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Accedere ai centri in Albania è un diritto: ASGI vince il ricorso
Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio ha sancito il diritto dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) e della società civile di accedere alle strutture di trattenimento realizzate in Albania, a Gjadër e Shëngjin, nell’ambito del Protocollo Italia-Albania ratificato con la legge n. 14/2024. Una vittoria che arriva dopo il diniego opposto dalla Prefettura, che aveva giustificato il rifiuto con una motivazione alquanto discutibile: « (…) l’attuale clamore mediatico che coinvolge i centri di permanenza per il rimpatrio sconsiglia, al momento, l’ingresso nei suddetti centri, onde evitare rischi sotto il profilo dell’ordine e della sicurezza pubblica». Una motivazione che il TAR ha smontato pezzo per pezzo. I giudici hanno ribadito la piena legittimazione statutaria di ASGI ad accedere ai luoghi di privazione della libertà e hanno scritto che l’accesso può essere differito, ma non impedito, e solo in presenza di rischi «concreti e specificamente motivati» per l’ordine e la sicurezza pubblica. Rischi che, sottolinea la sentenza, «non possono sussistere a tempo indefinito». Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA CENTRI IN ALBANIA, BRUSCA ACCELERATA DEL GOVERNO. È IL MOMENTO DI UNA RISPOSTA ALL’ALTEZZA 90 presenze e intensificazione dei trasferimenti: il “modello Albania” cambia scala. La finestra per fermare la normalizzazione è ora Francesco Ferri 26 Febbraio 2026 «Le contingenze politiche attuali non possono costituire un ostacolo al controllo democratico della società civile sui luoghi di trattenimento dei cittadini stranieri», scrive ASGI, che richiama una consolidata giurisprudenza amministrativa di diversi TAR costruita negli ultimi anni proprio attorno al diritto di accesso ai CPR, ma che trova ancora ostacoli e impedimenti illegittimi delle Prefetture. La sentenza porta con sé anche un’apertura ulteriore: i centri di trattenimento devono essere accessibili non solo agli enti associativi, ma anche a «soggetti diversi» che ne facciano «motivata richiesta». La pronuncia, sottolinea infine ASGI, ha il pregio di affermare l’accessibilità dei centri di trattenimento a soggetti anche diversi dagli enti associativi, che ne facciano motivata richiesta, un principio che assume oggi un’importanza cruciale alla luce dell’entrata in vigore del nuovo Patto europeo su asilo e immigrazione nel giugno 2026, che annuncia il ricorso sistematico al trattenimento e al confinamento dei cittadini migranti.  In questo scenario, la possibilità per la società civile di varcare i cancelli di strutture detentive come quella di Gjadër e degli altri CPR non è un dettaglio procedurale di poco conto. Per le persone trattenute, spesso prive di riferimenti, e soprattutto a cui sono negate le più elementari tutele, può rappresentare l’unica concreta occasione per accedere a una difesa legale. Inoltre, tale azione può far emergere prassi illegittime dei trasferimenti, nonché raccogliere testimonianze e documentare le condizioni del trattenimento. T.A.R. per il Lazio, sentenza del 17 febbraio 2026
Nuova richiesta di aiuto dal CPR di Macomer
A pochi giorni dall’ultima denuncia sulla quotidiana violenza e le condizioni disumane nel CPR di Macomer, arriva un nuovo allarme dai detenuti. Notizie/CPR, Hotspot, CPA «QUI OGNI GIORNO LA GENTE VUOLE SUICIDARSI» Il grido degli internati del CPR sardo di Macomer Redazione 10 Marzo 2026 In un messaggio diffuso dall’Assemblea No CPR Macomer e LasciateCIEntrare le persone trattenute raccontano una situazione critica: «È scoppiato un incendio nel centro e la situazione è molto caotica. Tra i detenuti c’è molta paura e preoccupazione per la nostra sicurezza e per la nostra vita. Non abbiamo informazioni chiare e temiamo che la situazione possa peggiorare». Secondo quanto riportato, il blocco coinvolto nell’incendio è stato di nuovo reso operativo, e i detenuti denunciano di essere stati riportati in un’area che risulta bruciata. L’allarme non riguarda solo la sicurezza immediata: è anche un richiamo urgente a verificare le condizioni igieniche, sanitarie e psicologiche di tutti gli internati. «Vi chiediamo con urgenza di intervenire, di monitorare quello che sta succedendo qui e di assicurarvi che tutti i detenuti siano al sicuro. Abbiamo bisogno del vostro sostegno e che la nostra voce arrivi alle autorità e ai media». Il nuovo messaggio conferma e amplifica le denunce precedenti: cibo insufficiente, assenza di assistenza medica, violenza psicologica e isolamento. La ripetuta esposizione a situazioni di pericolo e la gestione approssimativa del CPR mostrano ancora una volta la crudeltà intrinseca del sistema di detenzione amministrativa. > «Per favore non ignorate questo messaggio. La situazione è pericolosa e > abbiamo bisogno di aiuto.» Le voci che arrivano dall’interno sono un grido diretto di sopravvivenza e dignità, e meritano di essere ascoltate fino a quando tutti i CPR non saranno definitivamente chiusi.
Simo Said: morto a 26 anni nel buco nero dei CPR
Simo Said è nato in Marocco il 16 giugno del 2000 ed è morto in Italia, nel Centro di Permanenza per i Rimpatri di Bari Palese l’11 febbraio del 2026. Simo Said Non aveva ancora compiuto 26 anni quando la sua vita si è spenta. Ora la moglie e il figlio chiedono di sapere cosa è accaduto quel maledetto giorno nel Centro di Bari. Ufficialmente il giovane marocchino è deceduto a causa di un arresto cardiocircolatorio. Una formula medica che poco e niente ci dice sulle reali cause del decesso. Alcuni chiarimenti probabilmente arriveranno dai risultati dell’autopsia e dell’esame tossicologico, forse, anche l’incidente probatorio previsto per il 19 marzo aiuterà a fissare alcuni punti fermi. Ma la strada per arrivare alla verità è ancora lunga e tortuosa. Non sarà facile infatti superare il muro di gomma e di silenzio che da subito si è alzato sulla vicenda. Un muro creato da chi ha tutto l’interesse a celare la verità di quanto accaduto e a liquidare l’intera vicenda come un semplice incidente. Ciò non di meno è necessario lottare per la verità e per dare risposte a chi oggi piange la morte di un marito e di un padre. Notizie/CPR, Hotspot, CPA CPR: SI CONTINUA A MORIRE A Bari un’altra vittima; a Torino arriva una condanna per il caso Balde, mentre il governo prosegue la stretta repressiva Redazione 12 Febbraio 2026 Ma quanto accaduto nel Centro di Permanenza di Bari, la tragica morte di Simo Said a soli ventisei anni, deve rappresentare anche un momento di riflessione su questioni che possono apparire distanti e distinte, ma che non lo sono. PERCHÉ LA MORTE DI SIMO SAID NON HA DESTATO LA DOVUTA INDIGNAZIONE? La tragica fine di Simo Said, non ha avuto le prime pagine dei giornali e non ha destato clamore mediatico. Non è argomento su cui la politica e l’opinione pubblica nazionale hanno interesse a concentrarsi e confrontarsi. D’altra parte le sorti di chi viene catapultato nell’abisso dei CPR italiani interessano solamente quando sono funzionali a certa propaganda. Eppure, ogni singolo trattenuto che varca i cancelli di un CPR, non è soltanto un numero da statistica ma una persona in carne ed ossa con una storia, fatta di alti e di bassi, fatta anche di errori, ma questi errori non cancellano il fatto che si tratta pur sempre di esseri umani. Presidio del 20 febbraio davanti al CPR di Bari Palese Veramente siamo così indifferenti alle vicende che riguardano gli stranieri che muoiono nei CPR? È talmente diffusa l’indifferenza verso le sorti di chi viene ristretto in un CPR da non interessarci nulla di quanto accade dentro queste strutture? Il singolo cittadino, proprio come le istituzioni, sono diventate completamente disinteressate alla vita umana da accettare come normale la morte di un ragazzo di 26 anni. Rapporti e dossier/CPR, Hotspot, CPA REPORT SULL’ACCESSO ISPETTIVO AL CPR DI BARI-PALESE DEL 13 FEBBRAIO 2026 A cura dell'on. Rachele Scarpa 23 Febbraio 2026 PERCHÉ INVECE LA MORTE DI SIMO SAID MERITA ATTENZIONE? Innanzitutto Simo Said non è il primo ragazzo che muore in un CPR durante la detenzione amministrativa. Questo dato dovrebbe iniziare a farci riflettere e dovrebbe spingere le istituzioni a domandarsi come mai questo è possibile. Persone che vengono trattenute in strutture create per una permanenza temporanea in vista della concreta esecuzioni dell’espulsione, non solo trascorrono il loro periodo di detenzione senza poi mai essere rimpatriate, ma spesso, troppo spesso, finiscono per terminare questa “esperienza” drammaticamente. Se poi aggiungiamo ai decessi avvenuti nei CPR, i numeri dei tanti soggetti fragili che in questi Centri vedono peggiorare le loro condizioni, allora abbiamo un quadro più onesto e completo della situazione. Un quadro che dovrebbe essere di aiuto per una seria riflessione sul fenomeno della detenzione amministrativa. LA MORTE DI SIMO SAID E, IN GENERALE, LA SOFFERENZA CHE RISERVIAMO A MOLTISSIMI STRANIERI IRREGOLARI, POTEVA E PUÒ ESSERE EVITATA? La morte di Simo Said era evitabile per tante ragioni. In primo luogo, perché il numero di rimpatri di cittadini marocchini eseguiti negli ultimi anni è talmente basso da non giustificarne il trattenimento nei CPR. Si tratta di un dato da cui non si può continuare a scappare. Continuiamo infatti a riempire i Centri di tutta Italia di cittadini che non verranno mai rimpatriati e lo facciamo consapevolmente. Lo sa benissimo il Ministro Piantedosi, lo sanno i prefetti e i questori, lo sanno i giudici che continuano a convalidare richieste di trattenimento che hanno solamente uno scopo punitivo ma che non porteranno mai al rimpatrio. Facciamo tutto questo solamente per perseguire un fine politico e propagandistico che non è giustificato e giustificabile. Non è una critica dettata dal buonismo, ma una semplice analisi dei numeri e della realtà. Riempire i Centri di permanenza di persone che non vengono poi espulse, significa avere delle ricadute sociali ed economiche drammatiche per il nostro Paese. Innanzitutto si peggiora la situazione di chi viene sottoposto al trattenimento. Si peggiora lo stato di salute di queste persone, vengono spezzati legami familiari e lavorativi, si crea maggiore marginalizzazione. Insomma, chi esce da un CPR dopo un inutile periodo di trattenimento, ne esce più debole, più fragile, più indifeso. In secondo luogo, le spese che lo Stato affronta per mantenere in piedi questo sistema sono abnormi e potrebbero essere utilizzate decisamente meglio, per politiche migratorie diverse, più umane, più efficaci. CHI È COLPEVOLE PER LA MORTE DI SIMO SAID? L’idea che la morte di Simo Said (ma non solo la sua) sia da addebitare ad un unico soggetto, non farebbe giustizia per quanto accaduto. Ad essere messo sul banco degli accusati infatti deve essere un intero sistema fatto di connivenze, di cattiva amministrazione, di disprezzo per le regole. La morte di Simo è, dunque, il risultato di una responsabilità diffusa. Perché, se è vero che le responsabilità penali che dovranno essere accertate dal Tribunale di Bari sono personali, è altrettanto vero che esiste anche una responsabilità morale che riguarda una pluralità di soggetti. Attori coinvolti a vario titolo nel sistema CPR che non possono continuare a rimanere immuni da critiche. Simo Said è, allora, il simbolo di una battaglia contro lo scellerato sistema della detenzione amministrativa, anche per una stranissima coincidenza temporale. Tornano in questa vicenda questioni mai risolte che riguardano le carenze strutturali dei CPR italiani. La precarietà dell’assistenza sanitaria, la privatizzazione della gestione di queste strutture, l’abuso di psicofarmaci che viene fatto all’interno dei Centri. Queste, insieme ad altre importanti questioni, sono state ampiamente denunciate negli anni da più parti, ma senza ottenere interventi e soluzioni. QUELLA STRANA COINCIDENZA Nelle stesse ore in cui si consumava la tragedia nel CPR di Bari, nei media italiani rimbalzava la notizia delle perquisizioni a Ravenna nei confronti di alcuni medici colpevoli di non aver concesso l’idoneità al trattenimento per alcuni stranieri. Medici colpevoli di aver “disobbedito” alla Questura. Medici colpevoli di aver fatto valere le loro prerogative e di aver messo al primo posto la salute del paziente. Quanto accaduto a Ravenna è strettamente collegato a quanto accaduto a Bari. Notizie/CPR, Hotspot, CPA MEDICI INDAGATI A RAVENNA, CHIESTA LA SOSPENSIONE Per la Rete Mai più lager - No ai CPR: «Un attacco che rischia di incidere sull’autonomia professionale dei medici» Redazione 7 Marzo 2026 Esiste una connessione tra le due vicende. Solamente se medici e giudici decidono di abdicare alle loro prerogative e alle loro funzioni per allinearsi al volere dell’autorità, è possibile riempire i Centri di Permanenza di soggetti fragili, di persone affette da malattie psichiche e fisiche. Soltanto ignorando principi cardine del nostro sistema politico, sociale e giuridico, si può consentire al disgustoso sistema della detenzione amministrativa di funzionare. Sempre più spesso i CPR si riempiono di persone fragili e malate che vedono peggiorare la loro condizione a causa della precarietà dei servizi di assistenza sanitaria offerti all’interno di queste strutture di detenzione. Nel buco nero dei CPR finiscono persone malate che non ricevono adeguata cura e assistenza, persone che non resistono e vengono schiacciate come è successo a Simo Said e, ancora prima, a Oussama Darkaoui. Assistiamo allora al tentativo di mettere sotto accusa i medici di Ravenna, perché senza la connivenza dei medici, i cancelli dei CPR non potrebbero mai aprirsi per tantissimi stranieri che, pur presentando malattie e fragilità, incompatibili con lo stato di detenzione, vengono spediti in buchi neri in cui manca tutto. Ad essere denunciati invero dovrebbero essere non i medici che fanno il loro dovere, ma tutti quei medici che si limitano a firmare un pezzo di carta senza verificare la reale condizione di salute della persona che ha davanti. Medici che ignorano il giuramento fatto e che non onorano il codice deontologico. Medici che consentono che nel buco nero dei CPR finiscano, ad esempio, persone con “cardiopatia ischemica post infartuale”, o persone con “disturbo della personalità NAS – con tratti antisociali e paranoidi”. Persone insomma che avrebbero bisogno di ben altri percorsi di assistenza. Lo stesso discorso vale per i tanti giudici che pensano che il problema della salute delle persone sulle quali sono chiamati a decidere sia un fronzolo. Giudici che non considerano importante la certificazione medica, giudici che ritengono il trattenimento amministrativo una misura ordinaria da applicare regolarmente ed indiscriminatamente. Giudici che restringono paurosamente le garanzie dei trattenuti e i diritti di difesa. Giudici che in un CPR non sono mai entrati e che non conoscono le condizioni reali in cui mandano a vivere le persone per le quali convalidano o prorogano il trattenimento. Oggi più che mai, torna di attualità una frase del filosofo Vladimir Jankelevitch che parafrasando il Vangelo dice “Padre, non li perdonare, perché sanno quello che fanno”. Non può esserci perdono quando il male viene compiuto consapevolmente e senza alcun pentimento.
«Qui ogni giorno la gente vuole suicidarsi»
> «Siamo 20 persone e siamo nella peggiore condizione perché il trattamento qui > è pessimo. Per favore, aiutateci. Non possiamo sopportare qui: ogni giorno la > gente vuole suicidarsi». Così inizia la denuncia contenuta in un comunicato stampa firmato da Assemblea No CPR Macomer e LasciateCIEntrare, che riporta le testimonianze di 16 internati del CPR di Macomer. Le parole raccontano una realtà di sofferenza estrema e rappresentano un grido d’aiuto rivolto alla società tutta: «Oggi sembra un anno [i giorni scorrono tanto lenti da sembrare lunghi come un anno]. Anche il nostro stato psicologico è pessimo. Anche il cibo non è buono e qui non tutto è buono, ci sono otto persone gravemente malate e non c’è personale medico. Hanno bisogno di cure il prima possibile. C’è molto razzismo: persone che non hanno fatto nulla di male sono qui nelle loro condizioni peggiori. Sono state portate qui direttamente dal mare. Non hanno fatto nulla di male. Non c’è personale medico, c’è molto razzismo. Vogliamo cambiare questo centro. Vogliamo andare in un altro centro. Per favore e grazie mille». Il comunicato denuncia condizioni gravissime: cibo insufficiente, tutela sanitaria e giuridica carente, deprivazione, disorientamento e disperazione fino all’autolesionismo. Alcune delle otto persone in condizione medica urgente potrebbero mostrare segni di autolesionismo o patologie trascurate, probabilmente aggravate dalle pratiche del centro. Notizie/CPR, Hotspot, CPA DA MACOMER A PALAZZO SAN GERVASIO, PASSANDO PER BARI: IL FILO AUTORITARIO DEI CPR Intanto a Bologna si rilancia la mobilitazione contro nuovi centri Redazione 18 Febbraio 2026 Emergono anche gravi criticità nella gestione: persone trattenute senza diritto, ostacolo agli accertamenti medici e informazioni carenti sullo status giuridico degli internati. Come scrivono gli stessi detenuti: «Vogliamo andare in un altro centro», «Vogliamo cambiare questo centro», frasi che tradiscono l’inconsapevolezza della propria condizione, amplificata dal pressappochismo dei gestori e delle forze dell’ordine. Le testimonianze raccolte dalle organizzazioni firmatarie confermano un contesto di privazione dei diritti, violenza e indifferenza. Recentemente, un giovane tunisino ha ingerito delle batterie ed è stato trasportato al Pronto Soccorso. Lunedì scorso, gli avvocati che dovevano incontrare gli internati hanno visto le visite improvvisamente annullate a causa di “problemi” con due persone trattenute. Le condizioni sanitarie sono drammatiche: da settimane mancano cerotti, garze, bende e disinfettanti. Un internato ha raccontato di essere stato medicato con acqua e nastro isolante dopo un infortunio alla mano. Il personale infermieristico è sottoposto a turni massacranti, spesso saltando quelli di assistenza, con stipendi arretrati fino a due mesi. Il medico del CPR si presenta solo mezz’ora al giorno e la psicologa non effettua colloqui. Contattare la direttrice per far valere i propri diritti risulta estremamente difficile. In un contesto segnato da indifferenza, insulti razzisti e stereotipi che dipingono i reclusi come criminali pericolosi, il comunicato offre una testimonianza diretta di violenza psicologica sistematica. Persone trattenute senza aver commesso alcun reato reclamano il diritto alla propria umanità, chiedendo di essere ascoltate. Le organizzazioni firmatarie concludono con un appello chiaro: «Tutti i CPR devono essere chiusi! Cominciamo da Macomer».
Medici indagati a Ravenna, chiesta la sospensione
Nuovo capitolo nella vicenda giudiziaria e nella propaganda mediatica che coinvolge alcuni medici di Ravenna finiti sotto indagine per non aver certificato l’idoneità sanitaria al trattenimento di alcune persone straniere destinate ai Centri di Permanenza per il rimpatrio (CPR). Secondo quanto emerso negli ultimi giorni dalla stampa, oltre alle indagini e alle perquisizioni già rese note, la procura avrebbe chiesto anche la sospensione cautelare dall’esercizio della professione per un anno nei confronti dei sanitari coinvolti. La misura interdittiva, che si aggiungerebbe agli accertamenti investigativi già in corso – comprese intercettazioni ambientali date in pasto ai media – riguarda l’attività di quei medici che avevano certificato l’incompatibilità delle persone di essere trattenute nei CPR. La vicenda, fin dal primo momento, ha suscitato la reazione di associazioni e realtà che si occupano di diritti delle persone migranti e di salute nei contesti di frontiera, con una raccolta firme online tuttora in corso (“La cura non è reato”) e con un partecipato presidio-flash mob che si era svolto il 16 febbraio davanti all’ospedale Santa Maria delle Croci. Notizie/CPR, Hotspot, CPA MEDICI SOTTO INDAGINE A RAVENNA PER LE NON IDONEITÀ AI CPR. L’APPELLO: «LA CURA NON È UN REATO» In corso un attacco all'autonomia medica, la risposta degli Ordini dei Medici e della Fnomceo Redazione 14 Febbraio 2026 In un comunicato diffuso giovedì, la Rete Mai più lager – No ai CPR evidenzia come questa nuova “caccia alle streghe” rischia nella realtà di incidere sull’autonomia professionale dei medici. Secondo la Rete, i provvedimenti richiesti dalla magistratura rischiano di avere effetti che vanno oltre la singola indagine. «Se la libera valutazione clinica della compatibilità con la detenzione amministrativa diventa oggetto non solo di indagini, ma anche di pesanti provvedimenti cautelari interdittivi», si legge nel comunicato, «ciò determina inevitabilmente un fortissimo condizionamento che rischia di compromettere l’indipendenza di chi opera in quei contesti». L’allarme riguarda soprattutto il clima che potrebbe crearsi tra i professionisti chiamati a valutare le condizioni di salute delle persone destinate alla detenzione amministrativa. «Il rischio è che il timore di ingiuste conseguenze personali e professionali finisca per condizionare l’autonomia diagnostica», scrive la rete, sottolineando che «il medico risponde solo alla coscienza e alla salute del paziente». Nel testo si richiama anche la campagna per fare luce sulle condizioni della detenzione amministrativa nei CPR, promossa negli ultimi anni da associazioni e operatori sanitari che lavorano nei contesti migratori. Il punto centrale, spiegano, è che certificare l’incompatibilità con la detenzione amministrativa è un atto clinico e non politico. Del resto, è lo stesso governo che con la circolare del 20 gennaio 2026 del Ministero dell’Interno spinge affinché la visita medica di idoneità venga effettuata solo dopo l’ingresso della persona nel CPR. Comunicati stampa e appelli/CPR, Hotspot, CPA LA SALUTE NON È UNA VARIABILE DELL’ORDINE PUBBLICO Appello dei professionisti della salute per la tutela delle persone migranti, in risposta alla Circolare del Ministero dell’Interno del 20/01/2026 28 Gennaio 2026 «Sospendere un medico dalla professione perché ha rilevato l’incompatibilità di una persona con la detenzione amministrativa è un paradosso pericoloso quanto illegittimo», afferma la Rete. «Non si può “sospendere” la tutela della salute in nome di una gestione securitaria delle frontiere». Secondo gli attivisti e i professionisti coinvolti nella campagna, provvedimenti di questo tipo rischiano di produrre un effetto di medicina difensiva nei luoghi più delicati del sistema migratorio. «Questi provvedimenti finiscono per creare un clima di paura, spingendo i clinici verso una medicina difensiva che ignora la sofferenza e la cura della persona». La presa di posizione collega inoltre la vicenda di Ravenna a una critica più ampia del sistema dei CPR. «La detenzione amministrativa è intrinsecamente patogena», afferma il comunicato, in quanto l’isolamento, l’incertezza e la privazione della libertà senza reato «producono attivamente malattia mentale e fisica». Un giudizio che trova riscontro anche in studi e posizioni istituzionali. Viene citato anche il recente materiale informativo diffuso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e alcune pronunce del Consiglio di Stato che hanno messo in discussione l’adeguatezza delle condizioni sanitarie nei centri. Per questo, sostiene la Rete, quando un medico certifica l’incompatibilità con la detenzione «non sta compiendo un atto ideologico», ma «una diagnosi basata su evidenze scientifiche». «La tutela della vita e della dignità umana non può essere messa sotto inchiesta», conclude la Rete Mai più lager – No ai CPR, avvertendo che la posta in gioco va oltre il singolo procedimento giudiziario: «Se certificare la verità clinica diventa un rischio professionale, è l’intera tenuta democratica del nostro sistema sanitario a essere in pericolo».
Il diritto UE oltre i confini: analisi delle implicazioni extraterritoriali del Protocollo Italia-Albania
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Utrecht University Faculty of law economics and governance LL.M. European law EU LAW BEYOND BORDERS: EXPLORING THE EXTRATERRITORIAL. IMPLICATIONS OF THE ITALY-ALBANIA PROTOCOL Tesi di Isabella Orsi (2024/2025) Scarica l’elaborato (ENG) INTRODUZIONE Le questioni giuridiche più controverse connesse al Protocollo Italia-Albania sono emerse in modo particolarmente evidente a seguito della sentenza “CV vs Ministerstvo vnitra”(C-406/22) della Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE). In tale pronuncia, la Corte ha chiarito che la qualificazione di un Paese come “Paese di origine sicuro” richiede una valutazione complessiva della situazione generale, e non può essere limitata a specifiche categorie di persone o circostanze particolari. L’impatto della decisione si è riflesso immediatamente nella fase iniziale di attuazione del Protocollo. Tra ottobre e novembre 2024, diversi tribunali italiani hanno rifiutato di convalidare gli ordini di trattenimento disposti nei centri situati in Albania, ritenendo che Egitto e Bangladesh, inclusi dal governo italiano nell’elenco dei Paesi di origine sicuri, non soddisfacessero gli standard delineati dalla CGUE, anche alla luce delle pratiche repressive documentate nei confronti di minoranze e oppositori politici. Da tali decisioni sono scaturiti vari rinvii pregiudiziali alla CGUE da parte dei tribunali di Roma, Firenze, Bologna e Palermo, confluiti nei procedimenti riuniti “Alace” (C-758/24) e “Canpelli” (C-759/24). Al di là del profilo relativo al concetto di “Paese di origine sicuro”, i casi sollevano una questione di carattere sistemico: l’applicabilità del diritto dell’Unione europea a procedure svolte nel territorio di un Paese terzo. La legge italiana di ratifica del Protocollo non chiarisce in modo espresso secondo quali modalità le direttive europee, concepite per operare entro l’ambito territoriale dell’Unione, possano disciplinare procedure condotte in Albania. Il generico riferimento alla loro applicazione “in quanto compatibili” non appare sufficiente a risolvere i dubbi interpretativi. Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA/Papers CENTRI IN ALBANIA, BRUSCA ACCELERATA DEL GOVERNO. È IL MOMENTO DI UNA RISPOSTA ALL’ALTEZZA 90 presenze e intensificazione dei trasferimenti: il “modello Albania” cambia scala. La finestra per fermare la normalizzazione è ora Francesco Ferri 26 Febbraio 2026 Finora, i giudici italiani non hanno affrontato in modo diretto la questione dell’estensione territoriale dell’applicabilità diritto dell’Unione. Il Tribunale di Roma, chiamato a pronunciarsi sui primi trattenimenti, ha disapplicato la normativa nazionale di recepimento della Direttiva Procedure (2013/32/UE) e ha sollevato rinvio pregiudiziale, concentrando tuttavia l’analisi sul solo tema del Paese di origine sicuro. Tale impostazione presuppone implicitamente l’applicabilità del diritto UE alle procedure svolte in Albania, senza interrogarsi in modo esplicito sul fondamento giuridico di tale estensione. Ne deriva il rischio di lasciare irrisolta una questione preliminare che incide non solo sulla legittimità del Protocollo, ma più in generale sul rapporto tra ordinamenti e sulla struttura del sistema europeo comune di asilo. In questa prospettiva, assume rilievo anche la scelta del legislatore italiano di attribuire rango primario alla lista dei Paesi di origine sicuri. Tale opzione sembra orientata a ridurre gli spazi di contestazione fondati sul diritto dell’Unione, pur senza sottrarre formalmente la normativa al principio del primato del diritto dell’Unione. L’esito dei rinvii pregiudiziali potrà incidere in modo significativo non solo sul futuro del Protocollo, ma anche sull’evoluzione delle politiche migratorie europee, specie alla luce del nuovo Regolamento (UE) 2024/1348, che introduce eccezioni non previste dalla Direttiva Procedure, ancora applicabile ai procedimenti pendenti. Nel tentativo di superare lo stallo determinato dal contenzioso, il governo italiano ha adottato il Decreto-Legge n. 37/2025 1, trasformando i centri albanesi in Centri di Permanenza per il Rimpatrio. Tuttavia, il 29 maggio 2025 la Corte di cassazione ha sollevato ulteriori rinvii pregiudiziali, in apparente discontinuità rispetto a una precedente decisione dell’8 maggio che qualificava tali centri come estensioni del territorio italiano. Tale evoluzione conferma il persistente grado di incertezza giuridica che caratterizza la vicenda. Alla luce delle interazioni tra diritto nazionale, diritto dell’Unione e forme di cooperazione bilaterale con Paesi terzi come quella oggetto di analisi, la ricerca di questa tesi si propone di rispondere alla seguente domanda: “In che misura il diritto di asilo dell’Unione Europea può applicarsi a procedure svolte in un Paese terzo e quali sono le implicazioni giuridiche derivanti dal suo utilizzo quale quadro normativo per modelli di asilo extraterritoriale, con particolare riferimento al Protocollo Italia – Albania?” L’analisi si articola in tre capitoli. Il primo ricostruisce le condizioni in cui il diritto dell’Unione può trovare applicazione in contesti extraterritoriali, esaminando i presupposti teorici e i limiti sistemici. Il secondo valuta la compatibilità della procedura accelerata di frontiera, fondata sul concetto di Paese di origine sicuro, con il diritto UE e con l’ordinamento italiano. Il terzo esamina le implicazioni giuridiche e istituzionali dell’utilizzo del diritto dell’Unione quale base per procedure extraterritoriali, con particolare attenzione ai rinvii pregiudiziali pendenti fino a giugno 2024 e ai possibili sviluppi della giurisprudenza della CGUE successivi a tale periodo. La ricerca, pertanto, si concentra sui procedimenti noti entro quella data e non considera le pronunce emesse successivamente. In tal modo, la tesi intende contribuire al dibattito sul ruolo del diritto dell’Unione nella progressiva esternalizzazione delle politiche migratorie e sulla compatibilità di tali modelli con l’architettura del sistema europeo comune di asilo. 1. Decreto legge 37/2025: un laboratorio autoritario delle politiche migratorie – Asgi (aprile 2025) ↩︎
Una nuova pronuncia in difesa di Mohamed Shahin
Il 23 gennaio scorso la vicenda che vede coinvolto l’imam di Torino Mohamed Shahin ha visto un nuovo sviluppo significativo: la Corte d’Appello ha rifiutato la richiesta di espulsione ribadendo l’assenza di “concreti elementi per ritenere realmente sussistente la situazione di pericolosità, esposta nel provvedimento di trattenimento del questore, e quindi l’adeguatezza del trattenimento” 1. Come mettevamo in evidenza nell’articolo datato 16 dicembre 2026, la vicenda si è trovata a lungo al centro del dibattito pubblico. Giurisprudenza italiana/Notizie/CPR, Hotspot, CPA MOHAMED SHAHIN LIBERO: SMONTATA LA TESI DEL VIMINALE SULLA “PERICOLOSITÀ SOCIALE” Corte d'Appello di Torino, ordinanza del 15 dicembre 2025 Redazione 16 Dicembre 2025 Mohamed Mahmoud Ebrahim Shahin è un cittadino egiziano residente in Italia da oltre vent’anni e titolare di un permesso di soggiorno di lungo periodo, nonché imam della moschea Al Omar Ibn Al Khattab di Torino. Da sempre impegnato per l’impegno nel dialogo inter-religioso, da oltre due anni aveva preso parte in prima persona alle mobilitazioni in sostegno al popolo palestinese. La sua partecipazione a un blocco stradale durante una manifestazione a sostegno della Palestina in data 9 ottobre, infatti, era stato il presupposto per la richiesta della deputata Augusta Montaruli, Fratelli d’Italia, di espulsione di Shahin, facendo riferimento ad alcune frasi pronunciate pubblicamente durante un’iniziativa di denuncia del genocidio in corso in Palestina. Le frasi in questione, però, erano già state archiviate dalla procura lo scorso 16 ottobre con il fascicolo originato da una segnalazione della Digos, dal momento che i PM non avevano trovato elementi sufficienti a ipotizzare una violazione del codice penale, e quindi gli estremi di reato, né un’istigazione a delinquere. Nonostante questa evidenza, il decreto di espulsione ha raggiunto Mohamed Shahin in data 24 novembre, quando il cittadino è stato condotto in Questura e ha visto revocato il suo permesso di soggiorno di lunga durata. In quest’occasione, è stato notificato un decreto di espulsione dall’Italia giustificato “per motivi di ordine pubblico e di sicurezza per lo stato”, ai sensi dell’articolo 13, comma 1, del Testo unico sull’immigrazione ed è stato accompagnato in Tribunale, dove il giudice ha convalidato l’iter con decreto del Ministero dell’Interno. In quest’occasione, i legali hanno formalizzato una richiesta di protezione internazionale, ritenendo infatti che rientrare in Egitto potesse configurare seri rischi di incolumità per Shahin, in quanto oppositore politico. In merito, si sottolinea la decisione di disporre la reclusione nel Cpr (Centro di Permanenza per i Rimpatri) di Caltanissetta, in Sicilia, seguendo la strategia già ben nota dell’allontanamento della persona oggetto della misura dalle reti sociali in cui questa è inserita. Inoltre, il Cpr che è preso qua in considerazione era già stato segnalato dalla Rete Siciliana contro il Confinamento, la quale si è espressa a più riprese a proposito dei gravi episodi verificatisi in questa sede. Il trattenimento in attesa di espulsione si è prolungato fino al 15 dicembre, data in cui la Corte d’Appello di Torino ha disposto il suo rilascio immediato. Il ricorso contro il trattenimento disposto dai legali è stato vinto e il cittadino è stato autorizzato a rientrare nella città di Torino. La decisione è arrivata al termine del procedimento di riesame del trattenimento, affermando la mancanza di alcuna concreta e attuale pericolosità sociale e disponendo così la cessazione immediata della misura. È stato quindi confermato quanto evidenziato a suo tempo dalla Procura di Torino, la quale non aveva riconosciuto nessun pericolo in questa persona, dal momento che sul fascicolo di archiviazione del caso veniva scritto a chiare lettere che la frase pronunciata da Shahin rappresentava un’ “espressione di pensiero che non integra estremi di reato”. La vicenda, tuttavia, non era per questo ancora del tutto conclusa, dal momento che il procedimento di espulsione restava formalmente in vigore, oggetto di ulteriori ricorsi. Il 31 dicembre, la Corte d’Appello del Tribunale di Caltanissetta ha confermato la mancanza di presupposti per l’allontanamento immediato di Mohamed Shahin dal territorio italiano, rendendo così inefficace la decisione precedentemente presa dal Tar del Lazio che aveva invece confermato il decreto di espulsione. La decisione è stata raggiunta dalla nuova pronuncia della Corte d’Appello in data 23 gennaio, secondo la quale la richiesta di espulsione è stata rifiutata. In ultima battuta, almeno per quanto concerne il rischio di trattenimento in Cpr, il 1° di marzo arriva la notizia che la Cassazione ha respinto il ricorso del Ministero contro la Corte d’Appello di Torino. Come noto, a difesa di Mohamed Shahin si sono espresse molteplici voci della società civile tramite una petizione, una raccolta fondi, un appello di accademici, numerose manifestazioni di solidarietà partite da Torino e poi sparse in tutta Italia raggiungendo l’Europa e un comitato cittadino ad hoc. In merito alla sua vicenda è stato evidenziato il carattere simbolico della misura: mentre i recenti Decreti Sicurezza offrono sempre più una rilettura del diritto come orientato alla neutralizzazione del conflitto sociale e alla criminalizzazione di condotte di protesta collettiva, quello che appare particolarmente preoccupante è l’utilizzo di strumenti amministrativi per colpire l’esercizio della libertà di opinione. Il sistema stesso dei Cpr, ancora una volta, mostra un disegno più ampio in cui nessuna vicenda giudiziaria è isolata, ma è, piuttosto, tassello di un sistema penale e amministrativo che punisce e respinge. Nel caso di Shahin, del resto, la richiesta di protezione internazionale che ha presentato a seguito della revoca del permesso di soggiorno è stata rigettata come risposta a un procedimento di esame fortemente accelerato. Su questa ha pesato la classificazione dell’Egitto come “Paese di origine sicuro”, senza riservare la giusta attenzione ai rischi in cui l’imam incorrerebbe qualora fosse espulso verso il Paese di cui sopra. Come afferma l’associazione A Buon Diritto, nella vicenda qui analizzata a preoccupare è “l’utilizzo dello strumento del decreto d’espulsione e del trattenimento in Cpr, una procedura amministrativa che non prevede le garanzie di difesa del procedimento penale. L’applicazione di tale misura altamente restrittiva si basa peraltro su un sospetto riguardante una condotta che non configura una fattispecie penalmente rilevante e su alcune dichiarazioni poi rettificate” 2. Il comitato cittadino Free Mohamed Shahin nel suo comunicato del 23 gennaio evidenzia la gravità delle dichiarazioni del Ministro Nordio il quale, in seguito al pronunciamento, avrebbe affermato di voler avviare “un’attività istruttoria al fine di verificare l’eventuale sussistenza dei presupposti per l’esercizio dell’azione disciplinare nei confronti dei magistrati coinvolti”. Esortando a non “abbassare la guardia”, il comitato invita a continuare a seguire la vicenda, in merito alla quale la solidarietà e la mobilitazione dal basso sono state significative. 1. La corte d’appello ribadisce il no all’espulsione dell’imam Shahin – RaiNews (21 gennaio 2026) ↩︎ 2. La società civile chiede all’Italia di fermare l’espulsione di Mohamed Shahin verso l’Egitto, A Buon Diritto (3 dicembre 2026) ↩︎
Centri in Albania, brusca accelerata del governo. È il momento di una risposta all’altezza
Sotto il cielo grigio di Gjadër la bandiera italiana sventola con decisione. Nel CPR sono attualmente trattenute oltre 90 persone: il numero più alto dall’apertura del centro. Nei sedici mesi trascorsi dall’avvio della struttura costruita dal governo italiano in Albania, la presenza si era mantenuta su livelli molto più bassi, con una media attorno alle venti presenze. Nelle ultime settimane due trasferimenti di circa 35 persone ciascuno hanno portato il totale oltre le novanta presenze. Il cambio di passo è evidente. Questo dato consente di archiviare la discussione a somma zero che ha finora dominato il confronto pubblico: la contrapposizione tra la denuncia del «fallimento» del progetto e la promessa che «funzioneranno!». In realtà, dall’11 aprile 2025 – data di avvio della seconda fase dell’esperimento, caratterizzata dal trasferimento in Albania di persone già trattenute in Italia – il centro non è mai rimasto vuoto. Funzionava quindi anche prima della svolta attuale, anche se in maniera differente dal progetto iniziale del governo. Con numeri inferiori alle attese, ma con persone reali – corpi, pensieri, desideri – esposte al trasferimento coatto, alla radicale violazione dei diritti e a una violenza istituzionale sistemica. Il salto di qualità di questi giorni è dunque netto. È in corso il tentativo di stabilizzare l’utilizzo intensivo di Gjadër come segmento ordinario del sistema italiano di detenzione amministrativa, nonostante i due rinvii pregiudiziali pendenti davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione europea. È questa la cornice che segna l’ingresso in una fase differente. Perché l’accelerazione proprio ora? Le risposte possibili sono molteplici e non necessariamente tra loro alternative. L’aumento netto dei trasferimenti può essere letto come una sfida nei confronti delle decisione della magistratura, con vista sul referendum, alla ricerca di uno scontro utile a consolidare il frame comunicativo del governo nella volata elettorale. Ma il rilancio del progetto è anche un segnale politico che dialoga con due novità incombenti su scala europea: la possibile configurazione di return hubs in paesi terzi e l’implementazione del Patto migrazione e asilo.  Occorre sgombrare il campo dagli equivoci. Per ragioni differenti, né i return hubs – ancora in fase di definizione – né il Patto legittimano il modello Albania. Non solo perché si tratta di dispositivi giuridici non ancora operativi, ma perché il protocollo italo-albanese presenta caratteristiche precise – dalla pretesa di esercitare la giurisdizione italiana oltre confine alle specifiche procedure adottate – che restano fuori dal perimetro giuridico attuale e da quello futuro. Anche in questa fase di accelerazione, le modalità dei trasferimenti restano immutate. L’uso dei dispositivi di coercizione è generalizzato e copre l’intera durata del viaggio dall’Italia, senza che risulti alcuna valutazione individuale sulla necessità e proporzionalità della misura. Non è emesso un ordine formale di trasferimento, benché la magistratura abbia già censurato l’assenza di tale provvedimento. Giurisprudenza italiana/CPR, Hotspot, CPA TRASFERITO DAL CPR DI GRADISCA A GJADËR SENZA PROVVEDIMENTO: RISARCITO IL DANNO PER VIOLAZIONE DEI DIRITTI FONDAMENTALI Tribunale di Roma, sentenza del 10 febbraio 2026 18 Febbraio 2026 I criteri di selezione non sono pubblici e i profili delle persone trasferite risultano eterogenei per età, nazionalità, radicamento sociale e percorso migratorio. > L’opacità non è un incidente procedurale: è parte costitutiva del dispositivo. In questa fase emerge con maggiore chiarezza un tratto strutturale: il carattere punitivo del trasferimento. In assenza di parametri trasparenti, la decisione su chi inviare in Albania resta integralmente nella disponibilità dell’amministrazione. Non è necessario adottare una prospettiva abolizionista per comprenderne la gravità: si esercita la privazione della libertà personale al di fuori dell’assetto ordinario delle garanzie e in radicale tensione con il carattere democratico dell’ordinamento. Alcune vicende rendono questo quadro ancora più nitido. Due delle persone trasferite in questi giorni a Gjadër sono state prelevate dal CPR di Bari: erano presenti il giorno della tragica e ancora opaca morte di Simo Said, il venticinquenne deceduto il 12 febbraio. Una di loro ha trovato il corpo e ha dato l’allarme. Oggi presenta un grave stato di sofferenza psicofisica, testimoniato da ripetuti episodi di autolesionismo. Eppure è stata trasferita a Gjadër nei giorni immediatamente successivi alla morte di Said. Almeno due persone, tra quelle attualmente trattenute, si trovano al secondo trasferimento forzato in Albania: già inviate a Gjadër nei mesi precedenti, poi riportate in Italia e ora nuovamente trasferite oltre Adriatico. Per la prima volta, inoltre, è stato attivato anche il carcere interno alla struttura per la detenzione di una persona che avrebbe commesso un reato nel CPR. «Non volevo questa vita», racconta A., una delle persone incontrate a Gjadër negli ultimi due giorni. Le sue parole non descrivono soltanto l’ultimo trasferimento, ma una traiettoria più lunga: lavoro precario e informale, irregolarità prodotta, sfruttamento radicale, precarietà sistemica. Gjadër non interrompe questo percorso: lo radicalizza. Il nuovo scenario impone uno sforzo inedito. Attivistə, movimenti, società civile, forze politiche che si oppongono al progetto sono collocatə anch’essə in una nuova fase. Occorre riattivare la discussione collettiva, comprendere fino in fondo la posta in gioco, dotarsi di lenti e strumenti coerenti con il nuovo scenario. In gioco non c’è soltanto la vita delle persone trasferite, ma la qualità della democrazia. La partita non si gioca in un futuro indeterminato. Riguarda l’oggi. Il prossimo mese, da qui al referendum, sarà decisivo. Il rischio è che il governo utilizzi le persone migranti come strumento di campagna elettorale, costruendo un nuovo scontro con la magistratura – forse dalla portata inedita – attorno alle prevedibili non convalide dei nuovi trattenimenti, soprattutto nei casi di domanda di asilo. Denunciare con chiarezza, attivare tutti gli strumenti disponibili – contenzioso giuridico, comunicazione limpida, mobilitazioni – per collocare il modello Albania dove merita di essere: oltre il perimetro dell’accettabile. Se nello spazio pubblico si afferma la consapevolezza diffusa della portata giuridica e politica di questo progetto, le eventuali non convalide non potranno essere presentate come l’atto ostile di singolə giudicə, ma appariranno per ciò che sono: la conseguenza coerente di un impianto incompatibile con principi fondamentali. Dopo il referendum si aprirà una finestra temporale precisa e ugualmente importante: pochi mesi per consolidare definitivamente il centro o per rimettere radicalmente in discussione l’esistenza. Siamo davanti a un bivio e non possiamo più rifugiarci nella retorica del flop. Qui e ora occorre moltiplicare gli sforzi, a ogni livello. Rompere l’isolamento delle persone e l’asimmetria informativa attraverso una presenza costante a Gjadër. Costruire alleanze inedite lungo entrambe le sponde dell’Adriatico. Rafforzare l’iniziativa giuridica, politica e comunicativa con forza e creatività, intelligenza e coraggio.
Report sull’accesso ispettivo al CPR di Bari-Palese del 13 febbraio 2026
Il 13 febbraio 2026, alle ore 11:00, una delegazione parlamentare composta dall’onorevole Rachele Scarpa, insieme alle collaboratrici Giulia Bruno e Roberta Papagni, e dall’onorevole Marco Lacarra con i collaboratori Filippo Cantalice ed Erminia Sabrina Rizzi, si è recata presso il Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) di Bari-Palese per effettuare un accesso ispettivo, a seguito della morte del detenuto Simo Said, avvenuta l’11 febbraio 2026. A due collaboratori dell’on. Lacarra è stato tuttavia impedito l’ingresso, in quanto i rispettivi contratti, con decorrenza dalla stessa giornata, non sono stati ritenuti idonei. La delegazione, pertanto, ha svolto l’ispezione in composizione ridotta. Nel corso della visita sono stati ispezionati i principali ambienti della struttura, in particolare le celle di trattenimento, i locali sanitari e quelli destinati all’osservazione. Sono stati inoltre svolti colloqui con il personale dell’ente gestore, le forze dell’ordine e alcune persone trattenute, al fine di raccogliere testimonianze e informazioni sui protocolli e sulle prassi medico-sanitarie, sulle modalità di prescrizione e somministrazione dei farmaci, nonché sulle condizioni di salute dei trattenuti e sulle circostanze del decesso di Simo Said. Leggi la relazione completa a firma dell’on. Rachele Scarpa LA SINTESI A CURA DELLA REDAZIONE DI MELTING POT Al momento della visita, la struttura risultava operativa solo parzialmente: “attivi 5 moduli su 7”, per un totale di “90 posti”, mentre la capienza teorica più elevata “non è mai stata approvata dalla Prefettura”. La popolazione trattenuta è descritta come composta in prevalenza da giovani, “appena maggiorenni” e per lo più di origine nord-africana. Già sotto il profilo organizzativo emergono criticità: il personale sanitario è limitato e non sempre identificabile, con operatori “privi di cartellino identificativo”. Il medico è presente solo “per 5 ore al giorno”, mentre il servizio psicologico, formalmente garantito, risulta nei fatti insufficiente, con “un numero di interventi significativamente esiguo rispetto […] alle esigenze dei trattenuti”. Dal punto di vista strutturale, il CPR si presenta come uno spazio chiuso e opprimente: un “lungo corridoio senza finestre né luce naturale” collega i moduli, dai quali provengono “urla e rumori violenti”. All’interno, le camere sono “completamente prive di sistemi di chiamata di emergenza”, rendendo impossibile richiedere aiuto tempestivo. Le condizioni igienico-sanitarie risultano particolarmente degradate: i bagni sono in “pessime condizioni”, con “lavandini e piatti doccia intasati” e acqua “fredda e non regolabile”. Inoltre, la presenza di finestre senza vetri costringe i trattenuti a lavarsi “in condizioni di diretta esposizione agli agenti atmosferici”. Anche il vitto rappresenta un elemento di criticità: il cibo, fornito da catering esterno e non riscaldabile, viene spesso rifiutato. I detenuti riferiscono di rinunciare ai pasti per le “asserite scadenti caratteristiche organolettiche […] dichiarando di preferire il digiuno”. Durante la visita emergono segnali evidenti di sofferenza psichica diffusa. Alcuni trattenuti appaiono in stato di “estrema calma simile al torpore”, mentre altri manifestano agitazione, autolesionismo e disperazione. Un giovane, coperto di ferite, dichiara di “star perdendo la testa” e di vivere “in uno stato di profonda angoscia”. La gestione del rischio suicidario appare del tutto inadeguata: “non esistono […] protocolli anti-suicidari né dispositivi a ciò preposti”, nonostante la presenza nel registro di “numerosi episodi di tentato suicidio”, tra cui ingestione di batterie e tentativi di impiccagione. Gravi criticità emergono anche nella gestione sanitaria e farmacologica. I farmaci, inclusi psicofarmaci e benzodiazepine, sono conservati in condizioni non sicure, in armadi “privi di chiusura effettiva”. Il personale stesso ammette difficoltà nel controllo dell’assunzione: i pazienti “sarebbero in grado di occultare i medicinali nel cavo orale”, mentre si registra una “continua contrattazione” per ottenere dosaggi più elevati. In relazione al decesso di Simo Said, il quadro appare incerto e problematico. Sebbene sia stato diagnosticato un “arresto cardiaco”, il medico ritiene “plausibile l’ipotesi che il soggetto possa aver ingerito altre sostanze”. Al momento dell’evento “non vi era alcun medico” presente e la terapia mattutina non era stata somministrata perché il paziente “si presumeva dormisse”. Ulteriori elementi emergono dalle testimonianze dei trattenuti, che descrivono un sistema informale di circolazione del metadone all’interno del CPR. Il farmaco verrebbe venduto “in cambio di pacchetti di sigarette” e ottenuto anche tramite minacce e violenze tra detenuti, sfruttando la possibilità di sottrarre parte delle dosi prescritte. Le testimonianze raccolte restituiscono un quadro di forte vulnerabilità e abbandono. Un giovane racconta che, dopo la morte dell’amico, ha iniziato a soffrire di “allucinazioni e incubi”, arrivando a desiderare la morte. Nonostante ripetute richieste, riferisce di non essere stato preso in carico: “non è stato predisposto alcun colloquio con la psicologa”. Complessivamente, il quadro che emerge dall’ispezione è quello di una struttura caratterizzata da carenze strutturali, criticità sanitarie e grave disagio psichico diffuso, in cui la tutela della salute e della dignità delle persone trattenute appare fortemente compromessa.
Bulgaria: quando il principio di non-refoulement resta sulla carta
Mentre in tutta Europa si rafforzano dispositivi di controllo, detenzione e selezione delle persone in movimento, emergono con sempre maggiore chiarezza le fratture tra i principi dichiarati e le pratiche effettive. In questo contesto, la vicenda di Abdulrahman Al-Khalidi interroga direttamente il significato concreto delle garanzie giuridiche fondamentali e il loro grado di applicazione reale. L’appello diffuso dalla campagna Free Abdulrahman, ricostruisce il caso e pone una domanda cruciale: cosa resta di un diritto definito “assoluto” quando viene sistematicamente disatteso? Comunicati stampa e appelli/CPR, Hotspot, CPA OLTRE QUATTRO ANNI DI INGIUSTIZIA: LIBERTÀ PER ABDULRAHMAN AL KHALIDI Un appello sottoscritto da più di venti organizzazioni internazionali Redazione 10 Novembre 2025 Negli ultimi anni i dibattiti sul principio di non-refoulement si sono intensificati a livello internazionale, soprattutto alla luce delle crescenti politiche restrittive sull’asilo, dei controlli alle frontiere e del crescente uso di misure amministrative come la detenzione prolungata. Eppure, mentre in teoria questo principio è considerato assoluto nel diritto internazionale, nella pratica vediamo continui abusi che ne svuotano il contenuto. Il caso di Abdulrahman Al-Khalidi 1 ne è un esempio drammatico e simbolico 2. Caso Abdulrahman Al-Khalidi: i punti chiave Abdulrahman Al-Khalidi, giornalista e difensore dei diritti umani dell’Arabia Saudita, è un richiedente asilo trattenuto in Bulgaria da 5 anni in detenzione amministrativa. Abdulrahman è stato incarcerato senza una motivazione giuridica solida, con il ricorso a presunti rischi di sicurezza nazionale. Nel febbraio 2026 la Corte Suprema Amministrativa bulgara ha respinto la sua richiesta di scarcerazione, annullando una precedente decisione favorevole. DETENZIONE SENZA FINE: CINQUE ANNI DI ARBITRIO Il 17 febbraio 2026 la Corte Suprema Amministrativa in Bulgaria ha rigettato la richiesta di liberazione di Abdulrahman, annullando un precedente provvedimento favorevole emesso da un giudice di primo grado del Tribunale amministrativo di Sofia. Secondo il racconto dello stesso Abdulrahman, la decisione ha ignorato non solo gli argomenti legali basati sulla normativa europea e internazionale, ma anche le pesanti ripercussioni psicologiche e fisiche determinate da ormai cinque anni di detenzione non giustificata 3. Le autorità hanno invocato motivi di sicurezza nazionale per giustificare la permanenza in custodia, collegandoli in modo arbitrario a eventi di cronaca che nulla avevano a che fare con lui, in un chiaro esempio di strumentalizzazione del concetto di “minaccia” per aggirare le protezioni fondamentali. Il principio di non-refoulement è uno dei cardini del diritto dei rifugiati e dei diritti umani. Si trova, tra gli altri, nella Convenzione di Ginevra del 1951 4 e nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, ed è stato interpretato dalle corti europee come una protezione non derogabile, anche nei casi in cui gli Stati invocano motivi di sicurezza o questioni di ordine pubblico. Secondo l’UNHCR, il principio proibisce agli Stati di rimandare chiunque rischi persecuzione, tortura o trattamenti inumani o degradanti al proprio paese o a un paese terzo in cui correrebbe tali rischi – un obbligo che subordina ogni altro interesse statale, compresa la sicurezza nazionale. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha più volte ribadito che nemmeno una persona accusata o condannata per reati gravi può essere espulsa se c’è un rischio reale di violazione dei diritti umani fondamentali nel Paese di destinazione. PH: @streetchroniclesbyluis LA PRASSI CHE CONTRADDICE I PRINCIPI Eppure, come denuncia Abdulrahman, nella prassi le garanzie procedurali e le valutazioni soggettive delle autorità di sicurezza spesso prevalgono sulle norme vincolanti. Nel suo caso, nonostante la mancanza di prove di pericolo concreto o specifico, né la valutazione dei danni psicologici dovuti alla detenzione, l’istanza di scarcerazione è stata respinta e la prospettiva di una soluzione positiva sembra ancora lontana. Questo non è solamente un errore giuridico, ma un campanello d’allarme: quando uno Stato ignora deliberatamente norme internazionali riconosciute come obbligatorie, viene messa in discussione l’efficacia stessa del diritto internazionale a proteggere i più vulnerabili. La vicenda di Abdulrahman non è isolata. Riflette una tendenza globale in cui le politiche securitarie spingono sempre più paesi a utilizzare strumenti giuridici e amministrativi per aggirare i limiti imposti dai trattati internazionali. La detenzione prolungata, le espulsioni forzate, il ricorso a criteri di “sicurezza” vaghi e discrezionali sono tutte pratiche che minano il diritto alla libertà, all’asilo e alla protezione contro trattamenti inumani. Se il principio di non-refoulement può essere aggirato senza conseguenze, allora non siamo di fronte a una semplice violazione, ma a una sua progressiva disattivazione. Il caso di Abdulrahman Al-Khalidi mostra come l’eccezione stia diventando regola, e come la detenzione amministrativa venga utilizzata come strumento ordinario di governo delle migrazioni. L’appello promosso da Free Abdulrahman chiama quindi a una presa di posizione chiara: o si difendono concretamente diritti che si dicono fondamentali, oppure si accetta che vengano svuotati e resi negoziabili. 1. La pagina di Abdulrahman Al-Khalidi su Melting Pot ↩︎ 2. Puoi seguire Abdulrahman Al-Khalidi su 1) instagram alkhabd1 2) Facebook Alkhabd21 ↩︎ 3. Il 27 gennaio 2026, dopo quattro anni di detenzione amministrativa presso il centro di detenzione di Busmantsi, mentre entravo nel mio quinto anno, sono stato trasferito al centro di detenzione di Lyubimets a Haskovo. Questo passo non è stato un annuncio di libertà. Io resto detenuto. La realtà oggettiva è parzialmente cambiata: la gravità delle restrizioni e l’estremo confinamento spaziale che esisteva lì si sono allentate, e ora sono geograficamente più lontano dall’aeroporto di Sofia, un simbolo che da tempo rappresentava per me una minaccia esistenziale di deportazione forzata da un momento all’altro – How to Survive a Detention in 2026: Notes from Year Five – Free Abdulrahman (6 febbraio 2026) ↩︎ 4. Il non respingimento è un principio fondamentale del diritto internazionale dei rifugiati e dei diritti umani. Significa che nessuna persona può essere restituita, espulsa o estradata in un paese in cui affronta un rischio reale di: tortura, trattamenti inumani o degradanti, gravi persecuzioni. In breve: il non respingimento garantisce che i diritti umani fondamentali – in particolare il diritto alla vita e la protezione dalla tortura – abbiano la priorità sugli interessi statali o sulle rivendicazioni di sicurezza: The 1951 Refugee Convention – UNHCR ↩︎