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Philip K. Dick / 8000 fogli manoscritti
Le estrazioni dentarie sono una questione delicata. Già Lafayette Ron Hubbard aveva sperimentato – almeno così ci racconta – nel 1938, sotto anestesia, un’intensa allucinazione (credeva, probabilmente esagerando un po’, di essere morto e resuscitato) riportando una serie di pretese conoscenze superiori che gli avevano dettato il misterioso libro Excalibur, prima fonte di Dianetics, la dottrina da cui sarebbe derivato in seguito (per poter beneficiare delle agevolazioni fiscali concesse negli Usa alle associazioni religiose) il culto di Scientology. In circostanze abbastanza simili, anche Philip K. Dick, ebbe accesso alla sua personale rivelazione. Senza dubbi J.L. Borges aveva ragione quando scrisse che la teologia non è che un sottogenere della narrativa fantastica. Invertendo l’ordine dei fattori il risultato non cambia: i narratori fantastici tendono per natura a farsi teologi e fondatori di sette e religioni. Se le rivelazioni del mondo antico richiedevano però ambienti e situazioni non ordinarie: digiuni, eremitaggi, deserti, grotte, montagne, tempeste e roveti ardenti, nel desacralizzato mondo moderno uno studio dentistico può essere più che sufficiente a produrre analoghi effetti. Nel febbraio del 1974 Philip K. Dick si fa estrarre un dente del giudizio e gli viene somministrato del pentotal. Quando torna a casa riceve la visita di una giovane inserviente di farmacia che gli consegna un antidolorifico: la ragazza indossa una collana con un ciondolo d’oro a forma di pesce. Dick resta estasiato, non si sa se dalla ragazza o dal ciondolo. – Che cos’è? – le chiede. – Un simbolo che usavano i primi cristiani. – Risponde lei. È fatta. Mentre la ragazza se ne va, lo scrittore sprofonda nell’ “anamnesi” (come lui stesso l’ha definita usando un termine platonico): un senso di vasta e totale conoscenza che passerà il resto della vita – altri otto anni – a interpretare, scrivendo l’Esegesi, libro che in versione ridotta è stato appena ripubblicato da Mondadori: il testo completo, mai stampato nella sua interezza, è lungo quasi novemila pagine manoscritte o dattiloscritte. Il ciondolo col pesce è solo l’innesco di una serie di esperienze quanto meno insolite: in marzo Dick passa varie notti insonni in preda a incubi – durante i quali sveglia la compagna Tessa sibilando come un rettile e poi scoppia a piangere ripetendo preghiere in latino; poco tempo dopo sperimenta due episodi di psichedelia visuale, il secondo dei quali viene da lui descritto come “tutti i quadri di arte moderna esistenti al mondo, centinaia di migliaia di immagini – Klee, Kandinsky, Picasso, ecc. – messe insieme” – un buon sistema per evitare visite a musei… Non finisce qui, perché un misterioso raggio di luce rosa accecante spara informazioni nel suo cervello inducendolo a praticare il battesimo, secondo i riti dei primi cristiani, sul suo figlioletto Cristopher: successivamente quella stessa luce rosa informerà Dick che la vita di Cristopher è in pericolo per un’ernia inguinale, lo scrittore convince Tessa a far sottoporre il piccolo a una visita e il medico conferma l’inaspettata diagnosi e fa operare d’urgenza il bambino. Dick definirà quella misteriosa fonte d’informazione Valis: Vast Active Living Intelligent System. L’angelo messaggero di Valis, “un’entità plasmatica rossa e dorata” che lui chiama in vari modi: Ubik, Logos, Zebra, “the Plasmate”, lo viene spesso a visitare. Dick riceve poi messaggi anche attraverso la radio, che funziona – la moglie Tessa sembra dare conferme in proposito – indipendentemente dal fatto che la spina sia inserita nella presa di corrente o no (magari era a pile). Un giorno riceve sette lettere e ne identifica una – la cosiddetta “lettera Xerox” – che provocherebbe la sua morte se fosse letta da lui: così la fa leggere a Tessa pregandola di non fargliela vedere. Si tratta della recensione da parte di un giornale di estrema sinistra di un libro che parla della decadenza e caduta del capitalismo americano: tutte le parole come declino, decomposizione, decadimento, sono sottolineate in rosso o in blu. “Messaggi di morte” – sentenzia Dick che inoltra la lettera all’FBI e chiama ripetutamente la polizia federale dichiarando ogni volta la sua lealtà verso il paese: riceverà risposte imbarazzate e un foglio prestampato che lo ringrazia per l’interessamento e il materiale fornito. Deluso dall’efficienza dell’FBI, Dick si dedica a dare forma narrativa a queste sue esperienze – rivelazione divina o parto di una mente già preda della schizofrenia – nei romanzi scritti negli anni immediatamente successivi: Radio Free Albemuth, Valis, The Divine Invasion. Il profeta fantascientifico è però ben consapevole che il messaggio precede la rivelazione: tutte le sue principali opere passate contengono già la chiave dell’esperienza che chiamerà 2-3-74 (febbraio-marzo 1974): The Three Stigmata of Palmer Eldritch; Ubik; Flow My Tears, The Policeman Said; A Maze of Death; A Scanner Darkly. L’immenso, frenetico lavoro di scrittura che occuperà i suoi ultimi anni, questa Esegesi, che oggi leggiamo con stupore e frequente inquietudine, non è soltanto il tentativo dello scrittore di interpretare l’esperienza 2-3-74: è anche, e forse soprattutto, il tentativo di interpretare tutta la propria opera alla luce di quell’esperienza. Nel caos dei due milioni di parole di cui è composta l’Esegesi, varie migliaia sono dedicate a cercare di trovare una spiegazione razionale – medica, psichiatrica, neurologica, farmacologica – alle esperienze che Dick stava vivendo. Lo scrittore ipotizza un disturbo bipolare; danni neurologici causati dall’abuso di anfetamine; una sequenza di piccoli infarti (anticipo sull’infarto maggiore che lo stroncherà in un garage di Sonoma, California, nel 1982). Se fosse vissuto solo qualche anno di più, avrebbe scoperto, nel corso delle sue letture in ambito psichiatrico e neurologico, una patologia definita TLE (epilessia del lobo temporale) – una forma meno pericolosa e più difficile a diagnosticarsi del grand mal – spesso associata con l’ipergrafia e l’iperreligiosità e diagnosticata, dai neurologi che l’hanno identificata, in Dostoevski, Santa Teresa d’Avila, Swedenborg e Van Gogh. Sull’altro versante però Dick è consapevole di scrivere come in estasi, di aver trovato – dopo le turbolente esperienze psichedeliche dei tossici anni ’60 e ’70 – un modo di alterare la propria coscienza esclusivamente attraverso il linguaggio, riformulando le vecchie tradizioni esoteriche – alchimia, sciamanismo, mistica, ecc. – nel calderone metafisico della fantascienza ed elaborando – come già aveva fatto Aldous Huxley – una sua personale Filosofia Perenne: quello che qualcuno ha definito una “scalinata verso Eleusi”. Il Dick dell’Esegesi si dissolve nel linguaggio: in quel flusso che chiama Logos, il termine greco che definisce sia il “discorso” che la “ragione”. Il valore dell’Esegesi non sta nelle idee che vi vengono espresse ma piuttosto nello sguardo che questo accumulo caotico di materiali diversi e contraddittori permette di gettare su una creatività visionaria e frammentata, nella testimonianza della lotta eroica che l’autore conduce per tenere insieme i pezzi della propria personalità e della propria vita vicina alla fine: infestato dal fantasma di una sorella gemella vissuta un solo mese (“Oh JHWH – My sister. I meant to write Savior” – scrive nell’ultima pagina dell’Esegesi: nel romanzo Dr. Bloodmoney il personaggio della bambina in contatto telepatico con il gemello congiunto non sviluppato e rimasto delle dimensioni di un coniglio dentro di lei, è l’espressione più inquietante e compiuta di questa ossessione); tormentato da turbe psicotiche; passato attraverso a un diorama di droghe, a cinque matrimoni, vari tentativi di suicidio, gravi problemi finanziari, vere o fittizie persecuzioni da parte dell’FBI, offensivi rifiuti letterari, ossessioni erotiche per la cantante Linda Ronstadt, Dick resta fedele a sé stesso fino all’ultimo giorno: un cuore e una mente prossimi a spezzarsi ma che testardamente protendono al massimo limite i poteri dell’immaginazione e dell’invenzione interrogandosi senza posa sul mistero cosmico.     L'articolo Philip K. Dick / 8000 fogli manoscritti proviene da Pulp Magazine.
March 14, 2026
Pulp Magazine
Opache divine invasioni: a proposito di Seamless – di Giuliano Spagnul
Pubblichiamo la recensione scritta da Giuliano Spagnul a Seamless. Arte, visualità, cultura elettronica in epoca post-pandemica (Edizioni Nero, 2025), un volume curato da Francesco Spampinato che raccoglie gli interventi tenuti nel corso di quattro workshop all'Università di Bologna tra il 2022 e 2023 * * * * * Se ogni uomo, oggi, sembrerebbe non possedere [...]
November 29, 2025
Effimera
L’anniversario fatale dell’ucronia
Anniversario fatale (Bring the Jubilee, 1953),[1] il romanzo più noto dell’americano Ward Moore (1903–1978), occupa un posto particolare tra i romanzi di alternate history. Come racconto ucronico, figura tra le fonti che ispirarono a Philip K. Dick – secondo Dick stesso – l’idea di The Man in the High Castle (1962). Come noto, La svastica sul sole – il titolo con cui il libro è stato tradotto in Italia – immagina un mondo in cui le potenze dell’Asse – la Germania di Hitler e i Giapponesi – hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale e si sono spartite il territorio statunitense. Moore immagina per contro una linea temporale in cui i Confederati hanno vinto la guerra civile americana: al tempo presente del lettore gli stati del Sud prosperano, dominando gli Stati Uniti, condannati invece al sottosviluppo economico e culturale. Dick introduce nel suo novel una “contro ucronia”, rappresentata da “La cavalletta non si alzerà più” ( The Grasshopper Lies Heavy), il romanzo nel romanzo (poi pellicola cinematografica, nella serie tv adattata da Frank Spotnitz) che, in una dimensione narrativa parallela che non coincide comunque con la nostra, descrive la vittoria degli Alleati, gira clandestinamente come un samizdat tra le maglie della censura nazista. Vediamo che per rimettere in asse un tempo fuori di sesto, Moore era ricorso invece, un po’ rocambolescamente, all’espediente dei viaggi temporali. Ma al tempo (appunto). Innanzitutto l’idea di Moore, sviluppata con una caratterizzazione dei personaggi perlomeno discreta, rispetto alla letteratura fantascientifica del suo tempo, e con un world building che, per quanto singolare, emerge dai dettagli della vicenda, senza inutili spiegoni inflitti al lettore, non è affatto nuova. Il primo a metterla nero su bianco, venti anni prima, fu infatti nientemeno che Winston Churchill. Sfidato a scrivere un “What If” fantapolitico, il leader conservatore inglese immaginò infatti, ironicamente, cosa sarebbe successo “se Lee non avesse vinto la battaglia di Gettysburg”. Al tempo presente del lettore il racconto assume infatti che i Confederati, come verità storica incontrovertibile, siano prevalsi nello scontro decisivo con l’Unione.[2] La short story stessa appare soprattutto un pretesto per sottolineare le conseguenze positive di questa realtà alternativa, almeno dal punto di vista dell’Occidente anglofono. Attorno al 1930, all’indomani della Grande Guerra e poco prima dell’affermazione nazista, Churchill arriva a ipotizzare che la vittoria del Sud avrebbe potuto assicurare la pace nel mondo. Nel racconto controfattuale, i due “Stati Disuniti”, entrambi alleati alla Gran Bretagna in una immaginaria “Lega della lingua inglese” (English-Speaking Association), impongono un armistizio alle potenze continentali evitando così la carneficina della Prima Guerra Mondiale. In almeno due punti il romanzo di Moore sembra coincidere pienamente con l’ucronia di Churchil: entrambe le narrazioni immaginano infatti che Lee, poco dopo la vittoria di Gettysburg, abolisca la schiavitù (senza per questo instaurare la parità dei diritti per gli ex schiavi). Sullo slancio della vittoria, inoltre, gli Stati Confederati si lancerebbero di lì a poco anche alla conquista del Messico, sottomettendo la sua popolazione e inglobando il suo vasto territorio nel perimetro dell’anglosfera. Per il resto, va detto che la linea temporale di Moore si discosta nettamente dal roseo scenario descritto da Churchill. Il mondo, in particolare, non conoscerà mai né il motore a scoppio né la seconda rivoluzione industriale, e dunque l’elettricità: ai primi del ‘900, i mezzi di trasporto funzionano a vapore e l’illuminazione nelle abitazioni è ancora a gas. La condizione degli Stati Uniti, poi, in seguito alla disfatta della guerra civile e alla secessione del Sud, è quella di uno stato fallito, economicamente arretrato (a differenza dei rivali è privo ad esempio di una rete ferroviaria coast to coast) e alla mercé dei più potenti vicini. Al Nord, la scena politica del dopoguerra è inoltre attraversata da umori suprematisti e da formazioni razzistoidi che imputano all’idealismo di Lincoln la responsabilità della sconfitta. Il protagonista del romanzo, Hodgins McCormick, è figlio di contadini poveri del Nord, che, grazie all’impegno e alla passione per lo studio e la lettura, consegue il titolo accademico di storico, in una delle rare enclave superstiti del sapere scientifico che resistono a nord della linea Mason-Dixon. La vocazione di Hodgins, come osserva il suo mentore, sembra in effetti quella di restare un osservatore neutrale, volto a documentare il corso della vicenda umana, senza prendervi parte attivamente. Paradossalmente, proprio lui, volendo assistere di persona, per puntiglio professionale, alla battaglia di Gettysburg, sarà destinato a cambiare per sempre, inavvertitamente, il corso della Storia. Moore sembra dirci che, richiamando sul piano politico ed esistenziale l’assunto della fisica e del pensiero scientifico novecentesco, non è possibile osservare il mondo senza a sua volta trasformarlo e condividere questa responsabilità. Il romanzo si apre su Hodgins che, avendo viaggiato indietro nel tempo fino al 1863, trascorre la sua vecchiaia negli anni ’20 del secolo scorso. Grazie alla “macchina del tempo” che la scalcinata tecnologia nordista è riuscita avventurosamente ad assemblare, il suo presente è tornato a coincidere con il passato in cui ci riconosciamo abitualmente ma il suo mondo e i suoi conoscenti di un tempo sono scomparsi. Questo elemento narrativo spurio e trasversale alla narrativa di genere – i viaggi nel tempo – ci aiuta a distinguere e a collocare Anniversario fatale tra i molteplici esempi di storia controfattuale riscontrabili in capo a diversi filoni letterari, siano essi “fantastici” o “realistici”. Dal primo romanzo ucronico, quel “Napoleone e la conquista del mondo” di Louis Geoffroy, pubblicato nel 1836 – che, come dice il titolo, immaginava grandiosi progressi scientifici e tecnologici in un mondo dominato dalla pax napoleonica – l’ucronia è diventata infatti una figurazione comune nel nostro immaginario, risalendo fino al salotto buono di scrittori come Philip Roth e Michael Chabon[3]. Recentemente un ricercatore spagnolo, Daniel Lumbreras Martínez, ha provato a fare un po’ d’ordine e ad aggiornare una possibile mappatura di questo sotto-genere [4]. In premessa, Martinez ha scelto di partire dal concetto di “mondi possibili” elaborato dal linguista Lubomír Doležel: “La semantica dei mondi possibili insiste sul fatto che i mondi fittizi non sono imitazioni o rappresentazioni del mondo reale (realia), ma regni sovrani di possibilità; in quanto tali, stabiliscono relazioni diverse con il mondo reale, situandosi a una distanza più o meno ravvicinata dalla realtà. Vanno da mondi realistici che assomigliano molto al mondo reale a quelli che ne violano le leggi: i mondi fantastici. Ma tutti sono di una sostanza diversa dal mondo reale: sono costituiti da entità possibili”.[5] Martínez, poi, utilizza una ripartizione elaborata da Albaladejo Mayordomo, per distinguere i modelli letterari e semantici di mondo. Abbiamo così Mondo I, il mondo della “verità” giornalistica e della storiografia; Mondo II , il mondo mainstream, regolato dalla verosimiglianza, che “si comporta come un universo che il lettore conosce e di cui rispetta i principi operativi”. Infine, Mondo 3, quello della narrativa di fantasy, horror, ecc., che confligge con le convenzioni del “mondo reale oggettivo”. Accogliendo la variante introdotta da un altro studioso, Rodríguez Pequeño, assegniamo però Mondo III alla finzione “plausibile e non mimetica”, tipica della fantascienza, mentre la finzione “non mimetica e non plausibile” diventa invece l’estremo di Mondo IV. Con una prima tassonomia (Collins, 1990) Martinez distingue ucronie “pure”, dove la realtà alternativa della finzione diventa la realtà tout court, e “plurali”, in cui la sua linea temporale coesiste con quella del lettore, a cui si aggiungono i “presenti infiniti”, ossia le storie di universi paralleli. In un capitolo a parte sono trattate le “alterazioni da viaggio nel tempo”, in cui il presente è modificato dall’azione dei viaggiatori nel passato. Anniversario fatale, che adotta in generale un modello semantico da Mondo III, ricade alla fine in quest’ultima tipologia, escludendo invece programmaticamente mondi paralleli e multiversi di sorta. Altri autori, più recentemente (Campeis e Gobled, 2015) hanno proposto una classificazione molto più complessa che sottolinea però soprattutto il contesto tematico della storia. Abbiamo così ucronie A) classiche o storiche; B) pure, con un singolo punto di divergenza nella linea temporale; C) impure, con un passato particolarmente instabile che ruota attorno a viaggiatori del tempo; D) limitate nello spazio, ad es. un campo di battaglia; E) estese, cioè aperte all’assurdo, storicamente impossibile, ecc.; F) le “disincronie”, un neologismo coniato da Éric Henriet per indicare quelle storie alternative che assumono come punto di divergenza un evento distopico (come appunto la vittoria dei Confederati o del Terzo Reich); G) personali, quando a divergere dal flusso temporale è la vita di un’unica persona (ad es. ne La vita è meravigliosa di Frank Capra); H) fantasy e fantastiche: dove si celebrano moderne battaglie con i draghi o vampiri al servizio del Kaiser; I) finzionali: quando non cambia il corso della storia ma solo la sua cronologia (ad es. con il reboot di un universo immaginario, vedi Star Trek). Alla fine Martinez non rinuncia a una sua autonoma proposta. Riprendendo lo schema di Mayordomo e tolto di mezzo Mondo I (la storiografia controfattuale), declina pragmaticamente una tassonomia ucronica molto più succinta, limitata agli altri tre mondi. Abbiamo quindi: * Ucronie realistiche: sono vietati miracolosi progressi scientifici e elementi soprannaturali, perché “a prescindere dal fatto che vi siano uno o più punti di divergenza, e dalle loro conseguenze, è rilevante l’aderenza a ciò che è fisicamente possibile e plausibile, e che si conforma alle leggi empiriche della fisica”. * Urconie proiettive: si gioca con le regole più flessibili della fantascienza. Include inoltre sottogeneri quali universi multipli, dimensioni parallele, viaggi nel tempo, ecc. * Ucronie impossibili: siamo in Mondo IV, che comprende il fantasy storico. Ad esempio: Terra Nostra (1975) di Carlos Fuentes, che reinterpreta la conquista delle Americhe con la trasformazione di Filippo II in un mostro. NOTE 1. In Italia è stato pubblicato da Mondadori nel n. 141 di “Urania”, nel n. 115 dei “Classici Urania” e nel n. 117 di “Urania Collezione” nel 2012. Quest’ultima edizione è attualmente disponibile anche in formato Kindle su Amazon Italia. ↑ 2. Winston Churchill, If Lee Had Not Won the Battle of Gettysburg , in Scribner’s Magazine, dicembre 1930, pp. 587-97)https://winstonchurchill.org/publications/finest-hour-extras/qif-lee-had-not-won-the-battle-of-gettysburg/ ↑ 3. Rispettivamente con Complotto contro l’America (2004) e Il sindacato dei poliziotti yiddish, insignito di un premio Hugo nel 2007. ↑ 4. Daniel Lumbreras Martínez, The possible worlds of uchronia: a proposal of subgenres, Impossibilia, 25, 2025, pp. 19-31 ↑ 5. Lubomír Doležel, Possible Worlds of Fiction and History, in New Literary History, Vol 29, No. 4. Critics without Schools? (Autumn, 1998 ↑   L'articolo L’anniversario fatale dell’ucronia proviene da Pulp Magazine.
July 31, 2025
Pulp Magazine