Tag - colonialismo

Porte aperte da Tel Aviv per la marcia dei coloni che vogliono occupare Gaza
Un lungo e fitto serpentone di auto e persone, molte delle quali armate, si è diretto il 19 luglio verso Gaza. Era la “Marcia delle Migliaia verso Gaza”, dei coloni israeliani che hanno l’obiettivo di rivendicare la piena occupazione della Striscia e che infatti si è svolta sotto lo slogan […] L'articolo Porte aperte da Tel Aviv per la marcia dei coloni che vogliono occupare Gaza su Contropiano.
July 21, 2026
Contropiano
L’Africa salva il pianeta: alieni colonialisti, eroi etiopi
Alieni colonialisti arrivano da un pianeta lontano per schiavizzare la Terra. E stavolta è l’Africa a salvare il mondo. È la storia di Zufan (“trono” in amarico), fumetto della casa editrice etiope Etan Comics. Un thriller politico e diplomatico che riadatta in chiave fantascientifica un pezzo di storia vera: la Battaglia di Adua del 1896, quando l’Etiopia sconfisse l’esercito italiano e salvò la propria indipendenza. Per decenni il cinema d’animazione ha raccontato un’Africa fatta di misteri, magie e fauna selvatica. Il Re Leone ne è stato il simbolo più potente. Ma qualcosa sta cambiando. Il progetto di Etan Comics ha un doppio obiettivo: dare sostegno economico e visibilità ai talenti locali, e scardinare i vecchi stereotipi coloniali grazie a supereroi autentici, legati alla propria eredità mitologica e storica. Nella battaglia dell’immaginario collettivo, l’Africa non può permettersi ancora una volta di lasciar raccontare la propria storia agli altri. Per cambiare la propria narrazione, deve prima di tutto possederla. E l’animazione è tra gli strumenti più potenti per farlo.   Africa Rivista
July 15, 2026
Pressenza
L‘analisi di Fidel sulla crisi dell’attuale fase di mondializzazione capitalista
Chiunque in buona fede si rechi a Cuba  e ha una minima pratica della politica e delle elementari questioni socio-economiche, ha modo di constatare concretamente gli alti livelli di resistenza e d’organizzazione attraverso i quali il popolo cubano, diretto da un Partito Comunista e un Governo che in modo altamente […] L'articolo L‘analisi di Fidel sulla crisi dell’attuale fase di mondializzazione capitalista su Contropiano.
July 8, 2026
Contropiano
Apartheid globale: le migrazioni, la classe e la razza in un libro di Gennaro Avallone
Pochi mesi fa DeriveApprodi pubblica “Libertà di movimento. Nessuna persona deve morire di frontiere”, di Gennaro Avallone sociologo dell’Università di Salerno. Un libro che si dipana tra il pensiero dell’autore e alcune interviste che vengono inserite per intero nel testo, a costruire un discorso collettivo (Margherita Grazioli nella presentazione del […] L'articolo Apartheid globale: le migrazioni, la classe e la razza in un libro di Gennaro Avallone su Contropiano.
July 5, 2026
Contropiano
Cazzullo in Africa, un’occasione persa
A cavallo fra maggio e giugno è andato in onda su La7, con enorme successo di pubblico, Faccetta nera, un documentario in due puntate sulla storia del colonialismo italiano. Scritto e condotto da Aldo Cazzullo, il progetto è imponente in termini di lunghezza e sforzo produttivo, rappresenta per molti aspetti un unicum nella storia dei palinsesti italiani, e merita senz’altro di essere commentato e discusso.  Le premesse non erano delle migliori. Il reportage con cui il 15 maggio Aldo Cazzullo, sulle colonne dell’inserto 7 del Corriere della Sera, anticipava il lungo documentario che sarebbe stato trasmesso in prima serata, già faceva inarcare le sopracciglia del lettore accorto. Certo il pezzo non appartiene al vecchio repertorio apertamente apologetico: riconosce l’uso dei gas, parla della guerra fascista come di un crimine contro l’umanità, ricorda la brutalità dell’occupazione italiana; allo stesso modo, però, fa uso di registri narrativi che continuano a riprodurre l’immaginario coloniale anche mentre denunciano apertamente la violenza del colonialismo. L’Africa del reportage resta soprattutto uno scenario per un viaggio nella memoria nazionale: Massaua, Asmara, Addis Abeba non vengono realmente restituite come luoghi dotati di una propria soggettività storica e politica; diventano piuttosto tappe di un pellegrinaggio sentimentale, in un testo attraversato dalla continua oscillazione fra condanna morale e fascinazione estetica. Non si tratta della negazione dei crimini, ma si nota il rischio di una loro neutralizzazione narrativa dentro un racconto estetizzante, paternalista e sentimentale dell’esperienza coloniale. Il rischio di un’Italia che riesce ormai a riconoscere la violenza del colonialismo senza riuscire però davvero a decentrarsi dal proprio sguardo coloniale.  Le premesse, dicevamo, non erano delle migliori. Poi il 27 maggio è andata in onda la prima parte del documentario, con ombre e luci. Partiamo da queste ultime: apprezzabile la volontà di non ridurre la violenza coloniale al solo fascismo esplicitando con molta chiarezza le brutalità commesse dall’Italia liberale, dal carcere di Nocra allo scandalo Livraghi; le poche ma precise parole con cui Igiaba Scego ha inquadrato i rapporti di genere all’interno di una relazione sempre gerarchica; l’accenno non scontato al fatto che l’impiego della violenza estrema e degli stessi gas è di per sé il prodotto di una visione razzista dell’altro, privato della sua umanità. Elementi di una ricostruzione che venti, venticinque anni fa non avremmo visto in prima serata. E di questo va dato atto al programma: una denuncia così netta, esplicita, documentata dei crimini commessi dal colonialismo italiano, in televisione non si era mai vista.  LEGGI ANCHE… FASCISMO ALL’ARMI SIAM FASCISTI Redazione Jacobin Italia Se proviamo infatti a collocare lo speciale Faccetta nera nella storia della divulgazione televisiva degli ultimi trent’anni, questo è senz’altro uno dei primi documentari sul colonialismo destinati a un pubblico televisivo ampio, e il primo a mostrare tanto chiaramente la portata dei crimini coloniali italiani. Negli anni Novanta la Rai aveva acquistato Fascist Legacy di Ken Kirby, una produzione Bbc che metteva in luce con chiarezza i crimini di guerra del fascismo italiano; tuttavia non fu mai trasmesso e si dovette attendere il 2003 per vederne alcuni stralci su La7 e poi, tre anni più tardi e su un canale a pagamento, la versione integrale. Se poi cerchiamo tracce di una maggiore consapevolezza del tema nella televisione italiana degli anni successivi, bisogna attendere la nascita di Rai Storia nel 2009 e qualche episodio isolato, come la puntata del 2007 di Correva l’anno dedicata all’impero fascista o quella del 2014 de Il Tempo e la Storia sulla figura di Omar Al-Mukhtar, o ancora quella del 2016 dello stesso programma, in cui Ernesto Galli della Loggia veniva invitato a parlare di colonialismo italiano e della strage di Debra Libanòs, che minimizzava affermando come tutto il colonialismo europeo fosse costellato di episodi simili. Peraltro, si tratta di trasmissioni di breve respiro, certamente non destinate alla prima serata, e che mantengono un profilo molto basso nel racconto dei crimini, sia nella narrazione sia nei contenuti visivi. Dunque, contestualizzandolo e mettendolo in prospettiva storica, il documentario di Aldo Cazzullo emerge senz’altro come una positiva novità.  Certo nella prima parte c’è qualche scivolone in fondo perdonabile – a cui accenniamo rapidamente: un po’ superficiale il modo in cui si mostrano i memorabilia nella collezione Badoglio (e poi, nella seconda puntata, in quella di Vittorio Emanuele III) senza problematizzarli; un po’ orientalista lo sguardo, soprattutto su un’Eritrea solo capre e rovine – e un grosso, grosso problema proprio al centro della puntata. Ci riferiamo all’enorme spazio dato a Indro Montanelli, e l’imbarazzante modalità con cui è stata gestita la questione della sua sposa bambina, affidando a Dacia Maraini (con tutto il rispetto per l’autrice: ma perché?) una debolissima accusa, e a Marco Travaglio la difesa d’ufficio – ripetendo argomenti già detti altrove e riassumibili in «così facevan tutti»: no, Marco, punto primo non lo facevano tutti, punto secondo lo facevano lì e non in Europa (dove andare a letto con una 12enne sarebbe stato illegale e moralmente riprovevole anche allora) proprio perché il ruolo dei dominatori consentiva la libertà assoluta di trascendere i limiti etici e appropriarsi a piacere di spazi, risorse, corpi. Detto di questo segmento indifendibile, nel complesso la prima parte ha lasciato con un’impressione interlocutoria, rafforzata nei giorni seguenti dal fatto che nei social media, al netto dei molti complimenti, la quasi totalità delle (non poche) voci critiche accusava Cazzullo di essere stato troppo critico, troppo anti-colonialista, troppo anti-italiano (adducendo le solite argomentazioni, oscillanti tra il benaltrismo di «sì ma gli inglesi» e il classico «però gli abbiamo costruito le strade»). Certo, se queste sono le reazioni di una parte del pubblico italiano – per quanto rappresentativi possano essere i commenti sui social – allora il documentario, con tutti i suoi limiti, una qualche utile funzione pedagogica ce l’ha. O in altre parole: non stiamo tanto a sottilizzare, ché qui di lavoro da fare ce n’è ancora moltissimo, ci pare. LEGGI ANCHE… FASCISMO LA MARCIA SULL’AFRICA Valeria Deplano Poi, il 3 giugno è andata in onda la seconda e ultima puntata, che avrebbe dovuto (in teoria) esaurire il tema della guerra e parlare di tutto il resto. Il problema è che questo resto (ben poco a dire il vero) è stato rappresentato dando continuamente di gomito allo spettatore, che apprende dell’imperatore Haile Sellassie, figura ricostruita tra aneddoti di sapore esotico e puntualizzando tra le righe che il merito di aver abolito la schiavitù comunque spetta agli italiani; che la presenza italiana ha lasciato molte eredità linguistiche, culinarie e architettoniche (che ci sono, ma sarebbe meglio osservarle in maniera meno autocompiaciuta); che il tenente Guillet abbandonò «in lacrime» la compagna africana per tornare dalla moglie italiana (presentato come aneddoto romantico e non come un comune destino di migliaia donne e figli abbandonati dai maschi rimpatriati). Un malcelato e ammiccante compiacimento – sorvolo sulla citazione letterale, quasi con occhiolino al pubblico, dell’ascaro secondo cui «Italiani grandi soldati, fare culo così agli abissini» – ha ammantato queste poche cose non militari.  La deriva nostalgica che si innesca non appena entrano nell’inquadratura le permanenze italiane nell’Eritrea di oggi è peraltro una retorica già vista nel dibattito pubblico italiano degli ultimi decenni. Non è un caso che un articolo de L’Espresso del 2000 a firma Pietro Veronese definisse Asmara una «commovente città italiana» – immagine che sembra riecheggiare anche nell’approccio di Cazzullo – come se questo luogo rappresentasse una sorta di zona franca nella memoria del colonialismo, in cui (a differenza dell’Etiopia) prevalgono immagini di «modernità» e «italianità» mentre il carattere violento e gerarchico del dominio coloniale resta più facilmente sullo sfondo. Colpisce inoltre, con la parziale eccezione della scrittrice di origine somala Igiaba Scego coinvolta soprattutto nella prima parte, l’assenza di voci autorevoli. Interpellati sul tema del colonialismo sono infatti il giornalista Marco Travaglio e il regista Luca Guadagnino, forti della loro riconoscibilità pubblica ma certo non qualificabili come esperti.  LEGGI ANCHE… POLITICA LA RIMOZIONE COLONIALE E IL GOVERNO MELONI Luca Manucci Il risultato è che gran parte di queste altre due ore abbondanti è stata, di nuovo, tutta schiacciata su una ricostruzione vecchio, vecchissimo stampo. In cui non si fa altro che sciorinare elenchi di dati (uomini, mezzi, munizioni, morti), battaglie dopo battaglie; ripetere mantra che si sarebbe potuto leggere ottant’anni fa (gli italiani che a Keren «si batterono magnificamente»). Una narrazione quasi interamente occupata dal fatto bellico, lasciando da parte la cultura e la società: donne e uomini, la loro vita, lavoro, interazioni, mancano completamente. L’Africa che Aldo Cazzullo racconta è ancora sostanzialmente l’«avventura» (il termine ricorre più volte nella puntata del 3 giugno) che raccontava – sarà un caso la scelta del titolo? – Arrigo Petacco in Faccetta nera (Mondadori 2003), per non citare che un esempio editorialmente fortunato; o l’Africa del cuore raccontata per decenni dagli ex coloni. Con l’aggiunta, certo, di copiose informazioni sui crimini. Ma se il fenomeno è riassumibile in una guerra, e alla fine la «colpa» coloniale è condensata nei crimini di guerra e non in una relazione strutturalmente violenta e razzista, cosa rimane? Un’occasione perduta – una grande occasione, considerando che mai nella tv italiana si era visto tanto spazio, tempo, risorse e telespettatori (1,2 milioni la prima sera) dedicati a questo tema – di dare agli italiani un affresco più completo, ampio, sfaccettato.  Viene allora da chiedersi quale sia il senso di tutta l’operazione, quale l’obiettivo, il messaggio. E sorge il sospetto che la risposta sia da cercare nelle ultime frasi, che chiudono reportage e documentario, restando alla fine impresse nella mente del pubblico. Frasi con cui Aldo Cazzullo conclude sostenendo che tutta la ricostruzione conferma e dimostra una cosa: che gli orrori coloniali sono stati un’eccezione rispetto alla vera identità italiana, anzi, alla «vera vocazione» degli italiani che è «la pace», rispetto a cui tutto il resto è un errore o, crocianamente, una parentesi.  L’operazione allora a questo serviva: a rinnovare il repertorio retorico classico degli «italiani brava gente», ma in una forma aggiornata, post-negazionista? Mandare a dormire gli spettatori tranquilli, perché i crimini vengono sì denunciati con forza, forse per la prima volta con questa forza in Tv, ma la violenza viene poi reinterpretata come deviazione temporanea rispetto a un carattere nazionale fondamentalmente mite, umano, pacifico? Peccato. *Ariela Desio è dottoranda in Studi storici presso l’Università di Siena e l’Università di Firenze. La sua ricerca analizza i dibattiti pubblici sul passato coloniale italiano tra il 1990 e il 2020, attraverso i media tradizionali e digitali. È membro del progetto Horizon Europe Conciliare – Confidently Changing Colonial Heritage ed è stata Visiting PhD Researcher presso il Centre for Contemporary and Digital History (C2DH) dell’Università del Lussemburgo. Prima di intraprendere il dottorato, ha insegnato lingua e letteratura italiana nelle scuole secondarie di secondo grado statali. Emanuele Ertola è ricercatore presso l’università di Siena dove insegna Storia contemporanea. Si è occupato prevalentemente di storia del colonialismo, della decolonizzazione, e di memoria pubblica. Il suo libro più recente è Tracce fasciste. l’eredità materiale del Ventennio (Laterza, 2026). DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Cazzullo in Africa, un’occasione persa proviene da Jacobin Italia.
July 2, 2026
Jacobin Italia
“Resistenze. Movimenti di donne nel mondo”, un podcast per ascoltare le storie che spesso restano ai margini
Che cosa accade quando smettiamo di guardare il mondo attraverso le categorie con cui siamo stati/e educati/e a leggerlo? E cosa emerge quando, invece di parlare di donne e soggettività marginalizzate, ci mettiamo in ascolto delle loro voci, delle loro analisi e delle loro pratiche di resistenza? Da queste domande nasce “Resistenze. Movimenti di donne nel mondo”, un podcast realizzato nell’ambito del progetto “Diventa reporter di Agenzia di Stampa Giovanile” – con il supporto a titolo volontario del giornalista Marzio Fait – con l’obiettivo di raccontare storie che raramente trovano spazio nel dibattito pubblico: quelle delle donne e delle soggettività femminilizzate che, in contesti segnati da guerra, colonialismo, fondamentalismi, violenza patriarcale e disuguaglianze sociali, continuano a costruire percorsi di autodeterminazione e trasformazione collettiva. Non si tratta di storie eccezionali. Al contrario. Sono storie quotidiane, spesso invisibilizzate, che parlano di persone a cui viene frequentemente negata agency politica, capacità decisionale e autorevolezza. Raccontarle significa restituire complessità a soggettività troppo spesso rappresentate esclusivamente come vittime o destinatarie di aiuto. Dare spazio a nuove narrazioni Il podcast ha trovato casa in Agenzia di Stampa Giovanile, il progetto editoriale promosso dall’Associazione Viração&Jangada che da anni costruisce spazi di informazione, partecipazione e confronto per le giovani generazioni in Italia e nel mondo. Attraverso l’approccio dell’educomunicazione, Agenzia di Stampa Giovanile promuove un giornalismo partecipativo e indipendente che mette al centro i diritti umani, la giustizia sociale, la sostenibilità ambientale e la valorizzazione delle differenze. Uno spazio che ha permesso di affrontare questi temi senza semplificazioni e senza cedere alle narrazioni dominanti che spesso caratterizzano il racconto di molti territori del Sud globale. Ascoltare prima di interpretare Fin dall’inizio è stato chiaro che non sarebbe stato sufficiente raccontare dei movimenti di resistenza. Era necessario interrogarsi anche sul modo in cui farlo. Per questo ogni episodio prende avvio da un libro, utilizzato come strumento per contestualizzare storicamente e politicamente le lotte affrontate. La scelta delle opere non risponde alla volontà di costruire un catalogo di eroismi individuali, ma a quella di comprendere processi collettivi, genealogie di resistenza e pratiche di emancipazione radicate nei territori. Accanto ai libri, ogni puntata ospita il dialogo con autrici, ricercatrici ed esperte che hanno studiato o vissuto direttamente le realtà raccontate. L’obiettivo non è spiegare queste lotte attraverso uno sguardo esterno, bensì creare le condizioni per un ascolto più attento e consapevole. In un momento storico in cui il femminismo occidentale rischia ancora di trasformare in misura universale delle pratiche di liberazione altrui, è fondamentale riconoscere che non esiste un unico modo di opporsi al patriarcato. Le forme della resistenza sono molteplici e prendono forma all’interno di contesti sociali, culturali e politici differenti. Adottare una prospettiva decoloniale significa proprio questo: sospendere il giudizio, mettere in discussione le categorie con cui interpretiamo il mondo e imparare ad ascoltare senza pretendere di tradurre ogni esperienza nei nostri schemi di riferimento. Senza idealizzazioni, ma anche senza paternalismi. Cinque episodi, diversi territori, molteplici resistenze Nel corso delle cinque puntate il podcast attraversa geografie e storie diverse, accomunate dalla capacità delle donne di organizzarsi, resistere e immaginare alternative. Il primo episodio prende avvio dal libro Variazioni di luna di Patrizia Fiocchetti e racconta le resistenze delle donne iraniane, afghane e curde, restituendo la complessità delle loro lotte contro il patriarcato, le incursioni di Paesi esteri, i fondamentalismi e le diverse forme di controllo esercitate sui loro corpi e sulle loro esistenze. Il secondo episodio, costruito attorno a Prima che chiudiate gli occhi di Morena Pedriali Errani, ripercorre la storia delle donne rom e sinte durante il nazifascismo, mettendo in luce forme di resistenza nonviolenta troppo spesso escluse dalla memoria collettiva europea. La terza puntata è dedicata al movimento argentino Ni Una Menos, raccontato attraverso l’omonimo libro della giornalista Paula Rodríguez e approfondito grazie al dialogo con l’autrice e con la giornalista e attivista Marcela Ojeda. La puntata ripercorre la nascita di una mobilitazione che, a partire dal contrasto alla violenza maschile, ha contribuito a ridefinire il dibattito pubblico su giustizia sociale, diritti riproduttivi e disuguaglianze economiche. Nel quarto episodio, a partire dal libro Questa terra è donna di Cecilia Dalla Negra, si esplorano le pratiche di resistenza e autodeterminazione delle donne e delle comunità LGBTQIA+ palestinesi. La puntata si sofferma sulle intersezioni tra occupazione coloniale, patriarcato e disuguaglianze sociali. Arricchiscono la riflessione i contributi della filosofa ed esperta di studi di genere Alessandra Chiricosta, che approfondisce il rapporto tra corpo e territorio e il concetto di colonialità, e della studentessa di scienze filosofiche Zoulikha Rezki, che offre una riflessione sul velo islamico a partire dalla propria esperienza di donna musulmana che vive in Italia. L’ultima puntata racconta invece la lunga storia delle donne irachene attraverso il libro Il mio posto è ovunque. Voci di donne per un altro Iraq di Silvia Abbà. Un episodio che include anche una riflessione critica sull’espressione “Medio Oriente”, problematizzata grazie al contributo dell’antropologa Martina Grassi per evidenziarne le radici eurocentriche e coloniali e immaginare modi alternativi di nominare quella parte del mondo. Un invito all’ascolto Più che fornire risposte definitive, il podcast Resistenze prova ad aprire domande. Su chi racconta le storie. Su quali voci vengono considerate autorevoli. Su come il colonialismo continui ad abitare il linguaggio, l’informazione e gli immaginari contemporanei. Perché ascoltare le lotte delle donne nel mondo non significa soltanto conoscere realtà lontane. Significa anche interrogare il nostro modo di guardarle. Tutte le puntate di Resistenze. Movimenti di donne nel mondo sono disponibili sul canale Spotify di Agenzia di Stampa Giovanile.   Redazione Italia
June 30, 2026
Pressenza
Il Venezuela tra terremoto e presenza militare USA
Di fronte a una catastrofe naturale di enormi proporzioni, come il devastante terremoto che ha colpito il Venezuela, è naturale ritenere che ogni forma di aiuto internazionale debba essere accolta e incoraggiata. La solidarietà tra i popoli rappresenta uno dei principi più alti della convivenza umana: medici, infermieri, protezione civile, […] L'articolo Il Venezuela tra terremoto e presenza militare USA su Contropiano.
June 27, 2026
Contropiano
Catania. Israeliani in vacanza in Sicilia. Una denuncia contro il gruppo Ashtrom
L’associazione A.Ba.Co. (Associazione di base dei consumatori) comunica di aver formalmente depositato una denuncia-querela presso la Procura della Repubblica di Roma e la Procura della Repubblica di Siracusa attraverso l’avv. Vincenzo Perticaro in merito alla presenza e alle attività del Gruppo israeliano Ashtrom sul territorio siciliano. Il Gruppo Ashtrom, già inserito […] L'articolo Catania. Israeliani in vacanza in Sicilia. Una denuncia contro il gruppo Ashtrom su Contropiano.
June 24, 2026
Contropiano
I “liberali” son più matti di Trump
Si potrebbe infierire sul sistema mediatico occidentale e sui cosiddetti “politici” atlantisti che ora devono fare i conti con una sconfitta pesante dopo una guerra all’Iran condotta per motivi tutt’altro che nobili, ma rivestita con i soliti panni d’occasione (la “democrazia”, le “donne”, la “libertà”, ecc), elencando le cazzate che […] L'articolo I “liberali” son più matti di Trump su Contropiano.
June 18, 2026
Contropiano