidi con un elemento in comune: Israele
Che cos’ha in comune il genocidio dei Maya degli anni Ottanta del secolo scorso con quello dei palestinesi? Maya e palestinesi, geograficamente quasi agli antipodi del globo, si somigliano per la relazione speciale che intrattengono con la loro terra. Non hanno bisogno di alcuna propaganda per sentirsi patrioti: semplicemente nascono con questo legame. Gli uni intrecciati alle radici degli ulivi, gli altri al respiro possente della montagna. È il luogo che sceglie; imporsi con la forza per dominarlo, per sfruttarne le risorse, è comportarsi da ladri e quella terra mai li accoglierà. Cercando in rete si trova molto materiale sul genocidio in Guatemala. Per chi è interessato ad approfondire suggerisco la video intervista fatta da Chris Hedges a Jennifer K. Harbury. A questo link si trova la trascrizione in italiano. La popolazione del Guatemala è per quasi il 75% costituita da indios (e fra questi l’etnia più corposa è riconducibile geneticamente e linguisticamente ai maya; un altro 25% viene definita ladino, ossia un misto di maya e colonizzatori europei e una parte infinitesima del totale è rappresentata dall’etnia caucasica. Verso la fine di quella che nelle pagine di storia è conosciuta come la guerra civile, dal 1960 al 1996, la popolazione indigena subì un genocidio che è sconosciuto ai più. Ne parliamo con Carlos, figlio di Carlos Ovalle (maya Qʼeqchiʼ), che a soli dieci anni si trovò catapultato da un giorno all’altro da Città del Guatemala a Long Beach, nel Sud della California. Raccontami la vostra storia Mio padre era un gran lavoratore e un uomo pacifico, ma c’erano due cose che non sopportava: la burocrazia e la corruzione. Era la fine degli anni Sessanta e nel Paese il clima era teso. Mio padre era un cartografo e aveva un buon lavoro in un’agenzia governativa; vedeva quotidianamente corruzione e abusi ai danni degli indigeni e non stava zitto. Denunciava pubblicamente i fatti di cui veniva a conoscenza. Iniziarono ad arrivare avvertimenti, ma lui tirò diritto per la sua strada, fin quando un giorno un suo superiore gli disse che doveva partire per fare un rilievo in una zona sperduta della foresta. Carlos Ovalle Mio padre si apprestò a preparare la sua solita squadra, ma gli fu comunicato che avrebbe dovuto lavorare con uomini nuovi. Si insospettì, ma partì lo stesso. Sul ciglio di un dirupo gli legarono mani e piedi, intenzionati a tagliargli la testa con un machete, ma riuscì a saltare all’indietro, nel vuoto e miracolosamente si salvò. La lama era però riuscita ad aprirgli mezza faccia. In qualche modo riuscì a risalire la valle, dove fu soccorso da un gruppo di taglialegna. Quando uscì dall’ospedale un amico americano che lavorava al consolato lo aiutò a scappare in California. Ero piccolo, ma ricordo bene che tutto accadde molto velocemente. Che cosa è successo in Guatemala prima e dopo la vostra fuga? Dopo decenni di terrore e governi dichiaratamente fascisti, nel 1954 fu democraticamente eletto Jacobo Árbenz, che iniziò un programma di riforme socialiste, ridistribuzione della terra e nazionalizzazione di compagnie e infrastrutture. Finalmente per il popolo guatemalteco sembrava aprirsi un tempo di rinascita e giustizia sociale, ma i grandi investitori privati, come la United Fruit Company, che possedeva immensi latifondi, andarono su tutte le furie e costrinsero gli Stati Uniti a intervenire provocando una serie di colpi di Stato, assassinii, violenze e caos in tutto il Paese. Ma il popolo, soprattutto il 75% indios, non mollava, anzi si organizzò facendo dell’impervia montagna la propria sede e conducendo azioni di guerriglia. E così arriviamo alla fine degli anni Settanta, quando venne eletto presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, che amava definirsi un’anima semplice, un devoto cristiano (era stato anche ordinato pastore), un amante della pace e un difensore dei diritti umani. Carter non voleva avere niente a che fare con il brutto affare del Guatemala e dunque qualcuno (Chi? La CIA? Qualche altra entità segreta?) decise di passare la palla al Mossad, il servizio segreto israeliano; di lì a poco la guerra civile entrò in una spirale di barbarie e violenze che causò 200.000 morti (di cui l’83% erano civili inermi), 620 villaggi maya completamente spazzati via, 15.000 scomparsi e un milione di sfollati. È chiamato il genocidio silenzioso, perché allora quasi nessuno sapeva che cosa stesse accadendo nel Paese centroamericano. Neanche voi lo sapevate? Nemmeno noi guatemaltechi all’estero riuscivamo ad avere notizie complete, era tutto frammentario e confuso. Cominciammo a capire che stava succedendo qualcosa di molto brutto quando qualcuno di noi iniziò ad andare sul posto e non fece più ritorno. Solo vent’anni dopo grazie alle Ong internazionali furono trovate le fosse comuni. Sei tra coloro che nel 2023 hanno iniziato la pratica di calare striscioni dai cavalcavia sulle autostrade per denunciare il genocidio dei palestinesi. Come ti sei sentito quando le notizie dei massacri dell’IDF sulla popolazione civile di Gaza hanno iniziato a circolare? Ho capito subito dove si stava andando; ho visto le stesse tecniche all’opera. I militari israeliani all’epoca del nostro genocidio arrivarono e istruirono l’esercito del Guatemala in modo nuovo, più efficiente e riuscirono anche a renderlo molto più feroce e senza scrupoli. I palestinesi per me sono fratelli e sorelle: ci accomuna la qualità della resilienza. I maya sono sempre riusciti a preservare la loro cultura attraverso dominazioni e tirannie esterne proprio per questo viscerale attaccamento alla propria terra. Siamo un popolo pacifico e molto paziente, come credo siano i palestinesi. Com’è la situazione oggi in Guatemala? In apparenza va abbastanza bene. Gli indigeni, almeno sulla carta, hanno ottenuto dei diritti, ma siamo ancora molto lontani da una loro reale rappresentanza politica. L’infinitesima minoranza bianca tiene ancora in mano le fila del Paese; il sistema si è ammorbidito, ma è sempre quello. Te ne accorgi se parli troppo: se sei un giornalista d’inchiesta e malauguratamente scrivi qualcosa di scomodo, puoi ancora sparire da un giorno all’altro, come tentarono di fare con mio padre. Gli indios di oggi però hanno imparato meglio le regole del gioco e cascano meno nei tranelli dell’uomo bianco, per esempio stanno nascendo le “corporazioni maya” che sanno dare filo da torcere ai colonialisti. Negli Stati Uniti, ormai da più di un anno, l’ICE perseguita i migranti. Mi sono commossa quando l’altra sera hai raccontato dei bambini deceduti in detenzione. Che cosa sai in proposito? Purtroppo poco, perché è molto difficile ottenere risposte chiare dall’agenzia federale; offrono sempre la stessa scusa di “patologie pregresse”. Erano nove bimbi di età compresa tra i nove e i quattordici anni, di cui sei indio guatemaltechi. Dietro quei muri può succedere di tutto, ma è facile che siano morti per incuria. Nella nostra zona è attiva la “Rapid Response”. Siamo un gruppo di volontari che aiuta famiglie in difficoltà a causa delle operazioni dell’ICE. In quest’ultimo anno, ho scoperto che le loro strutture sono delle miserabili prigioni: non hanno medici interni, ma solo un presidio infermieristico e per uscire da lì ci vuole una burocrazia infinita. Un nostro assistito ha avuto ben due infarti e non lo portano in ospedale. Sta male e siamo molto preoccupati per lui. Che cosa fa la Rapid Response? Al momento stiamo sostenendo e proteggendo quattro famiglie. Solo una è in una condizione drammatica e dobbiamo aiutarli in tutto. Le altre riescono parzialmente ad arrangiarsi, dunque gli offriamo un aiuto mirato. Per esempio a una coppia abbiamo procurato una macchina usata perché possano raggiungere i posti di lavoro evitando di usare i mezzi pubblici; per un’altra siamo riusciti a ottenere una tutela legale sui figli piccoli nati negli Stati Uniti, cosicché se dovesse accadere il peggio ai genitori verrebbero affidati a noi e non sequestrati dai federali. Inoltre usiamo le nostre residenze private come loro copertura. Mi piace terminare la nostra chiacchierata con un pensiero positivo, qualcosa che offra speranza. Nel periodo di grande turbolenza che stiamo attraversando noti qualcosa di nuovo? Sì. Da un po’ di tempo, quando dichiaro di essere socialista, spesso mi sento rispondere: “Anch’io”. Fino a qualche anno fa le persone si stupivano ed erano imbarazzate, oggi invece dimostrano molta più apertura. Credo che molti stiano capendo che un sistema socialista non gli toglierebbe la libertà, come credevano, e nemmeno li appiattirebbe come esseri umani, anzi dovrebbe favorire una rinascita umanista.     Marina Serina
March 15, 2026
Pressenza
Sionismo nelle università e borse IUPALS a studenti palestinesi bloccati a Gaza
Ci va giù pesante Antonio Violante professore di geografia alla facoltà di storia dell’Università Statale di Milano, in merito all’immobilismo non solo della CRUI, ma anche di singoli rettori in tutta Italia che una volta deliberata la borsa di studio per studenti e studentesse palestinesi arrivati al dunque se ne sono lavati le mani: con lo scoppio della guerra da Gaza non esce più nessuno: «Questo immobilismo colpevole si può spiegare soltanto con una prospettiva di carrierismo post-accademica – precisa Antonio Violante – che una volta abbandonata la carica vede ex-rettori impegnati in politica» Partendo dalla situazione degli studenti bloccati a Gaza, Violante poi smonta molti stereotipi e pregiudizi legati ad una conoscenza spesso superficiale dell’Iran persiano per analizzare la situazione geopolitica in quella parte di mondo così martoriata. Ascolta qui l’intervista ad Antonio Violante su Radio Onda d’Urto a cura di Stefano Bertoldi: https://www.radiondadurto.org/2026/03/09/scuola-resistente-la-puntata-di-sabato-7-marzo-2026/. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
L’Alveare di Bardonecchia, ospitalità e tante attività sociali
L’Alveare è gestito dall’associazione Liberamente Insieme Bardonecchia, che fa parte della rete di “Libera Piemonte – Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”. Casa confiscata alla criminalità organizzata, dal 2016 è divenuta un bene comunale. E’ dedicata a Gian Carlo Siani, giornalista assassinato dalla camorra e a Luciano Ferraris, grande educatore scout. Parliamo della sua storia e delle sue numerose attività con Adriana Ugetti, dell’Associazione Liberamente Insieme Bardonecchia. Sono passati dieci anni dall’apertura dell’Alveare. Quali attività avete svolto in questo periodo? L’Alveare è una “casa per ferie” da 24 posti letto, quindi diamo ospitalità principalmente a gruppi giovanili, per scelta, in quanto vogliamo rispondere alle tante richieste a prezzi “sociali” per dare la possibilità a tutti di poter venire qui. Grazie all’ospitalità che offriamo siamo economicamente indipendenti dal Comune di Bardonecchia e questo per noi è molto importante. Siamo orgogliosi di non pesare sulla comunità e di restituire il “maltolto”. I nostri ospiti sono i gruppi scout, parrocchiali, sportivi, universitari e negli ultimi anni tante scuole che vengono a Bardonecchia per conoscere il territorio e fare attività nella natura e all’Alveare. Collaboriamo con le associazioni del territorio e cerchiamo di coinvolgerle nelle nostre attività. Scopo della nostra associazione, che fa parte della rete di Libera, è anche promuovere una cultura della legalità. In questi anni abbiamo sempre partecipato alla Giornata Nazionale dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, il 21 marzo, con una delegazione di ragazzi che parte da Bardonecchia. E in paese riviviamo quel momento con la lettura dei nomi delle vittime e la proiezione di un film, iniziative aperte a tutta la popolazione. Sempre per questo fine, offriamo a tutte le scuole medie di Bardo, Oulx e Sestriere percorsi di legalità portati avanti da Acmos, cooperativa di Libera. Partecipano alle nostre attività alcuni disabili mentali della Comunità di San Giorgio di Bardonecchia. Crediamo nella cittadinanza attiva e promuoviamo incontri “Informare per scegliere” in occasione dei Referendum. Quest’anno per il decennale vorremo offrire incontri e spettacoli teatrali formativi per le diverse fasce di età. Che relazione c’è con il Rifugio Fraternità Massi di Oulx? Una delle nostre attività si chiama Cucina Solidale: tutti i giovedì prendiamo l’invenduto al mercato e con un gruppo di volontarie cuciniamo minestroni, riso, uova sode che poi portiamo al Rifugio Fraternità Massi. Inoltre ospitiamo i volontari che passano alcuni giorni al Rifugio. Quali sono le attività attuali? Durante la settimana L’Alveare apre le porte per numerose attività sociali: * Doposcuola Elementari gestito dai volontari due giorni alla settimana. * Spazio Medie due giorni alla settimana, gestito da una cooperativa che retribuisce giovani di Bardo. * Laboratorio lana e fantasia un giorno alla settimana, con signore virtuose che fanno lavori per addobbare L’Alveare e il Palazzo delle Feste, berretti e guanti per i migranti di passaggio al Rifugio Massi e doudou, piccoli pelouche  per i neonati prematuri dell’Ospedale Regina Margherita di Torino. * Un’altra attività della Cucina Solidale riguarda l’organizzazione di cene e momenti conviviali. * D’estate in giardino ospitiamo per una settimana “Il giardino delle storie”, laboratori teatrali e spettacoli per bambini, gratuiti aperti a tutti. * Concerti jazz e musica pop di gruppi musicali del territorio. * Sempre in estate si alternano i campi di EstateLiberi, di altre associazioni del Piemonte e di gruppi con disabilita. Anna Polo
March 12, 2026
Pressenza
Le vite che la guerra attraversa – Viola Ardone racconta Tanta ancora vita
Un’intervista alla scrittrice Viola Ardone sul romanzo Tanta ancora vita, tra guerra in Ucraina, infanzia, migrazione e memoria. Le guerre attraversano oggi molte parti del mondo. Si sovrappongono nelle cronache quotidiane, scorrono nelle immagini dei notiziari, rischiano perfino di diventare un rumore di fondo a cui, poco alla volta, ci si abitua. Eppure dietro i numeri che scorrono nelle statistiche ci sono vite interrotte, famiglie divise, infanzie costrette a cambiare direzione troppo presto. Il rischio di assuefarsi è ogni giorno più alto. Per questo il dovere della memoria non dovrebbe mai essere accantonato. A volte, quando le immagini dei telegiornali scorrono davanti ai nostri occhi rese familiari dalla ripetizione quotidiana, anche la scelta di una lettura può fare la differenza e assumere un ruolo decisivo nella memoria. La guerra in Ucraina, iniziata il 24 febbraio 2022 con l’invasione russa, continua a produrre distruzione, sfollamenti e vite sospese. Sono molti i libri che negli ultimi anni hanno affrontato questi temi. Oggi abbiamo incontrato il libro della scrittrice e amica Viola Ardone, Tanta ancora vita, che riporta l’attenzione su una guerra che continua a devastare vite e territori ma che, a tratti, sembra scivolare ai margini dell’attenzione pubblica. Il protagonista è Kostya, un bambino ucraino di dieci anni che lascia il suo paese appena invaso per raggiungere la nonna Irina, che lavora a Napoli come domestica. Nello zaino porta poche cose: vestiti di ricambio, la foto di una madre mai conosciuta e un indirizzo scritto su un foglio. Suo padre lo accompagna all’inizio di questo viaggio e lo affida alla strada mentre la guerra entra nella vita del paese. Non sappiamo con certezza quale sarà il suo destino. Nel romanzo si parla della possibilità che sia partito per il fronte, ma la sua sorte resta incerta, sospesa come accade a tante vite nelle guerre contemporanee. Il viaggio di Kostya è lungo e difficile. Attraversa frontiere, incontra soldati, sconosciuti che a volte lo ostacolano e altre volte lo aiutano, finché riesce ad arrivare a Napoli. Una mattina Vita, la donna per cui lavora la nonna, apre la porta di casa e lo trova addormentato sullo zerbino. Anche Vita è una figura segnata dalla perdita. Quattro anni prima ha perso suo figlio in un incidente e da allora vive una vita sospesa. Le sue giornate scorrono tra silenzi, ricordi e una depressione che nel romanzo assume persino un nome proprio: Orietta. Non è solo una malattia, ma quasi una presenza con cui la protagonista ha imparato a convivere, qualcosa che entra nelle pieghe della sua vita e che a volte prende spazio nei pensieri e nei gesti quotidiani. Accanto a lei vive e lavora Irina, la nonna di Kostya. È una donna ucraina emigrata da anni in Italia, una domestica che nel romanzo assume una profondità sorprendente. Porta dentro di sé la storia di tante donne dell’Est Europa che hanno lasciato la propria terra per sostenere le famiglie rimaste a casa. È una donna colta, legge Dante e parla italiano con una lingua quasi letteraria, ma sceglie di non sciogliere completamente la distanza linguistica con il paese in cui vive, come se quella distanza fosse anche un modo per custodire la propria identità. Anche Irina è attraversata dalla perdita. A un certo punto della storia decide di tornare in Ucraina per cercare il figlio, dato per disperso nella guerra. È una scelta che riporta improvvisamente il conflitto dentro la vita di tutti i personaggi e che mette in movimento anche Vita, spingendola a uscire dalla sua immobilità. Viola Ardone sceglie però una strada diversa: non racconta la guerra solo attraverso i fatti. Fa camminare il suo libro in avanti attraverso i sentimenti. La storia procede quasi a colpi di emozioni, di fragilità condivise, di momenti intimi che rivelano poco alla volta la vita dei personaggi. Attraverso il viaggio di Kostya il lettore incontra la guerra dal punto di vista di chi la subisce. Il bambino la racconta con una lingua piena di ironia e invenzioni, ma anche con una lucidità sorprendente. A un certo punto dice una frase che colpisce per la sua semplicità: la guerra non dovrebbe uscire mai dai videogiochi. Accanto alla guerra, il libro racconta anche altri temi profondamente contemporanei: la solitudine, la depressione, la migrazione, l’incontro tra vite ferite che può aprire una possibilità di trasformazione. La relazione tra Vita e Kostya non cancella il dolore, ma riapre uno spazio inatteso. In un passaggio del romanzo è la protagonista stessa a riconoscere che avere una speranza è un regalo che non si faceva da anni. C’è anche un altro aspetto che rende questo romanzo particolarmente significativo. In un tempo in cui l’attenzione del mondo sembra spostarsi rapidamente da un conflitto all’altro, la guerra in Ucraina rischia a volte di scivolare ai margini dell’attenzione pubblica pur continuando a produrre distruzione e sofferenza. Raccontarla attraverso una storia significa anche restituirle memoria, riportarla dentro il discorso umano e non solo geopolitico. Ho chiesto a Viola Ardone di condividere alcune riflessioni su questo libro e sui temi che lo attraversano. 1) Raccontare una guerra ancora in corso non è una scelta scontata e forse nemmeno commerciale. C’è voluto coraggio per scrivere questo libro? Raccontare una guerra mentre la guerra sta ancora accadendo significa scrivere in un terreno instabile, dove le parole arrivano sempre un attimo dopo i fatti e spesso sembrano insufficienti. Non so se serva coraggio; forse serve piuttosto una certa ostinazione a non voltarsi dall’altra parte. La letteratura non ha il compito di aspettare che la storia diventi polvere da archivio: può provare a stare nel presente, anche quando il presente è doloroso e contraddittorio. Non mi interessava fare un libro “sulla guerra”, ma un libro sulle vite che la guerra attraversa. E quelle vite non smettono di esistere solo perché il conflitto è ancora in corso. 2) Nel romanzo la guerra non è raccontata dal fronte ma attraverso la vita delle persone. Perché hai scelto questa prospettiva così quotidiana e intima? Le guerre ci arrivano quasi sempre attraverso le immagini del fronte: carri armati, macerie, mappe, confini. Ma la guerra vera – quella che cambia le persone – accade spesso lontano dalle linee di combattimento. Accade nelle cucine, nei corridoi delle case, nelle telefonate interrotte, nei silenzi. Ho scelto una prospettiva quotidiana perché è lì che la guerra mostra il suo effetto più radicale: non solo distrugge città, ma incrina la trama invisibile delle relazioni, della fiducia, della memoria. Raccontare quella dimensione intima mi sembrava un modo per restituire alla guerra il suo volto più umano e, proprio per questo, più inquietante. 3) Il romanzo nasce dall’incontro tra tre solitudini: Vita, Kostya e Irina. Alla fine di questo percorso narrativo hai trovato le risposte che immaginavi quando hai iniziato a scriverlo? Vita, Kostya e Irina sono tre solitudini che si sfiorano in un momento in cui ciascuno di loro è in qualche modo sospeso: tra passato e futuro, tra perdita e possibilità. Scrivendo ho capito che le risposte, se arrivano, non sono mai definitive. Piuttosto accade qualcosa di diverso: i personaggi imparano a stare dentro le proprie domande senza esserne schiacciati. E forse è questo il vero movimento del romanzo: non la soluzione dei problemi, ma la possibilità di condividere il peso delle proprie fragilità. 4) Il personaggio di Irina restituisce identità e profondità a una figura spesso invisibile: quella delle donne straniere che lavorano nelle nostre case. Nelle tue intenzioni c’era anche il desiderio di restituire umanità e complessità a queste vite troppo spesso ridotte al solo ruolo che ricoprono? Le donne che lavorano nelle nostre case – badanti, colf, assistenti familiari – sono presenze fondamentali e allo stesso tempo quasi invisibili. Abitano l’intimità delle famiglie, ma raramente entrano nella narrazione pubblica con una loro complessità. Irina nasce proprio da questa contraddizione: è una donna che attraversa la vita degli altri mentre la sua storia rimane spesso in ombra. Restituirle una voce significava ricordare che ogni persona porta con sé un passato, una lingua, una nostalgia, un progetto. Nessuno è mai soltanto il ruolo che svolge. 5) A un certo punto Vita riconosce che avere una speranza è un regalo che non si faceva da anni. Quanto era importante raccontare questo ritorno della speranza dopo il lutto e la depressione? Il ritorno della speranza era per me un passaggio essenziale. Non una speranza ingenua o salvifica, ma una speranza fragile, quasi timida. Dopo un lutto o una depressione la speranza non arriva come una rivelazione luminosa: arriva spesso come un piccolo gesto, una possibilità che all’inizio fa quasi paura. Per Vita riconoscere di poter sperare di nuovo è un momento decisivo, perché significa ammettere che la vita – nonostante tutto – può ancora sorprendere. 6) Oggi l’attenzione del mondo sembra spostarsi rapidamente da una guerra all’altra. Che ruolo può avere la letteratura nel mantenere viva la memoria delle vite coinvolte nei conflitti? La letteratura non può fermare le guerre, ma può fare qualcosa che spesso la cronaca non riesce a fare: restituire durata alle vite. Le notizie scorrono velocissime, le tragedie si accavallano, l’attenzione collettiva si sposta continuamente. Un romanzo invece rallenta il tempo. Permette di abitare una storia, di conoscere i volti, le paure, le contraddizioni delle persone coinvolte. In questo senso la letteratura può diventare una forma di memoria emotiva: non conserva solo i fatti, ma l’esperienza umana che quei fatti hanno prodotto. 7) Molti tuoi romanzi hanno avuto una grande diffusione e Il treno dei bambini è diventato anche un film. Ti immagini Tanta ancora vita trasformato in un film o in una serie? E se accadesse, che cosa ti piacerebbe che il cinema riuscisse a restituire di questa storia? Quando scrivo non penso mai al cinema, perché il linguaggio del romanzo e quello delle immagini sono molto diversi. Però è vero che le storie, a volte, trovano nuove forme. Se Tanta ancora vita diventasse un film o una serie, mi piacerebbe che il cinema riuscisse a restituire soprattutto il ritmo silenzioso della storia: gli spazi domestici, le pause, gli sguardi, quella dimensione quasi sospesa in cui tre persone molto diverse iniziano lentamente a riconoscersi. Perché, in fondo, il cuore del romanzo non è la guerra, ma ciò che continua a resistere dentro le persone nonostante la guerra. Viola Ardone, Tanta ancora vita, Einaudi Stile Libero. Un ringraziamento sincero a Viola Ardone per la generosità delle sue risposte e per la bellezza delle parole con cui ha voluto accompagnare questa conversazione. Lucia Montanaro
March 12, 2026
Pressenza
Tel Aviv: contro l’attacco imperialista di USA e Israele
Ofek Sinvani ha partecipato alla manifestazione contro la guerra che si è svolta a Tel Aviv pochi giorni fa. Gli abbiamo posto alcune domande sulla situazione e sulle azioni della società civile pacifista e nonviolenta. Ciao Ofek, hai partecipato alla manifestazione contro la guerra. Com’è andata? La prima manifestazione non è andata molto bene. Siamo arrivati in circa 10-15 attivisti con cartelli a Habima, dove ci aspettavano decine di poliziotti e Magav (controllo di frontiera dell’esercito). Prima ancora di iniziare, la polizia ci ha detto che la protesta era illegale e una “minaccia alla sicurezza pubblica” e che avevamo 2 minuti per lasciare il posto. In 30 secondi siamo stati dispersi violentemente e uno degli attivisti è stato arrestato. La seconda manifestazione è stata una protesta vera e propria con cori e circa 40 attivisti, durata 10 minuti prima che decine di poliziotti e Magav arrivassero e iniziassero a disperderci violentemente, soffocando, spingendo e picchiando le persone. Due attivisti hanno lasciato la manifestazione feriti e uno è stato arrestato. Fai parte di qualche movimento nonviolento e contro la guerra? Cosa fai nella vita? Sono il coordinatore sul campo di Combatants for Peace, un movimento di resistenza nonviolenta palestinese e israeliano. Lavoro fianco a fianco con attivisti palestinesi ed ebrei, principalmente in Cisgiordania. Organizziamo azioni in Cisgiordania, come lavori agricoli, manifestazioni congiunte e altro ancora. Nella mia vita personale passo il tempo facendo presenza solidale nelle comunità palestinesi in Cisgiordania e partecipando ad attività politiche all’interno dei confini del ’48. Quali erano gli slogan della manifestazione? Queste manifestazioni sono state convocate da una rete di sinistra radicale chiamata “The Radical Block”, una rete antifascista, antisionista e femminista. Hanno invitato molte altre organizzazioni e attivisti a partecipare, tra cui Combatants for Peace. Lo slogan principale di queste manifestazioni era contro l’attacco imperialista israelo-americano, in particolare per quanto riguarda i recenti attacchi mortali in Iran, Iraq, Siria, Libano e Palestina. La manifestazione includeva anche slogan antisionisti, contro la guerra, contro il colonialismo e altri slogan contro la violenza che si possono trovare in ogni protesta di sinistra radicale nella Palestina occupata. “Iran, Iraq, Afghanistan, la solita vecchia scusa” e “Nessun attacco all’Iran porterà i diritti umani”. Come si sente la gente in questo momento? È difficile vivere in uno stato di guerra costante che non garantisce la sicurezza, ma continua per ragioni politiche: paura persistente, sirene incessanti, corsa ai rifugi, notizie quotidiane di case distrutte e persone ferite o addirittura morte. E personalmente, come attivista per la pace, mi sento molto impotente in questo momento, perché qualunque cosa facciamo, nulla potrà impedire che altre persone muoiano, e non c’è nulla che possiamo fare per smantellare l’imperialismo israeliano e americano. Inoltre, è straziante vedere i miei amici palestinesi coinvolti in guerre che non hanno nemmeno lo scopo di proteggerli e che non hanno alcuna protezione di base, come i rifugi antiaerei, oltre alla violenza di vivere sotto occupazione. Olivier Turquet
March 11, 2026
Pressenza
Intervista a Federico Giusti su Radio Onda D’Urto sulle novità della base USA di Camp Darby a Pisa
In questi giorni, i massicci spostamenti logistici dalla base USA di Camp Darby confermano il ruolo strategico di questa infrastruttura nei conflitti globali. Eppure, ogni richiesta di chiarimento alle autorità locali e nazionali si scontra con il muro della “riservatezza per la sicurezza nazionale”. Il risultato? I cittadini restano all’oscuro di ciò che accade sotto i loro occhi. Perché il silenzio su Camp Darby? Nonostante l’evidenza, l’attenzione pubblica resta bassa. Le considerazioni di Federico Giusti, delegato sindacale e aderente attivo dell’ Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università nell’intervista a Radio Onda d’Urto. Clicca qui per ascoltare l’intervista su Radio Onda d’Urto. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
8 marzo all’esposizione di HeART of Gaza nella Chiesa dell’Addolorata, con Mohammed Timraz
Il bassorilivo sul portone dell’edificio consacrato raffigura una Pietà. All’interno del luogo di culto accanto a sculture, pitture, affreschi e arredi religiosi fino a domenica prossima – 15 marzo – con la rassegna di disegni dipinti dai bambini palestinesi è mostrata un’immagine evocativa di questa peculiare figura femminile iconica che ricorre in arte, cultura e tradizioni e in questi anni e giorni nelle cronache quotidiane. A Mohammed Timraz, che a Gaza ha allestito The Artists’ Tent (La tenda degli artisti) e insieme all’illustratrice irlandese Feile Butler raccolto i disegni che compongono la collezione HeART of Gaza: Children’s Art from the Genocide ho proposto una riflessione sulle valenze e il valore dell’arte. La chiesa dell’Addolorata di Casale Monferrato venne edificata tra il 1751 e il 1840 su progetto del conte Francesco Ottavio Magnocavalli, in fase d’esecuzione modificato dai capomastri, l’architetto Giovanni Battista Felli e l’ingegnere Bernardo Lombardi, e per cui lo scultore Saverio Franzi scolpì la Deposizione dalla Croce con Cristo circondato amorevolmente dalla Madre e dalle Marie, inoltre la Purificazione della Vergine Deipara (genitrice di Dio), l’incontro tra Gesù e Maria al Golgota, due gruppi di emblemi della Passione. Nella prima metà dei quasi cent’anni in cui la chiesa dedicata alla Madonna ‘Addolorata’ veniva costruita, Casale Monferrato fu invasa e occupata da molti conquistatori – francesi, spagnoli e austriaci – e alla storica battaglia combattuta il 14 giugno 1800 nella vicina Marengo perirono circa 19 migliaia soldati dell’esercito francese al comando di Napoleone e delle truppe dell’Impero Austro-Ungarico. Dal 12 dicembre 1798 al 17 maggio 1799 nella città insorta venne instaurata una repubblica, di cui era emblematico un albero della libertà e tra l’inizio e gli anni ’40 del XIX secolo la città monferrina divenne la capitale dell’agricoltura italiana e una strategica roccaforte militare del regno piemontese, che dal 1848 cominciò a condurre le guerre ‘risorgimentali’ e nel 1849 Casale Monferrato venne assediata… e si difese strenuamente. Osservando l’immagine iconica scolpita all’ingresso della chiesa dell’Addolorata subito ho pensato alla fotografia simbolica della carneficina di bambini uccisi nell’assedio della Striscia di Gaza cominciato il 6 ottobre 2023 e non ancora cessato, anzi: perdurante nonostante la tregua dichiarata il 10 ottobre scorso e dal 28 febbraio di quest’anno inasprito a causa dell’escalation del conflitto in Medio Oriente. L’immagine che raffigura questa strage degli innocenti che accade nel presente alla vista di tutti, ‘sotto gli occhi’ dell’intera umanità, è opera di Mohammed Salem, un fotoreporter della Reuters, che l’ha ‘scattata’ il 2 novembre 2023 e intitolata A Palestinian Woman Embraces the Body of Her Niece, e diventata celebre con la denominazione Pietà di Gaza proprio per la sua analogia alla Pietà dell’iconografia cristiana e la sua similitutine a un dettaglio della raffigurazione del bombardamento di Guernica avvenuto il 26 aprile 1937, un’immagine che da allora è la rappresentazione universalmente simbolica dell’atrocità della guerra. Eseguita da Pablo Picasso su commissione del Governo Repubblicano spagnolo per rappresentare la nazione iberica all’Expo 1937, l’Esposizione internazionale “Arts et Techniques dans la Vie moderne” allestita a Parigi, Guernica attirò l’attenzione dell’ambasciatore tedesco e alto ufficiale delle SS naziste, Otto Abetz, che era un docente di arte e alla cui osservazione, una critica all’opera si discostava dai canoni classici, “Avete fatto voi questo orrore, maestro?” il pittore replicò, riferendesi invece all’atrocità del soggetto raffigurato: «No, lo avete fatto voi». E, varcando il portone su cui la figura della Pietà è indelebilmente incisa, mi sono ricordata che proprio quest’anno alla ricorrenza del 4 novembre a Casale Monferrato lo storico Marcello Ingrao aveva rammentato che, poiché tale rappresentazione dell’inutile strage strideva con la propaganda militarista del fascismo, dopo la prima guerra mondiale tutte le lapidi e i monumenti facenti esplicito riferimento alla Pietà vennero abbattute e, così, rimosse dalla memoria degli italiani. Inoltre, mentre osservavo i disegni dei bambini esposti ‘nella cornice’ della chiesa critiana cattolica mi sono ricordata di Moamen Abo Alouf, che il 9 giugno 2025 l’IDF ha bersagliato e ucciso mentre, insieme a tre paramedici, era a bordo di un’ambulanza in corsa nel quartiere Al Tuffah di Khan Younis. Nel suo ultimo video, da lui pubblicato il giorno prima sui social-media, il giovane reporter palestinese musulmano aveva documentato la celebrazione della messa nella chiesa di San Porfirio, una delle più antiche della cristianità. Così ho pensato che l’arte può essere significativamente espressiva quando mostra la realtà della sofferenza e della disperazione, o della gioia e della speranza, umane con immagini che possono superare qualsiasi ‘confine’, soprattutto le barriere immaginarie che dividono l’umanità in popoli e separano tra loro i popoli di differenti paesi e religioni o ideologie, feticismi e fanatismi. M.B. – Do You agree? (Sei d’accordo?) Mohammed Timraz ha risposto: > Surely , I definitely agree. Art is not merely a form of aesthetic expression; > it is a universal human language capable of crossing geographical, political, > and cultural boundaries. Especially in times of crisis, art takes on a deeper > role, allowing people to see the suffering and hopes of others through a > shared human perspective. > > When artistic works sincerely portray feelings of pain or hope, they touch the > universal values that all people share, regardless of differences in > countries, religions, or ideologies. In this way, art can break the imaginary > barriers between peoples and open the door to empathy, dialogue, and mutual > understanding. > > Therefore, in such circumstances, art does not only reflect reality; it can > also help build human bridges that go beyond divisions and remind us of what > unites us as human beings. > > Certamente, sono assolutamente d’accordo. L’arte non è solo una forma di > espressione estetica: è un linguaggio umano universale capace di oltrepassare > i confini geografici, politici e culturali. Soprattutto in tempi di crisi, > l’arte assume un ruolo più profondo, permettendo alle persone di vedere la > sofferenza e le speranze degli altri attraverso una prospettiva umana > condivisa. > > Quando le opere artistiche ritraggono sinceramente sentimenti di dolore o > speranza, toccano i valori universali che tutti condividono, indipendentemente > dalle differenze di paese, religione o ideologia. E così l’arte può abbattere > le barriere immaginarie tra i popoli e aprire la porta all’empatia, al dialogo > e alla comprensione reciproca. > > Pertanto, in tali circostanze, l’arte non si limita a riflettere la realtà; > può anche contribuire a costruire ponti umani che vanno oltre le divisioni e > ci ricordano ciò che ci unisce come esseri umani. Maddalena Brunasti
March 9, 2026
Pressenza
Aiuto e solidarietà ai migranti alla frontiera tra Italia e Francia. Intervista a Silvia Massara
Per i migranti che vi arrivano grazie al passaparola, il Rifugio Fraternità Massi di Oulx è da anni un accogliente luogo di passaggio prima di tentare l’attraversamento della frontiera per restare in Francia o proseguire per altri Paesi europei. A causa dei respingimenti, il tentativo viene spesso ripetuto. Ne parliamo con Silvia Massara, una dei volontari impegnati da anni in quest’opera di aiuto e solidarietà. Il Rifugio Fraternità Massi di Oulx è aperto dal 2018, ma il sostegno ai migranti che arrivano in Val Susa esiste da prima. Puoi ripercorrere le tappe della vostra storia? A Bardonecchia gli arrivi di migranti in treno iniziano a marzo-aprile 2017. All’inizio sono quasi solo guineani che arrivano direttamente dagli sbarchi nel Sud Italia e si incamminano a piedi verso il Col de l’Echelle senza essere fermati dalla polizia italiana. Durante l’estate gli arrivi si intensificano e alcuni residenti prendono l’abitudine di tenere in macchina cibo e giacche da offrire. Spesso i migranti si perdono e vengono riportati indietro da chi è andato in gita. I primi freddi dell’autunno allarmano il nostro piccolo gruppo, così cerchiamo senza grandi risultati di coinvolgere le istituzioni locali. Ogni sera andiamo alla stazione con tè caldo e coperte e cerchiamo di far aprire un magazzino riscaldato per accogliere la gente, anche perché la neve arriva presto abbondante e le temperature si abbassano molto. Poi a fine novembre le ferrovie, stanche del fatto che la stazione sia diventata un luogo di rifugio e di cura, decidono di chiuderla completamente. Qualche giorno dopo, con l’aiuto di Rainbow4Africa, una Ong che dopo aver operato in Africa era già intervenuta a Lesbo, si apre una piccola stanza ripulita e riscaldata. Attorno alla stazione si forma una rete di solidarietà, proveniente dalla media e bassa Val Susa e in cui gli attivisti No TAV sono numerosi, che viene in soccorso al nostro piccolo gruppo locale. Con il pericolo delle valanghe al Col de l’Echelle, riusciamo gradualmente a convincere i migranti a utilizzare il Col du Montgenèvre, più controllato ma meno pericoloso. Da dicembre 2017 a marzo 2018 tutte le sere saliamo a Clavière con le nostre auto per raccogliere le persone che sono state respinte o che rinunciano a causa del freddo molto intenso e della neve molto alta. Decidiamo di chiedere aiuto al sindaco e al parroco di Clavière, anche in questo caso senza esito. È in questo contesto d’emergenza, con arrivi fino a 60 persone, che nella notte tra il 21 e il 22 marzo 2018 viene occupata la vasta sala parrocchiale situata sotto la chiesa di Clavière. Il giorno successivo all’occupazione contattiamo Don Chiampo, parroco di Bussoleno e punto di riferimento della Caritas della Val Susa, per chiedergli un aiuto per evitare l’evacuazione immediata. L’evacuazione non avviene e cresce la collaborazione tra solidali francesi e italiani. Nasce il collettivo “Chez Jésus”. Arrivano donazioni, nonostante la lontananza di Claviere: cibo, prodotti per l’igiene, scarponi, zaini, ecc. Tuttavia permane la minaccia dell’evacuazione, che poi avverrà il mattino del 10 ottobre 2018. Il 18 settembre 2018 apre il rifugio Fraternità Massi di Oulx, situato in un ex edificio salesiano gestito dalla fondazione Talità Kum, il cui presidente è don Luigi Chiampo. Inizialmente il rifugio ha solo una decina di posti e apre solo di notte e poche ore di giorno, poi i posti diventeranno 45, fino al cambio di sede tre anni dopo. Nel frattempo nella notte tra 8 e 9 dicembre 2018 viene occupata la casa cantoniera all’uscita di Oulx, poi sgomberata il 23 febbraio 2021 dalla polizia italiana. Queste occupazioni a fini sociali e umanitari sono state oggetto di una vasta indagine giudiziaria che ha coinvolto più di 170 persone. Diciassette di loro hanno ricevuto un divieto amministrativo di soggiorno nella zona del confine della durata di sei mesi, ma alla fine sono stati tutti assolti, giacché è stata riconosciuta la loro finalità umanitaria. Credo che al buon esito della vicenda abbia contribuito una petizione con migliaia di firme, lanciata su entrambi i lati del confine per segnalare la situazione di emergenza umanitaria.  Quanti migranti riuscite ad accogliere attualmente? Il rifugio dispone di circa 70 posti letto, a cui se ne aggiungono alcuni in un container esterno. Ma bisogna pensare che ospitiamo persone in viaggio, con nuovi arrivi e nuove partenze ogni giorno; le persone di oggi non c’erano ieri e non ci saranno domani, o almeno si spera, perché se ci sono  significa che sono state respinte. La difficoltà sta nell’imprevedibilità del numero degli arrivi, che dipende in parte dalla stagione, ma soprattutto dai flussi che iniziano migliaia di km più in là. Le persone si comportano in modo diverso a seconda della rotta che hanno seguito e della loro esperienza nell’affrontare la montagna. I giovani afghani non temevano il freddo, la neve, le montagne per esperienza vissuta e non erano fermati dall’attraversamento del mare, quindi arrivavano in massa anche in pieno inverno. Ora che arrivano persone da Sudan e Maghreb il fatto che partano spesso dalla Libia o dalla Tunisia fa sì che ci sia un calo invernale più marcato. Fino adesso si è riusciti a non rifiutare l’ingresso a nessuno, anche se ci sono stati momenti difficilissimi, con numeri fino a 230 persone in un solo giorno.  Quante persone “lavorano” al rifugio, tra volontari e personale fisso? Il numero dei volontari è difficile da definire: credo che una quarantina sia più o meno il numero dei regolari, ma si va da chi viene sempre una volta alla settimana ed è sovente punto di riferimento di aspetti diversi a chi arriva magari da Vicenza o da Genova per quattro giorni tutte le volte che riesce a ritagliare uno spazio. Poi c’è un numero grandissimo di volontari che vengono in modo sporadico, o che si avvicinano per la prima volta, magari passano da noi le ferie ma non sempre riescono a ritornare. O le comunità capi scout della zona che ci adottano da anni e a turno vengono nel fine settimana per le pulizie. Infine ci sono i gruppi che vengono episodicamente, spesso gruppi scout in uscita che si dedicano al rifugio durante il loro cammino o classi maggiorenni di insegnanti illuminati. Il personale stipendiato è costituito da circa 10 operatori che dipendono da Talità Kum e sono responsabili della struttura, dalle operatrici legali che dipendono dalla Diaconia Valdese e dalla referente medico e infermieri di Rainbow for Africa. Puoi descriverci nella pratica cosa succede al rifugio ogni giorno? Come ho già detto, la premessa è che le persone che arrivano sono in viaggio, si fermano quindi indicativamente una notte e ripartono il giorno seguente. La mattina vengono riunite nel salone e si cerca di dare tutte le informazioni necessarie sui due temi che più ci stanno a cuore: la riduzione dei rischi in montagna e la difesa dei diritti in frontiera. Si insegnano a usare la coperta di sopravvivenza e gli scaldamani, si forniscono i numeri telefonici di soccorso, si cerca di raccontare cos’è una valanga e dove non si deve passare, si spiega cosa avviene se si è fermati dalla polizia francese, quali sono i propri diritti e cosa succede se si viene respinti. I MSNA (minori non accompagnati) negli ultimi anni possono presentarsi in polizia al confine e normalmente vengono fatti passare. Intanto tutti ricevono il vestiario adatto alla stagione e un panino o pasta di dattero per affrontare le lunghe ore di cammino. Dopo le partenze dei bus al mattino e dopo pranzo verso la frontiera la giornata prosegue normalmente più calma, a meno che ci siano grandi numeri di migranti. Nel frattempo sono state fatte decine di lavatrici e le pulizie di tutto l’edificio. Verso sera purtroppo possono rientrare i respinti, portati dal furgone dei volontari della CRI. La giornata si chiude presto, alle 19, poiché tutti sono sfiniti. Cosa riuscite a offrire ai migranti, spesso traumatizzati dalle violenze subite durante il viaggio, oltre a un momento di riposo, indumenti adatti e indicazioni pratiche per superare il confine? Non vengono date informazioni pratiche per superare il confine, metterebbe tutti in pericolo,  ma informazioni sulla sicurezza e informazioni legali. Quello che si spera di offrire è uno spazio in cui si sentano guardati come persone, ascoltati se lo desiderano, confortati se ne sentono il bisogno. Dopo giorni o mesi in cui sono stati trattati come pacchi o corpi da usare, farli sentire come persone è già moltissimo. Quali sono i Paesi di provenienza più rappresentati e quali le situazioni drammatiche che li inducono a cercare una vita migliore in Europa? Ci sono stati molti cambiamenti nei flussi in questi anni: all’inizio giovani dell’area subsahariani francofoni in cerca di aiuto dalla Francia che si era presa le loro risorse e che speravano potesse accoglierli. Poi tra il 2020 e il 2022 popoli dai Balcani, soprattutto afghani e molti kurdi, in fuga da guerra e persecuzioni. Nel 2023 un enorme numero di sudanesi di nuovo in fuga dalla guerra, a cui l’anno scorso si sono aggiunte molte persone da Eritrea e Etiopia, con un numero impressionante di minori non accompagnati (anche 30 in un giorno). In questa fase ancora tanti dal Sudan e in aumento dal Marocco, attirati dalle nuove normative spagnole che rendono relativamente più facile ottenere un permesso di soggiorno. Al rifugio arrivano spesso minori non accompagnati, che magari hanno iniziato il loro viaggio a 12, 13 anni. Da cosa fuggono e quali sono le procedure nei loro confronti in Italia e in Francia? Molti sono “inviati” dalle famiglie che investono su di loro con grandi sacrifici, altri cercano di raggiungere famiglie lontane. In Italia sono i servizi sociali che devono occuparsene, in valle ci sono due case di accoglienza. Ma moltissimi di loro fuggono perché hanno un obiettivo chiaro da raggiungere, se non è la famiglia sono amici o conterranei che li stanno aspettando in altri Paesi europei, quindi ovviamente non c’è niente che li convinca a fermarsi. Se si sono già dichiarati minori all’entrata in Italia o se arrivano dai Balcani e non sono stati ancora registrati si possono presentare alla stazione di polizia che si trova sul territorio francese e dichiararsi minori per essere accolti. Normalmente vengono presi in carico da un’associazione di difesa dell’infanzia che li indirizza a Gap, dove dovrebbero passare l’esame di riconoscimento dell’età, ma molti proseguono il loro viaggio. Tra il vostro rifugio e Terrasses Solidaires di Briançon c’è uno scambio continuo e una condivisione di valori e attività. Puoi descriverci brevemente quali sono e cosa fanno le organizzazioni solidali francesi? I rapporti tra noi e i francesi sono rigorosamente legati a due temi principali: la riduzione dei rischi in montagna e la difesa dei diritti in frontiera (respingimenti illegali ecc). Ogni altro rapporto ci metterebbe in una situazione di pericolo. Refuges Solidaires è il nome del rifugio francese (strutturato su quattro sedi). La parte principale, che ha circa 70 posti come da noi, accoglie quotidianamente le persone in viaggio che transitano da Briançon sul loro percorso verso altre città francesi o più spesso verso la Spagna e i Paesi del nord Europa. Si chiama Les Terrasses Solidaires e contiene anche gli uffici di altre associazioni che collaborano: Médecins du Monde, che ha sede a Briançon da anni e partecipa alla parte sanitaria e alle azioni di solidarietà in montagna dette “maraudes”, Toutes et Tous Migrants, che si occupa della parte “politica”, dei ricorsi con gli avvocati, delle manifestazioni, ecc e il collettivo RDRM (Réduction des risques en montagne) che nelle notti di inverno percorre i sentieri in territorio francese per portare aiuto alle persone in pericolo di vita. I valori che ci legano si esplicitano sovente attraverso manifestazioni comuni, come la Grande Maraude Solidaire degli anni passati, la Commemor’Action dei morti lungo le frontiere, una giornata mondiale di lotta che si tiene il 6 febbraio, convegni, ecc. Che cosa ti hanno dato questi anni di intensa attività? Cosa ti dà la forza per continuare questo impegno? Sicuramente la nostra vita è cambiata, aver incontrato le persone che sono passate di qui ci fa vedere il mondo in modo diverso, fare esperienza della dignità e del coraggio di coloro che incontriamo ci cambia. In me è cresciuta la percezione di ciò che ci accomuna tutti, una sensazione forte di vicinanza e un gran bisogno di concretezza. Mi sento parte di una rete di persone con cui condivido tanto; è questo il motivo per cui la convinzione non si è affievolita negli anni. Foto di Aldo Amoretti, Matteo Placucci e vari attivisti Anna Polo
March 9, 2026
Pressenza