Femminicidio nero su bianco, ma non è ancora leggeImmagine simbolica dal progetto”IN MEMORIAM”di Matteo Anatrella contro la
violenza di genere
Il Senato approva all’unanimità il nuovo reato, con ergastolo per chi uccide una
donna in quanto donna. Il testo ora attende il voto della Camera.
di Lucia Montanaro
Il voto al Senato
Il 23 luglio 2025 il Senato ha approvato all’unanimità il disegno di legge che
introduce, per la prima volta nella storia della Repubblica, il reato autonomo
di femminicidio. Una parola finora assente nel codice penale, ma che racconta
una realtà che in Italia si consuma con numeri spaventosi: una donna uccisa ogni
tre giorni, nella stragrande maggioranza dei casi da partner, ex partner o
familiari.
Oggi, grazie a questo passaggio parlamentare, lo Stato comincia a riconoscere
questa violenza per ciò che è. Non un delitto qualunque, ma l’omicidio di una
donna in quanto donna. Spesso punita per aver detto “no”. No a un uomo, a un
controllo, a una relazione, a un potere.
Il nuovo articolo 577 bis del codice penale, approvato dal Senato, prevede
l’ergastolo per chi uccide con movimento di genere, cioè per possesso, dominio,
controllo, rifiuto o odio misogino. Inoltre, si rafforzano le tutele per le
vittime, ei centri antiviolenza potranno costituirsi parte civile nei processi.
A sancire il passaggio parlamentare è il Senato, che il 23 luglio vota
all’unanimità: 161 presenti, 161 favorevoli. L’applauso che segue, sincero e
trasversale, interrompe il silenzio d’aula. A presiedere i minuti conclusivi c’è
Ignazio La Russa, che ringrazia i senatori per il risultato ottenuto.
Il contenuto della legge
Non è stato un iter privo di ostacoli. I dubbi sul rischio di un approccio
meramente repressivo, più punitivo che preventivo, hanno attraversato
l’opposizione. In Commissione Giustizia non sono mancate le tensioni. Ma davanti
al peso dei numeri e al dolore collettivo che ormai attraversa il Paese, è
maturata una convergenza politica raramente così compatta.
Determinanti, nel testo finale, alcune modifiche richieste dalle minoranze. Il
concetto di “femminicidio” è stato definito in modo più preciso: si punisce con
l’ergastolo chi uccide una donna per odio, possesso, controllo, prevaricazione.
Ma anche per il suo rifiuto di entrare o restare in una relazione, o per
sottrarla a una condizione di soggezione. Una specificazione che restituisce
dignità giuridica a molte delle storie che negli ultimi anni hanno occupato le
cronache.
Il testo include inoltre un’estensione significativa: la norma tutela anche chi
si identifica come donna, anche se non riconosciuta tale anagraficamente.
Le misure di sostegno
Tra gli interventi approvati ci sono anche fondi per gli orfani di femminicidio,
con uno stanziamento di 10 milioni di euro e l’ampliamento della platea dei
beneficiari. Non solo figli di donne uccisero da partner o ex, ma anche bambini
la cui madre è stata uccisa da uomini con cui non aveva alcun legame affettivo.
Prevista anche la possibilità di aiuto nei casi in cui la madre sopravviva, ma
resti invalida o gravemente compromessa a causa della violenza.
Dall’opposizione, però, è arrivata una critica netta. Senza investimenti su
prevenzione, educazione, cultura, la repressione del rischio di arrivare sempre
troppo tardi. Ilaria Cucchi ha ribadito in Aula l’urgenza di affiancare alla
norma penale una legge sull’educazione affettiva, già calendarizzata in
Commissione e attesa dopo l’estate.
Cosa succede ora
Ma la legge, ad oggi, non è ancora definitiva. Il testo approvato dal Senato
deve ora passare alla Camera dei Deputati per il voto finale. Solo dopo questo
secondo passaggio, e la successiva promulgazione del Presidente della
Repubblica, il reato di femminicidio diventerà legge dello Stato. L’auspicio,
condiviso anche da molti parlamentari, è che si tratti solo di un passaggio
formale, vista l’unanimità già espressa e la gravità del fenomeno.
I numeri del femminicidio in Italia
Nel 2024, secondo i dati ufficiali del Ministero dell’Interno, 113 donne sono
state uccise in Italia. Di queste, 99 in ambito familiare o affettivo, e 61 per
mano del partner o dell’ex. Un lieve calo rispetto alle 120 vittime del 2023, ma
il dato resta drammaticamente alto. Oltre due donne ogni settimana continuano a
morire per mano maschile. Nei primi sette mesi del 2025, le uccisioni già note
sono almeno 27.
Ogni volta che succede, l’Italia si interroga per qualche giorno. Poi dimentica.
Eppure i segnali erano spesso chiari, le denunce c’erano già state, i nomi noti
alle forze dell’ordine. Ma la rete non ha retto, o non è mai esistita.
Questa legge, dicono in molti, è un passo importante. Ma non sufficiente. Manca
un piano di prevenzione sistemico. Mancano fondi strutturali per i centri
antiviolenza. Mancano educazione affettiva e formazione nelle scuole. Non basta
punire “dopo”, servirebbe anche e soprattutto formare e prevenire.
Eppure, oggi qualcosa si è rotto. Il muro del silenzio istituzionale, almeno. La
parola femminicidio non è più solo nei titoli dei giornali o nei cortei delle
donne. È scritta nero su bianco nel testo approvato dal Senato della Repubblica.
E con essa, la memoria di tutte quelle che non hanno potuto scegliere se vivere
o morire.
Un quadro globale: strategie, divari e convergenze
Nel mondo, la legislazione sul femminicidio è frammentata e diseguale. Alcuni
Paesi hanno riconosciuto il reato come autonomo, altri lo trattano come una
circostanza aggravante dell’omicidio. Altri ancora lo ignorano del tutto dal
punto di vista giuridico.
In Europa, l’Italia si prepara a diventare il primo Stato dell’Unione con un
reato autonomo di femminicidio. In Spagna, invece, dal 2004 esiste una legge
organica contro la violenza di genere, che integra repressione, prevenzione,
assistenza e monitoraggio. In Germania, Francia, Croazia o Belgio, la violenza
di genere è punita con aggravanti, ma manca una fattispecie autonoma.
Nel continente americano, il contrasto è ancora più marcato. In America Latina,
Paesi come Messico, Brasile, Colombia e Argentina hanno introdotto da tempo il
reato autonomo di femminicidio. Ma la sua efficacia è limitata, spesso,
dall’impunità diffusa e dalla debolezza strutturale delle istituzioni. Secondo
la Commissione Economica dell’ONU per l’America Latina ei Caraibi (CEPAL), nel
2023 sono state uccise almeno 3.897 donne in 27 Paesi della regione. Oltre 11 al
giorno.
Negli Stati Uniti e in Canada, non esiste il reato di femminicidio. Gli omicidi
di donne rientrano nel codice penale generale, e non sempre il movimento di
genere è considerato. Esistono però leggi specifiche a livello statale,
soprattutto in riferimento alla violenza domestica.
Secondo l’EIGE (Istituto Europeo per l’Uguaglianza di Genere), solo con una
definizione condivisa e una raccolta sistematica dei dati si può contrastare in
modo efficace il femminicidio. La Convenzione di Istanbul, ratificata da molti
Stati, invita in questa direzione. Ma la sua applicazione resta disomogenea.
In questo contesto, il ruolo dell’Italia può essere duplice: da un lato, colmare
un vuoto legislativo e nominare per la prima volta il reato per quello che è.
Dall’altro, offrire un modello di riconoscimento simbolico e giuridico che altri
Paesi europei potrebbero seguire. Ma il diritto, da solo, non basta. Come
dimostrare i casi latinoamericani, serve una rivoluzione culturale,
istituzionale e sociale.
Un minuto di raccolta
Sono almeno 27 le donne uccise in Italia dall’inizio del 2025. Nomi, volti,
storie spezzate da chi non accettava la loro libertà. Questo elenco non è
retorica, è memoria. E la memoria è l’unico modo che abbiamo per opporci
all’oblio.
Provate a leggere questi nomi ad alta voce. Prendetevi il tempo necessario. Un
minuto, due, tre. Quanto serve per compenetrarsi davvero nel numero. Perché non
sono solo inchiostro su un foglio, ma corpi, voci, volti. Perché a ciascuna di
loro sia stato restituito il peso che meritano.
– Eliza Stefania Feru – 29 anni – 5 gennaio – Gualdo Tadino (Perugia)
– Maria Porumbescu – 57 anni – 14 gennaio – Rivoli (Torino)
– Jhoanna Nataly Quintanilla Valle – 40 anni – 24 gennaio – Milano
– Eleonora Guidi – 35 anni – 8 febbraio – Rufina (Firenze)
– Cinzia D’Aries – 51 anni – 9 febbraio – Venaria Reale (Torino)
– Tilde Buffoni – 80 anni – 17 febbraio – Montignoso (Massa Carrara)
– Ramona Rinaldi – 39 anni – 21 febbraio – Veniano (Como)
– Sabrina Baldini Paleni – 56 anni – 13 marzo – Chignolo Po (Pavia)
– Laura Papadia – 36 anni – 26 marzo – Spoleto (Perugia)
– Sara Campanella – 22 anni – 31 marzo – Messina
– Ilaria Sula – 14 anni – scomparsa 25 marzo – trovata in valigia a Poli (Roma)
– Amina Sailouhi – 43 anni – 3 maggio – Caleppio di Settala
– Chamila Arachchilage Dona Wijesuriya – 11 maggio – Cinisello Balsamo
– Daniela Luminita Coman – 14 maggio – Prato di Correggio
– Teodora Kamenova – 15 maggio – Civitavecchia
– Daniela Strazzullo – 23 maggio – Napoli
– Vasilica Potincu – 25 maggio – Legnano
– Martina Carbonaro – 14 anni – 28 maggio – Afragola (Napoli)
– Maria Denisa Paun – 4 giugno – Montecatini Terme
– Sueli Leal Barbosa – 48 anni – 5 giugno – Milano
– Elena Belloli – 51 anni – 5 giugno – Cene (Bergamo)
– Mara Rita Bonanno – 6 giugno – Castelvetrano
– Gentiana Kopili – 14 giugno – Tolentino
– Assunta Carbone – 26 giugno – Rivalta di Torino
– Geraldine Yadana Nuñes Sanchez – 16 luglio – Macherio
– Samantha Del Gratta – 45 anni – 22 luglio – Pisa
A ciascuno di loro, un nome che non deve più essere letto in silenzio.
Ventisette nomi. Ventisette vite. Una sola domanda che ci riguarda tutte e
tutti: chi sarà la prossima? Finché ci sarà un nome da aggiungere, la legge non
basterà, servirà una rivoluzione culturale, una per ciascuna di loro.
Lucia Montanaro