I centri in Albania: uno spreco di soldi pubbliciUn dossier di 60 pagine è stato consegnato da ActionAid Italia alla Procura
regionale della Corte dei conti del Lazio il 29 ottobre, chiedendo di valutare
un possibile danno erariale legato al progetto dei centri di detenzione in
Albania. Contestualmente, un’altra segnalazione è stata inviata all’Autorità
Nazionale Anticorruzione: al centro, presunte irregolarità nell’appalto da 133
milioni di euro per la gestione delle strutture detentive.
Un esposto che prova a mettere ordine nel caos amministrativo che ha segnato
l’accordo tra Italia-Albania, definito una «deviazione di denaro pubblico verso
attività giudicate illegittime dai tribunali italiani ed europei», e che oggi
mostra i suoi conti: costi altissimi, strutture a mezzo servizio e norme piegate
per tenere in vita il protocollo conosciuto anche come Meloni-Rama.
Attraverso l’esposto l’organizzazione chiede di accertare: le responsabilità
amministrativo-contabili per violazioni delle norme sulla gestione delle risorse
pubbliche, la carenza di trasparenza negli affidamenti, l’utilizzo distorto di
fondi pubblici e, infine, quanto la spesa sia inefficiente e sproporzionata
rispetto ai risultati.
La richiesta alla Corte dei conti è di verificare se si sia configurato un danno
erariale. All’ANAC, invece, sono segnalate presunte irregolarità in un appalto
che, secondo ActionAid, avrebbe richiesto una procedura più trasparente e aperta
per la sua «rilevanza internazionale».
LA STORIA DEI CENTRI E I COSTI TRIPLICATI
La storia parte nel febbraio 2024: la legge che ratifica il Protocollo
Italia-Albania stanzia 39,2 milioni di euro per allestire i due centri di Gjadër
e Shëngjin. Passano dieci giorni e il Governo cambia rotta. Con il cosiddetto
Decreto PNRR 2 la competenza passa alla Difesa, gli stanziamenti salgono a 65
milioni e il Genio militare assume la regia dell’operazione.
Da allora – mostra la dettagliata ricostruzione di ActionAid – gli importi
lievitano: la Difesa bandisce gare per 82 milioni, firma contratti per oltre 74
milioni, quasi tutti con affidamenti diretti, ed eroga 61 milioni in soli
allestimenti.
«Soldi pubblici sottratti alla salute, alla giustizia, al welfare e persino ai
fondi per le emergenze» denuncia l’avvocato Antonello Ciervo, coordinatore del
team legale composto da Giulia Crescini, Gennaro Santoro e Francesco Romeo che
ha lavorato all’esposto. «Una distorsione ancora più grave, considerando
l’illegittimità del modello dei centri albanesi».
Mentre la macchina chiude contratti, i centri restano praticamente vuoti.
Il confronto con l’Italia è utile a capire lo spreco di denaro pubblico: a
Gjadër mantenere un posto per soli due mesi costa 1.500 euro, cioè quanto speso
in un anno nel centro di trattenimento per richiedenti asilo di Modica, che ha
ispirato la prima fase dell’esperimento albanese.
E l’esperimento siciliano, ricorda ActionAid, aveva già mostrato fallimenti
evidenti: «Nel 2023 a Modica non c’è stata alcuna convalida del trattenimento né
alcun rimpatrio; nel 2024, tra Modica e Porto Empedocle, appena il 3% delle
persone transitate è stato rimpatriato».
Nonostante ciò, il Governo prosegue. «L’ostinazione nel tenere in vita un
progetto inumano, inefficace e giuridicamente inconsistente» afferma Fabrizio
Coresi di ActionAid «ha generato una perdita per l’erario che non può essere
archiviata come un mero errore tecnico».
LA NUOVA FASE: PORTATI IN ALBANIA, POI DI NUOVO IN ITALIA
Da marzo 2025 si apre una fase della propaganda governativa: vengono trasferite
forzatamente in Albania persone già trattenute in un CPR italiano. Dal punto di
vista dell’impatto mediatico si vuole ricreare l’effetto violento delle
deportazioni di Trump. Per quanto riguarda le spese i viaggi sono doppi e i
costi raddoppiano.
A fine 2024 il prezzo giornaliero per detenuto del CPR di Gjader è quasi tre
volte quello di una struttura detentiva italiana, mentre il 20% dei posti nei
CPR italiani resta inutilizzato.
Il “passaggio aggiuntivo” si traduce in un’esplosione di spese accessorie:
missioni, logistica, straordinari. Solo per il vitto e l’alloggio delle forze
dell’ordine, tra ottobre e dicembre 2024, l’Italia ha speso 105.616 euro al
giorno, contro i 5.884 euro del CPR di Macomer. «Diciotto volte di più» calcola
ActionAid. «Ventotto volte rispetto a Palazzo San Gervasio».
Nel frattempo il penitenziario all’interno del centro di Gjader, mai utilizzato,
è stato finanziato dal Ministero della Giustizia con quasi 2 milioni di euro. Il
Ministero della Salute ha speso 1,2 milioni e autorizzato altri 4,8, ma gli
uffici sanitari in Albania – l’Usmaf – risultano «deserti da marzo 2025». La
cosiddetta “commissione vulnerabilità”, prevista per valutare i casi fragili, si
riunisce solo da remoto e solo «in presenza di evidenze oggettive». Il diritto
alla salute, denuncia l’organizzazione, «non è garantito nei fatti».
La ricostruzione del rapporto “Il costo dell’eccezione. I centri in Albania” –
primo focus del nuovo progetto Trattenuti, realizzato con l’Università di Bari 1
– mostra una contabilità sparsa tra decine di uffici, gare non coordinate,
decreti ministeriali non pubblicati e continui cambi di competenza.
Al centro c’è una domanda semplice: come vengono utilizzati i soldi pubblici?
Secondo l’organizzazione, manca «una guida centrale nella gestione della spesa
pubblica». Fondi pensati per emergenze o finalità diverse vengono spostati su un
progetto più volte giudicato non conforme al diritto.
A riprova, nel fondo predisposto dal Ministero dell’Interno rimangono
disponibili quasi 300 milioni di euro tra il 2024 e il 2026: risorse destinate
non solo all’Albania ma anche a CPR, CAS e cooperazione migratoria, confluite in
un contenitore ampliato strada facendo.
Le pronunce dei tribunali italiani e della Corte di giustizia UE, insieme alla
recente decisione del Consiglio di Stato sulla tutela della salute nei CPR,
tracciano un quadro che ActionAid definisce «incompatibile con il diritto».
Alla fine, quello che il governo si ostina a chiamare “modello Albania” si
rivela per quello che è: un’operazione costosa che ha sottratto fondi da diversi
ministeri (salute, istruzione, università) e, soprattutto, ha portato avanti
l’idea che i diritti fondamentali delle persone migranti non siano nemmeno
l’ultimo pensiero dell’ingranaggio.
«Un progetto tenuto in vita a ogni costo, anche quando fatti, numeri e giudici
dicevano il contrario. In questo quadro, non abbiamo fatto altro che seguire il
denaro, come ha detto di fare la stessa presidente Giorgia Meloni lo scorso 23
giugno alla camera nel contrasto all’immigrazione irregolare. Farlo ci ha
portato proprio al governo e a politiche inumane, estremamente critiche da un
punto di vista legale e completamente irrazionali da un punto di vista
economico, con costi esorbitanti e ingiustificabili. Non si tratta solo di un
uso spregiudicato delle risorse: è la duplicazione deliberata e cinica di un
sistema inutile, inumano, oscuro e costoso», concludono gli autori del rapporto.
Con il paradosso che più si vìolano i loro diritti, più il costo aumenta. E la
nostra consapevolezza che il prezzo più alto, prima di tutto, lo pagano sempre
le persone ingiustamente recluse, alle quali il micidiale sistema della
detenzione amministrativa vuole negare tutto, perfino il diritto a essere
trattate come esseri umani.
1. Scarica il rapporto completo ↩︎