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Dall’Italia all’India: mamme unite contro i Pfas
È stata una settimana davvero intensa quella che il collettivo delle Mamme NoPfas ha vissuto, ben oltre i confini dell’area vicentina in cui si sono sempre mosse. Instancabili nella denuncia del disastro ambientale provocato dalla Miteni nei loro territori, attivissime nel documentare l’incurabile nocività di quei composti chimici comunemente noti come “inquinanti eterni”, solo una settimana fa erano a Bruxelles, per una tre giorni (dal 3 al 6 marzo) fittissima di appuntamenti, organizzata dall’European Environmental Bureau (EEB).   E solo due giorni dopo, 8 marzo, per la Giornata Internazionale della Donna, eccole protagoniste di un “fraterno incontro” con la numerosa comunità Sikh di Lonigo, uomini e donne insieme, per sollecitare la loro attenzione sulla catastrofe che sta per succedere laggiù in India, Stato del Maharashtra, dove la Miteni si è trasferita o meglio è stata acquisita dall’indiana Laxmi Organic Industries: con prospettive di disastro ambientale ancor più esteso di quello già esploso nel vicentino. Ma andiamo con ordine e vediamo di ricostruire gli antefatti di questi ultimi eventi, all’interno di una storia di cui ci eravamo già occupati per questo sito in passato, luglio 2021, in coincidenza con l’inizio del processo contro la Miteni. Dopo anni di manifestazioni, incartamenti, approfondimenti, dopo consulenze legali sempre più specialistiche e autorevoli, ecco che sul banco degli imputati venivano convocati i quindici manager che nell’arco degli anni si erano avvicendati ai vertici del colosso della chimica di Trissino, nato nella metà degli anni ’60 come polo di ricerca (quando si chiamava RiMar) per le industrie tessili dei Conti Marzotto, poi acquisita nel 1988 da ENIChem in joint venture con la giapponese MITusbishi (da cui appunto il nome Miteni), per poi essere ceduta all’olandese ICIG con sede in Lussemburgo… Tanto per avere un’idea delle “forze” contro cui si stava mobilitando quella prima Class Action degna di questo nome in Italia, con oltre 300 soggetti tra cittadini e rappresentanti delle istituzioni (da Medicina Democratica a Lega Ambiente, dalle USL di Vicenza, Padova e Verona alle amministrazioni di varie province e Comuni) che si erano costituiti parte civile. Causa prevedibilmente lunga, resa ancor più difficile dall’indisponibilità degli imputati, il più delle volte latitanti. Fino alla sentenza di fine giugno scorso, che ha riconosciuto le responsabilità di 11 manager (rispetto ai 15 inizialmente accusati) per un totale di 141 anni di carcere, oltre ai risarcimenti per milioni di euro alla cittadinanza. Una sentenza da tutti definita “storica”, benché di primo grado (e chissà quanto tempo dovrà passare per quella definitiva), ma estremamente precisa nel documentare la consapevolezza (e quindi responsabilità) dei vertici Miteni circa la nocività di quegli scarichi industriali, che sversati per decenni nei terreni e corsi d’acqua adiacenti gli impianti, avevano contaminato la seconda falda acquifera più estesa d’Europa: una zona rossa di 150 km2 con decine di Comuni e una popolazione di 350.000 abitanti, il peggior disastro ambientale in Italia e tra i più gravi del mondo, per estensione territoriale e conseguenze nel tempo. Non contente di questa indubbia (benché non conclusiva) vittoria, le Mamme NoPfas non si sono messe in panchina, anzi! Perché l’obiettivo, chiarissimo da sempre, è la totale messa al bando della produzione di Pfas nell’Universo Mondo. E non appena hanno saputo dell’ubicazione del nuovo stabilimento Miteni nello Stato del Maharashtra, località Lote Pershuram a 200 km da Mumbai, eccole determinate a entrare in contatto con le comunità sicuramente soggette a una produzione di veleni persino più grave che in Italia, data la carenza di una legislazione a protezione dell’ambiente e l’informalità delle condizioni di lavoro in India. Ottima idea, ma come fare? L’occasione di qualche primo contatto è coincisa con il Vertice dei Popoli COP30 che si è svolto a Belèm in Brasile nel novembre scorso (dal 6 al 12) con 250 delegazioni da ogni parte del mondo e la Mamma NoPfas Michela Piccoli in rappresentanza della Rete Zero Pfas Italia, che riunisce oltre cento associazioni, tra comitati civici, gruppi di cittadini, medici e singoli attivisti. Con il suo limitatissimo inglese, aiutandosi con il traduttore automatico, Michela se l’è cavata benissimo e ha persino inviato delle corrispondenze. “Non mi sono persa un incontro, più di una volta mi sono sentita privilegiata anzi a disagio nel raccontare la nostra storia, nel confronto con situazioni ancora più disperanti. E tra un incontro e l’altro, anche grazie ai volantini, ai cartelli, alle magliette che mi ero portata, sono entrata in contatto con alcuni attivisti indiani, con cui ho continuato a dialogare anche dopo la COP30. Ma la svolta è arrivata quando a un certo punto siamo state contattate da un documentarista/attivista indiano, Varrun Sukraj, con cui ormai si sta delineando una vera e propria campagna. Lui vive e lavora tra Goa e Mumbai, ma è nato proprio in quel territorio lì, Lote Pershuram, e non sapeva che pesci pigliare, mentre cresceva la protesta delle popolazioni dei villaggi, spaventatissime dalle pessime notizie circa il neo-insediato stabilimento chimico, e ancor più allarmate dalla totale inerzia delle amministrazioni locali.” Solo poco prima della COP30 era uscito infatti un importante articolo su The Guardian, dall’eloquente titolo Dove va a finire uno stabilimento chimico reo della peggior contaminazione idrica? In India, che stava provocando non poche reazioni sui social indiani, con presidi sempre più frequenti nei pressi della Miteni, i media sempre più in allarme, gli amministratori incapaci di dare risposta. Nell’arco di poche settimane questo fronte italo/indiano contro i Pfas è ormai diventato una realtà: via chat, social, chiamate su zoom, brevi clip, un flusso costante di sollecitazioni dall’Italia all’India e ritorno. Come appunto si è visto durante il NoPfas Forum della settimana scorsa a Bruxelles: con la delegazione delle Mamme NoPfas che alla sessione inaugurale, insieme a Varrun Sukraj, hanno parlato anche a nome delle madri (e padri) dell’India, reiterando il concetto che di fronte a quel veleno che attenta alla vita dei figli non possono esserci distinzioni di nazionalità. “Ciò che è successo ai nostri figli non può succedere ai vostri, restiamo unit3, insieme dobbiamo impedire la produzione di Pfas in qualsiasi parte del mondo, soprattutto laddove i costi di produzione sono più vantaggiosi, con la conseguenza di ritrovarci ancor più invasi di nocività a prezzi stracciati. Molte piccole persone, in piccoli posti, che fanno piccole cose, possono cambiare il mondo.” A Bruxellex le Mamme No Pfas hanno chiesto un incontro con Ursula von Der Leyen, mamma anche lei, di sette figli. “Mamma Ursula, le mamme europee vorrebbero parlare con te, ci dedichi 5 minuti del tuo tempo?” hanno scritto sui cartelli e striscioni con cui hanno stazionato per un po’ di fronte al Palazzo dell’Unione Europea… nessuna risposta. In compenso hanno avuto incontri positivi con vari europarlamentari con cui avevano preso appuntamento e anche senza appuntamento hanno bussato alle porte di tutti gli altri, che non hanno potuto fare a meno di riceverle. “Non ci siamo risparmiate nessuna chance di contatto personale, a tutti abbiamo detto che non lasceremo che altre popolazioni vengano danneggiate da questi delinquenti, perché questo è il nome che si meritano e c’è una sentenza che lo dice…”. E subito dopo il ritorno da Bruxelles eccole di nuovo in pista domenica mattina, 8 marzo, insieme alla folta comunità Sikh di Lonigo, che già in passato era stata partecipe delle manifestazioni NoPfas, a cominciare da quel primo partecipatissimo corteo che nell’autunno del 2017 segnalò l’inizio del movimento: con la colonna sonora di Lucio Battisti (Acqua azzurra… Acqua chiara…) e il Vescovo di Vicenza che recitava versi dal Cantico delle Creature di San Francesco: “La richiesta di acqua pulita è anelito alla vita!” Questa volta però la manifestazione era programmata proprio nella sede del Gurudwara, che ogni domenica vede riunite le famiglie Sikh del circondario per la funzione religiosa, oltre che per il rito del langar, in cui si consuma lo stesso semplice cibo, tutti seduti per terra, una sorta di comunione. Non era così scontato che ci fosse una manifestazione NoPfas… e invece è successo. All’ora convenuta è intervenuto Varrun Sukraj dall’India, per spiegare la gravità della situazione in Maharashtra, benché distante migliaia di km dal Punjab, terra natìa di tutti i Sikh che vivono in Italia. E poco dopo, le mamme NoPfas, compresi i cartelli e gli striscioni, sono state ammesse dentro il tempio e alcune di loro (a telecamere spente) sono state accolte accanto all’officiante e con parole semplici hanno spiegato ai presenti perché erano lì e il pericolo che i loro lontani fratelli e sorelle in India stanno correndo, per via di quella stessa fabbrica di veleni che anni prima li aveva visti in corteo contro l’inquinamento delle acque. “Molte piccole persone, in piccoli posti, che fanno piccole cose, possono cambiare il mondo” hanno detto una volta di più Michela Piccoli e Giovanna Dal Lago. Fuori dal tempio c’erano le telecamere del TG e un bel po’ di giornalisti e la copertura mediatica non è mancata. E in ogni caso, anche senza la Miteni che si è trasferita in India, per quei territori offesi del vicentino resta da risolvere la questione delle bonifiche, con il rischio di aggiungere al problema delle acque inquinate le conseguenze inquinanti dell’inceneritore: con il camino della Chemviron, alle porte del Comune di Legnago, che dovrebbe rigenerare i cosiddetti filtri a carbone ma intanto sputa fumi neri nell’aria, con chissà quali conseguenze. Resta dunque vera, anzi impellente la richiesta che la Rete Zero Pfas ha presentato al NoPfas Forum di Bruxelles e che non mancherà di ribadire in qualsiasi altra sede in futuro: I Pfas in qualsiasi forma non si possono bonificare, vanno banditi!     Centro Sereno Regis
March 11, 2026
Pressenza
Il “regolamento EDIP”, cioè ‘Programma per l’industria europea della difesa’ approvato dal Parlamento UE
Alla votazione di oggi, 25 novembre 2025, 457 deputati, che insieme a 33 astenuti hanno ‘sorpassato’ i 148 contrari, hanno deliberato a favore del testo che determina regole e procedure dell’assegnazione di 1,5 miliardi di euro stanziati allo scopo, ovvero con cui potenziare la capacità produttiva e rafforzare il comparto dell’industria della difesa dell’unione, favorire gli appalti congiunti e aumentare il sostegno all’Ucraina. A premessa del testo programmatico è ricordato che – i capi di Stato o di governo dell’Unione “riuniti a Versailles l’11 marzo 2022, si sono impegnati a rafforzare le capacità di difesa europee” – nel 2023 il Consiglio europeo, “dopo aver preso in considerazione i lavori svolti per dare attuazione alla dichiarazione di Versailles dell’11 marzo 2022 e alla bussola strategica per la sicurezza e la difesa approvata dal Consiglio il 21 marzo 2022, ha sottolineato che occorre fare di più per conseguire gli obiettivi dell’Unione di aumentare la prontezza alla difesa” e, posto che > Il ritorno di un conflitto ad alta intensità causata dalla guerra di > aggressione non provocata e ingiustificata della Russia nei confronti > dell’Ucraina ha un impatto negativo sulla sicurezza dell’Unione e degli Stati > membri e richiede un aumento significativo della capacità degli Stati membri > di rafforzare le proprie capacità di difesa. > > Il deterioramento a lungo termine della sicurezza regionale e mondiale > richiede un cambiamento radicale della portata della base industriale e > tecnologica di difesa europea (European Defence Technological and Industrial > Base – EDTIB) e della velocità con cui questa è in grado di sviluppare e > produrre l’intera gamma di capacità militari. viene affermato che > Per conseguire tale prontezza e difendere l’Unione, un’industria europea della > difesa forte, resiliente, > innovativa e competitiva rappresenta un prerequisito. Precisando che “La base industriale europea della difesa è composta da grandi società multinazionali, aziende a media capitalizzazione e oltre 2˙000 piccole e medie imprese, che insieme raggiungono un fatturato annuo complessivo stimato a circa 70 miliardi €, il comunicato diramato oggi dall’ufficio stampa del Parlamento Europeo informa che, applicando “il principio Buy European” e per “incentivare l’acquisto di prodotti per la difesa europei”, in EPID è stabilito che “per essere ammissibili ai finanziamenti, il costo dei loro componenti provenienti da paesi terzi non associati non può superare il 35 % del costo totale stimato dei componenti”. Specificando che dell’intera somma di 1,5 miliardi destinata al programma EDIP, 300 milioni € sono “stanziati a favore dello strumento di sostegno per l’Ucraina” e che è stata trovata un’intesa riguardo all’assegnazione, “attraverso contributi finanziari supplementari”, di “indicativamente almeno 150 milioni €” destinati per la “creazione di un fondo per accelerare la trasformazione delle catene di approvvigionamento della difesa (lo strumento FAST)”, il comunicato annuncia che, “grazie a contributi aggiuntivi provenienti dallo strumento di azione per la sicurezza dell’Europa (SAFE)” e, inoltre, “grazie alla possibilità di reindirizzare e riassegnare i fondi non spesi” trovando il modo di “sfruttare appieno il potenziale del dispositivo per la ripresa e la resilienza“, “i deputati sono riusciti a ottenere più fondi per il bilancio del programma”. Il comunicato spiega come gli europarlamentari sono giunti a questi risultati a partire dal 5 marzo 2024, “quando la Commissione ha proposto il regolamento relativo al programma per l’industria europea della difesa (EDIP) per garantire la prontezza industriale nel settore della difesa” e mirando a raggiungere l’obiettivo di “colmare il divario tra le misure di emergenza a breve termine, come il regolamento sul sostegno alla produzione di munizioni (ASAP) e lo strumento per il rafforzamento dell’industria europea della difesa mediante appalti comuni (EDIRPA), attraverso un approccio più strutturale e a lungo termine”. Il comunicato inoltre riferisce le dichiarazioni di alcuni esponenti della Commissione per la sicurezza e la difesa: * la presidente, Marie-Agnes Strack-Zimmermann (Renew, Germania) – “Il Programma europeo per l’industria della difesa (EDIP) segna un passo importante verso un approccio più efficiente, più rapido e autenticamente europeo agli appalti nel settore della difesa e al rafforzamento delle capacità di difesa europee. È concepito per avere un impatto duraturo, fungendo da punto di riferimento per le iniziative future e plasmando il modo in cui la cooperazione europea nella produzione della difesa sarà organizzata oltre il 2027” * François-Xavier Bellamy (PPE, Francia) – “Questo programma rappresenta un importante passo avanti per la sicurezza del continente europeo e per lo sviluppo della nostra industria della difesa. Dopo decenni di pericolose dipendenze che hanno messo a rischio la sovranità delle nostre democrazie e la protezione dei nostri Paesi, il programma EDIP invertirà la dipendenza dalle importazioni che ha prevalso in Europa. Rafforzerà in modo concreto la nostra base industriale, consentendoci di garantire autonomamente che le nostre forze armate dispongano dei mezzi necessari per svolgere il loro mandato” * Raphaël Glucksmann (S&D, Francia) – “L’EDIP è il primo strumento dell’UE in materia di difesa che sia veramente europeo. Di fronte alla guerra su vasta scala della Russia contro il nostro vicinato e ai ripetuti attacchi contro i nostri stessi Paesi, dobbiamo rafforzare i nostri sistemi di difesa comuni e incrementare collettivamente le nostre capacità di difesa. L’EDIP ci consentirà di costruire un’Europa più resiliente e sovrana, attraverso investimenti congiunti, appalti comuni dal settore tecnologico e industriale europeo della difesa, e un’ulteriore integrazione delle industrie della difesa ucraine ed europee. Questo è essenziale per garantire che possiamo proteggere le nostre democrazie in modo efficace e autonomo”. Redazione Italia
November 25, 2025
Pressenza
Appello a 20 europarlamentari del Movimento Giustizia e Pace in Medio Oriente sul genocidio a Gaza
“Non mancate più di chiedere alla Commissione Europea un’azione immediata contro Israele per fermare il genocidio in corso a Gaza”: il Movimento Giustizia e Pace in Medio Oriente lo scrive ai 20 europarlamentari italiani dei partiti di opposizione (15 del Partito Democratico e 5 del M5S e gruppo indipendente) che non hanno aderito alla lettera che il 23 luglio era stata inviata da 60 membri dell’Europarlamento all’Alta Rappresentante dell’UE Kaja Kallas per esigere sanzioni a Tel Aviv nel rispetto di quanto previsto dall’accordo di associazione UE-Israele. La lettera è stata firmata da 15 su 35 parlamentari europei italiani (Brando Benifei, Annalisa Corrado, Antonio Decaro, Cristina Guarda, Mimmo Lucano, Carolina Morace, Leoluca Orlando, Gaetano Pedullà, Ilaria Salis, Benedetta Scuderi, Cecilia Strada, Dario Tamburrano, Marco Tarquinio, Pasquale Tridico, Alessandro Zan). In particolare, colpisce la mancata firma di 15 deputati su 21 eletti nelle liste del PD, ma anche quella di metà della delegazione eletta con il movimento 5 stelle. Il gesto di non firmare la lettera è per il Movimento Giustizia e Pace in Medio Oriente “un colpevole atto di debolezza e di inadempienza politica” Il Movimento Giustizia e Pace in Medio Oriente, già promotore dell’appello “La congiura del silenzio” pubblicato il 25 maggio su Repubblica per rompere il silenzio dei media e della politica sul genocidio del popolo palestinese e per denunciare con forza la mattanza dei giornalisti e delle giornaliste a Gaza e in Cisgiordania, si rivolge oggi ai rappresentanti europei dei partiti che in Italia hanno promosso mozioni al governo per sanzionare e interrompere l’accordo associazione con Israele, chiedendo loro di “non mancare più di dare il sostegno ai principi della nostra civiltà giuridica e ai valori che sono chiamati “a rappresentare, a difendere e a rispettare”. Di seguito la lettera inviata. Il movimento invita tutti i cittadini e le cittadine che ne condividono i contenuti a fare le stesse richieste ai propri rappresentanti in Europa. Gli europarlamentari italiani a cui è rivolta la lettera/appello, che non hanno firmato quella del 23 luglio, sono: PD: Lucia Annunziata, Stefano Bonaccini, Giorgio Gori, Elisabetta Gualmini, Camilla Laureti, Giuseppe Lupo, Pierfrancesco Maran, Alessandra Moretti, Dario Nardella, Pina Picierno, Matteo Ricci, Sandro Ruotolo, Irene Tinagli, Raffaele Topo, Nicola Zingaretti. Movimento 5 Stelle: Giuseppe Antoci, Mario Palmisano, Danilo Della Valle, Valentina Palmisano e l’indipendente Ignazio Marino. Egregio/Egregia rappresentante del popolo italiano presso l’Unione Europea, il 24 luglio scorso alcuni suoi colleghi appartenenti alla sua area politica hanno sottoscritto una lettera rivolta all’Alto Rappresentante, che chiede all’Europa di assumere una posizione netta e attiva nei confronti dello scempio della vita umana e del diritto perpetrato quotidianamente a Gaza. La lettera chiede di convocare immediatamente una riunione straordinaria del Consiglio Affari Esteri al fine di proporre misure contro Israele; di proporre una serie completa di sanzioni contro Israele affinché siano adottate dal Consiglio; di proporre sanzioni contro la Gaza Humanitarian Foundation e i membri di tale organizzazione che condividono la responsabilità per le morti e la fame che stiamo vedendo a Gaza; di proporre formalmente le misure precedentemente presentate a seguito della revisione dell’adempimento da parte di Israele degli obblighi dell’articolo 2 dell’accordo di Associazione; di esercitare pressioni sugli Stati membri affinché attuino un embargo bilaterale sulle armi con Israele. Queste richieste sono una riaffermazione del comune senso della decenza morale (e sempre più diffuso nell’opinione pubblica italiana ed europea) e un invito al rispetto delle regole più elementari del diritto internazionale. Fra i firmatari di questa lettera il suo nome non compare.  Una mancanza che sconcerta, giacché in un momento come questo ogni tentennamento nel chiedere fermezza all’Unione Europea, appare un colpevole atto di debolezza e di inadempienza politica, ancorché travestito da giudizio politico. In casi come quello della tragedia di Gaza, il silenzio e la mancata presa di posizione sono inaccettabili. Il nostro auspicio è che alla prossima occasione, che purtroppo rischia di presentarsi a breve, non manchi più di dare il suo sostegno ai principi della nostra civiltà giuridica e ai valori della sinistra che Ella è chiamata a rappresentare, a difendere e a rispettare. Per inviare la lettera basta cliccare, si apre la mail, e fare invio https://tinyurl.com/Firma-e-invia-qui Redazione Italia
August 4, 2025
Pressenza