Suliman, Fatima e la guerra in Sudan che non finisce
“Dove andiamo? Questa è una domanda” (sottinteso: da farsi). E’ il mio amico
sudanese Suliman che se lo chiede parlando con me in una lunga telefonata
dall’Egitto. Gli avevo chiesto com’era poi andato l’appuntamento per la
richiesta dell’asilo politico che era stato molti mesi fa fissato per un certo
giorno di dicembre 2025: il colloquio è avvenuto, Suliman e Fatima hanno anche
espresso la preferenza per l’Italia, ma la risposta l’avranno nel 2028! E’ la
beffa, a cui si aggiunge un altro serio motivo di preoccupazione: dopo aver
aperto le frontiere (soprattutto quelle meridionali) ai sudanesi in fuga da una
guerra assurda e atroce (come sono tutte le guerre), da più di un anno il
governo egiziano ha dichiarato che non vuole più sudanesi e che caccerà via
quelli presenti, compresi quelli muniti di asilo politico. Alcune settimane fa
Suliman mi aveva parlato di pullman governativi in cui venivano fatti salire a
forza cittadini sudanesi per essere rimandati indietro (ma indietro dove? In
mezzo alla guerra?
E’ la stessa domanda che mi faccio a proposito dei respingimenti di cui tanto si
vanta il nostro governo, quei pochi, per fortuna, che riesce a effettuare: non è
contemplato chiedersi dove mai vengano rimandati questi profughi forzati, poi
diventati profughi due volte. Se da quel Paese fuggivano avevano motivi gravi e
li avranno di nuovo al loro ritorno, ma questo non interessa a gente di infimo
spessore politico ed etico. Ecco da dove viene la desolata e realistica domanda:
“Ma dove andiamo?”
Suliman mi aveva chiamato da Zagazit, città a circa 200 Km dal Cairo, famosa per
la sua importante e antica università di medicina che – diversamente da quella
del Cairo, frequentata soprattutto da egiziani – accoglie moltissimi studenti
stranieri. Anche un nipote di Suliman ha studiato lì, ora è laureato e sta
praticando il tirocinio nell’ospedale annesso all’università. Con lo scoppio
della guerra in Sudan la madre e le altre persone della famiglia lo hanno
raggiunto e ora vivono tutti in quella cittadina. Non avendo i soldi necessari
per pagare il viaggio di “fuga” a tutti, il padre è rimasto nella sua casa
sudanese in Darfur; la bella notizia è che da poche settimane, dopo un viaggio
interminabile su strade distrutte e pericolose è riuscito ad arrivare a Zagazit
e a ricongiungersi con la sua famiglia. Per andare dal Darfur all’Egitto non si
è diretto verso nord, come sarebbe logico, ma è dovuto andare a sud, entrare nel
Sud Sudan, poi risalire verso Port Sudan (sul Mar Rosso) ed entrare infine in
Egitto. Tornando a Zagazit, In questi giorni Suliman e la moglie Fatima sono
andati a salutarlo e a condividere con tutti i parenti due-tre giorni di
Ramadan.
Mi faccio coraggio e chiedo a Suliman notizie della figlia maggiore, che con i
bambini è rimasta bloccata nella sua città a nord del Darfur, vicino ad El
Fashir: sono vivi, mi dice e per quanto ormai il Darfur sia del tutto in mano ai
Janjaweed sembra che per chi vive nelle città non ci sia pericolo, giacché i
Janjaweed una volta conquistati i territori non hanno motivo di infierire ancora
contro la popolazione. Forse saranno anche un po’ preoccupati da quando il
governo sudanese ha chiesto agli Stati Uniti – e non so se anche all’Onu – di
designare le Forze di Supporto Rapido come un’organizzazione terroristica, così
come hanno fatto con la Fratellanza Musulmana in Sudan. Ma significa comunque
vivere imprigionati, senza poter uscire dal Paese, senza scuole per i figli,
senza i necessari negozi e con chissà quante infrastrutture carenti o mancanti.
La guerra non finisce e Suliman non vede per sé e per la sua famiglia nessuna
possibilità di tornare a Khartoum nel breve/medio termine: dei 18 Stati che
compongono il Sudan, il governo ne ha riconquistati soltanto otto. Gli altri
dieci sono in mano alle RSF, ai terroristi che un tempo si muovevano a cavallo e
oggi su lussuose automobili e forse elicotteri per andare dove loro stessi hanno
distrutto le strade. In alcuni Stati, fra cui il Kordofan, la guerra è ancora
intensa.
Per fortuna ogni mese il figlio minore Ahmed invia a Suliman e Fatima i soldi
per l’affitto e per il vitto dal nord del Sudan, dove sta lavorando. Se non
fosse scoppiata questa crudele, insulsa guerra ora forse Ahmed starebbe a
Perugia, a completare i suoi cinque anni di studio in ingegneria, dopo aver
studiato l’italiano all’Università per Stranieri. E’ riuscito a raggiungere una
zona del Sudan dove non infuriano battaglie e dove le miniere d’oro danno
possibilità di lavoro: Ahmed è impiegato nell’amministrazione e forse si occupa
anche delle comunicazioni satellitari, date le sue capacità acrobatiche
nell’installare le parabole sui tetti.
In questa lunga telefonata riusciamo anche a parlare d’altro, per esempio del
Nilo: gli chiedo se è pulito. La risposta è sì, lì in Egitto sembra pulito,
mentre in Sudan e nella stessa Khartoum con la guerra era diventato ricettacolo
di materiale bellico nonché di cadaveri. Parliamo dei due Nili (racconto a
Suliman che ieri alla lezione di italiano per stranieri siamo andati tutti
davanti al planisfero a indicare alcuni Paesi degli studenti e ci siamo
soffermati sull’Egitto, giacché una delle studentesse viene proprio dal Cairo),
che si incontrano a Khartoum. Il più lungo dei due è il Nilo Bianco, che nasce
in Uganda e attraversa tutto il Sudan da sud a nord; l’altro è il Nilo Azzurro,
che viene dall’Etiopia. E a proposito dell’Etiopia vengo a sapere che anche
guerriglieri (alias disperati) etiopici intervengono nella guerra a sostegno
delle Forze di Supporto Rapido, finanziati anche loro dagli Emirati Arabi.
Ma torniamo ai fiumi: il punto in cui nascono si chiama “bahar” che vuol dire
“lago” (Suliman mi fa l’esempio del Lago di Bracciano dove siamo andati una
volta), anche se – a quanto capisco – quello Bianco nasce effettivamente da un
lago, mentre quello Azzurro scaturisce da una montagna (come dire “una
sorgente”) e poi diventano un fiume, uno “wadi”. E’ bello parlare di acqua, come
è bello per me riascoltare queste parole arabe. Quando alla fine saluto Fatima,
lei parte decisa con un “Ciao Francesca, come stai?” perché insieme al marito si
è messa a studiare l’italiano on-line).
Ancora più del Nilo è commuovente parlare della bellissima montagna del Darfur,
lo Jebel Marra, un vulcano considerato dagli abitanti il simbolo della loro
patria. In effetti dalle parole di Suliman si sente chiaramente che lo Jebel
Marra è un luogo dell’anima, un simbolo di bellezza e di ricchezza: c’è tanta
acqua, sia calda che fredda, c’è sale, è verde e pieno di frutti e nel
sottosuolo ci sono giacimenti d’oro. Per tutta questa ricchezza gli Emirati lo
vogliono possedere e sfruttare, ma i nativi lo amano e lo rispettano e ora lo
vivono forse come il paradiso perduto.
Parliamo dei finti confini, quelli tracciati a tavolino, come la linea verticale
drittissima fra il Sudan e il Ciad: di qua gli inglesi e di là i francesi,
mentre prima era tutto un grande Sudan – Ciad, Niger, fino al Mali. La storia ci
ha insegnato che i grandi regni finiscono, ma i cittadini dovrebbero rimanere
nella loro terra accanto ai loro corsi d’acqua, con la possibilità di guardare
le loro belle montagne e godere delle loro risorse naturali. Quello che è certo
è che i darfuriani lo Jabel Marra se lo portano dentro dappertutto e per sempre
gli apparterrà.
Nella scuola di italiano per stranieri dove faccio l’insegnante volontaria
cercano un mediatore a distanza che conosca la lingua Zagawi. Lo racconto a
Suliman e lui mi spiega che è la sua lingua madre e si parla sia nel Darfur che
nel Ciad, dove ha diversi parenti. Spero tanto che questa possibilità si
realizzi: quanto è importante per un espatriato sentirsi utile, offrirsi per un
piccolo lavoro e poterlo fare grazie alla ricchezza di conoscenze linguistiche
che possiede.
Link agli articoli precedenti:
https://www.pressenza.com/it/2024/07/storia-di-suliman-e-fatima-in-fuga-da-sudan-ed-etiopia/
https://www.pressenza.com/it/2024/07/suliman-e-fatima-di-nuovo-in-sudan-ma-solo-di-passaggio/
https://www.pressenza.com/it/2024/07/suliman-fatima-e-la-guerra-infinita-in-sudan/
https://www.pressenza.com/it/2024/08/suliman-fatima-e-legitto-che-non-li-vuole/
https://www.pressenza.com/it/2024/08/suliman-e-fatima-in-attesa-della-risposta-dellegitto/
https://www.pressenza.com/it/2024/09/suliman-fatima-e-i-certificati-medici-che-non-si-trovano/
https://www.pressenza.com/it/2024/10/suliman-fatima-e-legitto-che-si-avvicina/
https://www.pressenza.com/it/2024/10/suliman-e-fatima-da-un-port-sudan-di-tutti-matti-a-un-egitto-non-amato/
https://www.pressenza.com/it/2024/10/suliman-e-fatima-finalmente-in-egitto/
https://www.pressenza.com/it/2024/11/suliman-e-fatima-il-nilo-del-cairo-non-e-il-nilo-di-khartoum/
https://www.pressenza.com/it/2024/12/suliman-e-fatima-i-janjaweed-fanno-tante-cose-non-bene/
https://www.pressenza.com/it/2024/12/suliman-e-fatima-in-egitto-ma-ancora-invisibili/
https://www.pressenza.com/it/2025/01/la-mia-amica-fatima-che-resiste-come-al-fashir-in-darfur/
https://www.pressenza.com/it/2025/07/suliman-fatima-e-la-tenace-resistenza-di-al-fashir-in-darfur/
https://www.pressenza.com/it/2025/09/suliman-e-fatima-contano-i-morti-e-i-torturati-in-famiglia/
Francesca Cerocchi