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Quando le donne si organizzano…
articoli di Christelle Kalhoule e Sarah Strack Ingenere intervista Shora Esmailian dossier Femministe nel mondo Politiche e buone pratiche – formazione Christelle Kalhoule è presidente di Forus, mentre Sarah Strack ne è la direttrice.  Quando le donne si organizzano, la democrazia sopravvive: ecco perché la giustizia di genere non può essere una vittima delle crisi globali Le prove sono evidenti:
La non neutralità della rete ai tempi del web 2.0: cos’è e da dove si origina la violenza digitale di genere
Nella nostra società multimediale e iperconnessa, l’uso dei social, come di altri strumenti e servizi digitali – le app, ad esempio, ce n’è una per ogni esigenza – è ormai diffusissimo, al punto tale che anche la persona più âgée non ricorda com’era la vita prima che fosse scandita dall’accendersi e dallo spegnersi della luce blu di uno smartphone. Già, com’era prima? Chi lo sa, indugia in nostalgici ricordi di telefoni analogici, dispositivi tradizionali che trasmettevano la voce convertendola in segnali elettrici che viaggiavano su cavi di rame, oppure di televisioni a tubo catodico. Sgomenta addirittura pensare che ci siano stati anni in cui non eravamo raggiungibili ovunque e comunque, come oggi siamo sempre, attraverso una rete dati, Wi-Fi o hotspot offerti da amici, colleghi di lavoro o perfetti ma generosi sconosciuti: ma come abbiamo fatto a vivere così? Per i nativi digitali, invece, un “prima” non c’è: tutto è nato nel ventunesimo secolo e il Novecento, sfondo fondamentale per le generazioni che li hanno preceduti, sembra essere retrodatato di cento anni, quasi a rappresentare un periodo della vita dell’uomo sulla Terra lontanissimo da oggi, come se non vi fosse continuità temporale tra secondo e terzo millennio. Insomma, per gli appartenenti alla Generazione Z è come se l’umanità fosse sempre vissuta all’interno dell’attuale sistema informativo-relazionale, complesso intreccio fra calcolo e connettività digitale che non si chiama più nemmeno Internet: va oltre Internet e si configura come un’infrastruttura in cui le tecnologie computazionali e quelle comunicazionali si sono saldate all’interno di piattaforme su scala globale, gestite da pochi attori privati, monarchi del regno del big tech. Visualizzare questa dicotomia fra archi generazionali è fondamentale per capire l’enorme impatto che la violenza digitale ha sulle persone, nell’ambito del più ampio fenomeno della violenza che un essere umano o un gruppo di esseri umani può dirigere verso i propri simili. Una persona nata prima dell’avvento della società della comunicazione, se parla di violenza digitale, è probabilmente incline a pensare che si tratti di un fatto relegato al virtuale e, pertanto, meno impattante sulla vita reale. Chi scrive lo può testimoniare. Questo modo di ragionare – che inevitabilmente proviene dal modo in cui, come esseri pensanti, ci siamo formati – tende a mitigare la rilevanza del fenomeno: esso è immateriale, pertanto intangibile. Invece, le persone nate nell’era digitale, soprattutto in quella che Tiziana Terranova, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università Orientale di Napoli, definisce “il dopo Internet” (primo ventennio del Duemila), hanno sperimentato, fin dalla nascita, che sul piano degli effetti violenza digitale e violenza fattuale si intrecciano in un unicum perverso e inestricabile, tanto da essere l’una la cassa di risonanza dell’altra e viceversa. Soprattutto, hanno sperimentato e introiettato come il piano di interazione su cui si riproduce, tra gli altri fenomeni sociali, anche quello della violenza digitale, sia governato dai giganti finanziari che monopolizzano le piattaforme. Negli anni precedenti al ventennio del terzo millennio, invece, se pure si stava già mostrando l’effetto fortemente impattante della connessione globale sulla vita del pianeta e dei suoi abitanti, ci si percepiva come umanità dentro un’opportunità: la società della conoscenza sembrava aprire le porte a un modo nuovo di essere collettività. O, quantomeno, così ci veniva raccontata dalla narrazione mainstream. Oggi sappiamo bene che la violenza digitale, come tutto ciò che accade attraverso e dentro le piattaforme, può essere effettiva, concreta, tangibile tanto quanto quella che avviene sul piano fattuale: usa solo strumenti, in parte, differenti. Alla luce di queste trasformazioni sociali – che Terranova descrive molto bene nel suo libro Dopo Internet (Ed. Nero, 2022) – si può facilmente comprendere che la rete non è neutra. Quando il campo di osservazione si restringe agli aspetti più specificamente di genere, l’impatto della violenza digitale sulla vita di una persona cambia in base al suo sesso e al modo in cui il suo corpo è situato nel mondo. La studiosa di innovazione sociale Lilia Giugni, attivista femminista intersezionale, ha prodotto su questo tema un testo meraviglioso quanto necessario (La rete non ci salverà, Longanesi, 2022), in cui dimostra, dati alla mano, perché la rivoluzione digitale è sessista e che: > “Molestie e minacce online, pornografia non consensuale, informazioni > personali condivise senza permesso: in tutto il pianeta milioni di donne sono > esposte alla violenza digitale. E le cose non vanno meglio dall’altra parte > dello schermo. Ingegnere IT, influencer e altre lavoratrici del tech > discriminate o sfruttate sul lavoro. Pregiudizi sessisti dell’intelligenza > artificiale e forme discriminatorie di smart working. Catene di produzione > high-tech intrise di abusi e misoginia, e abissali disparità di genere > nell’accesso alle risorse tecnologiche.” Insomma, ecco descritto – in parole tutt’altro che povere – come è messo il nostro mondo tecnologicamente avanzato sotto il profilo dei diritti civili. Nel libro si dimostra che la violazione degli stessi si lega profondamente al modo in cui è costruito il nostro sistema economico. Come nelle altre industrie della globalizzazione, anche l’industria del tech è basata su discriminazioni sociali e sfruttamento del lavoro. A partire da fatti di cronaca, l’autrice descrive vari piani su cui avviene l’ingiustizia: * quello al di qua dello schermo, in cui la violenza digitale di genere si attua, per citare alcune modalità, attraverso l’odio manifesto sui social, la manipolazione della privacy, la sessualizzazione delle immagini del corpo femminile o la ridicolizzazione dei corpi non binari e queer, il cyberbullismo ai danni di chi è considerato fuori dai canoni estetici e comportamentali convenzionali; * quello dietro lo schermo, in cui si registra un costante sfruttamento delle lavoratrici e dei lavoratori gig, cioè coloro che vengono ingaggiati con incarichi flessibili e precari attraverso piattaforme digitali nell’ambito del lavoro on demand o nella gestione di servizi di delivery; * quello delle discriminazioni attuate attraverso una digitalizzazione dei servizi che esclude progressivamente le persone prive di accesso all’educazione informatica, alimentando un vero e proprio fenomeno di ghettizzazione conoscitiva (si pensi alla difficoltà di utilizzo dello SPID); * quello dell’uso degli strumenti di riconoscimento facciale per creare esclusione dei volti non conformi agli stereotipi della whiteness, oppure per attuare forme di repressione e persecuzioni politiche. Questa breve riflessione non ha l’intento di metterci in stato di ansia rispetto all’uso della tecnologia né di favorire atteggiamenti luddisti, quanto di dare visibilità ai lavori di ricerca coraggiosi e validi – sopra citati – che su questo tema conducono con chiarezza a una consapevolezza: quella che, come Giugni scrive nella sua efficace introduzione al testo, > “la lotta per la giustizia di genere nel ventunesimo secolo non può che > passare per due binari paralleli: la denuncia della violenza e dello > sfruttamento attivati dalla tecnologia, e quella delle oscene disuguaglianze > nella sua distribuzione sociale e geografica.” Web 2.0 Dopo Internet – Edizioni Nero Generazione Z – Treccani Il privilegio della whiteness – il manifesto Gig economy: come funziona e vantaggi – Randstad La rete non ci salverà – Lilia Giugni (Google Books) Nives Monda
October 19, 2025
Pressenza
Femminicidio nero su bianco, ma non è ancora legge
Immagine simbolica dal progetto”IN MEMORIAM”di Matteo Anatrella contro la violenza di genere Il Senato approva all’unanimità il nuovo reato, con ergastolo per chi uccide una donna in quanto donna. Il testo ora attende il voto della Camera. di Lucia Montanaro Il voto al Senato Il 23 luglio 2025 il Senato ha approvato all’unanimità il disegno di legge che introduce, per la prima volta nella storia della Repubblica, il reato autonomo di femminicidio. Una parola finora assente nel codice penale, ma che racconta una realtà che in Italia si consuma con numeri spaventosi: una donna uccisa ogni tre giorni, nella stragrande maggioranza dei casi da partner, ex partner o familiari. Oggi, grazie a questo passaggio parlamentare, lo Stato comincia a riconoscere questa violenza per ciò che è. Non un delitto qualunque, ma l’omicidio di una donna in quanto donna. Spesso punita per aver detto “no”. No a un uomo, a un controllo, a una relazione, a un potere. Il nuovo articolo 577 bis del codice penale, approvato dal Senato, prevede l’ergastolo per chi uccide con movimento di genere, cioè per possesso, dominio, controllo, rifiuto o odio misogino. Inoltre, si rafforzano le tutele per le vittime, ei centri antiviolenza potranno costituirsi parte civile nei processi. A sancire il passaggio parlamentare è il Senato, che il 23 luglio vota all’unanimità: 161 presenti, 161 favorevoli. L’applauso che segue, sincero e trasversale, interrompe il silenzio d’aula. A presiedere i minuti conclusivi c’è Ignazio La Russa, che ringrazia i senatori per il risultato ottenuto. Il contenuto della legge Non è stato un iter privo di ostacoli. I dubbi sul rischio di un approccio meramente repressivo, più punitivo che preventivo, hanno attraversato l’opposizione. In Commissione Giustizia non sono mancate le tensioni. Ma davanti al peso dei numeri e al dolore collettivo che ormai attraversa il Paese, è maturata una convergenza politica raramente così compatta. Determinanti, nel testo finale, alcune modifiche richieste dalle minoranze. Il concetto di “femminicidio” è stato definito in modo più preciso: si punisce con l’ergastolo chi uccide una donna per odio, possesso, controllo, prevaricazione. Ma anche per il suo rifiuto di entrare o restare in una relazione, o per sottrarla a una condizione di soggezione. Una specificazione che restituisce dignità giuridica a molte delle storie che negli ultimi anni hanno occupato le cronache. Il testo include inoltre un’estensione significativa: la norma tutela anche chi si identifica come donna, anche se non riconosciuta tale anagraficamente. Le misure di sostegno Tra gli interventi approvati ci sono anche fondi per gli orfani di femminicidio, con uno stanziamento di 10 milioni di euro e l’ampliamento della platea dei beneficiari. Non solo figli di donne uccisero da partner o ex, ma anche bambini la cui madre è stata uccisa da uomini con cui non aveva alcun legame affettivo. Prevista anche la possibilità di aiuto nei casi in cui la madre sopravviva, ma resti invalida o gravemente compromessa a causa della violenza. Dall’opposizione, però, è arrivata una critica netta. Senza investimenti su prevenzione, educazione, cultura, la repressione del rischio di arrivare sempre troppo tardi. Ilaria Cucchi ha ribadito in Aula l’urgenza di affiancare alla norma penale una legge sull’educazione affettiva, già calendarizzata in Commissione e attesa dopo l’estate. Cosa succede ora Ma la legge, ad oggi, non è ancora definitiva. Il testo approvato dal Senato deve ora passare alla Camera dei Deputati per il voto finale. Solo dopo questo secondo passaggio, e la successiva promulgazione del Presidente della Repubblica, il reato di femminicidio diventerà legge dello Stato. L’auspicio, condiviso anche da molti parlamentari, è che si tratti solo di un passaggio formale, vista l’unanimità già espressa e la gravità del fenomeno. I numeri del femminicidio in Italia Nel 2024, secondo i dati ufficiali del Ministero dell’Interno, 113 donne sono state uccise in Italia. Di queste, 99 in ambito familiare o affettivo, e 61 per mano del partner o dell’ex. Un lieve calo rispetto alle 120 vittime del 2023, ma il dato resta drammaticamente alto. Oltre due donne ogni settimana continuano a morire per mano maschile. Nei primi sette mesi del 2025, le uccisioni già note sono almeno 27. Ogni volta che succede, l’Italia si interroga per qualche giorno. Poi dimentica. Eppure i segnali erano spesso chiari, le denunce c’erano già state, i nomi noti alle forze dell’ordine. Ma la rete non ha retto, o non è mai esistita. Questa legge, dicono in molti, è un passo importante. Ma non sufficiente. Manca un piano di prevenzione sistemico. Mancano fondi strutturali per i centri antiviolenza. Mancano educazione affettiva e formazione nelle scuole. Non basta punire “dopo”, servirebbe anche e soprattutto formare e prevenire. Eppure, oggi qualcosa si è rotto. Il muro del silenzio istituzionale, almeno. La parola femminicidio non è più solo nei titoli dei giornali o nei cortei delle donne. È scritta nero su bianco nel testo approvato dal Senato della Repubblica. E con essa, la memoria di tutte quelle che non hanno potuto scegliere se vivere o morire. Un quadro globale: strategie, divari e convergenze Nel mondo, la legislazione sul femminicidio è frammentata e diseguale. Alcuni Paesi hanno riconosciuto il reato come autonomo, altri lo trattano come una circostanza aggravante dell’omicidio. Altri ancora lo ignorano del tutto dal punto di vista giuridico. In Europa, l’Italia si prepara a diventare il primo Stato dell’Unione con un reato autonomo di femminicidio. In Spagna, invece, dal 2004 esiste una legge organica contro la violenza di genere, che integra repressione, prevenzione, assistenza e monitoraggio. In Germania, Francia, Croazia o Belgio, la violenza di genere è punita con aggravanti, ma manca una fattispecie autonoma. Nel continente americano, il contrasto è ancora più marcato. In America Latina, Paesi come Messico, Brasile, Colombia e Argentina hanno introdotto da tempo il reato autonomo di femminicidio. Ma la sua efficacia è limitata, spesso, dall’impunità diffusa e dalla debolezza strutturale delle istituzioni. Secondo la Commissione Economica dell’ONU per l’America Latina ei Caraibi (CEPAL), nel 2023 sono state uccise almeno 3.897 donne in 27 Paesi della regione. Oltre 11 al giorno. Negli Stati Uniti e in Canada, non esiste il reato di femminicidio. Gli omicidi di donne rientrano nel codice penale generale, e non sempre il movimento di genere è considerato. Esistono però leggi specifiche a livello statale, soprattutto in riferimento alla violenza domestica. Secondo l’EIGE (Istituto Europeo per l’Uguaglianza di Genere), solo con una definizione condivisa e una raccolta sistematica dei dati si può contrastare in modo efficace il femminicidio. La Convenzione di Istanbul, ratificata da molti Stati, invita in questa direzione. Ma la sua applicazione resta disomogenea. In questo contesto, il ruolo dell’Italia può essere duplice: da un lato, colmare un vuoto legislativo e nominare per la prima volta il reato per quello che è. Dall’altro, offrire un modello di riconoscimento simbolico e giuridico che altri Paesi europei potrebbero seguire. Ma il diritto, da solo, non basta. Come dimostrare i casi latinoamericani, serve una rivoluzione culturale, istituzionale e sociale. Un minuto di raccolta Sono almeno 27 le donne uccise in Italia dall’inizio del 2025. Nomi, volti, storie spezzate da chi non accettava la loro libertà. Questo elenco non è retorica, è memoria. E la memoria è l’unico modo che abbiamo per opporci all’oblio. Provate a leggere questi nomi ad alta voce. Prendetevi il tempo necessario. Un minuto, due, tre. Quanto serve per compenetrarsi davvero nel numero. Perché non sono solo inchiostro su un foglio, ma corpi, voci, volti. Perché a ciascuna di loro sia stato restituito il peso che meritano. – Eliza Stefania Feru – 29 anni – 5 gennaio – Gualdo Tadino (Perugia) – Maria Porumbescu – 57 anni – 14 gennaio – Rivoli (Torino) – Jhoanna Nataly Quintanilla Valle – 40 anni – 24 gennaio – Milano – Eleonora Guidi – 35 anni – 8 febbraio – Rufina (Firenze) – Cinzia D’Aries – 51 anni – 9 febbraio – Venaria Reale (Torino) – Tilde Buffoni – 80 anni – 17 febbraio – Montignoso (Massa Carrara) – Ramona Rinaldi – 39 anni – 21 febbraio – Veniano (Como) – Sabrina Baldini Paleni – 56 anni – 13 marzo – Chignolo Po (Pavia) – Laura Papadia – 36 anni – 26 marzo – Spoleto (Perugia) – Sara Campanella – 22 anni – 31 marzo – Messina – Ilaria Sula – 14 anni – scomparsa 25 marzo – trovata in valigia a Poli (Roma) – Amina Sailouhi – 43 anni – 3 maggio – Caleppio di Settala – Chamila Arachchilage Dona Wijesuriya – 11 maggio – Cinisello Balsamo – Daniela Luminita Coman – 14 maggio – Prato di Correggio – Teodora Kamenova – 15 maggio – Civitavecchia – Daniela Strazzullo – 23 maggio – Napoli – Vasilica Potincu – 25 maggio – Legnano – Martina Carbonaro – 14 anni – 28 maggio – Afragola (Napoli) – Maria Denisa Paun – 4 giugno – Montecatini Terme – Sueli Leal Barbosa – 48 anni – 5 giugno – Milano – Elena Belloli – 51 anni – 5 giugno – Cene (Bergamo) – Mara Rita Bonanno – 6 giugno – Castelvetrano – Gentiana Kopili – 14 giugno – Tolentino – Assunta Carbone – 26 giugno – Rivalta di Torino – Geraldine Yadana Nuñes Sanchez – 16 luglio – Macherio – Samantha Del Gratta – 45 anni – 22 luglio – Pisa A ciascuno di loro, un nome che non deve più essere letto in silenzio. Ventisette nomi. Ventisette vite. Una sola domanda che ci riguarda tutte e tutti: chi sarà la prossima? Finché ci sarà un nome da aggiungere, la legge non basterà, servirà una rivoluzione culturale, una per ciascuna di loro. Lucia Montanaro
July 24, 2025
Pressenza