Tag - colonialismo

Sudditanze cognitive in tempi di guerra
-------------------------------------------------------------------------------- Teheran. Foti di Hossein Moradi su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- C’è un rito retorico che si ripete puntuale ogni volta che l’Occidente si prepara a fare la guerra a un paese del Sud globale. L’intellettuale, il giornalista, il semplice cittadino iraniano – o iracheno, libico, siriano – sente di dover aprire la bocca con una dichiarazione di esonero preventivo: “Sono contro il regime, odio Khamenei, condanno la repressione delle donne” e solo dopo, quasi chiedendo permesso, arriva l’opposizione alla guerra. Questo non è coraggio intellettuale. È sudditanza cognitiva nella sua forma più compiuta tanto più grave perché non è imposta dall’esterno, ma interiorizzata e scelta. È la maschera bianca di cui parlava Fanon: non il colonizzatore che te la mette in faccia, ma tu che te la indossi da solo, convinto che senza di essa la tua voce non meriti di essere ascoltata. Ma al di là della psicologia coloniale, c’è in questo schema qualcosa di sbalorditivo nella sua sfacciataggine logica. Chi apre la propria opposizione alla guerra con la condanna del regime sta equiparando – implicitamente ma inequivocabilmente – il peso della propria opinione personale a quello di una guerra totale. Sta mettendo sulla stessa bilancia la sua posizione soggettiva come individuo singolo, privo di qualsiasi influenza sulla decisione finale di guerra, e un evento catastrofico che porta con sé il destino di uno Stato, la vita di milioni di esseri umani, la distruzione generazionale di un paese. Il meccanismo ideologico che ne deriva è preciso: la guerra smette di essere un atto di aggressione brutale mosso da interessi geopolitici e da logiche di rapina capitalista, e diventa una reazione a un fallimento morale. Non è più un crimine è una correzione. Non è un’invasione è una missione. Non è un caso che nessuno esiga questo rito dallo statunitense o dal francese. Nessuno chiede al cittadino di Parigi di condannare Macron prima di opporsi a un’ipotetica invasione della Francia. La dissociazione obbligatoria è riservata ai non-occidentali: è il pedaggio che devono pagare – e che spesso si impongono da soli, per un riflesso di sudditanza così profondamente interiorizzato da sembrare buonsenso – per ottenere il diritto di parlare nel recinto del discorso liberale legittimo. E il paradosso feroce è questo: più l’intellettuale del Sud globale si affretta a condannare il proprio regime per guadagnarsi credibilità, più contribuisce oggettivamente a costruire l’immagine del proprio paese come società barbara che attende la liberazione dall’esterno. Diventa, consapevolmente o no, un ingranaggio dell’apparato ideologico coloniale quello che Spivak chiamerebbe l'”informatore autentico locale”, la voce periferica che conferisce credibilità alla lettura imperialista del mondo. Opporsi a una guerra non è una posizione tra le posizioni. È la difesa di un diritto assoluto: il diritto alla vita di persone reali sotto bombe reali. Quel diritto non è condizionato dalla forma di governo di chi la subisce, non si guadagna superando esami morali, non ammette preliminari. La vittima sotto i bombardamenti non ha delegato nessuno a parlare in suo nome con certificati di buona condotta già pronti. Chiede una cosa sola. Chi antepone la condanna del regime all’opposizione alla guerra non sta chiarendo la propria posizione: sta fornendo all’aggressione la sua più preziosa risorsa. La legittimità morale. C’è però chi non si ferma alla dissociazione: chi invoca i bombardamenti sul proprio paese, chi balla per la morte di Khamenei mentre cadono le bombe su Teheran non prova solo ingenuità politica o cecità storica ma prova disprezzo per la propria gente per quella massa di iraniani comuni che, secondo questa visione, è troppo ottusa, troppo manipolata, troppo complice per liberarsi da sola. Quel popolo che “appoggia il regime”, o che semplicemente ci vive dentro senza ribellarsi abbastanza, merita di essere svegliato a suon di bombe. Rieducato dalla forza esterna. Salvato da se stesso. È esattamente la struttura ideologica del colonialismo classico: l’uomo bianco che salva la donna di colore dall’uomo di colore, come scriveva Spivak. Solo che qui la formula si ripete con attori diversi: l’iraniano della diaspora che invoca il bombardatore straniero per salvare l’iraniano rimasto in patria. La stessa logica. Lo stesso disprezzo verticale travestito da missione “umanitaria”. La stessa rimozione del fatto che le vittime di quella “liberazione” saranno proprio le persone che si pretende di salvare. -------------------------------------------------------------------------------- Tahar Lamri, scrittore algerino, vive da molti anni in Italia. Tra i suoi libri I sessanta nomi dell’amore (Fara Editore) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sudditanze cognitive in tempi di guerra proviene da Comune-info.
March 19, 2026
Comune-info
[L'orda d'oro] In principio era il verbo
Un'altra puntata dedicata al contributo che la scienza sovietica ha dato nel documentare il ruolo delle relazioni umane sullo sviluppo delle facolta' cognitive di un individuo. Nel 1932 un gruppo di psicologi guidati da Alexander Luria compie una spedizione in Uzbekistan per capire come fanno le persone che crescono in comunita' dove la scrittura non e' usata a descrivere concetti astratti. La ricerca non conclude i suoi obiettivi politici, ma decenni dopo possiamo concludere che alcune di questa differenze culturali sono in realta' differenze tra la lingua parlata e quella scritta. Scaletta musicale: * King Macarella - Ethno Waves * King Macarella - Ya Hababi * King Macarella - Do'ppiginam Per approfondire: * Il documentario How to Fix the World di Jacqueline Goss che riporta alcuni degli scambi tra il team di Luria e i partecipanti agli esperimenti
March 3, 2026
Radio Onda Rossa
Philip Dick e il gioco del labirinto mortale
Un romanzo mai scritto di Philip Dick che si sarebbe dovuto chiamare: "Il nome del gioco è morte". La sua trama costituisce una metafora del conflitto che a breve potrebbe caratterizzare le nostre società. Il romanzo, avrebbe dovuto narrare la contrapposizione tra due filosofie dell'uomo, della "natura umana". La prima è quella che vede l'uomo come un individuo isolato, proteso in una permanente lotta contro i suoi simili per affermarsi e prevalere, l'altra è quella che vede il genere umano come una sorta di unico organismo "poliencefalico" la cui caratteristica principale consiste nel condividere esperienze e conoscenze. Sembra soltanto una versione aggiornata dell'ormai frusta diatriba tra individualismo e collettivismo. La mia opinione è che la posizione di Dick non dovrebbe essere letta in termini così manichei... Continua a leggere→
February 26, 2026
Rizomatica
[Da Roma a Bangkok] Riso, colonia, suolo, diabete
Il riso, spesso rappresentato in Occidente attraverso l’immagine esotica di terrazzamenti montani e la suggestione di tradizioni immutabili, è in realtà una chiave potente per leggere trasformazioni politiche, economiche e ambientali di lungo periodo. Più che una semplice coltura, è un’infrastruttura sociale con forme organizzative complesse, capaci tanto di sostenere Stati centralizzati, quanto di alimentare reti comunitarie resilienti. La risaia è, insieme, dispositivo tecnico e politico. Produce un surplus di capitale alimentare, politico, sociale e rende possibile la tassazione e l’amministrazione; inoltre, consolida identità collettive. Parlare di riso significa, dunque, intrecciare suolo, potere, capitale, salute. Il riso è una lente attraverso cui è possibile osservare, nel tempo, come le decisioni politiche di quello che oggi è l’ovest globale si sono sedimentate nel loro sviluppo diacronico e continuano a influenzare corpi, territori e possibilità future.
February 25, 2026
Radio Onda Rossa
Riconoscere il colonialismo
Ripubblichiamo da nocprtorino.noblogs.org la seconda di una serie di puntate di Harraga – trasmissione in onda su Radio Blackout ogni venerdì alle 15 – in cui proviamo a tracciare un fil rouge che dalla Palestina riporti alle logiche e alle dinamiche coloniali occidentali nei nostri contesti, che sfruttano e opprimono le persone razzializzate. L’obiettivo non […]
January 5, 2026
Campagne in lotta
Raccontare una rivolta: lingua russa e alfabeto latino in Kazakistan
Gli avvenimenti del gennaio 2022 sono stati per qualcuno la prima volta che si sentiva parlare del Kazakistan in termini diversi da Borat o dall’Unione Sovietica. Nel giro di un paio di settimane il mondo ha realizzato che l’Asia Centrale non è un’entità monolitica allineata agli interessi della Russia, ma che al contrario in ogniContinua a leggere "Raccontare una rivolta: lingua russa e alfabeto latino in Kazakistan"
January 28, 2022
linguistici