È il momento di fare il pane
LA NUOVA GRAMMATICA DEL DOMINIO MOSTRATA DA TRUMP – “MORIRÀ UN’INTERA CIVILTÀ,
PER SEMPRE… FORSE QUALCOSA DI RIVOLUZIONARIO E MERAVIGLIOSO POTRÀ ACCADERE…” –
NORMALIZZA PRIMA DI TUTTO LA FEROCIA. CHE DIVENTA PENSABILE, POI DICIBILE,
INFINE OVVIA. POSSIAMO RIBELLARCI A QUESTA GRAMMATICA DELLA CANCELLAZIONE
CUSTODENDO ALTRI LINGUAGGI, MA POSSIAMO FARLO SOLO CON UNA LENTA, DIFFUSA E POCO
MEDIATICA PRATICA CONTINUA. PER DIRLA CON MARIA ZAMBRANO: “È IL MOMENTO DI FARE
IL PANE, AFFINCHÉ SI CUOCIA LENTAMENTE… IL PANE DELLA PAROLA AUTENTICA SI POTRÀ
GUSTARE SOLO AL TEMPO OPPORTUNO, QUANDO CI SARÀ DI NUOVO FAME DI PAROLE NON PIÙ
FUNZIONALI O STRUMENTALI…”
Bambini che giocano in un parco di Pariz, città a sud-est di Teheran. Foto di
Parizan Studio su Unsplash
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L’attacco all’Iran non c’è stato, almeno per ora. Ma sono rimaste le parole,
dopo giorni di devastazione. Sono le parole di Donald Trump, pronunciate la
notte in cui si temeva un attacco militare iraniano contro Israele. “Stanotte
morirà un’intera civiltà, per sempre. Non vorrei che accadesse, ma probabilmente
succederà”. E subito dopo: “Forse qualcosa di rivoluzionario e meraviglioso
potrà accadere, chi lo sa?”.
È in queste parole che si apre qualcosa di profondamente inquietante. Non è solo
il compiacimento del potere o il linguaggio del dominio. È una torsione più
sottile: la crudeltà che si fa quasi estetica. Quel “meraviglioso” accostato
alla possibilità della distruzione non è neutro. Non è una semplice
contraddizione, è uno slittamento. La catastrofe non è più soltanto temuta o
minacciata; viene inscritta in un orizzonte di fascinazione. Diventa qualcosa
che può essere guardato — e nominato — come un evento straordinario, quasi
grandioso.
E poi c’è quel “chi lo sa”. Non è incertezza. È il compiacimento di chi può
evocare l’abisso e, nello stesso gesto, sottrarsi al suo peso. Di chi tiene
nelle mani la vita degli altri e la espone come una possibilità tra le altre. In
queste parole si scrive la grammatica del dominio: io posso. E, implicitamente:
voi no.
È così che il linguaggio agisce. Non resta fuori da noi: entra e modifica il
nostro modo di abitare il mondo. Perché noi abitiamo il mondo attraverso le
parole. Le parole non si limitano a descrivere: costruiscono ciò che è possibile
pensare, dire, fare.
Se una civiltà può essere definita “distruggibile” in una frase, se la sua fine
può essere evocata senza che il linguaggio si spezzi, allora quella distruzione
è già entrata nel mondo come possibilità concreta. È così che la ferocia si
normalizza. Diventa pensabile, poi dicibile, infine ovvia.
A questo punto si apre una scelta — ma non è una scelta semplice, né simmetrica.
Scivolare nel ruolo di sudditi passivi è facile: la forza attrae, il potere
abbaglia, e c’è qualcosa nell’enormità del dominio che produce una specie di
vertigine ammirata. Scegliere di essere custodi, invece, richiede uno sforzo
diverso: non spettacolare, non immediato. Richiede la pazienza di chi sa che il
linguaggio non si difende con un gesto solo, ma con una pratica continua.
Custodire le parole significa restituire loro peso, precisione, responsabilità.
Significa non usarle per cancellare, ma per tenere aperto. Una parola che
custodisce non semplifica fino a distruggere, non trasforma una civiltà in un
oggetto, non riduce milioni di vite a un inciso. Sa che dire è già fare.
È un gesto lento, fragile, eppure necessario. È la pazienza del seminatore che
Maria Zambrano chiamava il tempo della germinazione:
“È il momento di fare il pane, affinché si cuocia lentamente. Non è il momento
di offrirlo perché la gente non mangia, non vuole né può mangiare quel pane. Il
pane della parola autentica si potrà gustare solo al tempo opportuno, quando ci
sarà di nuovo fame, bisogno reale, di parole non più funzionali o strumentali…”
Forse è proprio questo il compito, oggi: non lasciare che il linguaggio si
pieghi all’annientamento, ma continuare, ostinatamente, a preparare parole che
tengano in vita.
Come il pane.
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