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Dove vanno a finire i soldi delle imposte?
Siamo nel periodo delle dichiarazioni dei redditi con relativa imposta (IRPEF). Da qualche anno l’Agenzia delle Entrate fornisce un servizio utile: la dichiarazione precompilata. Quando un contribuente entra nell’apposita area riservata per vedere la propria dichiarazione precompilata, ha la possibilità di visualizzare anche la destinazione delle imposte versate nell’anno precedente. I calcoli si riferiscono, oltre all’IRPEF, anche alla cedolare secca sulle locazioni, al contributo di solidarietà, alle somme assoggettate a tassazione separata e all’imposta sostitutiva sui premi di risultato, per il regime di vantaggio e forfetario. In sintesi si tratta della maggior parte delle imposte dirette. In questo modo il cittadino può conoscere le spese pubbliche alle quali ha contribuito, come recita il primo comma dell’art. 53 della Costituzione. Il risultato è il seguente: previdenza e assistenza 21,7%, sanità 18,2%, istruzione 11,0%, interessi sul debito pubblico 10,7%, difesa, ordine pubblico e sicurezza 8,4%, servizi delle pubbliche amministrazioni 8,3%, economia e lavoro 6,8%, trasporti 6,5%, protezione dell’ambiente 2,5%, cultura e sport, 2,3%, contributo al bilancio dell’Unione Europea 2,3%, abitazioni e assetto del territorio 2,1%. Ci sono alcune percentuali che stupiscono. Nell’era delle devastanti trasformazioni climatiche, perché la protezione dell’ambiente, le abitazioni e l’assetto del territorio sono la cenerentola della spesa pubblica? Ma la cifra che più dovrebbe fare riflettere è quella relativa agli interessi sul debito pubblico, simile a quella dell’istruzione e pari alla somma di quanto viene speso per i trasporti, la casa e l’ambiente. Insomma, gli interessi sul debito delle amministrazioni sono un grande spreco di risorse, poiché oltre il 10% delle imposte dirette non finanziano attività reali o servizi di pubblica utilità. Il 22 aprile scorso il Governo attuale ha approvato il Documento di Finanza Pubblica (DFP), che prevede per il 2026 un lieve calo del deficit (dal 3.1% al 2,9% del Prodotto Interno Lordo) e un significativo aumento del debito pubblico (dal 137,1% al 138,6% del PIL). Ovviamente un debito in aumento – a parità di altri fattori – rischia di comportare un aumento degli interessi sul debito. Il che significherebbe un ulteriore spreco di risorse sulle spalle delle imposte pagate dai contribuenti. L’anno prossimo in Italia si terranno le elezioni politiche. Sarà interessante verificare che cosa verrà proposto dalle diverse forze politiche per ridurre il debito pubblico e di conseguenza gli interessi sul debito. Nella speranza che non si tratti soltanto di parole, ma di una seria strategia da perseguire nell’interesse di tutti i contribuenti.   Rocco Artifoni
May 9, 2026
Pressenza
Tassare i grandi patrimoni: dal 15 maggio parte…
… la raccolta di firme per una proposta di legge. (*)   Dal 15 maggio al 15 novembre FIRMA LA PROPOSTA DI LEGGE Imposta Grandi Patrimoni 1%EQUO è una campagna nazionale per una legge di iniziativa popolare. Propone un contributo dall’1 al 3,5% sui patrimoni di meno dell’1% più benestante della popolazione, che ha più di 2 milioni di € oltre alla
Il declino dei conti pubblici italiani
Ci sono due numeri (recentemente indicati dall’ISTAT) che in modo chiaro mostrano come i conti pubblici italiani stiano peggiorando. Nel 2025 in relazione al Prodotto Interno Lordo (PIL) la pressione fiscale è salita al 43,1% (nel 2024 era al 42,5% e nel 2023 al 41,5%) e il debito pubblico è arrivato al 137,1% (nel 2024 era al 134,7%). In sintesi, c’è stato un aumento sia delle tasse sia del debito delle amministrazioni pubbliche. A conferma che la situazione finanziaria italiana non è positiva è anche il dato del 3,1% del rapporto deficit/PIL nel 2025. I patti dell’Unione Europea prevedono che non venga superato il 3% e di conseguenza per l’Italia resta aperta la procedura di infrazione delle regole europee. Guardando all’anno in corso e al prossimo, le prospettive sembrano ancora peggiori. Le previsioni segnalano un PIL in rallentamento o in calo. Non solo: nel 2026 l’Europa chiuderà il rubinetto del PNRR (oltre 200 miliardi di euro), che dalla pandemia ad oggi ha consentito un segno più davanti al dato del PIL. Il rischio è che senza la spinta del PNRR i prossimi PIL riportino un segno meno, che significherebbe recessione. L’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani (OCPI) dell’Università Cattolica di Milano ha messo a confronto la spesa per interessi sul debito pubblico dei Paesi dell’Euro in relazione al PIL. Il grafico è impietoso: l’Italia in percentuale spende più di tutti gli altri Paesi. Facile comprendere perché il debito pubblico sia aumentato. Ci sono anche molte questioni di dettaglio che hanno contribuito a questo evidente declino. Ad esempio: la recente riforma della Corte dei Conti che ha limitato fortemente le risorse recuperabili del danno erariale per colpa grave, il mancato adeguamento all’inflazione dei tetti degli scaglioni IRPEF che ha aumentato le imposte a quattro milioni tra lavoratori e pensionati, la diminuzione dell’aliquota IRPEF per i ceti più abbienti che di fatto ha incrementato il debito pubblico di quasi 3 miliardi di euro, la flat tax per i lavoratori autonomi fino a 85 mila euro che ha sottratto significative risorse alle entrate, la mancata apertura alla concorrenza per gli stabilimenti balneari che ha favorito i profitti degli operatori privati a scapito dell’interesse pubblico. È appena il caso di ricordare che nel programma di governo presentato al Parlamento nel 2022 è stato indicato l’obiettivo di “ridurre la pressione fiscale su imprese e famiglie attraverso una riforma all’insegna dell’equità”. Mentre a proposito della riduzione del debito è stato scritto che “la strada maestra, l’unica possibile, è la crescita economica, duratura e strutturale”. Entro il prossimo 10 aprile il governo dovrà presentare al Parlamento il Documento di Economia e Finanza (DEF). Sarà interessante verificare quali sono le previsioni per il 2026 e per gli anni a venire. E soprattutto capire dove il governo pensa di trovare le risorse per evitare ulteriori aumenti del deficit/debito pubblico e della pressione fiscale. Dato che al massimo la legislatura durerà ancora per un anno, c’è il rischio che per ragioni elettorali si cerchi di minimizzare i risultati negativi dei conti pubblici, facendo finta che tutto stia andando bene e che in qualche modo i problemi verranno risolti. Nascondere la polvere sotto il tappeto e la testa sotto la sabbia. Sarebbe un comportamento irresponsabile. Rocco Artifoni
April 2, 2026
Pressenza
Il Proletariato ha le Piume
di Paperino. Monologo raccolto da Fabrizio Melodia (*). A seguire un percorso – molto serio – di letture. Prendetela come una «scor-data» per i 90 anni di Donald Duck.   Mi chiamo Paperino. Sono un lavoratore. Forse mi conoscete. Forse avete riso delle mie disavventure, delle mie esplosioni di rabbia, dei miei fallimenti continui. Forse pensate che io sia semplicemente
9 marzo 1776: Adam Smith e la ricchezza delle nazioni
di Bruno Lai.   9 marzo 1776: Adam Smith pubblica a Londra il suo libro La ricchezza delle nazioni, An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations. Filosofo ed economista scozzese, per questa opera Smith è considerato il fondatore del liberalismo economico. Qual è, dunque, la causa della ricchezza delle nazioni più floride per Adam Smith?
Migliaia di sconosciuti dal fisco, le tasse le pagano solo salari e pensioni
Per essere una novità non è che sia un granchè ma fa sempre un certo effetto – oltre che a far incazzare – il fatto che nel nostro paese ci siano oltre 200mila evasori totali tra persone fisiche e imprese. Tra questi risultano un bel po’ di “distratti” e alcuni […] L'articolo Migliaia di sconosciuti dal fisco, le tasse le pagano solo salari e pensioni su Contropiano.
February 6, 2026
Contropiano
Davos, i miliardari e il potere crescente della ricchezza
> L´intervento di Donald Trump al Forum Economico Mondiale a Davos fa luce su > come la ricchezza e il potere politico siano sempre più strettamente legati. > Anche in Austria cresce la concentrazione della ricchezza, ciononostante, > anche in tempi di consolidamento del bilancio, si continua a rinunciare al > gettito fiscale derivante dal patrimonio. Un commento di Barbara Schuster, > vice capo economista del Momentum Institut. Come l’amen nella preghiera, i potenti e i ricchi si incontrano ogni anno a Davos per il World Economic Forum per discutere di questioni globali attuali, del futuro del mondo e dell’economia. Allo stesso tempo, le ONG sfruttano i riflettori mediatici di questo incontro per sottolineare uno sviluppo preoccupante, particolarmente evidente proprio in questo contesto: la crescente disuguaglianza di ricchezza e reddito. Come da tradizione, all’apertura del forum anche Oxfam ha pubblicato un nuovo Inequality Report. CRESCITA DEL PATRIMONIO = CRESCITA DEL POTERE POLITICO Il rapporto evidenzia ancora una volta lo squilibrio delle disuguaglianze sociali a livello mondiale: i miliardari possiedono più che mai prima. Nel solo anno 2025, il loro patrimonio è cresciuto tre volte più velocemente rispetto agli anni precedenti. Si sono aggiunti 2,5 trilioni di dollari. 2.500.000.000.000 dollari, un importo superiore alla ricchezza complessiva della metà più povera della popolazione mondiale. Nel mondo ci sono più di 3.000 miliardari: un numero mai visto prima. E il loro patrimonio cresce alla velocità della luce. Complessivamente, i miliardari controllano ormai circa 18,3 trilioni di dollari, pari all’intero prodotto interno lordo (PIL) dell’Unione Europea nel 2023. Questa estrema concentrazione di ricchezza non è un problema astratto di distribuzione, ma una disparità sempre più evidente nella vita quotidiana delle persone. La ricchezza, infatti, significa potere politico, che viene esercitato in modo sempre più aperto, anche per garantire i privilegi esistenti. Non è necessario aver studiato economia per rendersi conto che la questione della ricchezza è totalmente fuori controllo. Anche gli stessi super ricchi hanno già riconosciuto che una disuguaglianza esorbitante, come quella che tutti stiamo vivendo, è estremamente pericolosa. Settimana scorsa, 400 milionari e miliardari provenienti da 24 Paesi hanno esortato i leader di tutto il mondo ad aumentare le tasse per i super ricchi, poiché cresce la preoccupazione che i più ricchi si stiano comprando influenza politica. Uno sguardo oltreoceano rivela che questa preoccupazione sembra essere ormai realtà. LA RICCHEZZA REGNA SOVRANA: IL GABINETTO DI TRUMP COME ESEMPIO ESTREMO Il vertice economico mondiale di quest’anno è stato ulteriormente oscurato dalla visita del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. La sua presenza ha dominato i titoli dei giornali. La visita di Donald Trump rende particolarmente evidente il legame tra ricchezza e influenza politica. Il suo gabinetto è il più ricco nella storia degli Stati Uniti. Il patrimonio complessivo stimato dei membri del governo ammonta a diversi miliardi di dollari. La persona “più povera” del gabinetto dispone di un patrimonio nell’ordine dei milioni. LA CONCENTRAZIONE DELLA RICCHEZZA AUMENTA ANCHE IN AUSTRIA Ma anche in Austria la ricchezza è sempre più concentrata. Il 5% delle famiglie più ricche possiede più della metà del patrimonio. Le dieci persone più ricche dell’Austria sono oggi sette volte più ricche rispetto a vent’anni fa. Nello stesso periodo, il patrimonio del quinto più povero della popolazione è appena triplicato. Il divario tra ricchi e poveri continua quindi ad aumentare. Allo stesso tempo, l’Austria ha sistematicamente ridotto le imposte sul patrimonio. Solo un misero 1,1% del gettito fiscale totale proviene dalle imposte sul patrimonio, un valore minimo a livello internazionale. Su 100 euro di imposte, circa 80 provengono dal lavoro e dai consumi. Chi possiede un patrimonio versa un contributo fiscale trascurabile. In tempi di consolidamento del bilancio, la struttura fiscale sbilanciata diventa un boomerang. Uno sguardo all’attuale risanamento del bilancio mostra uno schema irrefutabile: a risparmiare sono soprattutto i nuclei familiari. Più della metà del pacchetto di misure di risparmio grava direttamente o prevalentemente sulle famiglie, sui lavoratori e sui pensionati. Più di due terzi delle misure di risparmio riguardano la spesa: meno prestazioni, meno investimenti pubblici, tasse più elevate. Ciò grava non solo sui bilanci, ma frena anche la domanda, perché alla gente mancano i soldi e così viene indebolita la crescita – l’ossessione unilaterale del governo per il risparmio. in questo modo aggrava ulteriormente il problema di bilancio in un momento di rallentamento dell’economia. UNA POLITICA DI BILANCIO EQUA QUANDO SI GUARDA ALLE ENTRATE Il lato delle entrate, invece, rimane finora un tabù politico. L’Austria è fanalino di coda a livello internazionale per quanto riguarda le imposte sul patrimonio: nella media UE, il patrimonio è tassato circa 3 volte di più che in Austria. Organizzazioni internazionali come l’OCSE e il Fondo Monetario Internazionale criticano da anni il fatto che in Austria, rispetto alla media internazionale, il patrimonio e i redditi da esso derivanti contribuiscano in misura insufficiente al gettito fiscale complessivo. Raccomandano quindi all’Austria di tassare maggiormente il patrimonio e si pronunciano a favore dell’introduzione di un’imposta di successione. Anche una modernizzazione dell’imposta sugli immobili, la cui base imponibile si riferisce ancora a valori catastali degli anni ’70, è attesa da tempo. La politica di bilancio non è una legge naturale, ma sempre una questione di priorità. Chi chiede ulteriori sforzi di risparmio, ma allo stesso tempo esclude le entrate dal dibattito e non è disposto a togliersi i guanti di velluto quando si tratta di tassare i super ricchi, sceglie la strada del risanamento del bilancio a spese di coloro che già hanno abbastanza difficoltà. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI ANNA SETTE. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Pressenza Wien
February 1, 2026
Pressenza
La zohranomics a New York
Immaginate la mappa della metropolitana: linee che si incrociano, nodi di scambio, percorsi chiari verso destinazioni molto concrete. Il programma economico di Zohran Mamdani somiglia a una nuova linea – la linea dell’affordability (sostenibilità economica, accessibilità, convenienza economica o capacità di permettersi qualcosa, ndr) – che vuole collegare tre stazioni rimaste troppo spesso su […] L'articolo La zohranomics a New York su Contropiano.
November 12, 2025
Contropiano
Una manovra da poco
Non si possono servire due padroni, dicono i cristiani, perché l’amore per l’uno ci porterebbe a odiare l’altro. Perché i due padroni vogliono cose inconciliabili tra loro. Il Governo Meloni ha trovato un modo davvero singolare di rispettare il precetto evangelico: non si possono servire due padroni, quindi ne serve […] L'articolo Una manovra da poco su Contropiano.
October 22, 2025
Contropiano
Robin Hood e l’aumento dell’evasione fiscale
Mentre il Governo stava predisponendo una manovra finanziaria da 18 miliardi di euro per il 2026, il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha rivelato che l’evasione fiscale nel 2022 (anno di insediamento del Governo) è aumentata di 19 miliardi di euro rispetto all’anno precedente, passando da 82,4 a 101,5 miliardi di euro. Questi numeri da soli danno una rappresentazione plastica della situazione finanziaria dell’Italia. Da un lato la legge di bilancio con le risorse più scarse degli ultimi decenni: lo scorso anno si era trattato di 30 miliardi di euro. Dall’altro un aumento del 23% dell’evasione fiscale in un solo anno. Evidentemente lo stato interviene e investe di meno, perché la cassa comune ha incamerato meno fondi del necessario. In un Paese normale ci dovrebbe essere una reazione forte e determinata. Ci si dovrebbe attendere una manovra che preveda interventi drastici contro l’evasione fiscale e contributiva. Ci si aspetterebbe anche una presa di posizione di tutte le istituzioni, che dovrebbero indignarsi nei confronti di chi – evitando di pagare il dovuto – di fatto mette le mani nelle tasche degli onesti. Invece, nella legge di bilancio per il 2026 è prevista la quinta edizione della cosiddetta “pace fiscale”, una maxi sanatoria decennale: fino a 120 rate in dieci anni, per chiudere definitivamente i conti in sospeso con il fisco. Non solo: 3 dei 18 miliardi di euro della manovra finanziaria sono utilizzati soprattutto per ridurre le imposte (440 euro per ciascuno) al 7% dei contribuenti più ricchi con redditi tra 50 mila e 200 mila euro. Per chi guadagna da 50 mila e 28 mila euro (il 21% dei contribuenti) c’è una riduzione decrescente (da 440 a 0 euro). Nessuno sconto fiscale è previsto per chi ha entrate inferiori a 28 mila euro (il 72% di chi presenta una dichiarazione dei redditi). Insomma, più guadagni più sconto avrai sulle tasse. In questo scenario, che sembra di fantapolitica e di fantaeconomia, mancherebbe soltanto un premio a chi è riuscito ad aumentare l’evasione fiscale e contributiva. Possiamo immaginare la motivazione: “Un riconoscimento per non aver sprecato le proprie risorse, dilapidandole a favore di un apparato burocratico statale sprecone, potendole così utilizzare personalmente per rilanciare i consumi e come investimento nell’economia reale”. Marco Biagi, in una intervista rilasciata poco prima di essere ucciso dalle Brigate Rosse, aveva detto: “Io sono della scuola di Robin Hood: ogni tanto ai ricchi bisogna prendere le cose con la forza”. Il Governo in carica invece ha scelto di interpretare la frase al contrario: “ogni tanto ai ricchi bisogna regalare qualcosa con generosità”. Resta soltanto una domanda: quando tornerà Robin Hood? Rocco Artifoni
October 17, 2025
Pressenza