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Il Macron minore
La Repubblica e il Corriere giubilano: Raphaël Glucksmann, 46enne presidente del partito Place Publique (Pp),  ha «conquistato» (Repubblica) le primarie dei socialisti francesi «con uno schiacciante 66% dei voti» (Corriere), una «valanga» (Repubblica) di preferenze che premia un politico con l’«aria da bravo ragazzo», «pieno d’idee e di entusiasmo» (Corriere), anzi di più: «figlio di un filosofo» (Repubblica).  Nessuno dei due giornali si sofferma sul fatto che, a queste primarie, hanno votato poco più di 120.000 persone. Alle ultime primarie del Ps, quelle del 2017, alla fine della presidenza di François Hollande, votarono più di 1.6 milioni di persone al primo turno (al secondo furono più di 2 milioni).  In dieci anni, il bacino elettorale delle primarie socialiste si è più che decimato. La «valanga» di preferenze di Raphaël Glucksmann è talmente striminzita che il quarto classificato alle primarie del 2017 raccolse più voti del «figlio del filosofo». Ci sono petizioni contro il maltrattamento di felini domestici sardi che hanno raccolto più firme di quanto non siano i votanti dello «spazio socialdemocratico», come l’hanno definito i suoi organizzatori.  Insomma: delle «primariette». Davanti ai giornalisti, Glucksmann ha detto che «la democrazia ha parlato». Ma più che di un processo democratico, si è trattato di una parodia. Il tutto sarebbe propriamente ridicolo se non fosse un dispositivo a uso e consumo dei media francesi – ma anche italiani, a quanto pare –, disperati dalla scomparsa dello spazio macronista e della socialdemocrazia hollandiana.    LEGGI ANCHE… FRANCIA FRANCIA, CRISI DI REGIME Fabien Escalona A leggere i principali organi d’informazione italiani, si avrebbe l’impressione che Glucksmann rappresenti la sinistra francese. Tuttavia, dal 2017, la formazione egemonica – e di gran lunga – è La France Insoumise (Lfi) di Jean-Luc Mélenchon. Alle ultime due elezioni presidenziali, Lfi ha sfiorato il passaggio al ballottaggio, attestandosi attorno alla soglia del 20%. Le altre formazioni della sinistra (Ecologisti, socialisti, comunisti…) non hanno mai oltrepassato il 6%.  Dopo la rielezione di Emmanuel Macron nel 2022, la sinistra francese ha attraversato due tentativi di «unione»: la Nouvelle union populaire, écologiste et sociale (Nupes) dal 2022 al 2023, e il Nuovo Fronte Popolare (Nfp) nel 2024. Entrambe le coalizioni sono state coadiuvate dal sistema elettorale maggioritario in vigore per l’Assemblée Nationale, che rende più conveniente lo «spartirsi» delle circoscrizioni tra i partiti per non farsi concorrenza. Entrambi gli esperimenti sono naufragati a causa delle tensioni tra una «sinistra di rottura» (come si definisce Lfi) con il neoliberismo e una, più moderata, di stampo socialdemocratico.  L’obiettivo dichiarato, sia nel 2022 che nel 2024, era di avere una maggioranza in parlamento per costringere Macron alla cohabitation (co-abitazione) con un primo ministro e un governo di sinistra. Sia la Nupes che il Nfp avevano il proprio centro di gravità in Lfi: suoi erano il programma, le strutture, i militanti, il maggior numero di deputati.  A trascinare i piedi, cercando di far saltare ogni accordo, e poi a far implodere queste unioni è stata l’ala destra del Ps, che non ha mai digerito l’egemonia degli insoumis. All’indomani delle elezioni europee del 2024, quando Macron annunciò a sorpresa la dissoluzione del parlamento e indisse le elezioni anticipate, i partiti della sinistra ricominciarono a negoziare un accordo che sarebbe poi divenuto il Nfp. Glucksmann, sostenuto dai socialisti alle europee, alle quali era arrivato in testa tra i candidati di sinistra col 13.8%, fu il principale alfiere dell’opposizione a ogni accordo con Lfi. «Non possiamo mica rifare la Nupes», disse, con quell’indimenticabile accento da altoborghese parigino che gli valse l’istantanea memetizzazione.  Quel risultato alle europee del 2024 continua a far sperare Glucksmann, i suoi fans e i giornalisti nostrani che l’egemonia di Lfi è più fragile di quanto sembra. Basterebbe una spallata abbastanza forte, e il castello di carte mélenchonista sarebbe pronto a venir giù. Dimenticano che qualcuno ci ha già provato, fallendo miseramente.  Yannick Jadot – allora segretario degli Ecologisti, oggi uno dei principali sostenitori di Glucksmann – ha vissuto un arco narrativo del tutto simile: arrivato in testa a sinistra alle europee del 2019 col 13.4% dei voti, cercò d’imporsi come candidato unico della gauche, con un programma moderato e di tradizione hollandiana. Alle presidenziali il miracolo non si ripeté: Mélenchon sfiorò il secondo turno (21,95%, 400.000 voti dietro a Marine Le Pen), mentre Jadot fece il 4,6%, sotto la soglia del 5% oltre la quale scatta il rimborso delle spese elettorali, cosa che lo costrinse a lanciare un’umiliante raccolta fondi e a dare le dimissioni.  Le elezioni europee sono tradizionalmente sfavorevoli a Lfi (anche se sempre meno: nel 2024 la lista guidata dall’insoumise Manon Aubry ha raccolto il 9,8% dei voti, contro il 6,3% del 2019). La grande differenza tra le europee e le presidenziali è l’astensione: alle prime, nel 2024, hanno votato 25 milioni di francesi (51% degli aventi diritto) mentre alle seconde, nel 2022, i votanti sono stati 35 milioni (73%). In questi dieci milioni di voti sta la differenza tra la chimera glucksmaniana e la realtà mélenchonista.  LEGGI ANCHE… FRANCIA IL MOVIMENTO FRANCESE ALLA PROVA DELLO SCIOPERO Eugène Orrit I dati elettorali, i numeri delle «primariette» così come i precedenti storici suggeriscono che la candidatura di Raphaël Glucksmann ha molte più probabilità di essere un disastro annunciato, piuttosto che un’opzione credibile (ultimo dato: quando Benoît Hamon vinse le primarie nel 2017, fece poi il 6% alle presidenziali; ed era ben più alto nei sondaggi). Come spiegare allora quest’infatuazione per il capo di Place Publique?  Il fatto è che la disintegrazione del Partito socialista, che per la prima volta nella sua storia non avrà un suo candidato alle presidenziali, lascia un vuoto la cui importanza è inversamente proporzionale al suo peso elettorale. Esiste un’area che va dai sostegni del Ps a una parte del voto ecologista, che riunisce circa il 6% dei voti (alle presidenziali del 2022: il 4,63% di Yannick Jadot più l’1,75% della candidata socialista ed ex sindaca di Parigi Anne Hidalgo). Malgrado il piccolo peso elettorale, quest’area gode di un peso simbolico importantissimo, essendo il riferimento delle classi medie intellettuali e delle élite culturali della capitale.  Da ciò discendono due conclusioni. La prima: il fatto che il candidato di quest’area, ovvero Raphaël Glucksmann, abbia come principale punto programmatico quello di non fare mai, in nessun caso, alcun accordo con Lfi – anche a rischio di veder vincere dei candidati di estrema destra – la dice lunga sulle mutazioni che sono avvenute in seno a una parte della borghesia francese, che preferisce perdere ma col proprio idealismo intatto, piuttosto che accettare una rottura con una parte dell’ordine neoliberale.  La seconda: con questi numeri non si vincono le elezioni. Questo lo sa anche Glucksmann e quelli che lo sostengono. Per questo la sua candidatura è destinata a lottare per recuperare una parte del voto macronista, e quindi a distanziarsi in maniera irreversibile dal resto della sinistra, il cui centro di gravità resta il programma di rottura de La France Insoumise.  L’Opa lanciata da Glucksmann sul Ps assomiglia molto a quella compiuta a suo tempo da Macron, quando era ministro dell’economia di François Hollande. Ed effettivamente, l’operazione-Glucksmann ha molte somiglianze con quella del Macron del 2017. Al di là del suo posizionamento rispetto a Mélenchon, Glucksmann – proprio come fece l’attuale presidente dieci anni fa – promette di rivoluzionare tutto, tranne quello che conta per davvero: la struttura economica e i regali alle grandi aziende.   In questo senso ha fatto sua l’espressione idiomatica di Macron del 2017, il «en même temps» col quale vinse il suo primo mandato. «Allo stesso tempo»: favorevole alla revisione della riforma delle pensioni di Macron, ma non completamente; per l’aumento dei salari, ma solo il netto, e soprattutto non facendolo pagare ai padroni ma riducendo i prelievi fiscali sulle buste paga; per fermare «il calvario dei palestinesi a Gaza», ma rifiutandosi di qualificarlo come genocidio; per una politica migratoria meno razzista di quella varata da Macron un paio d’anni fa, ma solo dopo una «convenzione cittadina» sul tema; per la transizione ecologica, ma a patto che non sia «punitiva», cioè lesiva degli interessi degli industriali; per la «tassa Zucman» sui patrimoni dei miliardari, ma in linea di principio e poi sui dettagli si vedrà, e in ogni caso, a livello europeo e non nazionale.   Il candidato di Place Publique ha un percorso esterno e conflittuale alla sinistra, e anche in questo assomiglia all’attuale inquilino dell’Eliseo. Glucksmann non proviene dalle fila delle banche d’affari parigine come Macron, ma da quel particolarissimo milieu dell’élite intellettuale della capitale passata dal maoismo all’antitotalitarismo e infine all’atlantismo.  Suo padre, André, è stata una delle figure di spicco dei nouveaux philosophes con Bernard-Henri Lévy. Padre e figlio sostennero nel 2007 la candidatura di Nicolas Sarkozy perché, a dire di Glucksmann figlio, aveva il merito di aprire la politica alla «società civile» (nel 2025, Sarkozy è stato condannato a cinque anni di carcere per associazione a delinquere per aver accettato dei finanziamenti illegali provenienti da Muammar Gheddafi per le presidenziali del 2012).  Tra il 2009 e il 2012, Glucksmann è stato consigliere del presidente georgiano Mikheil Saak’ashvili, condannato nel 2025 a nove anni di reclusione per corruzione e appropriazione indebita di fondi pubblici. Il Parlamento europeo ha contestato la condanna e ne ha chiesto la liberazione, definendo le condanne motivate politicamente. Secondo l’Ong Human Rights Watch, l’ex presidente georgiano è stato responsabile di gravi violazioni dei diritti umani nei confronti dei media e dei movimenti sociali.  Secondo Le Monde, «il lavoro di Raphaël Glucksmann» consisteva nel «“vendere” la Georgia agli occidentali per convincerli di lasciarla entrare nell’Unione europea e nella Nato». Glucksmann, intervistato da Le Monde, ha detto di essere fiero di aver «servito» l’ex presidente georgiano, «un resistente democratico a Vladimir Putin».  Il tema della «resistenza» delle «democrazie» contro i regimi autoritari – in particolare Russia e Cina – è stato quello prediletto in questi anni dal candidato socialdemocratico, il cui programma prevede un piano di riarmo europeo di 500 miliardi finanziato da un prestito comune dei ventisette paesi dell’Unione. Difensore senza se e senza ma dell’Ucraina, Glucksmann intende incarnare «il partito della resistenza» alla Russia di Putin, come ha detto nel 2024 durante le europee.  Oltre alla politica estera atlantista, ciò che più lo accomuna con Macron, forse, è l’ambizione di imporre un governo di una minoranza percepita come illuminata. Una delle caratteristiche fondamentali del macronismo, oltre al neoliberismo radicale, è infatti quella di aver governato senza una coalizione sociale che lo sostenesse.  Al contrario dei suoi predecessori, Macron è riuscito a conquistare l’Eliseo rappresentando gli interessi del grande capitale senza alcun contrappeso, appoggiato dall’élite mediatica e sostenuto, di fatto, solo dalle classi medio-alte più fortunate. Lo sfaldamento del Ps e degli altri partiti, il sistema elettorale maggioritario francese, il «cordone sanitario» contro l’estrema destra, l’architettura istituzionale della V Repubblica che dà poteri impensabili in altri paesi europei al presidente, sono tutti fattori che hanno permesso a Emmanuel Macron di governare dieci anni senza dover cercare consensi al di là dei cosiddetti «Csp+» (quadri e dirigenti d’azienda, professioni liberali con redditi elevati, alti funzionari…).  Come ha scritto Le Monde Diplomatique nel 2018, quando Glucksmann ha cominciato a farsi strada nella sinistra francese: «Un altro Macron è possibile». La sua candidatura è un tentativo di recuperare il blocco elettorale macronista, la cui parte «progressista» è orfana di un candidato culturalmente vicino (europeista, vagamente di sinistra, colto e ben educato). Oggi, tuttavia, l’epoca è cambiata. Il «en même temps» non è più di moda e non si vede come possa raccogliere consensi al di là di una ristrettissima base. Le politiche macroniste hanno avviato una crisi irreversibile, nutrita da un buco di bilancio senza precedenti, un dissenso sociale mai così intenso e una crisi istituzionale che mina le fondamenta stessa della V Repubblica gollista. La sinistra di rottura, riunita attorno a Jean-Luc Mélenchon, non è mai stata così alta nei sondaggi, fattore fondamentale per riunire attorno a sé il «voto utile» che decide le sorti dei candidati al primo turno delle presidenziali.  Un altro Macron è certamente possibile. Ma non potrà che essere qualcosa di minimo e triste, un po’ patetico: un «Macron minore».   *Filippo Ortona è giornalista, vive a Parigi e lavora per Index e il manifesto. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Il Macron minore proviene da Jacobin Italia.
October 14, 2026
Jacobin Italia
I sermoni paternalisti
La crisi della scuola, un fatto di cronaca nera con protagonisti adolescenti o un dibattito sui social e i telefonini, producono meccanicamente un genere editoriale in cui l’adulto, padre, professore, educatore – quasi sempre un intellettuale maschio bianco mediatico di mezza o terza età – scrive un articolo o un libro per dichiarare di non capire più i propri figli, le nuove generazioni, e che proprio da questa dichiarata incapacità trae il diritto di prescrivere la cura. È una struttura retorica prima ancora che una tesi: io non vi capisco, ma so cosa dovete fare. Se si cerca un’origine di questo genere, il testo da cui partire è L’ospite inquietante di Umberto Galimberti (Feltrinelli, 2007, ma costruito su articoli usciti su Repubblica dal 1995): è lì che il modello si fissa nella sua forma compiuta. Senza minimamente comprendere i fattori economici e sociali della crisi che sarebbe esplosa nel 2008, Galimberti diagnostica nei giovani un nichilismo di origine non psicologica ma culturale – famiglia e scuola che non lavorano più insieme, un vuoto di senso prodotto dalla tecnica e dal mercato – e conclude con una ricetta pedagogica: ecco pronta l’arte del vivere da insegnargli.  La struttura c’è già tutta, vent’anni prima del suo utilizzo politico per le controriforme panpenaliste di questo governo: analisi ad ampio spettro della civiltà, disagio giovanile letto come sintomo di quella crisi, e infine l’adulto che si ricolloca al centro come unico soggetto in grado di indicare la via d’uscita. Il mondo, con i suoi processi sociali, economici e politici, scompare. Paolo Crepet è l’autore che ha codificato con più continuità e successo commerciale questo registro, portandolo dal tono filosofico di Galimberti a quello del pamphlet. L’autorità perduta (Einaudi 2011) si apre con un aneddoto programmatico: l’inaugurazione di una scuola nuova coi pavimenti in materiale antitrauma. Crepet ne fa un’allegoria dell’intera società adulta: abbiamo tolto ai ragazzi il diritto al trauma, cioè all’attrito con un mondo che non li protegge sempre, rendendoli così più fragili, non più sicuri. È il meccanismo di Galimberti reso slogan: una critica alla società adulta che si traduce subito in un appello a «riprendere il coraggio» – il sottotitolo del libro – cioè a restaurare un’autorità data per persa più che per trasformata. Il problema non è mai strutturale, è un cedimento di carattere collettivo a cui la soluzione è individuale e morale. Massimo Recalcati lavora sulla stessa materia – la crisi della funzione paterna, l’«evaporazione» dell’autorità simbolica – ma con un impianto diverso, di ascendenza lacaniana più che pedagogico-divulgativa. In L’ora di lezione la tesi centrale non è che occorra recuperare l’autorità di un tempo, ma che quel tempo sia finito per sempre, e non vada rimpianto: l’autorità non si eredita più dalla tradizione, va riconquistata ogni volta, attraverso l’atto e non attraverso il ruolo. Crepet legge la crisi come una perdita da recuperare, Recalcati come una mutazione da abitare. Eppure il rischio paternalista non risparmia nemmeno questo registro: è sempre un adulto – il maestro, l’analista – nella posizione di chi sa cosa sta succedendo ai ragazzi e lo spiega, spesso ad altri adulti, sopra le loro teste, minimizzando la componente economica e sociale e le norme politiche che hanno cambiato gli assetti educativi.  ABBONATI A JACOBIN ITALIA PER CONTINUARE A LEGGERE Attiva Accedi se sei già abbonato L'articolo I sermoni paternalisti proviene da Jacobin Italia.
September 15, 2026
Jacobin Italia
L’enshittification della socialdemocrazia
Come si passa dalla ricerca di una via graduale verso una società compiutamente socialista a un’infatuazione senza freni per lo spirito più puro del capitalismo? ABBONATI A JACOBIN ITALIA PER CONTINUARE A LEGGERE Attiva Accedi se sei già abbonato L'articolo L’enshittification della socialdemocrazia proviene da Jacobin Italia.
March 11, 2026
Jacobin Italia
Il metodo storico (e quello di Valditara)
Articolo di Luca Casarotti Già l’esibizione cinica di qualche mese fa, cinica in senso etimologico, non morale né filosofico, aveva mostrato la caratura intellettuale dell’Onorevole Augusta Montaruli. E a voler accedere alla polemica strapaesana (cit. Alessandro Laterza), chi conosce l’Onorevole da prima che lo fosse, cioè da quando frequentava giurisprudenza a Torino e faceva la rappresentante degli studenti, ovviamente all’estrema destra (mi si perdoni il link), potrebbe aggiungere ai latrati televisivi altri aneddoti d’analoga caratura. Ma lasciamo lo strapaese a Longanesi e ai nostalgici dell’epoca sua. E accontentiamoci di dire che la sortita recente dell’Onorevole contro un manuale di storia per le superiori, purtroppo, consolida la sua reputazione. Anche se a contare, qui, non sono le parole della povera Montaruli, che s’arrangia come può: non si bastona il cane che affoga. Conta invece l’orchestra politica di cui Montaruli ha voluto attribuirsi la prima parte solista.  Evidentemente impegnata nello stretto scrutinio e nell’esegesi rigorosa (qualche studioso esterofilo direbbe close reading) d’ogni pagina d’ogni manuale adottato in ogni istituto scolastico della Nazione, l’Onorevole Montaruli inizia la lettura dell’opera di Caterina Ciccopiedi, Valentina Colombi e Carlo Greppi, Trame del tempo (3 volumi, Laterza, 2022-2025). Con lo scrupolo che è di dovere nell’esegesi, ella decide di confrontare le due  edizioni dell’opera: quella con la copertina blu, apparsa nel 2022, e quella con la copertina rossa, apparsa nel 2025. Quasi al termine di questo sforzo filologico, e non certo per imbeccata altrui, s’imbatte in una pagina del terzo volume dell’edizione recenziore, quella rossa: la nota cromatica non abbisogna di commenti. Come se non bastasse, nel pdf del volume, la pagina dello scandalo è la n. 666: in un libro comunista poteva mancare lo zampino di Belzebù? La rabbia dell’Onorevole è alle cronache. Il Giornale non disdegna di farsene megafono (di nuovo mi si perdoni il link, inserito a solo scopo probatorio). Dimostrando un coraggio non comune nello sfidare la dittatura del marxismo culturale che opprime l’Italia, il quotidiano montanellian-berlusconiano trascrive la censuranda pagina, perché tutti ne possano leggere e indignarsi; senza tema d’opporsi al Soviet di Palazzo Chigi, dà il dovuto risalto alle parole, vibranti di giusta collera, della parlamentare di maggioranza Montaruli; e soprattutto annuncia l’irreprensibile reazione governativa a venire. Reazione tanto più inevitabile, se l’autore dell’orrenda pagina apostata dalla religione meloniana, il reprobo Carlo Greppi, ha avuto l’ardire di rivendicare a mezzo di rete sociale il giudizio espresso nel libro.  Sulla sortita dell’Onorevole Montaruli ci siamo ripromessi di non infierire. Ma sull’iniziativa ministeriale che n’è seguita sia lecito farlo. Anzitutto ci si permetta un consiglio di comunicazione. Onde non alimentare facili ironie, sarebbe opportuno se ad annunciare l’intendimento del ministero dell’Istruzione e del Merito di provvedere contro un manuale che rileva la vicinanza di Fratelli d’Italia all’eredità del fascismo fosse persona diversa dal Sottosegretario Paola Frassinetti: la quale  si sdilinquisce per il brasillachiano fascismo immenso e rosso, e ha più di qualche legame con l’ambiente neonazista di Rainaldo Graziani. In secondo luogo, non ce ne voglia il Signor Ministro, Chiarissimo Professor Giuseppe Valditara, ma duole doverlo richiamare alla sua etica di studioso eminente, e metterlo in guardia affinché su di essa non prevalga la mendace faziosità del politico. Il Signor Ministro, nella sua altra veste d’accademico integerrimo, prima d’annunciar censura avrà certamente letto per intero il testo censurando. E vi avrà trovato duri giudizi come questo, sulle torsioni autoritarie da destra e da sinistra in America latina: > Anche nell’America meridionale e centrale, due macroregioni che dopo la fine > delle dittature militari avevano iniziato un faticoso percorso di > democratizzazione, negli ultimi due decenni si è assistito […] a un’erosione > significativa delle democrazie, con l’avvento al potere anche di militari – > seppur dichiaratamente di sinistra come il populista venezuelano Hugo Chávez > (presidente dal 1999 alla sua morte, nel 2013) – o di leader autoritari come > Jair Bolsonaro in Brasile. O passaggi inequivoci come quest’altro, sulle purghe staliniane: > Sotto il dominio incontrastato di Stalin, il sogno della rivoluzione si > trasforma in un incubo che si alimenta con il terrore di uno Stato di polizia. > Le vittime della collettivizzazione forzata delle campagne si contano a > milioni, mentre l’industrializzazione generalizzata del paese passa attraverso > campagne propagandistiche che impongono doppi turni di lavoro e sfruttamento > diffuso. Cresce anche l’arcipelago Gulag, i campi di detenzione, rieducazione > e lavoro dove finiscono tutti gli indesiderati. Sul «sole dell’avvenire» – il > simbolo evocativo del pensiero socialista – cala la notte del totalitarismo: i > rivoluzionari di un tempo (Kamenev, Zinov’ev, Radek, Bucharin) sono processati > e condannati a morte; Trockij, in esilio in Messico, è ucciso da un sicario. > Il trionfo di Stalin gronda sangue, ma l’opinione pubblica internazionale non > pare accorgersene. Il fatto però è che questo giochino, di mettere sulla bilancia le critiche alle opposte fazioni, piacerà magari ai politici, ma di certo svilisce il mestiere di storico. Lo storico non è obbligato a compiacere il governo: ci sono storici che l’hanno fatto e lo fanno, ma ciò è affar loro. La qualità della loro storiografia sarà giudicata inter pares, come quella di tutti gli altri. Invece, lo storico ha come tutti gli altri il diritto d’esprimere giudizi: e ha l’onere d’argomentarli persuasivamente, perché la sua tesi possa attrarre il consenso di colleghi e discenti. Dice: «Ma Greppi critica solo l’estrema destra Meloniana»! E cosa dovrebbe fare: dire che i raduni del Pd sono selve di braccia tese, per par condicio? «Ma magari sono invece stese di falci e martelli»! A parte che l’evenienza pare piuttosto improbabile, no, questa non è un’obiezione. Se nell’arco parlamentare ci sono forze politiche i cui militanti non solo di base esprimono nostalgie fasciste, se ci sono fonti che lo documentano, e se queste fonti sono trattate come il metodo storico esige che siano trattate, lo storico ha non il diritto ma il dovere di dire che le cose stanno così. Se ci sono altre forze che fanno cose incostituzionali o illegali, dirà anche questo: ma non è che le eventuali cattive condotte altrui elidono le proprie, e palla al centro. Dice: «va bene, lo storico può fare le critiche che vuole, se argomenta: ma può farlo in un libro di scuola»? Sì, può e deve. Per spiegare come mai può e deve, e come mai questo è il punto fondamentale, non strapaesano, di tutta la vicenda, concediamo per un momento credito al Ministro Valditara e a tutta la compagine ministeriale. Non è così, ma ipotizziamo che Valditara abbia letto fin troppo bene il manuale di Ciccopiedi, Colombi e Greppi: ipotizziamo che lo conosca a menadito, e che proprio a questo in realtà si debba l’improvvisa levata di scudi. Ma se fosse così, se davvero conoscesse bene quel manuale, il Ministro Valditara lo troverebbe censurabile per intero. Altro che una frase su Fratelli d’Italia: sarebbe l’impianto stesso dell’opera a riuscire indigesto al Signor Ministro e alla sua dichiarata ideologia della storia. Perché tutto il manuale, dalla prima pagina del primo volume all’ultima del terzo, si sforza di presentare la storia per quello che è veramente: vale a dire una disciplina non ordinata a indottrinare ma a porre problemi, che per fine non ha la propaganda della nazione ma l’interpretazione dei fatti come le fonti li documentano.  Ligio a questa consegna di probità scientifica, Trame del tempo, al pari di ogni buon manuale di storia, prova a condurre gli studenti nel laboratorio della storiografia: confidando nella mediazione consapevole del docente, presentando fonti e interpretazioni di fonti; educando cioè al dibattito metodologicamente controllato attorno ai dati di realtà e alla loro rappresentazione; contribuendo quindi, per quanto di sua ragione, alla formazione della cittadina e del cittadino d’uno Stato democratico. Piaccia o meno al bureau dell’istruzione sovranista, la storia è quella che insegnano i manuali come Trame del tempo, non quella che vorrebbero imporre le Indicazioni ministeriali. E quale che sia la filosofia della storia professata dal Ministro Valditara e dalle sue commissioni d’esperti, prospettare la censura d’un libro non allineato all’ortodossia governativa aiuta poco a stornare dalle forze di governo il sospetto che quanto detto nel censurando manuale sia vero. *Luca Casarotti è un giurista. Fa parte del gruppo di lavoro Nicoletta Bourbaki, è autore di L’antifascismo e il suo contrario (Alegre, 2023). L'articolo Il metodo storico (e quello di Valditara) proviene da Jacobin Italia.
July 1, 2025
Jacobin Italia
La distopia concreta della Venezia di Bezos
Articolo di Anna Irma Battino Quando Jeff Bezos ha scelto Venezia per il suo matrimonio, in pochi hanno creduto alla narrazione del sogno romantico. Nessuno, almeno, tra coloro che ancora cercano di viverci. Perché da almeno un decennio la città è diventata il laboratorio vivente di una distopia concreta: una metropoli svuotata dai residenti, colonizzata dai turisti, gestita come un fondo immobiliare da una classe politica subalterna dell’élite globale. «Non si tratta solo di un matrimonio –  ha spiegato Tommaso Cacciari, attivista veneziano – È un messaggio in codice, un atto di dominio, un tentativo di occupazione. E Venezia, come spesso accade nella storia, ne diventa il campo di battaglia».  Da qualche settimana e fino al 28 giugno, Venezia sembra militarizzata. Non ci sono i carri armati, ma l’effetto è lo stesso: accessi vietati, trasporti deviati, spazi pubblici blindati. La Basilica di San Giorgio Maggiore, luogo sacro, è stata trasformata in una cattedrale privata. La Scuola Grande della Misericordia – di proprietà del blind trust riconducibile al sindaco Luigi Brugnaro, già coinvolto in un’inchiesta per conflitto d’interessi che ha portato al suo rinvio a giudizio –, avrebbe dovuto essere una delle location principali dell’evento. A fronte delle proteste annunciate dalla cittadinanza e dalla piattaforma No Space for Bezos, il multi miliardario è stato costretto a spostare le celebrazioni all’Arsenale, un tempo cuore della potenza navale veneziana, ora adibita a sala da ballo per un’élite tecnocratica. Tutto pagato? Forse. Tutto legittimo? Formalmente sì. Ma una città intera è stata sospesa, per celebrare il potere privato del terzo uomo più ricco del pianeta. E così, Venezia si è svegliata come sempre, avvolta nella sua bellezza ferita, ma questa volta sotto i riflettori del mondo per un evento privato che è diventato pubblico ancor prima di cominciare: il matrimonio di Jeff Bezos e Lauren Sánchez. Una celebrazione sontuosa, con poco più di duecento ospiti selezionati: magnati della Silicon Valley, celebrità hollywoodiane, lobbisti, per citarne alcuni. Per tre giorni, spazi vitali della città sono stati sottratti all’uso collettivo: dalla Basilica di San Giorgio Maggiore chiusa e presidiata insieme al Chiostro della Chia, varie linee del trasporto pubblico modificate, alcuni accessi regolati da forze dell’ordine e vigilanza privata. In Laguna, invece, una pioggia di jet privati, superyacht, cortei acquei esclusivi. Un matrimonio? No, una performance del potere, una dimostrazione pubblica di accesso illimitato ai beni comuni del mondo.  Non è la prima volta che Venezia viene utilizzata come passerella simbolica per le élite globali: dal G20 del 2021 ai matrimoni di Bollywood, fino agli eventi collaterali della Biennale che spesso oscurano la manifestazione stessa. Ma questa volta la sproporzione è apparsa evidente anche agli osservatori più moderati. Una città di 49.000 residenti, in calo costante, ha ospitato un evento da milioni di euro a fronte di una vita quotidiana che scompare sotto i colpi del turismo, della speculazione e dell’esclusione sociale. Bezos non ha «affittato» Venezia formalmente, ma è come se l’avesse fatto. Il Comune e le autorità hanno collaborato con zelo. Nessuno dei rappresentanti istituzionali ha posto un dubbio etico sulla trasformazione di luoghi storici in scenografie privatizzate per cerimonie elitarie. Anzi, si è parlato di ritorno economico, visibilità, donazioni. Si mormora di una cifra simbolica – fonti giornalistiche parlano di circa un milione di euro come contributo privato per iniziative ancora da definire – destinata al patrimonio culturale veneziano, una mancia rispetto a quanto lo stesso Bezos guadagna in pochi minuti. Eppure per l’amministrazione comunale è stato un successo. La visibilità, dicono, è una forma di investimento. Ma per chi? Per molti veneziani il punto non è la cifra, né il fasto in sé: è la natura del messaggio implicito. Una città intera può essere affittata per una festa? È giusto che spazi pubblici vengano sottratti all’uso collettivo per trasformarsi in location esclusive? Le proteste non si sono fatte attendere. Il movimento No Space for Bezos, insieme a collettivi ecologisti e gruppi di base veneziani, ha denunciato apertamente la privatizzazione della città. Gli slogan sui ponti – «Una città non si affitta», «Venezia non è vostra» – come le iniziative in Piazza San Marco o lo striscione di «benvenuto» calato dal campanile di San Giorgio, hanno riportato al centro della scena un problema che la retorica dello sviluppo turistico cerca costantemente di eludere: la cancellazione progressiva del diritto alla città. Questo fenomeno ha un nome e una ratio precisa, risponde al nome di «colonialismo economico» ed è ciò che sta cannibalizzando diverse città lungo tutta la Penisola. Il caso Bezos è un’esemplificazione brutale di un meccanismo che lavora da anni: la trasformazione delle città d’arte in asset finanziari, la riduzione dello spazio urbano a contenitore di rendita, la sostituzione della cittadinanza con il consumo. Venezia è il paradigma perfetto. Oggi, secondo la stima dall’Osservatorio civico sulla casa e la residenza, il 70% delle abitazioni del centro storico è utilizzato per affitti brevi, spesso su piattaforme come Airbnb. Le famiglie giovani se ne vanno perché non trovano casa, i residenti anziani muoiono in silenzio, le case rimangono sfitte. I servizi si riducono, le botteghe chiudono, le scuole restano semivuote. Al loro posto: boutique, gelaterie, megastore di lusso e la smodata ricerca dell’esclusiva instagrammable da dare in pasto al web. L’equilibrio è stato rotto da tempo, ma eventi come questo lo rendono più visibile. E c’è di più: il discorso dominante continua a parlare di Venezia come «fragile», «unica», «da salvare». Ma da chi? Il ticket d’ingresso introdotto nel 2024 – 5 euro per entrare in città durante l’alta stagione e ora aumentato a 10 euro – non serve a regolamentare i flussi, ma a legittimarli. Paghi ed entri. Paghi di più e la prendi in affitto. Paghi moltissimo e la trasformi in un set nuziale. La logica è quella dell’economia dell’estrazione applicata alla cultura. Venezia non è più una città: è una risorsa da sfruttare, un marchio, una location. Chi la vive – o prova ancora a viverla – è un ostacolo da gestire, da contenere. I comitati che si battono per la residenzialità – come Asc (Assemblea Sociale per la Casa) che ha continuato anche in questi giorni a bloccare degli sfratti –, per una moratoria sugli affitti brevi, per la regolamentazione del turismo, vengono ignorati o ridicolizzati. Ma sono l’unico argine rimasto. Il matrimonio di Jeff Bezos non è uno scandalo mondano. È un atto politico. È la celebrazione pubblica di un ordine economico in cui i miliardari possono disporre liberamente di città intere, mentre la cittadinanza viene spinta ai margini. È l’immagine del tardo capitalismo che, privo di legittimità culturale, si rappresenta con la sua opulenza: yacht, recinti, elicotteri. È un monumento all’esclusione, innalzato nel cuore di una città nata come spazio di scambio, convivenza, acqua condivisa – oggi trasformata in vetrina del privilegio e simbolo delle contraddizioni di un mondo in crisi. Heather Jane Johnson, ex libraia del Massachusetts ora veneziana di adozione, confessa di essersi sentita tradita e più impotente che mai, come se la decisione di Bezos fosse l’ennesima conferma del potere ingiustificato e opprimente di pochi, capaci di piegare intere comunità alle loro esigenze. «Amazon anni fa mi ha portato via il lavoro. Oggi Bezos mi toglie anche la città. Non è più solo commercio. È colonialismo». Questa protesta locale, però, va letta anche in una chiave più ampia, inserita in un contesto geopolitico segnato da conflitti e crisi. Mentre in Medio Oriente si combatte una guerra che ridisegna gli equilibri internazionali, e mentre Elon Musk distribuisce assegni da milioni di dollari come se fossero meri strumenti di potere, il matrimonio di Bezos diventa il simbolo di un’élite globale sempre più lontana dalla realtà delle persone comuni. Il capitalismo digitale e il tecnocapitalismo, come sottolinea il politologo Robin Piazzo in un articolo del Guardian, si stanno fondendo con forme di autoritarismo e fascismo, trasformando la ricchezza in un potere strutturale e invasivo. Ma il punto non è il lusso. Il punto è la convergenza tra potere economico, guerra e controllo. Jeff Bezos non è solo un uomo d’affari: è uno degli architetti della guerra del futuro. Amazon Web Services (Aws) è il principale fornitore di cloud militare per il Pentagono, per l’Nsa e – fatto documentato – per le forze armate israeliane durante le operazioni su Gaza. Aws ha fornito l’infrastruttura cloud per operazioni di sorveglianza e supporto ai sistemi militari.  Una parte del potere tecnologico connesso al conflitto è passato da lì. Bezos guadagna con la logistica, ma costruisce potere con la tecnologia bellica. In parallelo, Donald Trump – riapparso sulla scena con le mani sull’Iran – ripropone il modello dell’esportazione della democrazia con le bombe. Le due figure, apparentemente lontane, sono facce complementari del nuovo tecno feudalesimo: uno costruisce l’infrastruttura, l’altro la strategia. Le proteste contro Bezos non sono quindi semplici azioni di disturbo, ma la manifestazione di un rifiuto verso un sistema che compra spazi, influenza governi, manipola mercati e piega le istituzioni. È una lotta che attraversa i temi ambientali, sociali e politici. Amazon non è solo un colosso del consumo, ma un modello di sfruttamento che sottrae risorse idriche in regioni già aride, che alimenta l’inquinamento e la crisi climatica, e che si appoggia su un sistema di lavoro sempre più precario e alienante. La crisi ambientale è intimamente connessa a questa concentrazione di potere: le stesse risorse che sostengono questi imperi economici sono quelle di cui le comunità locali si vedono private, in un meccanismo che sembra inarrestabile. Il matrimonio di Bezos a Venezia si inserisce dunque in un quadro di conflitto globale, dove le disuguaglianze si acuiscono e dove il potere dell’élite si scontra con la crescente richiesta di giustizia sociale e ambientale.  Al Laboratorio Occupato Morion – il quartier generale della «resistenza» – si accumulano striscioni che non lasciano scampo: No Space for Bezos non è uno slogan, è un grido che taglia la superficie lucida della città-museo, lì dove il turismo di massa e i ricchi provano a sfondare ogni confine. Gli attivisti sanno bene che bloccare una festa esclusiva può sembrare poco, ma è invece qualcosa di potente. È la rivendicazione di un diritto all’esistenza. A Venezia, una città sospesa tra il barocco e l’abisso, si gioca la partita della dignità umana contro il potere dell’1%. Gli attivisti bloccano ponti, resistono contro la polizia e gli ex marines che Bezos ha portato con sé, perché sanno che la battaglia non è solo per un matrimonio ma per l’anima stessa di una società che sta cedendo al ricatto della ricchezza estrema. Le lotte per bloccare Bezos sono quindi un atto di ribellione contro una realtà che sembra aver perso ogni limite: una ricchezza che si compra tutto, che si arricchisce con la distruzione del pianeta e delle persone. Eppure, in mezzo a questa tempesta, c’è chi sceglie di resistere, di mettere il proprio corpo davanti al potere, di affermare che non tutto può essere comprato. Non importa che Amazon «promuova una cultura del consumo estremo ed esagerato», dice Stella Faye, del comitato No Space For Bezos, «poichè rappresenta un modello di sfruttamento delle persone e della natura. Dipende da un sistema di trasporti altamente inquinanti, e da un consumo spropositato di energia elettrica e risorse idriche per il mantenimento dei server che lo alimentano, per non parlare dei territori distrutti per fare spazio ai magazzini». «Venezia ha una sua dignità e non ci interessa raccogliere le briciole che cadono dalla tavola del re – spiega Federica Toninello anche lei tra i volti più conosciuti del comitato No Space For Bezos – Non siamo contro le nozze di persone famose nella nostra città. Qui si è sposato George Clooney, tanto per fare un esempio, e non c’è nulla di male. Ma Bezos è un’altra faccenda. Non siamo di fronte solo all’arroganza del super ricco che trasforma un’intera città nel suo parco giochi. Bezos è uno dei maggiori protagonisti del cosiddetto complesso industriale militar-digitale che costruisce profitto sulla guerra e sulla morte di centinaia di migliaia di innocenti. Per questo il 28 giugno ci mobiliteremo con pacifica determinazione per gridare ‘No Space for Bezos, No space For War!’». No space for Bezos arriva mentre a New York vince le primarie del Partito Democratico un musulmano socialista, che promette «una città che ti puoi permettere»], contro il carovita e la turistificazione. Bezos, nel frattempo, è accusato da più parti di condizionare il profilo editoriale del Washington Post in linea con il governo statunitense, e di aver sostenuto posizioni vicine all’amministrazione Trump. Ma soprattutto, a Venezia come a New York, la guerra è sempre guerra alle moltitudini sfruttate. La campagna del candidato socialista Zohran Mamdani fondava su due temi: una città sostenibile e la solidarietà alla Palestina, due istanze solo in apparenza distanti ma, invece, legate dalla stessa domanda cruciale: chi può gestire lo spazio urbano? Abitarlo? Usarlo? Il capitalismo predatorio ha come obiettivo primario ridurre lo spazio a disposizione delle moltitudini caricando su di loro i costi della crisi climatica, giusto per citarne una. Venezia non muore solo sotto il peso del turismo. Muore sotto il peso del privilegio. Se non cambia rotta, il futuro non sarà quello di una città da salvare, ma di una città definitivamente svenduta. E non ci sarà sistema Mose che tenga. *Anna Irma Battino è giornalista free lance con una grande passione per il cinema, ma scrive soprattutto di giustizia sociale, transfemminismo e politica. Ha partecipato a diverse carovane in Palestina, Brasile, Messico, Argentina e Kurdistan. L'articolo La distopia concreta della Venezia di Bezos proviene da Jacobin Italia.
June 28, 2025
Jacobin Italia