Milano non è un modello: MACAO aveva già detto tutto!
Se Sala, il PD o AVS – compresi i 5 Stelle – si schierano con gli
immobiliaristi, pensando che occorra attrarli per essere competitivi anziché
difendersi da loro, allora sono nei fatti forze di destra estrema. Vendono
un’immagine progressista, ma realizzano un programma elitarista, estrattivo e
coloniale… La novità storica è che oggi il capitale finanziario, incluso quello
immobiliare, domina a livello globale, si salda con il protezionismo fascista e
suprematista delle destre radicali, producendo gentrificazione, recinzioni
classiste e nuove guerre coloniali. La gentrificazione delle nostre città ha lo
stesso DNA del progetto di Trump a Gaza Rivera. Questo è il progetto che sta
asfaltando le nostre vite. Ed è un progetto fascista, suprematista e coloniale…
O rompiamo l’alleanza tra finanza e governance urbana, o continuiamo a giocare a
un riformismo al ribasso dentro un progetto che ci espelle. Non ci salveranno né
la legalità né le giunte: serve insorgere. La politica di sinistra può tradurre
in programma solo ciò che i movimenti impongono dal basso, senza chiedere il
permesso, irrompendo con le proprie urgenze, i propri desideri e la propria
agenda._
Milano, purtroppo, non è nemmeno un modello. Ciò che è successo a Milano dalla
crisi dei mutui subprime a oggi è ciò che è accaduto in ogni città nel mondo che
non ha opposto alcuna regolazione pubblica. E, purtroppo, con buona pace dei
manettari italiani, questo modello speculativo non ha le sue radici nella
corruzione.
La magistratura ha attaccato il sistema immobiliare colpendolo in un punto
debole e scoperto, ma il vero bersaglio dovrebbe essere il sistema neoliberale
della rendita finanziaria nel suo rapporto con le politiche pubbliche, non la
corruzione. Gli episodi di corruzione e le forzature normative esistono, ma non
sono il cuore del problema: colpirli è solo una mossa tattica per disturbare il
nemico. Il problema politico strutturale è il modello della rendita finanziaria,
che ha divorato l’interesse comune. E questo accade, ahimè, nel 99% dei casi
anche senza corruzione e senza SCIA.
Ho sentito dire che il capitalismo sarebbe accettabile se rispettasse le regole
e fosse onesto. Ho sentito dire che grazie ai nuovi grattacieli Milano è più
forte e dinamica. Io la penso all’opposto: il capitalismo ha da sempre disegnato
anche le leggi: può espandersi in modo perfettamente legale ma profondamente
ingiusto e speculativo. Che lo si faccia rispettando le regole o attraverso la
corruzione, poco cambia. La questione è tutta politica: il potere politico ha
senso nella misura in cui riesce a porre delle condizioni e agire un rapporto di
forza nei confronti degli interessi speculativi. Noi vogliamo tutt’altra città,
non quella neoliberale, che privatizza tutto e diventa invivibile per chi la
abita.
Penso che Milano oggi non sia affatto più dinamica e competitiva: è morta sotto
la nuova skyline, sotto gli affitti brevi, il turismo, gli influencer, la
sicurezza e il decoro. Così come sono morte, nello stesso modo e nello stesso
periodo, Berlino, Amsterdam e Venezia, solo alcune di loro hanno avuto qualche
anticorpo in più. Amavo il quartirere popolare Isola degli anni ‘90, con decine
di centri sociali, senza Catella, Unicredit, Google e il bosco verticale. Mi
spiace, ma sono uno di quelli che pensa che quel quartiere degli anni novanta
sarebbe ora considerato un gioiello, mentre l’isola di oggi è una versione
sbiadita di un qualsiasi quartiere bevereccio di Hannover. Ora non ci sono più
centri sociali e un caffé costa 1.50 euro. A Milano in questi giorni rischiamo
di perdere anche il Leoncavallo e il Cantiere! È difficile uscire la sera e
sentirsi parte di una piazza viva, piena di persone interessanti. Non c’è più
fermento né sperimentazione. La gente scappa: costa troppo e ci si annoia.
Quando la finanza blinda il centro, le città smettono di essere “il posto in cui
è interessante essere” e diventano distributori automatici di commodities per
gente in transito. Questa città è diventata insostenibile anche per chi ci
lavora. Cercare di abitare in città con uno stipendio da dipendente comunale
singifica indebitarsi. O riusciamo a convincere le persone di questo, oppure ci
limitiamo a creare polemiche senza visione.
In Germania, il corrispettivo della nostra discussione parlamentare sulla “Salva
Milano” è stato il dibattito sull’incostituzionalità del tetto agli affitti. E
l’hanno vinto gli immobiliaristi. In Italia, almeno, la norma si è fermata in
Senato e sembra non passerà mai. Quindi è falso che altrove si stia meglio.
A Berlino, negli stessi anni in cui si consuma la parabola dei sindaci Pisapia e
Sala a Milano, accadono i seguenti fatti:
La municipalità interviene sul caro affitti introducendo un tetto massimo al
canone, stabilendo che non si possa affittare a un costo superiore a una certa
soglia per metro quadrato. In questo modo riesce a governare il mercato
abitativo per alcuni anni. Ma i principali fondi immobiliari reagiscono con
forza, costruendo una lobby talmente potente da ottenere che il Parlamento
nazionale si pronunci sull’incostituzionalità della norma, sostenendo che viola
la tutela degli investimenti privati nel libero mercato. Il Comune di Berlino
viene dunque dichiarato incostituzionale e costretto a revocare il tetto agli
affitti.
Poco dopo, la cittadinanza berlinese promuove un referendum per espropriare i
due principali monopolisti del mercato immobiliare, proponendo una logica
antimonopolistica e la pubblicizzazione di una quota significativa del mercato.
Il referendum vince a larga maggioranza, ma l’attuale giunta non lo attua,
appellandosi a vizi di forma e limiti legali.
Morale: Berlino, pur essendo stata più coraggiosa e intraprendente di Milano in
termini di movimenti per il diritto alla casa, è stata anche più umiliata dalla
lobby della rendita finanziaria, dalla magistratura e dal quadro
amministrativo-legale.
Dobbiamo cogliere la prospettiva storica di tutto ciò: la crisi dei mutui
subprime del 2008 ha dato il via alla più grande mobilitazione globale del nuovo
millennio. La consapevolezza che il capitale si fosse riorganizzato intorno alla
rendita finanziaria ha mobilitato milioni di persone. Ciò che David Harvey
diceva del modello New York degli anni ’80 sarebbe presto diventato globale. Le
conseguenze: investimenti dei fondi nel mattone urbano e precarizzazione del
lavoro.
Esplodono le proteste: nei primi anni ’10, in Europa con il 15M in Spagna, il
movimento per i beni comuni in Italia, piazza Sintagma in Grecia, e le rivolte
arabe.
A Milano nel 2012 occupiamo un grattacielo accanto al Pirellone, aprendo MACAO.
Quegli attivisti avevano già detto tutto. Pensate oggi cosa significherebbe
avere la forza di occupare per due settimane il Pirellino, al centro
dell’ennesimo scandalo Catella-Boeri-Tancredi, e avere il coraggio e il consenso
popolare per chiederne la ripubblicizzazione come bene comune. Ma oggi questa
agibilità politica non c’è più. Segno di quanto il dibattito politico sia
regredito in appena dieci anni.
Allora, nel movimento per i beni comuni, provammo a mobilitare i vecchi padri
costituenti come Stefano Rodotà e Paolo Maddalena per proporre nuovi quadri
normativi contro la gentrificazione galoppante. Ci furono due discussioni
parlamentari su MACAO e si riaprì la commissione per la Costituente dei Beni
Comuni. L’idea era chiara: il pubblico è nelle mani del privato, il mercato
finanziario scrive le leggi a suo favore, tutelando la proprietà privata a
scapito dell’interesse comune. La legge non è neutra, è un campo di battaglia.
La nostra Costituzione riconosce l’interesse comune come un diritto
inalienabile, che deve regolare e subordinare sia le istituzioni pubbliche sia
gli attori privati.
Nel 2017 facemmo pure una manifestazione davanti al comune di Milano titolata il
“Funerale della Sinistra neoliberale” in cui lanciavamo a tutti un monito: se la
sinistra pensa di fare il bene comune mettendosi nelle mani dei fondi finanziari
la città è morta.
Ma nessuno, nell’ambito istituzionale che conta, ha davvero sostenuto quella
proposta. A poco a poco, i partiti di sinistra (compresi i 5 Stelle) hanno
preferito seguire gli immobiliaristi e il giornalismo scandalista e populista,
piuttosto che ascoltare i nostri movimenti. Hanno scelto di accomodarsi nello
stretto spazio consentito dal patto di stabilità, dal debito pubblico e dai
grandi fondi finanziari, strizzando l’occhio allo scandalo per raccogliere
consenso.
Ora la magistratura arriva da sola, quindici anni dopo, senza più mobilitazioni,
e interviene con tremendo ritardo su giochi ormai quasi chiusi.
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Redazione Italia