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Trump e il dominio sull’emisfero occidentale
«Le forze armate degli Stati Uniti hanno eseguito un’operazione militare straordinaria nella capitale del Venezuela»: ha iniziato così la conferenza stampa il Presidente Trump. Continuando poi con la sua prosopopea di aggettivi superlativi, ha definito l’azione militare straordinaria, potente, spettacolare, forte, perfetta e la prima di questo tipo dalla Seconda guerra mondiale. Dall’invasione dell’Ucraina in poi, i potenti del mondo ci hanno abituato ai ripetuti richiami alla Seconda guerra mondiale: lo ha utilizzato più volte Putin alludendo alla necessità di “de-nazificare l’Ucraina», sono stati ripresi a rovescio da tutti i leader europei («non c’è mai stata una guerra sul suolo europeo dalla Seconda guerra mondiale», dimenticando volutamente la guerra nell’ex-Jugoslavia). Così come sul genocidio in Palestina le similitudini con il nazismo sono state abbondanti. E ora, ancora una volta, nella terza frase della sua conferenza stampa, Trump ritorna sulla Seconda guerra mondiale. E non è un caso: è chiaro che l’ordine internazionale uscito dalla Seconda guerra mondiale, già traballante, è ormai crollato, preso a picconate prima da Putin, e distrutto definitivamente da Israele e dall’inazione di fronte al genocidio a Gaza, dalla derisione della Corte internazionale di giustizia e dell’Assemblea generale delle Nazione Unite e dalle condizioni in cui ancora oggi sopravvivono i e le Palestinesi dopo “il cessate il fuoco”. E forse nel corso di questo anno, ci accingiamo a vedere la cessazione formale di alcune di queste istituzioni internazionali nate dopo quel conflitto. IL DOMINIO STATUNITENSE NELL’EMISFERO OCCIDENTALE Le parole di Trump vanno ascoltate e prese molto sul serio: «il dominio americano sull’emisfero occidentale non sarà più messo in questione», «siamo tornati a essere un paese rispettato», con l’esercito più potente del mondo e gli armamenti più forti. Sono finiti gli anni di Jimmy Carter e dell’imbarazzante esperienza afghana – ha spiegato ancora Trump – nominando il presidente che ha riconsegnato il canale di Panama al Paese di appartenenza. «La dottrina Monroe è stata una cosa importante» e, anche se è stata dimenticata per un certo periodo, «non la dimenticheremo più». E come se nulla fosse, Trump richiama esplicitamente la strategia statunitense che ha finanziato, supportato e diretto colpi di stato, regimi dittatoriali e militari, uccisioni e torture delle opposizioni di sinistra e socialiste in tutta l’America Latina. L’attacco diretto al Venezuela, il rapimento del suo Presidente e di sua moglie, l’uccisione di almeno quaranta persone, sono rivendicate con forza dal Presidente come strategia di sicurezza degli Stati Uniti. E ha anche chiarito che questo potrebbe accadere di nuovo. Trump ha spiegato che Cuba potrebbe cadere ora che non ha più il supporto del petrolio venezuelano, strangolata dalla povertà causata da decenni di sanzioni sempre più dure. Allo stesso tempo ha minacciato la Colombia accusando il Presidente Petro di essere anche lui connivente con il narcotraffico, similmente trattando la Presidente del Messico Sheinbaum. Trump non nega niente, non trova scuse alla sua politica estera, la nomina per quello che è: «il dominio degli Stati Uniti» per proteggere il suo commercio, territorio e risorse. Anche qui una chiarezza spietata. L’era delle istituzioni neo/liberali è finita, distrutte sotto il peso di chi le aveva costruite e organizzate per la propria egemonia mondiale. > Nel suo discorso il Presidente Usa non nomina mai la democrazia o i diritti > umani, al contrario di quanto avvenne nel 2001, quando per giustificare la > guerra in Afghanistan si costruì un’impalcatura retorica di diritti umani ed > esportazione della democrazia, legata strettamente alla “liberazione” delle > donne afghane, ripetuta in maniera peggiore per la guerra in Iraq, insieme > alle falsità sulle armi di distruzione di massa. Gli Stati Uniti all’epoca riunirono intorno a sé una larghissima alleanza, che superava i confini del blocco occidentale, apice e inizio della fine della loro egemonia sul mondo. È interessante notare come Trump, in effetti, utilizzi il termine dominio e non egemonia quando parla della nuova posizione nel mondo degli Usa. Gramsci differenzia la supremazia di un gruppo sociale in due modi: come “dominio” o come “direzione intellettuale e morale”. Gli Stati Uniti caduto il blocco comunista hanno esteso la propria egemonia sul mondo, nel senso gramsciano di direzione intellettuale e morale, e costruito consenso, anche tramite l’espansione delle istituzioni internazionali e delle Convenzioni sui diritti. Un’egemonia nei confronti degli stati alleati, sempre supportata dalla forza nei confronti di chi alleato non era, sia all’interno del paese che nello scacchiere internazionale. Oggi Trump parla di dominio nel solo emisfero occidentale, perché al di fuori di esso la Cina e altre potenze regionali sono pronte a competere per la propria supremazia. Non cerca più di costruire un consenso ampio e quindi dichiara apertamente che l’obiettivo è il controllo sull’industria del petrolio venezuelano e che per questo saranno gli Usa a occuparsi direttamente della transizione di governo. Il dominio e l’uso sconsiderato della forza lo abbiamo visto dispiegato prima di tutto nei confronti del nemico interno: la popolazione migrante, perseguitata dall’ICE, con raid fin dentro le scuole, deportata in catene, messa in prigione, in spregio del diritto nazionale e internazionale, delle istituzioni cittadine e della stessa polizia locale. La stessa logica ha guidato “la tregua” tra Israele e Gaza, dove i e le Palestinesi vengono lasciati morire di freddo dentro le tende sotto l’acqua. E ora il Venezuela. WHAT’S NEXT? L’Unione Europea è silente di fronte l’arroganza statunitense. Le istituzioni europee e i leader dei singoli paesi hanno detto poco o, come il governo Meloni, apertamente supportato l’azione statunitense. E allo stesso tempo è partita la macchina di propaganda che fa vedere comunità venezuelane in giro per il mondo che festeggiano la caduta di Maduro, con articoli che lo descrivono come un dittatore sanguinario. Certo sono lontani, lontanissimi, i tempi dell’ALBA, l’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America, con cui Chávez, Kirchner e Castro fermavano gli accordi di libero scambio con gli Usa e siglavano un patto di cooperazione tra i Paesi. Oggi gli Stati Uniti minacciano apertamente tutti gli stati latino-americani non allineati di fronte al silenzio del mondo. Del resto, Israele ha bombardato per mesi Gaza, senza che i governi occidentali prendessero parola. Alzare la voce contro l’atto di guerra e il rapimento di Maduro non significa sposare tutto il suo programma politico. E soprattutto la questione che abbiamo di fronte non è cosa abbia fatto o meno il governo del Venezuela, ma l’atto di guerra portato avanti impunemente dal governo degli Stati Uniti. Non possiamo permettere che crimini, violenze e atti di sopraffazione – o addirittura un genocidio – avvengano nel silenzio delle società e dei popoli del mondo. È oggi più necessario che mai opporsi ai governi reazionari, illiberali e fascisti e al loro programma guerrafondaio per il mondo. La copertina è tratta da Wikicommons SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Trump e il dominio sull’emisfero occidentale proviene da DINAMOpress.
Da Panama a Caracas: l’aggressione al Venezuela alla luce di 36 anni di interventi Usa
L’escalation contro il Venezuela non è un fatto isolato né un’improvvisa deriva della politica estera statunitense. È l’ultimo capitolo di una lunga sequenza di interventi, aggressioni e strategie di destabilizzazione che attraversano la storia recente dell’America Latina. Per comprenderne la portata, occorre guardare indietro: a Cuba, sottoposta da oltre sessant’anni […] L'articolo Da Panama a Caracas: l’aggressione al Venezuela alla luce di 36 anni di interventi Usa su Contropiano.
Maria Machado, un Nobel fuori luogo che anticipa l’invasione USA del Venezuela
L’idea di premiare oggi María Corina Machado – leader neofascista dell’opposizione venezuelana – con un riconoscimento internazionale del calibro del Nobel per la Pace suscita in chi conosce la storia e la realtà del Venezuela – come il prof. Vasapollo e chi firma questo articolo, in quanto tutti e tre siamo stati […] L'articolo Maria Machado, un Nobel fuori luogo che anticipa l’invasione USA del Venezuela su Contropiano.
Un Premio Nobel senza pace
Forse è davvero ora di buttare nella spazzatura un premio che, al contrario di altri (fisica, medicina, ecc) è diventato soltanto un’indicazione di guerra ideologica e culturale. Qui tre degli interventi che ci sono giunti o abbiamo trovato tra i nostri contatti, chiedendo ovviamente scusa agli altri, ma non potevano […] L'articolo Un Premio Nobel senza pace su Contropiano.
Aspettando l’invasione di Gaza
 È tempo di schierarsi contro la devastazione di Gaza e ciò che resta della Palestina, e di lottare contro un sistema internazionale fondato sull’uso della forza in nome di una cosiddetta «pace», evocata sempre a vantaggio di pochi e sempre usando le parole per mistificare la realtà di ciò che […] L'articolo Aspettando l’invasione di Gaza su Contropiano.
Israele va alla distruzione totale di Gaza
Il caos strategico in cui Netanyahu ha infilato Israele non lascia, paradossalmente, spazio a marce indietro. Quindi, nonostante tutto – l’isolamento internazionale mai così ampio, seppure più a parole che nei fatti, i problemi nell’esercito (i vertici contrari, i riservisti disertori e i suicidi tra i veterani), le manifestazioni sotto […] L'articolo Israele va alla distruzione totale di Gaza su Contropiano.
Il PFB condanna la provocatoria visita di Ben-Gvir alla Moschea di Al-Aqsa
Londra – PIC. Il Palestinian Forum in Britain (PFB) condanna con fermezza la pericolosa e provocatoria incursione del ministro israeliano della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, nel complesso della Moschea di Al-Aqsa, avvenuta domenica. In palese violazione del diritto internazionale e di tutti gli accordi storici, Ben-Gvir ha apertamente guidato preghiere e rituali ebraici all’interno del complesso, circondato da coloni e funzionari estremisti. Questo atto non rappresenta soltanto una violazione della sacralità religiosa del sito, ma è un’affermazione calcolata e aggressiva della sovranità israeliana su uno dei luoghi più sacri dell’Islam. Zaher Birawi, presidente del Palestinian Forum in Britain, ha dichiarato lunedì che questa incursione costituisce un crimine e una palese provocazione ai sentimenti musulmani, oltre a una pericolosa escalation che rischia di incendiare la regione, di cui l’occupazione israeliana porta la piena responsabilità. Ha aggiunto che i governi dei paesi arabi e islamici hanno una parte significativa di responsabilità in questa ripetuta prevaricazione sionista, sostenendo che il loro silenzio e il mancato intervento deciso e concreto per fermare queste gravi violazioni ai siti sacri incoraggia l’occupazione a perpetrare ulteriori aggressioni. Birawi ha esortato i popoli del mondo arabo e islamico a farsi carico delle proprie responsabilità e a prendere l’iniziativa nella difesa di Gerusalemme e della benedetta Moschea di Al-Aqsa. L’intrusione di Ben-Gvir non è stata una visita privata né un gesto simbolico. Si è trattato di un’escalation deliberata, parte di un progetto continuo guidato da fazioni estremiste israeliane all’interno del governo, volto a imporre una nuova realtà ad Al-Aqsa, con l’obiettivo di dividere spazialmente e temporalmente la Moschea tra musulmani e coloni ebrei. Tali azioni richiamano il ben documentato piano utilizzato dall’occupazione israeliana per dividere la Moschea di Ibrahimi ad al-Khalil/Hebron dopo il massacro dei fedeli musulmani nel 1994. Questa violazione rappresenta un ulteriore passo in questa campagna sistematica per cancellare la presenza palestinese e il patrimonio religioso a Gerusalemme, e per recidere la città dalla sua identità araba, musulmana e cristiana. La provocazione è avvenuta sotto la protezione e con gli applausi dell’apparato statale israeliano. Le forze di sicurezza hanno allontanato le guardie musulmane dai loro posti, impedito ai fedeli palestinesi di entrare e permesso a Ben-Gvir e ad altri di eseguire rituali talmudici in aperta sfida allo status quo riconosciuto a livello internazionale. È importante sottolineare che il Regno hascemita di Giordania è l’unico custode legale della Moschea di Al-Aqsa, status ripetutamente riconosciuto dalla comunità internazionale. Eppure Israele continua a sfidare il diritto internazionale, incoraggiato dal silenzio e dall’inerzia. Le scene di domenica, con coloni che cantavano, ballavano e celebravano matrimoni all’interno del complesso, hanno messo in luce la logica coloniale che guida l’occupazione israeliana: umiliare i palestinesi, profanare i loro luoghi sacri e affermare il dominio nel modo più provocatorio possibile. Il messaggio era forte e chiaro: ai loro occhi non c’è spazio per il culto palestinese, nessun ruolo per la custodia giordana e nessun rispetto per il diritto internazionale. Il PFB esprime, inoltre, profonda preoccupazione per il silenzio inquietante dei governi occidentali che predicano i diritti umani mentre chiudono gli occhi di fronte alle più sacre violazioni dei diritti religiosi e nazionali palestinesi. Questo ultimo episodio arriva mentre Gaza continua a subire una guerra genocida, con oltre 60.000 morti, molti dei quali bruciati vivi in ospedali e campi profughi, e bambini che muoiono di fame a causa del deliberato blocco israeliano degli aiuti. Proprio mentre Ben-Gvir sfilava ad Al-Aqsa, le forze israeliane aprivano il fuoco su folle di persone affamate in un punto di distribuzione degli aiuti a Gaza, uccidendone decine. Questi crimini sono collegati. La stessa ideologia razzista che giustifica il massacro a Gaza alimenta l’assalto coloniale dei coloni ad Al-Aqsa. Il PFB esorta la comunità internazionale ad agire urgentemente, andando oltre la semplice condanna. Le ripetute profanazioni di Al-Aqsa richiedono una seria risposta internazionale, non solo per proteggere il sito, ma per sfidare il più ampio progetto israeliano di apartheid religioso e pulizia etnica. Chiediamo inoltre al governo britannico e a tutte le istituzioni di condannare questa provocazione, di ritenere Israele responsabile e di porre fine alla cultura dell’impunità che alimenta la sua aggressione. “Ricordiamo al mondo che Al-Aqsa non è solo una moschea, ma un simbolo della fermezza, dell’identità e della dignità palestinese. Appartiene al popolo di Gerusalemme, al popolo palestinese e all’intera Ummah musulmana. Il popolo palestinese non accetterà mai la sua profanazione o divisione, e continuerà a difenderla, come ha sempre fatto, con incrollabile determinazione”, conclude la dichiarazione del PFB.