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Giovedì, 10 settembre: incontro Coordinamento nazionale No Riarmo con Osservatorio contro la militarizzazione
GIOVEDÌ 10 SETTEMBRE, ORE 19:00-21:00 Secondo incontro online del Coordinamento nazionale No Riarmo (CNNR) con rappresentanti di altre associazioni, comitati, partiti per ragionare insieme sulle loro posizioni e proposte: ·        come costruire un movimento di massa unitario e plurale per l’Italia fuori della guerra e contro il riarmo; ·        come contribuire a dare al movimento contro la guerra e il riarmo una rappresentanza politica in Parlamento. Relazioni di: ·        Marta Collot, coportavoce nazionale di Potere al Popolo (PaP) ·        Michele Lucivero, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ·        Rosa Siciliano, direttrice editoriale di “Mosaico di pace”, rivista mensile promossa da Pax Christi Italia ·        Paolo Ferrero, direttore del periodico mensile “Su la testa. Argomenti per la rifondazione comunista” Per iscriversi alla riunione: HTTPS://US02WEB.ZOOM.US/MEETING/REGISTER/N–8WYZORPW5GULHMZWB4W Dopo l’iscrizione, si riceverà una e-mail di conferma con le informazioni necessarie per entrare nella riunione. Si consiglia di iscriversi con buon anticipo per poter prendere la sala virtuale ZOOM adeguata ad ospitare tutti i partecipanti. Se non si riceve il link di iscrizione (in genere è per un errore di scrittura del proprio indirizzo e-mail) scrivere a  articolo11@art11.it Ore 19:00 Relazioni degli ospiti invitati. Durata prevista di ogni relazione introduttiva: 15’ Ore 20:10 Domande e interventi dei partecipanti in sala virtuale ZOOM. Si prevedono massimo 8 interventi di durata non superiore ai 4’. Per intervenire, prenotarsi scrivendo all’indirizzo articolo11@art11.it, indicando nome, cognome, associazione (partito, sindacato, comitato) di riferimento, città in cui si opera e argomento della domanda/intervento. Selezione e ordine degli interventi saranno stabiliti dalla segreteria del Coordinamento nazionale Ore 20:45 Risposte e repliche dei relatori (5’ a testa) * * * BARI, LUNEDÌ 14 SETTEMBRE, ORE 19:00 c/o MarxVentuno, II strada Borrelli 34. Dopo il n. 125 (ass. Kronos, scuola di recupero) di via Buccari. Al cancello citofonare al 51. Giornata del tesseramento al Comitato Articolo 11 – L’Italia ripudia la guerra (nuova tessera 2026-27) Ø  PRESENTAZIONE DEL PROGRAMMA DI ATTIVITÀ per il quadrimestre settembre-dicembre Ø  FUORI LA GUERRA DALLA STORIA Il canto di protesta contro la guerra Con Pino di Lenne, Cedro e Sidera * * * L’incontro del 26 agosto è sul canale youtube di “Articolo 11”: https://www.youtube.com/watch?v=Eng56jQTR3s Introduzione di Andrea Catone al I incontro con rappresentanti di associazioni, comitati, partiti per: 1.     Dare vita a un movimento di massa contro la guerra, il più ampio, unitario e inclusivo possibile 2.     Esaminare la possibilità di dare al movimento contro la guerra rappresentanza politica in Parlamento Giorno dopo giorno la “guerra mondiale a pezzi” si amplia e si intensifica. I pezzi di questa guerra si ricongiungono. Il governo Zelensky, che a fine febbraio invocava l’aggressione militare di USA e Israele contro l’Iran, fornisce supporto e tecnologie militari ai paesi arabi del Golfo alleati di USA e Israele. Il carattere fondamentale di questa guerra mondiale è costituito, al di là delle peculiarità delle diverse situazioni locali, dallo scontro tra imperialismo occidentale – USA, NATO, UE, G7, Israele – volto a mantenere un ordine mondiale basato sullo scambio ineguale, il neocolonialismo, lo sfruttamento e il dominio economico-finanziario e politico-militare sul Sud globale, con la pretesa di essere l’unica forma di libertà e democrazia al mondo, da un lato, e, dall’altro, i Paesi che chiedono un diverso ordine mondiale, economico-sociale e politico, basato su coesistenza pacifica, rapporti paritari reciprocamente vantaggiosi, riconoscimento della pluralità di storie, culture, sistemi politici ed economici delle diverse civiltà. È ciò che viene sintetizzato spesso nella formula dello scontro tra “mondo unipolare” e “mondo multipolare”. La guerra è oggi la questione principale e prioritaria che abbiamo di fronte. Non una questione tra le tante, ma la questione delle questioni. La guerra sovradetermina tutte le altre questioni, dalla politica economica, che si indirizza sempre più verso il riarmo a detrimento della spesa sociale, alla militarizzazione delle menti, delle scuole e della società. Oggi si richiede una fondamentale scelta di campo. Il Coordinamento nazionale NORiarmo, costituitosi lo scorso anno sull’onda della petizione di gennaio 2025 contro il decreto di sostegno militare all’Ucraina (cfr. Peacelink, https://www.peacelink.it/editoriale/a/50492.html), ritiene che, insieme con le manifestazioni di indignazione, protesta, condanna del genocidio, occorra operare politicamente per ottenere risultati concreti, trasformando la protesta in rivendicazione politica determinata, puntuale, chiara e non ambigua. Come cittadini poniamo al parlamento e al governo del nostro Paese una richiesta precisa che si esprime nello slogan: Fuori l’Italia dalla guerra!. Interruzione immediata di ogni sostegno economico, militare, politico, diplomatico all’Ucraina nella guerra contro la Russia. Interruzione di ogni rapporto politico-diplomatico, militare, economico-finanziario con lo stato genocida e terrorista di Israele. Nessun sostegno all’aggressione di USA e Israele contro l’Iran, rifiuto di aderire alle sanzioni illegali imposte dagli USA. Nessun sostegno alle aggressioni USA, economiche e militari ai Paesi dell’America Latina per rimettere sotto il loro tallone di ferro i movimenti di emancipazione, dal Venezuela a Cuba, assediata da un embargo pluridecennale. Fuori l’Italia dalla guerra è l’obiettivo immediato e la discriminante essenziale. Nella situazione attuale, che vede ogni giorno, ogni ora l’escalation bellica contro la Russia, alimentata sempre più massicciamente dalla UE e dal Regno Unito – che, pur fuori UE, è oggi il leader della strategia militare contro la Russia – non sono ammissibili ambiguità o mezze misure: o si rivendica e si agisce di conseguenza per l’immediata uscita dell’Italia dalla guerra, o si è per la prosecuzione della guerra, a fianco dei guerrafondai, i quali in gran parte si dichiarano fautori di “una pace giusta e duratura”, ottenibile a loro dire con l’intensificazione della guerra alla Russia per indurla a trattative. Questa strada ha portato in oltre 4 anni di guerra solo all’intensificazione e alla escalation. Il Coordinamento nazionale NORIARMO lavora, nel massimo di cooperazione e dialogo costruttivo con gli altri coordinamenti, comitati, associazioni, per dar vita a un movimento unitario e plurale che abbia come obiettivo discriminante e unificante, senza ambiguità o mezze misure, quello del Fuori l’Italia dalla guerra! L’incontro di oggi si iscrive nella nostra azione per costruire il massimo di unità possibile, nel massimo di chiarezza e determinazione. Riteniamo che “Fuori l’Italia dalla guerra” sia l’obiettivo realisticamente unificante, su cui può convergere un reale movimento di massa, quanto mai necessario in questa situazione, non limitato a generose e coraggiose avanguardie. Su questo siamo impegnati a lavorare proponendo e costruendo comitati/coordinamenti unitari nei territori. Il radicamento territoriale è fondamentale per lo sviluppo di un movimento di massa reale. I comitati territoriali possono dar vita ad iniziative locali – manifestazioni, presidi, ecc. – che possono convergere in giornate nazionali di mobilitazione contro la guerra. Proprio perché ci poniamo sul terreno della lotta politica concreta contro la guerra, non possiamo ignorare il terreno della rappresentanza politica nel parlamento nazionale, poiché è lì che si decidono ancora le cose (anche se è in atto da anni l’attacco alla centralità del Parlamento stabilita dalla Costituzione antifascista del 1948). Per questo, non possiamo non porci la questione delle prossime elezioni politiche. In merito alla questione fondamentale della guerra, constatiamo che vi è qui un falso bipolarismo: il Partito democratico ha approvato – in sede italiana e nelle votazioni del parlamento europeo – tutte le mozioni di sostegno militare, economico, politico, ideologico all’Ucraina contro la Russia. Sulla questione fondamentale della guerra contro la Russia le posizioni di PD e FdI convergono. Si può notare anzi che nei grandi media vicini al PD prevale una posizione più oltranzista di quella della leader di FdI, che nell’ultimo incontro dei “Volenterosi”, ha rifiutato formalmente l’invio di militari e di missili in Ucraina. Occorre fare della questione della guerra il tema principale della campagna elettorale, quello su cui si devono misurare effettivamente le forze in campo. Come operiamo per la costruzione di un movimento di massa reale e unitario, senza ambiguità, per l’Italia fuori della guerra, così auspichiamo la costruzione di un ampio schieramento di forze – unitario e plurale – che possa dare al nostro Paese una rappresentanza politica al movimento contro la guerra. Le direttrici di fondo del suo programma – da cui discendono fondamentali scelte di politica economica, sociale, culturale – si possono individuare nei due pilastri a) della Costituzione antifascista di democrazia economico-sociale del 1948, col suo fondamentale articolo 11, e, b) della fuoriuscita dell’Italia dalla guerra e dal sistema di guerra. Ci auguriamo che questi incontri con rappresentanti di associazioni, partiti, comitati, movimenti che si schierano contro la guerra possano favorire la costruzione di una coalizione di forze politiche, sociali, sindacali, culturali sulla base di questi due fondamentali pilastri. Oggi i poteri finanziari e militari dell’imperialismo stanno spingendo il mondo verso la catastrofe. Oggi abbiamo l’imperativo morale oltre che politico di fermarli, dotandoci degli strumenti più adeguati allo scopo. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
IL CONSIGLIO DI STATO ACCOGLIE LA SOSPENSIVA SU CASALE GARIBALDI!
“𝗖𝗶 𝘀𝗮𝗿𝗮̀ 𝗽𝘂𝗿𝗲 𝘂𝗻 𝗴𝗶𝘂𝗱𝗶𝗰𝗲 𝗮 𝗕𝗲𝗿𝗹𝗶𝗻𝗼”: è quello che abbiamo pensato e sperato in questi mesi di mobilitazione politica, sociale e legale. E finalmente, nella giornata di giovedi 3 settembre, è arrivato il pronunciamento del Consiglio di stato che 𝗮𝗰𝗰𝗼𝗴𝗹𝗶𝗲 𝗹𝗮 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮 𝗿𝗶𝗰𝗵𝗶𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗱𝗶 𝘀𝗼𝘀𝗽𝗲𝗻𝘀𝗶𝘃𝗮, con motivazioni formali e sostanziali molto rilevanti. 𝗥𝗶𝘀𝘂𝗹𝘁𝗮𝗻𝗼 𝗶𝗻𝗳𝗮𝘁𝘁𝗶 𝗳𝗼𝗻𝗱𝗮𝘁𝗲 “𝗹𝗲 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗲𝘀𝘁𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗰𝗼𝗻𝗰𝗲𝗿𝗻𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗹’𝗮𝗽𝗽𝗹𝗶𝗰𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗰𝗿𝗶𝘁𝗲𝗿𝗶𝗼 𝗗 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗔𝘃𝘃𝗶𝘀𝗼”, il punto cruciale della Delibera 104 che riserva, di fatto, una “premialità” alle realtà che vantano una esperienza continuativa nell’immobile oggetto della concessione. 𝗦𝗶 𝘁𝗿𝗮𝘁𝘁𝗮 𝗱𝗶 𝘂𝗻𝗮 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗮 𝗶𝗺𝗽𝗼𝗿𝘁𝗮𝗻𝘁𝗲 𝘃𝗶𝘁𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮 di una battaglia legale che ora torna al giudizio di merito del TAR, ma che 𝗿𝗮𝗳𝗳𝗼𝗿𝘇𝗮 𝗹𝗲 𝗿𝗮𝗴𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗰𝗶𝘁𝘁𝗮̀ 𝗽𝘂𝗯𝗯𝗹𝗶𝗰𝗮 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼 𝗴𝗹𝗶 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗲𝘀𝘀𝗶 𝗽𝗿𝗶𝘃𝗮𝘁𝗶 𝗲 𝗹𝗮 𝗯𝘂𝗿𝗼𝗰𝗿𝗮𝘇𝗶𝗮 𝗻𝗲𝗼𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝗮𝗹𝗲. I giudici hanno riconosciuto le gravi illogicità e contraddizioni che hanno segnato tutto il percorso dell’avviso pubblico sul Casale, che abbiamo denunciato in tutte le sedi. Ci ritroviamo, ancora una volta, 𝗮 𝗱𝗶𝗳𝗲𝗻𝗱𝗲𝗿𝗲 𝗱𝗮𝗹 𝗯𝗮𝘀𝘀𝗼 𝗹𝗼 𝘀𝗽𝗶𝗿𝗶𝘁𝗼 𝗲 𝗹𝗮 𝗺𝗶𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻 𝗱𝗶 𝘂𝗻𝗮 “𝗹𝗲𝗴𝗮𝗹𝗶𝘁𝗮̀” 𝘃𝗶𝗼𝗹𝗮𝘁𝗮 𝗱𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗶𝗻𝗰𝗮𝗽𝗮𝗰𝗶𝘁𝗮̀ 𝗲 𝗱𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗺𝗮𝗻𝗰𝗮𝗻𝘇𝗮 𝗱𝗶 𝗰𝗼𝗿𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗮𝗺𝗺𝗶𝗻𝗶𝘀𝘁𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗹𝗼𝗰𝗮𝗹𝗶. Speriamo che questa ordinanza illumini il buon senso e la responsabilità politica di chi ha ruoli di governo. 𝗟𝗮 𝗺𝗼𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗶 𝗳𝗲𝗿𝗺𝗮: a breve, con maggiore entusiasmo, ripartiremo con le 𝗮𝘁𝘁𝗶𝘃𝗶𝘁𝗮̀, 𝗶 𝗽𝗿𝗼𝗴𝗲𝘁𝘁𝗶, 𝗶 𝗰𝗼𝗿𝘀𝗶 𝗲 𝗴𝗹𝗶 𝗲𝘃𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗮𝗹 𝗖𝗮𝘀𝗮𝗹𝗲. Invitiamo tutte e tutti a rilanciare la campagna di crowdfunding a sostegno delle spese legali e a partecipare al Tavolo sul “Diritto alla città” all’interno del 𝗙𝗲𝘀𝘁𝗶𝘃𝗮𝗹 𝗥𝗲𝗻𝗼𝗶𝘇𝗲 (sabato 5 settembre, ore 11, Loa Acrobax) 𝘼𝙡𝙡𝙖 𝙡𝙤𝙩𝙩𝙖! L'articolo IL CONSIGLIO DI STATO ACCOGLIE LA SOSPENSIVA SU CASALE GARIBALDI! proviene da Casale Garibaldi.
September 4, 2026
Casale Garibaldi
𝐈𝐧𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐝𝐢 𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐦𝐚𝐫𝐭𝐞𝐝𝐢̀ 𝟐𝟐 𝐬𝐞𝐭𝐭𝐞𝐦𝐛𝐫𝐞 𝟐𝟎𝟐𝟔 𝐨𝐫𝐞 𝟏𝟕.𝟑𝟎
𝐅𝐞𝐝𝐞𝐫𝐚𝐥𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐟𝐢𝐬𝐜𝐚𝐥𝐞: 𝐥𝐞𝐯𝐚 𝐝𝐢 𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐦𝐨𝐜𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐨 𝐨 𝐝𝐢 𝐝𝐢𝐬𝐞𝐠𝐮𝐚𝐠𝐥𝐢𝐚𝐧𝐳𝐞 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥𝐢 𝐞 𝐬𝐪𝐮𝐢𝐥𝐢𝐛𝐫𝐢 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚𝐥𝐢? ne parliamo con 𝐌𝐚𝐫𝐜𝐨 𝐄𝐬𝐩𝐨𝐬𝐢𝐭𝐨 – 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐚𝐥𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐞 𝐬𝐚𝐠𝐠𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐞 𝐏𝐚𝐨𝐥𝐨 𝐋𝐢𝐛𝐞𝐫𝐚𝐭𝐢 – 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐞𝐬𝐬𝐨𝐫𝐞 𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐒𝐜𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐅𝐢𝐧𝐚𝐧𝐳𝐞 introduce 𝐌𝐚𝐫𝐢𝐧𝐚 𝐁𝐨𝐬𝐜𝐚𝐢𝐧𝐨 – 𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐯𝐨𝐜𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐂𝐨𝐦𝐢𝐭𝐚𝐭𝐢 𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐓𝐚𝐯𝐨𝐥𝐨 𝐍𝐨 𝐀𝐃 conclude 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐨 𝐑𝐮𝐬𝐬𝐨 – 𝐂𝐨𝐦𝐢𝐭𝐚𝐭𝐢 𝐍𝐨 𝐀𝐃 𝐝𝐢𝐫𝐞𝐭𝐭𝐚 𝐬𝐮𝐥 𝐜𝐚𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐲𝐨𝐮𝐭𝐮𝐛𝐞 𝐥𝐢𝐯𝐞 https://www.youtube.com/@NoadogniAD/streams per informazioni: noaogniad@gmail.com
Non ce la facciamo da soli
Quelle parole, “Non ce la facciamo da soli”, dopo la tragedia terribile di Pietralata continuano a rimbalzare ovunque. Eppure, a partire dagli anni Settanta, genitori, insegnanti, educatori, operatori sociali e associazioni si sono messi insieme e hanno combattuto. Hanno aperto le porte degli istituti. Hanno messo in discussione le classi differenziali. Hanno preteso che ogni persona potesse vivere nei quartieri, nei giardini, nelle piazze, nella comunità. Non possiamo pensare che quelle conquiste siano al sicuro per sempre. Quelle conquiste si possono cancellare con una legge, ma possono anche svuotarsi molto prima, quando la cultura dell’inclusione viene vista come un eccesso. Sarebbe facile pensare che il problema siano soltanto le destre in ascesa (come in questi giorni in Sassonia). “Il cambiamento parte da come viviamo noi… – scrive Emilia De Rienzo – Quando non portiamo via nostro figlio perché davanti a lui c’è un bambino diverso. Quando smettiamo di misurare i figli degli altri su una scala di prestazioni. Quando insegniamo che la fragilità non è una colpa. Quando scegliamo di non lasciare sola una famiglia. Quando difendiamo un servizio, una scuola inclusiva, un insegnante di sostegno, un’associazione, un luogo della memoria…”[Comune-info] «Non ce la facciamo da soli». È una frase rimasta sospesa nell’aria dopo la tragedia terribile di Pietralata. Ma al di là di quel singolo fatto, quelle parole raccontano una condizione quotidiana che riguarda da vicino moltissime famiglie che vivono la disabilità: la fatica, la solitudine, la paura del futuro. E proprio per questo vale la pena ricordare qualcosa che oggi rischiamo di dimenticare. Non è stato sempre così. A partire dagli anni Settanta, genitori, insegnanti, educatori, operatori sociali e associazioni si sono messi insieme e hanno combattuto. Hanno aperto le porte degli istituti. Hanno messo in discussione le classi differenziali. Hanno portato i bambini con disabilità nella scuola di tutti. Hanno preteso che ogni persona potesse vivere nei quartieri, nei giardini, nelle piazze, nella comunità. Non chiedevano soltanto servizi. Chiedevano che quelle persone venissero riconosciute come tali. Chiedevano dignità. Sono state conquiste enormi. E proprio perché oggi ci sembrano scontate, rischiamo di dimenticare quanto siano costate. Una mamma mi raccontò una volta che, quando portava il figlio ai giardini, alcune mamme o nonne, vedendoli arrivare, si alzavano dalla panchina e portavano via i propri bambini. Un’altra mi raccontò che ascoltava continuamente parlare dei figli degli altri: il più bravo, il più bello, quello che aveva imparato prima, quello che faceva meglio. Alla fine era lei ad andarsene. Non erano leggi discriminatorie. Erano piccoli gesti. Ma anche l’umiliazione può essere fatta di piccoli gesti. Una sedia che si allontana. Un bambino tirato via. Un invito che non arriva. Uno sguardo che evita. L’inclusione, dunque, non è soltanto una questione di assistenza e di risorse, per quanto fondamentali. È una questione culturale. È il modo in cui guardiamo chi non corrisponde alla nostra idea di normalità. Ed è quando questa cultura dello scarto comincia a trovare cittadinanza nella società che le istituzioni rischiano di cedere. Ciò che sta accadendo oggi in Europa dovrebbe preoccuparci molto più di quanto non faccia. Guardiamo a cosa succede in Germania, in Sassonia-Anhalt. Secondo La Stampa del 2 settembre 2026, le proiezioni danno l’AfD attorno al 42 per cento: potrebbe diventare il primo partito e persino raggiungere la maggioranza assoluta. Sarebbe la prima volta dal dopoguerra che una forza di estrema destra si trova a governare da sola un Land tedesco. Non è un pericolo teorico o lontano. E non stiamo parlando soltanto di immigrazione o di politica economica. È in gioco una precisa idea di cultura, di scuola, di memoria e di comunità. L’AfD propone una politica culturale «patriottica». I suoi esponenti hanno attaccato il Bauhaus, uno dei simboli della modernità e dell’apertura tedesca, chiedendo di ridisegnare l’indirizzo culturale della regione, di ridimensionare lo spazio dedicato al periodo nazista e di intervenire sui programmi scolastici. E poi c’è Bernburg. Un luogo che dovrebbe essere impossibile da dimenticare. Lì esiste ancora la camera a gas di una delle «cliniche della morte» del regime nazista. Migliaia di persone furono uccise perché considerate indegne di vivere: persone con disabilità, malati psichiatrici, persone giudicate incapaci di lavorare. Venivano chiamate “Ballast”: zavorra. Oggi, nella stessa regione, una forza politica che potrebbe andare al governo mette in discussione i luoghi della memoria e utilizza parole che riportano al centro l’idea della persona come «peso». Non si tratta di fare facili paragoni con il nazismo. Sono esponenti di questa destra a chiedere un cambio di passo nel rapporto della Germania con la propria storia: basta con il «culto della colpa», meno spazio alla memoria della Shoah, più orgoglio identitario. E qui dovremmo fermarci a riflettere. Perché il problema non è soltanto ciò che questa destra potrebbe fare se andasse al governo. È ciò che sta già riuscendo a cambiare oggi: il linguaggio, le priorità, la percezione della memoria e della diversità. E quando cambia il linguaggio, cambia anche ciò che una società considera accettabile o normale. Per questo la storia delle persone con disabilità torna a essere terribilmente attuale. Per decenni abbiamo combattuto perché nessun bambino fosse considerato uno scarto. Perché nessuno venisse separato dagli altri soltanto perché diverso. Perché una persona non fosse valutata sulla base di quanto produce, di quanto è autonoma, di quanto costa. Non possiamo pensare che quelle conquiste siano al sicuro per sempre. Le conquiste si possono cancellare con una legge. Ma possono anche svuotarsi molto prima: quando la cultura dell’inclusione viene vista come un lusso o un eccesso, quando i diritti diventano un fastidio, quando la memoria viene definita un peso, quando la diversità torna a essere percepita come una minaccia invece che come una ricchezza. Ed è qui che dobbiamo guardare a noi stessi. Perché sarebbe facile pensare che il problema siano soltanto loro: l’estrema destra, i nazionalisti, quelli che vogliono riscrivere la storia. Ma il cambiamento parte da come viviamo noi. Siamo noi quando decidiamo di non alzarci da quella panchina. Quando non portiamo via nostro figlio perché davanti a lui c’è un bambino diverso. Quando smettiamo di misurare i figli degli altri su una scala di prestazioni. Quando insegniamo che la fragilità non è una colpa. Quando scegliamo di non lasciare sola una famiglia. Quando difendiamo un servizio, una scuola inclusiva, un insegnante di sostegno, un’associazione, un luogo della memoria. La democrazia non si perde soltanto nei palazzi del potere. Si indebolisce nei piccoli gesti di ogni giorno, nelle parole che lasciamo passare, nelle discriminazioni che smettiamo di notare perché ci siamo abituati. Ecco perché Bernburg ci riguarda. Non perché la storia debba ripetersi in modo identico. Ma perché ci mostra quanto può diventare pericoloso il momento in cui una società ricomincia a classificare gli esseri umani, a stabilire chi è utile, chi è normale e chi è soltanto un peso. Il pericolo non è altrove. È in Europa. È dentro il dibattito pubblico. E rischia di fare passi avanti da gigante. Forse la cosa più grave è che continuiamo a guardare da un’altra parte, come se la tutela dei diritti fosse qualcosa di ormai acquisito per sempre. Non lo è. E allora dobbiamo ricordare. Ma soprattutto dobbiamo scegliere. Perché la tenuta di una società non si decide soltanto nelle urne. Comincia da noi. Dalla scuola. Dalla famiglia. Dalla strada. Da una panchina. Da quel gesto semplice che dice a una persona: tu qui hai il diritto di stare. EMILIA DE RIENZO, INSEGNANTE E FORMATRICE Comune-info
September 3, 2026
Pressenza
Udine, 5 settembre: scelta individuale, forza collettiva. Una conferenza a “Diritti in festa”
UDINE, 5 SETTEMBRE 2026, ORE 10 “DIRITTI IN FESTA”, PARCO DEL TORRE, SALT DI POVOLETTO (UD) Pubblichiamo di seguito l’invito alla conferenza Scelta individuale, forza collettiva. Costruire la pace, difendere la legalità, proteggere il lavoro. L’impegno dei singoli può avere importanti implicazioni per sé e per gli altri ma, se i singoli diventano moltitudine organizzata, allora quelle scelte individuali possono cambiare un’intera società. Modera Margherita Cogoi, giornalista di Radio Onde Furlane. Parteciperanno: Licio Palazzini: obiettore di coscienza, cofondatore e responsabile di Arci Servizio Civile, lavora per promuovere il collegamento fra giovani e organizzazioni per realizzare un servizio civile promotore di pace. Monica Usai: coordinatrice di Libera contro le mafie in Europa e Africa, segue progetti che contrastano violenza criminale e ingiustizie, mettendo al centro il ruolo delle realtà sociali e rafforzando il ruolo delle associazioni e dei movimenti di base, in un’ottica di pace, solidarietà e dignità. Giovanna Frattolin: attivista dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, realtà che monitora e denuncia il processo di militarizzazione e il farsi spazio dell’ideologia bellicista e di controllo securitario nelle istituzioni scolastiche e in ambito accademico. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Curarsi è un diritto, non un privilegio
“Curarsi è un diritto, non un privilegio”, è la serata speciale con personalità del mondo della cultura, dello spettacolo e della giustizia, in programma lunedì 14 settembre alle ore 21 al Teatro della Cooperativa, in via Privata Hermada 8 a Milano, con ingresso gratuito.  Una serata di sensibilizzazione organizzata dal Comitato Promotore Regionale a sostegno della proposta di legge per il rilancio del Servizio Sanitario Nazionale, composto da CGIL, ACLI, ARCI, Medicina Democratica, Auser, Federconsumatori, Libera contro le Mafie e basi UDU della Lombardia.  Interverranno Francesco Maisto, Mauro Clerici, Moni Ovadia, Renato Sarti, Massimo Cirri, Luca Mangoni, Paolo Rossi e Gherardo Colombo, Don Paolo Selmi e Don Massimo Mapelli, con la conduzione di Silvano Piccardi (programma in aggiornamento, seguiranno nuove comunicazioni).  Quando una visita viene rimandata per mesi, spesso anni, o una persona rinuncia a curarsi perché non può permettersi di pagare, il diritto alla salute smette di essere uguale per tutti e viene meno un cardine della nostra Costituzione. Da questa urgenza è scaturita la proposta di legge di iniziativa popolare, dal titolo “Disposizioni per rendere effettivo il diritto alla salute mediante il rafforzamento del Servizio Sanitario Nazionale e la valorizzazione del personale”, che interviene su alcuni dei problemi che pesano ogni giorno sulle persone: liste d’attesa, carenza di personale, disuguaglianze nell’accesso alle cure, assistenza territoriale insufficiente e aumento della spesa sanitaria sostenuta direttamente dalle famiglie.  Secondo i dati statistici circa un decimo della popolazione rinuncia a cure e prestazioni, mentre la spesa sanitaria direttamente a carico delle famiglie ha superato i 41 miliardi di euro. Il testo propone, tra le altre misure, di portare progressivamente il finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale ad almeno il 7,5% del PIL dal 2030, eliminare il tetto alla spesa per il personale, rafforzare i servizi territoriali e intervenire con particolare attenzione su non autosufficienza, salute mentale, consultori, prevenzione e tempi di attesa.  La condizione critica del servizio sanitario riguarda direttamente anche la Lombardia con delle preoccupanti specificità. Il documento che accompagna la proposta richiama, infatti, tra i temi da affrontare e da contrastare la scelta regionale sulla cosiddetta “super intramoenia”, considerata dal Comitato un rischio per il carattere universalistico della sanità pubblica. La serata del 14 settembre porterà questi temi in un confronto aperto al pubblico, al di fuori dagli addetti ai lavori, attraverso il confronto con voci provenienti dal mondo della cultura, dello spettacolo, comunicazione e della giustizia.  Medicina Democratica
September 3, 2026
Pressenza
Memory Under Siege: una call internazionale per proteggere il patrimonio culturale palestinese
Pubblichiamo l’appello, promosso da Fondazione MeNO, Sapienza, Fondazione Merz, An-Najah National University e una rete internazionale di studiosi e artisti, richiama l’attenzione sulla tutela del patrimonio culturale palestinese, tra memoria, archivi, biblioteche, siti storici e percorsi di ricostruzione_ Studiosi, artisti, architetti, istituzioni culturali ed esperti di diritti umani lanciano Memory Under Siege, una call for action internazionale per la tutela del patrimonio culturale palestinese. L’iniziativa, promossa da Sapienza Università di Roma, Fondazione MeNO, Fondazione Merz, An-Najah National University e da una rete di partner internazionali, nasce nel solco del richiamo emerso nell’ambito di UNESCO MONDIACULT 2025, la conferenza mondiale dedicata alle politiche culturali e al ruolo della cultura nelle strategie di sviluppo delle Nazioni Unite. Al centro dell’appello c’è la necessità di proteggere non solo monumenti e siti storici, ma anche archivi, biblioteche, luoghi della vita collettiva, testimonianze materiali e immateriali, pratiche artistiche e memorie condivise. Il patrimonio culturale rappresenta infatti una parte essenziale dell’identità di una comunità: custodisce la storia, consente la trasmissione dei saperi e mantiene vivo il legame tra le generazioni. Nel corso degli ultimi decenni, numerosi luoghi della cultura, edifici storici, biblioteche, archivi e testimonianze della presenza palestinese sono stati danneggiati o distrutti. Secondo l’UNESCO, al 24 marzo 2026 risultano verificati danni a 164 siti nella Striscia di Gaza dal 7 ottobre 2023, tra cui 14 siti religiosi, 128 edifici di interesse storico e artistico, 3 depositi di beni culturali mobili, 9 monumenti, 2 musei e 8 siti archeologici. A questo quadro si aggiungono le segnalazioni di organizzazioni culturali palestinesi e internazionali sui danni subiti da archivi e biblioteche pubbliche e universitarie. Memory Under Siege intende richiamare l’attenzione della comunità internazionale sulla salvaguardia del patrimonio culturale palestinese e costruire una rete ampia di sostegno, coinvolgendo esperti, istituzioni culturali, università, fondazioni, organismi nazionali e internazionali, artisti e operatori del settore. L’obiettivo è invitare soggetti pubblici e privati a condividere i contenuti e le finalità dell’appello, contribuendo alla protezione, alla documentazione e alla valorizzazione della memoria culturale palestinese. Il documento propone un approccio integrato che unisce lavoro sulla memoria, responsabilità giuridica e resilienza delle comunità. Tra le azioni indicate figurano la realizzazione di una mappatura digitale open source del patrimonio culturale palestinese, il sostegno ad artisti e operatori culturali, il rafforzamento dei meccanismi internazionali di protezione dei beni culturali, l’integrazione della memoria storica nei programmi educativi e l’inserimento della tutela del patrimonio tra gli elementi essenziali dei futuri percorsi di ricostruzione. La rete scientifica è guidata da Roberto Albergoni per Fondazione MeNO, Beatrice Merz per Fondazione Merz, Carlo Bianchini per Sapienza, Ali Abdelhamid per An-Najah National University e Shourideh C. Molavi, Docente senior in Disciplina di diritti umani, Institute for the Study of Human Rights and Department of Anthropology, Columbia University. I promotori invitano istituzioni pubbliche e private, esperti del settore, organizzazioni internazionali e soggetti della società civile a sostenere, finanziare e diffondere l’appello. Tra i primi firmatari figurano personalità del mondo accademico, culturale, artistico, giornalistico e istituzionale internazionale, tra cui la Presidente della Commissione Cultura e Istruzione del Parlamento europeo Nela Riehl. La partecipazione di voci provenienti da diversi Paesi testimonia la crescente attenzione internazionale verso la tutela del patrimonio culturale nei contesti di crisi e ricostruzione. Il testo della call, l’elenco dei primi firmatari e le modalità di adesione sono disponibili sul sito www.PalestinianCulture.art. L’iniziativa si inserisce nel più ampio impegno di Sapienza per la cooperazione scientifica, culturale ed educativa nell’area del Mediterraneo. In questa prospettiva si colloca anche il progetto DIEM – Developing Inclusive Education in the Mediterranean, coordinato dal professor Carlo Bianchini del Dipartimento di Storia, disegno e restauro dell’architettura e che coinvolge Fondazione MeNO e partner di Spagna, Tunisia, Egitto, Giordania e Palestina. Il progetto è stato selezionato nell’ambito del Programma Interreg NEXT MED e ha ottenuto un finanziamento di circa 2,8 milioni di euro. Redazione Italia
September 2, 2026
Pressenza
E’ possibile un nuovo ‘municipalismo’ come processo partecipato per la democrazia di base?
La notizia che a ottobre una sentenza del Tar potrebbe portare al commissariamento degli organi elettivi della città di Messina ha rianimato un dibattito politico che sembrava annichilito dalla netta vittoria di Basile alle recenti elezioni amministrative. A ben guardare si tratta di un riflesso condizionato comprensibile. Come quando ti riesce un gol che ti rimette in gioco. Da tifoso del Messina penso alla rete segnata da Ragusa contro la Gelbison a tre minuti dalla fine nello spareggio che alcuni anni fa ci tenne in serie C. Nulla sembrava annunciarla, ma avvenne. Sembrava poco, allora. Oggi faremmo carte false. Ecco, dunque, che forze politiche e coalizioni sconfitte politicamente, prima ancora che elettoralmente, sperano di avere un’altra chance. Ma che chance ci si può dare se non si hanno idee? Sì, perché la questione fondamentale è questa: dal punto di vista della visione politica Cateno De Luca, che guida col piglio del comando, le azioni di Sud chiama Nord, rappresenta l’unica espressione che abbia una densità politico-amministrativa di un certo rilievo nella nostra città. Non dico che sia bella. Dico che è l’unica. Il resto è, per quello che si è visto alle passate elezioni, mera amministrazione degli equilibri politici e di consenso pre-esistenti. Con qualche piccola eccezione, certo, ma le eccezioni fanno, appunto, la regola. E’, dunque, la domanda giusta quella di chiedersi se il Tar darà ragione ai ricorrenti? No, non è la domanda giusta. La domanda giusta è: la prospettiva politico-amministrativa proposta da De Luca va bene o può essercene un’altra migliore, più evoluta? Si possono negare le trasformazioni avvenute negli ultimi anni? Io penso di no. Nel 2013, quando entrai in Consiglio Comunale, in città circolavano meno di 20 autobus e ora (dopo tre amministrazioni) più di 100, la differenziata era al 3% e ora al 60%. Tutto merito della compagine di De Luca? No, naturalmente. Alcune attività, ad esempio, erano già state attivate e, soprattutto, De Luca e Basile hanno avuto a disposizione i flussi finanziari derivanti dal Covid le cui dimensioni prima ce le si poteva scordare. Ma questi sono argomenti da convegno. Non hanno a che fare con la percezione che hanno gli abitanti di Messina. Chiunque voglia aspirare a contendere la guida politica della città o anche semplicemente ad esistere politicamente a Messina deve partire da questo: dalle trasformazioni avvenute. Soprattutto, chi vuole contendere un discorso politico pubblico a De Luca deve sapere cosa siano oggi i Comuni. E su questo, a me pare, ci siano stati enormi errori di valutazione nel passato. Per esempio, non si è capito cosa volesse dire amministrare nella crisi. Solo per fare un esempio, statisticamente il 70% dei sindaci viene rieletto al secondo giro. Non è stato così per chi passava dal vertice delle città intorno al 2013, gli anni dell’austerità, di Monti, degli indirizzi della Troika. Un discorso a parte meriterebbero i piani di riequilibrio, dispositivi che chi si occupa delle cose dei Comuni ha sancito ormai come fallimentari. Non era difficile capire, quando vennero introdotti, che si trattava di un metodo per disimpegnare lo Stato dalla crisi finanziaria dei Comuni e taglieggiarli. Oggi è troppo tardi. Stanno già pensando a cambiare metodo. Allo stesso modo, era evidente che la modifica dei sistemi di bilancio avvenuta nel 2015 avrebbe massacrato i Comuni del Sud, ma, presi dai tecnicismi, pochi degli attori politici del tempo hanno affrontato il problema. A capirlo fu De Luca che scommesse tutto sui fondi extra-bilancio. E’ su questo che si è fondata la sua narrazione del Salva Messina: tagli e fondi extra-bilancio. L’ha raccontata come lui sa fare e secondo me in parte non è, ma ha vinto politicamente su questo. Possono, dunque, oggi i partiti rifarsi su De Luca? A me pare di no. Di sicuro non da soli. Per il fatto semplice che i partiti di centrodestra sono un qualcosa che assomiglia a dei notabilati, gruppi di consenso costruiti intorno a una persona, e quelli di centrosinistra hanno ormai dimensioni molto ridotte. E come competere, poi, con un uno che sta 24 ore al giorno sul pezzo. De Luca in questo è imbattibile per la mole di discorso pubblico che genera. Trovarne uno uguale e contrario è pressoché impossibile. L’unica cosa che potrebbe aspirare a competere con la macchina politico-mediatica di De Luca sarebbe qualcosa di completamente diverso: un soggetto collettivo, civico, una comunità, qualcosa che metta insieme la ricchezza di tanti percorsi diversi, un processo istituzionale che nasca prima nella società che dentro una campagna elettorale. Ciò per cui varrebbe la pena di battersi oggi sarebbe un nuovo “municipalismo”, un processo che opponga la democrazia di base a una prassi politica e amministrativa fondata sul comando di uno. Non sfugge, evidentemente, che il comando di uno sia una tentazione cui le comunità a volte cedono. La semplificazione dei processi decisionali rende tutto più facile. Il problema è che rende anche tutto più involuto. Sì, perché ciò su cui bisogna porre l’attenzione non è se il corso a guida De Luca sia migliore dei precedenti, ma se sia quello preferibile o se non sia preferibile una politica in cui tutti (o almeno tutti quelli che hanno voglia di farlo) possano dire la propria, partecipare alle decisioni che li riguardano. Con De Luca questo non è possibile. Non è possibile neanche all’interno del suo partito, dove anche i margini di autonomia dei singoli soggetti sono quelli che lui concede. I tempi che vengono non sono certo i tempi migliori. I soldi del PNRR sono finiti e ai Comuni verranno chiesti nuovamente sacrifici. Non è un caso se il Rapporto 2025 dell’Università Ca’ Foscari sui Comuni italiani s’intitola: I Comuni nel tunnel dell’austerità. E’ per questa ragione che tutto il patrimonio teorico sui Beni Comuni inventato ai tempi della prima austerità, quella causata dalla crisi del 2008, verrà buono. Si tratterà di aprire una nuova fase, che sia creativa, competente e partecipata. Senza questi tre requisiti si soccomberà alle nuove condizioni. Certo, uno la può raccontare, come spesso viene fatto, ma la realtà, poi ti si sbatte in faccia. Di sicuro si tratterà di riaprire una discussione pubblica con i centri decisionali. Non è possibile vivere in un paese spaccato in due in cui i Comuni in dissesto o predissesto stanno tutti da una parte. In questo De Luca ha avuto ragione a dire che le decisioni su Messina non possono venire da Roma, ma certo non possono venire neanche da Fiumedinisi. Redazione Sicilia
August 31, 2026
Pressenza