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Sea-Watch 5 fermata per 20 giorni. Quarto fermo di una nave della Justice Fleet in quattro mesi
Ieri, lunedì 30 marzo, la nave di soccorso Sea-Watch 5 è stata fermata dalle autorità italiane per 20 giorni dopo aver rifiutato di comunicare con il Centro di coordinamento marittimo libico, che opera sotto il comando della cosiddetta Guardia Costiera libica. Prima del fermo, l’equipaggio aveva soccorso 93 persone in difficoltà nel Mediterraneo centrale. Il fermo della Sea-Watch 5 è il quarto fermo di una nave appartenente all’alleanza Justice Fleet dal dicembre 2025. Da allora, le autorità italiane hanno imposto fermi alle navi dell’alleanza per un totale di 115 giorni, con conseguente, significativa riduzione delle capacità di soccorso nel Mediterraneo centrale. La cosiddetta Guardia Costiera libica è composta da vari gruppi di milizie ed è stata ripetutamente collegata a gravi violazioni dei diritti umani nei confronti di persone in cerca di protezione, sia in mare che nei centri di detenzione e tortura in Libia, come documentato dal Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. Inoltre, la cosiddetta Guardia Costiera libica ha ripetutamente minacciato o attaccato navi umanitarie in mare. Alla luce di questi risultati, la Justice Fleet non riconosce le autorità marittime libiche come attori legittimi di ricerca e soccorso e chiede la cessazione immediata della cooperazione europea con esse. Puniti per aver difeso il diritto internazionale A seguito del salvataggio, le autorità italiane hanno assegnato alla Sea-Watch 5 un porto distante oltre 1.100 chilometri, Marina di Carrara. Quando inizialmente alla nave è stato impedito di entrare in porto, l’equipaggio ha dichiarato lo stato di necessità il 15 marzo per garantire cure mediche urgenti ai sopravvissuti. La decisione di entrare nel porto più vicino di Trapani è stata un atto di disobbedienza contro ordini illegittimi da parte dell’Italia che mettevano in pericolo delle vite, sostiene Sea-Watch, e un passo necessario per difendere i diritti fondamentali dei sopravvissuti ai sensi del diritto internazionale, compreso il diritto alla vita e alla protezione da trattamenti inumani o degradanti ai sensi dell’articolo 2 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. “Fermare le navi di soccorso per aver rifiutato di cooperare con soggetti responsabili di gravi violazioni dei diritti umani non è applicare la legge, è ostruzionismo motivato politicamente”, afferma Wasil Schauseil, portavoce della Justice Fleet. “Assegnando porti lontani e ritardando l’accesso a un porto sicuro, le autorità italiane stanno deliberatamente minando la protezione della vita in mare. Per noi della Justice Fleet, difendere i diritti umani in mare non è facoltativo: è un obbligo legale e morale. Continueremo ad agire di conseguenza”. La Justice Fleet unita a difesa del diritto internazionale Nonostante le crescenti pressioni, la Justice Fleet rimane impegnata nella difesa dei diritti umani e del diritto marittimo internazionale. Recenti sentenze dei tribunali italiani hanno ripetutamente confermato che i fermi delle navi delle ONG sono illegali e che non è possibile esigere un coordinamento con gli attori libici, date le ben documentate violazioni dei diritti umani. Le organizzazioni annunciano che continueranno a contestare queste misure in sede giudiziaria. Ulteriori informazioni Maggiori informazioni sulla Justice Fleet sono disponibili qui. Un elenco degli atti di estrema violenza commessi dalle milizie libiche è disponibile qui. Il materiale fotografico e video del salvataggio della Sea-Watch 5 è disponibile qui. Ulteriori informazioni sul fermo della Sea-Watch 5 sono disponibili sul sito web di Sea-Watch.   Redazione Italia
March 31, 2026
Pressenza
Ostacolare le navi di ricerca e soccorso causa centinaia di morti in mare
32 organizzazioni chiedono l’immediata cessazione dell’ostruzionismo sistematico contro le operazioni di ricerca e soccorso (SAR) delle ONG da parte dello Stato italiano. Soltanto nell’ultimo mese, le navi delle ONG sono state fermate tre volte a causa di accuse basate sul Decreto Piantedosi. Una di esse, la nave di monitoraggio “Nadir” gestita da RESQSHIP, è stata fermata due volte di seguito. Dal 2023, 29 navi di ONG sono state sequestrate nonostante vari tribunali italiani abbiano riconosciuto l‘illeggitimità della detenzione delle navi delle ONG. Tenere deliberatamente lontane le organizzazioni non governative di ricerca e soccorso dal Mediterraneo centrale causa innumerevoli morti in mare lungo una delle rotte migratorie più letali al mondo.  Le organizzazioni criticano il fatto che allontanare deliberatamente le organizzazioni non governative di ricerca e soccorso dal Mediterraneo centrale causi innumerevoli morti in mare su una delle rotte migratorie più letali al mondo. Nonostante i numerosi appelli lanciati dalle organizzazioni SAR, le imbarcazioni delle ONG continuano ad essere arbitrariamente detenute a causa del Decreto Piantedosi approvato nel gennaio 2023 e inasprito dalla conversione in legge del Decreto Flussi nel dicembre 2024. Nell’ultimo mese, “Nadir” e “Sea-Eye 5” – due delle imbarcazioni più piccole, rispettivamente gestite da RESQSHIP e Sea-Eye – sono state detenute con l’accusa di non aver rispettato le istruzioni delle autorità. Ad entrambi gli equipaggi sono stati assegnati porti distanti per sbarcare i sopravvissuti e sono stati invitati a procedere con trasbordi selettivi dei naufraghi sulla base di criteri di vulnerabilità, nonostante il fatto che un’adeguata valutazione delle vulnerabilità richieda un ambiente sicuro e non possa essere condotta a bordo di una imbarcazione subito dopo un salvataggio. “L’introduzione di ostacoli legali e amministrativi ha un obiettivo evidente: tenere le navi SAR lontane dalle aree operative, limitando drasticamente la loro presenza attiva in mare”, critica Janna Sauerteig, esperta politica di SOS Humanity. “Senza la presenza delle risorse e degli aerei delle ONG, più persone annegheranno durante la fuga attraverso il Mediterraneo centrale e le violazioni dei diritti umani, così come i naufragi, avverranno nell’indifferenza generale.” Da febbraio 2023, le imbarcazioni delle ONG sono state oggetto di 29 fermi amministrativi, per un totale di 700 giorni trascorsi in porto invece di salvare vite umane in mare. Le stesse navi hanno trascorso altri 822 giorni in mare per raggiungere porti assegnati a distanze ingiustificabili, per un totale di 330.000 chilometri di navigazione. Misure che inizialmente riguardavano solo le navi SAR delle organizzazioni non governative sono ora estese anche alle imbarcazioni più piccole con un ruolo di monitoraggio. Le ONG sono inoltre costrette a spendere una gran quantità di tempo e risorse per contestare la restrittiva legislazione italiana e i fermi amministrativi arbitrariamente imposti. Negli ultimi mesi, alcuni tribunali italiani – a Catanzaro, Reggio Calabria, Crotone, Vibo Valentia e Ancona – hanno riconosciuto attraverso le loro sentenze l’illegittimità dei fermi amministrativi nei confronti delle imbarcazioni di soccorso delle ONG, annullando di conseguenza le relative sanzioni. Nell’ottobre 2024, il Tribunale di Brindisi ha richiesto alla Corte costituzionale italiana di valutare la compatibilità del Decreto Piantedosi, convertito in legge nel febbraio 2023, con la Costituzione. L’8 luglio 2025 la Corte ha ribadito che il diritto marittimo internazionale non può essere aggirato da norme punitive e discriminatorie e che qualsiasi decisione contraria ad esso deve essere pertanto considerata illegale e illegittima. La mancata assistenza è reato In base al diritto marittimo internazionale, ogni comandante ha l’obbligo di prestare soccorso a persone che si trovino in situazione di pericolo in mare. Allo stesso modo, ogni Stato che gestisce un Centro di coordinamento del soccorso (RCC) è tenuto per legge a facilitare e avviare senza ritardo le operazioni di salvataggio. Quello a cui oggi assistiamo non è tanto un fallimento dello Stato, ma una serie di violazioni deliberate: l’occultamento di informazioni su casi di soccorso, il coordinamento con la cosiddetta Guardia Costiera libica per eseguire respingimenti illegali anche in acque maltesi, e le omissioni da parte di Frontex mentre osserva naufragi e intercettazioni violenti senza intervenire. “Queste pratiche costituiscono una chiara violazione della Convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare (SOLAS), della Convenzione internazionale sulla ricerca ed il salvataggio marittimo, della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) e del principio di “non refoulement”. Quando gli Stati ostacolano le operazioni di salvataggio invece di facilitarle, non stanno applicando la legge, la stanno violando. “Ciò di cui abbiamo bisogno è un programma europeo di ricerca e soccorso, nonché vie legali e sicure per raggiungere l’Europa”, chiede Janna Sauerteig. Le organizzazioni chiedono l’immediata abrogazione dei decreti “Piantedosi” e “Flussi” e il rilascio della nave di monitoraggio  Nadir. Inoltre, chiedono che gli Stati membri dell’UE soddisfino il loro dovere di soccorrere le persone in mare e rispettino il diritto internazionale. Firmatari:  * Association for Juridical Studies on Immigration (ASGI) * borderline-europe, Human rights without borders e.V. * Captain Support Network * Cilip | Bürgerrechte & Polizei * CompassCollective * CONVENZIONE DEI DIRITTI NEL MEDITERRANEO * EMERGENCY * European Center for Constitutional and Human Rights (ECCHR) * Gruppo Melitea * iuventa-crew * LasciateCIEntrare * Maldusa project * Médecins Sans Frontières * MEDITERRANEA Saving Humans * MEM.MED Memoria Mediterranea * migration-control.info project * MV Louise Michel project * Open Arms * RESQSHIP * r42 Sail And Rescue * Refugees in Libya * Salvamento Marítimo Humanitario (SMH) * SARAH-Seenotrettung * Sea-Eye * Sea Punks e.V * Sea-Watch * SOS Humanity * SOS MEDITERRANEE * Statewatch * Tunisian Forum for Social and Economic Rights FTDES * United4Rescue * Watch the Med Alarm Phone Redazione Italia
July 17, 2025
Pressenza