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Imperialismi ancora, e noi
Dispiace per i liberal, per coloro che avvampavano di libido per check and balance, autorità indipendenti (tra queste, la Fed), John Rawls, dialogo trasparente e libera stampa. Dispiace – per le tante carriere dense di fuffa in frantumi. La libertà, lo chiarisce il messaggio di giubilo di Milei per il sequestro di Maduro e Flores, torna a essere quella che è stata un tempo – ovvero prima del movimento operaio e delle lotte anticoloniali e femministe: libertà bianca, razzista, machista, colonialista. La libertà di John Locke, quella della Bibbia dei puritani e dei quaccheri – oggi, rozzamente, evangelici. La libertà dell’uomo bianco, proprietario e armato. Dispiace per gli antimarxisti di professione (e per le loro carriere dense di invidia), Trump impone la lettura attenta di Hobson, Luxemburg, Lenin. Hobson, «l’arcieretico» (cit. Schumpeter) fabiano stimato da Lenin e ritenuto imprescindibile da Keynes. Colui che, prima di Luxemburg e Lenin, spiega per quale motivo dazi e monopolismo, finanza ed eccesso di risparmio, vanno assieme con imperialismo. E Hobson è particolarmente utile perché parla di un impero, quello britannico, che si avvia al tramonto, con la Prima, ma soprattutto la Seconda guerra mondiale. Presidente del tramonto, negli Stati Uniti, è Donald Trump, al di là delle mattutine celebrazioni che gli riserva Federico Rampini. Dopo la sconfitta di Napoleone, negli anni Venti del XIX secolo, la Gran Bretagna diviene impero. Ciò, fino a quando Germania e Stati Uniti non recuperano il ritardo nello sviluppo industriale. Ritardo ampiamente recuperato durante la lunga depressione del 1873-1896. Ma il XIX secolo, in buona parte, è il secolo della pax britannica. Una pax che, dal punto di vista monetario, è definita dal regime aureo, ovvero dal dominio, attraverso l’oro, della sterlina. Sono gli anni Venti del XIX secolo quelli della piena affermazione di Ricardo, della sua proposta di banca centrale indipendente, proposta che si realizza compiutamente a partire dal 1844. La crisi, la prima grande crisi capitalistica, quella del 1873-1896, è anche la fucina della seconda rivoluzione industriale – della chimica, della siderurgia, dell’elettricità, dell’espansione delle ferrovie – e del monopolismo del capitale, che sostituisce il regime libero-concorrenziale imposto (o quasi) al mondo dalla spinta imperiale britannica. Dall’impero agli imperialismi concorrenti; dall’oro, e dal primato della sterlina, al gold exchange standard degli anni Venti del Novecento, fino a Bretton Woods e al dominio del dollaro. Il dominio senza limiti (o quasi) del dollaro si impone, in verità, a partire dagli anni Settanta. Kissinger è in Cina, in segreto, nell’estate del 1971, quando Nixon dichiara il dollaro non più convertibile in oro: la stagione dei cambi fluttuanti prende corpo; l’Europa, risponde con il coordinamento monetario che – un paio di decenni dopo – fonda l’euro – moneta contabile già dal Primo gennaio 1999 e circolante nel 2002. L’anno dopo, nel 1972, Kissinger torna in Cina, stavolta pubblicamente e con Nixon, per avviare l’estensione cinese delle multinazionali americane e, con essa, la marginalizzazione della lotta di classe (operaia) in Occidente e l’ascesa dell’economia cinese. Tutto, o quasi, in funzione antisovietica. Si aggiungono poi il pieno sostegno ai talebani, nella guerra che, dopo il tonfo americano in Vietnam, innesca la fine del socialismo reale. Il tramonto USA si rovescia in apparente rinascita, con l’implosione di Mosca, le guerre civili che, con la CIA e il FMI, consegnano l’impero sovietico a Eltsin prima e a Putin poi. Il sogno imperiale, unilaterale, di Bush senior e Clinton dura poco, crolla con le Dot.com prima e le torri gemelli poi, tra il 2000 e l’11 settembre 2001. > Un decennio di gloria e la rinascita diviene tracollo aggressivo, col delirio > di Bush junior e il «nuovo secolo americano», dolorosamente naufragato in Iraq > prima, nonostante l’ammazzamento senza processo di Saddam Hussein, e in > Afghanistan nel 2021 – la famosa fuga scomposta che sollecita Putin, altro > leader del tramonto, a invadere l’Ucraina. Vero, il colpo di grazia per la Gran Bretagna furono il militarismo e le mire espansionistiche tedesche, la distanza atlantica degli Stati Uniti, da dove, soprattutto nel 1914, escono armi e derrate agricole ed entra oro a palate. Ma la vittoria definitiva degli Stati Uniti, a Bretton Woods nel 1944, avviene quando, a vincere la guerra col nazismo è Stalin, assai più di Roosevelt – come chiarisce Dimbleby nel suo fondamentale 1944 Finale di partita. L’ambizione imperiale americana nasce da subito mozzata e, dopo crolli e risalite, oggi è definitivamente archiviata. Ciò che conta, della nuova Strategia di Sicurezza USA, è il rilancio della concorrenza imperialistica – tra «cortile di casa» e multipolarismo competitivo (per un’analisi più completa, rinvio al testo di Sandro Mezzadra, per EuroNomade). L’epilogo del dollaro inteso come (marxiano) «denaro mondiale», per Trump, è verità difficile da contrastare (alla fine del 2024, il dollaro rappresentava solo il 58% delle monete di riserva internazionali, a fronte del 65% nel 2014 e quasi il 75% nel 2000). Lo testimonia l’idea di Bessent di vendere le riserve auree, con Meloni-Malan-Borghi che imitano (ultima Legge di Bilancio); fa altrettanto il Genius Act che liberalizza le stablecoin ancorate al dollaro. Tentativi, entrambi, di rispondere alla de-dollarizzazione dell’economia mondiale, già realtà per i BRICS, di cui il Venezuela ambiva a essere parte, sganciando la vendita del suo greggio dal mezzo di pagamento a stelle e strisce. IL PREZZO DI SANGUE Imperialismo, dunque, ma con quale carne da cannone? Quello venezuelano, al momento, è stato un blitz. Così, a giugno dello scorso anno, il colpo sferrato contro il nucleare iraniano. Per il resto, ammazzamenti puntuali, sostegno a tutte le opposizioni utili e da scaricare a tempo debito, attentati, intelligence, minacce ibride e droni. La “sindrome” americana continua a essere il Vietnam, assai più della Prima e della Seconda guerra mondiale; nella seconda, in particolare, il prezzo di sangue decisivo è stato quello russo – il resto, sono balle. In una conversazione del 6 novembre 2024 con Justin Vogt di “Foreign Affairs”, lo storico Stephan Kotkin (Stanford University) afferma:   «Tutti parlano del problema demografico dei cinesi. Ma loro hanno circa 50 milioni di uomini tra i 18 e i 24 anni. In America ci sono 12 milioni di uomini tra i 20 e i 24 anni. […] Nella Seconda guerra mondiale abbiamo inviato jeep e auto Studebaker, radio e spam (carne in scatola), mentre i sovietici hanno mandato a morire 27 milioni di persone per sconfiggere l’esercito di Hitler. Quanto al teatro del Pacifico, noi abbiamo offerto a Chiang Kai-shek aerei e armi, lui ha fornito i soldati necessari. E ha perso almeno 13 milioni di persone. Cioè, abbiamo “preso in affitto” l’esercito di terra sovietico in un teatro e quello cinese in un altro, inviando materiale bellico e denaro, e abbiamo vinto in entrambi i teatri. Ma chi possiamo prendere in affitto adesso? Chi sarebbe disponibile?». La Russia di Putin, altra superpotenza in declino, con la guerra in Ucraina sta dimostrando di avere, oltre le circa 6.000 testate nucleari e i droni, carne da macello in gran quantità. Dato sanguinario che mi spinge a ritenere assai precaria l’alleanza tra Putin e la Cina. Per il momento, senza Cina la Russia sarebbe economicamente fallita. Al contempo, però, la dimostrazione di forza in Ucraina ha molti scopi: tenere a freno l’espansione americana nell’Est europeo; logorare l’Unione Europea favorendone la frammentazione o quantomeno la paralisi; fare mostra di muscoli al mondo tutto, Cina compresa; ovviamente, schiacciare le opposizioni interne. Due superpotenze declinanti in azione: l’una con Silicon Valley, intelligence e stablecoin, oltre alle testate; l’altra con nucleare, hackers e droni, carne da cannone. E intanto sembra avanzare il «secolo asiatico», sino-indiano: multilaterale, con moneta digitale pubblica, verde (terre rare e transizione ecologica), non per questo scarsamente nazionalista (è il caso indiano, in particolare). > Le domande da farci, a mio avviso, sono le seguenti: nel quadro di una > rinnovata concorrenza imperialistica, cosa possono i movimenti sociali e > sindacali, le forze politiche d’alternativa, in Europa? E l’Unione Europea, > esplicito bersaglio sia di Putin che di Trump, ha un futuro? LE ALTERNATIVE REALISTICHE Con enfasi da mitomani si potrebbe affermare che, contro la guerra imperialista, l’unico antidoto è la guerra di classe, la guerra civile proletaria. Bene, una volta galvanizzati gli animi più o meno nostalgici, nulla si è detto di concreto. La mia ipotesi, ovviamente da verificare, è che virilità bellica ed eroismo maschio (e inevitabilmente nichilista) non godono di buona salute, che la gente, che pure si sfianca di lavoro e di consumi tech, non voglia morire, che i boomers, che pure se ne fottono delle pensioni che non avranno i loro figli, non desiderano nipoti morti in trincea. Il mondo MAGA è una spina nel fianco per Trump, che solo con interventi lampo se la può cavare. La Russia, che sa mostrare i muscoli, a forza di mostrarli sta accumulando una dipendenza economica nei confronti di Cina e India che, presto, presenteranno il conto. Occorre, urgente, un’iniziativa di pace credibile. Che non può che essere agita, principalmente, dai movimenti sociali e sindacali, come ampiamente dimostrato, in Italia, dagli scioperi moltitudinari del 22 settembre e del 3 ottobre (2025), a sostegno della Global Sumud Flotilla. Mentre Putin avanza in Ucraina, Merz riarma la Germania e Macron sta per consegnare la Francia al Rassemblement National, Trump rilancia la sua intenzione di occupare la Groenlandia, per ostacolare ulteriormente i commerci cinesi. La Groenlandia è Danimarca, Europa. Cosa succede se, al pari di quanto fatto sabato mattina, Giorgia Meloni riterrà legittimo il colonialismo di Trump su suolo europeo? Al fianco della mobilitazione sociale, da subito, devono mobilitarsi le forze politiche di alternativa: in Europa, ovviamente, ma guardando senza ambiguità alla Cina e al Brasile, alla Colombia e al Messico e, forse, al Canada. > Se le lotte possono fomentare e consolidare contropoteri di pace, > un’iniziativa diplomatica delle forze politiche radicali, oltre e contro ogni > tatticismo nazionale, sostitutiva dell’inettitudine delle attuali cancellerie > europee, può ostacolare il delirio bellicista che, in Europa, ha poca presa > sull’opinione pubblica, soprattutto donna e giovane. Vero, il delirio bellicista europeo è, in gran parte, tentativo di rilancio dell’economia attraverso le commesse pubbliche legate alla Difesa: riconversione dell’automotiv, prevalentemente, visto il ritardo nei confronti della Cina sull’elettrico. Quale certezza posso avere che, soprattutto i sindacati metalmeccanici, non si pieghino alla logica del lavoro a ogni costo, produzione di morte compresa? Nessuna. Eppure, a mio avviso, anche una parte delle élite europee capisce che, se l’Unione ha un futuro, questo non può che tenerla lontana dal tracollo aggressivo di Trump e di Putin. Le tante voci dell’establishment che sollecitano una ripresa dell’interlocuzione con la Cina segnalano che il capitalismo non è fenomeno politicamente omogeneo, che l’imperialismo, nonostante la storia sembra ripetersi identica, non è un destino, ma un tentativo alquanto disperato e non per questo meno sanguinario di evitare tassazione progressiva, ripresa della dinamica salariale, riduzione delle disuguaglianze, rilancio in forze del welfare. Oggi, come ieri, l’alternativa è secca: socialisme ou barbarie. Lo scrivo alla francese (ricordando la rivista di Castoriadis e Lefort, tra gli altri), per recuperare la tradizione operaista (quindi, comunista) e libertaria al contempo che prepara il Sessantotto europeo e, in Italia, continua dopo il Sessantotto. Libertà, certo, contro la libertà di Trump e di Milei, e anche contro le scemenze liberal fuori tempo massimo che, purtroppo, ammaliano le culture politiche cosiddette “progressiste”, quelle che vedono autocrati ovunque, tranne notare il fascismo molecolare e quotidiano nei rapporti – corporativi – di lavoro e di sfruttamento. Con la consapevolezza che la barbarie non è questione geopolitica, ma fa tutt’uno col capitalismo, anche nelle sue striature e differenze politiche. Un conto è la «grande tattica», che rende l’Unione Europea terreno di contesa o la Cina riferimento mondiale imprescindibile, un conto è la strategia: quest’ultima, non ha bandiere amiche, ma solo ribelli, lotte, insubordinazioni, fughe, diserzioni, ammutinamenti, istituzioni alternative, ecc. La copertina è tratta da Wikicommons SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Imperialismi ancora, e noi proviene da DINAMOpress.
Un autunno costituente
di NA HABY STELLA FAYE. Riprendiamo da Global Project questa intervista doppia ad Anna Guerini e Rossella Puca pubblicata il 23 dicembre 2025. Il movimento contro il genocidio in Palestina ha dato uno scossone a questo paese. Un movimento che per partecipazione, maturità del discorso e radicalità nelle pratiche, farà senz’altro la storia. Sono passati più di due mesi dal “weekend lungo” del 3-4 ottobre, due giornate che hanno visto 3 milioni di persone scendere in piazza. Questa intervista doppia ha l’ambizione di mettere a sistema o, quantomeno, in dialogo tra loro, le diverse prospettive e riflessioni emerse durante questi mesi. Milioni di persone sono scese in piazza contro il genocidio in Palestina; indubbiamente, tuttavia, il discorso di questo movimento è andato oltre il caso singolo, e ha messo al centro il rifiuto della normalizzazione della guerra, dello sterminio di massa e del dominio coloniale come elementi costitutivi di un nuovo ordine globale. La Palestina Globale di cui parla Ilan Pappé infatti definisce da una parte l’Israele globale, ovvero la generalizzazione a livello sistemico dei principi e degli strumenti del fascismo coloniale rappresentato dal regime israeliano, dove il concetto stesso di diritto si restringe sempre di più. Dall’altra, invece, la Palestina globale dei movimenti, dei popoli che intessono alleanze radicali contro la violenza del regime di guerra e genocidio. Quali sono i nodi fondamentali a cui guardare per comprendere i processi di questo movimento? Anna Guerini – Intanto vi ringrazio per avermi proposto questa intervista doppia con Rossella. Secondo me possiamo iniziare — non ancora in un’ottica propriamente storica, perché per quella servirà molto più tempo — quantomeno a cogliere ciò che questo movimento ha innescato.  E possiamo riconoscere le difficoltà che stiamo incontrando nel mantenerlo vivo, e ragionare sugli snodi e sui momenti di difficoltà e di impasse. Prima di passare a questo, parto con un aneddoto. Sono reduce dal Convegno Internazionale Marxista-femminista a Porto e tra le varie compagne con cui mi è capitato di parlare,  molte condividevano con me e le altre italiane lo stupore e l’ammirazione per le piazze del lungo weekend del 2-3-4 ottobre, che a ben vedere inizia il 22 settembre. Insomma mi restituivano una gioia immensa nel vedere le piazze italiane. Evidentemente la mobilitazione italiana ha avuto una diffusione, dal punto di vista dell’immagine della potenza, che va ben oltre i confini italiani ed europei. Non ci siamo neanche noi resi conto del tutto della specificità di quello che è successo, perché non è stato dappertutto così. Questo ci porta a chiedere che cosa abbia funzionato particolarmente bene dal punto di vista dell’attivazione di quella mobilitazione, che cosa è scattato e che cosa ci consente di tenere vivo il processo che in quelle settimane si è innescato. Credo che il punto di partenza fondamentale sia stata una sorta di indignazione generalizzata che ha coinciso con il momento apicale del genocidio e la mobilitazione della Flottiglia che, per il suo carattere “civile” e “umanitario” diciamo così, ovviamente rendeva la brutalità del genocidio e più complessivamente l’impunità di Israele ancora più evidente. > Credo che si sia progressivamente delineata nella testa di tante/i l’idea > dell’Israele globale, e quindi il legittimo terrore che quel margine di > impunità concesso ad Israele negli ultimi settant’anni rischi di diventare il > criterio con cui le democrazie – visto che consideriamo Israele l’unica grande > democrazia del Medioriente – complessivamente possano riorganizzare il loro > intervento politico e sociale in una fase di evidente crisi. Qua ci sarebbe da discutere se si tratta di una crisi o del definitivo esaurimento di una fase politica ed economica specifica, che abbiamo definito fase neoliberale negli ultimi quarant’anni. Forse la crisi è finita e questi cambi di intervento e queste accelerazioni lo indicano. Però appunto credo che sia balenata nella testa di molti la paura che questo grado di impunità potesse rovesciarsi anche all’interno dei Paesi occidentali. Questo da un lato è positivo, ha finalmente costretto molte persone a fare i conti e guardare in faccia la violenza genocida di Israele. Aggiungo però che è sintomatico che tutta questa mobilitazione incredibile sia esplosa nel momento in cui c’erano degli attivisti in larga parte occidentali ad attraversare il Mar Mediterraneo verso le coste di Gaza con la Global Sumud Flotilla. Il tema è che quella è stata riconosciuta come una mobilitazione non violenta e umanitaria, ma in primo luogo fondamentalmente politica, unita all’invocazione molto chiara dei portuali di Genova “Se toccano la Global Sumud Flotilla, noi blocchiamo tutto”. Questo ha segnato un punto di rottura. La domanda fondamentale da porsi è: che cosa ha innescato quel quid in più che ha dato vita a quella reazione? Io credo che sia stato il rispecchiamento con chi stava sulla Flotilla, che pur nella sua azione pacifica è stato aggredito, attaccato, oggetto di veri e propri atti di terrorismo da parte del Governo israeliano e di attacchi frontali da parte dei governi occidentali. Un rispecchiamento che ci fa temere per la repressione che possiamo subire, indipendentemente dalla forma di protesta che mettiamo in campo. E questo ha segnato uno stacco, perché la retorica degli antagonisti dei centri sociali non regge più. Questo ha costretto tutti a fare i conti con quello che stava succedendo da due anni, ma più complessivamente da settant’anni, e ha avuto una ricaduta dal punto di vista dell’attivazione. Nel frattempo, il fatto che Trump sia intervenuto in modo molto netto sulla situazione e che si stia cominciando a discutere seriamente, e non più soltanto in termini astratti, di piani di riarmo dell’Europa, ha cambiato la configurazione; credo poi che uno degli altri stimoli principali sia stato il timore per i nostri salari e per la nostra capacità di sopravvivere da qui ai prossimi anni dentro un regime di guerra, che evidentemente sta imponendo delle trasformazioni che riguardano tutti.  Un’altra questione è che questo movimento ha potuto contare su una serie di processi accumulati almeno negli ultimi dieci anni, processi sociali di mobilitazione molto ampi – penso in particolare allo sciopero femminista, visto che ieri era il 25 di novembre, e al movimento per il clima, che hanno riattivato lo strumento dello sciopero, restituendogli una dimensione sociale, che in questi lunghi weekend è tornato ad essere fondamentale anche all’interno del fronte sindacale. In entrambi i casi erano scese in piazza delle composizioni sociali molto ampie. Quel tipo di attivazione, sommata ai processi di attivazione e agli spazi politici che le strutture di movimento da anni tengono vivi, ha consentito di estendere la mobilitazione in modo inimmaginabile. Rossella Puca – Io partirei da un punto che di solito crea imbarazzo negli ambienti istituzionali: il crollo di credibilità del diritto internazionale davanti al genocidio in Palestina. Non è un dettaglio esterno al movimento, anzi. Perché ciò che è successo nell’ultimo anno – e che milioni di persone hanno percepito con una chiarezza sorprendente – è che le norme poste a tutela dell’umanità si sono rivelate incapaci di vincolare il potere quando il potere è alleato dei Paesi centrali dell’ordine mondiale. Immagine iconica su tutte le altre: La Corte Penale Internazionale emette un mandato di arresto contro Netanyahu; ma il suo aereo con lui dentro, sorvola senza ostacoli gli spazi aerei europei. Ora, se il diritto penale internazionale è valido solo per gli Stati “periferici”, ciò che viene meno non è una procedura, ma la sua natura di diritto: perché un diritto che si applica a geometria variabile diventa immediatamente un atto politico travestito da norma. Allo stesso modo, venendo ora al ruolo dell’ONU questo si è ridotto all’impotenza strutturale: risoluzioni ignorate, veti permanenti, appelli umanitari continuamente disattesi. L’ONU ha mostrato di essere un luogo dove il linguaggio del diritto sopravvive come forma, ma sembra quasi non possedere più alcun potere conformativo. Poi c’è il tema dei notissimi doppi standard. Nel caso della guerra Russa-Ucraina abbiamo assistito a un ricorso quasi immediato all’apparato sanzionatorio, al linguaggio della responsabilità internazionale dello Stato aggressore, alla mobilitazione retorica di “valori comuni” da difendere. Nel caso palestinese, dinanzi ad un genocidio quello stesso apparato è stato silenziato o usato in modo simbolico. > Questo non è solo ipocrisia: è la dimostrazione che l’ordine giuridico > internazionale non è un sistema, ma un campo di forza in cui prevale > l’interesse geopolitico. Il movimento ha colto tutto questo con lucidità: la percezione condivisa è che, quando i crimini vengono commessi da chi detiene un ruolo centrale nell’economia globale della guerra, il diritto non interviene. E non interviene perché sembra non sia stato costruito per farlo. Il diritto, qui, ha smesso di essere strumento di limite: è diventato strumento di legittimazione dell’impunità. Parallelamente, abbiamo assistito all’azione degli Stati che, invece di perseguire la violazione del diritto, hanno perseguito chi la denuncia. Si sono viste misure disciplinari nelle scuole, tentativi di censura dell’autonomia scolastica ed universitaria, denunce contro i manifestanti o anche solo identificazioni per aver sventolato bandiere della Palestina o per aver pronunciato parole considerate indesiderabili. È un rovesciamento radicale: non si reprimeva quella violenza – quel genocidio, ma chi provava a renderli visibili. Ecco perché, secondo me, il nodo fondamentale per comprendere questo movimento è che le persone hanno percepito un fatto essenziale: quando il diritto è incapace di proteggere le vite che dovrebbe proteggere, allora l’unico luogo in cui può essere difesa la giustizia è lo spazio pubblico. Il movimento è stato questo: la rivendicazione collettiva di un’etica della responsabilità che il diritto internazionale ha abbandonato. Durante questa ondata di mobilitazioni, è stato posto l’interrogativo centrale dell’organizzazione, ed in particolare della sfida per le strutture di mettere a disposizione i propri strumenti, favorendo l’attivazione e la mobilitazione senza soffocarla con gli identitarismi. Che ruolo hanno avuto strutture e organizzazioni in questa fase? Che ruolo hanno invece avuto i percorsi nazionali che nell’anno passato hanno visto l’attivazione di migliaia di persone contro l’autoritarismo e la repressione del dissenso, come, ad esempio, quello contro il DdL – poi Decreto – Sicurezza? Anna Guerini – Rispetto al ruolo delle strutture, questo movimento ha posto un tema rispetto all’organizzazione. Dobbiamo fare una riflessione su diversi piani: ciascuno di noi ha conosciuto prevalentemente i contesti in cui si è mobilitata, per cui bisognerebbe capire se le mobilitazioni sul piano locale sono state uguali, se i processi si assomigliano tutti – cosa che non credo. Credo che alcuni processi innescati nel mio territorio siano stati particolarmente efficaci. Le strutture di movimento, ad esempio, hanno mostrato disponibilità a tenere aperto lo spazio politico, uno spazio di confronto, di dialogo e di messa a disposizione non passiva, ma organizzativa, di strumenti, conoscenze e pratiche di piazza. Ciò ha consentito di organizzare delle mobilitazioni che hanno rivendicato un certo grado di “illegalità”. La pratica del blocco non era scontata fino a qualche tempo fa, e forse il fatto che qualunque tipo di mobilitazione, anche la più pacifica e umanitaria, venga attaccata con le bombe a ultrasuoni, ha fatto capire che si può provare a spingere in questo senso. Altrettanto importante è stato lo sforzo per mettere in comunicazione una serie di realtà e di singoli che altrimenti sarebbero stati dispersi, dando un contributo in termini di organizzazione ecosistemica, se vogliamo usare i termini di di Rodrigo Nunes. Le assemblee cittadine a Padova sono state uno strumento formidabile in questo senso. Ovviamente facendo tesoro di una serie di mobilitazioni degli ultimi anni. Anche le università sono state centrali. Erano due anni che le e gli studenti, riunite in collettivi, occupavano le università contro il genocidio in Palestina, costruendo un discorso politico che alla fine, faticosamente, si è affermato perché si è rivelato corretto dal punto di vista dell’analisi. E quindi l’organizzazione ha messo a disposizione l’aspetto dell’intelligenza e della costruzione di un ragionamento collettivo, senza il quale probabilmente non ci sarebbe stato quello spostamento dal punto di vista della potenza della mobilitazione. > Cosa rimane da fare adesso? Credo che il problema sia cercare di individuare > gli elementi di scarto rispetto ai due anni precedenti. Il tema che poneva Rossella sul diritto internazionale secondo me è fondamentale. Il campo giuridico si sta rivelando un campo di contesa sempre più esposto alla trasformazione. Da un lato, il diritto internazionale si è rivelato per quello che è storicamente – uno strumento con un forte impianto ed eredità coloniale. Questa volta, però, proprio i Paesi del cosiddetto “Sud Globale” hanno avviato i processi contro Netanyahu per genocidio, rilanciando l’attività e la funzione politica del diritto internazionale, provando a rovesciarne il segno. Nel momento in cui il diritto internazionale si è rivelato per quello che è, la mobilitazione ha fatto sua la grammatica e l’ha usata come strumento politico dal basso. È un campo di contesa che ci potrebbe consentire di fare un passo in avanti, per non limitarci a rivendicare e rimpiangere la sovranità liberale o il sistema del diritto internazionale.  > Credo che dalle piazze venga l’indicazione di tenere aperti processi ampi e > spazi di confronto, facendo passare il messaggio che non è il momento di > muoversi da soli con iniziative scollegate che rischiano di mettere in > discussione quegli stessi processi e depotenziarli, compromettendo mesi di > lavoro politico. Un’ultima cosa: il problema che stiamo identificando sempre più precisamente è quello del regime di guerra, e dei modi in cui sta implodendo nei nostri Paesi, dalla manovra finanziaria, agli annunci sulla leva, ad una serie di trasformazioni che riguardano l’università. Il problema è identificare i punti di attacco a quello che abbiamo chiamato Israele globale e capire come mobilitarci efficacemente in questo senso. Rossella Puca – La questione dell’organizzazione, in questa fase, è stata decisiva. Ma non nel senso classico dell’organizzazione come struttura compatta-gerarchica, dotata di una linea congressuale e di un piano. È emersa invece una forma di organizzazione non identitaria, che ha funzionato proprio perché non ha cercato di capitalizzare politicamente la mobilitazione. Le strutture – quelle che già esistevano, in Italia dai centri sociali alle reti antirazziste, fino alle realtà sindacali di base  – hanno avuto un ruolo che definirei “di servizio”, nel senso più alto e politico del termine: mettere a disposizione strumenti, spazi, competenze, reti di cura e di difesa legale, senza pretendere di dirigere la dinamica. > Le organizzazioni che hanno saputo leggere questa fase hanno capito una cosa > molto semplice: l’energia sociale non si governa, si accompagna. E > accompagnarla significa rinunciare a trasformarla in identità. Questo movimento non voleva un soggetto che parlasse al posto suo. Voleva, semmai, una cornice in cui agire, un’infrastruttura che rendesse possibile l’emersione spontanea di una politica che è stata al tempo stesso radicale e popolare. E qui entra in gioco anche l’altra parte della domanda: il ruolo dei percorsi contro l’autoritarismo e la repressione dell’ultimo anno. Io credo che quei percorsi siano stati una sorta di precondizione politica. Le mobilitazioni contro il DdL Sicurezza, contro l’inasprimento delle pene, contro la criminalizzazione del dissenso, hanno prodotto due cose fondamentali: – una grammatica condivisa sulla repressione, cioè un lessico comune per riconoscere le forme del potere – tramite i convegni studi che non avevano nulla di accademico… – una rete fondamentale di soggetti – giuristi, attivisti, collettivi, insegnanti, studenti – capaci di attivarsi rapidamente. Quando la piazza palestinese è esplosa, queste reti erano già col motore acceso. E si è visto nelle pratiche: dalla gestione dei fermi alla lettura politica delle denunce, dalla protezione delle scuole autorganizzate alla capacità di disinnescare l’uso strumentale delle retoriche dell’antiterrorismo, all’essere presenti compatti in vari territori: dal porto di Venezia sino alla piazza di Bologna, passando per la manifestazione di Udine contro la partita Italia-Israele. Senza quel lavoro precedente, il tentativo di soffocare la mobilitazione avrebbe avuto un peso molto maggiore. In questo senso, direi che strutture ed il percorso anti deriva autoritaria hanno permesso al movimento di non essere solo emotivo, ma di essere politicamente solido e ben radicato. Come abbiamo visto in questi mesi, la controparte si sta riorganizzando. Dal DdL Gasparri al piano casa, fino a una manovra finanziaria che mette al centro il riarmo, a discapito dei servizi e del welfare, senza prevedere investimenti strutturali per contrastare povertà e disuguaglianze. Di fronte a questo scenario, quali saranno le sfide per i movimenti? Rossella Puca – Le misure che stanno avanzando – dal DdL Gasparri al piano casa, fino a una manovra centrata sul riarmo e priva di investimenti strutturali contro povertà e disuguaglianze – non sono episodi isolati. Indicano una tendenza precisa: lo Stato sta riorganizzando il proprio impianto politico-giuridico in chiave di governo della crisi, e il costo di questa riorganizzazione ricade quasi interamente sui diritti sociali e sulle forme di conflitto (l’intervista è stata fatta prima dello sgombero del centro sociale Askatasuna, le cui modalità ricadono pienamente in questa strategia ndr). Accanto a questo livello più visibile c’è un versante meno appariscente ma non meno rilevante: quello della riforma della giustizia presentata come aggiornamento tecnico ed efficientista. La promessa è quella di una giustizia più rapida e accessibile. La realtà è un processo di razionalizzazione autoritativa, in cui la velocità diventa il pretesto per ridurre garanzie sino ad arrivare chissà ad ampliare gli strumenti discrezionali della magistratura requirente del pm. È una trasformazione culturale prima che normativa: la giustizia smette di bilanciare poteri e tende a diventare un dispositivo amministrativo di ordine pubblico. Su questo sfondo si colloca anche il dibattito referendario costituzionale che ci attende. Non è un dettaglio tecnico né uno scontro tra addetti ai lavori: è il tentativo di fissare in Costituzione un rapporto più verticale tra società e istituzioni, dentro un contesto in cui la spesa sociale arretra mentre il settore militare avanza. > Ridurre i contrappesi mentre si espandono sicurezza, repressione e riarmo > significa ridefinire il patto democratico in senso difensivo: lo Stato si > protegge, non protegge. Le elezioni regionali confermano una tendenza chiara ma non monolitica. La destra è strutturalmente forte, soprattutto dove riesce a intercettare paure materiali e una domanda diffusa di stabilità. Ma non vince ovunque, e questo è significativo: soprattutto nel Mezzogiorno emergono spazi politici che non si allineano automaticamente al blocco di governo, territori in cui gli effetti concreti delle politiche nazionali – tagli al welfare, alla sanità – sono percepiti in modo più immediato. La frattura Nord/Sud non esprime solo differenze economiche: evidenzia modelli diversi di relazione con lo Stato, diverse forme di aspettativa sociale. Per i movimenti, questo significa che il campo non è chiuso. È discontinuo quindi in un certo senso attraversabile. Le sfide, allora, si giocano su due piani intrecciati. Sul terreno giuridico, comprendere come il diritto stia cambiando funzione: non più limite al potere, ma strumento per stabilizzare un modello di governo fondato su sicurezza, austerità e militarizzazione. Ma le nostre battaglie non devono essere solo difensive: saranno battaglie per produrre diritto, per imporre principi e pretese che oggi non trovano spazio nella cornice istituzionale. Sul piano sociale-territoriale, ricostruire solidarietà reali dove il welfare arretra. Non in termini assistenzialistici-cattolici, ma in termini politici: reti che sappiano fare ciò che lo Stato non fa più, e che allo stesso tempo denuncino in senso critico il perché non lo fa. Per quanto riguarda lo sguardo generazionale, una parte consistente della generazione politica attiva, oggi non si sente minimamente rappresentata dal discorso istituzionale dominante, ma non vive però il conflitto come un’eccezione: anzi, lo vive come il modo normale di stare nel presente. Questa è la vera forza del momento: la capacità di non lasciarsi definire dal quadro dato, ma di produrre nuovi linguaggi che il quadro non riesce a contenere. È da qui che passa la sfida dei movimenti, non solo opporsi, ma spostare il campo. E farlo con l’ambizione – sempre più concreta – di ridisegnare ciò che oggi viene raccontato come inevitabile. Anna Guerini – Parto dall’ultima cosa che ha detto Rossella. Questa ambiguità del diritto ha prodotto uno scarto nella posizione degli Stati, tanto che abbiamo l’occasione per provare ad andare oltre ai quadri giuridici, politici e sociali di cui può venire nostalgia in un momento come questo. L’obiettivo può essere, in questo caso, superare e forzare quegli stessi quadri. La riforma della giustizia è un’altra questione fondamentale. Io ovviamente non ci torno, viste le competenze che ha Rossella, però mi sembra che sia assolutamente interna alla trasformazione complessiva a cui stiamo assistendo, e che sta avvenendo molto rapidamente. Essa riguarda da un lato la cancellazione dei limiti: la crisi viene stabilizzata come tale, senza che si abbia la necessità di risolverla. Dall’altro, assistiamo all’accentramento sempre maggiore dei poteri esecutivi. L’abbiamo visto con il DDL sicurezza, con il suo impianto repressivo del tutto specifico, che aveva come obiettivo proprio quelle forme di solidarietà diffusa che si sono attivate nei mesi scorsi. La proposta di riforma della governance universitaria è altrettanto emblematica. Se uniamo la riforma della giustizia, la proposta del premierato – l’altro grande obiettivo del Governo Meloni – il decreto sicurezza, i vari DDL Gasparri/Del Rio, e questo testo sull’università, l’obiettivo sembra essere la riorganizzazione dei poteri dello Stato, al fine di riorientare complessivamente i flussi economici e finanziari dentro l’economia di guerra. Per questo silenziare l’opposizione sociale alla guerra è tanto importante. Mi soffermo su questa ennesima riforma dell’università del Governo Meloni, che si aggiunge a quella sul reclutamento e sull’ASN. La riforma della governance degli atenei, che ha l’obiettivo di consolidare i rettori, raddoppia la durata del rettorato e introduce la conferma quasi per acclamazione, e nel frattempo depotenzia pesantemente i Senati accademici e punta a inserire un membro del Governo dentro il CdA di Ateneo – attacca quindi le già deboli e problematiche “istituzioni intermedie”, che in un modo o nell’altro, fungevano appunto, da limiti, da argini. Sembra che persino le attribuzioni dei fondi premiali agli atenei saranno strettamente vincolate alle valutazioni ministeriali. > È un attacco frontale all’autonomia universitaria, che acquisisce uno > specifico peso in questo momento, visto che l’università è stata e continua ad > essere una fucina di elaborazione di pensiero critico, di opposizione al > genocidio, al regime di guerra, al governo. Ora: questa riforma fa venire nostalgia meccanismi e organismi che abbiamo giustamente avversato per 15 anni. Penso ad esempio all’ANVUR o all’ASN. Il problema non è rivendicare il ritorno alla riforma Gelmini, che era un disastro e ha distrutto l’università. Il problema è cogliere l’occasione per fare un passo in avanti e ripensare complessivamente le istituzioni sociali, perché questo è un momento in cui, forse, lo possiamo fare. Serve un grande sforzo di elaborazione, di immaginazione e ragionamento politico collettivo. Una riflessione analoga vale per la manovra finanziaria, attraversata, ad esempio, da una linea marcatamente patriarcale: le donne figurano solo come madri,, hanno diritto ad essere “ricompensate” solo perché tali e l’obiettivo sembra essere ricacciarle nel part time. Anche questo è un segno molto chiaro di che cos’è l’economia di guerra e di come va organizzandosi la società a partire dalla sua riproduzione. Abbiamo veramente davanti dei campi molto ampi di lavoro politico. Dobbiamo evitare la trappola della nostalgia per il vecchio e dedicarci a immaginare il nuovo. L'articolo Un autunno costituente proviene da EuroNomade.
Giso Amendola: «Distinguere tra crisi e trasformazione del diritto internazionale»
Tra le categorie più frequentemente mobilitate nel dibattito pubblico per interpretare l’incapacità degli organismi sovranazionali nell’arginare la violenza che colpisce intere popolazioni in aree sempre più estese del pianeta – a cominciare dalla Palestina – la nozione di crisi del diritto internazionale occupa oggi una posizione centrale. Ma “crisi” è una categoria da maneggiare con cautela: il rischio è di trasformare la crisi in un semplice luogo comune analitico, incapace di restituire la complessità dei processi politici e materiali che la producono. In questo senso, il dibattito in corso sembra investire una questione di portata ancora più generale: non soltanto la crisi del diritto internazionale, ma la presunta crisi dell’esperienza giuridica nel suo complesso. La dichiarazione divenuta virale del Ministro Tajani – «Il diritto internazionale conta fino a un certo punto» – è stata spesso letta come un sobrio slancio di realismo politico. Ma ciò che essa realmente segnala è l’emergere di un orizzonte ideologico tutt’altro che neutro, in cui la forza torna a porsi come criterio ultimo di legittimazione e il diritto viene retrocesso a semplice orpello discorsivo, legittimo solo finché non ostacola la volontà sovrana. Più che un’analisi disincantata, tale posizione indica una precisa scelta di campo. È precisamente qui che l’intervista con Giso Amendola, filosofo del diritto e attivista, offre un contributo decisivo. Attraverso le lenti critiche proposte, la cosiddetta crisi del diritto internazionale appare sotto una luce diversa: non come effetto delle rotture prodotte dalle destre autoritarie, ma come il tentativo reattivo delle destre di rimettere ordine di fronte alle trasformazioni teoriche e pratiche innescate dai movimenti decoloniali. Lungimiranti nel dischiudere usi contro-egemonici e inediti degli strumenti giuridici globali, questi movimenti hanno prodotto un’eccedenza politica che ha messo in tensione la struttura stessa dell’ordine giuridico internazionale, costringendolo a misurarsi con la propria matrice coloniale e con la pluralità delle soggettività oggi presenti sulla scena globale. L’intervista che segue raccoglie dunque strumenti interpretativi preziosi per comprendere tale fase di mutamento, e al contempo indica percorsi di approfondimento teorico e politico per chi intende pensare – e praticare – il diritto senza separarlo dalla sua costitutiva politicità. La frase del Ministro Tajani – “Il diritto internazionale conta fino a un certo punto” – ha suscitato un dibattito significativo. Che effetto ti ha fatto quando l’hai ascoltata? Ti è apparsa una provocazione, uno slancio di sincerità inattesa o una conferma, per così dire, “realista” del rapporto strutturale tra diritto internazionale e forza? Mi ha ricordato – ancora una volta – che la critica del diritto può seguire molti approcci, impiegare strumenti concettuali anche molto diversi, ma in ogni caso non può essere confusa con il realismo, tanto meno con quel realismo che si camuffa troppo spesso da “buon senso” comune. Il “realista” dice semplicemente, come ha farfugliato Tajani, che il diritto è una costruzione normativa fittizia, un racconto che camuffa la verità dei fatti e che, sotto il sistema normativo, c’è una verità, che consiste nei rapporti di forza nella loro nuda evidenza. La critica del diritto nasce invece dall’idea che il diritto gioca un ruolo fondamentale proprio nel dare una forma ai rapporti di forza. Prendiamo Marx, per esempio: Marx non sostiene mai che il diritto sia una illusione ideologica, dietro la quale si nasconderebbe la “verità” del potere o dei rapporti sociali. Sostiene, al contrario, che in una certa fase storica – quella segnata dai rapporti di scambio di tipo capitalistico – lo sfruttamento si produce non attraverso la pura violenza di fatto ma proprio attraverso la costruzione della forma giuridica dello scambio e del soggetto giuridico, altrettanto “formale”, che costruisce quei rapporti di scambio. E qui formale non significa per nulla inventato, menzognero, o irrilevante: è proprio invece quella forma la modalità, non meno sostanziale che il rapporto di puro dominio, in cui si esercita lo sfruttamento capitalistico, uno sfruttamento costruito proprio attraverso la costruzione della relazione giuridica tra soggetti “liberi ed eguali”. Allo stesso modo, il diritto internazionale non è certo una copertura più o meno ideologica di una “verità” del potere che invece risiederebbe immancabilmente nella sovranità degli stati nazionali. Il diritto internazionale è invece una costruzione storicamente determinata che ha dato forma a diversi aspetti dei rapporti di potere globale: anzitutto, la regolazione delle relazioni interstatali in Occidente e, simultaneamente, l’affermazione del dominio coloniale dell’Occidente sul resto del mondo (lo descriveva molto bene, paradossalmente, quell’apologia reazionaria del diritto internazionale moderno che è Il Nomos della terra di Carl Schmitt). Nel corso del tempo si sono poi stratificati, all’interno della costruzione del diritto internazionale, le forme e le istituzioni regolative transnazionali prodotte dalla forza globalizzante del capitale, ma anche principi politici che si sono imposti sul piano globale grazie al processo di decolonizzazione, basti pensare al principio di autodeterminazione dei popoli. > Chi, di fronte a tutta questa complessità normativa, sostiene che in fondo > quello che davvero conta poi è la sovranità statuale, mentre tutto il resto > vale “fino a un certo punto”, non fa esercizio di critica. Semplicemente, come > spesso accade ai sedicenti “realisti”, nasconde l’apologia – del tutto > acritica e ideologica – della forza degli stati nazionali, dietro una pretesa > di analisi realistica. E infatti: nel difendere le pretese di Israele di considerare “sue” acque che sono extraterritoriali, e di violare il diritto umanitario bloccando gli aiuti, Tajani non faceva esercizio di disincantata critica realistica, ma di ideologico sostegno alle pretese esclusive di una sovranità nazionale.  Nel dibattito mainstream si parla di “crisi del diritto internazionale” (o della sua fine), in una fase in cui gli stati storicamente più forti da un punto di vista economico e militare si rifiutano espressamente di rimanere all’interno dei limiti (anche solo discorsivi) definiti dal diritto internazionale. Pensi che questo superamento di limiti coinvolga più complessivamente i sistemi giuridici interni agli stati? In altri termini, si tratta più in generale di una crisi dell’esperienza giuridica contemporanea? Dobbiamo distinguere tra un discorso ideologico sulla crisi del diritto internazionale e le modalità effettive delle sue trasformazioni, effettivamente radicali specie dopo la fine della Guerra Fredda. Una cosa è l’ideologia della crisi, un’altra cosa il modo di darsi delle crisi. Le estreme destre mondiali hanno incorporato nella costruzione delle “guerre culturali” l’idea che il diritto internazionale è il relitto di un’epoca ipocrita, da archiviare, insieme d’altronde a qualsiasi idea di limite giuridico all’assolutezza della volontà sovrana. C’è in questa visione tutta l’eredità più torbida della sovranità statale come ideologia: il vitalismo della “decisione” contro le pretese tecniche, impersonali e “borghesi” (ma qui borghese significa sostanzialmente smidollato, lontano dalla serietà dello scontro tra vita e morte di cui si nutre la sovranità). Le destre recuperano così tutta la storia ultra ideologica della sovranità contro l’idea stessa di un diritto sovranazionale. Ma questa costruzione ideologica non va confusa con una rottura effettiva dell’ordine sovranazionale. Sotto questo aspetto, le cose sono molto più complicate e differenziate. È certamente vero, per esempio, che dal punto di vista del divieto della guerra offensiva, uno dei principi fondanti del diritto internazionale contemporaneo, così come dei grandi crimini sovranazionali, la guerra d’Ucraina e il genocidio in Palestina hanno segnato una crisi conclamata della capacità di reazione del diritto internazionale. Ma da qui ad aderire alla tesi liquidatoria del suo tramonto, ce ne corre. Ancora più insostenibile è la tesi per cui la crisi investirebbe radicalmente l’ordine internazionale, ma salverebbe per così dire le mediazioni giuridiche interne: al contrario, la crisi del compromesso welfaristico statuale – databile quantomeno dalla fine del sistema di Bretton Woods e della sua capacità di tenere insieme una certa autonomia dei poteri statali con lo sviluppo del capitale globale e delle sue istituzioni – è una delle radici della globalizzazione giuridica ed è impensabile che l’instabilità della governance globale possa produrre miracolosamente il ritorno delle condizioni della mediazione statuale. Al di là del lessico della “crisi” e della sua dubbia utilità per leggere le trasformazioni sociali e politiche, secondo te quali sono le coordinate per impostare una analisi critica della crescente perdita di effettività – o forse, per meglio dire – di autorevolezza del diritto internazionale e delle sue istituzioni a cui stiamo senz’altro assistendo? In altri termini, si possono individuare dei passaggi storici o delle categorie teoriche che ci aiutino a comprenderla in modo non moralistico? In primo luogo, occorre tenersi rigorosamente lontani da tesi ideologiche e incapaci di cogliere la complessità come quelle che dànno per morta la globalizzazione e con essa ogni forma di diritto globale. Il diritto internazionale è, per esempio, in sicura crisi di effettività per quanto riguarda il tentativo di “giuridificare” la guerra. Ma è una crisi prodotta dal fallimento del progetto neoconservatore di ritorno della guerra giusta nel segno dell’antiterrorismo, dell’esportazione della democrazia, della guerra per i diritti umani: dal suo fallimento, non dal suo successo come pretesa alternativa alla giuridificazione internazionale della guerra. La dottrina della nuova guerra giusta non si è affatto imposta come alternativa contro l’antico tentativo di limitare la guerra del diritto internazionale: ha destrutturato quel poco di “divieto” della guerra d’aggressione che s’era riusciti a imporre, senza però riuscire a far passare una legittimazione globale di un nuovo diritto alla guerra. Nella guerra d’Ucraina, il corto circuito s’è reso evidente quando Putin ha richiamato proprio la dottrina neocon della “guerra preventiva” come giustificazione della guerra, non una pura e semplice rivendicazione del diritto sovrano alla guerra, con ciò mostrando che, comunque, anche in un evidente caso di guerra d’aggressione, il richiamo a una qualche versione “globale” di giustificazione della guerra permane (in questo caso, quella elaborata in termini di intervento preventivo antiterroristico). Per quanto sia ormai profondamente destrutturato, il sistema di limitazione della guerra in capo alle Nazioni Unite, quindi, non si può dire però che si sia riaffermata la guerra come prerogativa classica e “piena” della sovranità statale. In termini più generali: ciò che sicuramente è tramontato, è il progetto di una costituzionalizzazione dell’ordine globale sorretto dall’egemonia americana. > Ma questo tramonto non lascia spazio a un ritorno della supremazia dei diritti > nazionali. Proprio come si è esaurita una certa idea lineare della > globalizzazione, sostenuta da un centro egemonico chiaro, ma non è tramontata > la globalizzazione in sé, così è irrimediabilmente interrotto il processo > lineare di costruzione del diritto globale, come si era potuto immaginare > forse nel dopoguerra: ma non riemerge per nulla un ritorno al diritto statuale > classico e al sistema delle sovranità, sulle ceneri del diritto globale, > quanto piuttosto un panorama frammentato e conflittuale delle istituzioni > giuridiche globali. Ma pur sempre con sistemi giuridici globali, per quanto frammentati, abbiamo a che fare, e nessun ritorno alla centralità classica dello stato è all’orizzonte. Se non nei proclami delle destre: che, però, intanto proclamano le versioni più urlate della sovranità, proprio in quanto la sovranità classica, come principio effettivamente ordinatore, resta irreparabilmente in crisi. È con questa frammentazione dei sistemi giuridici globali e non con il ritorno, se non ideologico e spettrale, della sovranità, che dobbiamo fare i conti teorici e politici. C’è un paradosso interessante nel dibattito pubblico: appare che la destra globale abbia più capacità di immaginare rotture del diritto, di spingersi oltre le sue forme codificate e le categorie giuridiche dominanti. Al contrario, movimenti e prospettive da sinistra si trovano spesso nella posizione di difendere il diritto. Che sensazioni hai rispetto a questo scenario? Ci sono vie d’uscita da questo schema? La destra non immagina rotture, se non nella narrazione ideologica che ha costruito. La destra reagisce alle rotture che si sono effettivamente date nell’ordine tradizionale e lo fa con l’intenzione di ristabilire in qualche modo quell’origine perduta. Nello spazio del diritto globale questo è chiarissimo: l’ordine sovranazionale si è radicalmente trasformato, in modo anche più radicale di quanto il progetto di costruzione del diritto internazionale immaginava di “contenere”. Il principio di autodeterminazione dei popoli ha funzionato, con i processi di decolonizzazione, come un movimento di radicale “autocontestazione” dell’ordine globale, provocandone l’apertura trasformativa e continuamente eccedente (come colse con grande lucidità Impero di Hardt e Negri). A quell’eccedenza – che tende, fino a farla saltare, la forma tradizionale delle mediazioni giuridiche costituite – la destra globale ha risposto con la riproposizione della sovranità statale: sovranità che, a sua volta, poteva darsi ormai non più, come mediazione, quanto piuttosto come gestione continua della crisi: una sovranità “spettrale”, molto diversa da qualsiasi impossibile ritorno alla sovranità giuridica classica. Se quindi la destra ha operato una “rottura” nel diritto, lo ha fatto nel senso del contraccolpo rispetto alla trasformazione radicale già in movimento, e di un tentativo letteralmente reazionario di ristabilire le categorie della tradizione giuridica dello Stato, ma in realtà riproponendone la crisi. Davanti a questo panorama, il problema non sta nel difendere le antiche mediazioni contro la “rottura” della destra. Sta invece nel riattivare precisamente le spinte trasformative e costituenti che si danno nello spazio globale, le forze liberate dai processi di decolonizzazione e di decentramento rispetto all’egemonia occidentale tradizionale, per immaginare non una lotta per la difesa, quanto per l’invenzione di un nuovo spazio giuridico globale. Al rilancio spettrale, da destra, di una sovranità statale luogo di una crisi insuperabile, se non come gestione reazionaria continua della crisi stessa, si può rispondere lavorando dentro e oltre l’attuale frammentazione dei sistemi giuridici globali, sempre portando il discorso giuridico oltre il blocco della sovranità statale. Il problema non è quindi essere “contro” o “per” il diritto, astrattamente considerato: ma essere ben consapevoli che, se ci si chiude nell’orizzonte delle mediazioni ormai esaurite a livello di diritto nazionale, le destre avranno buon gioco a far prevalere il contraccolpo di una sovranità ormai ridotta a puro comando. Nello spazio sovranazionale, resta invece aperta la possibilità di inventare usi innovativi e costituenti dei processi giuridici, facendo così girare a vuoto il contraccolpo nazionalista. In un tuo articolo uscito su “Euronomade” parli di “uso decoloniale della giustizia internazionale” in relazione all’attivismo di Francesca Albanese contro il genocidio a Gaza, all’azione del Sudafrica dinanzi alla Corte di Giustizia Internazionale e all’iniziativa del “Gruppo dell’Aja” riunitosi a Bogotà nel luglio scorso. In un certo senso, si può quindi dire che nella crisi del diritto internazionale sembrano aprirsi nuovi spazi di possibilità per un uso contro-egemonico del diritto. Quali sono, secondo te, le potenzialità e i rischi di “giocare il gioco del diritto” mantenendo posture critiche e conflittuali? Proprio perché il campo del diritto globale non si è affatto dissolto, come vogliono i sostenitori della tesi della fine della globalizzazione, ma semmai si è interrotto il progetto di una lineare e progressiva costituzionalizzazione dello spazio globale, è possibile che gli strumenti del diritto sovranazionale possano conoscere utilizzi inediti. Anzi, è proprio grazie all’interruzione di quel processo, che sta emergendo la possibilità di far giocare alcuni “pezzi” dei sistemi giuridici globali, quelli in cui si è sedimentato il processo di decolonizzazione, contro la indubbia matrice coloniale del diritto internazionale entro la quale quei “pezzi” sono stati rinchiusi e normalizzati. La matrice coloniale ha sicuramente strutturato il diritto internazionale e ha continuamente neutralizzato anche quegli aspetti che eccedono quella matrice, come il principio di autodeterminazione, la previsione dei grandi crimini internazionali e l’obbligo di prevenzione del genocidio, il riconoscimento del diritto di resistenza. Il rapporto tra strumenti di diritto sovranazionale e matrice coloniale però può essere riaperto paradossalmente proprio grazie alla crisi del processo lineare di costituzionalizzazione globale, che non è mai riuscito a rendersi indipendente da quella matrice. La crisi della global governance a egemonia americana, insomma, riapre la possibilità di una decolonizzazione degli strumenti del diritto sovranazionale ed è quello che appunto stiamo vedendo nell’azione davanti alla CIG sul genocidio, nel lavoro impagabile di Francesca Albanese come relatrice Onu, nel pronunciamento della Commissione Onu sui diritti umani e così via. Centrale diventa l’emersione della soggettività che spinge a questo uso “alternativo” di pezzi e strumenti del diritto internazionale (mai del “diritto internazionale” in quanto tale, quello sì complessivamente inseparabile dalla sua matrice coloniale). È questa soggettività che può spingere verso un superamento in direzione completamente inedita e trasformativa dell’attuale frammentazione sistemica. Dal lato soggettivo, qui abbiamo anzitutto l’elemento inedito per cui il “resto” del mondo che si riappropria di questi strumenti non è più delimitabile all’interno dello schema del “Sud del mondo”, ma attraversa trasversalmente e mette in discussione tutti i nuovi blocchi in formazione nello spazio globale ormai post-egemonico. La coalizione “sudafricana” che guida l’azione alla CIG non è riportabile allo schema del Sud del mondo e questa è effettivamente una condizione inedita, che può dare esiti nuovi ai tentativi di rottura della matrice coloniale del diritto internazionale. L’altro elemento di novità è l’emergere dei nuovi movimenti sociali globali, a cominciare dal movimento transfemminista ed ecologista. Come vediamo nella domanda radicale di giustizia che si è raccolta nella costellazione dei movimenti della “Palestina globale”, si stanno configurando i tratti di un nuovo internazionalismo. È una composizione soggettiva transnazionale che può costituire il motore per una invenzione di strumenti di diritto globali finalmente sia “antisovranisti” che “anticoloniali”. Per chi volesse acquisire strumenti e linguaggi per orientarsi nel dibattito sulla crisi del diritto, quali letture, autorə e genealogie suggeriresti? Dove guardare per costruire un pensiero e un agire che non separino il diritto dalla sua politicità costitutiva? In primo luogo, ristudierei il patrimonio di analisi della crisi della forma Stato e della crisi del compromesso costituzionale welfaristico. Penso ovviamente a un testo fondamentale come quello di Toni Negri sulla Forma Stato, ma in generale a tutto il dibattito sulla fine della mediazione costituzionale, sulla crisi fiscale dello Stato che ha caratterizzato gli anni Sessanta e Settanta. Sono letture fondamentali per fissare bene le ragioni dell’irriproducibilità di quelle mediazioni e quindi della necessità assoluta, per noi, di muoverci in direzione dell’immaginazione di qualcosa di meglio dello Stato. Per lo stesso motivo, frequenterei tutto il dibattito sull’abolizionismo, che sta evidentemente trascendendo l’ambito criminologico e carcerario e comincia a indicare l’abolizione degli strumenti giuridici statali tradizionali come orizzonte di azione e, prima ancora, di immaginazione dei movimenti sociali. Poi c’è il grande campo degli studi critici sul diritto internazionale: direi che va riletta la tradizione di critica del diritto internazionale che ne ha messo in luce, dall’interno dell’esperienza occidentale, le contraddizioni costitutive (la tradizione dei Critical Legal Studies, a partire dai grandi studi di Martti Koskenniemi); e gli studi critici sul diritto internazionale che provengono dai c.d. approcci del Terzo Mondo al diritto internazionale (in acronimo inglese, il campo di studi TWAIL). Fondamentale tutto il lavoro femminista di decostruzione del soggetto giuridico formale classico e il lavoro insieme ecologista e femminista sull’emergere della centralità della riproduzione sociale e sui nuovi strumenti di regolazione che questa centralità richiede. Un laboratorio oltre lo Stato, lucidamente critico sulla natura coloniale del diritto internazionale, ma anche capace di immaginare spazi e strumenti globali decolonizzati, evitando la terribile trappola di pensare la resistenza possibile solo come esperienza necessariamente “confinata” negli ambiti nazionali. La foto di copertina è di Christoph Braun, wikicommons. SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Giso Amendola: «Distinguere tra crisi e trasformazione del diritto internazionale» proviene da DINAMOpress.
Trump e noi. Resistere ad autoritarismo e regime di guerra
di SANDRO MEZZADRA. Muoversi all’interno delle rovine di un sistema non è agevole. Il fatto è che oggi in rovina non è soltanto il sistema internazionale, l’ordine che si presentava come “basato sulle regole”. Al contrario, si può assumere quella rovina come vertice prospettico per analizzare il disfacimento di una molteplicità di sistemi, che certo non dovevano essere particolarmente in salute. All’ombra del genocidio di Gaza, una regione cruciale per gli equilibri mondiali, il Medio Oriente, sembra aver perso ogni principio di ordine. Staccata dagli Stati Uniti, se non per la camicia di forza della NATO, l’Europa appare consegnata all’irrilevanza sotto il profilo della politica mondiale, irrigidita al suo interno dalla paura del declino e della stagnazione economica e amputata del suo “modello sociale”. L’ambizione europea a essere “forza di pace” si sgretola di fronte all’opzione per il riarmo e per la militarizzazione dell’economia, della politica e della società. Nel tempo di Trump, poi, la stessa democrazia liberale – ancora contrapposta all’“autocrazia” all’indomani dell’invasione russa dell’Ucraina – impallidisce e si svuota di determinazioni materiali. Lo spettacolo della forza sembra essere dominante – si tratti di dazi, sottomarini nucleari, o rambo mascherati a caccia di migranti per le strade di Los Angeles. Anche dall’Alaska, poi, la logica che viene proiettata sul mondo è quella imperiale della politica di potenza come criterio dominante nelle relazioni internazionali. Proprio i dazi, del resto, ci mostrano che la situazione è ben lungi dall’essere stabile – che al contrario l’uso ricattatorio di questo strumento ha l’obiettivo di produrre una serie di shock successivi che puntano a ridefinire le geografie e il regime di accumulazione del capitalismo statunitense e globale. Basti pensare all’“accordo” con l’Unione europea, che ha come corollario l’impegno a investimenti europei, in particolare in campo energetico, che, come ha dimostrato ad esempio Paul Krugman, sono da diversi punti di vista non solo irrealistici, ma impossibili. Quando una clausola di questo genere viene inserita in un “accordo”, è evidente che si prepara il terreno per ulteriori forzature e ricatti. Instabili e provvisori appaiono molti degli accordi sui dazi siglati nelle ultime settimane, senza contare che è continuamente necessario adeguarli al fatto che le importazioni non riguardano solo beni di consumo ma anche le catene di fornitura di componentistica vitale per il residuo settore manifatturiero negli Stati Uniti. È bene resistere alla tentazione di leggere nei dazi e nelle guerre commerciali l’ennesima fine della “globalizzazione” e guardare piuttosto a questa costitutiva instabilità delle politiche dell’amministrazione Trump come allo strumento attraverso cui si mira a scuotere i rapporti commerciali all’interno del mercato mondiale per ritagliare condizioni più favorevoli per il capitale statunitense. È comunque una trasformazione radicale rispetto agli ultimi decenni, in primo luogo perché le politiche di Trump – puntando a drenare risorse da tutto il mondo per affrontare l’insostenibile debito degli Stati Uniti e dunque rallentarne la crisi egemonica – determinano una accentuata nazionalizzazione del capitale statunitense, che corre parallela ai processi di concentrazione accelerati negli anni della pandemia da Covid-19. E se queste stesse politiche determinano un indebolimento del dollaro, minacciando quello che è stato in questi anni il principale strumento di gestione del debito, il Genius Act (la legge sulle criptovalute e sulle stablecoin) ha esattamente la funzione di controbilanciare quell’indebolimento. La politica dei dazi di Trump si innesta all’interno di un quadro mondiale da tempo percorso da tendenze protezionistiche e da accentuata competizione in particolare nel settore delle tecnologie digitali e dei minerali più o meno “critici” necessari per il loro sviluppo. E tuttavia, all’interno di questo quadro quella politica introduce un tasso di nazionalismo “economico” senza precedenti negli ultimi anni, secondo una logica che non può che essere al tempo stesso di nazionalismo politico. Oggettivamente, la combinazione di concentrazione di capitali e territorializzazione (per quanto ovviamente in parte solo retorica, ma questo significa “nazionalizzazione” del capitale statunitense) ripropone un elemento centrale analizzato dai teorici dell’imperialismo all’inizio del Novecento. E mentre il nazionalismo si diffonde ulteriormente, ben al di là degli Stati Uniti, la congiuntura che stiamo vivendo appare destinata a facilitare un’ulteriore proliferazione di guerre e regimi di guerra. La “militarizzazione di Silicon Valley” di cui ha parlato il New York Times qualche giorno fa (4 agosto), ovvero la torsione in chiave bellica dello sviluppo di tecnologie digitali, piattaforme e Intelligenza artificiale, è al tempo stesso un sintomo e un acceleratore di questa tendenza. Si tratta di un primo tentativo di analisi, necessariamente provvisorio e consapevole del fatto che la situazione è in costante mutamento. Quello che molti cominciano a chiamare il Trump shock, in analogia con il Volcker shock del 1979 (il violento rialzo dei tassi di interesse da parte del Presidente della Federal Reserve che per molti versi diede avvio all’epoca neoliberale), è in ogni caso destinato a ridisegnare violentemente le geografie e le logiche del capitalismo mondiale, e in particolare i rapporti tra capitale e lavoro. Mi sembra quindi necessario, sulla base di questi primi elementi di analisi, insistere su alcuni dei limiti fondamentali che la politica di Trump incontra e indicare alcune delle sfide politiche più rilevanti di fronte a cui ci troviamo nella nuova congiuntura. Sotto il profilo dei rapporti globali, è evidente che il limite fondamentale è rappresentato dalla Cina, non solo per la forza economica (e in prospettiva politica) di quest’ultima ma anche per la persistente interdipendenza tra l’economia statunitense e quella cinese. Se si prendono i due Paesi che Trump ha sanzionato con dazi “politici” – il Brasile (per l’incriminazione di Bolsonaro) e l’India (per l’acquisto di petrolio russo) – si può immaginare un asse con la Cina (certo più facile con il Brasile che con l’India) nella cornice dei BRICS e di una organizzazione internazionale come la SCO (“Shanghai Cooperation Organization”). Non si tratta qui di riproporre un’immagine edulcorata del “Sud globale” come “polo” o “blocco” alternativo all’Occidente, ma piuttosto di richiamare un quadro realistico dei cambiamenti profondi che si sono ormai determinati nella distribuzione della ricchezza e del potere a livello mondiale. E da questo punto di vista, per riprendere un punto menzionato in precedenza, i processi e i progetti di de-dollarizzazione sono senz’altro cruciali. Anche all’interno degli Stati Uniti, del resto, la politica di Trump sta già incontrando dei limiti. Come sul piano internazionale lo spettacolo dei dazi (si pensi al “Liberation day”) ha contribuito a ingigantire l’impressione della forza statunitense, anche sul piano interno lo spettacolo della forza (le deportazioni, l’ICE, Alligator Alcatraz, la guardia nazionale a Los Angeles e Washington) ha prodotto un analogo effetto. Ma la resistenza è cresciuta in queste settimane, e resta da capire come saprà collegarsi ai processi di impoverimento di massa annunciati dalla “Big Beautiful Bill” in materia fiscale e di spesa. Difficilmente la re-industrializzazione del Paese, che Trump immagina comunque collegata a un attacco radicale alle pratiche di libertà innervate all’interno dei territori metropolitani, potrà offrire la prospettiva di un futuro per cui valga la pena vivere e lottare. È anzi la rappresentazione più evidente della miseria che caratterizza oggi l’“orizzonte di aspettativa” di nazionalismo e autoritarismo – non certo solo nella terra di Trump. Non è forse così importante, almeno qui, definire la peculiarità di questa forma di nazionalismo e di autoritarismo, intervenendo nel vivace dibattito internazionale attorno a categorie come fascismo e neoliberalismo. Certo, l’orizzonte “promissorio” di quest’ultimo appare definitivamente esaurito (con poche eccezioni, come ad esempio l’Argentina di Milei). Dinamiche di “fascistizzazione” sono comunque in atto in molte parti del mondo, e si combinano in vari modi (da analizzare nei diversi contesti) con la persistenza di politiche neoliberali. I processi di concentrazione del capitale su base nazionale che si sono descritti a proposito degli Stati Uniti – e che si irradiano secondo una geometria variabile – costituiscono la base materiale di queste forme di ibridazione. E diffondono nel pianeta una “violenza atmosferica”, per riprendere un’immagine di Fanon, presaga di guerra. Lottare contro autoritarismo e nazionalismo non può che essere oggi anche per noi una priorità. E questa lotta non può che essere contro la guerra, contro la proliferazione di regimi di guerra che dell’autoritarismo e del nazionalismo costituiscono la cifra d’insieme. Trump mostra bene come il regime di guerra si indirizzi contro i movimenti femministi, nella prospettiva di un violento riallineamento patriarcale dei rapporti tra i generi; contro i movimenti ecologisti, considerato che le energie fossili sono al centro della macchina militare statunitense che i Paesi europei sono chiamati ad alimentare; contro i migranti, sfruttati o deportati nei modi più violenti; contro i poveri, espulsi dai centri urbani. Si potrebbe continuare: ed è evidente come tutto questo abbia precise corrispondenze in Italia, in un Paese governato da un Trump in sedicesimo. Qui, come negli Stati Uniti, su ciascuno di questi terreni (e su molti altri), ci sono resistenze e lotte di fondamentale importanza. Ma la mobilitazione contro la guerra – e per fermare il genocidio a Gaza – può e deve essere un’occasione di convergenza, per moltiplicare la forza di queste resistenze e di queste lotte e per intervenire su una congiuntura mondiale che è già asfissiante per tutte e tutti noi. Si tratta di organizzare questa mobilitazione, con il necessario senso di urgenza. L'articolo Trump e noi. Resistere ad autoritarismo e regime di guerra proviene da EuroNomade.
La storia del capitalismo è una storia di genocidi ricorrenti – intervista a Jason W. Moore
Il testo originale è stato pubblicato dalla rivista online “CTXT“, e tradotto da Alessia Arecco per DINAMOpress Parlare con Jason W. Moore (Oregon, 1971) significa parlare di Capitalocene, concetto da lui proposto per «ridicolizzare il pensiero autoritario che risale a Malthus alla fine del XVIII secolo», quando la sovrappopolazione era considerata la fonte della disuguaglianza. Per lo storico, geografo e professore di sociologia, il cambiamento climatico è responsabilità della classe capitalista e di quelle 150 imprese transnazionali responsabili di oltre il 70% delle emissioni globali di carbonio e gas serra dal 1850. La crisi climatica, conclude, è una questione lavorativa, una guerra di classi. In questa intervista, Moore sviluppa anche l’idea di «natura a basso costo» e dei «tentativi, dall’alto, di svalutare la vita umana». Analizza inoltre il genocidio a Gaza – «singolare, ma non eccezionale» – e fornisce strumenti chiave per organizzare movimenti antisistemici in grado di rispondere a un capitalismo in crisi. Vorrei iniziare chiedendole del concetto da lei sviluppato di «natura a basso costo». In che modo questo concetto è rilevante oggi per affrontare la crisi ecologica? Il capitalismo è un sistema di natura a basso costo. La natura a basso costo include non solo i suoli e i ruscelli, i campi e le foreste, ma anche la forza lavoro umana. La storia del capitalismo, da Colombo nel 1492 fino ai nostri giorni, è la storia di una lotta per la natura a basso costo. La natura a basso costo include ciò che chiamo i quattro elementi a basso costo, o i quattro “a basso prezzo”: lavoro a basso costo, cibo a basso costo, energia a basso costo e materie prime a basso costo. Affinché il capitalismo possa superare le sue crisi, deve ridurre il prezzo della forza lavoro, del cibo, dell’energia e delle materie prime, aumentandone al contempo il volume. La natura a basso costo non riguarda solo come i capitalisti abbassano il prezzo di questi quattro elementi, ma è anche un processo di svalutazione nel senso del termine inglese “cheapening”, relativo a privare di dignità e rispetto. Questo è ciò che tutti i grandi imperi hanno fatto: svalutare la vita e il lavoro della grande maggioranza. Cosa implica includere la forza lavoro come parte della natura a basso costo? Nonostante oggi si dica che l’umanità sia la causa del cambiamento climatico, la realtà è che per gran parte della storia del capitalismo quasi tutta l’umanità è stata collocata nel regno della natura. Parafrasando la grande economista politica Maria Mies, il capitalismo si nutre del lavoro non retribuito delle donne, della natura e delle colonie. Le fonti della natura a basso costo risiedono nella trama della vita, ma i meccanismi per produrla ed estrarla implicano dominio e oppressione. Pertanto, quando parliamo di natura a basso costo, non ci riferiamo solo alla natura biofisica e biologica, ma anche ai tentativi, dall’alto, di svalutare la vita umana e l’intera trama della vita. Recentemente ha scritto sulla fine di questa natura a basso costo, sul termine del processo storico per cui il capitalismo non paga i suoi conti. L’economista Daniela Gabor analizza come i poteri pubblici riducano il rischio dei privati investendo somme sempre maggiori per spostare la crisi ecologica. Fino a che punto possiamo dire che il denaro a basso costo sia una strategia per evitare la fine della natura a basso costo? Il capitalismo non risolve mai le sue crisi. Le sposta soltanto. Dalla fine degli anni ’80 fino a forse tre anni fa, l’era neoliberale è stata segnata da una politica monetaria espansiva di denaro a basso costo. Lo abbiamo visto in Giappone, in Europa o negli Stati Uniti. Oggi, questo sembra essere finito. E questo ci dice qualcosa di importante in risposta alla sua domanda: il capitalismo non risolve mai le sue crisi. Le sposta semplicemente da un posto all’altro. Ma può spostarle solo muovendosi verso nuove frontiere di denaro a basso costo, lavoro a basso costo, cibo a basso costo, energia a basso costo, materie prime a basso costo e rifiuti a basso costo. Tutte queste frontiere oggi sono state recintate. La fonte della vitalità del capitalismo era spostarsi verso nuove frontiere e poi organizzare nuove e vaste rivoluzioni industriali. Oggi questo è finito, definitivamente. Oggi assistiamo anche alla fine del cibo a basso costo. Dal 2008, i prezzi alimentari sono schizzati in tutto il mondo, principalmente perché il capitale è fuggito dalla crisi dei mutui subprime alla Borsa di Chicago per speculare su materie prime e alimenti. I poteri pubblici stanno investendo somme enormi per contenere i prezzi del cibo, perché sanno che è una delle cause del malessere sociale. Questo sta accelerando la concentrazione di potere nelle grandi aziende agroindustriali e aggravando la crisi ecologica, che a sua volta fa aumentare il prezzo del cibo. Come rompere questa spirale? Analizziamo il rapporto del capitalismo con l’agricoltura. Se risaliamo al XVI secolo, vediamo che il modello di rivoluzione agricola lanciato dal capitalismo ha avuto successo. Ciò che ha fatto è stato produrre sempre più cibo con sempre meno forza lavoro. Questo ha liberato manodopera per lavorare in fabbriche e cantieri navali, trasferirsi nelle città e favorire lo sviluppo economico moderno. Tutte le grandi epoche d’oro, da quella inglese e olandese nei secoli XVI e XVII fino al secolo americano, si sono basate su una rivoluzione agricola che riusciva a produrre sempre più cibo affinché il suo prezzo calasse, facendo diminuire anche il prezzo della forza lavoro. Il rapporto tra alimentazione e forza lavoro è strettissimo, poiché il prezzo del cibo condiziona quello della manodopera. Quell’epoca è finita. Lo sappiamo dal progressivo rallentamento della produttività agricola in tutto il mondo, specialmente nelle aree che furono il cuore della rivoluzione verde, come gli Stati Uniti o l’India. L’alimentazione è una delle principali questioni politiche del presente, una questione di ordine sociale e di instabilità politica. Due delle maggiori rivoluzioni della storia mondiale moderna, quella francese e quella russa, furono provocate da problemi alimentari. Il cambiamento climatico oggi rende impossibile una nuova rivoluzione agricola capitalista nei termini che ho descritto. Vorrei approfondire il concetto di capitalocene e cosa propone da un punto di vista analitico. L’antropocene significa, letteralmente, l’era dell’uomo. Viene presentato come un fatto evidente, come una nuova era geologica. In realtà, è un argomento politico nascosto sotto l’illusione della buona scienza. Non c’è nulla di originale nel concetto di antropocene. Non è altro che un cambio di nome dell’olocene. Il concetto di capitalocene è una provocazione. È un tentativo di deridere e ridicolizzare il pensiero autoritario che risale a Malthus alla fine del XVIII secolo. Malthus pensava che la sovrappopolazione fosse la fonte della disuguaglianza, il che era molto comodo per lui e i suoi amici ricchi, perché così non dovevano assumersi alcuna responsabilità per il marcato aumento della disuguaglianza in Inghilterra alla fine del XVIII secolo. Secondo la sua logica, la disuguaglianza non era colpa dei capitalisti, dello sfruttamento o delle recinzioni, ma della natura e della legge naturale, del fatto che, secondo loro, i poveri avevano troppi figli. Altre versioni di questo argomento sarebbero apparse in seguito. Alla fine del XIX secolo, un altro periodo di profonda rivolta sociale, fu il darwinismo sociale e la rivoluzione eugenetica. > Nel 1968, nel momento delle rivolte del Terzo Mondo e dell’Occidente > imperialista, abbiamo un ambientalismo dominante, quello che Martínez-Alier > chiama l’ambientalismo dei ricchi. Ogni volta che la classe dominante si sente > minacciata, torna all’idea della natura e della legge naturale perché è più > facile giustificare ideologicamente guerra, violenza e disuguaglianza > attraverso un conflitto eterno tra uomo e natura, che spiegarlo come una > guerra di classi tra la grande maggioranza, contadini e lavoratori, e la > classe capitalistica. E da un punto di vista politico? In che modo direbbe che il Capitalocene è fondamentale per le forme attuali di organizzazione e per i movimenti antisistemici odierni? Il capitalocene afferma che le origini della crisi climatica risalgono all’epoca di Colombo. Lo sterminio delle popolazioni del Nuovo Mondo per schiavizzarle contribuì al severo cambiamento climatico del XVII secolo. Il capitalocene è anche un modo per dire che il cambiamento climatico è responsabilità della classe capitalistica, dell’1% della popolazione o, oggi, dello 0,1%. E che i responsabili del cambiamento climatico hanno nomi e indirizzi. Basti pensare alle 150 imprese transnazionali responsabili di oltre il 70% delle emissioni globali di carbonio e gas serra dal 1850. Come per la tratta degli schiavi, sappiamo chi è responsabile della crisi climatica. È un crimine contro l’umanità, un ecocidio. E i responsabili devono risponderne. Hanno nomi e indirizzi, sappiamo chi ha commesso il crimine, possiamo agire. Pertanto, il capitalocene è un modo per sottolineare che i problemi della vita planetaria e della crisi climatica possono essere attribuiti alle classi capitaliste dell’Occidente imperialista. Prima ha citato l’opera di Maria Mies e la sua analisi di come il capitalismo si appropri del lavoro delle colonie, delle donne e della natura. Nel suo pensiero ha sviluppato un’idea simile, la distinzione tra appropriazione e sfruttamento, proposta anche da Nancy Fraser. Questa distinzione è fondamentale per costruire alleanze tra il movimento ecologista e altre lotte, come quelle sindacali o per la casa. In che modo ritiene che questa distinzione possa essere politicamente utile? Non ci sono lotte ecologiche separate dalla questione lavorativa. Questo è il primo argomento che i socialisti devono sostenere: che la crisi climatica è una questione lavorativa, come dice Matthew Huber, una guerra di classi. Il razzismo, il sessismo e l’imperialismo esistono con un solo scopo: aumentare il tasso di profitto e ampliare le possibilità di accumulazione della superclasse planetaria. Ciò che ha fatto Maria Mies, la grande sociologa femminista e marxista tedesca, è stato attirare la nostra attenzione sulle dinamiche dell’oppressione e del lavoro non retribuito nella formazione delle classi lavoratrici. Il proletariato, la classe operaia, non è definito solo dal rapporto di lavoro salariato. Tutte le famiglie della classe lavoratrice dipendono da grandi quantità di lavoro non retribuito. Si tratta di una strategia di natura a basso costo che riduce il prezzo della forza lavoro. Il tempo di lavoro socialmente necessario è determinato da processi politici di dominio che estraggono il lavoro non retribuito socialmente necessario dalle donne, dalla natura e dalle colonie. > Il capitalismo non è, in senso stretto, un sistema economico. Contiene un > sistema economico, ma è un sistema sociale che organizza la trama della vita e > che va ben oltre il controllo di qualsiasi civiltà, dei cicli solari, > dell’orbita terrestre, delle eruzioni vulcaniche. La crisi capitalista ed ecologica si dispiega attraverso ciò che Neil Smith descrisse come sviluppo ineguale. Questo sviluppo ineguale è causa e conseguenza della competizione interna del capitale. A che punto siamo 40 anni dopo che Neil Smith scrisse il suo libro? La dinamica competitiva, che è al cuore del capitalismo, è finita. In tutti i principali settori economici del mondo dominano quattro, forse cinque aziende. Non importa se guardiamo agli appaltatori militari, alle grandi aziende farmaceutiche, ai media, alla produzione automobilistica o alle grandi aziende tecnologiche: ci sono quattro o cinque aziende per settore. Questo è ciò che gli studiosi hanno chiamato capitalismo monopolistico, ma ciò che vediamo oggi supera la loro immaginazione più sfrenata. Allora, che tipo di capitalismo è questo? È un capitalismo zombi. Sotto il capitalismo zombi, le basi della vitalità sono scomparse, ma il corpo rimane. Il capitalismo è morto dentro, ma rimane per nutrirsi del cervello dei vivi. Così lo ha descritto Nancy Fraser in Il capitalismo cannibale. Quale ruolo hanno i poteri pubblici nel sostenere le contraddizioni insite nel capitalismo zombi? Gli Stati Uniti hanno partecipato a circa 170 interventi militari dal 1999. Man mano che la crisi climatica si intensifica, lo stesso fa la macchina da guerra che viene da Washington. Gli ambientalisti devono prendere questo aspetto molto sul serio. La capitalizzazione di borsa delle 50 aziende più grandi del pianeta equivale al 30% di tutta l’attività economica globale. Questo è un livello di centralizzazione estrema ed è legato alla relazione strettamente interconnessa tra capitale e Stati. Negli Stati Uniti, nella relazione tra Goldman Sachs, Wall Street e la Casa Bianca, o tra Silicon Valley e la Casa Bianca, o tra gli appaltatori militari e la Casa Bianca, vediamo sempre le stesse persone. Questo solleva questioni fondamentali sulla democrazia, persino sulla democrazia limitata che ci è stata concessa sotto il capitalismo. In tutto il mondo assistiamo a una crisi della democrazia liberale che ha le sue radici nella fine della natura a basso costo. Non può essere superata, non lo sarà. Ciò che avrà successo è una qualche forma di accumulazione con la politica al comando, che peraltro è la condizione normale della civiltà prima del capitalismo. Sta parlando dell’era della guerra e del suo rapporto con il collasso ecologico. In che modo il genocidio a Gaza è legato all’ecocidio? Gaza è singolare, ma non eccezionale. La storia del capitalismo è una storia di genocidi ricorrenti. La logica di base dell’imperialismo è quella di un progetto civilizzatore – ovviamente lo dico con sarcasmo – che stabilisce due zone. Una zona in cui vige una regolarità simile a quella di una legge nei centri imperialisti, e zone di sacrificio in tutti gli altri luoghi. E chi abita le zone di sacrificio? I selvaggi – è così che pensano gli imperialisti, è così che parlano. Prima erano selvaggi, poi sono diventati sottosviluppati. È così che gli imperi si vedono, come civilizzatori. E chi stanno civilizzando? I selvaggi, gli esseri umani che non sono del tutto umani, che non sono pronti per i mercati, per la democrazia, per la civiltà. Dobbiamo insegnare loro, dicono, e se non possono essere istruiti, vanno cancellati dalla faccia della Terra. Tutto questo è, alla lettera, la retorica del governo israeliano per giustificare i suoi crimini a Gaza. I tedeschi della Seconda Guerra Mondiale usavano la stessa retorica. I britannici in India avevano la stessa retorica. Possiamo fare innumerevoli esempi, che si tratti dell’impero americano, di quello britannico o di quello olandese prima di loro. Questa è anche la storia dei genocidi indigeni che si sono succeduti nei secoli XIX e XX in Nord America. Questa dinamica che ho appena descritto è anche la dinamica di come si produce la natura a basso costo, quando gli esseri umani diventano parte della natura e vengono trattati come oggetti sacrificabili, come qualcosa che può essere dominato in nome del profitto. Nel corso del suo lavoro, ha sviluppato il concetto di ecologia-mondo, cercando di descrivere come, nelle diverse ere del capitalismo, il lavoro, l’energia, l’alimentazione e la natura si combinino in modi differenti. Quali forme di resistenza immagina o ritiene necessarie in questa fase dell’ecologia-mondo? Abbiamo bisogno di tutte le forme di resistenza, ma soprattutto, non basta resistere. Storicamente, l’espansione e la crescita del capitale nel corso dei secoli hanno permesso un modesto processo di riforme graduali, soprattutto nell’Occidente imperiale. Ad alcune parti della popolazione mondiale si poteva offrire qualche carota in più, per usare una metafora. Quando non ci sono carote, restano solo i bastoni. Oggi non ci sono più carote. E una cosa che sappiamo storicamente; c’è un libro importante di Walter Scheidel, The Great Leveler, che affronta questo punto, è che nessuna redistribuzione della ricchezza e del potere dai ricchi ai poveri è mai avvenuta senza violenza. Non perché la gente sia violenta, ma perché le classi dominanti vogliono conservare ricchezza e potere con ogni mezzo necessario. Il contesto della fine della natura a basso costo solleva nuove e spinose questioni politiche per i movimenti sociali degli inizi del XXI secolo. Dobbiamo sviluppare una strategia politica che vada oltre la fallimentare politica dell’orizzontalismo, affinché il potere politico estenda la democrazia in questo momento di crisi. L’immagine di copertina rappresenta una mappa delle colonie europee nel 1837. Fonte publicdomainpictures.net SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo La storia del capitalismo è una storia di genocidi ricorrenti – intervista a Jason W. Moore proviene da DINAMOpress.