Tag - Marocco

Criminalizzazione, rotte migratorie e accordi di cooperazione alla frontiera euro-africana occidentale
Nel 2025 il Mediterraneo e le rotte atlantiche verso la Spagna si confermano tra i confini più letali d’Europa. Secondo i dati raccolti dall’organizzazione Caminando Fronteras, tra gennaio e metà dicembre, almeno 3.090 persone hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere il territorio spagnolo via mare. Numeri drammatici, contenuti nel rapporto “Derecho a la Vida 2025” , pubblicato il 29 dicembre: tra le vittime si contano 192 donne e 437 bambini. Un bilancio che riaccende l’attenzione sulle politiche migratorie, sulle operazioni di soccorso e sul diritto alla vita lungo una delle rotte più pericolose al mondo. Caminando Fronteras registra
Il ritardo amministrativo nel ricongiungimento familiare tra tutela effettiva e negazione del risarcimento del danno
La vicenda processuale e l’ordine di rilascio del visto La sentenza resa dal Tribunale di Roma il 16 luglio 2025 si inserisce nel solco di una giurisprudenza ormai consolidata in materia di ricongiungimento familiare, riaffermando con chiarezza il carattere vincolato del rilascio del visto per motivi familiari una volta accertata la sussistenza dei requisiti di legge. Il caso sottoposto all’attenzione del Tribunale riguardava un cittadino straniero regolarmente soggiornante in Italia, affetto da gravi patologie e riconosciuto invalido civile con totale e permanente inabilità lavorativa 100%, che aveva richiesto il ricongiungimento con la moglie e il figlio minore. A fronte del
GenZ 212: dal Marocco la testimonianza di Adilah contro il silenzio del sistema. Seconda parte
La prima parte dell’articolo si può leggere al seguente link. Come si sono svolte le manifestazioni e quale è stata la risposta delle autorità? All’inizio le proteste erano pacifiche al 100%. Fin dai primi giorni, l’intenzione dei partecipanti era quella di manifestare senza ricorrere alla violenza. A colpire, tuttavia, è stata la reazione delle forze di sicurezza, che hanno risposto con un uso della forza ritenuto sproporzionato dai manifestanti. Il 3 ottobre ci sono state alcune proteste che sono degenerate in scontri violenti tra la polizia e i partecipanti. Ci sono stati alcuni episodi di violenza, ma le proteste erano perlopiù pacifiche. Anche all’interno degli spazi digitali del movimento non si può escludere la presenza di singoli messaggi che incitavano alla violenza, ma la linea condivisa dalla maggioranza era chiaramente orientata alla protesta nonviolenta. Durante il secondo fine settimana di manifestazioni si sono registrate tensioni solo in alcune città, in particolare Lqliaa, Oujda e Salé, mentre altrove i cortei si sono svolti senza degenerare. Secondo i partecipanti, anche di fronte agli interventi violenti della polizia, la maggior parte dei manifestanti ha cercato di mantenere un atteggiamento non conflittuale.     A segnare in modo profondo la mobilitazione è stato quanto accaduto il primo ottobre, quando tre persone che si trovavano nei pressi di un corteo, ma che non partecipavano alle proteste né appartenevano alla Generazione Z, sono state uccise. I manifestanti affermano di essere in possesso di video che dimostrerebbero l’estraneità delle vittime agli scontri. In un primo momento, le famiglie sarebbero state sottoposte a pressioni affinché non rendessero pubblica la vicenda; successivamente, non avendo ottenuto l’apertura di un’inchiesta ufficiale, hanno deciso di esporsi pubblicamente, partecipando a interviste e iniziative online. I familiari hanno diffuso materiali video a sostegno della loro versione dei fatti, sostenendo che le vittime non avessero preso parte né alle proteste né ad atti di violenza. Ma anche se fossero stati coinvolti nella violenza, non meritavano di essere colpiti come è successo. Ci sono state conseguenze legali per chi ha partecipato alle proteste? Una cosa che la maggior parte delle persone non sa e che credo il governo stia cercando di nascondere, è il fatto che le persone che hanno protestato hanno ricevuto sentenze assurde. Alcuni sono stati condannati da cinque a quindici anni per motivi disparati: inviare messaggi su Discord, indossare certe magliette durante le manifestazioni o aver compiuto atti di violenza. Tra loro ci sono anche minorenni. Uno dei primi iscritti al server Discord del movimento, che non aveva nemmeno partecipato fisicamente alle proteste, è stato arrestato il 26 settembre e condannato a cinque anni solo per “incitamento a protestare”. Non è un caso isolato: altre persone hanno ricevuto condanne fino a quindici anni. Altre sentenze hanno colpito in modi ancora più paradossali. Due giovani sono stati condannati a otto mesi di reclusione per le magliette che indossavano: una con la scritta “Gen Z”, l’altra con “Free Palestine”. Casi che rimangono quasi sconosciuti all’opinione pubblica. Pensi che i media internazionali abbiano frainteso qualcosa riguardo a queste mobilitazioni? Sì, in gran parte. I media si sono concentrati sulle nostre reazioni invece che su quelle del governo, che sono state molto più dure, violente e lesive dei diritti umani. I media nazionali ci hanno dipinto come violenti o manipolati, evidenziando episodi isolati per giustificare la brutalità della polizia, senza mostrare le marce pacifiche, gli arresti arbitrari e i maltrattamenti. Anche i media internazionali credo siano stati influenzati dalla narrativa ufficiale, trascurando le disuguaglianze sociali e la frustrazione dei giovani. La protesta, spesso etichettata come “ribellione della Generazione Z”, nasceva in realtà dall’impossibilità di ottenere permessi ufficiali per manifestare contro il governo: un paradosso in cui chi cerca di rispettare la legge viene punito.  Perché avete smesso di scendere in strada? È stato perché all’inizio di ottobre il governo ha approvato un aumento del 16% dei fondi destinati al settore sanitario e dell’istruzione? La maggior parte della Generazione Z non era contenta di questa misura, perché il problema non era in realtà l’aumento o la diminuzione della percentuale destinata alla sanità. Il problema principale è la corruzione: indipendentemente dall’aumento dei fondi stanziati, la corruzione continuerà a esistere. Quindi le proteste non sono state interrotte a causa dell’aumento dei fondi o qualcosa del genere. Non è affatto questo il motivo. Il motivo per cui abbiamo smesso di protestare è in realtà la violenza contro le persone che sono scese in strada pacificamente. Ancora ora se uscissi allo scoperto e dicessi: “Sì, ho partecipato alle proteste” o, soprattutto, “Faccio parte del server Discord”, finirei in prigione, come dicevo prima. Penso che le condanne di cui parlavo siano una delle cose che il governo ha usato per spaventarci e impedirci di protestare. Infatti, prima di uscire, la maggior parte di noi a volte cancella Discord, Telegram e Instagram; usiamo molto le VPN; evitiamo di condividere nomi o foto; alcuni di noi continuano a cambiare account. Spaventa che il solo fatto di partecipare a una riunione online potrebbe essere sufficiente per farti arrestare. Penso che questo la dica lunga sulla fragilità delle libertà civili in Marocco. Nonostante ciò, le discussioni tra noi sono ancora in corso. Cosa succederà ora al movimento? Pensi che ci saranno altre proteste? Sì, penso che ci saranno altre proteste, anche se per ora sono state sospese. La gente dice che dovremmo tornare nelle piazze ma allo stesso tempo ha paura di finire in prigione e ricevere le condanne di cui ho parlato prima. Ha paura di sprecare 10 anni della propria vita solo per questo. Soprattutto i ventenni, non possono permettersi di perdere dai 5 ai 10 o ai 15 anni della loro vita. Io ho già partecipato e penso che lo rifarei sicuramente, perché se tutti pensassimo di dover restare a casa per non metterci in pericolo, non cambieremo mai nulla in questo Paese. Per essere contenti con l’esito delle proteste, la maggior parte della gente desidera dei miglioramenti netti per l’assistenza sanitaria, l’istruzione e la lotta alla corruzione. Ma per quanto mi riguarda, penso che il mio obiettivo, ripeto, sia la lotta alla corruzione. Perché, come dicevo, sono una studentessa di medicina, lavoro nel settore sanitario e non ho visto alcun cambiamento dall’inizio delle proteste. Non è cambiato letteralmente nulla. Quindi la radice del problema è la corruzione. Per ora però mi concentro sul risultato più positivo dei movimenti della Generazione Z in tutto il mondo: ricordare alla Generazione Z, che dovrebbe essere “la generazione poco seria”, quanto può essere forte e che non dovremmo mai stare zitti o essere messi a tacere di fronte alla repressione e l’oppressione.   Africa Rivista
GenZ 212: dal Marocco la testimonianza di Adilah contro il silenzio del sistema. Prima parte
Per comprendere parte della realtà dietro i numeri della repressione, abbiamo incontrato Adilah (nome di fantasia), studentessa di medicina e attivista del movimento GenZ212 in Marocco. Attraverso la sua testimonianza emerge un racconto di una mobilitazione nata su Discord per denunciare la corruzione e il declino dei servizi pubblici nel Paese. Adilah ci guida dall’entusiasmo delle prime marce pacifiche fino alla scelta di sospendere le proteste a causa della violenza e degli arresti di massa. Se da un lato il governo marocchino punta a proiettare un’immagine del Paese progressista e stabile, dall’altro la vita quotidiana mostra spesso servizi essenziali carenti e frequenti violazioni di libertà civili. Le proteste della GenZ212 nascono proprio in questo contesto di contrasti. Nella seconda metà del 2025, la generazione Z ha trovato nei canali digitali uno strumento centrale per esprimere dissenso contro crisi economica, corruzione percepita e disuguaglianze sociali. In una recente dichiarazione diffusa sui social emerge la loro richiesta di riformare i servizi pubblici e rispettare la Costituzione marocchina, citando in particolare gli articoli sulla democrazia, la libertà di riunione, il diritto alla salute e all’istruzione e la partecipazione dei giovani. Nei media nazionali, queste manifestazioni sono state spesso descritte come minaccia all’ordine pubblico, e la diffusione online di contenuti legati alle proteste è frequentemente trattata come “istigazione alla commissione di reati gravi e reati minori mediante mezzi elettronici”. Tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre, le rivendicazioni si sono concentrate su sanità, istruzione e giustizia, in risposta a episodi di violenza, arresti arbitrari e condanne sproporzionate. La narrativa ufficiale privilegia invece il racconto di vandalismi e discorsi ritenuti istigatori, accompagnato dalla celebrazione dell’aumento del 16% dei fondi per sanità e istruzione deciso dal Consiglio dei ministri. Lo spazio per il confronto pubblico si riduce ulteriormente: gli incontri online restano l’unico canale di espressione, ma anche la semplice partecipazione è percepita come rischiosa. La fragilità delle libertà civili è confermata dai dati sulle detenzioni: secondo gli ultimi dati condivisi dalla Procura Generale a inizio dicembre, le persone arrestate in relazione alle proteste erano oltre 5.780, di cui 1.473 ancora in custodia e 162 minori, molti affidati a istituti di detenzione. Per restituire lo sguardo di chi ha vissuto queste proteste, ho incontrato Adilah, giovane studentessa di medicina, che racconta in prima persona la nascita e gli sviluppi del movimento. Cosa è successo nei giorni precedenti alle manifestazioni del 27 e 28 ottobre? Un paio di settimane prima, circolavano molti video online che mostravano la distopia del Marocco: da un lato c’è una vita di lusso, dall’altro infrastrutture orribili. Molti di questi video sono diventati virali e, poco a poco, si è creato un trend che ha alimentato la rabbia della popolazione locale, soprattutto la nostra, quella della generazione Z. L’organizzazione dei Mondiali è stata una delle ragioni principali. Non perché odiamo il calcio o qualcosa del genere. No, noi amiamo il calcio, ovviamente. Ma è un problema di priorità: non puoi dirmi che un governo abbia la possibilità di contrarre un debito di 100 miliardi di dollari solo per costruire uno stadio in pochi giorni o in poche settimane secondo gli standard internazionali, ma, al tempo stesso, non è in grado di costruire un buon ospedale o una buona scuola. E poi c’è anche la questione delle persone colpite dal terremoto di Al Haouz. Sono passati ormai due o tre anni e queste persone non hanno ancora una casa. Cosí è nato un gruppo Discord.  Qual è il ruolo del server GenZ212 su Discord? Il server Discord è stato creato il 15 settembre 2025. Ci ha fornito uno spazio per discutere di politica, dato che in Marocco la libertà di parola non è garantita al 100%. La cosa è proseguita con molti podcast e molte discussioni tra di noi giovani, principalmente sui temi della sanità, dell’istruzione e della corruzione. Nel server siamo arrivati quasi a 200.000 membri, che è davvero tanto per un gruppo Discord in Marocco, considerando che la maggior parte dei marocchini non usa nemmeno l’applicazione. Tra il 15 e il 27 settembre, questo spazio digitale è diventato il catalizzatore di un malcontento diffuso tra i giovani, vissuto da molti come un vero e proprio risveglio collettivo. La mobilitazione non è nata all’interno di partiti politici o strutture organizzate, ma da una frustrazione condivisa e dalla percezione di essere sistematicamente esclusi dai processi decisionali. Dopo la diffusione virale di alcuni video e il consolidarsi delle discussioni online, il gruppo ha deciso di tradurre il dibattito virtuale in azione concreta, convocando le prime manifestazioni per il fine settimana del 27 settembre. Le proteste si sono svolte il 27 e il 28 settembre in numerose città marocchine, tra cui Casablanca, Rabat e Tangeri. La scelta delle date è stata dettata da ragioni pratiche: il fine settimana rappresentava l’unico momento disponibile per una generazione composta in larga parte da studenti e giovani lavoratori.   Africa Rivista
Vite sacrificabili
GIOVANNA VACCARO 1 No Name Kitchen (NNK) è un movimento indipendente senza scopo di lucro che documenta e monitora la violenza alle frontiere esercitata dalla polizia e dai funzionari statali. Fondata nel 2017, l’organizzazione lavora in stretta collaborazione con le comunità colpite per raccogliere testimonianze e denunciare violazioni dei diritti umani. NNK opera a Ceuta dal febbraio 2021. Il titolo del report, pubblicato nel settembre del 2025, la cui traduzione in italiano è «Vite sacrificabili: la sofferenza dei migranti sotto le politiche UE-Marocco» 2 chiarisce fin da subito il suo contenuto. «Questo rapporto» – si spiega nell’introduzione – «intende denunciare l’impatto degli accordi strategici di esternalizzazione sulla vita dei migranti: l’esclusione, la violenza, la precarietà forzata e le morti per le quali il governo spagnolo continua a pagare milioni. Le testimonianze incluse in questo rapporto provengono dal progetto Bloody Borders, un database aperto e collaborativo che monitora la violenza alle frontiere». L’analisi si concentra sulla relazione tra le politiche migratorie europee e spagnole, i lauti finanziamenti che ne derivano a favore del Marocco, la messa a sistema della violazione dei diritti fondamentali e della violenza come elementi delle politiche di esternalizzazione e il diretto impatto che tutto questo ha sulla vita delle persone migranti che tentano di attraversare la frontiera a sud della Spagna e dell’Europa, rimanendo bloccate per mesi ed anni. Nello specifico, nel report viene analizzato quanto accade a Ceuta e Melilla evidenziando come le due enclavi spagnole siano diventate il fulcro della politica di contenimento migratorio dell’UE; rappresentando così il punto di partenza della politica di esternalizzazione verso il Marocco. Nell’analisi del contesto di tali politiche viene sottolineata, alla stregua di quanto già segnalato da Statewatch nel 2019 relativamente ai finanziamenti al Regno del Marocco da parte dell’UE e della Spagna, la difficoltà di rilevare e monitorare l’assegnazione delle spese destinate alle politiche di esternalizzazione delle frontiere 3. Le ragioni sono riconducibili sia alla molteplicità degli attori attraverso cui passano i fondi, sia alla difficoltà di tracciamento, poiché, ad esempio, anche nelle sintesi del Consiglio Europeo le indicazioni delle spese assegnate per il controllo delle frontiere non vengono distinte da quelle indirizzate ai “fondi per lo sviluppo”. In poche pagine, il report mette, dunque, in evidenza la condivisione di responsabilità tra UE, Spagna e il Marocco, partner chiave nelle politiche migratorie; nella determinazione di quello che viene definito un “regime necropolitico” che controlla la vita e la morte delle persone migranti attraverso: respingimenti a caldo, torture, trattamenti inumani e degradanti, detenzioni arbitrarie, esclusione, abusi razziali, deportazioni nel deserto del Sahara. Tutte pratiche, a cui non vengono risparmiati neanche i minori. È, inoltre, messa in luce la pericolosità dei trasferimenti delle persone in diverse città del Marocco che le allontanano dalla giurisdizione di frontiera. Anche a questo proposito vengono riportate alcune testimonianze di violenze e violazioni raccolte nell’ambito del progetto Bloody Borders. È un progetto indipendente che raccoglie testimonianze dirette di persone che hanno subito respinti illegali (pushbacks) e violenze alle frontiere europee, con l’obiettivo di portare alla luce queste pratiche, chiedere responsabilità legali e politiche, e promuovere politiche migratorie più umane e sicure. Infine, il report sottolinea come tali relazioni e finanziamenti rischino “anche di rafforzare regimi non democratici e paramilitari” e di aumentare “la dipendenza da attori non statali, aprendo la strada alla strumentalizzazione del movimento migratorio”; in quanto la creazione di vite ai margini, costrette a una precarietà forzata e al limitato accesso ai diritti e servizi essenziali, costantemente “pronte a saltare in qualsiasi momento”, risulta funzionale alla strumentalizzazione dei corpi, a fini politici. 1. Laureata in Scienze della Cooperazione Internazionale, dal 2010 mi occupo di migrazioni e politiche migratorie. Ho maturato esperienza nel settore sociale, lavorando sul monitoraggio istituzionale e indipendente del sistema di accoglienza e contribuendo con articoli e interventi pubblici. Attualmente mi dedico alla formazione tecnica per équipe di progetti sociali, alla sensibilizzazione della cittadinanza e alla formazione trasversale nell’ambito delle politiche attive per il lavoro ↩︎ 2. Consulta il rapporto ↩︎ 3. Aid, border security and EU-Morocco cooperation on migration control, StateWatch (Novembre 2019) ↩︎
Harraga: sparizioni e detenzioni tra Marocco, Mediterraneo e zone di frontiera
FEDERICO MASSARO 1 L’11 ottobre, negli spazi della confederazione democratica del lavoro di Béni Mellal, si è tenuto, grazie all’organizzazione della Rete Marocchina dei Giornalisti delle Migrazioni (RMJM), all’Association Marocaine d’Aide aux Migrants en Situation Vulnerable (AMSV), e alla Fondazione Heinrich Böll di Rabat, l’evento “Casi di scomparsa di migranti marocchini in mare o alle frontiere: mobilitazione mediatica e cittadina per la verità”. Béni Mellal (in arabo بني ملال‎, Banī Mallāl; in berbero ⴰⵢⵜ ⵎⵍⵍⴰⵍ, Aït Mellal) è una città del Marocco situata al centro del Paese, capoluogo dell’omonima provincia e della regione del Béni Mellal-Khénifra. Sorge a 625 m s.l.m. in un’oasi ai piedi del Jbel Tassemit, fra i rilievi del Medio Atlante e la pianura. Dalle città vicine di Souk Sebt, Khouribga, Attaouia e Kelâat Sraghna si sono raccolte le famiglie delle persone scomparse e insieme hanno potuto condividere, in un “rituale” collettivo 2, le proprie testimonianze sulla scomparsa delle loro figlie e dei loro figli, fratelli/sorelle, mariti e parenti. Le loro voci, accomunate da una lacerante ferita causata dalla perdita di una persona a loro cara, reclamano giustizia e verità. «Non smetteremo di mobilitarci finché non avremo risposte sulla sorte dei nostri figli» 3. PH: Federico Massaro (Beni Mellal – 11.11.25) La sofferenza e la rabbia che le famiglie provano da anni trovano nell’Association Marocaine d’Aide aux Migrants en Situation Vulnerable un canale di supporto giuridico, amministrativo ed organizzativo. Eventi come questo, uniti alle attività 4 svolte dall’associazione di Oujda 5, gettano le basi di una denuncia organica all’intero edificio coloniale europeo 6. Le rivendicazioni di giustizia e verità mosse dai famigliari delle persone scomparse e dall’AMSV si muovono in questo senso a favore di una completa rottura del silenzio delle istituzioni nazionali e internazionali. A favore di una piena e approfondita conoscenza delle sorti e del destino delle persone a loro care. SCOMPARSE E INCARCERAZIONI Il presidente dell’associazione, Hassan Ammari, ha presentato diversi casi di persone scomparse, detenute, bloccate o trattenute sulle rotte migratorie. «Ogni giorno riceviamo tra tre e quattro segnalazioni di sparizioni durante i tentativi di migrazione. Ad oggi, l’associazione ha registrato più di 560 dossier riguardanti marocchini presumibilmente detenuti in Algeria, dei quali 260 sono attualmente in corso di deportazione, oltre a decine di altri in Libia e in Tunisia» 7. Come riportato dalla testata giornalistica ENASS 8 in caso di arresto su suolo algerino 9 le persone migranti marocchine si trovano ad essere condannate per pene lievi per un periodo che va da 6 a 12 mesi. Se il loro rilascio avviene rimangono bloccate in Algeria per mancanza di mezzi e documenti di viaggio o, nella peggiore delle ipotesi, in caso questo non avvenga si trovano costrette ad abitare il limbo dei centri di detenzione in attesa di un rimpatrio per il Marocco. SPARIBILITÀ E PRECARIETÀ Stando al report di Caminando Fronteras 10, nel periodo che va dal 1 gennaio al 31 maggio 2025, al confine euro-africano occidentale 1.865 persone sono morte/disperse e 38 imbarcazioni sono scomparse. I dati dell’anno precedente 11 riflettono lo stesso andamento: 10.457 persone sono cadute vittime del regime di frontiera, con cifre che toccano le 30 morti giornaliere. Le partenze registrate dall’Algeria nel Mediterraneo fanno della rotta algerina, con le sue 517 vittime complessive, la seconda in termini di mortalità. Il concetto di “sparibilità” (disappearability), così come definito da Laakkonen in quanto “potenzialità” e “condizione che si riferisce alle sparizioni, ai destini ignoti e ai corpi non identificati, o al pericolo di incontrare tale sorte”, ci viene in aiuto per mostrare quei meccanismi di violenza e precarietà che designano le diverse “forme e strategie di sparizione” 12. In continuità con tale visione, vediamo come la violenza coloniale e razziale caratteristica dell’impianto securitario rappresenti il filo rosso che unisce, tra passato e presente, relazioni diseguali Nord-Sud e dinamiche di classe 13. Storicizzare la seguente definizione ed analizzarla in quanto inserita all’interno di una struttura di potere, che si è costruita e continua a costruirsi su dinamiche di classe e razza, è essenziale per mostrare nella sua interezza l’intero apparato dei regimi frontalieri europei. Tutto ciò ci dà la possibilità di guardare alle sparizioni in quanto somma di “costellazioni cumulative di precarietà” 14 a cui lɜ migranti devono giornalmente far fronte. Forme di pericolo, controllo, ed eliminazione che si materializzano e gettano le basi di un sistema in grado di creare soggettività precarie e vulnerabili alle sparizioni 15. Prendono importanza in questo contesto gli harraga. Il termine, che “deriva dal verbo arabo harraqa (bruciare), nel doppio significato di ‘bruciare le frontiere’ e di ‘bruciare i documenti di identità’”, viene qui utilizzato per descrivere “i migranti maghrebini che sfidano le leggi proibizioniste per entrare in Europa” 16. Gli harraga si trovano a dover confrontare, da una parte, una costante de-soggettivazione e sfigurazione delle menti e dei corpi 17 mentre, dall’altra, una continua sovra-mediatizzazione degli sbarchi (sulle coste del Mediterraneo) e invisibilizzazione delle scomparse. «Per chi è in attesa dei propri cari, una persona scomparsa lascia una situazione irrisolta, un dolore senza una fine: non c’è un corpo da seppellire né un luogo della memoria da visitare – solo incertezza e dubbio» 18. La mancanza di informazione relativamente i propri cari trasporta le famiglie in una condizione di liminalità 19 tra la vita e la morte. Ciò le espone ulteriormente al pericolo di estorsione e false informazioni da parte di gruppi, organizzazioni e persone che professano di avere notizie relativamente la persona a loro cara 20. L’AMSV rappresenta pertanto, ad oggi, una delle poche ONG marocchine a riuscire a fornire un sostegno concreto ai famigliari nella ricerca delle loro persone care scomparse o detenute nei paesi della costa sud del mediterraneo. PH: Enass BENI MELLAL-KHÉNIFRA: TRA MIGRAZIONI E DEPORTAZIONI Non è un caso che si sia scelta la città di Beni Mellal come sede dell’evento. La zona attorno alla città mostra una storia importante in termini di migrazioni e ritorno da e verso i paesi europei 21. La regione ai piedi dell’Atlante centrale, comprendente al proprio interno le province di Beni Mellal, Khouribga e Fkih Ben Saleh, viene da tempo ribattezzata, a causa dei numerosi decessi nelle rotte migratorie verso l’Europa, il “triangolo della morte” 22. Il termine, riflesso delle dinamiche politiche e migratorie dell’area, dimostra come dal 2019 in poi l’ampio fenomeno migratorio si sia intersecato sempre più con le sparizioni in mare di migranti marocchinɜ. Emblematica in questo senso la giornata del 27 marzo 2022 dove, in un naufragio al largo delle coste di Laâyoune, persero la vita una decina di giovani originarɜ delle città di Beni Mellal, Kelaa Seraghna e Fkih Ben Saleh 23. A queste dinamiche vanno ad aggiungersi le “deportazioni interne” 24 o “spostamenti interni forzati” 25: pratiche adottate dalle autorità marocchine “volte ad allontanare i presunti candidati all’emigrazione irregolare dalle zone di frontiera” 26. Secondo il report “Expulsions gratuites” di GADEM 27, la violenza delle politiche di controllo dei corpi e dello spazio obbliga la persona migrante a far fronte ad arresti, reclusioni e spostamenti forzati. Le città nella zona centro-sud del Marocco, lontane rispetto ai luoghi di frontiera, vengono così coinvolte e inserite in una costellazione di spostamenti con cui la persona in movimento deve orientarsi. In questa cornice le città di Beni Mellal e Khouribga si fanno testimoni di vere e proprie operazioni di pratiche di confine 28. Le deportazioni e sparizioni, sia all’interno di dinamiche di frontiera che in territorio nazionale marocchino, si intersecano e intrecciano, mutuando – seppur con pratiche di polizia differenti – la stessa matrice di controllo dei corpi e della mobilità. È in questo contesto che la necropolitica 29 attuata nei confronti delle persone deportate internamente, se osservata da una visione che guarda alle sue pratiche come intrinsecamente coloniali e razzializzanti, è in grado di svelare l’attuale “razionalità moderna di governo” 30. Quella stessa matrice che in Italia deporta e crea, materialmente ed epistemicamente, l’illegalità 31 e la “deportabilità” 32 si trova così strettamente connessa alle pratiche che sull’altra sponda del Mediterraneo producono incertezza, vulnerabilità e sparizione. Riconoscere queste connessioni ci dà la possibilità di guardare alle strette relazioni tra l’apparato frontaliero, la mobilità delle persone e il sistema securitario europeo. In questo modo, si può vedere come le differenti modalità di potere e controllo dialogano e si autoalimentano tra loro all’interno di dinamiche nazionali e transnazionali. In tal senso acquisiscono importanza le parole di Wael Garnoui che, citando direttamente “I dannati della terra” di Frantz Fanon, mostrano come l’immobilità dell’harrag assomigli sempre più a quella del colonizzato descritto dallo psichiatra e militante martinicano. «La prima cosa che l’indigeno impara è a stare al suo posto, a non oltrepassare i limiti. Perciò i sogni dell’indigeno sono muscolari, sogni di azione, sogni aggressivi. Sogno di saltare, di nuotare, di correre, di arrampicarsi» 33. È il razzismo sistemico e la “colonialità del potere” 34, così definita da Anibal Quijano, cheagendo simultaneamente estromettono dallo spazio e dal tempo il corpo della persona in movimento. Riportare e leggere gli spostamenti degli harraga e le relazioni che questi hanno con la memoria, lo spazio e i legami famigliari ci aiuta a osservare le modalità di stare al mondo ed esistere di una moltitudine di soggettività in grado di scardinare la struttura securitaria europea 35. MEMORIA E COLLETTIVITÀ È necessario allontanarsi, dunque, da una visione umanitaria o da etichette giuridiche che riconducono la persona in movimento unicamente ad una condizione di necessità e/o mancanza: in quanto priva di agency, risorse, cultura, legami sociali etc 36. Notiamo come la mobilità degli harraga e la memoria delle famiglie di quest’ultimi vadano a scontrarsi direttamente con l’attuale sistema di obliterazione ed eliminazione della soggettività migrante. L’atto migratorio e le voci delle famiglie delle persone scomparse si fanno, pertanto, atto di rottura nei confronti “di quella sorta di ‘delirio securitario’” 37 caratteristico del sistema istituzionale europeo. La memoria, le rivendicazioni politiche delle famiglie delle persone scomparse e le attività dell’associazione AMSV vanno a dar forma, plasmare ed aggiungersi ad una cosmologia di pratiche capaci di mettere in crisi il regime di frontiera europeo 38. I famigliari in cerca delle persone care ritrovano così nell’associazione, megafono delle loro voci, una modalità di condivisione, confronto e ripoliticizzazione del costante dolore (hasra) provocato dalla scomparsa. In darija (dialetto marocchino), la parola “hasra” (حسرة) significa rimpianto, dispiacere o “nostalgia dolorosa” per qualcosa che non si ha più o che non si è realizzato. Il termine viene spesso utilizzato per esprimere un sentimento di perdita o di tristezza interiore. In questo caso riflette la condizione di profondo dolore delle famiglie nella scomparsa delle persone care. UNA MOBILITAZIONE TRANSNAZIONALE In occasione della giornata del 6 febbraio 2026, “Giornata mondiale in solidarietà alle vittime delle frontiere e ai dispersi nelle rotte migratorie”, l’Association Marocaine d’aide aux Migrants en Situation Vulnérable terrà 3 giornate di incontro e confronto – 5, 6 e 7 febbraio – a Oujda 39. L’evento, parte della mobilitazione transnazionale «Commémor’Action», riunirà, sotto lo slogan “Per una revisione totale della legge 02/03 che garantisca tutti i diritti dei migranti e delle famiglie dei dispersi, dei prigionieri e dei detenuti sulle rotte migratorie”, le famiglie marocchine delle persone scomparse o detenute, attiviste e reti/collettivi nazionali e internazionali. La giornata di CommemorAzione nasce in memoria della strage di Tarajal a Ceuta (enclave spagnola in Marocco), contro la militarizzazione delle frontiere e la libertà di circolazione. Il 6 febbraio del 2014 14 persone migranti morirono annegate nel tentativo di entrare a nuoto in Europa dal Marocco attraverso la spiaggia di Tarajal. Da allora, andando ad unirsi alla “Marcha por la Dignitad” di Ceuta, la mobilitazione ha preso adesioni in tutto il mondo acquisendo un respiro sempre più transnazionale. Queste giornate uniranno in unico grido la memoria e la richiesta di giustizia e verità dei famigliari delle persone inghiottite dal sistema securitario delle frontiere. Un modo in più per costruire una solidarietà collettiva multi-paese in grado di incrinare le dinamiche dei dispositivi di controllo transnazionali. Saidia, 2020 (PH: CommemorAction) 1. Mi sono laureato in Scienze Internazionali all’Università di Torino, con una tesi che indaga l’intreccio tra lavoro, settore delle costruzioni e colonialismo d’insediamento in Palestina. Oggi frequento il Master GEMPRAI dell’Università Federico II e mi interrogo sulle relazioni tra migrazioni, forme di violenza, colonialità ed agentività delle persone in movimento ↩︎ 2. Il seguente termine viene adottato in contrapposizione a quei “rituali di confine” (border rituals) così definiti da Khosravi. Per un approfondimento vedasi: Khosravi, S. (2007), The ‘illegal’ traveller : An auto-ethnography of borders, “Social Anthropology”, 15(3), 321–334 ↩︎ 3. Migrant·e·s disparu·e·s en mer : le cri des familles face à un drame silencieux, Enass (ottobre 2025) ↩︎ 4. Accompagnare e assistere le famiglie dellɜ migranti mortɜ, detenutɜo scomparsɜ alle frontiere e in mare; Lottare per la libertà di circolazione di ogni persona migrante e contro la chiusura e l’esternalizzazione delle frontiere; Contrastare la criminalizzazione della migrazione e della solidarietà; Favorire l’autonomia giuridica di individui e comunità vulnerabili (legal empowerment ), spesso collocati in situazioni di esclusione temporanea o permanente, per accompagnarli nelle difficoltà incontrate e aiutarli a far valere i propri diritti; Combattere l’esclusione, la discriminazione e gli stereotipi nei confronti delle persone migranti vulnerabili. Fonte: AMSV (2024), brochure informativa. ↩︎ 5. L’associazione, nata a Oujda nel 2017, a partire dal luglio 2023 è entrata a far parte della rete euro-africana Migreurop ↩︎ 6. Per uno sguardo sulla “colonialità” dell’Unione Europea in quanto “progetto politico ed economico” vedasi: Mellino, M. (2019), Governare la crisi dei rifugiati. Sovranismo, neoliberalismo, razzismo e accoglienza in Europa, DeriveApprodi, p.15 ↩︎ 7. Migrant·e·s disparu·e·s en mer : le cri des familles face à un drame silencieux, Enass (ottobre 2025) ↩︎ 8. Migration : Les Haraga optent pour l’Algérie, Enass (maggio 2024) ↩︎ 9. Loi algérienne 08-11 du 25 juin 2008 « relative aux conditions d’entrée, de séjour et de circulation des étrangers en Algérie ». Nel primo decennio del 2000 si è registrato, in conformità alle politiche di securitizzazione europee, un allineamento giuridico dei paesi del Maghreb. Vedasi anche: loi marocaine 02/03 de 2003 « relative à l’entrée et du séjour des étrangers au Royaume du Maroc, à l’émigration et l’immigration irrégulières » ; République tunisienne, loi n° 2004-6 du 3 février 2004, modifiant la loi n°75-40 du 14 mai 1975, relative aux passeports et aux documents de voyage ↩︎ 10. Consulta il rapporto ↩︎ 11. Consulta il rapporto ↩︎ 12. Laakkonen, V. (2022), Deaths, disappearances, borders: Migrant disappearability as a technology of deterrence, “Political Geography”, 99 (102767): 1–9 ↩︎ 13. Ibid., p.2 ↩︎ 14. Tali forme comprendono al proprio interno: “navi non idonee alla navigazione, sanzioni imposte alle compagnie di trasporto, regimi di violenza e sorveglianza delle frontiere, operazioni di intercettazione e respingimento, minacce di deportazione e detenzione, passaggio attraverso terreni accidentati o in veicoli non sicuri, tratta di esseri umani e condizione di irregolarità, costretti a muoversi clandestinamente”.Ibid ↩︎ 15. Irrintracciabili Pratiche di frontiera e scomparse forzate in Marocco, ASGI (marzo 2025), p. 10 ↩︎ 16. Garnoui, W. (2024), Harraga bruciare per l’Europa. Indagine e psicanalisi dei migranti nel Mediterraneo. Per un pensiero decolonizzato delle frontiere, Poiesis, p. 259 ↩︎ 17. Ibid., p.93 ↩︎ 18. Laakkonen, V. (2022), Op. Cit., p. 3 ↩︎ 19. Huttunen, L. (2016), Liminality and missing persons: Encountering the missing in postwar Bosnia-Herzegovina,“Conflict and Society”, 2(1): 201–218 ↩︎ 20. Guía para Familias Víctimas de la Frontera, Caminando Fronteras (maggio 2021) ↩︎ 21. Mghari M., Fassi Fihri M. (2010), Cartographie des flux migratoires des Marocains en Italie, Organisation Internationale pour les Migrations ↩︎ 22. Migration irrégulière des Marocains: au royaume des enfants disparus en mer, En toutes lettres Mag (ottobre 2025) ↩︎ 23. À Beni Mellal, les familles de migrants exigent la vérité, Enass (marzo 2023) ↩︎ 24. ASGI (marzo 2025), Op. Cit. ↩︎ 25. Situation des personnes non ressortissantes marocaines à Rabat. Note d’analyse des données recueillies à Rabat entre janvier 2021 et décembre 2022, GADEM (marzo 2023) ↩︎ 26. Ibid. ↩︎ 27. Consulta il report ↩︎ 28. Le destinazioni delle pratiche di deportazione interne sono diverse. Spaziano dalle città di Beni Mellal, Casablanca, Errachidia, Safi, Fès, Kenitra, Oujda, Marrakech, Rabat e Settat fino ad arrivare a Tiznit, Agadir e Dakhla. Coûts et blessures Rapport sur les opérations des forces de l’ordre menées dans le nord du Maroc entre juillet et septembre 2018 – Éléments factuels et analyse, GADEM (2018) ↩︎ 29. Il termine indica l’uso del potere politico e sociale per determinare chi può vivere e chi deve morire. “La sovranità in questi luoghi equivale alla capacità di definire chi conta e chi non conta, chi è eliminabile e chi non lo è”. Per una definizione completa di “necropolitica” vedasi: Mbembe, A. (2003). Necropolitics, “Public Culture”, Duke University Press, Durham, 15 (1), 11–40. Tr. it. Necropolitica (2016), Ombre Corte ↩︎ 30. Mellino, M. (2019), Op. Cit., p.26 ↩︎ 31. Per uno sguardo sulla “costruzione dell’illegalità all’interno dei regimi di frontiera” vedasi: Bachelet S., Hagan M. (2023), Migration, race, and gender: the policing of subversive solidarity actors in Morocco, “L’Année du Maghreb”, 30 ↩︎ 32. De Genova, N. (2002),Migrant “illegality” and deportability in everyday life, “Annual Review of Anthropology”, 31: 419–447 ↩︎ 33. Fanon, F. (2007), I dannati della terra, Einaudi In Garnoui, W. (2024), Op. Cit., p. 233 ↩︎ 34. Quijano, A. (2000), Coloniality of Power, Eurocentrism, and Latin America, “Nepantla: Views from South”, 1 (3): 533 –580 ↩︎ 35. Gilroy, P. (1984), There Ain’t No Black in the Union Jack, Routledge, London in Mellino, M. (2019), Op. Cit., p. 85 ↩︎ 36. Sorgoni, B. (2022), Antropologia delle migrazioni. L’età dei rifugiati, Carocci, Roma, p. 25 ↩︎ 37. Mellino, M. (2019), Op. Cit., p. 36 ↩︎ 38. Ibid., p. 47 ↩︎ 39. Per ulteriori informazioni vedasi la pagina dell’associazione ↩︎
Titolare di status di rifugiato: dopo tre preavvisi di rigetto, ordinato il rilascio del visto familiare alla madre a carico
Il Tribunale di Roma ordina il rilascio di un visto per motivi familiari a favore di una madre residente in Marocco che potrà finalmente ricongiungersi al figlio residente in Italia, titolare dello status di rifugiato. Tutto cominciava nel 2023, ma già solo per accedere al Consolato e ottenere un appuntamento le parti furono costrette ad adire il Tribunale di Roma con un primo procedimento cautelare. Successivamente, nonostante la produzione documentale ripetuta presso il Consolato – con ben tre preavvisi di rigetto – la domanda di visto non veniva esitata. Si rendeva quindi necessaria una diffida ad adempiere e, poi, un secondo procedimento cautelare d’urgenza innanzi al Tribunale di Roma. Nelle more del giudizio, il Consolato emetteva un rigetto del visto per presunta insufficienza della prova che una figlia della ricorrente vivesse effettivamente in Russia per motivi di studio. In realtà erano stati prodotti sia la richiesta di visto per motivi di studio sia l’attestazione dell’Università russa. Inoltre, risultavano depositati documenti medici attestanti le varie patologie della donna e la conseguente necessità di assistenza da parte di un figlio (tutti i figli risiedono all’estero), oltre alla prova dell’invio di denaro dal figlio rifugiato residente in Italia. Il Tribunale ha ritenuto superato ogni dubbio sulla presenza della figlia in Russia per motivi di studio, alla luce della documentazione prodotta. Ha inoltre ritenuto indubbio che la madre fosse a carico del figlio residente in Italia. Infine, il Tribunale ha posto l’accento sulla condizione del figlio, titolare dello status di rifugiato, affermando che: “La direttiva UE 2011/95 (cd. direttiva qualifiche) esprime un maggior favore per il ricongiungimento familiare con i titolari di protezione internazionale, non solo attraverso l’ampliamento (facoltativo) delle figure familiari aventi diritto al ricongiungimento, ma soprattutto tramite un regime meno esigente per l’esercizio del diritto all’unità familiare. Inoltre, la direttiva 2003/86/CE sul ricongiungimento familiare, al considerando 8, stabilisce: “La situazione dei rifugiati richiede un’attenzione particolare (…) occorre prevedere condizioni più favorevoli per l’esercizio del loro diritto al ricongiungimento familiare”. È evidente, dunque, che nelle ipotesi di ricongiungimento familiare dei titolari di protezione internazionale tale attenzione sia giustificata anche dall’impossibilità (quantomeno giuridica) per questi ultimi di fare ritorno nel Paese di origine. Ne deriva la necessità di criteri meno stringenti per garantire l’effettiva tutela del diritto all’unità familiare, in un’ottica di collaborazione dell’amministrazione con il cittadino straniero. Pertanto, quanto dedotto e prodotto dalle parti supporta il requisito del fumus boni iuris, ossia la verosimile fondatezza della domanda, in particolare l’assenza di altri figli della richiedente in Marocco e, quindi, la sussistenza del diritto al rilascio del visto. Per quanto riguarda il requisito del periculum in mora, esso è ritenuto parimenti sussistente in ragione delle condizioni di salute della madre, documentate agli atti e già evidenziate nel precedente procedimento cautelare. Tribunale di Roma, ordinanza del 24 ottobre 2025 Si ringrazia l’Avv. Mariagrazia Stigliano per la segnalazione e il commento. * Consulta altre decisioni favorevoli a tutela del diritto all’unità familiare
Protezione speciale: una tutela che evita una compressione grave e irreversibile della vita privata e familiare
Sei decisioni del Tribunale di Genova che riconoscono la protezione speciale a richiedenti asilo provenienti da Bangladesh, Marocco e Pakistan, confermando un orientamento giurisprudenziale ormai cristallino: la tutela va garantita quando il rimpatrio comporterebbe una compressione grave e irreversibile della vita privata e familiare, alla luce dell’art. 8 CEDU e dell’art. 19, co. 1.1 TUI. Le decisioni sottolineano come, in tutti i casi, i ricorrenti abbiano costruito in Italia percorsi di integrazione lavorativa, sociale e linguistica solidi, spesso accompagnati da impegni formativi, contratti stabili e reti amicali o familiari. Si tratta di un progetto di vita e radicamento territoriale dopo esperienze di estrema vulnerabilità: anni di povertà e indebitamento nei Paesi di origine, detenzione e torture in Libia, naufragi, problemi di salute e cura affrontati in Italia. I giudici riconoscono che interrompere bruscamente questi percorsi costituirebbe, di per sé, una condizione degradante. Le sentenze richiamano anche le condizioni oggettive dei Paesi di provenienza: l’instabilità politica e la violenta repressione delle proteste in Bangladesh, l’invivibilità socio-economica e ambientale che caratterizza intere aree del paese, aggravata da eventi climatici estremi, erosione, inondazioni e insicurezza alimentare; le gravi violazioni dei diritti umani in Pakistan, soprattutto a danno delle minoranze religiose. In altri casi incide la mancanza di qualsiasi rete familiare nel Paese di origine dopo decenni trascorsi all’estero. La valutazione complessiva porta il Tribunale a ritenere che il rimpatrio forzato vanificherebbe percorsi di integrazione ormai sostanziali, creando un vulnus grave e attuale ai diritti fondamentali dei ricorrenti. Queste sei pronunce rafforzano ulteriormente il ruolo della protezione speciale come strumento imprescindibile per garantire continuità di vita, dignità e tutela effettiva per chi, in Italia, ha già costruito una parte significativa della propria esistenza. 1) Ricorrente del Bangladesh – Tribunale di Genova, decreto dell’1 agosto 2025 2) Ricorrente del Pakistan – Tribunale di Genova, decreto del 4 agosto 2025 3) Ricorrente del Bangladesh – Tribunale di Genova, decreto del 10 ottobre 2025 4) Ricorrente del Bangladesh – Tribunale di Genova, decreto del 14 ottobre 2025 5) Ricorrente del Marocco – Tribunale di Genova, sentenza del 21 ottobre 2025 6) Ricorrente del Bangladesh – Tribunale di Genova, decreto dell’11 novembre 2025 Si ringrazia l’Avv. Alessandra Ballerini per le segnalazioni.
Condizioni disumane di un attivista saharawi nella prigione di Kenitra
L’attivista saharawi Abdullah Lekhfaouni, membro del “gruppo di Gdeim Izik”, si trova in gravi condizioni umanitarie e sanitarie nella prigione centrale di Kenitra. Le denunce formali presentate da sua madre, Aliya Al-Radâa, indicano che Lekhfaouni è stato sistematicamente privato dei suoi diritti umani fondamentali. In lettere indirizzate al Procuratore del Re presso la Corte d’Appello di Rabat e al Delegato Generale dell’Amministrazione Penitenziaria, Al-Radâa ha descritto le condizioni atroci a cui è sottoposto suo figlio: è stato in sciopero della fame per 48 ore; poi è stato portato all’ospedale della prigione dove è stato lasciato per terra per 24 ore senza nemmeno una coperta, vicino a detenuti affetti da tubercolosi e con problemi mentali, esponendolo a gravi rischi. Non ha ricevuto assistenza medica ed è stato riportato in cella, in isolamento. Le denunce hanno inoltre sottolineato che in quella cella – infestata dai topi – il personale penitenziario ha ammanettato Lekhfaouni e gli ha bendato gli occhi; lo ha sottoposto a privazione prolungata del sonno, negandogli le telefonate per diversi giorni e confiscandogli la biancheria  e gli articoli di prima necessità. La denuncia, alla quale Equipe Media ha avuto accesso, afferma: “Il personale della prigione centrale di Kenitra ha proceduto a isolare Abdullah Lekhfaouni in una stanza piena di topi, con le mani legate e gli occhi bendati, privato di tutti i suoi legittimi diritti”. Equipe Media
Annullato il provvedimento della Questura che ha rigettato l’istanza del cittadino marocchino di riconoscimento della protezione speciale
Il Tribunale di Genova ha annullato il provvedimento del Questore che aveva negato il rilascio del permesso di soggiorno per casi speciali a un cittadino marocchino residente in Italia da oltre quattordici anni, affetto da una grave patologia psichiatrica e ormai pienamente integrato nel tessuto sociale e familiare italiano. “L’inserimento così documentato è la testimonianza di un percorso di integrazione tenacemente perseguito, che trova il suo culmine nella posizione lavorativa conseguita, la quale, deve ritenersi, si accompagna ad una serie di esperienze anche se non evidenti, ma comunque, inevitabilmente vissute e rilevanti, perché facenti parte della quotidianità”, scrive il giudice, riconoscendo il valore umano e sociale del percorso del ricorrente. Nel motivare la decisione, il Tribunale ha evidenziato come il richiedente, dopo un lungo periodo di fragilità psichiatrica, abbia saputo ricostruire la propria autonomia grazie al sostegno del Dipartimento di salute mentale e alla stabilità familiare, tutti regolarmente residenti in Italia. La documentazione sanitaria e lavorativa, valutata complessivamente, dimostra una condizione di vulnerabilità che rende sproporzionato e contrario ai principi costituzionali e convenzionali un suo rientro in Marocco, dove non dispone più di alcun sostegno familiare né di un sistema sanitario in grado di garantire la continuità delle cure. Ritenendo dunque sussistenti i requisiti di cui all’art. 19, comma 1.1, del D.lgs. 286/98, il giudice ha affermato che la vita privata e familiare del ricorrente, ormai pienamente radicata in Italia, merita protezione, anche in considerazione della lunga permanenza, del percorso riabilitativo e della stabile occupazione lavorativa. Il Tribunale, infine, “visto l’art. 32, terzo comma, del d.lgs. 25/2008, dichiara la sussistenza dei presupposti di cui all’art. 19, comma 1.1, terzo e quarto periodo, d.lgs. 286/98, applicabile ratione temporis, e conseguentemente dispone la trasmissione della presente sentenza al Questore di Savona per il rilascio del permesso di soggiorno per protezione speciale, ai sensi dell’art. 19 comma 1.2, primo periodo, TUI, convertibile alla scadenza in permesso di soggiorno per motivi di lavoro, in favore del richiedente”. Tribunale di Genova, sentenza del 21 ottobre 2025 Si ringrazia l’Avv. Alessandra Ballerini per la segnalazione. * Consulta altre decisioni relative al permesso di soggiorno per protezione speciale