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Armi nucleari smarrite e mai recuperate. L’opinione pubblica non è informata
ORDIGNI ATOMICI, SOGGETTI A LENTA E INESORABILE CORROSIONE, ADAGIATI SUL FONDO DEGLI OCEANI, PERSI A CAUSA DI INCIDENTI AEREI O INTRAPPOLATI NEI RELITTI DI SOTTOMARINI AFFONDATI, RIMANGONO MONUMENTI RADIOATTIVI SILENZIOSI, TESTIMONIANZE DI EPOCHE AD ALTISSIMA TENSIONE. La storia delle armi nucleari smarrite e mai più recuperate è una delle eredità più inquietanti della Guerra Fredda. Nel gergo militare statunitense questi incidenti gravi che coinvolgono armi atomiche (senza però scatenare una guerra nucleare) vengono chiamati “Broken Arrow (Freccia Spezzata)” [1, 2, 3]. Ad oggi, si calcola che ci siano almeno decine di testate nucleari adagiate sul fondo degli oceani, perse a causa di incidenti aerei o intrappolate nei relitti di sottomarini affondati. ATOMICHE SMARRITE PER INCIDENTI AI BOMBARDIERI NUCLEARI Durante la Guerra Fredda, sia gli Stati Uniti che l’Unione Sovietica mantenevano bombardieri strategici costantemente in volo, armati e pronti all’attacco. Questa pratica ha portato a diversi incidenti. Solo gli Stati Uniti ammettono ufficialmente 6 bombe nucleari disperse e mai recuperate [1, 2]. I casi più celebri. Eccoli. * La bomba di Tybee Island (Georgia, USA – 1958) – Durante un’esercitazione, un bombardiere B-47 entrò in collisione con un caccia F-86. Per alleggerire l’aereo e tentare un atterraggio di fortuna, il pilota sganciò una bomba all’idrogeno Mark 15 da 3,4 megatoni nelle acque poco profonde di Wassaw Sound, vicino a Tybee Island. Nonostante mesi di ricerche, la bomba si inabissò nel fango profondo e non fu mai più ritrovata. È ancora lì. [1, 2] * L’incidente del Mare delle Filippine (1965) – Un aereo da attacco A-4E Skyhawk, caricato con una bomba termonucleare B43, scivolò accidentalmente fuori dal ponte della portaerei USS Ticonderoga. L’aereo, il pilota e l’arma nucleare affondarono a oltre 4.900 metri di profondità a circa 110 chilometri dalle isole Ryukyu. L’immensa pressione oceanica rende il recupero impossibile. [1, 2, 3, 4] * La scomparsa sopra il Mediterraneo (1956) – Un bombardiere B-47 dell’Aeronautica statunitense, in volo da una base in Florida verso il Marocco, svanì nel nulla mentre attraversava una fitta coltre di nubi sopra il Mar Mediterraneo. A bordo trasportava due capsule di materiale fissile per armi nucleari. Non è mai stato trovato alcun rottame, né dell’aereo né del suo carico. [1] Nota di rilievo – In altri casi famosi, come l’incidente di Palomares (Spagna, 1966), quattro bombe caddero da un B-52: tre toccarono terra contaminando il suolo, mentre la quarta finì in mare e fu recuperata dopo una colossale operazione di ricerca subacquea durata mesi. SOTTOMARINI NUCLEARI PERSI NEGLI ABISSI Il fondo dell’oceano ospita anche i relitti di diversi sottomarini affondati insieme ai loro reattori e al loro arsenale atomico (siluri e missili balistici). Complessivamente si contano 9 sottomarini nucleari affondati nella storia (2 statunitensi, 5 sovietici, 2 russi) [1, 2, 3]. I più rilevanti per il loro carico bellico sono: Stati Uniti USS Scorpion (SSN-589) – 1968: Affondò misteriosamente nell’Oceano Atlantico, circa 740 chilometri a sud-ovest delle Azzorre, provocando la perdita di 99 membri dell’equipaggio. Oltre al reattore nucleare, lo Scorpion racchiude nel suo relitto, a più di 3.000 metri di profondità, due siluri armati con testate nucleari Mark 45 ASTOR. [1, 2, 3, 4] Unione Sovietica / Russia * K-8 (1970): A causa di un incendio a bordo nel Golfo di Biscaglia (Oceano Atlantico), il sottomarino d’attacco sovietico colò a picco durante le operazioni di rimorchio. Portò con sé negli abissi, a oltre 4.600 metri, il proprio reattore e quattro siluri nucleari. [1, 2, 3] * K-219 (1986): Pochi anni prima della fine della Guerra Fredda, questo sottomarino lanciamissili subì un’esplosione nel tubo di lancio di un missile al largo delle Bermuda. Affondò a circa 5.000 metri di profondità con un carico stimato di ben 34 testate nucleari a bordo dei suoi missili balistici. [1, 2, 3] * K-278 Komsomolets (1989): Questo sottomarino sovietico con scafo in titanio affondò nel Mar di Norvegia a causa di un incendio. Oggi giace a 1.680 metri di profondità con il suo reattore e due siluri a testata nucleare contenenti plutonio. Monitoraggi scientifici condotti nel corso degli anni hanno confermato che il reattore e le munizioni stanno subendo una lenta corrosione da acqua salata, rilasciando piccoli picchi di cesio radioattivo, sebbene fortemente diluiti dalle correnti marine. [1, 2, 3, 4, 5] Nota di rilievo – Uno dei casi più recenti di dispersione radioattiva: Fughe radioattive da un sottomarino sovietico affondato nel Mare di Norvegia – Contaminazione ambientale ancora contenuta, ma serve un monitoraggio continuo / ANSA, 28 MARZO 2026 PERCHÉ NON VENGONO RECUPERATE? Le superpotenze hanno quasi sempre preferito lasciare gli ordigni sul fondo oceanico per quattro ragioni principali. 1. Profondità: molti di questi relitti si trovano nella piana abissale (tra i 3.000 e i 5.000 metri), dove le pressioni schiaccianti rendono le operazioni di recupero tecnologicamente complesse e straordinariamente costose. 2. Oblio: si ritiene che una bomba atomica sommersa non può esplodere autonomamente e si preferisce l’oblio. 3. Sicurezza: muovere relitti strutturalmente instabili dopo decenni di corrosione rischia di spaccare i contenitori di sicurezza, provocando una contaminazione ecologica ancora peggiore peggiore. [1, 2, 3, 4] 4. Media: non vi è una sufficiente pressione dell’opinione pubblica e i governi preferiscono non riportare queste atomiche sotto i riflettori dei media in operazioni di recupero che riporterebbero a galla oltre alle vecchie armi nucleari anche profondi timori che si preferisce tenere sopiti. Peacelink Telematica per la Pace
October 18, 2026
Pressenza
“Broken Arrow… Abbiamo perso le bombe atomiche”
A chi guarda le esercitazioni nucleari come Steadfast Noon con normalità e assuefazione, giova ricordare qualche trascorso della Guerra Fredda. Come quando venne lanciato uno spaventoso “Broken Arrow” a Goldsboro, nel North Carolina. O a Palomares, in Spagna. Ecco la lista completa degli incidenti. Nel gergo burocratico e asettico del Pentagono lo chiamano “Broken Arrow (Freccia Spezzata)”. È il codice ufficiale utilizzato per identificare gli incidenti più gravi che coinvolgono armi nucleari: smarrimenti, detonazioni accidentali dei componenti convenzionali o incendi a bordo. Dietro questa formula da film d’azione si nasconde però una realtà agghiacciante che la retorica militare della deterrenza ha cercato per decenni di insabbiare: la tecnologia nucleare non è infallibile e il mondo ha sfiorato l’olocausto atomico per puro errore tecnico in tempo di pace. Mentre assistiamo giorno dopo giorno alle esercitazioni nucleari della NATO, denominate “Steadfast Noon”, è bene ricordare che quelle cose sono parte di una storia abominevole e terrificante. Oggi si esercitano con simulacri di bombe atomiche, ma se si continua ad alimentare la tensione arriverà il giorno in cui quelle bombe verranno imbarcate sui cacciabombardieri. Il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha ammesso ufficialmente 32 incidenti Broken Arrow dal 1950 a oggi. Di questi, diversi casi hanno visto bombardieri strategici “perdere” letteralmente il proprio carico nucleare. Ad oggi, almeno sei ordigni nucleari non sono mai stati ritrovati e giacciono ancora abbandonati nei fondali oceanici. Un esempio emblematico è quello di Tybee Island, in Georgia, dove nel 1958 un bombardiere B-47, a seguito di una collisione in volo, si liberò deliberatamente di una bomba all’idrogeno Mark 15 nelle acque dell’Atlantico per alleggerire il carico e tentare un atterraggio d’emergenza. L’ordigno sprofondò nelle paludi marine e non venne mai più recuperato. Tre anni più tardi, nel gennaio del 1961 a Goldsboro, nel North Carolina, si consumò l’episodio più spaventoso. Un B-52 si disintegrò in volo a causa di un cedimento strutturale, lasciando precipitare due bombe all’idrogeno Mark 39 da 3,8 megatoni ciascuna. La violenza dello schianto aereo ingannò i sensori interni di uno degli ordigni: la bomba interpretò la rottura dei cavi come un lancio legittimo in tempo di guerra, dispiegò il paracadute e attivò i propri generatori. Solo anni dopo, grazie alla declassificazione di documenti riservati, si è appreso che tre dei quattro interruttori di sicurezza automatici fallirono. Fu solo un minuscolo selettore manuale a basso voltaggio – che il pilota non aveva azionato dalla cabina – a interrompere il circuito finale, evitando un’esplosione 250 volte più potente di quella di Hiroshima sul suolo americano. Questo rischio spaventoso mise a nudo la vulnerabilità degli arsenali. All’epoca, infatti, non esisteva ancora il sistema PAL (Permissive Action Link), quel dispositivo di blocco elettronico che oggi richiede l’inserimento di un codice segreto criptato per armare una bomba. Fu proprio lo spavento di Goldsboro a spingere il presidente John F. Kennedy, nel 1962, a firmare il memorandum che imponeva lo sviluppo e l’installazione obbligatoria dei sistemi PAL per scongiurare detonazioni accidentali o utilizzi non autorizzati. Pochi anni dopo, nel 1966, i nuovi protocolli di sicurezza dovettero affrontare la prova del fuoco a Palomares, in Spagna. Come documentato nel nostro archivio nell’articolo “Quando quattro bombe H caddero sulla Spagna“, un’altra collisione ad alta quota fece precipitare quattro bombe H. Questa volta i sistemi avanzati impedirono la reazione a catena nucleare, ma l’impatto fece comunque esplodere il detonatore convenzionale di due ordigni, nebulizzando una nube tossica di polvere di plutonio su oltre 200 ettari di territorio civile. La logica della militarizzazione dei cieli e dei mari espone costantemente le popolazioni a pericoli sistemici. Sebbene i voli permanenti con armi nucleari attive siano stati interrotti alla fine degli anni ’60 proprio a causa di queste catastrofi sfiorate, le esercitazioni belliche contemporanee continuano a riproporre gli stessi identici schemi rassicurativi. Rassicuravano allora, rassicurano oggi, tutto passa come normalità, anche l’addestramento all’apocalisse nucleare. Pensiamo all’esercitazione NATO Steadfast Noon 2026 nei cieli italiani, oggi giunta al quinto giorno, che ha visto cacciabombardieri simulare attacchi atomici riproponendo le medesime e delicate manovre di rifornimento in volo che causarono la tragedia di Palomares. Scrivere oggi di bombe atomiche smarrite non significa fare semplice archeologia della Guerra Fredda. Significa smascherare il mito della “sicurezza nucleare”. Finché esisteranno arsenali atomici e finché i territori saranno messi a disposizione per la simulazione e il transito di questi vettori di distruzione apocalittica, l’umanità intera rimarrà ostaggio non solo delle decisioni folli dei governi, ma anche del banale sensore che si guasta o del difetto nel software di bordo. Peacelink Telematica per la Pace
October 17, 2026
Pressenza
“Un albero per la Memoria”: l’hibaku-jumoku che cresce a Casale Monferrato
NELL’80° ANNIVERSARIO DEL BOMBARDAMENTO DI HIROSHIMA L’ALBERO GERMOGLIATO NELLA CITTÀ GIAPPONESE E TRAPIANTATO NEL GIARDINO URBANO SIMBOLO DELLA RESILIENZA E DELLA RIGENERAZIONE DELLA CITTADINA ITALIANA MARTORIATA DALL’AMIANTO RICORDA TUTTE LE VITTIME DI OGNI DEVASTAZIONE. Nel 2019 una delegazione dell’AFeVa (Associazione Familiari e Vittime dell’Amianto) di Casale Monferrato si è recata in Giappone per partecipare al convegno svolto all’Università di Kobe in cui veniva presentato un manga intitolato Ishinowata (‘pietra come cotone’, amianto) che, illustrando la storia di una sua protagonista, Romana Blasotti Pavesi, descrive la lotta dei citttadini di Casale Monferrato contro le malattie letali provocate dal ‘polverino killer‘ per 80 anni incessantemente fuoriuscito dallo stabilimento della multinazionale Eternit. Nell’occasione i rappresentanti dell’AFEeVA si sono recati anche all’Hiroshima Peace Memorial Museum, dove quest’anno fino al 26 settembre è in esposizione la rassegna Visual archives of Hiroshima atomic bombing composta dalle fotografie e dai filmati che documentano il bombardamento, avvenuto il 6 agosto 1945, alle 8:15 del mattino, e alla ricorrenza commemorato facendo suonare la Peace Bell (Campana della Pace) dal 1964 installata nel parco del sito museale. LE VIVIDE TESTIMONIANZE DEGLI HIBAKUSHA E DEGLI HIBAKU-JUMOKU Nel 1945 il 6 agosto a Hiroshima e il 9 agosto a Nagasaki le bombe atomiche uccisero circa 120 mila persone e ferirono, fecero ammalare e traumatizzarono oltre 650 mila sopravvissuti alle esplosioni e alle radiazioni degli ordigni nucleari, in giapponese detti hibakusha. Le vittime delle bombe atomiche e termonucleari fatte esplodere nelle città giapponesi come armi e in alcune isole nell’Oceano Pacifico per misurare la loro potenza distruttiva dal 1956 sono rappresentate dall’Associazione Nihon Hidankyo – Japan Confederation of A- and H-Bomb Sufferers Organizations che, a riconoscimento del suo impegno al perseguimento di “un mondo libero dalle armi nucleari” e, in particolare, “per aver dimostrato attraverso le testimonianze che le armi nucleari non devono mai più essere utilizzate”, nel 2024 è stata insignita del Premio Nobel per la pace (THE NOBEL PRIZE / 2024 – Nihon Hidankyo).Per iniziativa dell’iraniania Nassrine Azimi, giornalista e urbanista che collabora con l’UNITAR – United Nations Institute for Training and Research, e della giapponese Tomoko Watanabe, coordinatrice dell’Associazione ANT (Asian Network of Trust) – Hiroshima, è stata fondata la Green Legacy Hiroshima (GLH) dedita a diffondere “il messaggio universale degli alberi sopravvissuti al bombardamento atomico di Hiroshima“. La GLH infatti ha raccolto i semi e coltivato i germogli e distribuisce le piantine degli alberi ricresciuti sui terreni della città devastati dall’esplosione. La sua selezione è composta da circa 160 esemplari di oltre 30 specie che, insieme alla loro denominazione botanica, sono identificati anche da un appellativo, hibaku-jumoku, appositamente coniato per loro. Il termine infatti è composto dalle due parole giapponesi, il sostantivo jumoku che significa ‘albero’, e l’aggettivo hibaku che, come nella parola hibakusha in cui indica le persone vittime dell’esplosione, significa ‘bombardato’ e, precisamente, ‘esposto alle radiazioni di una bomba atomica o nucleare’. In occasione dell’80° anniversario del bombardamento di Hiroshima Nassrine Azimi ricorda: > Dal 2011, quando la mia amica Tomoko Watanabe e io abbiamo fondato Green > Legacy Hiroshima, migliaia di semi di hibaku-jumoku hanno fatto il giro del > mondo. Molti sono giunti in giardini botanici e arboreti, in scuole e > università, in luoghi di guerra, luoghi di fede e luoghi di pace. Grazie a > questi semi abbiamo stretto nuove amicizie in tutto il pianeta, molte persone > sono diventate appassionate emissarie degli alberi di Hiroshima e si impegnano > con passione a diffondere nelle proprie comunità il loro messaggio di cautela > e speranza. > > Il messaggio espresso dai discendenti degli alberi che hanno assistito e > sopportato in silenzio gli orrori dei bombardamenti atomici di Hiroshima e > Nagasaki non è mai stato così avvincente. Queste piante infatti ci ricordano > che il modo in cui ci trattiamo a vicenda è anche il modo in cui trattiamo la > Natura, che ogni essere vivente è interconnesso e interdipendente con gli > altri, che la scelta tra paradiso e inferno spetta a noi. > > Il Bulletin of Atomic Scientists ci ha avvisato che le lancette dell’orologio > dell’apocalisse sono molto vicine alla mezzanotte. Questo implacabile monito > ci esorta a impegnarci di più per evitare il peggio e proteggere la vita sulla > Terra per le generazioni a venire. Per poter affrontare questa sfida abbiamo > bisogno anche della speranza che proprio gli hibaku-jumoku ci trasmettono con > il loro potente simbolismo, la loro resilienza, la loro generosità, la loro > universalità e la loro bellezza mozzafiato. > > – Message from Green Legacy Hiroshima (GLH) Coordinator La GLH opera cooperando con 150 enti, organizzazioni e associazioni di molte nazioni, tra cui il PEFC (Programme for the Endorsement of Forest Certification schemes / Programma di Valutazione degli Schemi di Certificazione Forestale) che in collaborazione con l’Associazione Mondo senza Guerre e senza Violenza (MSG) promuove la diffusione degli “alberi della pace” e dal 2020 coordina la distribuzione degli hibaku-jumoku in Europa – PEFC Italia e gli Hibakujumoku, alberi di rinascita e di speranza. Ogni anno PEFC Italia affida una decina di piante germogliate da semi hibaku-jumoku ad altrettante organizzazioni, scuole e istituzioni italiane impegnate in progetti e attività che promuovono la pace con cura per l’ambiente e all’inclusione sociale. Otto hibaku-jumoku erano stati piantati a Brindisi, Fiumicello Villa Vicentina (UD), Foggia, Livorno, Narni (TR), Palermo,  Reggio Calabria e Venegono Superiore (VA) prima del 2020 e successivamente fino al 2024 in varie località italiane ne sono stati messi a dimora una 40ina, tra cui il Celtis sinensis (bagolaro) collocato in un giardino pubblico di Casale Monferrato il 6 agosto 2024 e il prossimo mercoledì 6 agosto nuovamente al centro dell’attenzione. Questo hibaku-jumoku infatti cresce nell’area verde allestita nel quartiere della cittadina piemontese in cui per 80 anni, dal 1907 fino al 1986, veniva prodotto il cemento-amianto Eternit, perciò da dove – come nelle città giapponesi che 80 anni fa, il 6 e 9 agosto 1945, vennero devastate dalle esplosioni di bombe atomiche e nucleari – si sono propagate le malattie letali che hanno ucciso migliaia di persone tra i lavoratori nella fabbrica e gli abitanti della città e dei suoi dintorni e che, essendo patologie con una latenza molto lunga, continuano a mietere numerose vittime. UN PICCOLO ALBERO PER UNA MEMORIA CONDIVISA > Un hibakujumoku, un albero sopravvissuto al bombardamento di Hiroshima, viene > assegnato al comune di Casale Monferrato che nel 2024 lo affida > all’associazione Librarti affinché se ne prenda cura e lo collochi nel > Giardino Urban2 (che gestisce dal 2020). Nasce una collaborazione con > l’associazione Yamato e si decide di piantare l’albero proprio nella data di > cui porta memoria, lo scoppio della bomba a Hiroshima. > > Il piccolo bagolaro, simbolo della resilienza, della speranza e della > conservazione della memoria piantumato nell’agosto del 2024 con una sentita > cerimonia, sarà protagonista di un nuovo evento il prossimo 6 agosto 2025, dal > titolo Un albero per la Memoria. > > Si riuniranno attorno a lui le associazioni Librarti, Yamato, AFeVA e altre > realtà del territorio per ricordare, attraverso la musica e la lettura di > brani scelti, quanto sia importante ricordare avanti. Gli interventi musicali > saranno coordinati dalla musicista Erika Patrucco: interverranno il musicista > giapponese Takayo Hiramatsu, con il suo koto, ed il giovanissimo studente di > pianoforte Riccardo Corino. Faranno da cornice all’appuntamento i tanzaku su > cui scrivere pensieri e desideri ed una degustazione di tè giapponese. > > Un evento che vuole mettere in primo piano la ‘Memoria’: ricordare per non > dimenticare, per non ripetere gli errori del passato, per coinvolgere le nuove > generazioni e ricordare che anche dagli eventi tragici nasce il riscatto delle > persone e della natura. Il ricordo della bomba su Hiroshima e dell’Eternit a > Casale Monferrato, accomunano popoli lontani, accomunati dalla lotta per una > giustizia condivisa e il riscatto dal passato. > > Con il patrocinio del Consolato del Giappone e contributi di Fondazione Cassa > di Risparmio di Alessandria e Krumiri Portinaro. Maddalena Brunasti
July 30, 2025
Pressenza