Quando la legge diventa un nemico. Il caso Roggero e la lenta erosione della democrazia costituzionaleIl caso Mario Roggero non riguarda soltanto la tragica vicenda di un gioielliere
condannato definitivamente per avere ucciso due rapinatori mentre erano ormai in
fuga. Quel processo rappresenta uno spartiacque culturale e politico. La Corte
di Cassazione non ha negato il diritto alla legittima difesa. Ha semplicemente
ribadito uno dei principi fondamentali dello Stato di diritto: la forza privata
può sostituire quella pubblica soltanto nel tempo strettamente necessario a
respingere un’aggressione attuale. Quando il pericolo è cessato, il monopolio
della forza torna allo Stato. È questa la linea che separa la giustizia dalla
vendetta. Il fascismo non ritorna necessariamente con le camicie nere o con il
saluto romano. E il caso Roggero non è soltanto una discussione sui limiti della
legittima difesa. È il sintomo di una più ampia torsione culturale nella quale
la forza tende a prevalere sul diritto e il consenso viene invocato per
delegittimare le garanzie costituzionali[IL]
La democrazia non muore quasi mai in un solo giorno. Non viene abbattuta
improvvisamente da un colpo di Stato, da un manipolo di militari o da un decreto
che sospende la Costituzione. Le democrazie contemporanee si consumano
lentamente. Perdono consistenza un pezzo alla volta, fino a quando i cittadini
si accorgono che i contrappesi istituzionali non esistono più e che il potere
non riconosce più alcun limite. È questa la lezione che il Novecento avrebbe
dovuto consegnare definitivamente all’Europa. L’Italia fascista e la Germania
nazista non nacquero nel momento in cui Mussolini marciò su Roma o Hitler fu
nominato Cancelliere del Reich. Nacquero molto prima, quando si diffuse l’idea
che il Parlamento fosse un ostacolo, che i giudici fossero nemici del popolo,
che la stampa libera fosse un intralcio e che il diritto dovesse piegarsi alla
volontà del capo. Come ricordava Piero Calamandrei, «la libertà è come l’aria:
ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare». È proprio quando le
istituzioni sembrano funzionare normalmente che occorre vigilare sulla loro
progressiva erosione.
Per questo il caso Mario Roggero non riguarda soltanto la tragica vicenda di un
gioielliere condannato definitivamente per avere ucciso due rapinatori mentre
erano ormai in fuga. Quel processo rappresenta uno spartiacque culturale e
politico. La Corte di Cassazione non ha negato il diritto alla legittima difesa.
Ha semplicemente ribadito uno dei principi fondamentali dello Stato di diritto:
la forza privata può sostituire quella pubblica soltanto nel tempo strettamente
necessario a respingere un’aggressione attuale. Quando il pericolo è cessato, il
monopolio della forza torna allo Stato. È questa la linea che separa la
giustizia dalla vendetta. Eppure, una parte della politica ha reagito come se la
sentenza costituisse un’offesa alla volontà popolare. Non è stato contestato
soltanto il dispositivo della Corte. È stata messa in discussione la legittimità
stessa della magistratura di decidere contro ciò che una parte dell’opinione
pubblica riteneva giusto.
IL POST DELLA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO MELONI SU FACEBOOK
Qui emerge il nodo decisivo. Quando il consenso pretende di sostituire la legge,
la democrazia costituzionale entra in una zona di pericolo. Le dichiarazioni
della Presidente del Consiglio — “Mi aggredisci, mi difendo e dovrei risarcirti
io?” — hanno alimentato una rappresentazione emotiva del diritto nella quale il
giudizio dei tribunali rischia di essere subordinato alla percezione collettiva.
Ma il diritto non può essere governato dagli umori del momento. Norberto Bobbio
lo spiegava con estrema chiarezza: «La democrazia è il governo delle regole
prima ancora che il governo della maggioranza». Senza regole condivise, la
maggioranza smette di essere democratica e diventa arbitrio. Da tempo assistiamo
a una progressiva delegittimazione degli organi di garanzia. Il Parlamento viene
frequentemente marginalizzato attraverso il ricorso sistematico alla
decretazione d’urgenza e ai voti di fiducia. La magistratura viene accusata di
fare politica quando esercita il controllo della legalità. Gli organismi
indipendenti vengono rappresentati come ostacoli anziché come garanzie. È una
dinamica che Luigi Ferrajoli ha descritto efficacemente: «La differenza tra
democrazia costituzionale e democrazia plebiscitaria consiste nel fatto che il
potere è sottoposto al diritto e non il diritto al potere». Quando i limiti
costituzionali vengono rappresentati come un intralcio, la democrazia comincia
lentamente a trasformarsi in qualcosa di diverso. Non è necessario abolire
formalmente la Costituzione. È sufficiente svuotarla dall’interno.
La storia europea insegna che le democrazie raramente vengono distrutte con un
solo atto rivoluzionario. Più spesso vengono logorate attraverso un processo
graduale di normalizzazione dell’autoritarismo. Negli Stati Uniti Donald Trump
ha costruito una parte significativa della propria strategia politica
delegittimando magistrati, istituzioni elettorali e stampa indipendente. In
Israele il tentativo del governo Netanyahu di ridimensionare il ruolo della
Corte Suprema ha provocato una mobilitazione civile senza precedenti. In Europa
orientale Viktor Orbán ha teorizzato apertamente la costruzione di una
«democrazia illiberale», nella quale il consenso elettorale viene utilizzato per
comprimere il pluralismo e ridurre gli spazi di controllo sul potere. Ogni
esperienza è diversa e non sono possibili assimilazioni meccaniche. Ma il metodo
presenta elementi ricorrenti: concentrazione del potere esecutivo,
delegittimazione della magistratura, personalizzazione della leadership,
riduzione degli spazi del dissenso, costruzione di un rapporto diretto tra il
leader e “il popolo”, presentato come un’entità omogenea che non ammette
opposizioni. È qui che il pensiero di Hannah Arendt conserva una straordinaria
attualità: «Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto,
ma l’individuo per il quale la distinzione fra fatti e finzione, fra vero e
falso, non esiste più». Quando il dibattito pubblico sostituisce i fatti con la
propaganda e le sentenze con gli slogan, la democrazia perde il proprio terreno
comune. Ancora più esplicito fu Umberto Eco nel celebre saggio “Il fascismo
eterno”: «L’Ur-Fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il
nostro dovere è smascherarlo e puntare l’indice su ognuna delle sue nuove
forme».
Il fascismo, dunque, non ritorna necessariamente con le camicie nere o con il
saluto romano. Può riaffacciarsi attraverso una cultura politica che esalta il
capo, identifica il dissenso con il tradimento, alimenta la paura come strumento
di governo, trasforma la sicurezza nell’argomento capace di giustificare ogni
compressione delle libertà e considera i controlli costituzionali un ostacolo
alla volontà della maggioranza. Steven Levitsky e Daniel Ziblatt, nel loro
studio “Come muoiono le democrazie”, osservano che oggi «le democrazie non
vengono quasi mai abbattute con un colpo di Stato; muoiono lentamente,
attraverso l’erosione delle istituzioni da parte di leader eletti». È un monito
che riguarda tutte le democrazie contemporanee.
SEQUENZA DELLA RAPINA NELLA GIOIELLERIA DI ROGGERO E L’UCCISIONE DEI DUE
RAPINATORI INSEGUITI CON LA PISTOLA IN PUGNO
Per questo il caso Roggero non è soltanto una discussione sui limiti della
legittima difesa. È il sintomo di una più ampia torsione culturale nella quale
la forza tende a prevalere sul diritto e il consenso viene invocato per
delegittimare le garanzie costituzionali. Calamandrei ricordava agli studenti
milanesi che «la Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va
avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta; se cade a terra e nessuno la
raccoglie, rimane lì». Quelle parole conservano oggi una forza straordinaria. La
Costituzione non diffida del popolo. Diffida del potere. Per questo distribuisce
le funzioni tra Parlamento, magistratura, Presidente della Repubblica, Corte
costituzionale, autonomie territoriali e informazione libera. Non per rallentare
il Governo, ma per impedire che qualsiasi Governo possa identificarsi con lo
Stato. Quando un esecutivo considera ogni controllo un’invasione di campo, ogni
sentenza sgradita una decisione politica e ogni dissenso una manifestazione di
ostilità, non siamo ancora fuori dalla democrazia costituzionale. Ma stiamo
percorrendo una strada che la storia europea ci invita a osservare con estrema
attenzione. La libertà raramente viene perduta tutta insieme. Viene ceduta un
diritto alla volta, un contrappeso alla volta, una garanzia alla volta. Ed è
proprio quando tutto sembra normale che difendere la Costituzione diventa il
primo dovere civile di ogni cittadino.
Aurelio Angelini