Tag - stato di diritto

Antigone: “Sulla nuova disciplina dello ‘scudo’ va sollevata una questione di costituzionalità”
L’associazione per i diritti e le garanzia del sistema penale oggi dichiara: “La morte di Abderrahim Fakir durante un intervento di polizia impone una riflessione sulla nuova norma, voluta all’interno del decreto sicurezza, che introduce un regime differenziato per chi è coinvolto in un fatto di reato in presenza di una presunta causa di giustificazione”. “Le immagini circolate e le informazioni finora emerse richiedono un accertamento completo e rigoroso di quanto accaduto – spiega Antigone – Ma proprio questo caso rende evidente un problema più generale: in uno Stato di diritto la legge deve essere uguale per tutti. La nuova disciplina introdotta dal cosiddetto “scudo penale” prevede che, quando il pubblico ministero ritiene evidente la presenza di una causa di giustificazione, la persona coinvolta non venga automaticamente iscritta nel registro degli indagati, ma in un apposito registro delle annotazioni preliminari. È il meccanismo applicato dalla Procura di Bologna nel caso della morte di Fakir, con l’iscrizione di sei persone coinvolte nelle diverse fasi dell’intervento”. «Il punto non è stabilire oggi se qualcuno abbia commesso un reato, né sostituirsi alla magistratura nell’accertamento dei fatti – dichiara il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella – Il punto è chiedersi se sia compatibile con i principi costituzionali che, a parità di fatto e di possibile responsabilità penale, l’accesso alla giustizia e l’avvio degli accertamenti possano essere disciplinati diversamente sulla base della professione svolta dalla persona coinvolta o della presunta presenza di una causa di giustificazione. La legge deve essere uguale per tutti: non può esistere un diritto penale con percorsi diversi a seconda di chi è coinvolto». “La questione è particolarmente delicata quando l’intervento riguarda rappresentanti dello Stato e persone sottoposte a una misura coercitiva – precisa il comunicato di Antigone – In questi casi, l’obbligo di accertare pienamente quanto accaduto non può essere indebolito da una disciplina che introduca, già nella fase iniziale, una differenza di trattamento rispetto alle regole ordinarie. La nuova normativa solleva dunque seri dubbi di compatibilità con i principi costituzionali di uguaglianza e di obbligatorietà dell’azione penale, oltre che con l’esigenza di garantire un accertamento effettivo e imparziale dei fatti quando una persona muore durante un intervento delle forze dell’ordine”. «Per questo  riteniamo che, nel primo caso concreto in cui la nuova disciplina viene applicata, debba essere valutata seriamente la possibilità di sollevare una questione di legittimità costituzionale – conclude Patrizio Gonnella – Non si tratta di mettere in discussione il ruolo delle forze dell’ordine, né di presumere la responsabilità degli agenti. Al contrario: uno Stato democratico tutela le proprie istituzioni proprio attraverso regole chiare, uguali per tutti e capaci di garantire accertamenti indipendenti e completi. Non esistono persone più o meno degne di tutela a seconda della loro professione, della loro cittadinanza, della loro storia personale. Per questo chiediamo che le indagini sulla morte di Abderrahim Fakir procedano con la massima completezza e trasparenza e che, nel corso del procedimento, venga valutata la legittimità costituzionale della nuova disciplina dello “scudo penale”. La legge deve essere uguale per tutti. Sempre». Redazione Italia
July 21, 2026
Pressenza
Corea del Sud: libertà di coscienza e umanità nel caso Lee Man-hee
Il procedimento giudiziario che coinvolge Lee Man-hee, fondatore della Chiesa di Shincheonji, continua a suscitare attenzione in Corea del Sud e all’estero. Il leader religioso, oggi novantacinquenne, è stato arrestato nell’ambito di un’indagine che ipotizza un coinvolgimento organizzato di membri della comunità religiosa in attività politiche tra il 2021 e il 2024. Le autorità coreane ritengono che possano essere state violate le norme che regolano il rapporto tra organizzazioni religiose e attività politica; la comunità di Shincheonji respinge le accuse e sostiene che i fedeli abbiano agito liberamente, esercitando i propri diritti civili. Sarà la magistratura a stabilire se siano stati commessi reati. Al tempo stesso, la vicenda richiama principi che riguardano ogni società democratica. Ogni persona deve poter scegliere liberamente se credere o non credere, aderire o meno a una comunità religiosa, sostenere un partito politico o partecipare alla vita pubblica secondo la propria coscienza. La libertà di coscienza e la libertà di associazione costituiscono diritti fondamentali che meritano la massima tutela. Accanto alla legittima esigenza dello Stato di garantire il rispetto della legge, emerge anche un’esigenza di umanità. Considerata l’età di Lee Man-hee, 95 anni, e in assenza di una condanna definitiva, la prosecuzione della detenzione solleva interrogativi sul principio di proporzionalità. In molti ordinamenti democratici, situazioni analoghe vengono affrontate, quando possibile, attraverso misure meno restrittive, che consentono di proseguire le indagini senza rinunciare al rispetto della dignità della persona. Lee Man-hee è conosciuto a livello internazionale soprattutto per il suo costante impegno pubblico a favore della pace, del dialogo tra le religioni e del superamento dei conflitti attraverso mezzi non violenti. Indipendentemente dall’esito del procedimento giudiziario, questo patrimonio di iniziative rappresenta un elemento significativo del suo percorso pubblico. Per questo motivo, una misura alternativa alla detenzione, che permetta alla giustizia di seguire il proprio corso nel pieno rispetto delle garanzie processuali, costituirebbe un segnale di equilibrio e di fiducia nello Stato di diritto. Una democrazia dimostra infatti la propria maturità quando riesce a coniugare l’applicazione della legge con il rispetto della dignità umana e della libertà di coscienza. Fonti: https://www.jonghapnews.com/news/articleView.html?idxno=486547 https://www.job-post.co.kr/news/articleView.html?idxno=219473 https://www.nbntv.kr/news/articleView.html?idxno=340391 https://www.chungnamilbo.co.kr/news/articleView.html?idxno=895907 https://www.yjb0802.com/news/articleView.html?idxno=59710 https://www.ijournalist.co.kr/news/articleView.html?idxno=8779 https://www.g-enews.com/article/General-News/2026/06/2026062800432342219ae5042aca_1 https://www.wooriilbo.com/news/article.html?no=101040# > A 95-Year-Old Religious Leader in Custody: South Korea Crosses a Line Pressenza Praha
July 20, 2026
Pressenza
Quando la legge diventa un nemico. Il caso Roggero e la lenta erosione della democrazia costituzionale
Il caso Mario Roggero non riguarda soltanto la tragica vicenda di un gioielliere condannato definitivamente per avere ucciso due rapinatori mentre erano ormai in fuga. Quel processo rappresenta uno spartiacque culturale e politico. La Corte di Cassazione non ha negato il diritto alla legittima difesa. Ha semplicemente ribadito uno dei principi fondamentali dello Stato di diritto: la forza privata può sostituire quella pubblica soltanto nel tempo strettamente necessario a respingere un’aggressione attuale. Quando il pericolo è cessato, il monopolio della forza torna allo Stato. È questa la linea che separa la giustizia dalla vendetta. Il fascismo non ritorna necessariamente con le camicie nere o con il saluto romano. E il caso Roggero non è soltanto una discussione sui limiti della legittima difesa. È il sintomo di una più ampia torsione culturale nella quale la forza tende a prevalere sul diritto e il consenso viene invocato per delegittimare le garanzie costituzionali[IL] La democrazia non muore quasi mai in un solo giorno. Non viene abbattuta improvvisamente da un colpo di Stato, da un manipolo di militari o da un decreto che sospende la Costituzione. Le democrazie contemporanee si consumano lentamente. Perdono consistenza un pezzo alla volta, fino a quando i cittadini si accorgono che i contrappesi istituzionali non esistono più e che il potere non riconosce più alcun limite. È questa la lezione che il Novecento avrebbe dovuto consegnare definitivamente all’Europa. L’Italia fascista e la Germania nazista non nacquero nel momento in cui Mussolini marciò su Roma o Hitler fu nominato Cancelliere del Reich. Nacquero molto prima, quando si diffuse l’idea che il Parlamento fosse un ostacolo, che i giudici fossero nemici del popolo, che la stampa libera fosse un intralcio e che il diritto dovesse piegarsi alla volontà del capo. Come ricordava Piero Calamandrei, «la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare». È proprio quando le istituzioni sembrano funzionare normalmente che occorre vigilare sulla loro progressiva erosione. Per questo il caso Mario Roggero non riguarda soltanto la tragica vicenda di un gioielliere condannato definitivamente per avere ucciso due rapinatori mentre erano ormai in fuga. Quel processo rappresenta uno spartiacque culturale e politico. La Corte di Cassazione non ha negato il diritto alla legittima difesa. Ha semplicemente ribadito uno dei principi fondamentali dello Stato di diritto: la forza privata può sostituire quella pubblica soltanto nel tempo strettamente necessario a respingere un’aggressione attuale. Quando il pericolo è cessato, il monopolio della forza torna allo Stato. È questa la linea che separa la giustizia dalla vendetta. Eppure, una parte della politica ha reagito come se la sentenza costituisse un’offesa alla volontà popolare. Non è stato contestato soltanto il dispositivo della Corte. È stata messa in discussione la legittimità stessa della magistratura di decidere contro ciò che una parte dell’opinione pubblica riteneva giusto. IL POST DELLA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO MELONI SU FACEBOOK Qui emerge il nodo decisivo. Quando il consenso pretende di sostituire la legge, la democrazia costituzionale entra in una zona di pericolo. Le dichiarazioni della Presidente del Consiglio — “Mi aggredisci, mi difendo e dovrei risarcirti io?” — hanno alimentato una rappresentazione emotiva del diritto nella quale il giudizio dei tribunali rischia di essere subordinato alla percezione collettiva. Ma il diritto non può essere governato dagli umori del momento. Norberto Bobbio lo spiegava con estrema chiarezza: «La democrazia è il governo delle regole prima ancora che il governo della maggioranza». Senza regole condivise, la maggioranza smette di essere democratica e diventa arbitrio. Da tempo assistiamo a una progressiva delegittimazione degli organi di garanzia. Il Parlamento viene frequentemente marginalizzato attraverso il ricorso sistematico alla decretazione d’urgenza e ai voti di fiducia. La magistratura viene accusata di fare politica quando esercita il controllo della legalità. Gli organismi indipendenti vengono rappresentati come ostacoli anziché come garanzie. È una dinamica che Luigi Ferrajoli ha descritto efficacemente: «La differenza tra democrazia costituzionale e democrazia plebiscitaria consiste nel fatto che il potere è sottoposto al diritto e non il diritto al potere». Quando i limiti costituzionali vengono rappresentati come un intralcio, la democrazia comincia lentamente a trasformarsi in qualcosa di diverso. Non è necessario abolire formalmente la Costituzione. È sufficiente svuotarla dall’interno. La storia europea insegna che le democrazie raramente vengono distrutte con un solo atto rivoluzionario. Più spesso vengono logorate attraverso un processo graduale di normalizzazione dell’autoritarismo. Negli Stati Uniti Donald Trump ha costruito una parte significativa della propria strategia politica delegittimando magistrati, istituzioni elettorali e stampa indipendente. In Israele il tentativo del governo Netanyahu di ridimensionare il ruolo della Corte Suprema ha provocato una mobilitazione civile senza precedenti. In Europa orientale Viktor Orbán ha teorizzato apertamente la costruzione di una «democrazia illiberale», nella quale il consenso elettorale viene utilizzato per comprimere il pluralismo e ridurre gli spazi di controllo sul potere. Ogni esperienza è diversa e non sono possibili assimilazioni meccaniche. Ma il metodo presenta elementi ricorrenti: concentrazione del potere esecutivo, delegittimazione della magistratura, personalizzazione della leadership, riduzione degli spazi del dissenso, costruzione di un rapporto diretto tra il leader e “il popolo”, presentato come un’entità omogenea che non ammette opposizioni. È qui che il pensiero di Hannah Arendt conserva una straordinaria attualità: «Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra fatti e finzione, fra vero e falso, non esiste più». Quando il dibattito pubblico sostituisce i fatti con la propaganda e le sentenze con gli slogan, la democrazia perde il proprio terreno comune. Ancora più esplicito fu Umberto Eco nel celebre saggio “Il fascismo eterno”: «L’Ur-Fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è smascherarlo e puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme».  Il fascismo, dunque, non ritorna necessariamente con le camicie nere o con il saluto romano. Può riaffacciarsi attraverso una cultura politica che esalta il capo, identifica il dissenso con il tradimento, alimenta la paura come strumento di governo, trasforma la sicurezza nell’argomento capace di giustificare ogni compressione delle libertà e considera i controlli costituzionali un ostacolo alla volontà della maggioranza. Steven Levitsky e Daniel Ziblatt, nel loro studio “Come muoiono le democrazie”, osservano che oggi «le democrazie non vengono quasi mai abbattute con un colpo di Stato; muoiono lentamente, attraverso l’erosione delle istituzioni da parte di leader eletti». È un monito che riguarda tutte le democrazie contemporanee. SEQUENZA DELLA RAPINA NELLA GIOIELLERIA DI ROGGERO E L’UCCISIONE DEI DUE RAPINATORI INSEGUITI CON LA PISTOLA IN PUGNO Per questo il caso Roggero non è soltanto una discussione sui limiti della legittima difesa. È il sintomo di una più ampia torsione culturale nella quale la forza tende a prevalere sul diritto e il consenso viene invocato per delegittimare le garanzie costituzionali. Calamandrei ricordava agli studenti milanesi che «la Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta; se cade a terra e nessuno la raccoglie, rimane lì». Quelle parole conservano oggi una forza straordinaria. La Costituzione non diffida del popolo. Diffida del potere. Per questo distribuisce le funzioni tra Parlamento, magistratura, Presidente della Repubblica, Corte costituzionale, autonomie territoriali e informazione libera. Non per rallentare il Governo, ma per impedire che qualsiasi Governo possa identificarsi con lo Stato. Quando un esecutivo considera ogni controllo un’invasione di campo, ogni sentenza sgradita una decisione politica e ogni dissenso una manifestazione di ostilità, non siamo ancora fuori dalla democrazia costituzionale. Ma stiamo percorrendo una strada che la storia europea ci invita a osservare con estrema attenzione. La libertà raramente viene perduta tutta insieme. Viene ceduta un diritto alla volta, un contrappeso alla volta, una garanzia alla volta. Ed è proprio quando tutto sembra normale che difendere la Costituzione diventa il primo dovere civile di ogni cittadino. Aurelio Angelini
July 19, 2026
Pressenza
La fabbrica dei giustizieri
di Francesco Piccioni* La campagna per la grazia a Mario Roggero non riguarda la giustizia, ma la costruzione di un modello culturale che legittima la violenza privata, alimenta il giustizialismo …