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Palestina, Tony Blair e il sionismo revisionista
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Milano InMovimento -------------------------------------------------------------------------------- C’è una notizia di cui si parla troppo poco. Tony Blair avrebbe chiesto ad Abu Mazen di cancellare la parola “Palestina” dai libri di scuola dell’Autorità Palestinese e sostituirla con “Samaria”. A rivelarlo è Jeremy Greenstock, ex ambasciatore britannico all’ONU, che dice di aver ricevuto l’informazione da una fonte ministeriale: la richiesta sarebbe arrivata dal Board of Peace, l’organismo che dovrebbe gestire il “day after” a Gaza, come condizione per considerare l’Autorità Palestinese affidabile. L’offerta sarebbe stata respinta. Il Blair Institute smentisce in blocco. Che sia vera o no nei dettagli, la richiesta è coerente con tutto ciò che Blair rappresenta da vent’anni. Inviato del Quartetto per il Medio Oriente dal 2007 al 2015, ha lasciato quell’incarico senza un solo risultato verificabile sul processo di pace, mentre la colonizzazione della Cisgiordania proseguiva indisturbata sotto il suo mandato. Prima ancora, ha portato il Regno Unito in una guerra d’aggressione contro l’Iraq motivata da prove false sulle armi di distruzione di massa, un atto per cui la Chilcot Inquiry lo ha giudicato responsabile di aver esagerato la minaccia. È l’uomo che una parte della sinistra europea (da noi quel soggettino di Renzi che lo giudica un modello) continua a citare come statista illuminato, dimenticando che il suo blairismo ha svuotato la socialdemocrazia inglese della sua sostanza redistributiva per allinearla al mercato. Che oggi sia lui, tramite un board co-diretto da Jared Kushner e legato agli interessi israeliani e statunitensi nella ricostruzione di Gaza, a dettare condizioni sull’identità nazionale palestinese, è la sintesi perfetta di chi è stato e di cosa continua a fare. Sostituire “Palestina” con “Samaria” non è un dettaglio lessicale. Samaria è il nome biblico con cui il sionismo revisionista, da Begin in poi, designa la Cisgiordania per negarne la natura di territorio conteso e affermarne l’appartenenza storica a Israele. Imporlo nei libri scolastici significherebbe imporre alla popolazione palestinese la cancellazione toponomastica della propria terra, esattamente mentre 158 Stati membri dell’ONU riconoscono lo Stato di Palestina e la Corte Internazionale di Giustizia, nel parere del luglio 2024, ha dichiarato illegale l’occupazione israeliana dei territori palestinesi. Chiedere a un popolo di rinunciare al nome della propria terra come prezzo per essere giudicato “capace di pace” non è diplomazia: è la richiesta di un atto di sottomissione formale, un altro passo verso la pulizia etnica ed il genocidio, ed è notevole che a formularla sia proprio chi si presenta come garante neutrale del dopoguerra. Il colonialismo ha tante facce… quella di Blair è una delle peggiori. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Palestina, Tony Blair e il sionismo revisionista proviene da Comune-info.
September 3, 2026
Comune-info
Dilaga il colonialismo penitenziario: ora rivogliono anche l’Asinara
Liberu rigetta in toto la proposta avanzata dal segretario nazionale del Sappe (Sindacato autonomo di polizia penitenziaria), Donato Capece, che indica nella riapertura del carcere dell’Asinara e di Pianosa la soluzione ai problemi delle strutture detentive. Secondo Capece queste carceri devono essere riaperte per risolvere le criticità legate soprattutto a […] L'articolo Dilaga il colonialismo penitenziario: ora rivogliono anche l’Asinara su Contropiano.
August 27, 2026
Contropiano
Cos’è successo nel frattempo. Desiderabili, indesiderabili e superflui
…’Che è dunque successo? Questo, molto semplicemente, che eravamo i soggetti della storia e che ne siamo adesso gli oggetti’. Jean-Paul Sartre, prefazione ai ‘Dannati della terra’, di Frantz Fanon. Siamo nel ’61 e il li libro è pubblicato qualche giorno prima della sua morte. Psichiatra, militante identificato con la […] L'articolo Cos’è successo nel frattempo. Desiderabili, indesiderabili e superflui su Contropiano.
August 26, 2026
Contropiano
Se tu sapessi come va a finire
-------------------------------------------------------------------------------- Immagine Rete Yekatit 12-19 Febbraio -------------------------------------------------------------------------------- Nel corso di un’intervista concessa a Roger Cohen del New York Times, Giorgia Meloni ha detto una frase su cui vale la pena riflettere: “Clearly if we look at this history today it’s one thing. If we looked at it standing in the midst of it, probably we would have seen it differently, no?“. “Chiaramente, se guardiamo a questa storia oggi è una cosa. Se l’avessimo guardata mentre ci trovavamo nel mezzo, probabilmente l’avremmo vista diversamente, no?”. Se tu ti fossi trovato a vivere, poniamo, nel 1936, quando Benito Mussolini proclamava trionfalmente la fondazione dell’Impero (tacendo il milione di vittime della guerra italiana in Etiopia) come l’avresti vista? Saresti stato contento di essere italiano, di avere finalmente un bell’Impero, saresti stato orgoglioso di avere ammazzato un milione di neri, no? In data 5 giugno e 8 luglio 1936, Mussolini aveva telegrafato a Graziani, dal ministero delle Colonie, i seguenti ordini: «Tutti i ribelli fatti prigionieri devono essere passati per le armi» e «Autorizzo ancora una volta V.E. a iniziare e condurre sistematicamente politica del terrore et dello sterminio contro i ribelli et le popolazioni complici stop. Senza la legge del taglione ad decuplo non si sana la piaga in tempo utile. Attendo conferma». Rodolfo Graziani, noto come il macellaio del Fezzan, riconosciuto criminale di guerra dalle Nazioni Unite, condannato dopo la guerra a diciannove anni di reclusione, e poi condonato e liberato dopo solo quattro mesi, aderì nel 1952 al partito di Giorgio Almirante, quello con la fiamma che Giorgia Meloni continua ad esibire. “Se l’avessimo guardata mentre ci trovavamo nel mezzo, probabilmente l’avremmo vista diversamente, no?” dice la nostra presidente del Consiglio. Ci sarebbe piaciuta, ce la saremmo goduta, avremmo potuto battere le mani e tornare a casa orgogliosi di essere italiani e fascisti, no? Ma se la guardi oggi, be’, allora è un’altra cosa. If you look at this history it’s one thing. Cioè? Oggi come la vediamo quella storia? È semplice, oggi sappiamo com’è andata a finire. È andata a finire che abbiamo ammazzato un milione di neri ma questo non importa, tanto è vero che la Repubblica democristiana e stalinista permise al criminale di guerra Graziani di uscire dal carcere e di iscriversi a un partito di assassini che è il diretto antecedente del partito di Giorgia Meloni. Ma poi è andata a finire che Mussolini seguì quel mattoide di Hitler e la storia finì con mezzo milioni di italiani morti e la distruzione delle città. Finì che l’8 Settembre gli eroi nazionalisti tagliarono la corda oppure si misero dalla parte delle truppe naziste mentre tutto stava per crollare. Gli italiani, che avevano osannato Mussolini quando ordinava di ammazzare gli etiopi, a quel punto si spaventarono un po’ e cambiarono idea, almeno per qualche tempo. Adesso agli italiani piacciono di nuovo gli assassini. Hanno dimenticato chi era Rodolfo Graziani, hanno dimenticato le leggi razziali, hanno dimenticato il 25 luglio e l’8 settembre. Ma la brava Meloni, inavvertitamente, ci avverte: finché siamo nel mezzo di questa storia è una cosa. Ma poi come va a finire tra un po’? Dovremmo averlo imparato come va a finire quando i nazionalisti sono al potere: va sempre a finire con una catastrofe, con una carneficina, ieri con Hitler, oggi con Zelenskyy, con Putin e con Trump, poco i porta con chi, purché sia l’Occidente. La presidente ha aggiunto infatti che questa è la sua linea: “Continuo a credere che l’unità dell’Occidente sia molto importante”. Si scrive: unità dell’Occidente, ma si legge: unità della razza bianca dominatrice. L’unità dell’Occidente è l’unità dei colonialisti, degli schiavisti, in nome dei nazionalisti come Hitler e come Churchill, come Stalin e come Putin. Anche oggi la razza bianca dominatrice è in preda a una crisi di demenza senile, e si precipita verso la guerra. Da quale parte (con Zelenski o con Putin?) poco importa. Purché guerra sia, purché l’occidente si copra di gloria, nel prossimo, (forse imminente) 8 Settembre. Non è la prima volta che succede, e neppure la seconda. Ma questa volta potete starne certi: non avrete il tempo di ripensarci. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Memoria di un eccidio italiano -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Se tu sapessi come va a finire proviene da Comune-info.
August 24, 2026
Comune-info
Social Forum di Cotonou. Agnoletto: “L’Africa costruisce la resistenza al neoliberismo globale”
Dal Benin arriva un messaggio che va ben oltre i confini africani: la pace non può essere separata dalla giustizia sociale, dalla difesa della terra e dalla liberazione dei popoli dalle nuove forme di colonialismo economico. È questa la lezione emersa dal XVII Social Forum Mondiale di Cotonou, un appuntamento che ha riunito centinaia di organizzazioni africane e movimenti internazionali impegnati contro l’estrattivismo, le guerre e il neoliberismo. Tra i protagonisti del Forum c’era Vittorio Agnoletto, storico portavoce del Genoa Social Forum, che racconta come l’Africa sia oggi uno dei laboratori più avanzati di una nuova convergenza tra movimenti contadini, sindacali, ambientalisti, femministi e pacifisti. Una convergenza che, proprio per la sua forza politica, ha incontrato la repressione delle autorità del Benin prima ancora dell’apertura ufficiale dei lavori. La pace nasce dalla terra Il cuore politico del Forum è stato l’appello intitolato “Pace sulla Terra, pace con la Terra”, elaborato dalle carovane partite da undici Paesi dell’Africa occidentale e confluite a Cotonou dopo un lungo percorso di mobilitazione. “L’appello” spiega Agnoletto “nasce dall’assemblea delle carovane che riuniscono gli attivisti impegnati nella difesa della terra e per la tutela della sovranità alimentare. È il risultato di dieci anni di lavoro del Movimento per la Convergenza Globale delle Lotte per la Terra e l’Acqua dell’Africa occidentale.” Si tratta di una piattaforma politica molto concreta che denuncia il land grabbing, l’accaparramento delle terre da parte delle multinazionali, il peso del debito illegittimo e il modello economico che trasforma acqua, suolo e sementi in merci. “Quando il Forum parla di pace con la Terra” aggiunge Agnoletto “propone una riconciliazione tra esseri umani, specie viventi e ambiente. La difesa dei beni comuni diventa la condizione per fermare sia la devastazione ecologica sia le disuguaglianze prodotte dall’attuale modello di sviluppo.” Per lo storico portavoce del Social Forum di Genova, la grande novità consiste proprio nell’aver saldato ecologia e questione sociale in un’unica battaglia. Il neoliberismo come nuova colonizzazione “A Cotonou” racconta Vittorio Agnoletto “l’impressione è stata quella di assistere all’affermarsi di un movimento panafricano che, richiamando le lotte per l’indipendenza degli anni ’60, oggi rivendica la sua autonomia e la sua irriducibilità nei confronti del neoliberismo che continua a riprodurre rapporti di dipendenza attraverso l’estrazione delle risorse naturali e il controllo finanziario dei territori africani. Non è un caso che il messaggio centrale del Forum sia stata la lotta per la decolonizzazione culturale ed economica, destinata ad entrare in collisione anche con gran parte dei governi africani oggi partner subalterni dei centri economici e finanziari globali. Questa critica non ha risparmiato nemmeno la cooperazione internazionale. Anch’essa deve essere decolonizzata: le scelte, gli obiettivi e le priorità devono essere decise e gestite da chi vive i territori, non da chi arriva dall’esterno e nemmeno dai donatori.” Agnoletto osserva come le guerre, il cambiamento climatico e l’impoverimento delle popolazioni siano fenomeni profondamente intrecciati. “Le guerre aumentano le disuguaglianze globali e diventano uno strumento attraverso il quale si consolidano nuovi rapporti di dominio economico. Lo ha spiegato molto bene Massa Konè – leader carismatico della Convergenza, la rete dei movimenti per la terra attivi ora in tutta l’Africa Occidentale e in prospettiva nell’intero continente, intervenendo nell’assemblea conclusiva “Vogliono imporre come internazionale la loro cultura e chiamarla civilizzazione. La Pace è la base di un vero sviluppo sostenibile. Le guerre oggi in atto in Africa non sono le nostre guerre. Noi vogliamo un continente africano dove non siano necessari dei visti per attraversare i confini, perché solo le relazioni tra popolazioni diverse costruiscono conoscenza e convivenza.” L’Africa non si presenta soltanto come vittima del colonialismo contemporaneo, ma come soggetto capace di elaborare un’alternativa politica fondata sui beni comuni e sulla sovranità dei popoli. Perché il Forum faceva paura al governo del Benin Le autorità del Benin hanno inizialmente vietato l’utilizzo dell’università destinata a ospitare l’evento, bloccato alcune carovane e rimpatriato attivisti provenienti da Haiti e dall’Europa. “Quella repressione non è stata casuale” riflette Agnoletto. “Oltre l’80% degli incontri era promosso da organizzazioni africane. L’Africa era il soggetto politico del dibattito.” Ed è proprio questa centralità africana ad aver inquietato il potere. “Questi movimenti mettono sotto accusa leadership nazionali spesso totalmente subalterne agli interessi delle multinazionali occidentali e delle grandi potenze.” Il Forum ha prodotto una “doppia convergenza”: da un lato tra movimenti differenti – contadini, sindacati, ambientalisti, reti femministe e pacifiste – dall’altro tra organizzazioni provenienti da numerosi Paesi dell’Africa occidentale e centrale che stanno costruendo lotte comuni ben oltre i confini nazionali “Questa doppia convergenza fa paura ai poteri locali. Il messaggio del governo era chiaro: ricordare ai movimenti da che parte sta la forza. Solo quando la repressione ha provocato critiche internazionali il Forum è stato autorizzato a proseguire.” Il contesto politico del Benin è segnato da una preoccupante involuzione autoritaria, con l’esclusione di numerosi partiti dalle elezioni e la creazione di un Senato nominato, destinato a limitare il ruolo delle istituzioni rappresentative. L’assenza dell’Occidente e il protagonismo dei giovani Un limite è stata la limitata partecipazione dei movimenti occidentali, che hanno sottovalutato l’importanza di quanto si sta muovendo nel continente africano. Per Agnoletto c’è stato anche un altro limite del Forum “Andrebbe studiata molto più a fondo la Generazione Z, che ha animato proteste imponenti in Bangladesh, Indonesia, Filippine, ma anche in Kenya, Madagascar e Marocco. Nel Forum queste esperienze sono rimaste solo sullo sfondo.” Quelle mobilitazioni, osserva, rappresentano un interlocutore naturale nella costruzione di reti internazionali che potrebbero ridare slancio a un movimento globale oggi frammentato.  “Il tempo è breve: dobbiamo tornare a costruire un noi” A venticinque anni da Porto Alegre e Genova, il Social Forum di Cotonou riapre anche una riflessione sul futuro dello stesso movimento altermondialista. Secondo Agnoletto, “il Forum ci manda un messaggio preciso: le risorse umane per cambiare il destino del mondo esistono. Ma non basta incontrarsi ogni due o tre anni: abbiamo bisogno di strategie e mobilitazioni comuni, di vertenze globali.” Il ricordo torna inevitabilmente al 15 febbraio 2003, quando oltre cento milioni di persone manifestarono contro la guerra in Iraq. “Da allora” ricorda Agnoletto “non siamo più riusciti a costruire un movimento mondiale di quella forza, mentre il capitale finanziario ha concentrato sempre più potere nelle mani di pochissimi. Dobbiamo ripensare la nostra organizzazione per coordinare le lotte, perché l’avversario è unico. Raggiungere questo obiettivo oggi coincide con la stessa possibilità di sopravvivenza del pianeta e degli esseri viventi.” Il Social Forum di Cotonou si chiude così con una convinzione condivisa dai movimenti presenti: la costruzione di un nuovo internazionalismo dei popoli passa dalla difesa della pace, della terra e dei beni comuni, contro ogni forma di sfruttamento e di dominio neoliberista, ma anche dal definitivo superamento di ogni eurocentrismo e dalla supponenza, ancora tanto radicata, che la nostra parte del mondo ha qualcosa da insegnare agli altri. Questo è invece il momento dell’ascolto reciproco e della collaborazione paritaria tra i movimenti sociali attivi in ogni continente.       Laura Tussi
August 23, 2026
Pressenza
La Global Sumud Flotilla fa rotta sull’Albania
La Global Sumud Flotilla, dopo i ripetuti tentativi di forzare il blocco navale israeliano contro Gaza, si è data una nuova missione. Il 20 agosto tre imbarcazioni della GSF sono partite dal porto di Brindisi facendo rotta questa volta verso l’isola albanese di Sazan. L’obiettivo è quello di unirsi alla […] L'articolo La Global Sumud Flotilla fa rotta sull’Albania su Contropiano.
August 22, 2026
Contropiano
Gli Usa cambiano strategia, ma per prendere tempo
La «tregua» di due mesi derivante dal Memorandum of Undestanding firmato in Svizzera è finita, e dunque torna il momento delle provocazioni che preludono a una ripresa dei bombardamenti Usa e israeliani. Due notizie pressoché contemporanee confermano l’impressione. Gli Emirati Arabi – lo Stato del Golfo più allineato con gli […] L'articolo Gli Usa cambiano strategia, ma per prendere tempo su Contropiano.
August 19, 2026
Contropiano
I “terroristi” siamo noi!
Abbiamo costruito per ottant’anni la figura del terrorista come colui che minaccia l’Occidente, che ci odia per i nostri “valori”. In realtà ci basterebbe aprire un atlante, leggere qualche archivio declassificato, ma anche solo studiare qualche libro di Storia e contare i governi rovesciati nei decenni, le città bombardate, la […] L'articolo I “terroristi” siamo noi! su Contropiano.
August 19, 2026
Contropiano