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Basta argomenti “ex auctoritate” per giustificare la Riforma Nordio
Il Fronte del Sì al Referendum del 22-23 marzo 2026 ha riabilitato tutti i grandi nomi possibili per giustificare La Riforma Nordio. Fin da subito ovviamente, per attaccare il correntismo come qualcosa da bandire, ha ripreso la retorica contro le “toghe rosse” di Berlusconi, salvo poi fargli notare che il correntismo oggi riguarda solo il 23% dei magistrati iscritti all’ANM e che la maggioranza di loro sono aderenti a correnti di centro-destra. Allora si sono spostati sulle degenerazioni del correntismo che avrebbe creato un sistema scellerato e fuori controllo di spartizione delle poltrone; salvo poi fargli notare che la magistratura italiana ha dimostrato di essere in grado di fare pulizia al suo interno e di riuscire a fare argine da sola al problema. Il Fronte del Sì ha corretto il tiro dicendo che comunque la riforma ha l’obiettivo di togliere potere alle correnti della magistratura in generale nel Consiglio Superiore della Magistratura con il metodo del sorteggio. E’ a quel punto che molti magistrati – tra cui Nicola Gratteri e Nino Di Matteo -, da sempre fuori dal correntismo e favorevoli al sorteggio, alzano la voce e dicono, schierandosi per il NO, che questo sorteggio, in qualunque caso, è truccato poichè i membri laici verrebbero sorteggiati da una lista – senza un quantitativo preciso di nomi – scelta precedentemente dal Parlamento e dal governo. Inoltre gli si fa notare che questa Riforma, oltre a non parlare minimamente del fenomeno del correntismo, ha come fine proprio rendere dipendente la magistratura da ogni governo in carica. A tal proposito, il Fronte del Sì ha iniziato a ripetere che la riforma Nordio sarebbe in realtà ciò che “voleva Falcone”, perché favorevole alla separazione delle carriere, a tutti coloro che hanno riportato come argomentazioni per il NO a questa riforma proprio le citazioni e le teorie di Giovanni Falcone contro la subordinazione della magistratura alla politica. Il Fronte del Sì – nella figura del Ministro Nordio – ha riabilitato anche il grande giurista e partigiano socialista e antifascista Giuliano Vassalli come “padre spirituale” della Riforma Nordio, in quanto necessario completamento di un processo penale che deve svolgersi davanti a un “giudice terzo” con accusa e difesa poste su un piano di parità: in sostanza sarebbe l’istituzionalizzazione finale del sistema accusatorio, modello su cui si fonda il nostro sistema di giustizia pensato proprio da Vassalli. Il Fronte del Sì ha iniziato a ripetere che la separazione delle carriere della riforma Nordio sarebbe in realtà ciò che “voleva Giacomo Matteotti contro l’unitarietà dei magistrati voluta dal fascismo”. Quando però gli si è fatto notare che l’unitarietà dei magistrati in Italia risale al Regno d’Italia e che sotto il fascismo era stata minata proprio dal governo fascista stesso, il Fronte del Sì si è messo in pace con la storia preferendo non ribattere. I liberali più arditi del Fronte del Sì hanno addirittura citato il grande padre costituente Piero Calamandrei, sostenendo – a partire da un estratto del suo Elogio dei Giudici scritto da un avvocato (1959) – che anche lui avrebbe voluto la Riforma Nordio per la “separazione delle carriere”. Queste affermazioni ricorrono continuamente, quasi fosse diventata un argomento definitivo: se l’avessero voluta loro, allora non ci sarebbe più nulla da discutere. Allora ammettiamolo, è vero: Vassalli, Falcone, Matteotti e Calamandrei erano sostenitori o di una “separazione delle carriere” o di una “separazione delle funzioni” in modo molto diverso tra loro, ma lo erano con cognizione di causa ed avevano tutto il diritto di sostenerlo. Il problema non è essere contro o favorevole alla “separazione delle carriere”: quella è un’opinione legittima. Il problema si pone al massimo su come si vuole attuare la “separazione delle carriere”. Bisogna sottolineare che questo referendum ha un quesito unico e che il votante non ha la possibilità di sostenere una o più parti della riforma e di rigettarne altre: il cittadino votante ha la possibilità di prendere il pacchetto completo delle modifiche o rigettarlo in toto. In questa Riforma sono molti gli elementi che non convincono, ma soprattutto la modalità in cui sono stati pensati il sorteggio e la separazione delle carriere, oltre ad una divisione inusuale del CSM e l’introduzione inusuale di un terzo organo disciplinare (l’Alta Corte). Anche volendo essere d’accordo con la separazione delle carriere o delle funzioni, laddove la riforma è un unicum che prevede altri elementi deprecabili, il cittadino ha il diritto di rifiutare la riforma in toto e non votare a favore solo per un elemento potenzialmente condivisibile. Stando a questi presupposti mi domando: quando Falcone, Vassalli, Matteotti, Calamandrei avrebbero mai scritto o detto di essere favorevoli al sorteggio dei magistrati? Non si trova traccia da nessuna parte. Nessun discorso, nessuna intervista, nessun documento ufficiale. E ancora quando si sarebbero mai espressi a favore di un giudice speciale come l’Alta Corte prevista nella riforma? Anche qui: nulla. Non esiste alcun testo in cui sostengono che sarebbe opportuno creare un organo del genere, né tantomeno che nei suoi collegi i magistrati debbano avere solo una rappresentanza e non una maggioranza. Non lo hanno mai scritto, mai detto, mai proposto, ma anzi possiamo dire il contrario. Vassalli, da giurista finissimo e garantista qual era, ha lavorato su norme fondamentali come il Codice Penale e il Codice di Procedura Penale, ma non ha mai sostenuto – né apertamente né tra le righe – i meccanismi previsti oggi dalla Riforma Nordio, ma anzi da Presidente della Consulta nel 2000, con la Sentenza 37/2000, ribadì che la separazione delle carriere doveva essere introdotta con legge ordinaria dello Stato senza toccare la Costituzione. Giuliano Vassalli Il grande socialista, giurista e penalista, ucciso dalla squadracce fasciste Giacomo Matteotti, nel suo articolo Il pubblico ministero è parte, sosteneva con particolare vigore che il pubblico ministero (1) va decisamente considerato nella sostanza come “parte”, questa intesa come colui che può far valere o contro il quale è fatta valere la pretesa penale. La tesi era sostenuta in aperto dissenso con l’opposta annotazione recata in proposito nella Relazione al Re – ancora oggi tralaticiamente ripetuta -, per la quale quella del pubblico ministero sarebbe, viceversa, una posizione “più nobile e imparziale al di sopra delle parti”. Invero, «La divisione dei poteri su cui si fondano i moderni regimi costituzionali e la divisione delle funzioni, fra le quali anche la “funzione persecutiva” assegnata “agli organi esecutivi dello Stato”, permettono codesto apparente assurdo di uno Stato che è giudice e parte nel tempo stesso; fino a quando almeno sembreranno sufficienti quelle garanzie d’indipendenza di cui sono circondati gli organi di giustizia … organi sempre più autonomi». Il pensiero di Matteotti sulla figura del pubblico ministero, pur senza volere trarne conclusioni sopra le righe, apre scenari inediti e di attuale modernità in tema di disciplinamento dei diversi organi statuali di giustizia, il pubblico ministero e il giudice, parlando di disciplinamento delle diverse funzioni. Parlando di separazioni delle “funzioni” e non delle carriere, Matteotti, nel suo ruolo di giurista e studioso di procedura penale, criticò con fermezza l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, vedendola come un presidio essenziale dello Stato di diritto contro l’arbitrio del potere esecutivo. Matteotti criticò aspramente il tentativo del regime fascista di assoggettare l’ordine giudiziario al controllo del governo, difendendo l’indipendenza dei giudici come garanzia per i cittadini. Nel suo pensiero, emergeva una visione del processo penale come strumento nomofilattico (di garanzia dell’esatta osservanza della legge), criticando eccezioni come l’Alta Corte di giustizia, che riteneva di carattere meramente politico e non giurisdizionale. Le riflessioni di Matteotti (1917-1919) anticipavano moderni scenari sulla disciplina degli organi di giustizia, fermo restando il suo fermo rifiuto di qualsiasi interferenza politica nella magistratura. Giacomo Matteotti Che dire di Falcone, il quale parlava di efficienza della giustizia, di coordinamento tra procure, di modernizzazione degli strumenti investigativi, di collaborazioni internazionali, concentrato sul funzionamento concreto del sistema, non sulla creazione di organi speciali né sul sorteggio dei componenti del CSM. L’ex procuratore nazionale antimafia Piero Grasso ha dichiarato a La Repubblica in merito al presunto sostegno di questa separazione delle carriere da parte del grande pm: “Falcone si sta rivoltando nella tomba” – ha detto – “lo sport più diffuso è quello di attribuire a Falcone dopo la sua morte idee che non lo avevano nemmeno sfiorato”. A confermare questo inciso è stato Alfredo Morvillo, cognato del grande pm antimafia: “Giovanni (Falcone, ndr) era contrario alla separazione delle carriere. Semmai era un sostenitore della cosiddetta separazione delle funzioni o quantomeno della necessità di una specializzazione per l’ufficio del pubblico ministero”. Si tratta di una differenza abissale rispetto all’attuale Riforma Nordio(2). Giovanni Falcone Sulla stessa linea, anni addietro, era stato proprio il padre costituente Piero Calamandrei a esprimersi nei suoi Scritti e discorsi politici: “Il pubblico ministero è un magistrato che ha l’obbligo di cercare la verità, non la vittoria; ed è per questo che egli deve essere pronto a chiedere l’assoluzione quando si accorge che l’imputato è innocente.” Secondo Calamandrei un PM con una carriera separata e gerarchizzata verrebbe valutato in base alle “vittorie” (condanne), perdendo questa funzione di garanzia. Per Calamandrei, il PM non è un semplice “avvocato dell’accusa” o un organo di polizia, bensì un “promotore della giustizia” con l’obbligo di cercare la verità, anche a favore dell’imputato. Questa è cultura della giurisdizione: solo chi è cresciuto professionalmente con la mentalità del giudice può avere l’umiltà intellettuale di chiedere un’assoluzione. Nel dibattito sull’articolo 112 (poi approvato), Calamandrei sostenne fermamente l’obbligatorietà dell’azione penale come garanzia di uguaglianza, vietando al PM di sospenderla o ritardarla arbitrariamente. Nel discorso inaugurale dell’anno accademico dell’Università di Siena, tenuto il 13 novembre 1921, Piero Calamandrei, allora docente di “diritto giudiziario”, individuava quattro “tortuose vie …che la politica segue per far sentire il suo influsso sull’amministrazione della giustizia” mettendo in pericolo la separazione dei poteri, in particolare fra giustizia e politica “che di quella separazione costituisce il cuore pulsante”. In un suo discorso alla Costituente, Calamandrei disse: “La magistratura deve essere un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. Questa indipendenza è la condizione suprema perché la giustizia non diventi strumento di fazione o di vendetta politica.” Ad accompagnare questa convinzione, una sua famosa citazione: “Quando per la porta del tribunale entra la politica, la giustizia esce dalla finestra.” La posizione di Calamandrei e di gran parte dei padri e delle madri costituenti fu contraria alla proposta di far dipendere il PM dal potere esecutivo (Governo), per evitare la politicizzazione dell’azione penale. Calamandrei si oppose alla separazione delle carriere tra giudici e PM, sostenendo che entrambi dovessero far parte dello stesso ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere (come poi sancito dall’art. 104 della Costituzione). In sintesi, per Calamandrei il PM è un magistrato a tutti gli effetti, inamovibile e indipendente, distinguendosi dai giudicanti non per appartenenza a un corpo diverso, ma solo per la diversità di funzioni: ciò che sostiene in Elogio dei Giudici scritto da un avvocato del 1959. Piero Calamandrei Di fronte a tutto questo, perché allora il Fronte del Sì continua a tirare in ballo i loro nomi? Pensa che i cittadini siano così ignoranti a tal punto da dagli in pasto delle mezze verità, senza contestualizzazione, su questi illustri uomini di cultura istituzionale e politica? Evidentemente sì. Le argomentazioni ex auctoritate – come ha scritto Gustavo Zagrebelsky nell’introduzione alla guida al Referendum di Marco Travaglio – sono proprio funzionali a questo: dare in pasto mezze verità dando l’illusione ai cittadini di essere informati, dando l’illusione di sapere senza conoscere niente. Far passare il messaggio che “lo volevano loro (n.d.a: Falcone, Matteotti, Calamandrei, Vassalli)” significa chiudere la discussione prima ancora che inizi, come se bastasse evocare alcune figure importantissime della storia della giustizia italiana per mettere il timbro di legittimità di questa riforma pasticciata. Attribuire le volontà contorte della Riforma Nordio a Falcone, Vassalli, Matteotti e Calamandrei non è solo storicamente falso, ma una scorciatoia retorica, una fallacia logica, un enorme sofisma laddove la falsificazione dell’argomentazione è intenzionale. Il Fronte del Sì e la destra sono in malafede quando usano queste strategie di comunicazione distorta: sono un tentativo di mettere un’aura di autorevolezza su qualcosa che dovrebbe essere discusso apertamente e laicamente. Il pensiero di Falcone, Vassalli, Matteotti e Calamandrei va letto, non reinventato. E soprattutto non usato come slogan per sostenere posizioni che non hanno mai espresso. La Riforma Nordio va discussa nel merito senza pregiudizi e non giustificata ex auctoritate. Si sta parlando di questa riforma con le sue scelte precise: il sorteggio, l’Alta Corte, la nuova composizione degli organi disciplinari, il diverso equilibrio tra politica e magistratura di cui la “separazione delle carriere” – positiva o negativa che sia – è solo lo sfondo dei contenuti di questa riforma… e nemmeno così troppo trasparente. Per concludere è interessante che la destra oggi non citi Paolo Borsellino, grande magistrato antimafia nonchè fondatore e membro di Magistratura Indipendente – corrente di destra moderata e conservatrice dell’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) – , il quale invece era un oppositore convinto della separazione delle carriere. Nel suo libro Oltre il muro dell’omertà. Scritti su verità, giustizia e impegno civile (Edizione Bur, maggio 2022, con presentazione di Manfredi Borsellino) Borsellino affermava: “Le ricorrenti tentazioni del potere politico, quali ne siano le motivazioni, di mortificare obiettivamente i magistrati del pm, prefigurandone il distacco dall’ordine giudiziario, anche attraverso il primo passo della definitiva separazione delle carriere non incoraggiano certo i ‘giudici’, che tali tutti sentono di essere, a indirizzare verso gli uffici di Procura le loro aspirazioni”. Come ha dichiarato suo fratello, Slavatore Borsellino: “Il timore di Paolo Borsellini era che venisse alterata l’indipendenza della magistratura: pensava che una separazione delle carriere avrebbe potuto portare i magistrati sotto l’inflluenza del potere politico”. Ai votanti l’ardua sentenza…   (1) Nel sistema processuale penale e nell’esercizio dei poteri assegnatigli in particolare dagli artt. 1 e 179 cod. proc. pen. del 1913. (2) In una intervista che rilasciò a Mario Pirani de La Repubblica il 3 ottobre 1991, in cui si parlava della riforma Vassalli e del nuovo Codice di Procedura Penale, Giovanni Falcone dichiarò: “Un sistema accusatorio parte dal presupposto di un pubblico ministero che raccoglie e coordina gli elementi della prova da raggiungersi nel corso del dibattimento, dove egli rappresenta una parte in causa. Gli occorrono, quindi, esperienze, competenze, capacità, preparazione anche tecnica per perseguire l’obbiettivo. E nel dibattimento non deve avere nessun tipo di parentela col giudice e non essere, come invece oggi è, una specie di para-giudice. Il giudice, in questo quadro, si staglia come figura neutrale, non coinvolta, al di sopra delle parti. Contraddice tutto ciò il fatto che, avendo formazione e carriere unificate, con destinazioni e ruoli intercambiabili, giudici e Pm siano, in realtà, indistinguibili gli uni dagli altri. Chi, come me, richiede che siano, invece, due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell’azione penale, desideroso di porre il Pm sotto il controllo dell’Esecutivo”.   Altre fonti: https://www.giustiziainsieme.it/articolo/3393-la-magistratura-e-lindipendenza-in-memoria-di-giacomo-matteotti-introduzione-paola-filippi https://www.giustiziainsieme.it/it/diritto-e-societa/3264-indipendenza-dei-giudici-e-riforme-della-giustizia-ai-tempi-dellomicidio-matteotti-uno-sguardo-alle-pagine-di-cento-anni-fa-della-rivista-la-magistratura-simone-pitto Lorenzo Poli
March 20, 2026
Pressenza
“Anatomia di un fascismo” in scena a Roma dal 25 al 30 novembre, e poi in tour
“Che cos’è il fascismo? È un camuffamento, si nutre di paura, risponde alla paura con la violenza”: la voce e l’intensa interpretazione di Ottavia Piccolo ripercorre la vicenda esistenziale e politica di Giacomo Matteotti e l’ascesa di un fenomeno che non cessa di essere attuale. Quello di Ottavia Piccolo non è un monologo, ma un dialogo costante con I Solisti dell’Orchestra Multietnica di Arezzo, che intorno all’attrice si muovono, l’accompagnano, l’abbracciano. E ancora i video realizzati da Raffaella Rivi, che danno luce e consistenza alle frasi più significative. Un abile intreccio di musica (firmata da Enrico Fink) e parole, costruito e guidato dalla regia di Sandra Mangini, scritto da Stefano Massini, Matteotti – Anatomia di un fascismo è uno spettacolo che guarda al passato per meglio comprendere il presente, non solo attraverso le lenti della storia, ma con un appassionato ritratto di un uomo dal sangue caldo che qualcuno aveva soprannominato ‘Tempesta’. Ripercorre l’ascesa e l’affermazione di quel fenomeno eversivo che Matteotti seppe comprendere, fin dall’inizio, in tutta la sua estrema gravità, a differenza di molti che non videro o non vollero vedere. Il pericolo più grande, la malattia che fa morire un uomo è quella che non senti crescere. Matteotti li riconobbe: quelli che al caffè dietro il Duomo, a Ferrara, ordinavano il “celibano” perché non lo sapevano che “cherry-brandy” è inglese; quelli che dicevano di riportare ordine nel disordine, perché il fascismo ha assoluto bisogno di sentirsi in pericolo, di attaccare per non essere attaccato; quelli che, d’un tratto, sfilarono in migliaia dietro al Contessino Italo Balbo e si presero l’Italia intera. Giacomo Matteotti – l’oppositore, il pacifista, lo studioso, l’amministratore, il riformista, il visionario – prese la parola, pubblicamente e instancabilmente, nei suoi molti scritti e nei suoi moltissimi discorsi: una parola chiara, veritiera, fondata sui fatti, indiscutibile. Una parola che smaschera. Per questo fu ucciso all’età di 39 anni. La persistenza di questo stesso fenomeno, nel tempo e nello spazio, in forme vecchie e nuove, ci porta a considerare quanto sia indispensabile, oggi più che mai, occuparsi della cosa pubblica, del bene pubblico, guidati da un pensiero costruttivo, legalitario, partecipativo, paritario, realistico, competente, attraverso atti e parole chiare, come quelle di Giacomo Matteotti e di sua moglie Velia: sono le parole della regista Sandra Mangini. Lo spettacolo è prodotto da Argot Produzioni e Officine della Cultura in coproduzione con Fondazione Sipario Toscana Onlus – La città del Teatro, Teatro delle Briciole – Solares Fondazione delle Arti e Teatro Stabile dell’Umbria con il contributo del Ministero della Cultura e della Regione Toscana. Nasce da un testo di Stefano Massini, per la regia di Sandra Mangini, con i video di Raffaella Rivi e le musiche di Enrico Fink. I Solisti dell’Orchestra Multietnica di Arezzo sul palco sono: Massimiliano Dragoni (hammer dulcimer, percussioni), Luca Roccia Baldini (basso), Massimo Ferri (chitarra), Gianni Micheli (clarinetto e basso), Mariel Tahiraj (violino), Enrico Fink flauto (ewi). La scena è di Federico Pian, le luci di Paolo Pollo Rodighiero, i costumi sono a cura di Lauretta Salvagnin. Il vestito di Ottavia Piccolo è realizzato da La sartoria – Castelmonte onlus, il tecnico delle luci è Emilio Bucci. Il coordinamento tecnico è di Paolo Bracciali, l’organizzazione di Stefania Sandroni e in amministrazione c’è Rossana Zurli. Il fonico è Vanni Bartolini e il macchinista Lucia Baricci. Lo spettacolo debutta a Roma nel Teatro Vittoria, dove è in scena da martedì 25 a domenica 30 novembre (ogni sera alle ore 21 tranne mercoledì 26 novembre alle ore 17 e domenica 30 novembre alle ore 17,30 – biglietti). Un lungo tour attraversa le principali città italiane – tra cui Parma, Ivrea, Udine, Firenze – e prosegue fino ad aprile. La durata dello spettacolo è di 70 minuti.   MATTEOTTI – ANATOMIA DI UN FASCISMO A Roma – Teatro Vittoria: * Martedì 25 novembre: ore 21 * Mercoledì 26 novembre: ore 17 * Giovedì 27 novembre: ore 21 * Venerdì 28 novembre: ore 21 * Sabato 29 novembre: ore 21 * Domenica 30 novembre: ore 17,30 prossime date del TOUR 2025-2026 * 3 dicembre : Gallarate – Centro Culturale del Teatro delle Arti * 4 dicembre : Varzo – Teatro Alveare * 5 dicembre : Concordia – Teatro del Popolo * 6 dicembre : Modigliana – Teatro dei Sozofili * 8 dicembre : Parma – Teatro del Cerchio * 9 dicembre : Mondovì – Teatro Baretti * 10 dicembre : Ciriè – Teatro Magnetti * 13 gennaio  : Tortona – Teatro Civico * 14 gennaio : Omegna – Teatro Sociale * 15 gennaio : Ivrea – Teatro G. Giacosa * 16 gennaio : Savigliano – Teatro Milanollo * 27 gennaio : Ferrara – Teatro Comunale * 28 gennaio : Stradella – Teatro Sociale * 29 gennaio : Pinerolo – Teatro Sociale * 4 febbraio : Alghero – Teatro Civico * 5 febbraio : Tempio Pausania – Teatro del Carmine * 4 marzo Udine : Teatro Nuovo Giovanni da Udine * 5 marzo : Camponogara (Venezia) – Teatro Comunale Dario Fo * 6 marzo : Mercato Saraceno – Teatro Dolcini * 21 marzo : Polistena – Auditorium Comunale * 22 marzo : Filadelfia – Auditorium Comunale Filadelfia * 25 marzo : Livorno – Teatro Goldoni * dal 26 al 29 marzo : Ravenna – Teatro di Tradizione Dante Alighieri * 15 aprile : Rosignano – Teatro Solvay * dal 16 al 18 aprile : Firenze – Teatro della Pergola * 19 aprile : Narni – Teatro Comunale Giuseppe Manini * 23 aprile : San Stino di Livenza – Teatro R. Pascutto     Redazione Italia
November 18, 2025
Pressenza
Scegliere la pace. A 80 anni da Hiroshima e Nagasaki
Come 80 anni fa quando Hiroshima e Nagasaki cambiarono (avrebbero dovuto cambiare) il corso della storia la scelta a cui ci troviamo di fronte è quella tra pace e guerra. Il contrasto tra pace e guerra è antico e senza rimedio e la lotta alla guerra oltre che politica è di natura morale, ha un valore religioso, è un problema di stile. Quella tra la pace e la guerra è una scelta antropologica, esistenziale, assoluta, insanabile. La scelta tra pace e guerra non è più rinviabile nel nuovo mondo in cui siamo (stati) precipitati. Un mondo insanguinato in cui i potenti e gli inermi (almeno una parte se non la maggior parte), rovesciando il senso dell’articolo 11 della Costituzione, non “ripudiano” la guerra, anzi la considerano un “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, uno strumento di difesa e di affermazione della libertà. Contrariamente allo spirito dei tempi, le ragioni per cui scegliamo la pace sono e rimangono esattamente le stesse per le quali dopo la svolta atomica ripudiamo la guerra. Con la svolta atomica, che è stata tale nella storia delle idee ma stenta a divenire tale nella realtà, muta radicalmente sia la natura della guerra sia il significato della storia. Dopo la svolta, la guerra è diventata (avrebbe dovuto diventare) un mezzo inadeguato a raggiungere ogni fine. Se ci domandiamo: «Qual è il fine ultimo della storia?», ebbene la guerra nucleare — ecco il punto decisivo — priva di senso sia la vita dell’umanità intera sia la vita dei singoli. Se la storia è destinata a culminare nell’autodistruzione dell’uomo, se la meta non è un fine ma la fine ha ancora un senso la storia? Se finora il compito della cultura è stato quello di giustificare la guerra, il nostro compito oggi è quello di giustificare la pace “ingiustificando” la guerra. Se lo scopo della cultura anche nelle sue espressioni più alte finora è stato la razionalizzazione del corso storico dell’umanità, il nostro compito oggi è la dimostrazione del’assurdità della guerra. Le ragioni per scegliere la pace sono simmetricamente opposte a quelle per “ripudiare” la guerra 1. la guerra non serve al progresso morale; 2. la guerra non serve al progresso civile; 3. la guerra non serve al progresso tecnico. Intendendo la guerra sia nel senso di «guerra atomica» sia nel senso generico di «guerra convenzionale». Alla luce delle guerre fin qui combattute, le giustificazioni della guerra non si rivelano assurde quando la guerra viene combattuta sia con le armi atomiche sia con le armi tradizionali? Scegliamo la pace e ripudiamo la guerra perché sia la guerra atomica sia la guerra convenzionale non servono al progresso morale. Che la guerra tradizionale sia mai servita al progresso morale dell’umanità è sempre stato quanto meno dubbio. Quanto alla guerra atomica, particolarmente emblematica è la parabola del maggiore Claude Eatherly, il pilota di Hiroshima. A poco a poco Eatherly si rende conto di non essere un eroe ma qualcosa tra un campione sportivo e un automa e scopre di essere un semplice ingranaggio di un’immane macchina di morte. L’immagine della guerra “fecondatrice di virtù sublimi” viene completamente rovesciata. La guerra atomica è scandalosa, subdola, è il più grave delitto contro l’umanità. Come osserva Norberto Bobbio, “al posto dell’immagine hegeliana del vento sulla palude subentra quella, più appropriata, della tempesta sul fragile raccolto”[1]. Scegliamo la pace e ripudiamo la guerra perché sia la guerra atomica sia la guerra convenzionale non servono al progresso civile. A ben guardare l’idea che la guerra potesse servire al progresso civile era già andata in crisi con l’affermarsi della teoria che non è la guerra ma lo scambio e la comunicazione pacifica tra i popoli il più potente mezzo di unificazione del genere umano. Ora una simile teoria è diventata improponibile con la prospettiva della guerra atomica. Quale mondo seguirà alla catastrofe atomica? Dopo la catastrofe avremmo un mondo più unificato o più frantumato, disarticolato, scisso? La novità della nuova guerra rende impossibile ogni previsione di quel che sarà dopo, mette in discussione l’idea che la storia abbia una direzione e un fine razionale, “smentisce la stessa teoria del progresso in tutte le sue forme”: “da quando la guerra atomica è entrata nella storia dell’umanità come evento possibile, il progresso non è più garantito”[2]. Scegliamo la pace e ripudiamo la guerra perché sia la guerra atomica sia la guerra convenzionale non servono al progresso tecnico. A questa tesi si potrebbe obiettare che dalla guerra a lungo preparata, e per fortuna non combattuta militarmente dalle due grandi potenze, poi conclusasi con la sconfitta e il tracollo di uno dei due contendenti e l’implosione dell’ordine internazionale, sia venuto un contributo innegabile allo sviluppo tecnico. Si pensi solo alle nuove scoperte scientifiche e all’aumento della potenza distruttiva degli armamenti. Ma, e questa è una contro obiezione di fondo, nella valutazione del rapporto tra la guerra e il progresso tecnico non si può disgiungere il problema dei mezzi da quello dei fini. Si profila così una alternativa drammatica: da un lato lo sviluppo tecnico, dall’altro lo sviluppo morale che sarebbe compromesso inevitabilmente attraverso “il progressivo aumento di probabilità di una guerra sterminatrice come conseguenza del progressivo sviluppo tecnico guidato da scopi di guerra”[3]. Come di fronte a ogni alternativa a un certo momento bisogna scegliere. Le amiche e gli amici della nonviolenza si mettono “dalla parte di chi lavora per la formazione di una coscienza atomica” e credono che “questo momento sia già arrivato”[4]. Le ragioni dell’obiezione di coscienza alla guerra mantengono intatte la loro vitalità e attualità: dal punto di vista di un nuovo illuminismo, consapevole dei limiti e anche dei soprusi della ragione, l’obiezione di coscienza è un rinnovato appello alla ragione e un’affermazione del valore perenne della dignità della coscienza individuale; dal punto di vista di un’idea della democrazia intesa come un processo di ridefinizione permanente l’obiezione di coscienza è contrasto alla dittatura e apertura all’omnicrazia (potere di tutti); dal punto di vista del pacifismo, s’intende un pacifismo critico, né moralistico né ideologico, l’obiezione di coscienza è rifiuto della rassegnazione e non accettazione dell’ineluttabilità della guerra. Il nostro pacifismo non è l’adesione a un’ideologia ma è “una questione d’istinto”, “qualcosa di più ampio, così connaturale con noi che potremmo definirlo fisiologicamente innato” (estendo qui la contrapposizione che Gobetti stabilisce tra fascismo e antifascismo a quella tra bellicismo e pacifismo)[5]. Con Giacomo Matteotti, sentiamo che così come per il fascismo per “combattere utilmente” la guerra bisogna “opporgli esempi di dignità con resistenza tenace. Farne una questione di carattere, di intransigenza, di rigorismo”[6]. La nostra opposizione alla guerra è così radicale che ci rifiutiamo di prendere in considerazione i programmi e le vie militari che vengono presentati come mezzi per la pace. Concepiamo il nostro impegno nonviolento come una azione morale che ha la sua ragione in sé prima ancora che nel suo affermarsi. Se non è già troppo tardi.   [1]N. Bobbio, Il problema della guerra e le vie della pace, Il Mulino, Bologna 1979, p.76. [2] Ivi, p.77. [3] Ibidem. [4] Ibidem. [5]  P. Gobetti, Elogio della ghigliottina, RL, a. I, n. 34, 23 novembre 1922, p. 130; SP, p. 432. Ripreso in in Id., La rivoluzione liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia, Cappelli, Bologna, 1924. Cito dall’edizione a cura di Ersilia Alessandrone Perona, con un Profilo di Piero Gobetti di Paolo Spriano, Einaudi, Torino, 1983 è stata poi ripresa con un saggio di Paolo Flores d’Arcais, Einaudi, Torino,1995, p. 165. [6] P. Gobetti, Matteotti, RL , a. III, n. 27, 1 luglio 1924, p. 103; poi in volume Piero Gobetti Editore, Torino 1924, pp. 28 e 32, ora, con la postfazione di M. Scavino, Edizioni Storia e Letteratura, Roma 2014. Mi permetto di rinviare al lavoro che mi è stato affidato da Goffredo Fofi: G. Matteotti, Questo è il fascismo, con uno scritto di Piero Gobetti, a cura di Pietro Polito, e/o, Roma 2022 Vedi le raccolte di scritti di Matteotti: . Contro ogni forma di violenza, a cura di Davide Grippa, Einaudi, Torino 2024 e Contro la guerra, contro la violenza, prefazione di Tomaso Montanari, eDimedia, Firenze 2025. Per una critica contemporanea del fascismo: Michel Foucault, Introduzione alla vita non fascista, Feltrinelli, Milano 2025.   Pietro Polito
August 6, 2025
Pressenza
Roma: profanata la lapide di Giacomo Matteotti
Riceviamo e pubblichiamo dall’ANPI di Roma Appresa da fonti di stampa la notizia, il comitato provinciale dell’ANPI di Roma condanna con forza l’accaduto in attesa che le indagini delle forze dell’ordine chiariscano la dinamica e individuino gli autori del gesto che, come al solito, agiscono nel buio. Non è la prima volta che viene profanata la memoria di Giacomo Matteotti. Evidentemente il suo fiero coraggio, la sua granitica fede democratica e antifascista, la sua immensa statura politica e la specchiata integrità morale gettano nel panico e nel discredito ancor oggi il fascistume abietto. E non è un caso che abbiano preso di mira la lapide che riporta la sua frase: ”Uccidete pure me, ma l’idea che è in me non l’ucciderete mai”, che Matteotti pronunciò nel discorso del 30 maggio 1924 – pochi giorni prima di essere rapito – alla Camera dei Deputati, per denunciare brogli e violenze fasciste. Siamo per il resto fiduciosi nel rapido ripristino della lapide. Redazione Italia
July 21, 2025
Pressenza