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SIRIA: ROJAVA SOTTO ATTACCO. JACOPO BINDI: “È UNO SCONTRO POLITICO TRA OPZIONI DIVERSE PER IL MEDIO ORIENTE”
La rivoluzione confederale del Rojava è sotto attacco totale. "L'esistenza dell'Amministrazione autonoma democratica, un'opzione politica fondata sull'autogoverno, su idee di libertà e socialiste, che cerca di proporsi come alternativa per tutti i popoli della regione, è un problema molto grosso per gli interessi delle potenze capitaliste, rappresentati invece dal governo di transizione siriano di Al-Sharaa", ha commentato Jacopo Bindi, dell'Accademia della modernità democratica, ai microfoni di Radio Onda d'Urto.
SIRIA: PESANTI ATTACCHI GOVERNATIVI SUI QUARTIERI CURDI DI ALEPPO. VITTIME CIVILI E ABITAZIONI DISTRUTTE
Nel nord della Siria, ad Aleppo, le milizie di Damasco stanno di nuovo attaccando i quartieri autogovernati, a maggioranza curda, Sheikh Maqsoud e Ashrefiye, che fanno parte dell’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord e dell’est (DAANES) anche se sono divisi, a livello territoriale, dal resto della Siria nordorientale. In corso da ieri, martedì 6 gennaio 2026, pesanti bombardamenti di artiglieria. Le milizie, inquadrate nell’esercito siriano, avanzano anche con tank e altri mezzi militari. Le forze di sicurezza interna (Asayish) dei due quartieri curdi resistono e riferiscono di aver respinto 5 tentativi di incursione. L’autodifesa dell’area è stata affidata, infatti, alla sicurezza interna e alla popolazione dopo che le Forze democratiche siriane, le Ypg e le Ypj, si erano ritirate nell’aprile 2025 in seguito a un accordo con Damasco. Gli attacchi delle milizie hanno provocato diverse vittime e decine di feriti tra i civili. In tutto i morti sarebbero 9, tra i quali due donne e un bambino. Significativi anche i danni materiali, con circa 130 abitazioni che risultano parzialmente distrutte dai colpi di artiglieria. Ad Aleppo, in teoria, è in vigore un cessate il fuoco da aprile 2025. Due giorni fa, i vertici militari delle Forze democratiche siriane si erano recati a Damasco per un nuovo round di negoziati con il governo dell’autoproclamato presidente siriano Al-Sharaa. Ieri, il ministro della Difesa della Turchia – grande sponsor di Damasco – ha ribadito che tutti i gruppi armati legati al Pkk devono deporre le armi, comprese le Forze democratiche siriane. Intanto, con la mediazione degli Stati Uniti, Siria e Israele accelerano i colloqui per la normalizzazione dei rapporti. Damasco e Tel Aviv avrebbero concordato l’istituzione di una cellula di intelligence congiunta. Washington propone inoltre una zona demilitarizzata nel sud del Paese (cioè la cessione a Tel Aviv dei territori che ha occupato militarmente). Su Radio Onda d’Urto è intervenuto Tiziano Saccucci, dell’Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia (Uiki). Ascolta o scarica.
Come la famiglia di Sharaa e un “agente” hanno costruito la nuova economia sommersa siriana
Dalla caduta del governo dell’ex Presidente siriano Bashar al-Assad, Hayat Tahrir al-Sham (HTS) ha consolidato il controllo sui settori militare, della sicurezza, dell’istruzione e dell’economia siriani. Una facciata formale di civili, consigli, comitati e ministeri, maschera una cerchia molto più ristretta che dirige le leve del governo. In nessun luogo […] L'articolo Come la famiglia di Sharaa e un “agente” hanno costruito la nuova economia sommersa siriana su Contropiano.
SIRIA: SULLA COSTA MANIFESTAZIONI PER “FEDERALISMO E AUTODETERMINAZIONE”. DURA REPRESSIONE DI DAMASCO, ALMENO 8 VITTIME
In Siria, ieri, domenica 28 dicembre 2025, migliaia di abitanti delle città lungo la costa e dell’area centrale del Paese sono scesi in strada dando vita a imponenti manifestazioni contro le politiche del governo di transizione di Damasco (retto dall’autoproclamato presidente Al Sharaa). In particolare, i manifestanti chiedono la fine delle violenze nei confronti delle minoranze e rivendicando un sistema federale, che garantisca il diritto all’autodeterminazione a tutte le componenti linguistiche, culturali e religiose che vivono in Siria. Le manifestazioni si sono svolte a Latakia, Jableh, Tartous e Homs. Sui cartelli e gli striscioni portati in piazza dai manifestanti si leggevano scritte come: “Alawiti, sunniti, cristiani, curdi e druzi: siamo tutti fratelli”, “Federalismo non significa divisione, ma diritti per tutti i popoli”, “No alla guerra civile, sì al federalismo” e “Vogliamo la decentralizzazione politica”. Alcuni video mostrano manifestanti bruciare bandiere della Turchia, principale sostenitore del governo di transizione dell’ex-qaedista Al-Sharaa. Fin dal mattino di ieri, la presenza di forze di sicurezza del governo di Damasco era stata massiccia, con blocchi stradali in diverse zone e tentativi di impedire ai manifestanti di raggiungere i punti di concentramento delle manifestazioni. Diverse agenzie di stampa locali riferiscono di violenze, pestaggi, arresti e distruzioni di telefoni cellulari dei manifestanti da parte delle milizie fedeli ad Al-Sharaa. Nelle immagini che circolano online si vedono scene di scontri, con i manifestanti che rispondono alla repressione governativa con il lancio di pietre e la costruzione di barricate nelle strade. Alla fine della giornata, il bilancio sarebbe di almeno 8 vittime e decine di feriti tra i manifestanti. La versione del regime di Damasco – e del suo principale alleato, la Turchia – è che sostenitori dell’ex presidente siriano Assad (ora rifugiato in Russia) avrebbero attaccato le forze di sicurezza nel corso delle manifestazioni. L’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord e dell’est (DAANES) – che da anni propone il modello del confederalismo democratico e dell’autonomia dei popoli all’interno di una Siria unita – ha condannato con un comunicato l’intervento del governo di transizione per reprimere le manifestazioni pacifiche, che ha causato vittime tra i civili e costituisce “una palese violazione del diritto dei siriani di esprimere pacificamente le proprie opinioni e avanzare le proprie legittime richieste”. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani oggi, lunedì 29 dicembre, nelle località interessate dalle manifestazioni e dagli scontri di ieri è tornata una calma tesa. Su Radio Onda d’Urto è intervenuto Michele Giorgio, direttore di Pagine Esteri, corrispondente de Il Manifesto da Gerusalemme, rientrato pochi giorni fa da un viaggio-reportage in Siria. Ascolta o scarica.
Chi definiamo, oggi, terrorista?
Abu Mohammad al Jolani, per anni nome da taglia dell’FBI, oggi circola come Ahmad al Sharaa, presidente siriano ricevuto alla Casa Bianca con onori da Donald Trump, con sponde diplomatiche che fino a ieri parevano impensabili. Bello vero? Da terrorista da top 5 dei ricercati a “attendibile” partner del presidente […] L'articolo Chi definiamo, oggi, terrorista? su Contropiano.
SIRIA: UN ANNO FA LA CADUTA DI ASSAD E LA PRESA DEL POTERE DI AL SHARAA. IL PUNTO DELLA SITUAZIONE
In Siria migliaia di persone hanno affollato le strade delle principali città del Paese – lunedì 8 dicembre 2025 quelle della capitale Damasco – per celebrare il primo anniversario di quello che è stato battezzato come il “Giorno della liberazione”, cioè della presa del potere da parte delle milizie jihadiste di Hayat Tahrir al Sham dopo la caduta del regime degli Assad con la fuga in Russia dell’ex presidente siriano Bashar al-Assad. A guidare le truppe salafite – arrivate in pochi giorni da Idlib a Damasco tra fine novembre e inizio dicembre 2024 – fu l’attuale “presidente ad interim” Ahmed al-Sharaa, ex miliziano dell’ala irachena di Al-Qaeda, tra i fondatori del Fronte Al Nusra in Siria e, successivamente, della coalizione di milizie jihadiste Hayat Tahrir al Sham. Da allora, al-Sharaa ha goduto del supporto e della legittimazione totale da parte degli stessi stati occidentali – Usa di Trump in testa – che fino a pochi mesi fa lo consideravano un ricercato internazionale per terrorismo. Tra i principali sponsor del nuovo regime siriano, inoltre, spicca la Turchia di Erdogan. Inoltre, al-Sharaa sta conducendo negoziati per la normalizzazione dei rapporti con lo stato di Israele che, nel frattempo, ha bombardato più volte il territorio siriano e ha espanso ancora l’area, a sud, sotto la propria occupazione. Da quando Hts ha preso il potere, al-Sharaa ha promosso elezioni dalle quali ha escluso l’Amministrazione autonoma della Siria del nord-est (Rojava) e la città a maggioranza drusa di Sweida, nominato personalmente la maggior parte dei deputati del nuovo parlamento e scritto una costituzione transitoria senza coinvolgere le numerose comunità linguistiche e le differenti organizzazioni politiche presenti nel paese. Soprattutto, durante l’anno appena trascorso milizie salafite inquadrate nel nuovo esercito governativo hanno compiuto massacri delle popolazioni alawite e cristiane che vivono sulla costa occidentale (nelle aree di Hama, Homs, Latakia e Tartus) e hanno assaltato in diverse occasioni la città a maggioranza drusa di Sweida nel sud. Il governo di al-Sharaa non ha mai rivendicato queste azioni, in alcuni casi le ha condannate. Tuttavia, non sono mai state annunciate conseguenze per gli autori, che fanno parte dell’esercito attuale e ne condividono l’ideologia. Il governo di al-Sharaa non rappresenta l’unica opzione politica presente in Siria: “La caduta del regime non significa la fine dell’ingiustizia. Da parte nostra la lotta per raggiungere i veri obiettivi di libertà e dignità del popolo siriano continua”, afferma dal Rojava il TEV-DEM (Movimento della società democratica, forza politica che guida la rivoluzione confederale). Il movimento invita tutti i siriani “a opporsi a ogni forma di incitamento settario e nazionalista, a rafforzare la pace e a sostenere le Forze Democratiche Siriane e l’Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del nord e dell’est come garanti della costruzione di una Siria libera e democratica”. L’Amministrazione autonoma democratica comprende un terzo del territorio siriano e il 20% della popolazione del Paese. Lo scorso 10 marzo, Damasco e le Forze democratiche siriane hanno firmato un accordo di cessate il fuoco e sono impegnati in una difficile trattativa sul futuro della Siria. Su Radio Onda d’Urto ne abbiamo parlato con Davide Grasso, ricercatore dell’Università di Torino e autore, sul tema, di un articolo intitolato La nuova Siria e la prevedibile parabola dell’Islam politico, pubblicato dal portale Dinamo Press. Ascolta o scarica.
Siria, nazionicidio senza soluzione di continuità. E le stelle stanno a guardare
di Fulvio Grimaldi per l’AntiDiplomatico Al momento di marciare molti non sanno che alla loro testa marcia il nemico. La voce che li comanda è la voce del loro nemico. E chi parla è lui stesso il nemico. (Berthold Brecht) Nell’aprile venne scatenata in Siria, la “primavera araba”, quella con cui le potenze avevano già sistemato quanto in Medioriente si opponeva alla ricolonizzazione e all’espansione del sionismo. Ero da quelle parti, richiamato in Siria da una semisecolare frequentazione e dalla consapevolezza di cosa avrebbe significato uccidere questa nazione. Uno Stato cuore della Storia, cultura, liberazione araba e protagonista, con l’Egitto, la Libia, lo Yemen, il Libano, Algeria e l’Iraq, delle sue prospettive di giustizia sociale e autodeterminazione, avrebbe subito l’intento con il quale l’imperialismo intendeva riprendersi quanto una grande rivoluzione aveva sottratto al suo millennario sistema di negazione e spoliazione. Nella primavera del 2011, in Libia si andava compiendo la distruzione del paese africano più prospero e socialmente equo, intollerabile modello politico-economico e promotore della sovranità e dell’autodeterminazione di tutto il continente. All’ufficio stampa del Ministero degli Esteri a Damasco, dove ero giunto ai primi clangori della locale “primavera araba”, mi mostrarono dei video di Deraa, dove, settimane prima, erano scoppiati tumulti contro l’aumento dei prezzi del carburante determinati da una prolungata siccità. Vi si vedevano scontri tra manifestanti disarmati e una polizia che si limitava a contenere la folla e non utilizzava strumenti di repressione. Tuttavia echeggiavano spari e le immagini mostravano cecchini appostati dietro mura e alberi. Le persone che cadevano, morivano o rimanevano ferite, si trovavano in entrambi gli schieramenti. Di sequenze di questo tipo ce n’erano a decine. Servivano a far dire ai compari lontani che “il regime ammazzava il suo popolo”. Come Gheddafi, come Milosevic. Primavera araba, o terrorista? Le autorità riferivano, credibilmente alla luce delle immagini e della prassi del regime change, di provocatori che si erano inseriti nelle manifestazioni, poi scoppiate anche a Damasco, Oms e Aleppo, per offrire agli interessati nei media e nelle cancellerie occidentali, il destro per parlare di una sanguinaria repressione del “dittatore Bashar el Assad”. Opportunità lungamente vagheggiata, preparata e qui immediatamente utilizzata, come di norma per tutte le “primavere arabe”, dalla Tunisia, dove prevalsero, alla Libia, dove ne impedì la disfatta l’intervento degli amici di Gheddafi da lui finanziati, Sarkozy e Berlusconi, all’Egitto, dove fallirono. Dissero nei nostri media che la dittatura non consentiva alla stampa estera di entrare nel paese e seguire gli eventi. Sentivo questo dalle tv straniere che a Damasco tutti potevano liberamente seguire, pure la RAI, sebbene esentati dal canone. Cosa di cui il corrispettivo era negato a casa nostra. Strano corto circuito della libera informazione nel mondo libero, riflettevo, mentre mi trovavo su un pullmino, accanto a un collega della Franklfurter Allgemeine e a una cinquantina di altri inviati di media internazionali. Eravamo diretti a OMS, nel cuore del paese. Lo strumento jhadista Al Sharaa da Al Jolani Ci riceve il governatore e ci spiega una situazione che, dopo una serie di episodi terroristici, con bande armate di jihadisti di Al Qaida che avevano fatto irruzione in città provenendo dalla vicina Turchia, era stata riportata dalle forze dello Stato alla normalità. Relativa, visto che, visitando poco dopo un ospedale in pieno centro, veniamo fatti bersaglio dalla strada di raffiche di mitra che, passate per le finestre, fanno buchi nelle pareti sopra le nostre teste. Evento ricorrente, commentano compassati i sanitari. In una grande palestra scolastica, scortato da ragazzi dell’organizzazione giovanile del partito Baath (Partito Arabo del Risorgimento Socialista), incontriamo una cinquantina di cittadini di Oms, donne, uomini, ragazzi. Ci raccontano ciò che, tradotto solo a sprazzi da un accompagnatore, si riferisce a una serie di episodi di violenza subiti da congiunti e amici. Le immagini video sono raccapriccianti: vi si vede di tutto, quanto a ferocia, brutalità, orrore. Persone impiccate, annegate in gabbie, bruciate vive, scuoiate, accecate, buttate nei fiumi, ammanettate e bendate, dall’alto del ponte, appese vive agli alberi e fatte segno di spari, soldati siriani prigionieri, stesi a terra, legati, poi fulminati a uno a uno con colpi in testa. Attorno alle vittime, festanti, gli esecutori con le bandiere nere di Al Qaida. La cosa più tremenda è come i video siano arrivati nelle mani di queste persone, madri, figli, amici. Glieli hanno spediti via cellulare gli stessi autori. Comprendendo nel bottino di Al Jolani-Al Sharaa anche qualche bomba e qualche sicario Nato, specie turco, stanno nel conto siriano di questo delegato di NATO e Israele 600.000 morti, 7 milioni di sfollati interni e 5 milioni di rifugiati in campi profughi in Turchia. Non tutti manodopera qualificata, sbolognata via Turchia nelle industrie tedesche. Il resto trattenuto a vegetare lì in cambio di 1 miliardo di euro dall’UE Quello che racconto è tutto in rete, scaricabile qui https://fulviogrimaldi.gumroad.com/l/iurxx  Da tagliagole a interlocutore istituzionale. Il loro capo aveva poi rinominata Al Nusra l’organizzazione storica e, infine, per togliersi ogni stigma terrorista, si era fatto leader dell’opposizione rispettabile, sotto la sigla di Hay’at Tahrir al-Sham, Tuttavia sempre con in testa la corona di 10 milioni di taglia con cui gli USA, assieme a Turchia, Israele e Arabia Saudita, facevano finta di disconoscerne la paternità. Si era dato il nome di battaglia di Abu Mohamed al Jolani. Oggi ha ricuperato il nome vero, Ahmed Al Sharaa. E’ presidente della Siria, almeno della capitale e dintorni, almeno di quanto basta per perpetuare gli stessi orrori dei 14 anni di guerra, oggi selezionando le componenti della popolazione non gradite al jihadismo: alauiti sciti, cristiani, drusi, curdi, altre minoranze più ridotte. A ottobre si contavano 9000 vittime, ora, a novembre, altre 180. Sgraditi sterminati dopo la presa del potere. Tuttora li prendono, uno per uno. Mentre Israele prosegue nelle sue annessioni a pezzi precedute da incursioni con stabilimenti di presidi militari e posti di blocco, 60 nelle ultime 10 sett6imane.  E le stelle stanno a guardare: la “nuova Siria” ricondotta nell’alveo democratico. Ormai privo di taglia, ma tuttora munito di scure, il tagliagole è stato riconosciuto e ricevuto con tutti gli onori, tappeti rossi e sorrisi, a Mosca e a Washington. Gli mancano Prevost, Mattarella e Meloni. Capiterà. Resta sul piedistallo eretto dalla massima virtù del nostro Zeitgeist, spirito del tempo: la realpolitik. Nel dicembre del 2024 la Siria soccombe. Per il suo presidente, Bashar el Assad, raccoglitore di vastissimi consensi in tutte le consultazioni elettorali, anche quelle in guerra riconosciute corrette dagli osservatori ONU, ho potuto constatare l’adesione e l’amore del popolo. Da quando, nel 2000, è succeduto al padre, Hafez, sono state innumerevoli le manifestazioni di sostegno, intensificate nei momenti di pressioni estere, che ho visto percorrere il paese nel corso di anni segnati da uno sviluppo impetuoso, non impedito dalle solite pesanti sanzioni. Non hanno lasciato traccia nella coscienza della popolazion le manipolazioni propagandistiche sciorinate da aggressori e complici che, peraltro, mai avrebbero notato qualcosa di anormale nella “democratica opposizione ad Assad”. Era destinata al pubblico occidentale la giustificazione di questa ennesima operazione coloniale, affidata al peggiore dei mercenariati imperiali, con l’invenzione di una successione di nefandezze: come i gas utilizzati contro oppositori a East Ghouta, mai poi riscontrati dalla relativa Agenzia ONU, o la testimonianza di un transfuga, “Caesar”, su esecuzioni di massa nelle carceri siriane (foto di cadaveri che poi risultarono di militari siriani caduti in battaglia). Bashar el Assad Non bastava la guerra Il nazionicidio della Siria si compie nell’inverno del 2024. Un paese, che, aggredito nel 2011, dal 2015 aveva potuto valersi del sostegno militare della Russia, si è ritrovato improvvisamente abbandonato, al colmo di una crisi economica resa catastrofica, più che dalle distruzioni belliche, dal sequestro che gli occupanti USA avevano imposto dei territori nel nord-est. Territori occupati dalle truppe americane anche grazie al sostegno di un collaborazionismo curdo, molto magnificato dalle sinistre in Occidente. Forze curde, di un enclave che pure aveva goduto, come ogni minoranza, degli stessi diritti di tutti i cittadini siriani, collegate al PKK in Turchia, approfittarono del loro sponsor a stelle e strisce per espandere la presa su terre e città arabe. Ne occuparono le strutture pubbliche, ne cacciarono gli abitanti. Il nord-est era la regione da cui provenivano il petrolio e i prodotti agricoli necessari alla vita della popolazione e al funzionamento dell’economia. Da lì il governo traeva i mezzi per mantenere in piedi l’esercito. Che, in assenza, privato della paga e di ogni sostentamento, senza più l’appoggio aereo di Mosca, provato e decimato da 14 anni di combattimenti, non poteva che sfaldarsi. A compiere l’opera di distruzione del paese venne, nel febbraio del 2023, un terremoto che devastò gran parte della regione centro-settentrionale. Una Siria che, nelle guerre arabo-israeliane, era stata l’avversario più combattivo e temuto dello Stato sionista, si ritrovava, già minata nella tenuta umana e nella funzionalità delle infrastrutture, dei trasporti, dei rifornimenti, saccheggiata dalle sanzioni USA e UE, impoverita dalla rapina delle sue materie prime. Il tutto aggravato dalla mancanza di soccorsi che di solito la “comunità internazionale” riserva alle vittime di simili tragedie. I governi europei e quello turco (salvo nelle zone sotto controllo suo e del terrorismo islamista) rifiutarono ogni aiuto. Se si tiene conto del quadro geopolitico segnato dal ritiro dei russi dalla contesa, e di chi costituiva il fronte avverso alla sopravvivenza della Siria, sulla quale la triplice Turchia-Israele-curdi nutriva annosi appetiti territoriali, o integralisti religiosi (wahabiti), l’esito, dopo 14 anni di resistenza, non poteva che essere scontato. Il terrorismo jihadista, guidato dai qaedisti Al Baghdadi e Al Jolani, finanziato da sauditi e qatarioti, addestrato in Giordania e Turchia dai marines, integrato da quadri militari turchi, si era insediato al confine con la Turchia, nella provincia di Idlib. Qui per anni aveva gestito, sotto supervisione politico-militare turca, una milizia fondamentalista islamica, governando tutte le funzioni e gli affari di un para-Stato a detrimento della popolazione siriana di oltre venti milioni, espropriata di diritti e attività. Comunità autoctona che ogni tanto si ribellava e veniva duramente repressa. L’operazione, parte il 24 novembre e si assicura la presa quasi immediata di Aleppo, prodigio archeologico e culturale del paese, da sempre sognata dai turchi capitale di una sua nuova regione. E’ coronata a Natale dall’insediamento a Damasco del nuovo potere battezzato nell’oceano di lacrime e sangue fatti versare a 20 milioni di siriani. Una successione quasi incredibile di eventi, ma la cui origine, causa e dinamica, sono spiegati dai vari interventi di attori esterni. Abbiamo già detto della continuità del terrorismo jihadista dal tempo dell’aggressione criminale NATO, da noi eufemizzata in “guerra civile”, a quello della “liberazione dalla dittatura di Assad” e dell’instaurazione della “democrazia”. Parola d’ordine, disunire ciò che unisce Il progetto, affidato alla brutalità di contractors subumani che conosce l’eguale storico soltanto in quanto oggi si va compiendo su Gaza, ha il compimento strategico, ma probabilmente non politico, né geografico, con la spartizione della Siria tra Israele, Turchia, curdi e un ridotto jihadista a Damasco, finora tollerato a fini di proiezione dell’illusione di uno Stato rimesso in sesto nominalmente democratico. Tanto per far capire che l’esito definitivo non è quello di un Israele che, fin da quando curava i jihadisti feriti nelle sue cliniche del Golan, considerava questo terrorismo il mezzo, non il fine. Il che spiega i suoi bombardamenti, “di avvertimento”, sui palazzi del neoregime a Damasco, l’avanzata delle truppe israeliane dalle falde del Golan, altura fondamentale per il controllo di Libano e Siria rubata alla Siria fin dal 1967, e l’occupazione della regione di Sweida, a sud. Il pretesto era quello della difesa dei drusi, alleati anche nella Palestina occupata, contro presunti abusi di beduini sunniti protetti dal nuovo regime. Dal versante nord, l’appropriazione della storicamente ambita Aleppo, gioiello di un passato arabo da turchizzare, e di tutta l’area fino al la centrale Oms, si inserisce in un neoimperialismo ottomano che si estende dall’Asia Centrale e Occidentale al Nordafrica e abbraccia tutto il Mediterraneo orientale. La convivenza di due poteri senza scrupoli di diritto internazionale e dell’altrui sovranità, espansioniste nella stessa area statale, succede alla connivenza e alla cointeressenza alla distruzione del caposaldo della forza e della dignità araba, ma resta fragile alla luce dei caratteri egemonici che caratterizzano le ambizioni delle due entità. La fetta curda  Area storica curda in Siria –  area appropriata oggi Al momento l’attrito maggiore, nella pausa dello scontro tra filo-israeliani e i gangster di Al Sharaa, è quello tra Damasco e la nuova realtà fattasi largo sotto protezione statunitense nel nord-est della Siria. I curdi, usciti grazie a quella tutela, interessata a minare alla base l’unità pluralista e inclusiva della Siria, dalla loro area nell’estremo nord-est, al confine con il Kurdistan iracheno, si sono appropriati di una vasta area comprendente le maggiori risorse minerarie e agricole siriane. La stessa che ospita le basi e 2.500 militari USA. Una regione che va da Afrin, sul confine turco, alla capitale Raqqa e a Deir Ezzor, già sottratte all’ISIS (più dai bombardamenti USA, per la verità, che dai combattenti delle sedicenti Forze Democratiche Siriane. In effetto integralmente curde). Manifestazione curda in Siria con bandiere israeliane Con riferimento all’annoso conflitto interno tra secessionisti (o autonomisti) curdi e Ankara, la presenza curda in larga parte della Siria risulta ad Ankara altrettanto intollerabile quanto quella su suolo turco. Intolleranza che si esprime in occasionali attacchi armati e bombardamenti turchi, ma che resta contenuta dalla protezione americana e israeliana di cui questa minoranza gode. La mia Siria Arrivai in Siria, subito dopo essere stato espulso da Israele, alla fine della Guerra dei Sei Giorni, giugno 1967. Con Iraq, Egitto di Nasser e. pro tempore, di Sadat, Libia, Libano, la Siria era l’insuperabile e, dal punto di vista israeliano, il più vicino e tosto, intralcio all’eliminazione della Palestina e alla espansione verso il Grande Israele. Era, questo, il cuore della grandezza storica e moderna araba. A partire da Palmira, il gioiello urbano dalla triplice tradizione, aramaica, fenicia, greca e romana, devastato dai mercenari NATO dell’ISIS nel solco della necessità imperiale di annientare qualsiasi segno di identità. Fu Al Jolani a fra trucidare Khaled al Asad, il direttore del sito, martire per non aver voluto rivelare dove erano stati custoditi i reperti più preziosi. Insieme a Omar al Khayyam, la grande moschea degli Omayyadi, il souq (mercato) di Al-Hamidiyah che al tempio conduce come una freccia, un lungo viale dai mille colori e suoni, costellato di botteghe che odorano di Medioevo. Vi ho comprato tutte le mie kefieh. E poi tante antiche città e castelli storici, come Bosra, Palmira, Aleppo, Krak des Chevaliers e Qal?at Salah al-Din, Patrimonio dell’Umanità per l’UNESCO. Il tutto popolato da una gente, in maggioranza giovane e istruita, consapevole della sua storia e identità nazionale e araba, formata da un’istruzione assicurata a tutti e garantita da una sanità di altissimo livello, pure gratuita. Giovani dei due generi che non differivano da quelli che potevi incontrare a Londra o Amsterdam, comprensivi di tutte le componenti confessionali ed etniche di un paese mosaico da millenni. Ebbi la fortuna di intervistare N?r al-D?n al-At?s?, da poco presidente della Siria, cui succedette nel 1970 Hafez el Assad, entrambi esponenti della rivoluzione nazionale e socialista del Baath, l’organizzazione fondata da Michel Aflak. Un intellettuale cristiano  che aveva studiato alla Sorbona e il cui partito divenne protagonista della liberazione dal dominio francese e della conquista dell’indipendenza nel 1946. Si fece poi  garante anche della libertà del Libano contro le incursioni israeliane e le rivendicazioni dell’antico padrone coloniale francese. La vendetta contro quella rivoluzione è stata perseguita incessantemente dai colonialismi europei, sionisti e statunitensi, fino all’epilogo consumatosi nell’inverno del 2024. Il racconto che al-At?s? mi fece della Siria e che cosa volesse che diventasse la sua società, una volta liberatasi dell’onere di dover contenere l’infezione neocoloniale e sionista, assomigliava a quanto da noi ci si riprometteva che fossimo al momento della liberazione dal nazifascismo.   LA SIRIA PRIMA DI AL SHARAA, PRIMA DELLA SHARÌA, PRIMA DEL VELO.  Siria e Israele destini paralleli e contrari Si potrà individuare un equilibrio tra passo e contrappasso, confrontando il suicidio israeliano con il nazionicidio della Siria. Da un lato l’avventura militare risoltasi in genocidio senza vittoria e con la perdita secca in termini umani (suicidi, diserzioni, rifiuti, migrazione al contrario), economici (i costi della guerra, la perdita di quadri professionali, la scomparsa di investimenti esteri), di credibilità e legittimazione. Ma è nel destino di uno Stato, nato, cresciuto e morituro fuorilegge, compiere la missione che s’è dato: oggi, avendoli definiti terroristi, lo Stato fuorilegge decreta che i suoi prigionieri, combattenti della libertà, attualmente 10mila nelle carceri della tortura verificata, debbano essere condannati a morte. Dopo Marzabotto, le Fosse Ardeatine. E in Cisgiordania il genocidio strisciante va assumendo i caratteri totali di Gaza. Uno Stato deciso a non morire da solo. E le stelle stanno a guardare. Dall’altro lato, l’annichilimento di una realtà identitaria, culturale, di comunità sovranazionale, di valore strategico regionale e ben oltre, segnata dal felice sposalizio di antico e moderno, laicità, pluralismo, fiducia nell’uomo. Chi ci rimette, ma in misura rimediabile, sono i giusti. Chi di più, gli ingiusti. Perché i giusti, come hanno sempre prevalso sull’oscurità, prevarranno anche stavolta. I fascismi, sotto qualsiasi forma si propongono, alla fine soccombono. Tempo al tempo. Ma la Storia sta dalla parte dell’umanità.   L'Antidiplomatico
HTS ed Israele minacciano. Hezbollah pronto a rispondere?
Il ricevimento-show alla Casa Bianca messo in piedi da Trump per Al-Jolani nei giorni scorsi ha prodotto, per quest’ultimo, oltre a poco edificanti scene di sottomissione e battute sulla sua possibile poligamia, poca sostanza: l’ennesimo annuncio di sospensione delle sanzioni e qualche promessa vaga di contenimento dell’espansionismo sionista. Tutt’altro clima – […] L'articolo HTS ed Israele minacciano. Hezbollah pronto a rispondere? su Contropiano.
SIRIA: TRUMP ACCOGLIE AL-SHARAA ALLA CASA BIANCA. L'(EX?) JIHADISTA TRA INTERESSI DEL CAPITALISMO GLOBALE E TENSIONI INTERNE
Il presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump ha incontrato a Washington l’autoproclamato presidente siriano Ahmed Al Sharaa. È la prima volta, da quando la Siria è stata dichiarata stato indipendente nel 1946, che un leader siriano mette piede nello Studio ovale della Casa Bianca. Le questioni principali sul tavolo sono due: la surreale adesione della Siria – governata da personaggi, a partire dallo stesso Al Sharaa, che hanno militato in Daesh e/o in altre formazioni jihadiste fino a ieri – alla Coalizione internazionale anti-Isis a guida Usa; e la volontà degli Usa di stabilire una propria base militare nel sud del Paese, vicino Damasco. Ovviamente, il tema del confronto è molto più ampio e riguarda aspetti differenti, anche se connessi tra loro: tra questi la promessa di rimuovere Al Sharaa e altri esponenti del suo cosiddetto “governo di transizione” dalle liste nere Usa dei ricercati internazionali per terrorismo, l’impegno statunitense a rimuovere almeno alcune delle sanzioni che da decenni stritolano l’economia e la popolazione siriana, ora estremamente provata anche da 15 anni di guerra civile, l’adesione di Damasco agli Accordi di Abramo. Sullo sfondo ci sono gli interessi – spesso contrastanti – di diverse potenze capitaliste regionali e globali, dalla Turchia di Erdogan (principale sponsor del nuovo regime siriano) a Israele, dagli Usa alla Russia fino alle monarchie del Golfo. Il futuro della Siria, infatti, è centrale rispetto al processo di ridefinizione dei rapporti di forza nella regione che ha subito un’importante accelerazione dal 7 ottobre 2023, con la guerra portata da Israele in tutta l’area. Su Radio Onda d’Urto, abbiamo approfondito questi aspetti con il giornalista Alberto Negri, editorialista de Il Manifesto. Ascolta o scarica. Per delineare un quadro completo della situazione, però, è importante tenere in considerazione la situazione interna siriana, in particolare per quanto riguarda la società e le sue numerose componenti anche nazionali, religiose e linguistiche. Da questo punto di vista, Al Sharaa sta tentando di rafforzare la propria legittimità politica, al momento piuttosto debole. Il suo “governo di transizione” non può contare su un consenso ampio per diversi fattori. Il più importante riguarda proprio la composizione eterogenea della società siriana dal punto di vista delle differenze culturali e religiose. Diverse comunità non si sentono rappresentate da un governo che da un lato si dichiara protettore dei diritti delle minoranze, dall’altro è espressione diretta di gruppi salafiti e jihadisti. I massacri ai danni della popolazione alawita nelle regioni della costa occidentale e quelli contro i drusi nell’area meridionale di Sweida – compiuti da milizie islamiste inquadrate nell’attuale esercito governativo – hanno alimentato diffidenza, paura e malcontento nei confronti di Damasco. Nonostante avesse dichiarato l’intenzione di costruire una democrazia dopo oltre sessant’anni di regime degli Assad (incassando l’endorsement di tutte le cancellerie europee e occidentali), Al Sharaa ha organizzato elezioni che sono state più che altro una selezione diretta – da parte sua – di gran parte dei parlamentari e dalle quali sono state escluse Sweida, l’area a maggioranza drusa, e soprattutto i territori controllati dall’Amministrazione autonoma democratica del nord e dell’est e dalle Forze Siriane Democratiche a guida curda e araba. Non solo, dopo aver simulato un approccio democratico, aperto a tutte le religioni e culture, e aver promesso una costituzione che rappresentasse tutte le componenti siriane, il governo di transizione di Al Sharaa ha scritto da solo la propria Carta, senza alcun tipo di consultazione, e ha iniziato a disporre leggi di chiara impronta islamista. Di tutto questo abbiamo parlato con Tiziano Saccucci, dell’Ufficio di informazione del Kurdistan in Italia, con particolare attenzione alle trattative in corso tra Damasco e l’Amministrazione autonoma del confederalismo democratico, cioè l’autogoverno rivoluzionario e socialista del Rojava e del nord-est siriano (oltre un terzo del Paese). Ascolta o scarica.