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Il discorso dimenticato di Mia Amor Mottley all’81esima Sessione dell’Assemblea Generale ONU
Mia Amor Mottley è una politica barbadiana, attuale premier di Barbados da maggio 2018 e leader del Partito Laburista di Barbados (BLP), è stata la prima donna a ricoprire l’incarico di Primo ministro del Paese. Mottley è stata membro del Parlamento per il collegio di Saint Michael Nord Est dal 1994. Dal 1994 al 2008, ha ricoperto varie posizioni all’interno del Governo di Barbados tra cui quella di attorney general (ministro della giustizia) divenendo la prima donna a ricoprire tale carica. Per ben due volte Leader dell’Opposizione nel Parlamento di Barbados dal 2008 al 2010 e dal 2013 al 2018, nel 2018 il BLP da lei guidato ha ottenuto una schiacciante vittoria elettorale alle elezioni generali del 24 maggio, conquistando tutti e 30 i seggi della Camera bassa (House of Assembly): impresa mai riuscita a nessun partito nella storia di Barbados; oltre ad ottenere il 72,8% dei voti, percentuale più alta mai ottenuta da un partito alle elezioni generali del Paese. Nel 2021 ha partecipato al vertice dei leader della COP26, in rappresentanza dei paesi che rischiano di rimanere sommersi dall’innalzamento dei mari, dichiarando che un innalzamento delle temperature di 2 gradi sarebbe una «condanna a morte» e che servono 500 miliardi di dollari di diritti speciali di prelievo all’anno per 20 anni, «se 500 miliardi vi sembrano tanti è solo il 2% di quanto speso per il quantitative easing». Nel maggio 2022 Mottley è stata descritta sulla copertina della rivista Time, la prima barbadiana ad esserlo, tra le 100 persone più influenti del 2022 per la sua esplicita difesa dell’affrontare il cambiamento climatico. Nel luglio 2022 un gruppo di esperti guidato dalla presidente Mottley e da Avinash Persaud, inviato speciale del primo ministro di Barbados per gli investimenti e i servizi finanziari, ha elaborato l’Iniziativa di Bridgetown (dal nome della capitale di Barbados) per la riforma dell’architettura finanziaria globale. La Mottley stessa ha presentato l’Agenda di Bridgetown il 22 settembre 2022, nel corso della 77ª sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, e il 7 novembre 2022 al vertice dei leader della COP27. Nel 2020, ha manifestato l’intenzione di portare il Paese alla piena sovranità, distaccandosi da ogni legame con il Regno Unito e divenendo una repubblica, con un capo di Stato eletto tra i propri cittadini. La riforma costituzionale è entrata in vigore il 30 novembre del 2021 ed ora Mottley è la prima ministra della storia della Repubblica di Barbados. E’ proprio lei ad aver tenuto il 24 settembre 2026 un discorso di forte impatto – caduto ben presto nel dimenticatoio mediatico – durante il dibattito generale dell’81ª sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York: un monito per la pace, lo sviluppo alternativo, per la giustizia climatica, per l’eliminazione della povertà, per il multilateralismo e la risoluzione pacifica dei conflitti. Di seguito ne riportiamo la trascrizione e la traduzione: Signor Presidente, Eccellenze, amici miei, ci riuniamo in un momento in cui si moltiplicano gli ostacoli al progresso umano: ostacoli alla pace, all’accesso a cibo e acqua pulita, alla finanza, alla medicina e all’istruzione, alla libertà di movimento e alle opportunità. Ostacoli alla tecnologia, alle conoscenze e alle infrastrutture necessarie per utilizzarla e, sempre più spesso, ostacoli tra nazioni, tra comunità e tra persone che non concordano più sugli stessi fatti né ripongono fiducia nelle stesse istituzioni. La guerra continua a distruggere vite e comunità, nonostante la comunità internazionale disponga di strumenti più numerosi che mai per prevenire i conflitti e favorire il dialogo. La crisi climatica sta accelerando. Eppure, le evidenze scientifiche sono sufficientemente chiare da permetterci di agire e molte soluzioni sono già note. Nonostante una ricchezza globale senza precedenti, milioni di persone continuano a non avere un accesso sicuro a cibo, acqua, assistenza sanitaria o un alloggio. Queste sfide, amici miei, sono all’origine delle crisi di cui parliamo costantemente e, al contempo, ne stanno emergendo di nuove. L’intelligenza artificiale sta aprendo possibilità straordinarie nei campi della salute, dell’istruzione, della scienza e della produttività, creando però anche nuovi rischi di esclusione, sfruttamento, sorveglianza e distorsione della verità. Eppure, la cooperazione necessaria per affrontare queste sfide è sotto pressione. Ecco perché ritengo che il tema di quest’anno sia così pertinente. Ripristinare la fiducia. Gestire la trasformazione. Una nazione unita che opera per il bene di tutti. Questo tema ci ricorda che disponiamo di istituzioni create per preservare la pace, promuovere lo sviluppo e, naturalmente, tutelare la dignità umana. Queste istituzioni sono proprio le Nazioni Unite. Condividiamo principi fondati sull’uguaglianza sovrana e sul riconoscimento che le nostre responsabilità vanno oltre i confini nazionali. La realtà è che comprendiamo — purtroppo, aggiungerei — l’importanza di investire nella prevenzione anziché attendere di dover finanziare la ricostruzione. Comprendiamo a sufficienza la crisi climatica da sapere che dobbiamo ridurre le emissioni che stanno riscaldando il pianeta e adottare le misure necessarie affinché le nostre popolazioni possano adattarsi. Allo stesso modo, comprendiamo ormai abbastanza il rapido sviluppo dell’intelligenza artificiale da sapere che, pur accogliendone le potenzialità, dobbiamo ancorarne l’evoluzione a un quadro universale e umanizzante, che non metta a repentaglio la nostra esistenza come esseri umani. Il fallimento nell’affrontare queste sfide, dunque, amici miei, non è semplicemente una questione di conoscenze o di capacità. È un fallimento ricorrente nel trasformare ciò che sappiamo in ciò che facciamo. Nel tradurre i principi in pratica e la capacità globale in solidarietà. Così, alla base delle nostre molteplici crisi, ve n’è un’altra ancora. E sì, si tratta di una crisi di responsabilità. Signor Presidente, tale responsabilità ha inizio proprio qui, in queste sale. La trasformazione che auspichiamo per un mondo migliore avverrà solo quando impareremo a fidarci gli uni degli altri. E quando accetteremo la responsabilità che abbiamo gli uni verso gli altri. Noi, dai Caraibi, sappiamo bene cosa significhi la necessità di convivere. Non avevamo altra scelta. Il romanziere e saggista barbadiano George Lamming ha descritto un tempo i Caraibi come forse il primo esperimento globale della storia umana, capace di riunire – e cito – ogni ramo della famiglia umana, dalle popolazioni indigene delle Americhe alle diverse genti provenienti da Africa, Europa e Asia. È come se noi, attraverso questa storia tortuosa e condivisa di migrazioni, conquiste, schiavitù e il difficile lavoro di costruzione di un destino nazionale e regionale comune, offrissimo al mondo un esempio da seguire. Contro ogni previsione, i Caraibi hanno dato vita a quella che Lamming ha definito una nuova forma di famiglia globale. La nostra storia ci ha insegnato che la diversità non deve necessariamente tradursi in divisione. Che la convivenza richiede dialogo e negoziazione, e che chi non ha il potere di imporre deve imparare il potere della persuasione. Non si tratta di lezioni valide solo per i Caraibi. Sono universali. E lo sono davvero. Con questo spirito, desidero ringraziare Sua Eccellenza Annalena Baerbock per la sua guida dell’80ª sessione dell’Assemblea Generale e per aver contribuito a far avanzare il lavoro degli Stati membri sulla riforma dell’ONU. E a Lei, Signor Presidente. Barbados porge le sue più calorose. Congratulazioni. Attendiamo con interesse la Sua guida di questa Assemblea, mentre ci adoperiamo per ripristinare la fiducia e, concretamente, per trasformare le proposte di riforma in realtà attuative. Tuttavia, la riforma non può essere selettiva. Non possiamo procedere rapidamente alla riorganizzazione di uffici e gerarchie lasciando irrisolte le questioni più cruciali relative al potere e alla rappresentanza. Trasformazione e sviluppo. Le operazioni di mantenimento della pace e gli aiuti umanitari non possono avere successo se gli Stati membri non sono disposti a finanziarli. Sia chiaro: nessun organigramma può superare il rifiuto degli Stati di rispettare decisioni che ritengono scomode. Non possiamo continuare a chiedere alle organizzazioni internazionali di fare di più, senza fornire loro le risorse necessarie per adempiere ai mandati che noi stessi abbiamo concordato. E se gli Stati membri credono nelle istituzioni che hanno creato, allora devono anche essere pronti a sostenerle. Barbados ha sempre assolto a questa responsabilità e assicuro a questa Assemblea che continueremo a farlo. Il nostro impegno verso il multilateralismo e verso un ordine internazionale basato su regole deve essere misurato non solo da ciò che chiediamo a queste istituzioni, ma dalla nostra volontà di sostenerle. Dunque sì, miglioriamo i meccanismi, ma riformiamo anche l’esercizio del potere. Il Consiglio di Sicurezza conta ancora 15 membri, cinque dei quali permanenti. E dotati del potere di veto. L’Africa, con i suoi 54 Stati, non ha alcun seggio permanente. E avete sentito un oratore dopo l’altro salire su questo podio per affermare che la situazione deve cambiare. Anche i piccoli Stati insulari in via di sviluppo affrontano minacce che rientrano pienamente nel mandato del Consiglio: dal clima alla sicurezza, dai flussi illeciti di armi alla criminalità organizzata e agli spostamenti forzati di popolazioni. Eppure, pur rappresentando un quarto degli Stati del mondo, non abbiamo alcuna garanzia di rappresentanza all’interno del Consiglio. Questo, amici miei, deve cambiare. Il mondo che conosciamo è già cambiato. Il Consiglio non è cambiato di pari passo. Ma la riforma non riguarda solo chi siede al tavolo, bensì il modo in cui viene esercitato il potere. Barbados si unisce quindi ad altri 123 Stati membri nel sostenere l’iniziativa franco-messicana sull’uso del veto nei casi di atrocità di massa. Il principio alla base è fondamentale: laddove le popolazioni si trovino ad affrontare genocidi, crimini contro l’umanità o crimini di guerra su larga scala, il veto non deve paralizzare il Consiglio di Sicurezza proprio quando un’azione è più urgente. È per questo che si sta perdendo fiducia nelle Nazioni Unite e nel loro Consiglio. Signor Presidente, ciò non è giusto nei confronti della maggioranza degli Stati membri che ancora credono nella promessa di questo organismo, proprio mentre chiediamo maggiore equità attraverso la riforma del Consiglio di Sicurezza. Dobbiamo riformare parimenti il Segretariato, per sostenere meglio le operazioni di mantenimento della pace e la risoluzione dei conflitti. Ci è stato detto che oggi vi sono più conflitti rispetto a qualsiasi altro momento dalla fondazione delle Nazioni Unite e che, purtroppo, essi interessano quasi ogni angolo del pianeta. L’Istituto per la Pace di Oslo ha riferito che, nel corso dell’ultimo anno, 245.000 persone sono morte a causa dei combattimenti. Una cifra che equivale quasi all’intera popolazione di Barbados. Mi è stato riferito che ciò rende l’anno trascorso il terzo più violento dell’era post-Guerra Fredda. Amici miei, la portata della tragedia umana è in costante aumento, che si tratti di Gaza, della Cisgiordania, del Libano, dello Yemen, del Sudan, dell’Ucraina o di altre aree. Si temeva che i conflitti in Medio Oriente potessero estendersi ulteriormente; e i conflitti proseguono. Purtroppo, tali timori si sono concretizzati, con ripercussioni a livello globale. Ciononostante… Di fatto, i conflitti si stanno rivelando sempre più prolungati e frammentati. Se a questo si aggiungono la fame, un debito insostenibile e il riscaldamento globale, la situazione diventa un vero e proprio inferno per i cittadini di quei paesi; l’aumento dei costi dell’energia e dei trasporti, così come dei tassi di interesse, ha alimentato l’inflazione. Ciò significa che nessuno, nemmeno dall’altra parte del mondo, può sfuggire alle difficoltà nel soddisfare i bisogni quotidiani. La verità è che, finché non si giungerà a una soluzione a due Stati che rispetti i diritti e i territori sia di israeliani che di palestinesi, continueremo a vivere in una condizione di estrema precarietà. E vi chiederete giustamente: come siamo arrivati a questo punto? Dobbiamo affrontare ciascuno di questi conflitti con estrema determinazione e massima attenzione. È quanto richiede la legittimità. Consentiamo inoltre all’ONU di dispiegare, in modo deliberato e sistematico, agili squadre di mediazione guidate da leader politici, in carica o ex leader. Squadre che agiscano per conto del Segretario Generale, godendo della sua fiducia e autorità, nonché del rispetto degli Stati membri. Questo, amici miei, contribuirà a sollevare l’enorme peso necessario per porre fine a questi molteplici conflitti e portare pace e dignità alle popolazioni colpite. Sappiamo che l’unione delle forze rende più lieve ogni compito, e non possiamo ignorarlo. Questi conflitti richiedono il supporto di una forza di osservazione più rapida e tecnologicamente avanzata, capace di un dispiegamento tempestivo per monitorare e sostenere cessate il fuoco e accordi di pace, e dotata delle risorse necessarie. A queste forze di mantenimento della pace devono essere conferiti mandati realistici, garantiti finanziamenti certi e assicurata una reale collaborazione. Amici miei, lavoriamo insieme alle parti coinvolte in questi conflitti per costruire un dialogo e offrire opportunità di investimento e lavoro alle popolazioni colpite, affinché anch’esse possano vivere dignitosamente. Quanto al più ampio ordine giuridico internazionale, sappiamo che i paesi, indipendentemente dalle loro dimensioni o capacità, dipendono da un sistema in cui le regole vengono stabilite collettivamente e applicate in modo coerente ed equo; tuttavia, se non agiamo tempestivamente, andremo incontro a gravi problemi. Ecco perché sosteniamo che l’ONU debba ricevere le risorse e la determinazione necessarie per agire prima che parlino le armi, e non dopo che abbiano iniziato a sparare. Amici miei, senza un ordine equo basato su regole condivise, gli stati più piccoli come il mio finirebbero semplicemente per scomparire da questo mondo. È per questo che Barbados è co-promotrice del P4M, un gruppo impegnato a rafforzare il multilateralismo e a contrastare coloro che ne attendono il funerale. Signor Presidente, desidero esprimere il mio profondo apprezzamento al Segretario Generale, mio fratello António Guterres. La sua voce è stata costante, ferma e assolutamente corretta su tutte le questioni critiche che l’umanità deve affrontare; un ringraziamento va anche alla sua vice, Amina Mohammed. Li ringraziamo inoltre per aver intrapreso questo cammino senza mai allontanarsi dai principi e dai valori fondamentali della Carta. Mentre le Nazioni Unite si accingono all’importante compito di scegliere il prossimo Segretario Generale, Barbados si unisce agli altri Stati membri della Comunità Caraibica nel dichiarare il proprio pieno sostegno alla candidatura dell’Ambasciatrice Carolyn Rodriguez-Burkett, della Guyana. In un momento in cui la comunità internazionale è chiamata a rinnovare la propria fiducia nel multilateralismo, riteniamo che l’Ambasciatrice Rodriguez-Burkett possieda l’esperienza, le competenze e la sensibilità necessarie per servire l’intera compagine di questa organizzazione. Credo, Signor Presidente, che anche altri condividano questa opinione. Vorrei ora passare al tema dell’intelligenza artificiale, una delle nostre nuove sfide. L’intelligenza artificiale sta già trasformando il modo in cui lavoriamo, apprendiamo e governiamo, ed è evidente che il suo potenziale è straordinario. Abbiamo constatato la sua grande capacità di individuare precocemente le malattie, prevedere disastri, migliorare l’agricoltura ed espandere l’accesso all’istruzione e ai servizi pubblici. Eppure, questi stessi sistemi straordinari possono altrettanto rapidamente riprodurre discriminazioni, ampliare la sorveglianza e diffondere falsità più velocemente di quanto le istituzioni riescano a reagire. Non dobbiamo permettere che una nuova era tecnologica riproduca le gerarchie di accesso e di potere esistenti. È per questo che Barbados è così onorata di ospitare la seconda riunione in presenza del Panel Scientifico Internazionale Indipendente sull’Intelligenza Artificiale, che si terrà nel mese di novembre di quest’anno. Riconosciamo che la riunione di ieri del Consiglio di Sicurezza può e deve imprimere un’accelerazione al modo in cui noi, come comunità globale, affrontiamo questa questione. In questa crescente era dell’IA, la governance non può essere lasciata a pratiche aziendali volontarie o a un ristretto numero di Stati tecnologicamente avanzati. Abbiamo bisogno di regole concordate a livello globale che tutelino la dignità umana, preservino un controllo umano significativo e garantiscano che i benefici dell’IA siano condivisi in modo ampio ed equo. Sottolineo che una tecnologia destinata a incidere su ogni Stato deve essere governata da regole che ogni stato abbia avuto l’opportunità di contribuire a definire. Signor Presidente, esattamente 65 anni fa, il grande intellettuale e psichiatra caraibico, francese e africano Frantz Fanon pubblicò quella che è ormai diventata un’opera classica: “I dannati della terra”. E, tra le molteplici osservazioni e analisi contenute in quel libro straordinariamente lucido e lungimirante, egli affermò quanto segue. Ciò che conta oggi — la questione che ostruisce l’orizzonte — è la necessità di una ridistribuzione della ricchezza. L’umanità dovrà affrontare questa questione, per quanto devastanti possano esserne le conseguenze. Amici miei, ciò era vero nel 1961 e, purtroppo, rimane evidente ancora oggi. Ecco perché le Barbados sostengono pienamente l’istituzione del proposto Panel internazionale sulla disuguaglianza. La crescente disuguaglianza è al centro dei dibattiti geopolitici, delle tensioni, della sfiducia nelle istituzioni e, di fatto, del crescente numero di conflitti a cui assistiamo. È per questo motivo che respingiamo l’idea secondo cui i governi dovrebbero astenersi da interventi politici essenziali per garantire condizioni eque e paritarie ai comuni cittadini. Sappiamo che sono state le scelte politiche dei governi a generare questa ingiustizia, e sono sempre le scelte politiche dei governi a doverla ora eliminare. Per noi, questa battaglia è importante quanto quella contro la crisi climatica. Signor Presidente, questo mi porta proprio a tale crisi. Il Ministro Murat Kurum, in rappresentanza della futura presidenza della COP31, ha esposto chiaramente la sfida: il tempo della semplice definizione degli obiettivi è ormai alle spalle. Chiunque abbia vissuto l’estate appena trascorsa in Europa e altrove sa che è stata la più calda mai registrata, e il fenomeno del “super El Niño” non ha ancora nemmeno colpito. L’agenda d’azione proposta pone la riduzione del metano al centro dell’attuazione delle politiche climatiche, e accogliamo con favore questa attenzione. È vero che l’anidride carbonica deve rimanere centrale nella transizione energetica globale, ma le emissioni non stanno diminuendo abbastanza rapidamente e ci vorrà tempo prima che i benefici dell’azione si manifestino appieno. Pertanto, Presidente, sotto la presidenza di Barbados del CVF (Climate Vulnerable Forum) e del gruppo dei paesi G20, 74 nazioni si sono riunite e hanno lanciato un appello per “tirare il freno d’emergenza” sul metano durante il Dialogo Ministeriale del G20 nell’aprile di quest’anno. I ministri delle finanze hanno concordato che la riduzione del metano deve essere considerata non solo una priorità ambientale, ma anche un’opportunità economica, fiscale e di salute pubblica. Ora dobbiamo passare all’azione concreta per il clima. I paesi vulnerabili devono mobilitare circa 490 miliardi di dollari all’anno entro il 2030, eppure gli attuali flussi di finanziamento si aggirano sui 90 miliardi. Come direbbero i giovani di Barbados: i conti semplicemente non tornano. Dobbiamo inoltre correggere l’iniquità dei costi di indebitamento che questi paesi devono affrontare. Tali costi sono superiori di quasi 1,2 punti percentuali per i paesi vulnerabili al clima rispetto alle economie avanzate. Questa cifra può sembrare modesta, ma in realtà genera un esborso aggiuntivo stimato in 62 miliardi di dollari l’anno in pagamenti di interessi in eccesso. Non può essere giusto. Credetemi quando dico che il cambiamento è possibile. Come abbiamo visto chiaramente con le misure della “Bridgetown Initiative” – in meno di un anno – Barbados, in qualità di presidenza del CVF (Climate Vulnerable Forum), ha collaborato con i paesi del G20 e con il Fondo OPEC per lo sviluppo internazionale per ideare e lanciare il “Vulnerability to Viability Compact”. Questa iniziativa poggia su quattro pilastri e coinvolge circa 74 paesi e 16 istituzioni finanziarie per lo sviluppo a livello globale, con l’obiettivo di ampliare l’accesso a capitali a lungo termine e a costi sostenibili per progetti nei settori dell’istruzione, della sanità e delle infrastrutture idriche. Il CVF ha inoltre riunito i governatori delle banche centrali per istituire il “Lifeline Fund”, che diventerà operativo a breve. Tale fondo mira a fornire liquidità immediata quando gli shock climatici generano pressioni sulla bilancia dei pagamenti dei paesi. Dunque, ci stiamo attivando per aiutarci da soli. Abbiamo agito con determinazione, consapevoli che non è possibile costruire ospedali, scuole e infrastrutture idriche ricorrendo a finanziamenti con scadenze a dieci o quindici anni. Tali soluzioni, infatti, spiazzano investimenti fondamentali per la nostra popolazione e ci lasciano impreparati ad affrontare le emergenze. Ecco perché questa importante iniziativa rappresenta un reale passo avanti. Tuttavia, meccanismi come questo non possono, da soli, risolvere le carenze strutturali dell’architettura finanziaria internazionale. Ribadisco che, da quasi cinque anni, l’Iniziativa di Bridgetown sostiene con costanza che la resilienza climatica, la sostenibilità del debito e l’accesso a finanziamenti a costi sostenibili non possono essere trattati separatamente. Per molti paesi vulnerabili, il problema non è semplicemente la disponibilità di capitali, ma la possibilità di disporre dello spazio fiscale necessario per contrarre prestiti e investire a condizioni ragionevoli. Signor Presidente, volgendo lo sguardo alla mia regione, i Caraibi, vorrei mettere in luce una serie di crisi che continuano a minacciare la nostra pace, la nostra stabilità e il nostro sviluppo. Vorrei premettere che, quando parlo dell’importanza della collaborazione per affrontare le sfide – il principio secondo cui “molte mani rendono il lavoro più leggero” – mi riferisco, in particolare alla risoluzione dei conflitti, a un ambito in cui i leader politici dei Caraibi possono svolgere un ruolo fondamentale nella propria regione. Innanzitutto Haiti: la crisi della sicurezza continua a frenare il rinnovamento politico e la ripresa economica; è vero che i preparativi per il ritorno a un governo costituzionale stanno procedendo, seppur tra enormi difficoltà. Tuttavia, tali sforzi non potranno avere successo senza un miglioramento della sicurezza, in particolare nelle aree della capitale e dei suoi dintorni, dove risiede oltre la metà dell’elettorato haitiano. Barbados sostiene pertanto il pieno dispiegamento – promesso ormai da tempo – e il rinnovo del mandato della forza incaricata di contrastare le bande criminali. Vorrei ricordare che l’attuale, accentuata situazione di insicurezza ha avuto inizio nel 2022, con le rivolte legate al prezzo del carburante scoppiate poco prima della riunione dell’Assemblea Generale di quell’anno. Non siamo riusciti a garantire quel livello di sicurezza necessario a ridurre al minimo la perdita di vite umane. Allo stesso tempo, è doveroso esprimere gratitudine agli Stati membri che hanno contribuito, in vari modi, ad aiutare Haiti a trovare la propria strada. Tra questi figura, naturalmente, il Gruppo di Personalità Eminenti della Comunità Caraibica, che negli ultimi anni ha contribuito a costruire il consenso e a mantenere vivo il dialogo con i principali partner internazionali. Inoltre, Signor Presidente, siamo profondamente preoccupati per l’aggravarsi delle difficoltà umanitarie che affliggono la popolazione di Cuba. Troppe persone stanno soffrendo. Troppe persone. Le restrizioni al commercio, alla finanza e all’accesso al carburante stanno aggravando le difficoltà non solo per i cittadini cubani, ma anche per tutti coloro che vi studiano e vi risiedono; Barbados si è sempre opposta all’uso dell’embargo e di altre misure coercitive unilaterali contro Cuba. E, come sempre, auspichiamo un impegno costruttivo, fondato sul dialogo, sull’uguaglianza sovrana e sul rispetto del diritto internazionale. Ecco perché siamo qui in qualità di singoli Stati. Desideriamo inoltre esprimere la nostra costante solidarietà al popolo del Venezuela che, purtroppo, si sta riprendendo dai devastanti doppi terremoti dello scorso giugno. L’orrore è stato sconvolgente. Barbados è stata orgogliosa di sostenere il Paese vicino nell’immediatezza dell’evento, inviando in Venezuela il proprio ospedale da campo e il relativo personale. Restiamo impegnati a sostenerli nel loro percorso di ripresa a lungo termine. Un Venezuela stabile, sovrano, pacifico e democratico è fondamentale per la sicurezza e la prosperità non solo dell’America Latina, ma dell’intera regione caraibica. A tal proposito, tuttavia, devo cogliere l’occasione per ribadire il fermo sostegno di Barbados alla Guyana – Paese fratello della CARICOM – nel suo tentativo di giungere a una risoluzione pacifica, tramite la Corte Internazionale di Giustizia, della lunga e irrisolta controversia territoriale con il Venezuela. Ciò risponde agli interessi del popolo della Guyana, del popolo del Venezuela e delle popolazioni dei Caraibi e dell’America Latina. I Caraibi, amici miei, devono rimanere una zona di pace. Non possiamo accettare che la nostra regione diventi un teatro di scontro o di uso unilaterale e ingiustificato della forza. Signor Presidente, questo mi porta a un’altra questione. Il 25 marzo di quest’anno, in questa Assemblea Generale è stata approvata una risoluzione storica. La stragrande maggioranza degli Stati ha riconosciuto una verità che noi caraibici conoscevamo da tempo: la tratta di africani ridotti in schiavitù e la loro riduzione in schiavitù come beni mobili su base razziale costituiscono il più grave crimine contro l’umanità. E ne siamo consapevoli. Purtroppo, ne portiamo ancora le cicatrici. Ho ricordato che è stato il mio Paese, Barbados, ad adottare nel 1661 il primo codice al mondo sulla schiavitù intesa come possesso di esseri umani. Altri seguirono, purtroppo, l’esempio, incluso il famigerato Code Noir del 1685. Quel Code Noir è stato abrogato solo quest’anno; ecco perché le ferite sono ancora aperte. Noi, a Barbados, ci assumiamo la responsabilità morale di porre fine all’eredità della schiavitù e alle sue orribili conseguenze. Dobbiamo promuovere la guarigione attraverso la giustizia riparativa, poiché è la cosa giusta da fare. Di conseguenza, nel luglio di quest’anno, i capi di governo della CARICOM hanno approvato il piano rivisto in dieci punti della CARICOM per la giustizia riparativa a favore dei Caraibi, dell’Africa e dei Paesi interessati. È necessario avviare un confronto sincero, e ringrazio il Presidente Mahama del Ghana per aver partecipato con tale determinazione. Non chiediamo riparazioni senza assumerci la responsabilità del nostro percorso di risanamento interno, che abbiamo intrapreso ormai da decenni. Voglio essere molto chiara su questo punto, Presidente dell’Assemblea. Signor Presidente… commetto lo stesso errore del Presidente Mohammed. Siamo parlamentari. Ci tengo a chiarire questo aspetto. Non vi sia alcun dubbio, Signor Presidente: la mentalità che ha instaurato, giustificato e sostenuto la schiavitù è la stessa che alimenta le iniquità presenti nelle strutture di potere di questa stessa istituzione e nell’architettura finanziaria internazionale. È la stessa mentalità. È la stessa mentalità che ha fatto sì che, per secoli, la rappresentazione cartografica globale dell’Africa ne riportasse dimensioni grossolanamente errate. Come se le reali dimensioni dell’Africa dovessero intimidire il resto del mondo, portandolo a riconoscerne la potenza. Signor Presidente, se vogliamo ripristinare la fiducia in queste Nazioni Unite, se vogliamo gestire la trasformazione – come recita il tema da Lei scelto – e se desideriamo un’ONU che operi realmente a beneficio di tutti, allora dobbiamo, innanzitutto, riconoscere a ogni essere umano pari valore e dignità. E non trovo riferimento migliore delle parole pronunciate da Sua Maestà Hailé Selassié proprio in questa Assemblea, il 4 ottobre 1963. E chi ne conosce le parole può ripeterle con me: “finché la filosofia che considera una razza superiore e un’altra inferiore non sarà definitivamente e universalmente screditata e abbandonata, ci sarà la guerra. Finché non esisteranno più cittadini di prima e di seconda classe in alcuna nazione, finché il colore della pelle di un uomo non avrà più importanza del colore dei suoi occhi… Ci sarà la guerra”. Ma, Signor Presidente, allo stesso modo… Non vi saranno né fiducia né trasformazione. Noi vogliamo la pace. E, per citare quella celebre canzone resa famosa da Dionne Warwick: “ciò di cui il mondo ha bisogno ora è amore. Dolce amore. È l’unica cosa… di cui c’è davvero troppo poco”. No, non solo per alcuni, ma per tutti: amore e un po’ di gentilezza. Signor Presidente, vorrei tornare all’inizio di una tappa fondamentale per il mio Paese e per le sue relazioni con il mondo. Il 9 dicembre di quest’anno ricorrerà il sessantesimo anniversario dell’ingresso di Barbados in questa organizzazione, avvenuto dopo aver conquistato l’indipendenza al termine di 340 anni di soggezione imperiale. In quel freddo 9 dicembre del 1966 — appena nove giorni dopo aver ottenuto l’indipendenza e proprio nel giorno della nostra ammissione alle Nazioni Unite — il nostro primo Primo Ministro, l’illustre Errol Barrow, enunciò un principio che, unito a quelli di questa organizzazione, è rimasto la nostra linea guida nei rapporti con il mondo: Barbados è amica di tutti e satellite di nessuno. Il Primo Ministro Barrow parlò, infatti, di un mondo segnato da profonde disuguaglianze di ricchezza e opportunità, una realtà che Fanon aveva già evidenziato appena cinque anni prima. Riprendendo le parole del Primo Ministro Barrow — il quale a sua volta citava la Bibbia ebraica — vorrei ricordare il suo monito: “i Paesi di recente indipendenza non potevano restare relegati a ruoli di manovalanza e servitù, mentre la ricchezza mondiale fluiva altrove”. Egli riteneva che le Nazioni Unite dovessero porre l’eliminazione della povertà al centro della propria missione. Non stupitevi, dunque, se consideriamo nostro dovere combattere la crescente disuguaglianza globale. Molto di buono è stato realizzato dalle Nazioni Unite negli ultimi sessant’anni e oltre. In questo periodo, la nostra appartenenza alle Nazioni Unite è stata fondamentale affinché Barbados potesse esprimere la propria sovranità e partecipare, su un piano di parità, alla comunità internazionale. Queste aule ci hanno offerto una tribuna da cui parlare a nome nostro, difendere gli interessi del nostro popolo e di altri, e contribuire a plasmare le decisioni che ci riguardano tutti. Signor Presidente, all’inizio di quest’anno, la nostra Poeta Laureata è salita su questo podio e ha ricordato a questa Assemblea – e cito le sue parole – che il nome stesso di “Nazioni Unite” implica l’impegno ad accendere la fiamma della coscienza, dell’empatia, dell’unità e dell’equità. Queste Nazioni Unite devono continuare ad alimentare quel fuoco per costruire un mondo trasformato e inclusivo. Nel lasciare questo podio, vi esorto a garantire insieme che le fiamme della speranza, della pace e della dignità ardano così intensamente da illuminare il mondo intero, nonostante tutte le avversità che ci troviamo ad affrontare. Vi ringrazio.”   https://gadebate.un.org/en/81/barbados https://easterncaribbean.un.org/en/323315-%E2%80%98turn-what-we-know-what-we-do%E2%80%99-barbados-prime-minister-mia-amor-mottley-urges-world-leaders Redazione Italia
October 10, 2026
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1. Introduzione: la political economy delle piattaforme e i nodi del conflitto globale Nel dibattito contemporaneo sulla ristrutturazione del capitalismo globale, l’analisi delle traiettorie tecnologiche richiede categorie interpretative capaci di superare il determinismo tecnologico e di ricondurre anche lo studio dei processi di innovazione all’interno di una analisi attenta alle relazioni di potere. Il [...]
September 28, 2026
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Contropiano
Tutte le nazioni dovrebbero rifiutare l’assurdo e temibile “Consiglio per la pace” di Trump
Rifiutare di aderire sarebbe un atto di rispetto nazionale. L’ordine internazionale fondato sull’ONU, per quanto imperfetto, deve essere rinnovato attraverso il diritto e la cooperazione, e non sostituito da una caricatura. Il cosiddetto “Consiglio per la pace” creato ad hoc dal presidente Donald Trump attenta profondamente alla ricerca della pace e alle nazioni che vorrebbero attribuirgli una legittimità. Si tratta semplicemente di un cavallo di Troia destinato a smantellare le Nazioni Unite. Qualsiasi nazione invitata ad aderire dovrebbe rifiutarsi di prendervi parte categoricamente. Nella Carta, il Consiglio per la pace (Board of Peace) si presenta come una “organizzazione internazionale che si adopera nella promozione della stabilità, a ristabilire un governo credibile e legittimo e a garantire una pace duratura nelle zone toccate o minacciate da un conflitto”. Se ciò vi sembra familiare è del tutto normale: si tratta di un mandato delle Nazioni Unite. Creato all’indomani del secondo conflitto mondiale, la missione principale dell’ONU è quella di manere la pace e garantire la sicurezza internazionale. Nessuno ignora il disprezzo manifestato da Trump per il diritto internazionale e le Nazioni Unite. Durante il suo discorso a settembre 2025 lui stesso ha dichiarato presso l’Assemblea generale e recentemente si è ritirato dai 31 organismi delle Nazioni Unite. Fedele alla lunga tradizione della politica estera americana, egli ha sistematicamente violato il diritto internazionale, in maniera particolare bombardando sette paesi l’anno scorso, senza l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza e senza che ciò rientri nella legittima difesa ai sensi della Carta (Iran, Iraq, Nigeria, Somalia, Siria, Yemen e Venezuela). Ormai rivendica la Groenlandia, ostentando una ostilità palese e provocatoria verso gli alleati europei degli Stati Uniti. Allora cosa pensate del Consiglio per la pace? In parole povere, si tratta di un giuramento di fedeltà a Trump, che aspira al ruolo di presidente del mondo e arbitro supremo del pianeta. Il Consiglio esecutivo del Board of Peace (BoP) sarà composto esclusivamente da donatori politici, membri della famiglia e cortigiani di Trump. I responsabili politici delle nazioni firmatarie avranno l’opportunità di stare a stretto contatto e di ricevere ordini da Marco Rubio, Steve Witkoff, Jared Kushner et Tony Blair. Marc Rowan, proprietario dei fondi speculativi e grande finanziatore del Partito Repubblicano, avrà un posto al tavolo. Ancor più importante, qualsiasi decisione presa dal Board of Peace sarà subordinata all’approvazione di Trump. Se la farsa dei rappresentanti non bastasse, le nazioni dovranno sborsare un miliardo di dollari per un «seggio permanente» nel Consiglio. Ogni paese partecipante deve sapere cosa sta «acquistando». Ovviamente non si tratta di acquistare la pace né tanto meno una soluzione per il popolo palestinese (poiché il denaro dovrebbe essere utilizzato per la ricostruzione di Gaza). L’obiettivo è quello di acquistare un accesso illusorio a Trump, fintanto che ciò serve ai propri interessi. Si tratterebbe di acquistare l’illusione di un’influenza momentanea in un sistema in cui le regole di Trump vengono applicate secondo i suoi capricci. Questa proposta è assurda, soprattutto perché pretende di “risolvere” un problema che beneficia già di una soluzione globale vecchia di 80 anni. L’ONU esiste proprio per impedire la personalizzazione della guerra e della pace. È stata creata dopo le devastazioni delle due guerre mondiali per fondare la pace mondiale su regole collettive e sul diritto internazionale. L’autorità delle Nazioni Unite deriva, giustamente, dalla Carta delle Nazioni Unite, ratificata da 193 Stati membri (tra cui gli Stati Uniti, dal Senato americano nel luglio 1945) e sancita dal diritto internazionale. Se gli Stati Uniti rifiutano di rispettare la Carta, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dovrebbe sospendere la loro accreditazione, come ha fatto per il Sudafrica dell’apartheid. Il «Consiglio per la pace» di Trump costituisce un palese rifiuto delle Nazioni Unite. Trump lo ha affermato chiaramente, dichiarando recentemente che tale Consiglio «potrebbe» effettivamente sostituire l’ONU. Questa sola dichiarazione dovrebbe porre fine al discorso per qualsiasi leader nazionale serio. Partecipare a un tale Consiglio dopo una simile dichiarazione equivale a scegliere deliberatamente di sottomettere il proprio Paese all’autorità mondiale personale di Trump. Significa accettare in anticipo che la pace non sia più regolata dalla Carta delle Nazioni Unite, ma dallo stesso Trump. Tuttavia, alcune nazioni, desiderose di ingraziarsi gli Stati Uniti, potrebbero cadere nella trappola. Farebbero bene a ricordare le sagge parole pronunciate dal presidente John F. Kennedy nel suo discorso di insediamento: «Coloro che, per follia, hanno cercato il potere cavalcando la tigre, hanno finito per rimanere intrappolati». La storia dimostra che la lealtà nei confronti di Trump non è mai sufficiente a placare il suo ego. Basta guardare la lunga lista di ex alleati, consiglieri e collaboratori di Trump che egli ha umiliato, allontanato e attaccato non appena hanno smesso di essergli utili. Per qualsiasi nazione, partecipare al Consiglio di pace sarebbe un errore strategico. Entrare a far parte di questo organo danneggerebbe in modo duraturo la sua reputazione. Anche molto tempo dopo che Trump avrà lasciato la presidenza, qualsiasi associazione con questa farsa rimarrà un segno di errore di valutazione. Sarà una triste testimonianza del fatto che, in un momento critico, un sistema politico nazionale ha confuso un progetto faraonico con un atto di saggezza politica, sprecando così un miliardo di dollari. -------------------------------------------------------------------------------- Gli autori: Jeffrey D. Sachs, professore e direttore del Centro per lo sviluppo sostenibile dell’Università di Columbia. Sybil Fares, consulente senior per il Medio Oriente e l’Africa presso la Rete delle soluzioni per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL FRANCESE DI MARIA ROSARIA LEGGIERI Other News
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Ignorare la Corte Penale Internazionale è una minaccia globale
SENZA RISPETTO DEL DIRITTO INTERNAZIONALE NON ESISTE PACE DURATURA: LA CRISI DI LEGITTIMITÀ DELLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE MINA LE FONDAMENTA STESSE DELLA GIUSTIZIA GLOBALE. “Il Diritto Internazionale conta fino a un certo punto”. Lo ha dichiarato di recente il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani, riferendosi all’abbordaggio da parte delle forze armate israeliane della Flottiglia con a bordo civili, attivisti e aiuti umanitari per Gaza. L’azione ha violato il diritto internazionale di difesa dei civili disarmati nelle acque internazionali. L’affermazione di Tajani, che ha suscitato scalpore, ha di fatto accentuato le polemiche e gli interrogativi sul rispetto del diritto internazionale sollevato dopo l’abbordaggio — o aggressione, come gli attivisti la suggestione — e l’arresto dei partecipanti. Centinaia di migliaia di persone sono immediatamente scese nelle strade di tutta Italia, sostenute anche dallo sciopero generale, per gridare la loro indignazione, riaffermare il sostegno alla Flottiglia ea Gaza e protestare contro un governo che condanna solo a parole il genocidio di Netanyahu. L’operazione contro navi civili in acque internazionali, secondo il diritto marittimo (Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare), è illegittima, poiché tale azione è consentita solo in caso di pirateria, di motivi di sicurezza comprovati o di blocco navale. La questione si sposta allora sulla validità legale del blocco navale imposto da Israele , che la Flottiglia intendeva rompere perché giudicato illegale e finalizzato ad aprire un corridoio umanitario permanente. LEGITTIMITÀ O VIOLAZIONE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE? Per Israele il blocco ha lo scopo di impedire il traffico di armi verso Hamas, organizzazione considerata terroristica da Israele, Stati Uniti e Unione Europea. Si tratterebbe dunque, secondo Israele ei suoi alleati, di una misura di autodifesa legittima anche secondo un parere ONU, ma solo in tempo di conflitto armato e purché non provochi sofferenze alla popolazione civile . Al contrario, il Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU , numerose ONG e soprattutto la Corte Penale Internazionale (CPI) ritengono il blocco illegittimo per gli effetti devastanti su oltre due milioni di civili a Gaza, avendo limitato l’accesso a cibo, medicina, elettricità e carburante, senza distinguere tra obiettivi militari e popolazione civile. Per l’elevato numero di morti e per le atrocità quotidiane, una Commissione ONU ha definito come genocidio i crimini di Israele. È stato così violato il principio di proporzionalità nel diritto di difesa durante un conflitto armato, che in nessun caso può travolgere i diritti della popolazione civile. SOVRANITÀ ASSOLUTA O GIUSTIZIA UNIVERSALE? Lo Stato, per proteggere la propria sicurezza, può compromettere i diritti fondamentali di un’intera popolazione? Può far prevalere la logica di una sovranità assoluta ? A Gaza la logica di morte, in nome della sicurezza, sta prevalendo oltre ogni diritto. È in atto una crescente disaffezione verso il diritto internazionale e un rifiuto della cooperazione necessaria a mantenere un ordine giuridico globale. Si sta mettendo in discussione, in nome della sovranità, il principio di giustizia universale , compromettendo l’efficacia del CPI come deterrente dei crimini più gravi. Se viene meno un consenso giuridico condiviso, il sistema internazionale rischia di regredire a settant’anni fa, verso dinamiche fondate sulla forza e non sul diritto . La mancata tutela delle vittime, come accade oggi a Gaza sotto gli occhi del mondo, rafforza la cultura dell’impunità, minando quell’architettura multilaterale costruita dopo la Seconda guerra mondiale per garantire la pace e la protezione dei diritti umani. IL RUOLO DELLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE Con l’istituzione del CPI si è creduto nel valore della giustizia come fondamento della pace . Fin dal suo Statuto, la Corte ha il compito di reprimere i crimini più gravi che minacciano la pace e la sicurezza mondiale: genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e aggressione. Ma la Corte non può funzionare senza il sostegno e la cooperazione degli Stati. Come affermò il giurista Niemeyer, “il diritto internazionale è un bellissimo edificio costruito su un vulcano: quando si risveglia, c’è un terremoto. E il vulcano è la sovranità statale.” Ogni volta che uno Stato non coopera, vi è una piccola scossa per l’edificio della Corte. La CPI non può eseguire autonomamente i mandati d’arresto, ma deve rivolgersi agli Stati per ottenere esecuzione e collaborazione. UN FRAGILE PILASTRO DELLA GIUSTIZIA GLOBALE Istituita nel 2002 con il Trattato di Roma, la Corte nasce per deliberare i crimini più gravi contro l’umanità. Eppure Stati geopoliticamente influenti come Stati Uniti, Russia, Cina e Israele non hanno ratificato lo Statuto, minando l’efficacia. Se uno Stato potente rifiuta di riconoscere la giurisdizione della Corte e viola il diritto internazionale senza conseguenze, si genera un effetto domino: altri si sentiranno legittimati a fare lo stesso, alimentando l’impunità e l’instabilità. Il rischio è che il diritto diventi un lusso nel tempo di pace , ma inefficace nei momenti di crisi, quando più servirebbe come barriera contro l’anarchia globale. SENZA DIRITTO NON C’È PACE Disconoscere il diritto internazionale è pericoloso: ogni Stato si sentirebbe libero di decidere quali leggi seguire e quali ignorare, basandosi solo sui propri interessi nazionali. In questo scenario, il dialogo verrebbe sostituito dalla forza, la diplomazia dall’arbitrio, la cooperazione dalla sfiducia. Il mondo ha già conosciuto le conseguenze di una sovranità esercitata senza limiti: guerre mondiali, genocidi, regimi dittatoriali. Per questo è stato costruito un sistema di diritto internazionale vincolante : rinnegarlo oggi significa tornare indietro. Non rispettare la Corte significa ignorare la voce delle vittime. Pur con i suoi limiti, la CPI è l’unico tribunale permanente capace di dare giustizia ai popoli oppressi. Lasciare impuniti i crimini significa perpetuare il trauma, alimentando odio e nuovi cicli di violenza. Oggi il mondo è di fronte a un bivio: rafforzare il sistema giuridico internazionale o cedere alla logica di potere che giustifica ogni abuso. Il rispetto del diritto non è un atto burocratico: è una condizione essenziale di sopravvivenza per la convivenza pacifica tra i popoli. Delegittimare o ignorare il Diritto non ci rende più liberi, ma tutti più vulnerabili. * Statuto di Roma – Corte Penale Internazionale (ICC) * Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS) * Rapporto ONU sui diritti umani nei Territori palestinesi occupati Redazione Napoli
October 5, 2025
Pressenza