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Ancora su antisionismo-antisemitismo in …
… in una prospettiva di libertà critica. di Maurizio Fantoni Minnella …Sono terroristi ebrei… Avete allevato dei mostri… Una giornalista americana aggredita dai coloni in Cisgiordania DDL sull’antisemitismo? Una grave limitazione della libertà di pensiero e di giudizio fortemente voluta dalla comunità ebraica italiana, la stessa, ma non è la sola, che ha preso accordi con l’ANPI nazionale sulla gestione
October 22, 2026
La Bottega del Barbieri
Palestina e autodeterminazione
articoli di Sami Abu Omar, Robert Inlakesh, Susan Abulhawa, Jonathan Cook e tante altre voci. Il premio Stefano Chiarini, due libri (“Spermopolitica” e “Eppure noi resteremo”). Lo sciopero del 30 ottobre nei porti e aggiornamenti. Ricordiamoli affinchè non passino sotto silenzio: Mohammad Hannoun, Rayed Dad, Yaser Elasaly, Ryiad Albustanji sono palestinesi perseguitati in Italia. Genocidio a Gaza – 17 ottobre
October 17, 2026
La Bottega del Barbieri
Palestina: effetto collaterale?
Con aggiornamenti di Anbamed e Radio Onda d’Urto; appuntamenti; articoli e analisi di Awad Abdelfattah, di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad, di Ilaria de Bonis, di Claudio Geymonat, di Gaurav Kumar, di Lavinia Marchetti, di Tamer Nafar, di Enrico Semprini e altre/i Prefazione di Enrico Semprini. In questo dossier si parla di eccidi, di solidarietà e…del punto di vista palestinese
Bibi Files: la scrivania di Netanyahu e la struttura che resta fuori campo
Il documentario The Bibi Files porta sullo schermo gli interrogatori di Benjamin Netanyahu e il suo sistema di potere. Ma quanto può la vicenda giudiziaria di un singolo uomo spiegare una guerra e una storia che lo precedono? Sala piena al Parlamento europeo, a fine settembre, per la proiezione di The Bibi Files promossa dalla delegazione del Movimento 5 Stelle, e la sera successiva una serata evento a Roma, in contemporanea con altre centotrenta sale. La regista Alexis Bloom ha detto che ci vuole grande coraggio per mostrare quel film in quella sede e ha chiesto di ricordare chi sta trascinando Israele e il Medio Oriente in guerre senza fine, mentre gli eurodeputati Palmisano e Della Valle hanno parlato di un gesto politico e di un atto di denuncia. Quando un documentario viene accolto come atto politico, la sua cornice interpretativa diventa una proposta su come leggere una guerra, e come tale va discussa. Ciò che il film mostra ha un suo valore. Sono ore di interrogatori condotti dalla polizia israeliana tra il 2016 e il 2018, arrivate al produttore Alex Gibney da una fonte anonima, in cui Netanyahu alza i pugni, batte la mano sulla scrivania e dà del bugiardo a un suo stretto collaboratore, Nir Hefetz. Il produttore Arnon Milchan, secondo The Guardian, chiede alla polizia di non usare la parola corruzione perché lo farebbe apparire peggio. Gibney stesso riconosce che il materiale non rivela fatti nuovi e ne indica il valore nel vedere un leader privo della regia dei suoi discorsi. Va ricordato che i tre filoni d’inchiesta riguardano accuse di corruzione, frode e abuso di fiducia, che il processo è cominciato nel 2020 senza produrre al momento una sentenza di primo grado. Le difficoltà cominciano quando il film passa dalle immagini alla tesi. The Guardian la riassume dicendo che il premier prolunga la guerra di Gaza per evitare il carcere, e per il Financial Times il documentario traccia un collegamento diretto tra le accuse e i conflitti di Gaza e del Libano, leggendo l’abbraccio di Ben-Gvir e Smotrich come parte di un tentativo di sottrarsi ai processi. Gibney racconta che l’inchiesta nasceva come storia di corruzione e che dopo il 7 ottobre la corruzione ha cambiato scala. Conviene distinguere tre livelli. Il primo riguarda i fatti documentati, su cui c’è poco da discutere. Il secondo è un’inferenza sul movente, e non è priva di appigli, dato che i legali di Netanyahu, riferisce il Financial Times, hanno chiesto di rinviare la testimonianza citando gli eventi bellici. Il terzo è la tesi forte, secondo cui la guerra sarebbe alimentata o prolungata per salvarsi e Hamas sarebbe stato favorito. Per come l’ho visto, il film è a tesi, e la tesi va oltre la corruzione di Netanyahu e della sua famiglia, perché sostiene che quella corruzione abbia reso possibile l’attacco di Hamas. A comparire è solo Hamas, come se a Gaza non operassero altre formazioni armate, né una società piegata da diciassette anni di blocco israeliano, quella che il giornalista Sami al-Ajrami, nato nel campo profughi di Jabalia, descrive in Le chiavi di casa nel giorno del 7 ottobre divisa tra chi festeggiava una vendetta e chi temeva ciò che sarebbe seguito. L’implicazione è che tolto Netanyahu la situazione migliorerebbe per tutti. Al Parlamento europeo, secondo le cronache, la regista ha evocato i genocidi, ma nel film la parola genocidio non compare, e il sionismo non è mai indicato come origine del progetto di espulsione dei palestinesi. È un meccanismo che in Italia conosciamo, con tutte le proporzioni del caso, perché per anni ci è stato detto che il problema era Berlusconi e non l’intero sistema di potere, opposizione compresa. Tra movente e causa passa una distanza che la cornice personalistica tende a cancellare. Un interesse personale può spiegare i tempi e la durata di una scelta, ma non perché le condizioni per quella scelta esistessero. Su questo i libri di Eyal Weizman offrono un materiale che il film non tocca. In Spaziocidio l’architetto e ricercatore ricostruisce come la fortificazione dei territori occupati cominci subito dopo il 1967 per iniziativa di due generali del movimento laburista, Yigal Allon e Chaim Bar Lev. Il piano Allon, presentato al governo poche settimane dopo la guerra, proponeva di annettere la valle del Giordano e si giustificava, nelle parole di Allon, con la ricerca della massima sicurezza e di «un numero minimo di arabi». Il governo di unità nazionale di Levi Eshkol aveva formalizzato già nel giugno del 1967 l’annessione di circa settanta chilometri quadrati di Gerusalemme Est, con circa sessantanovemila palestinesi. Il Likud, salito al potere nel 1977, non inaugura la colonizzazione ma la sistematizza. Secondo i dati riportati da Weizman, tra il 1977 e il 1981 gli insediamenti passano da 28 a 68 e i coloni da circa 4.500 a 16.200, e nel 1981 Ariel Sharon istituisce l’Amministrazione civile per governare i palestinesi di Cisgiordania e Gaza. È un andamento che comincia con i laburisti e accelera con la destra. Weizman descrive la colonizzazione come una strategia senza stratega, frutto di improvvisazioni, conflitti tra politici e pressioni dal basso dei coloni, e la formula mette in difficoltà chi spiega una catastrofe con la volontà di un solo uomo. In Ungrounding, uscito quest’anno, la fascia intorno a Gaza risulta progettata negli anni Cinquanta da architetti e pianificatori legati ai movimenti kibbutzistici della sinistra sionista, e Netanyahu compare tra gli attori senza essere posto all’origine. Didier Fassin, in Una strana disfatta, sposta l’attenzione al consenso. Riporta un sondaggio dell’Università di Tel Aviv di fine ottobre 2023 secondo cui quasi otto ebrei israeliani su dieci approvavano l’azione a Gaza e appena il due per cento la giudicava troppo intensa, e ricorda che il programma del Likud del 1977 rivendicava già la sovranità dal mare al Giordano e che, due settimane prima del 7 ottobre, Netanyahu mostrò all’ONU una mappa del Nuovo Medio Oriente in cui Cisgiordania e Gaza risultavano assorbite in Israele. Riferisce anche che il governo avrebbe favorito Hamas come contrappeso a Fatah, con rimando a Jeet Heer su The Nation. La forma stretta di questa accusa compare dunque anche fuori dal film, mentre quella forte, per cui quella scelta avrebbe reso possibile il 7 ottobre, resta non verificata e riduce per l’ennesima volta la resistenza palestinese ad un semplice burattino nelle mani del padrone israeliano. Ilan Pappé, storico israeliano tra i più severi con lo Stato in cui è nato, racconta nella Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina che durante le manifestazioni di massa contro la riforma della giustizia chi sollevava la questione dei Territori occupati veniva invitato ad allontanarsi, perché si protestava contro la teocrazia e non contro l’occupazione. Se è così, anche la più grande mobilitazione interna degli ultimi anni è rimasta nello stesso perimetro in cui si muove il film. Quanto alla costruzione del film, tutti gli intervistati sono israeliani e critici del premier, e secondo il Financial Times Gibney ne fa un vanto, chiedendosi perché il resto del mondo non possa dire ciò che gli israeliani dicono in Israele. The Guardian riporta che Bloom ha parlato per ore con ex capi di stato maggiore e dello Shin Bet, disposti a raccontarle le menzogne del premier ma non a farlo ufficialmente, e uno di loro ha spiegato di poter entrare in politica un giorno e di dover essere prudente. Il perimetro del film è quello di ciò che, nella vita pubblica israeliana, si è disposti a dire di Netanyahu a proprio nome. La funzione di questa cornice è meno neutra di quanto sembri. Una colpa individuale ha un termine, perché finisce quando finisce il potere dell’uomo, e lascia intatto tutto il resto. Per spettatori occidentali è una storia comoda, perché consente di indignarsi senza rimettere in discussione una politica che, con poche eccezioni, i governi occidentali continuano a seguire, sostenendo Israele e, nel caso dei suoi principali fornitori, armandolo. Le obiezioni vanno anticipate. Si dirà che il film non pretende di spiegare la guerra, ma gli stessi autori e la stampa lo presentano come un’indagine sul nesso tra processo e guerra. Si dirà che il movente personale è reale, e lo concedo, perché nulla di ciò che ho scritto nega che l’interesse giudiziario di Netanyahu abbia pesato sui tempi. L’obiezione più seria riguarda il ritiro da Gaza del 2005, quando Sharon smantellò le ventuno colonie, e Weizman risponde ricordando che non ridusse il numero dei coloni, dato che nell’anno seguente dodicimila si trasferirono in Cisgiordania, e che il controllo fu spostato sul perimetro e sullo spazio aereo. Resta infine il fatto che il 7 ottobre ebbe autori propri, e un argomento sulle strutture che non riconoscesse agli altri attori la loro presenza sarebbe un’altra forma di personalizzazione. La mia posizione è che The Bibi Files funzioni come documento e fallisca come spiegazione. Le immagini degli interrogatori dicono qualcosa di vero su un uomo e sul sistema di favori che lo circonda, ma proporle come chiave di una guerra significa dare a un nome proprio il peso di una storia di piani, governi, consenso e silenzi internazionali. Alla fine degli interrogatori compare una frase sul tempo che passa in fretta quando ci si diverte. Per i civili di Gaza quel tempo si è fermato e nessuna scrivania, per quanto presa a pugni, basta a spiegare perché. FONTI ✓ Il Fatto Quotidiano, Redazione Esteri, “Sala piena al Parlamento europeo per la proiezione di ‘The Bibi Files’. Stasera evento a Roma con Giulia Innocenzi, Alexis Bloom e Maddalena Oliva”, 30 settembre 2026. https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/09/30/the-bibi-files-parlamento-europeo-proiezione-notizie/8522929/ ✓ The Guardian, Radheyan Simonpillai, “‘I’ve never seen the depth of moral corruption’: controversial Netanyahu doc screens at Toronto”, 10 settembre 2024. https://www.theguardian.com/film/article/2024/sep/10/the-bibi-files-netanyahu-documentary-toronto ✓ Financial Times, Greg Wetherall, articolo su The Bibi Files, 10 dicembre 2024. https://www.ft.com/content/6c4bf0ed-d96c-4831-bc51-544ede08a096 Eyal Weizman, Spaziocidio. Israele e l’architettura come strumento di controllo, Mondadori, 2022. Eyal Weizman, Ungrounding: The Architecture of Genocide, Penguin Random House UK, 2026. Didier Fassin, Una strana disfatta. Sul consenso all’annientamento di Gaza, trad. di Lorenzo Alunni, Feltrinelli, 2026. Ilan Pappé, Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina. Dal 1882 a oggi, trad. di Valentina Nicolì, Fazi, 2024. Sami al-Ajrami e Anna Lombardi, Le chiavi di casa, Mondadori, 2024. Francesco Russo
October 3, 2026
Pressenza
Palestina: basta massacri e razzismo
Articoli di Sausan Khalil, Tareq S. Hajjaj, Enas Abu Ghayad, Operazione Colomba, Francesca Campanini, Adla Alnazer, Mariana Hristova, Mario Sommella, Luigi Daniele, Anna Maria Selini, Lavinia Marchetti, gli aggiornamenti (con Anbamed e Radio Onda D’urto) e altro. Con un link ad una nostra pagina: https://www.labottegadelbarbieri.org/cinema-28-30-settembre-naza-e-the-bibi-files/ «Tortura e genocidio» di Francesca Albanese è un saggio-inchiesta (pubblicato da Paper First) che traduce
September 26, 2026
La Bottega del Barbieri
Zohran Mamdani pianta un ulivo insieme a famiglie palestinesi nella residenza ufficiale del sindaco di New York
Giovedì 24 settembre, il giorno in cui il in cui Benjamin Netanyahu ha tenuto il suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, esaltando la guerra e la pulizia etnica condotte da Israele, Zohran Mamdani ha pubblicato nella sua pagina Facebook il video di un’azione significativa compiuta la sera prima: ha invitato a cena a Gracie Mansion, la residenza ufficiale del sindaco di New York, alcune famiglie palestinesi e con loro ha piantato un ulivo, albero sacro e simbolo della resistenza alla violenza dei coloni in Cisgiordania. L’ufficio del sindaco ha riferito che tra gli invitati c’erano newyorkesi di origine palestinese che hanno perso dei familiari a Gaza e rifugiati che hanno dovuto abbandonare le loro case. L’incontro aveva lo scopo di onorare il loro contributo alla città e di riconoscere le perdite subite. “Ieri sera ho piantato un ulivo a Gracie Mansion insieme ad alcune famiglie palestinesi provenienti da Gaza. Che la pace sia il nostro futuro”, ha scritto Mamdani condividendo un video della serata. https://www.facebook.com/watch/?v=28945362035061670 Quale migliore risposta agli insulti di Netanyahu, che l’ha ripetutamente accusato di antisemitismo e di essere un sostenitore di Hamas? Anna Polo
September 26, 2026
Pressenza
Netanyahu parla all’ONU: l’aula si svuota, sit-in e arresti fuori dal Palazzo di Vetro
Non appena Benjamin Netanyahu ha preso la parola all’Assemblea Generale dell’ONU, decine di membri delle varie delegazioni sono usciti dall’aula, lasciandola semivuota. Il premier israeliano li ha definiti codardi e ha tenuto il suo solito discorso aggressivo e minaccioso, arrivando a mostrare un cercapersone come orgogliosa rivendicazione della strage compiuta in Libano, in cui sono rimaste uccise, ferite e mutilate centinaia di persone con il pretesto di attaccare i miliziani di Hezbollah. All’esterno del Palazzo di Vetro Jewish Voice for Peace, attivissima associazione di ebrei anti-sionisti, ha organizzato un sit-in di protesta con striscioni contro la guerra e l’Ice e per la fine del genocidio a Gaza. Molti degli oltre 400 partecipanti sono stati arrestati dalla polizia: tra i fermati l’attrice Susan Sarandon, la candidata democratica al Congresso Darializa Avila Chevalier e il consigliere comunale di New York Chi Osséo. Anna Polo
September 24, 2026
Pressenza
New York si mobilita contro la presenza di Netanyahu all’Assemblea Generale dell’ONU
Il Palestiniana Youth Movement annuncia così su Instagram la mobilitazione prevista per domani, in occasione del discorso del premier israeliano Benjamin Netanyahu all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York: “Alla vigilia della presenza di Netanyahu all’Onu prevista per domani sera a New York, la città si prepara ad un corteo indetto per domani pomeriggio alle 16, che  partirà da Bryant Park e tenterà di arrivare al Palazzo di Vetro. Le strade e i ponti intanto esprimono il loro totale rifiuto all’idea di avere un criminale di guerra in città.” Democracy Now! riporta un acceso scambio tra Netanyahu e Zohran Mamdani. Il primo ministro israeliano ha pubblicato un video in cui attacca aspramente il sindaco di New York, che aveva chiesto il suo arresto per i crimini di guerra commessi a Gaza, per poi ammettere a malincuore di non avere l’autorità per farlo. “Vergognati, signor Mamdani. Vergognati per aver sostenuto i mostri terroristi di Hamas che hanno massacrato il nostro popolo. Vergognati per aver incitato a disordini contro gli ebrei di New York. Sto per recarmi alle Nazioni Unite. Dirò la verità sui nostri eroici soldati e dirò la verità su di te” ha inveito Netanyahu. Ecco la risposta di Zohran Mamdani al video di Netanyahu. “Quello che sappiamo essere effettivamente vero riguardo al primo ministro è che è oggetto di un mandato di arresto della Corte Penale Internazionale per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità, che, in qualità di primo ministro, è l’artefice di un orribile genocidio contro i palestinesi e che solo pochi giorni fa le sue forze armate hanno ucciso un ragazzino di 11 anni in quella che è considerata una zona sicura.”   Anna Polo
September 23, 2026
Pressenza
Prossimamente al cinema “The Bibi files”, il film che gli israeliani vedono di nascosto
Mercoledì 30 settembre sarà proiettato simultaneamente in numerose sale cinematografiche con, a seguire, il collegamento in streaming con la regista, Alexis Bloom, insieme alla giornalista Giulia Innocenzi, e alla condirettrice de Il Fatto Quotidiano, Maddalena Oliva, e con tanti altri ospiti. Nel docufilm The Bibi Files sono assemblate le registrazioni – ovviamente ‘trafugate’ – degli interrogatori della polizia israeliana in cui i testimoni raccontano e spiegano i fatti su cui si basano le accuse di corruzione e di manipolazione dell’informazione di cui il primo ministro e i suoi parenti devono rispondere al processo che si trascina orma da anni, continuamente interrotto per ‘cause di forza maggiore’ e ‘ragioni di stato’ che impediscono all’imputato principale di recarsi alle udienze… e, così, essere giudicato. Le ‘confessioni’ parlano di “casse di sigari e di champagne”, di “gioielli del valore di migliaia di dollari recapitati alla moglie del Primo Ministro” e di molti altri regali ricambiati dal premier con “esenzioni fiscali su misura”, inoltre di favori invece elargiti da Benjamin ‘Bibi’ Netanyahu, per garantirsi l’accondiscendenza o l’obbedienza di giornalisti, influencer e opinion leader. L’iniziativa di mercoledì 30 settembre nei cinema italiani è promossa e coordinata da Pueblo Unido e Mescalito Film, che spiegano: > Quando al produttore di questo documentario è arrivato, su Signal, un > messaggio con centinaia di ore di registrazioni riservate, ciò che si apriva > era l’archivio degli interrogatori condotti dalla polizia israeliana su > Benjamin Netanyahu, su sua moglie Sara, su suo figlio Yair e sugli > imprenditori che ruotavano attorno alla famiglia nell’ambito delle indagini > per corruzione che hanno portato all’incriminazione del Primo Ministro. > > Da quel materiale, mai mostrato prima, Alexis Bloom ha costruito un film che > permette di osservare Netanyahu fuori dalla scena pubblica che lui stesso > controlla da quasi trent’anni, nel momento in cui deve rispondere a chi lo > interroga. > > Mentre i miliardari e i collaboratori chiamati a testimoniare faticano a > reggere il confronto con le prove, lui non ricorda quasi nulla. > > Seguendo il filo che lega le accuse di corruzione allo spostamento del governo > verso l’estrema destra, fino allo scontro sulla magistratura e alla guerra a > Gaza, il film arriva a porre la domanda che riguarda tutti: quanto può pesare, > sulle decisioni di un capo di governo, la necessità di non finire sotto > processo? > > Il 27 ottobre Israele torna alle urne e Netanyahu si ripresenta agli elettori > cercando il mandato che gli consentirebbe di restare al potere. > > In Israele il film non è uscito, eppure moltissime persone lo hanno visto lo > stesso, attraverso copie pirata che hanno circolato di mano in mano. > > E sono stati proprio gli oppositori del premier a chiedere al produttore di > diffonderlo il più possibile fuori dai confini del Paese. > > Portarlo nei cinema italiani ora significa anche mettere a disposizione di chi > lo guarda gli elementi per capire come si è arrivati fin qui in Italia e > nell’Unione Europea, dove i governanti continuano a non rimettere in > discussione gli accordi commerciali e di associazione con Israele. > > Ogni persona che scopre che questo film esiste è una persona in più che potrà > vedere quello che in Israele è stato tenuto nascosto. THE BIBI FILES – Mercoledì 30 settembre le proiezioni e, a seguire, il collegamento in streaming con la regista, Alexis Bloom, insieme alla giornalista Giulia Innocenzi, e alla condirettrice de Il Fatto Quotidiano, Maddalena Oliva, e con tanti altri ospiti, nei cinema di numerose città italiane – sul sito di Pueblo Unido elencate con indirizzi, orari e link ai moduli di prenotazione dei posti. Iscrivendosi al club Pueblo Unido si possono avere riduzioni del biglietto per le proiezioni in programma per l’occasione e anticipazioni, notizie e aggiornamenti sulle prossime iniziative.   Redazione Italia
September 23, 2026
Pressenza