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José Martí e Malcolm X: “Amor con amor se paga” contro il blocco delle rotte solidali
Il 19 maggio non è stata una semplice coincidenza cronologica, ma un nodo geopolitico della memoria. Nel 1895 cadeva a Dos Ríos l’Apostolo di Cuba, José Martí; trent’anni dopo, nel 1925, nasceva a Omaha colui che sarebbe diventato Malcolm X. Sebbene separati dalle specificità delle loro epoche, i due leader convergono su un’intuizione fondamentale che oggi, di fronte alle nuove forme di aggressione asimmetrica e di tutela coloniale nel continente, acquisisce una drammatica urgenza: la liberazione dei popoli non si baratta, né si delega alla benevolenza dell’oppressore. Martí conobbe il “mostro” dall’interno, vivendo a New York. Nella sua celebre lettera testamento a Manuel Mercado, scritta il giorno prima di morire, chiarì il fulcro della sua intera esistenza: impedire a tempo, con l’indipendenza di Cuba, che gli Stati Uniti si estendessero per le Antille e ricadessero, con quella forza in più, sulle terre d’America. Martí comprese la transizione dal vecchio colonialismo spagnolo all’imperialismo finanziario e geopolitico statunitense allora in nuce. Martí non concepiva la rivoluzione senza un’adeguata preparazione e un’organizzazione scientifica (da qui la fondazione del Partito Rivoluzionario Cubano). Sapeva che le “trincee d’idee valgono più delle trincee di pietra”, ma non lasciò i fucili nei depositi: andò a morire in prima linea perché la dignità e la sovranità necessitano di una postura di difesa intransigente. Malcolm X, tre decenni più tardi, riprende quel testimone analitico dal cuore stesso della metropoli imperiale. La sua teoria della “colonizzazione interna” scardina l’illusione delle democrazie occidentali: dimostra che il trattamento riservato alle minoranze o olisticamente alle classi subalterne all’interno degli Stati Uniti ricalca esattamente i meccanismi di saccheggio, estrazione di plusvalore e militarizzazione dei territori applicati nella periferia globale. Entrambi rifiutano il riformismo cosmetico. Per Martí, l’autonomia formale concessa dalla Spagna era una trappola; per Malcolm, i soli “diritti civili” sganciati dai diritti umani e dall’autodeterminazione economica erano un sonnifero per la coscienza di classe e di “razza”. L’analisi della colonizzazione interna prodotta da Malcolm X rimane un contributo lucido per la geopolitica contemporanea. Ha dimostrato come, mentre gli imperi occidentali concedevano indipendenze formali nella periferia, nel cuore delle metropoli si perfezionava un modello di sottomissione economica, culturale e politica che estraeva plusvalore e militarizzava i quartieri popolari attraverso settori riformisti, senza la necessità di governatori stranieri visibili. Sia il concetto martiano di Patria come umanità – intesa non come nazionalismo borghese o egoismo identitario, ma come superamento etico delle frontiere in cui la liberazione del proprio popolo è solo il tassello di un dovere universale verso tutti gli oppressi – sia quello della resistenza interna al colonialismo nel cuore delle metropoli imperialiste, proposto da Malcolm X, mantengono intatta la loro vigenza. Acquistano, anzi, una vigenza drammatica oggi che la neocolonizzazione si impone mediante il ricatto finanziario, l’uso asimmetrico della tecnologia bellica, il “lawfare” giudiziario e il predominio di narrazioni neoliberiste che cercano di privatizzare la coscienza dei popoli e di trasformare i migranti nei capri espiatori per eccellenza. Il filo storico che unisce Malcolm X al Sud Globale ha una pietra miliare indelebile: l’incontro con il Comandante Fidel Castro, avvenuto la sera del 19 settembre 1960 nella stanza numero 30 dell’Hotel Theresa di Harlem. Quella riunione non fu un gesto protocollare, ma il frutto della decisa scelta della delegazione cubana che, rifiutando le provocazioni e le espulsioni discriminatorie degli alberghi di lusso di Midtown Manhattan, scelse di trasferirsi nel cuore del quartiere afroamericano su invito del Comitato di Accoglienza guidato dallo stesso Malcolm X. Quel dialogo di trenta minuti suggellò il riconoscimento mutuo di due avanguardie che intendevano la liberazione degli oppressi dentro la metropoli e la sovranità delle nazioni aggredite come parti di una stessa trincea. Il loro messaggio si moltiplicò anche nelle metropoli d’Europa quando, negli anni ’70, dall’Italia alla Francia alla Germania i rivoluzionari tentarono di dare “l’assalto al cielo” unendo le lotte operaie con quelle dei “dannati della terra”. Il presente ci mostra il costo di aver perduto o sottovalutato quegli insegnamenti, dai paesi d’Europa, al Sud Globale. Laddove gli Stati sovrani rinunciano a edificare una deterrenza tecnologica, asimmetrica e popolare per cedere al reallineamento forzato con i mercati finanziari di Washington, “il pragmatismo economico” sostituisce la spinta ideale collettiva. L’incontro di Fidel e Malcolm X ci ricorda oggi che la solidarietà internazionalista e la memoria storica sono i principali antidoti contro l’egemonia del dollaro e del Pentagono. Questo asse ideologico trova la sua trincea più difficile nella solidarietà fra i popoli che rifiutano la logica del protettorato. Dalla Repubblica Bolivariana del Venezuela, un paese che oggi cerca di resistere dopo il sequestro del Presidente Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores, la campagna “Amor con amor se paga”, promossa a sostegno della Cuba rivoluzionaria, e la solidarietà espressa al popolo boliviano in lotta, ai palestinesi e allo storico orgoglio di Haiti, non sono formule retoriche, ma una necessità geopolitica vitale. La realtà attuale mostra la ferocia di un imperialismo che ha focalizzato la sua strategia proprio nel recidere e criminalizzare questi canali di mutuo soccorso, militarizzando le rotte marittime e usando il ricatto finanziario per impedire il travaso di risorse strategiche tra governi fratelli. Frenare questo interscambio solidale è il tentativo di Washington di dimostrare che non esiste alternativa al capitalismo e all’orbita del mercato transnazionale. Ma è proprio di fronte a questo strangolamento che l’intransigenza di Martí e Malcolm X recuperano centralità, unendosi alla “creazione eroica” del marxista José Carlos Mariátegui. Questa creazione eroica si esprime oggi nella capacità di fuggire dalle semplificazioni dogmatiche, di condurre trattative tattiche necessarie per preservare la continuità politica, senza però permettere l’evaporazione della spinta ideale collettiva o lo smantellamento delle strutture di base: come sta facendo Cuba. Gridare al tradimento o perdersi nella cacofonia sterile dei social media di fronte ai colpi subiti dalle rivoluzioni è un lusso che i popoli sotto assedio non possono permettersi. Geraldina Colotti
May 29, 2026
Pressenza
I CPR come aula didattica
di Nicola Cocco e altri dieci autori* L’università deve essere il luogo del pensiero critico e della tutela della vita, autonomo ed indipendente, e non un braccio formativo di progetti …
Innocenti sovversioni
di Mauro Armanino Dalle parole tracciate su un muro di Genova ai gesti di chi resiste alle dittature, alle guerre, allo sfruttamento e alla menzogna: un viaggio nelle “innocenti sovversioni” …
OBEY a Napoli: arte, pace e diritti umani alle Gallerie d’Italia
Dal 6 maggio al 6 settembre 2026 la mostra curata da Giuseppe Pizzuto racconta il linguaggio visivo di Shepard Fairey tra pace, giustizia sociale, propaganda e spazio pubblico. La pace, i diritti umani, la giustizia sociale, il rifiuto delle discriminazioni e il ruolo delle comunità attraversano da anni il lavoro artistico di Shepard Fairey, una delle figure più riconoscibili della street art contemporanea internazionale. Sono questi i temi che ritornano con forza in OBEY: Power to the peaceful, la mostra curata da Giuseppe Pizzuto e ospitata alle Gallerie d’Italia – Napoli dal 6 maggio al 6 settembre 2026. Il percorso espositivo non si presenta soltanto come una raccolta di opere, ma come un attraversamento visivo del nostro presente. Guerre, disuguaglianze, propaganda, conflitti sociali e ricerca di nuove forme di convivenza emergono attraverso immagini potenti, immediate, pensate per arrivare direttamente allo spettatore. Tutto questo prende forma in un’esplosione di colori accesi, geometrie nette, simboli riconoscibili e figure monumentali. Le opere di OBEY sono fruibili, dirette, quasi magnetiche. Catturano lo sguardo con la forza della cultura pop e della grafica urbana, ma dietro quella bellezza apparentemente immediata custodiscono messaggi profondi, civili e universali. È proprio questo uno degli aspetti più forti della mostra: la capacità di trasformare temi complessi come pace, diritti umani, giustizia sociale, propaganda, discriminazione e responsabilità collettiva in immagini di grande pregio comunicativo. Immagini che arrivano subito, quasi fisicamente, e solo dopo chiedono allo spettatore di fermarsi, osservare meglio e interrogarsi. Le opere di OBEY utilizzano gli stessi codici della propaganda, con figure iconiche, slogan, colori netti e costruzioni grafiche potenti, per ribaltarne però il significato dall’interno. Non chiedono obbedienza, ma attenzione. Non impongono risposte, ma aprono domande. Il percorso espositivo si articola nei nuclei tematici People Power, Propaganda, Guerra e Pace e Giustizia Sociale, raccogliendo oltre 130 opere tra lavori storici, rarità d’archivio e opere inedite. Alcuni lavori sembrano condensare perfettamente il senso dell’intera mostra: “Make Art Not War”, “Uplift Justice” e “Chaos Rise Above” raccontano la pace non come concetto astratto, ma come scelta concreta, partecipazione e responsabilità condivisa. In queste immagini il colore non addolcisce il messaggio, lo amplifica. È una bellezza che scuote, un’armonia attraversata da inquietudine e memoria. Rosso, nero, oro, simboli floreali, volti femminili, richiami spirituali e politici convivono creando una tensione continua tra estetica e contenuto. Tra le opere più emblematiche emerge anche “Third Eye Open Peace”, dove il simbolo della pace compare all’interno dello sguardo stesso dell’immagine, quasi a suggerire una diversa forma di consapevolezza. Lo stesso messaggio esce poi dalle sale del museo e raggiunge la città attraverso il grande murale realizzato da Shepard Fairey a Ponticelli, già raccontato da Pressenza nell’articolo: Napoli, a Ponticelli il murale “Third Eye Open Peace” di Shepard Fairey: arte pubblica per la pace Con “Third Eye Open Peace”, il linguaggio di OBEY attraversa anche la periferia urbana, trasformando un muro in uno spazio pubblico di dialogo e riflessione. È qui che la street art ritrova forse la sua natura più autentica: interrompere il flusso distratto della città e restituire alle immagini una funzione collettiva, accessibile a tutti. Il rapporto tra Shepard Fairey e Napoli appare particolarmente naturale. L’artista ha descritto la città come un intreccio continuo di vecchio e nuovo, bellezza e disordine, energia popolare, architetture monumentali e segni del tempo. Una città visivamente viva, stratificata, imperfetta e proprio per questo profondamente vicina al suo immaginario artistico. Anche la scelta di intervenire a Ponticelli non appare casuale. L’arte pubblica può contribuire a generare attenzione, orgoglio e partecipazione all’interno dei quartieri, senza ridurre la rigenerazione urbana a semplice operazione estetica. In questo caso il murale non cancella l’identità del luogo, ma prova a dialogare con essa, portando nel quotidiano un messaggio di pace, responsabilità e consapevolezza. Nato dalla cultura skate e dalla grafica underground degli anni Novanta, Shepard Fairey ha costruito nel tempo un linguaggio visivo riconoscibile in tutto il mondo. Il suo nome è legato anche all’iconica immagine “HOPE”, realizzata per la campagna presidenziale di Barack Obama, diventata una delle immagini simbolo della cultura contemporanea. Ma il lavoro di OBEY va oltre la celebrità di una singola icona. La sua ricerca continua a muoversi tra arte pubblica, critica sociale e riflessione politica, utilizzando le immagini come strumenti capaci di generare partecipazione, consapevolezza e memoria collettiva. “OBEY: Power to the peaceful” non è soltanto una mostra da visitare, ma un’esperienza da attraversare lentamente, lasciandosi colpire dalla forza visiva delle opere e dalle domande che esse riescono ancora a porre. L’invito è rivolto ai cittadini napoletani, ai visitatori e ai tanti turisti che attraverseranno Napoli nei prossimi mesi: entrare nelle sale delle Gallerie d’Italia significa concedersi uno spazio di osservazione e riflessione attraverso un linguaggio immediato, potente e profondamente contemporaneo. A Shepard Fairey, e a tutti gli artisti che continuano a mettere il proprio linguaggio al servizio della pace, della giustizia sociale e della dignità umana, va riconosciuto il valore di non smettere di credere nel potere comunicativo dell’arte. Perché forse il compito più importante dell’arte contemporanea è proprio questo: impedirci di diventare indifferenti. Album fotografico a cura di Lucia Montanaro, realizzato durante la visita alla mostra “OBEY: Power to the peaceful” alle Gallerie d’Italia di Napoli. Lucia Montanaro
May 6, 2026
Pressenza
Piano inclinato verso le guerre permanenti
di Mario Sommella (*) L’ECONOMIA DELLA GUERRA: COME IL RIARMO STA RISCRIVENDO LA DEMOCRAZIA E APRENDO LA STRADA AL NUOVO AUTORITARISMO C’è un numero che dovrebbe gelare il sangue nelle vene di chiunque abbia a cuore la democrazia, la pace e la giustizia sociale: 2.887 miliardi di dollari. È la cifra record della spesa militare globale nel 2025, certificata dal Stockholm
Emilia-Romagna: in carovana fino al 14 giugno
Mentre a Ravenna la mobilitazione continua (ne scrive Manuela Foschi con un bel dossier fotografico) gli appuntamenti per ragionare su «diritti e rovesci» attraversano tutta la regione Per liberare Ravenna da armi e industria fossile  di Manuela Foschi Extinction Rebellion due giorni fa a Punta Marina ha detto «No alle armi a Ravenna e No alla industria fossile» di cui
E quando gli invisibili
di Mauro Armanino Tra frontiere, stanze senza finestre e vite cancellate dal potere, gli invisibili continuano a costruire mondi alternativi: quando prenderanno coscienza della propria forza, la storia cambierà finalmente …
Comitato-No di Palermo, continuare la lotta per la pace contro il riarmo
Dal capoluogo siciliano un forte richiamo affinché dopo la vittoria del NO, i movimenti dal basso continuino le proprie battaglie e dire un’altro NO alla politica del riarmo, per difendere la Pace, la giustizia sociale e ambientale, e salvaguardare la tutela della salute e il diritto all’istruzione pubblica _   Ora che la vittoria del No al referendum ha messo un punto fermo nell’azione di contrasto alle politiche autoritarie e repressive del governo, il problema che si pone è quello di capitalizzare la forza espressa dai movimenti che sono stati in grado di mobilitare milioni di cittadine e cittadini per ottenere questo risultato. Si tratta di capire come, partendo dalla mobilitazione per il referendum e prima ancora dalle mobilitazioni in favore del popolo palestinese e contro la guerra, si possa arrivare a creare un movimento dal basso che possa ridare piena voce e agibilità a milioni di persone che non trovano più rappresentanza all’interno dei soggetti istituzionalmente preposti ad offrirla, cioè i partiti. Sarebbe un errore pensare che i protagonisti di questa mobilitazione siano sempre ispirati da una comune visione della società e dei cambiamenti da realizzare per renderla migliore: in realtà, proprio questa esperienza ci insegna che a mobilitarsi e ad esprimere il proprio dissenso nei confronti della controriforma sulla giustizia non c’è stato solo il cosiddetto mondo della sinistra come noi siamo stati abituati a immaginarlo, ma anche moltitudini di persone che, pur vicine a sentimenti e idee della sinistra, non si riconoscono più nei modelli di rappresentazione classici che la sinistra stessa ha fin qui espresso e continua ad esprimere. Tra questi vi sono tantissimi giovani che hanno a cuore le sorti della nostra Costituzione forse molto più dei loro padri, ma che vivono una dimensione completamente diversa dell’ agire politico, a partire dal linguaggio e dai sistemi di comunicazione più in generale, rispetto alle generazioni che precedono la loro, protagoniste del ‘68, del ‘77, della Pantera, dei movimenti per la Pace o della lotta antimafia degli anni ‘80. Il desiderio di non chiudere questa stagione sciogliendo frettolosamente le righe prima ancora di aver iniziato lotte altrettanto importanti in difesa della democrazia è ora al centro della discussione avviata a Palermo nell’ambito del Comitato per il No promotore dell’appello del 12 febbraio sottoscritto da oltre duemila cittadini, della manifestazione del 7 marzo, di altre decine di iniziative e manifestazioni ed infine protagonista del significativo risultato conseguito il 22 e 23 marzo proprio nel capoluogo siciliano e in tutta l’Isola. Il 27 marzo scorso si è svolto un primo incontro partecipatissimo sia in presenza che da remoto che ha registrato molti interventi non solo concentrati sull’analisi di ciò che è avvenuto, ma soprattutto finalizzati ad individuare la direzione da intraprendere per assumere le iniziative future e non disperdere l’energia messa in moto da questa mobilitazione. Lotta per la Pace e contrasto alla politica per il riarmo, insieme a giustizia sociale, temi ambientali, difesa della sanità e dell’istruzione pubbliche sono tra le questioni più importanti da mettere in agenda per lanciare altre iniziative che ridiano fiducia e respiro a chi si è riconosciuto in questa ultima mobilitazione così come in quella per Gaza e a favore del popolo palestinese. In questo scenario, i partiti della sinistra non devono adagiarsi sugli allori di una vittoria che non è la loro quanto piuttosto dei tanti comitati e movimenti dal basso; tuttavia, questo può rappresentare un punto di partenza affinchè gli stessi partiti della sinistra riconsiderino il ruolo che fin qui hanno svolto. Gaspare Motta, organizzatore del Comitato che ha dato l’avvio ai numerosi interventi dei partecipanti all’incontro, ha definito questa mobilitazione una lotta contro il potere che ha portato al voto tra gli altri cinque milioni di persone che non si sentono più rappresentate; per lui, oggi occorre ripartire da due livelli, quello territoriale e quello più generale in cui possono e devono trovare ampio spazio anche quei temi che riconsiderino l’economia sulla base dei principi che l’art. 41 della Costituzione ha sancito prevedendo che essa “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” e “possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali”. L’esito di questo primo incontro post referendum ha posto l’accento sulla necessità di individuare alcune linee di indirizzo comuni, pur tenendo conto  della trasversalità che ha caratterizzato questo movimento e che può continuare a caratterizzarlo proprio partendo dalla ricerca degli elementi di condivisione ispirati alla difesa della Costituzione e dei principi di democrazia partecipata. Proprio la Costituzione, a partire dalle modalità con cui è stata concepita, rappresenta un punto di riferimento ideale e valoriale, un esempio su come si può fare sintesi delle diverse idee che tuttavia sono indirizzate a costruire una società più giusta e di pace. L’interesse è quello di coinvolgere tutti coloro che hanno a cuore la difesa della democrazia. L’idea in campo, scaturita dall’esito del dibattito, è quella di organizzare due giornate di confronto e dialogo con la città da svolgere su due livelli: territoriale, su come prendersi cura del territorio in un processo partecipato, e l’altro politico generale sui temi e le azioni rilevanti che caratterizzeranno le iniziative future sempre in difesa della Costituzione. Tra i tanti interventi di rappresentanti di associazioni, movimenti e partiti, mi piace dare risalto a quello di due donne, Silvia e Sara, che hanno sottolineato l’importanza che ha avuto in questa mobilitazione per il No il contatto diretto con le persone attraverso il volantinaggio e le discussioni che da esso sono scaturite: ne è venuto fuori un mondo dove c’è anche tanta incomprensione e mancanza di conoscenza dei temi politici, ma da parte di tutti c’è il forte desiderio di partecipare e di lottare per non perdere i propri diritti, anche quello di voto da parte di chi vi ha rinunciato ma verso il quale vorrebbe tornare. Questo è il tema dei temi: stimolare la partecipazione di chi non partecipa più, trovare nuovi linguaggi soprattutto nei confronti dei giovani che alle discussioni dei “grandi” partecipano pochissimo o non partecipano affatto. Occorre trasformare i cortei e le piazze, il cosiddetto movimento dal basso, in una grande forza critica che trovi nuovi modi di discutere fra le diverse generazioni per costruire insieme le future battaglie per il cambiamento della società. Enzo Abbinanti
March 29, 2026
Pressenza