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Comunicato Stampa 15 ottobre 26 – Approvati gli schemi d’Intesa – Contro l’Autonomia differenziata la mobilitazione continua
La presidente del consiglio, Giorgia Meloni, è disposta a tutto, pur di arrivare a goal su ciò che ha sostituito (necessità fa virtù…) il suo progetto sul premierato; ovvero, la legge elettorale, che di fatto è una sorta di premierato assoluto sotto mentite spoglie. Per ottenere questo risultato, Meloni sacrifica – non è una novità – il Sud e le classi meno agiate. Dando entrambi in pasto ai poteri forti e a coloro che beneficeranno della realizzazione del progetto eversivo dell’autonomia differenziata. Il Consiglio dei ministri, infatti, su proposta del Ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie – Roberto Calderoli – ha approvato, in via definitiva, gli Schemi di intesa tra il Governo e le regioni Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto per l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, ai sensi dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione, nelle materie “protezione civile”, “professioni” e “previdenza complementare e integrativa” e – udite udite! – nella materia “tutela della salute – coordinamento della finanza pubblica”. Ora saranno presentati disegni di legge, con allegate le intese sottoscritte dai Presidenti relative a ciascuna regione. Un pacchetto per ogni Regione, nonostante – come abbiamo detto e ripetuto in audizione, insieme ad altri ed altre – i testi delle preintese siano sostanzialmente identici. Il che evidenzia in maniera plateale che questa autonomia differenziata e differenziante non fa leva su oggettive condizioni e bisogni peculiari delle regioni, ma semplicemente crea nuovi privilegi e nuove disuguaglianze, usando il nuovo potere legislativo dei sedicenti “governatori”. Dopo il parere della Conferenza unificata – dove però i Comuni, oltre alle Regioni governate dall’attuale opposizione parlamentare, si sono detti contrari -, dopo gli atti di indirizzo approvati dalle Camere e dopo l’approvazione delle Regioni interessate, il passaggio in Consiglio dei ministri rappresenta il penultimo atto, prima del definitivo approdo alle Camere, dove speriamo si dia battaglia fino in fondo, per arginare questo progetto eversivo. Che rischia di passare senza che la maggior parte dei cittadini e delle cittadine sappia cosa si sta concretizzando sulle loro teste e rigorosamente a spese loro. Un percorso paludato, purtroppo sottovalutato da tanti soggetti che, ogni giorno, si spendono per i diritti sociali e civili, ma che non hanno compreso gli effetti devastanti che l’autonomia differenziata determinerà in termini di diseguaglianze. Accogliamo con speranza le dichiarazioni dei presidenti di Puglia e Campania, Decaro e Fico; attendiamo con ansia i pronunciamenti dei presidenti delle altre regioni di centro sinistra; riponiamo fiducia negli amministratori locali, sindaci e sindache che non solo conoscono perfettamente i reali bisogni dei propri territori, ma si sono più volte schierati/e – in particolare al Sud – contro “la secessione dei ricchi”. Invitiamo tutte/i coloro che quotidianamente si spendono per contrastare iniquità a valutare il fatto che la differenziazione dei diritti sulla base del certificato di residenza andrà ad incidere in modo drammatico su chi già patisce ingiustizie e ha di meno; nonché sulle loro lotte: autonomia differenziata significa per sua stessa natura indebolimento del conflitto. Invitiamo il Campo Largo a inserire nel nascente programma di coalizione la cancellazione del comma 3 dell’art 116 e una rivisitazione del Titolo V della Costituzione. La mobilitazione contro l’autonomia differenziata, un processo giunto purtroppo quasi al traguardo, non può attendere. E’ una questione di responsabilità: preservare l’unità della Repubblica – attaccata violentemente dai provvedimenti del Governo, anche sacrificando tutti I Sud del Paese – equivale a garantire l’uguaglianza dei diritti. Comitati per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, l’uguaglianza dei diritti e l’unità della Repubblica e Tavolo No AD
Colombia: ricostruire insieme è possibile
L’appello del Cospe a seguito del sisma del 10 agosto scorso Sono passati due mesi esatti da quando, lo scorso 10 agosto 2026, un terremoto di magnitudo 7.4 ha colpito la Colombia. Ad oggi sono oltre 220 le morti accertate, più di 700 le persone ferite e almeno 3.000 quelle disperse. Lo sciame sismico e la crisi umanitaria che ne
October 14, 2026
La Bottega del Barbieri
Appello contro la nuova “corsa all’oro” dei data center, richiesta di una moratoria a tutela dei territori
C’è chi dice che i data center sono utili per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, ed è vero. Ma bisogna chiedersi anche: l’intelligenza artificiale sviluppata da chi e a vantaggio di chi? I data center di grandi dimensioni, quelli per “addestrare” l’intelligenza artificiale, non comportano nessun vantaggio per i paesi che li ospitano. I vantaggi sono limitati a poche società che conferiscono la struttura materiale; mentre i fornitori di dati, che vanno ad alimentare gli enormi profitti del settore, sono per lo più le multinazionali che stanno sviluppando gli agenti intelligenti. Il vantaggio occupazionale è ridotto, infatti, un recente studio del britannico “think tank Vardant”, ricercatori indipendenti di area progressista ed ecologica, ha ridimensionato la reale creazione di posti di lavoro del 75% rispetto a quelli previsti. Al territorio in assenza di una regolamentazione solida, restano soltanto i problemi ambientali e strutturali che i data center comportano. L’ignorare l’impatto ambientale dei data center non ha fatto desistere la Giunta Comunale di Acquaviva delle Fonti ad esprimere il suo “apprezzamento istituzionale” alla proposta di istallare un Campus Data Center nel territorio comunale. Le difficoltà a reperire dati su questo aspetto non può essere una giustificazione, in quanto già questo avrebbe dovuto insospettire Sindaco ed Assessori. Se questo non è avvenuto e nemmeno sono stati chiesti dati specifici, probabilmente è dovuto al fatto che non si conosce neanche la Direttiva Europea del 2023 che impone a “titolari e gestori di centri dati di rendere pubbliche le informazioni su consumo di energia, utilizzo della potenza, uso di calore di scarto, acqua ed energia elettrica da fonte rinnovabile o no”, oltre ad altri indicatori. Ma gli Amministratori di Acquaviva delle Fonti sono in buona compagnia quella Direttiva non ha prodotto dati sufficienti, infatti, la banca dati predisposta dalla Commissione Europea sui tremila data center europei già esistenti è semivuota. Diversi governi, tra cui quello italiano, non divulgano i dati perché li considerano alla stregua di segreti industriali. Il ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica italiana non li rende pubblici poiché li considera “informazioni riservate che incidono sugli interessi dei gestori e dei titolari dei data center”, interessi che evidentemente per Lui prevalgono sugli interessi dei cittadini. I DATA CENTER SONO UN PROBLEMA GLOBALE I problemi legati ai data center riguardano, per dirla in modo meloniano, “l’intero globo terraqueo”, tanto che l’apprezzamento istituzionale degli Amministratori comunali di Acquaviva delle Fonti, pur pericoloso, è del tutto insignificante perché espresso da soggetti che non sono capaci di rendersi conto su cosa si stessero pronunciando e la gravità della loro posizione a favore. Benedetta Scuderi, parlamentare europea del gruppo verde, ha dichiarato che “nemmeno all’Europa le imprese e gli stati membri forniscono dati completi. Eppure la Commissione ha deciso di triplicare il numero di data center in Europa nei prossimi 5-7 anni senza conoscere il reale impatto ambientale”. La redazione del giornalismo investigativo “Lighthouse Reports”, fondata nei Paesi Bassi nel 2019, ha tentato per un intero anno di scavare alla ricerca di dati e informazioni sull’impatto dei data center, scontrandosi con un muro di silenzi eretto dai vari governi nazionale e dalla Commissione Europea. Tanto da dover inoltrare un ricorso legale al fine di cambiare questa situazione. Quello che è certo è che si tratta di un classico esempio di “scambio ineguale”, nel quale le grandi multinazionali di intelligenza artificiale e poche società italiane di logistica socializzano il danno, ma si tengono ben stretti i profitti, che consentono alle multinazionali di aggirare il movimento di protesta, a iniziare dagli Stati Uniti a tutto il resto del mondo e, quel che più conta, che va ad aggravare la dipendenza dell’Europa in un settore strategico. PRESSIONI DEI GESTORI SULLE ISTITUZIONI I gestori dei data center premono sulle istituzioni affinché adottino le loro stesse agende. “Lo dimostrano le spese dichiarate dai lobbisti registrati presso la Commissione. Microsoft e Amazon, leader nel settore dei servizi cloud, hanno investito più di tutte. Da un articolo de “il Manifesto” del 30.09.2026 apprendiamo che per premere sulle istituzioni Microsoft e Amazon “dal 2023 a oggi hanno speso almeno 20 milioni di euro … per influenzare i decisori politici su varie materie tra cui l’intelligenza artificiale e data center”. Le istituzioni, come dimostra la “gratitudine” delle Giunta Comunale di Acquaviva delle Fonti, consapevoli o no, si prestano al gioco. Ma a livello generale la contrarietà della società civile sta montando sempre più, tanto che è riuscita ad ottenere delle risposte a tale opacità, infatti, la Commissione Europea ha vinto le resistenze dei gestori ed ha ottenuto che a partire dal 2027 si imporrà ai data center, con potenza superiore a 500 KW, quello proposto ad Acquaviva è di 120.000 KW, di dotarsi di un’etichetta energetica. Un sistema che assegnerà a ogni struttura una classe di efficienza da A a G – come gli elettrodomestici – divulgando solo la percentuale di energia destinata al raffreddamento e i litri d’acqua consumati per megawatt. Un passo avanti, ma senza conoscere il dato assoluto sul consumo energetico valutare l’impatto ambientale è impossibile, un limite che volevano le società del settore. Tale scelta dovrà andare in discussione in Parlamento Europeo, se non cambiata sarà difficile fermare la corsa ai data center solo con motivazioni ambientali. Sebbene in Italia le richieste di nuovi allacciamenti di data center supera la potenza elettrica totale. Cosa che mette fortemente a rischio gli impegni alla decarbonizzazione. DI CHE SI TRATTA Bjorn Ronning, senior advisor dell’associazione norvegese degli imprenditori dei data center, a Cannes ha confessato che si è in presenza di “una corsa all’oro e ognuno ha la sua pala”. Evidentemente per spalare soldi!. Secondo Stijn Van Nieuwerburgh della Columbia Business School, tra il 2025 e il 2032 gli investimenti nelle infrastrutture necessarie all’Intelligenza Artificiale potrebbero raggiungere i 10.300 miliardi di dollari. In Italia si parla di investimenti previsti tra il 2026 e il 2028, per finanziare 83 nuovi progetti che si aggiungeranno ai 205 già esistenti, di ben 25 miliardi di euro (Milano Finanze, 24 luglio 2026). Forse sono questi gli unici dati che gli Assessori e il Sindaco di Acquaviva delle Fonti conoscono o ne hanno solo sentito l’odore, tanto da spingerli ad esprimersi in modo tanto lusinghiero nella delibera di Giunta Comunale. Per questo è importante che chi ha le informazioni utili a comprendere cosa comporta un Campus Data Center le renda pubbliche, prenda la parola e s’impegni ad informare la popolazione dei rischi legati alla costruzione di un Campus Data Center ad Acquaviva delle Fonti. La Rete nazionale dei Comitati Stop Data Center ha lanciato ufficialmente una proposta di moratoria a tutela dei territori, della transizione ecologica e del bene pubblico. Si tratta di una richiesta di sospensione immediata della costruzione di nuovi centri fino a quando non verranno definiti quadri normativi chiari, limiti trasparenti all’impatto ambientale e una reale pianificazione partecipata con la cittadinanza. LA TECNOLOGIA DEVE GARANTIRE IL FUTURO DI TUTTI NON COMPROMETTERE LA VIVIBILITÀ A VANTAGGIO DI POCHI Redazione Italia
October 11, 2026
Pressenza
Comunicato stampa del Comitato di Puglia per l’unità della Repubblica
GOVERNO MELONI E REGIONI DEL NORD CORRONO SPEDITI VERSO LA FRANTUMAZIONE DELL’ITALIA DICIAMO NO! Il Governo Meloni va avanti nel percorso di “autonomia differenziata” attraverso l’iter delle “intese” con 4 regioni del Nord – Veneto, Lombardia, Piemonte, Liguria – che prevedono l’attribuzione di particolari forme di autonomia su materie importanti: protezione civile, professioni, previdenza complementare e alternativa, coordinamento della finanza pubblica in materia di tutela della salute. Non stiamo parlando di una semplice riorganizzazione amministrativa. Stiamo parlando del rischio di trasformare le differenze territoriali in disuguaglianze permanenti, di istituzionalizzare la divisione fra cittadini/e di serie A e di serie B e di compromettere l’unità sostanziale della Repubblica, mentre il Paese è già profondamente segnato da divari economici e sociali. Questa scelta politica rischia di colpire prima di tutto le fasce sociali più disagiate e nell’immediato le popolazioni del Sud, che vedranno ridursi ulteriormente risorse e diritti fondamentali, in aperto contrasto con il sentire popolare e con la sentenza n. 192/2024 della Corte Costituzionale. Il Mezzogiorno, afflitto dalle liste di attesa per l’accesso alle cure e agli esami clinici, dall’emigrazione sanitaria che arricchisce altri territori, dalla fuga dei giovani alla ricerca di migliori prospettive di vita, dall’abbandono delle aree interne, dal dissesto idrogeologico, viene lasciato solo e ulteriormente depauperato. Questo misfatto politico, sociale e istituzionale, che si sta compiendo in un clima di caos e di disinformazione, richiede il massimo della mobilitazione trasversale e l’assunzione di responsabilità a tutti i livelli e in ogni territorio. Per questo siamo decisamente solidali con le mobilitazioni dei Comitati nelle regioni interessate dalle intese e valutiamo con favore l’impegno assunto dai Presidenti delle Regioni Puglia e Campania a ricorrere alla Corte Costituzionale per far valere i principi di eguaglianza dei diritti, di unità e indissolubilità della Repubblica. Tuttavia, rimaniamo a dir poco sconcertati dalla posizione assunta dagli esponenti del PD delle regioni Lombardia e Veneto: in un passaggio assolutamente determinante essi non hanno partecipato al voto nei rispettivi organismi istituzionali regionali. Paradossali risultano le ragioni di tale decisione politica: troppo ridotti, rispetto alle aspettative , sarebbero gli ambiti e le risorse di autonomia previsti dalle preintese! Tale posizione, maturata all’interno dello stesso partito che a Roma e al Sud dichiara la propria contrarietà all’autonomia differenziata mentre al Nord la rivendica, è, a nostro parere, indice di un processo di degenerazione politica localistica, di un’ambiguità che nuoce alla limpidezza della lotta per l’uguaglianza dei diritti, di un deplorevole “regionalismo competitivo”. Di fronte a una prospettiva tanto grave, vanno rigettati tatticismi, silenzi o distinguo di convenienza elettoralistica. Per questo auspichiamo che si ritrovi, prima che sia troppo tardi, quell’unità che nell’estate del 2024 aveva portato un movimento vasto e plurale, da Nord a Sud, alla raccolta di 1.300.000 firme per l’abrogazione della legge Calderoli n. 86/2024. Chiediamo che anche le altre Regioni, a partire da quelle meridionali, si associno all’impegno assunto dai Presidenti Decaro e Fico per far valere davanti alla Corte Costituzionale l’interesse generale e i principi di solidarietà, unità e indissolubilità della Repubblica. Chiediamo ai sindaci e alle sindache di alzare la voce, informare le proprie comunità e assumere iniziative concrete contro qualsiasi processo di ulteriore divisione del Paese. Perché non è una questione che riguarda soltanto il Mezzogiorno: riguarda l’Italia intera. Al fianco di queste lotte e iniziative dichiariamo il nostro impegno nel nostro territorio e insieme ai Comitati e al Tavolo Nazionale “No Autonomia differenziata”, dei quali siamo da anni parte attiva. 8 settembre 2026 Per il Comitato di Puglia “Per l’unità della Repubblica” Tonia Guerra Eliseo Tambone
Sostegno alla petizione del comitato calabrese per bloccare le pre-intese sulla autonomia differenziata
I Comitati per il Ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti e il Tavolo NOAD plaudono all’iniziativa del comitato calabrese NOAD che, insieme al comitato Difendiamo la Costituzione di Lamezia Terme, ha promosso una petizione online (che preghiamo caldamente di sottoscrivere) per bloccare il processo di ratifica definitiva delle Intese preliminari tra il governo nazionale e le Regioni Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria su alcune materie pretestuosamente (alla luce della sentenza 192/2024 della Corte Costituzionale) definite “non Lep”: previdenza complementare e integrativa, professioni, protezione civile, sanità. La petizione si rivolge poi al presidente Occhiuto e al Consiglio regionale calabrese, affinché ricorrano alla Corte Costituzionale contro le Intese preliminari stesse; ciò che, come già annunciato, faranno le Regioni Puglia e Campania; con l’auspicio che ad esse, oltre la Calabria, si associno le altre Regioni guidate dall’attuale opposizione parlamentare. La petizione – che si inserisce in continuità con le analoghe petizioni presentate lo scorso inverno in Lombardia, Lazio, Piemonte e Campania – appare particolarmente significativa, non solo perché coinvolge una Regione a guida centro-destra; ma anche perché il presidente Occhiuto, nel corso del lungo e tortuoso cammino per la realizzazione del progetto eversivo di rottura dell’unità della Repubblica attraverso l’autonomia differenziata, è parso caratterizzarsi per un profilo differente rispetto ai propri colleghi presidenti di Regione dello stesso schieramento politico. Ricordiamo, ad esempio, il suo plauso in occasione della sentenza 192/2024 della Consulta, che – tra le altre cose, come lo stesso Occhiuto aveva in precedenza ribadito in varie occasioni precedenti – vincolava l’autonomia differenziata alla definizione e garanzia dei Lep; che – come sappiamo – sono provvedimenti ben lungi dal verificarsi. Le evidenze espresse in corso di audizione da organismi quali l’Ufficio Parlamentare di Bilancio – nonché la semplice osservazione della realtà e delle condizioni di vita – ribadiscono quello che da sempre i Comitati affermano: esiste un divario presumibilmente incolmabile – al netto di investimenti letteralmente straordinari, difficili da preventivare – tra garanzia dei diritti sociali in Calabria e nel Meridione rispetto alle Regioni del Nord, e nelle stesse Regioni del Nord tra territori urbanizzati e zone interne, tra periferie urbane e le zone gentrificate delle metropoli. Le disuguaglianze sociali in tutto il Paese si aggraveranno a causa dell’autonomia differenziata, che mira a rafforzare economicamente e socialmente le cosiddette ‘locomotive italiane’, cioè gli imprenditori delle Regioni del Nord, a scapito dei lavoratori e dei ceti meno abbienti. L’autonomia differenziata mira alla secessione dei ricchi, concentrati nel Nord del Paese. Per questo la petizione ha un respiro nazionale: perché chiama cittadini/e a dire no alle disuguaglianze sociali e ai divari territoriali; dicendo no all’autonomia differenziata, che renderà più ricchi i ricchi e darà più potere ai potenti. E’ necessario, come la petizione fa, far sentire la propria voce, mobilitare l’opinione pubblica per difendere l’unità della Repubblica, che è garanzia affinché chiunque – ovunque risieda e dovunque sia nato – goda degli stessi diritti civili, politici e sociali. Due anni fa di questi tempi eravamo concentrati sulla raccolta di firme per il referendum per abrogare la legge 86/24 (la cosiddetta Calderoli). In quell’occasione, come in tante altre (non ultimo il referendum sulla magistratura) il Sud ha fatto sentire la propria voce, apportando un contributo fondamentale a quella raccolta (per un referendum che purtroppo non è stato celebrato) e per la vittoria del No su quella sulla magistratura. I Comitati per il Ritiro di ogni Autonomia Differenziata e il Tavolo NOAD sono convinti che un eventuale consenso da parte delle regioni del Sud sull’Autonomia Differenziata non rappresenterebbe un plauso popolare, ma sarebbe il frutto di decisioni prese altrove. La petizione ha il merito indiscusso di chiedere al popolo calabrese innanzitutto un’esplicitazione chiara del proprio dissenso. E come tale va sostenuta e condivisa. Comitati per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, l’uguaglianza dei diritti e l’unità della Repubblica e Tavolo No AD
Comunicato stampa 3 agosto 2026: un colpo di mano in pieno luglio
Il fatto che il Governo in pieno luglio abbia – con un vero e proprio colpo di mano, prima al Senato e poi alla Camera – approvato le Risoluzioni per consegnare la potestà legislativa a Veneto, Liguria, Lombardia e Piemonte su professioni, previdenza complementare, protezione civile e sanità, non ha generato alcuna reazione particolare da parte dei sindaci dei capoluoghi di quelle regioni; per lo più comuni grandi o molto grandi, in 3 casi su 4 governati da partiti dell’opposizione parlamentare. Un silenzio misterioso, considerate le circostanze; tacciono coloro che dall’autonomia differenziata non possono che vedere modificate le proprie prerogative e i propri poteri. In peggio. Evidentemente i sindaci di Milano, Genova e Torino o stanno sottovalutando o ignorano i danni che il raggiungimento dell’autonomia differenziata da parte delle regioni di cui sono capoluogo provocherebbe loro. Avremo modo di parlarne, si tratterebbe di danni non da poco. Di tutt’altro segno la reazione dei primi e delle prime cittadini/e pugliesi che, con un appello ben calibrato, promosso dal sindaco di Bari, Vito Leccese, sottolinea da una parte il fatto che le mosse del Governo contraddicano clamorosamente la sentenza 192/24 della Corte Costituzionale; dall’altra come l’approvazione delle Risoluzioni rappresenti un passo verso la disgregazione dell’unità della Repubblica e dunque dell’esigibilità di diritti uguali per tutti e tutte, ovunque risiedano. “Ci preoccupa il modo in cui questa maggioranza di Governo vuole attuare l’autonomia differenziata. Infatti, procedere senza prima determinare e finanziare i LEP e senza istituire il fondo perequativo previsto dall’articolo 119, terzo comma, della Costituzione significa esporre il Paese a un rischio concreto: nuove disuguaglianze territoriali, in contrasto con gli articoli 2 e 3 della Costituzione. A pagarne il prezzo più alto sarebbero i territori con minore capacità fiscale per abitante, dalle aree interne e montane a molte realtà del Mezzogiorno e con essi i Comuni che vi operano. Il luogo di nascita o di residenza non può decidere l’accesso alla salute, all’istruzione, ai servizi sociali, alla protezione civile, alle infrastrutture, al lavoro. L’autonomia differenziata non deve diventare l’occasione per mettere i territori gli uni contro gli altri”. Proprio per questi motivi i sindaci e le sindache pugliesi – l’appello ha già raccolto oltre 260 firme, allargandosi anche ad amministratori di altre regioni del Sud come Basilicata e Campania – plaudono all’iniziativa del presidente della Regione Puglia, che ha annunciato il ricorso presso la Consulta contro le preintese delle 4 regioni del Nord, seguito dal presidente della Campania, Roberto Fico. A loro volta, i Comitati per il Ritiro di ogni Autonomia Differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti sostengono l’iniziativa dei sindaci e delle sindache del Sud, così come quella dei due presidenti di Regione, cui auspicano si aggiungano presto le altre regioni governate da forze di opposizione nazionale, in primis l’Emilia-Romagna. La presa di posizione dei primi cittadini e delle prime cittadine e di amministratori e amministratrici di comuni pugliesi si inserisce a pieno titolo nel ripudio della “secessione dei ricchi”, ma anche nella chiara consapevolezza che il Sud possa giocare un ruolo molto significativo nella spregiudicata partita che il Governo sta portando avanti, incurante non solo della sentenza 192/24, ma anche e soprattutto della sorte di territori che certamente – nonostante le rassicurazioni del ministro Calderoli – registrerebbero uno svantaggio incolmabile, se il processo andasse avanti. Siamo convinte e convinti che tanti amministratori e amministratrici (e non solo quelli aderenti ai partiti dell’attuale opposizione parlamentare) del nostro Meridione siano perfettamente consapevoli che il processo eversivo dell’autonomia differenziata andrà a penalizzare territori le cui disuguaglianze sociali e squilibri territoriali subiranno un ulteriore aggravamento. I sottoscrittori e le sottoscrittrici chiedono “l’immediata sospensione del procedimento relativo agli schemi di intesa preliminare” fino al completamento di una complessiva rivalutazione costituzionale, finanziaria e amministrativa; richiesta che da tempo i Comitati e il Tavolo NOAD stanno esprimendo. Un appello che il governo non dovrebbe sottovalutare, anche considerando l’avvicinarsi delle elezioni politiche. Sarà interessante capire se sul piatto della bilancia peserà più lo scambio scellerato tra legge elettorale e autonomia differenziata; o la paura di perdere consenso in un Sud che – già nel referendum di marzo sulla riforma della magistratura – ha riservato alle destre al governo una brutta e imprevista sorpresa. Comitati per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, l’uguaglianza dei diritti e l’unità della Repubblica e Tavolo No AD
Comunicato Stampa 18 luglio 2026 – Tutti in piazza Montecitorio, martedì 21 luglio ore 16,30
Un governo autoritario, in cui vige la logica dello scambio e del ricatto reciproco, sta producendo l’ennesima forzatura; incurante non solo, come diciamo da più di un anno, della sentenza 192/24 della Corte Costituzionale; ma di tutta una letterale valanga di critiche che gli sono cadute addosso a proposito dell’approvazione delle intese per 4 regioni (Liguria, Piemonte, Lombardia e Veneto) su 3 materie non Lep – protezione civile, professioni, previdenza complementare – e una, la sanità, che richiede la definizione dei livelli essenziali di prestazione (LEP) fatti coincidere arbitrariamente con I livelli essenziali di assistenza (LEA), che come è ben noto aggravano le disparità territoriali. L’Aula di Palazzo Madama ha mosso un passo importante nella realizzazione del progetto eversivo dell’unità della Repubblica e dell’uguaglianza dei diritti nella giornata di giovedì 16 luglio, approvando le relative Risoluzioni e sostanzialmente impedendo qualsiasi mossa delle opposizioni, che avevano preparato ben 800 ordini del giorno e presentato comuni Risoluzioni chiedendo il ritiro delle Intese preliminari. Ora tocca alla Camera. È ancora una volta il momento di scendere in piazza: martedì 21 luglio le Risoluzioni di maggioranza approderanno in Aula e verranno votate. I Comitati per il Ritiro di ogni Autonomia Differenziata indicono un presidio – dalle ore 16,30 alle ore 20,30 – in piazza Montecitorio, cui aderiscono – tra gli altri – la Cgil Roma e Lazio, Cobas, Usb, e a cui prenderanno parte i/le deputate/i delle opposizioni. Chi abbia pensato che l’autonomia fosse diventata un problema superato e risolto ha sbagliato; chi ha raccolto le firme per un referendum che la Consulta ha bocciato, sulla base degli interventi demolitori che la Corte aveva operato sulla legge 86/24 come chi ha firmato per quella raccolta, tutti devono sapere che l’unità della Repubblica e l’uguaglianza dei diritti stanno subendo un pesantissimo attacco, merce di scambio di un governo spregiudicato che vuole introdurre surrettiziamente il premierato assoluto con la nuova legge elettorale e legittimare le disuguaglianze sociali e le disparità territoriali con l’autonomia differenziata. Plaudiamo alla condotta delle opposizioni in Senato, che hanno messo in campo un tentativo di resistenza neutralizzato dalla prevaricazione di un uso spregiudicato dei margini concessi dal regolamento; così come plaudiamo alle dichiarazioni del presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, rivolte alle forze politiche del Consiglio Regionale: “La vera minaccia è nel futuro, e ha un nome preciso: autonomia differenziata. Stiamo correndo verso un baratro con lo sguardo rivolto all’indietro, litigando su chi guida mentre l’automobile sta per andare a sbattere. Se le preintese (accordi tra Stato e Regioni) verranno approvate così come sono scritte, sarà la fine della sanità pubblica per come la conosciamo, soprattutto nei territori più fragili. Il Mezzogiorno per primo. Non è autonomia, è secessione a rate: perché non sposta soltanto competenze, sposta risorse di mobilità passiva e professionisti, dal Sud verso il Nord, un’emorragia silenziosa che svuoterà i nostri ospedali proprio mentre lottiamo per accorciare le liste d’attesa. Rischiamo di trasformare il Sud in terra da cui i medici partono, non in terra dove i pazienti guariscono. Un disastro di questa portata si ferma solo con un fronte meridionale unito, che parli con una voce sola: tutta la classe politica del Mezzogiorno, senza distinzione di schieramento, risponderà domani di questo passaggio se lascerà travolgere la sanità del Sud. Non è una battaglia di parte, è una battaglia di sopravvivenza. Per questo mi rivolgo a tutte le forze civili e politiche pugliesi: fermiamo insieme questo disegno, prima che diventi irreversibile». E’ necessario mobilitarsi e moltiplicare le azioni a ogni livello, territoriale e nazionale, e in ogni ambito, sociale, politico e istituzionale, affinché questo progetto distruttivo dell’unità della Repubblica non vada in porto. Tutti in piazza Montecitorio, martedì 21 ore 16,30. Comitati per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, l’uguaglianza dei diritti e l’unità della Repubblica e Tavolo No AD
“La nostra lotta, Le nostre lotte” – Assemblea nazionale dei Comitati e del Tavolo NO Autonomia Differenziata
𝐐𝐮𝐢 𝐭𝐫𝐨𝐯𝐚𝐭𝐞 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐢 𝐢 𝐬𝐢𝐧𝐠𝐨𝐥𝐢 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐯𝐞𝐧𝐭𝐢. Il ministro Roberto Calderoli non si ferma, il 13 luglio si passa alla discussione in plenaria. La Lega vuole ottenere il risultato entro la legislatura. Abbiamo bisogno della collaborazione di tutte e di tutti!
CS 6 giugno 2026 Assemblea Pubblica Nazionale – “La nostra lotta, le nostre lotte”
Sono esattamente 7 anni che i Comitati per il Ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti hanno abbandonato la lotta esclusivamente in difesa della scuola della Costituzione, minacciata dall’autonomia differenziata, per estenderla ai moltissimi, ulteriori aspetti della vita quotidiana che sono attaccati dal progetto scellerato; un progetto che nega l’uguale garanzia di diritti sociali e civili su tutto il territorio della Repubblica, sostenendo – al contrario – diritti diseguali, a seconda del certificato di residenza; laddove chi ha già tanto avrà di più, chi ha meno starà sempre peggio. Della Repubblica si è festeggiato il 2 giugno l’ottantesimo anniversario; una Repubblica minacciata dalla prepotenza tipica della maggioranza di destra che, indifferente alle prescrizioni della Corte Costituzionale, accelera, sotto la spinta del ministro leghista Calderoli, nel percorso verso la “secessione dei ricchi”. Sabato 6 giugno, dalle ore 9,30 alle 16,30, presso la Biblioteca della Società Napoletana di Storia Patria, al Maschio Angioino a Napoli, si terrà l’assemblea nazionale dei Comitati e del Tavolo NO Autonomia Differenziata: “La nostra lotta, le nostre lotte”. Un appuntamento che ha l’ambizione di lanciare il necessario allarme nei confronti della strategia del governo che – complice anche il silenzio dei media – sta tentando di portare a compimento il processo che provammo ad interrompere con il referendum 2 anni fa (con un milione e 300mila firme raccolte) e che, comunque, la sentenza 192/24 della Corte costituzionale ha in parte smontato. Nonostante la bocciatura della legge Calderoli, (86/2024), il governo Meloni-Calderoli va avanti. Infatti, presso le commissioni I Affari Costituzionali di Senato e Camera si trovano le 4 pre-intese siglate da Liguria, Lombardia, Veneto e Piemonte su 4 materie cosiddette non LEP (Protezione Civile, Professioni, Coordinamento della finanza pubblica e Sanità, Previdenza integrativa), già precedentemente approvate dalla Conferenza Unificata, con il parere negativo di 6 regioni, guidate dal PD o dal M5S, e dell’Anci. Le commissioni – presso le quali si stanno svolgendo audizioni che, come nelle precedenti occasioni, rilevano pareri negativi da parte di giuristi, economisti, esponenti della società civile, sindacati – dovranno formulare un atto di indirizzo; quindi, verranno predisposte e firmate le Intese, che il Parlamento potrà emendare: ci auguriamo che vengano sotterrate attraverso una valanga di emendamenti. Contestualmente, al Senato l’AS 1623 è il testo che Calderoli ha predisposto per determinare i livelli essenziali delle prestazioni, prerequisito per poter attaccare anche le cosiddette materie LEP, come la scuola. Oltre al fatto che determinare i LEP non significa garantirli (atto che prevederebbe milioni di euro), numerosi sono gli elementi di incostituzionalità nei testi siglati con le regioni. Siamo certi che le regioni guidate dal PD e dal M5S, ricorrendo alla Corte costituzionale, si batteranno per impedire che le Intese, andando in porto, possano aggravare ulteriormente le disuguaglianze sociali e territoriali. A Napoli, la mattina si aprirà con gli interventi di Emiliano Brancaccio, Antonella Bundu, reduce dalla Flotilla, Marco Esposito, Pietro Spirito, Massimo Villone. Interverrà il Presidente della regione Emilia- Romagna Michele De Pascale. Il pomeriggio, con un’introduzione di Antonio Mazzeo, esponente dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e della lotta NO Ponte, prenderanno la parola esponenti di movimenti territoriali e studenteschi, sindacati, associazioni. Ed è proprio dal pomeriggio che l’iniziativa prende il nome e trova il proprio senso precipuo: qualora il progetto eversivo di autonomia differenziata si concretizzasse, tutte le lotte e tutti i movimenti – di qualsiasi cosa si occupino – verrebbero coinvolti. Il Sud del nostro Paese, i Sud di tutte le regioni, verrebbero definitivamente affossati, oggetto di politiche predatorie, senza speranza di emancipazione dalle proprie attuali condizioni. Da Napoli – una delle città del Sud che ha tirato la volata al trionfo del NO nel referendum sulla riforma della magistratura, un no che, vogliamo crederlo, parla anche di autonomia differenziata – parte una nuova fase della lotta dei Comitati e del Tavolo NOAD. Una fase di mobilitazione intensa, che avrà una significativa scadenza nelle elezioni del 2027: nei programmi dei partiti, o delle liste, che chiederanno il voto per battere le destre, proponiamo sia inserita l’abolizione del comma 3 dell’articolo 116 della Costituzione, strumento per minare l’unità della Repubblica. Nei prossimi mesi continueremo a contrastare il disegno della secessione dei ricchi con sit-in, assemblee, manifestazioni di piazza, incontri di informazione. Il nostro obiettivo è quello che hanno espresso milioni e milioni di cittadini/e con il referendum sulla giustizia: la Costituzione non si tocca, va rispettata e applicata. Il referendum sulla giustizia ha liquidato anche il disegno del premierato assoluto; ora tutti/e devono mobilitarsi per impedire che si realizzi la terza controriforma, quella dell’autonomia differenziata: difendiamo l’unità della Repubblica, cioè l’uguaglianza dei diritti sociali, civili e politici. Solo così potremo sperare di sconfiggere le politiche di discriminazione razziste verso i migranti, di suprematismo nordista, e le misure securitarie che distruggono le libertà civili di manifestare e di lottare per una società dove si affermi il valore supremo della pari dignità di ogni persona, dovunque risieda e da qualunque parte del mondo provenga. Comitati per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, l’uguaglianza dei diritti e l’unità della Repubblica e Tavolo No AD