Il Macron minore
La Repubblica e il Corriere giubilano: Raphaël Glucksmann, 46enne presidente del
partito Place Publique (Pp), ha «conquistato» (Repubblica) le primarie dei
socialisti francesi «con uno schiacciante 66% dei voti» (Corriere), una
«valanga» (Repubblica) di preferenze che premia un politico con l’«aria da bravo
ragazzo», «pieno d’idee e di entusiasmo» (Corriere), anzi di più: «figlio di un
filosofo» (Repubblica).
Nessuno dei due giornali si sofferma sul fatto che, a queste primarie, hanno
votato poco più di 120.000 persone. Alle ultime primarie del Ps, quelle del
2017, alla fine della presidenza di François Hollande, votarono più di 1.6
milioni di persone al primo turno (al secondo furono più di 2 milioni).
In dieci anni, il bacino elettorale delle primarie socialiste si è più che
decimato. La «valanga» di preferenze di Raphaël Glucksmann è talmente
striminzita che il quarto classificato alle primarie del 2017 raccolse più voti
del «figlio del filosofo». Ci sono petizioni contro il maltrattamento di felini
domestici sardi che hanno raccolto più firme di quanto non siano i votanti dello
«spazio socialdemocratico», come l’hanno definito i suoi organizzatori.
Insomma: delle «primariette». Davanti ai giornalisti, Glucksmann ha detto che
«la democrazia ha parlato». Ma più che di un processo democratico, si è trattato
di una parodia. Il tutto sarebbe propriamente ridicolo se non fosse un
dispositivo a uso e consumo dei media francesi – ma anche italiani, a quanto
pare –, disperati dalla scomparsa dello spazio macronista e della
socialdemocrazia hollandiana.
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A leggere i principali organi d’informazione italiani, si avrebbe l’impressione
che Glucksmann rappresenti la sinistra francese. Tuttavia, dal 2017, la
formazione egemonica – e di gran lunga – è La France Insoumise (Lfi) di Jean-Luc
Mélenchon. Alle ultime due elezioni presidenziali, Lfi ha sfiorato il passaggio
al ballottaggio, attestandosi attorno alla soglia del 20%. Le altre formazioni
della sinistra (Ecologisti, socialisti, comunisti…) non hanno mai oltrepassato
il 6%.
Dopo la rielezione di Emmanuel Macron nel 2022, la sinistra francese ha
attraversato due tentativi di «unione»: la Nouvelle union populaire, écologiste
et sociale (Nupes) dal 2022 al 2023, e il Nuovo Fronte Popolare (Nfp) nel 2024.
Entrambe le coalizioni sono state coadiuvate dal sistema elettorale
maggioritario in vigore per l’Assemblée Nationale, che rende più conveniente lo
«spartirsi» delle circoscrizioni tra i partiti per non farsi concorrenza.
Entrambi gli esperimenti sono naufragati a causa delle tensioni tra una
«sinistra di rottura» (come si definisce Lfi) con il neoliberismo e una, più
moderata, di stampo socialdemocratico.
L’obiettivo dichiarato, sia nel 2022 che nel 2024, era di avere una maggioranza
in parlamento per costringere Macron alla cohabitation (co-abitazione) con un
primo ministro e un governo di sinistra. Sia la Nupes che il Nfp avevano il
proprio centro di gravità in Lfi: suoi erano il programma, le strutture, i
militanti, il maggior numero di deputati.
A trascinare i piedi, cercando di far saltare ogni accordo, e poi a far
implodere queste unioni è stata l’ala destra del Ps, che non ha mai digerito
l’egemonia degli insoumis. All’indomani delle elezioni europee del 2024, quando
Macron annunciò a sorpresa la dissoluzione del parlamento e indisse le elezioni
anticipate, i partiti della sinistra ricominciarono a negoziare un accordo che
sarebbe poi divenuto il Nfp. Glucksmann, sostenuto dai socialisti alle europee,
alle quali era arrivato in testa tra i candidati di sinistra col 13.8%, fu il
principale alfiere dell’opposizione a ogni accordo con Lfi. «Non possiamo mica
rifare la Nupes», disse, con quell’indimenticabile accento da altoborghese
parigino che gli valse l’istantanea memetizzazione.
Quel risultato alle europee del 2024 continua a far sperare Glucksmann, i suoi
fans e i giornalisti nostrani che l’egemonia di Lfi è più fragile di quanto
sembra. Basterebbe una spallata abbastanza forte, e il castello di carte
mélenchonista sarebbe pronto a venir giù. Dimenticano che qualcuno ci ha già
provato, fallendo miseramente.
Yannick Jadot – allora segretario degli Ecologisti, oggi uno dei principali
sostenitori di Glucksmann – ha vissuto un arco narrativo del tutto simile:
arrivato in testa a sinistra alle europee del 2019 col 13.4% dei voti, cercò
d’imporsi come candidato unico della gauche, con un programma moderato e di
tradizione hollandiana. Alle presidenziali il miracolo non si ripeté: Mélenchon
sfiorò il secondo turno (21,95%, 400.000 voti dietro a Marine Le Pen), mentre
Jadot fece il 4,6%, sotto la soglia del 5% oltre la quale scatta il rimborso
delle spese elettorali, cosa che lo costrinse a lanciare un’umiliante raccolta
fondi e a dare le dimissioni.
Le elezioni europee sono tradizionalmente sfavorevoli a Lfi (anche se sempre
meno: nel 2024 la lista guidata dall’insoumise Manon Aubry ha raccolto il 9,8%
dei voti, contro il 6,3% del 2019). La grande differenza tra le europee e le
presidenziali è l’astensione: alle prime, nel 2024, hanno votato 25 milioni di
francesi (51% degli aventi diritto) mentre alle seconde, nel 2022, i votanti
sono stati 35 milioni (73%). In questi dieci milioni di voti sta la differenza
tra la chimera glucksmaniana e la realtà mélenchonista.
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I dati elettorali, i numeri delle «primariette» così come i precedenti storici
suggeriscono che la candidatura di Raphaël Glucksmann ha molte più probabilità
di essere un disastro annunciato, piuttosto che un’opzione credibile (ultimo
dato: quando Benoît Hamon vinse le primarie nel 2017, fece poi il 6% alle
presidenziali; ed era ben più alto nei sondaggi). Come spiegare allora
quest’infatuazione per il capo di Place Publique?
Il fatto è che la disintegrazione del Partito socialista, che per la prima volta
nella sua storia non avrà un suo candidato alle presidenziali, lascia un vuoto
la cui importanza è inversamente proporzionale al suo peso elettorale. Esiste
un’area che va dai sostegni del Ps a una parte del voto ecologista, che riunisce
circa il 6% dei voti (alle presidenziali del 2022: il 4,63% di Yannick Jadot più
l’1,75% della candidata socialista ed ex sindaca di Parigi Anne Hidalgo).
Malgrado il piccolo peso elettorale, quest’area gode di un peso simbolico
importantissimo, essendo il riferimento delle classi medie intellettuali e delle
élite culturali della capitale.
Da ciò discendono due conclusioni. La prima: il fatto che il candidato di
quest’area, ovvero Raphaël Glucksmann, abbia come principale punto programmatico
quello di non fare mai, in nessun caso, alcun accordo con Lfi – anche a rischio
di veder vincere dei candidati di estrema destra – la dice lunga sulle mutazioni
che sono avvenute in seno a una parte della borghesia francese, che preferisce
perdere ma col proprio idealismo intatto, piuttosto che accettare una rottura
con una parte dell’ordine neoliberale.
La seconda: con questi numeri non si vincono le elezioni. Questo lo sa anche
Glucksmann e quelli che lo sostengono. Per questo la sua candidatura è destinata
a lottare per recuperare una parte del voto macronista, e quindi a distanziarsi
in maniera irreversibile dal resto della sinistra, il cui centro di gravità
resta il programma di rottura de La France Insoumise.
L’Opa lanciata da Glucksmann sul Ps assomiglia molto a quella compiuta a suo
tempo da Macron, quando era ministro dell’economia di François Hollande. Ed
effettivamente, l’operazione-Glucksmann ha molte somiglianze con quella del
Macron del 2017. Al di là del suo posizionamento rispetto a Mélenchon,
Glucksmann – proprio come fece l’attuale presidente dieci anni fa – promette di
rivoluzionare tutto, tranne quello che conta per davvero: la struttura economica
e i regali alle grandi aziende.
In questo senso ha fatto sua l’espressione idiomatica di Macron del 2017, il «en
même temps» col quale vinse il suo primo mandato. «Allo stesso tempo»:
favorevole alla revisione della riforma delle pensioni di Macron, ma non
completamente; per l’aumento dei salari, ma solo il netto, e soprattutto non
facendolo pagare ai padroni ma riducendo i prelievi fiscali sulle buste paga;
per fermare «il calvario dei palestinesi a Gaza», ma rifiutandosi di
qualificarlo come genocidio; per una politica migratoria meno razzista di quella
varata da Macron un paio d’anni fa, ma solo dopo una «convenzione cittadina» sul
tema; per la transizione ecologica, ma a patto che non sia «punitiva», cioè
lesiva degli interessi degli industriali; per la «tassa Zucman» sui patrimoni
dei miliardari, ma in linea di principio e poi sui dettagli si vedrà, e in ogni
caso, a livello europeo e non nazionale.
Il candidato di Place Publique ha un percorso esterno e conflittuale alla
sinistra, e anche in questo assomiglia all’attuale inquilino dell’Eliseo.
Glucksmann non proviene dalle fila delle banche d’affari parigine come Macron,
ma da quel particolarissimo milieu dell’élite intellettuale della capitale
passata dal maoismo all’antitotalitarismo e infine all’atlantismo.
Suo padre, André, è stata una delle figure di spicco dei nouveaux philosophes
con Bernard-Henri Lévy. Padre e figlio sostennero nel 2007 la candidatura di
Nicolas Sarkozy perché, a dire di Glucksmann figlio, aveva il merito di aprire
la politica alla «società civile» (nel 2025, Sarkozy è stato condannato a cinque
anni di carcere per associazione a delinquere per aver accettato dei
finanziamenti illegali provenienti da Muammar Gheddafi per le presidenziali del
2012).
Tra il 2009 e il 2012, Glucksmann è stato consigliere del presidente georgiano
Mikheil Saak’ashvili, condannato nel 2025 a nove anni di reclusione per
corruzione e appropriazione indebita di fondi pubblici. Il Parlamento europeo ha
contestato la condanna e ne ha chiesto la liberazione, definendo le condanne
motivate politicamente. Secondo l’Ong Human Rights Watch, l’ex presidente
georgiano è stato responsabile di gravi violazioni dei diritti umani nei
confronti dei media e dei movimenti sociali.
Secondo Le Monde, «il lavoro di Raphaël Glucksmann» consisteva nel «“vendere” la
Georgia agli occidentali per convincerli di lasciarla entrare nell’Unione
europea e nella Nato». Glucksmann, intervistato da Le Monde, ha detto di essere
fiero di aver «servito» l’ex presidente georgiano, «un resistente democratico a
Vladimir Putin».
Il tema della «resistenza» delle «democrazie» contro i regimi autoritari – in
particolare Russia e Cina – è stato quello prediletto in questi anni dal
candidato socialdemocratico, il cui programma prevede un piano di riarmo europeo
di 500 miliardi finanziato da un prestito comune dei ventisette paesi
dell’Unione. Difensore senza se e senza ma dell’Ucraina, Glucksmann intende
incarnare «il partito della resistenza» alla Russia di Putin, come ha detto nel
2024 durante le europee.
Oltre alla politica estera atlantista, ciò che più lo accomuna con Macron,
forse, è l’ambizione di imporre un governo di una minoranza percepita come
illuminata. Una delle caratteristiche fondamentali del macronismo, oltre al
neoliberismo radicale, è infatti quella di aver governato senza una coalizione
sociale che lo sostenesse.
Al contrario dei suoi predecessori, Macron è riuscito a conquistare l’Eliseo
rappresentando gli interessi del grande capitale senza alcun contrappeso,
appoggiato dall’élite mediatica e sostenuto, di fatto, solo dalle classi
medio-alte più fortunate. Lo sfaldamento del Ps e degli altri partiti, il
sistema elettorale maggioritario francese, il «cordone sanitario» contro
l’estrema destra, l’architettura istituzionale della V Repubblica che dà poteri
impensabili in altri paesi europei al presidente, sono tutti fattori che hanno
permesso a Emmanuel Macron di governare dieci anni senza dover cercare consensi
al di là dei cosiddetti «Csp+» (quadri e dirigenti d’azienda, professioni
liberali con redditi elevati, alti funzionari…).
Come ha scritto Le Monde Diplomatique nel 2018, quando Glucksmann ha cominciato
a farsi strada nella sinistra francese: «Un altro Macron è possibile». La sua
candidatura è un tentativo di recuperare il blocco elettorale macronista, la cui
parte «progressista» è orfana di un candidato culturalmente vicino (europeista,
vagamente di sinistra, colto e ben educato).
Oggi, tuttavia, l’epoca è cambiata. Il «en même temps» non è più di moda e non
si vede come possa raccogliere consensi al di là di una ristrettissima base. Le
politiche macroniste hanno avviato una crisi irreversibile, nutrita da un buco
di bilancio senza precedenti, un dissenso sociale mai così intenso e una crisi
istituzionale che mina le fondamenta stessa della V Repubblica gollista. La
sinistra di rottura, riunita attorno a Jean-Luc Mélenchon, non è mai stata così
alta nei sondaggi, fattore fondamentale per riunire attorno a sé il «voto utile»
che decide le sorti dei candidati al primo turno delle presidenziali.
Un altro Macron è certamente possibile. Ma non potrà che essere qualcosa di
minimo e triste, un po’ patetico: un «Macron minore».
*Filippo Ortona è giornalista, vive a Parigi e lavora per Index e il manifesto.
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