Cazzullo in Africa, un’occasione persaA cavallo fra maggio e giugno è andato in onda su La7, con enorme successo di
pubblico, Faccetta nera, un documentario in due puntate sulla storia del
colonialismo italiano. Scritto e condotto da Aldo Cazzullo, il progetto è
imponente in termini di lunghezza e sforzo produttivo, rappresenta per molti
aspetti un unicum nella storia dei palinsesti italiani, e merita senz’altro di
essere commentato e discusso.
Le premesse non erano delle migliori. Il reportage con cui il 15 maggio Aldo
Cazzullo, sulle colonne dell’inserto 7 del Corriere della Sera, anticipava il
lungo documentario che sarebbe stato trasmesso in prima serata, già faceva
inarcare le sopracciglia del lettore accorto. Certo il pezzo non appartiene al
vecchio repertorio apertamente apologetico: riconosce l’uso dei gas, parla della
guerra fascista come di un crimine contro l’umanità, ricorda la brutalità
dell’occupazione italiana; allo stesso modo, però, fa uso di registri narrativi
che continuano a riprodurre l’immaginario coloniale anche mentre denunciano
apertamente la violenza del colonialismo. L’Africa del reportage resta
soprattutto uno scenario per un viaggio nella memoria nazionale: Massaua,
Asmara, Addis Abeba non vengono realmente restituite come luoghi dotati di una
propria soggettività storica e politica; diventano piuttosto tappe di un
pellegrinaggio sentimentale, in un testo attraversato dalla continua
oscillazione fra condanna morale e fascinazione estetica. Non si tratta della
negazione dei crimini, ma si nota il rischio di una loro neutralizzazione
narrativa dentro un racconto estetizzante, paternalista e sentimentale
dell’esperienza coloniale. Il rischio di un’Italia che riesce ormai a
riconoscere la violenza del colonialismo senza riuscire però davvero a
decentrarsi dal proprio sguardo coloniale.
Le premesse, dicevamo, non erano delle migliori. Poi il 27 maggio è andata in
onda la prima parte del documentario, con ombre e luci. Partiamo da queste
ultime: apprezzabile la volontà di non ridurre la violenza coloniale al solo
fascismo esplicitando con molta chiarezza le brutalità commesse dall’Italia
liberale, dal carcere di Nocra allo scandalo Livraghi; le poche ma precise
parole con cui Igiaba Scego ha inquadrato i rapporti di genere all’interno di
una relazione sempre gerarchica; l’accenno non scontato al fatto che l’impiego
della violenza estrema e degli stessi gas è di per sé il prodotto di una visione
razzista dell’altro, privato della sua umanità. Elementi di una ricostruzione
che venti, venticinque anni fa non avremmo visto in prima serata. E di questo va
dato atto al programma: una denuncia così netta, esplicita, documentata dei
crimini commessi dal colonialismo italiano, in televisione non si era mai
vista.
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Se proviamo infatti a collocare lo speciale Faccetta nera nella storia della
divulgazione televisiva degli ultimi trent’anni, questo è senz’altro uno dei
primi documentari sul colonialismo destinati a un pubblico televisivo ampio, e
il primo a mostrare tanto chiaramente la portata dei crimini coloniali italiani.
Negli anni Novanta la Rai aveva acquistato Fascist Legacy di Ken Kirby, una
produzione Bbc che metteva in luce con chiarezza i crimini di guerra del
fascismo italiano; tuttavia non fu mai trasmesso e si dovette attendere il 2003
per vederne alcuni stralci su La7 e poi, tre anni più tardi e su un canale a
pagamento, la versione integrale. Se poi cerchiamo tracce di una maggiore
consapevolezza del tema nella televisione italiana degli anni successivi,
bisogna attendere la nascita di Rai Storia nel 2009 e qualche episodio isolato,
come la puntata del 2007 di Correva l’anno dedicata all’impero fascista o quella
del 2014 de Il Tempo e la Storia sulla figura di Omar Al-Mukhtar, o ancora
quella del 2016 dello stesso programma, in cui Ernesto Galli della Loggia veniva
invitato a parlare di colonialismo italiano e della strage di Debra Libanòs, che
minimizzava affermando come tutto il colonialismo europeo fosse costellato di
episodi simili. Peraltro, si tratta di trasmissioni di breve respiro, certamente
non destinate alla prima serata, e che mantengono un profilo molto basso nel
racconto dei crimini, sia nella narrazione sia nei contenuti visivi. Dunque,
contestualizzandolo e mettendolo in prospettiva storica, il documentario di Aldo
Cazzullo emerge senz’altro come una positiva novità.
Certo nella prima parte c’è qualche scivolone in fondo perdonabile – a cui
accenniamo rapidamente: un po’ superficiale il modo in cui si mostrano i
memorabilia nella collezione Badoglio (e poi, nella seconda puntata, in quella
di Vittorio Emanuele III) senza problematizzarli; un po’ orientalista lo
sguardo, soprattutto su un’Eritrea solo capre e rovine – e un grosso, grosso
problema proprio al centro della puntata. Ci riferiamo all’enorme spazio dato a
Indro Montanelli, e l’imbarazzante modalità con cui è stata gestita la questione
della sua sposa bambina, affidando a Dacia Maraini (con tutto il rispetto per
l’autrice: ma perché?) una debolissima accusa, e a Marco Travaglio la difesa
d’ufficio – ripetendo argomenti già detti altrove e riassumibili in «così
facevan tutti»: no, Marco, punto primo non lo facevano tutti, punto secondo lo
facevano lì e non in Europa (dove andare a letto con una 12enne sarebbe stato
illegale e moralmente riprovevole anche allora) proprio perché il ruolo dei
dominatori consentiva la libertà assoluta di trascendere i limiti etici e
appropriarsi a piacere di spazi, risorse, corpi.
Detto di questo segmento indifendibile, nel complesso la prima parte ha lasciato
con un’impressione interlocutoria, rafforzata nei giorni seguenti dal fatto che
nei social media, al netto dei molti complimenti, la quasi totalità delle (non
poche) voci critiche accusava Cazzullo di essere stato troppo critico, troppo
anti-colonialista, troppo anti-italiano (adducendo le solite argomentazioni,
oscillanti tra il benaltrismo di «sì ma gli inglesi» e il classico «però gli
abbiamo costruito le strade»). Certo, se queste sono le reazioni di una parte
del pubblico italiano – per quanto rappresentativi possano essere i commenti sui
social – allora il documentario, con tutti i suoi limiti, una qualche utile
funzione pedagogica ce l’ha. O in altre parole: non stiamo tanto a sottilizzare,
ché qui di lavoro da fare ce n’è ancora moltissimo, ci pare.
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Poi, il 3 giugno è andata in onda la seconda e ultima puntata, che avrebbe
dovuto (in teoria) esaurire il tema della guerra e parlare di tutto il resto. Il
problema è che questo resto (ben poco a dire il vero) è stato rappresentato
dando continuamente di gomito allo spettatore, che apprende dell’imperatore
Haile Sellassie, figura ricostruita tra aneddoti di sapore esotico e
puntualizzando tra le righe che il merito di aver abolito la schiavitù comunque
spetta agli italiani; che la presenza italiana ha lasciato molte eredità
linguistiche, culinarie e architettoniche (che ci sono, ma sarebbe meglio
osservarle in maniera meno autocompiaciuta); che il tenente Guillet abbandonò
«in lacrime» la compagna africana per tornare dalla moglie italiana (presentato
come aneddoto romantico e non come un comune destino di migliaia donne e figli
abbandonati dai maschi rimpatriati). Un malcelato e ammiccante compiacimento –
sorvolo sulla citazione letterale, quasi con occhiolino al pubblico, dell’ascaro
secondo cui «Italiani grandi soldati, fare culo così agli abissini» – ha
ammantato queste poche cose non militari.
La deriva nostalgica che si innesca non appena entrano nell’inquadratura le
permanenze italiane nell’Eritrea di oggi è peraltro una retorica già vista nel
dibattito pubblico italiano degli ultimi decenni. Non è un caso che un articolo
de L’Espresso del 2000 a firma Pietro Veronese definisse Asmara una «commovente
città italiana» – immagine che sembra riecheggiare anche nell’approccio di
Cazzullo – come se questo luogo rappresentasse una sorta di zona franca nella
memoria del colonialismo, in cui (a differenza dell’Etiopia) prevalgono immagini
di «modernità» e «italianità» mentre il carattere violento e gerarchico del
dominio coloniale resta più facilmente sullo sfondo.
Colpisce inoltre, con la parziale eccezione della scrittrice di origine somala
Igiaba Scego coinvolta soprattutto nella prima parte, l’assenza di voci
autorevoli. Interpellati sul tema del colonialismo sono infatti il giornalista
Marco Travaglio e il regista Luca Guadagnino, forti della loro riconoscibilità
pubblica ma certo non qualificabili come esperti.
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Il risultato è che gran parte di queste altre due ore abbondanti è stata, di
nuovo, tutta schiacciata su una ricostruzione vecchio, vecchissimo stampo. In
cui non si fa altro che sciorinare elenchi di dati (uomini, mezzi, munizioni,
morti), battaglie dopo battaglie; ripetere mantra che si sarebbe potuto leggere
ottant’anni fa (gli italiani che a Keren «si batterono magnificamente»). Una
narrazione quasi interamente occupata dal fatto bellico, lasciando da parte la
cultura e la società: donne e uomini, la loro vita, lavoro, interazioni, mancano
completamente. L’Africa che Aldo Cazzullo racconta è ancora sostanzialmente
l’«avventura» (il termine ricorre più volte nella puntata del 3 giugno) che
raccontava – sarà un caso la scelta del titolo? – Arrigo Petacco in Faccetta
nera (Mondadori 2003), per non citare che un esempio editorialmente fortunato; o
l’Africa del cuore raccontata per decenni dagli ex coloni. Con l’aggiunta,
certo, di copiose informazioni sui crimini. Ma se il fenomeno è riassumibile in
una guerra, e alla fine la «colpa» coloniale è condensata nei crimini di guerra
e non in una relazione strutturalmente violenta e razzista, cosa rimane?
Un’occasione perduta – una grande occasione, considerando che mai nella tv
italiana si era visto tanto spazio, tempo, risorse e telespettatori (1,2 milioni
la prima sera) dedicati a questo tema – di dare agli italiani un affresco più
completo, ampio, sfaccettato.
Viene allora da chiedersi quale sia il senso di tutta l’operazione, quale
l’obiettivo, il messaggio. E sorge il sospetto che la risposta sia da cercare
nelle ultime frasi, che chiudono reportage e documentario, restando alla fine
impresse nella mente del pubblico. Frasi con cui Aldo Cazzullo conclude
sostenendo che tutta la ricostruzione conferma e dimostra una cosa: che gli
orrori coloniali sono stati un’eccezione rispetto alla vera identità italiana,
anzi, alla «vera vocazione» degli italiani che è «la pace», rispetto a cui tutto
il resto è un errore o, crocianamente, una parentesi.
L’operazione allora a questo serviva: a rinnovare il repertorio retorico
classico degli «italiani brava gente», ma in una forma aggiornata,
post-negazionista? Mandare a dormire gli spettatori tranquilli, perché i crimini
vengono sì denunciati con forza, forse per la prima volta con questa forza in
Tv, ma la violenza viene poi reinterpretata come deviazione temporanea rispetto
a un carattere nazionale fondamentalmente mite, umano, pacifico? Peccato.
*Ariela Desio è dottoranda in Studi storici presso l’Università di Siena e
l’Università di Firenze. La sua ricerca analizza i dibattiti pubblici sul
passato coloniale italiano tra il 1990 e il 2020, attraverso i media
tradizionali e digitali. È membro del progetto Horizon Europe Conciliare –
Confidently Changing Colonial Heritage ed è stata Visiting PhD Researcher presso
il Centre for Contemporary and Digital History (C2DH) dell’Università del
Lussemburgo. Prima di intraprendere il dottorato, ha insegnato lingua e
letteratura italiana nelle scuole secondarie di secondo grado statali. Emanuele
Ertola è ricercatore presso l’università di Siena dove insegna Storia
contemporanea. Si è occupato prevalentemente di storia del colonialismo, della
decolonizzazione, e di memoria pubblica. Il suo libro più recente è Tracce
fasciste. l’eredità materiale del Ventennio (Laterza, 2026).
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