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Donne al potere, Europa in armi: il tradimento della vocazione femminile alla pace
Negli ultimi tempi, spesso l’Europa parla con voce di donna, ma purtroppo non con un cuore di donna. Ai vertici delle istituzioni europee siedono infatti figure femminili di massimo rilievo – la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, quella del Parlamento Roberta Metsola, l’alta rappresentante Kaja Kallas, e la nostra premier Giorgia Meloni – che, sostenendo il piano di riarmo continentale noto come Rearm Europe e la linea politica del Rearm Europe Now, di fatto promuovono un’Europa sempre più militarizzata, ostacolano percorsi di negoziato e irrigidiscono il dialogo con la Russia.  In nome della deterrenza e di una narrazione russofoba, l’Europa ha smesso di essere madre politica e si è fatta arsenale geopolitico. Una scelta che stride con la vocazione più profonda del pianeta donna: ripudiare la guerra, rigettare la violenza, proteggere i figli di tutte come propri. La politica riarmista non difende i figli: li espone alla guerra, o li massacra – con le loro madri – a Gaza, in Yemen, in Siria, in Sudan. Un neofemminismo autentico, al contrario, dovrebbe fare della pace la propria bandiera morale, culturale e politica. In direzione opposta al Papa Nei giorni in cui la voce del Pontefice si alza contro la mentalità della guerra, in Europa chi dovrebbe incarnare l’alternativa femminile alla violenza promuove invece il suo contrario.  Von der Leyen parla di “sicurezza europea” e “rafforzamento della difesa”, Metsola di “unità e deterrenza”, Meloni di “ruolo atlantico dell’Italia” e “interessi strategici”, ma tutte convergono su un punto: l’Europa deve armarsi, spendere, produrre, competere militarmente. Una scelta che tradisce la differenza come valore e la donna come soggetto di pace. Il pensiero del neofemminismo Hannah Arendt, già nel secolo scorso, aveva colto l’inganno profondo: “E’ vano cercare un senso nella politica o un significato nella storia quando tutto ciò che non sia comportamento quotidiano o tendenza automatica è stato scartato come irrilevante”.  E la guerra, oggi, è diventata proprio questo: una tendenza automatica, una normalità mai messa in discussione, un destino accettato come inevitabile. Il pensiero del neofemminismo – che abbiamo sempre difeso come elaborazione culturale, sociale e politica – parte invece da un’altra radice: riconoscere la soggettività della donna significa riconoscere la differenza come valore. La pari dignità non nasce dall’omologazione dei sessi, ma dall’identificazione della differenza come ricchezza. Una ricchezza che dà diritto di cittadinanza a tutte le altre differenze: etniche, culturali, generazionali, sociali. Un pensiero che si fa ponte, non trincea. La donna, per vocazione, non può essere neutrale davanti alla guerra. Per natura storica, atavica, esperienziale, la donna “sa”: conosce la vita e la morte, eros e tanatos, la cura, la fragilità, la responsabilità verso i più deboli. Ha costruito percorsi di tutela verso bambini, anziani, disabili, ha portato l’ecologia al centro dell’agenda pubblica, ha denunciato violazioni dei diritti umani quando il potere non voleva guardare. Ha sempre saputo che la pace non è un concetto astratto, ma un atto quotidiano di protezione dell’altro. E allora la contraddizione diventa insopportabile quando proprio donne al comando promuovono miliardi per armi, blocchi diplomatici, narrative di scontro, e impediscono trattative che potrebbero salvare i figli di tutte. La guerra non è un campo astratto: è il luogo dove si massacrano figli e madri, dove si spezza la famiglia, dove la cura si trasforma in lutto. Un’Europa e un’Italia che ignorano gli appelli al disarmo tradiscono non solo il Vangelo, ma anche l’archetipo più profondo del pianeta donna. La vocazione femminile non è guidare gli arsenali, ma spegnere le fiamme della guerra prima che raggiungano i figli. Difenderli, non consegnarli al fronte. Proteggerli, non giustificarne la morte con la propaganda. Come scriveva Hannah Arendt, il senso dell’esistenza si gioca nella quotidianità, non nelle architetture metafisiche del potere. E la quotidianità della guerra è il fallimento della politica. Soprattutto di quella che si spaccia per cristiana e femminista, ma ha smarrito la sua unica possibile verità: il ripudio della guerra, la difesa dei figli, la pace come destino dell’umanità emancipata grazie al pianeta donna.   Laura Tussi
Assemblea Nazionale Cisl, Kaja Kallas: “Se vogliamo la pace dobbiamo prepararci alla guerra”
All’inizio di settembre 2025, l’Alto Rappresentante dell’UE Kaja Kallas ha suscitato indignazione globale minimizzando il ruolo di Russia e Cina nella Seconda Guerra Mondiale . “Cina e Russia hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale e sconfitto i nazisti? Questa è una novità”, ha dichiarato la politica estone a una conferenza dell’Istituto dell’Unione Europea per gli Studi sulla Sicurezza. Ha descritto la vicenda come una narrazione pericolosa che sta prendendo piede tra sempre più persone “che non leggono e che non ricordano molto bene la storia”. Per queste dichiarazioni, è stata accusata, tra le altre cose, di amnesia storica. https://www.berliner-zeitung.de/politik-gesellschaft/geopolitik/eu-kallas-de-masi-russland-china-li.10004771 Questa sua ignoranza storica evidentemente l’ha condotta a continuare a fare strafalcioni anche nella materia che tratta: la politica estera. Kaja Kallas in un videomessaggio in occasione dell’Assemblea nazionale della Cisl, alla “Maratona per la Pace” della Cisl, ha dichiarato: «La verità è che se si inizia a investire nella difesa quando ne abbiamo veramente bisogno è già troppo tardi. E lo è anche oggi. Se vogliamo la pace, dobbiamo prepararci alla guerra». «Come si può dialogare se uno non vuole dialogare? Il problema è che ogni volta che si cerca di portare la Russia al tavolo dei negoziati la Russia non arriva», sottolinea Kallas spiegando che gli «europei stanno affrontando già minacce senza precedenti con attacchi ibridi, incursioni di droni…”. Sembra tratto da una pagina di 1984 di George Orwell, dai cui schermi il Grande Fratello ribadiva le formule “la pace è guerra, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza”. La proposta della Kallas, ripetuta ossessivamente dall’establishment della Ue e dai vertici della Nato, non è proprio innovativa e tantomeno ragionevole: deriva dalla massima latina si vis pacem para bellum, ampiamente superata dal moderno pensiero razionale europeo, laico e religioso, che ne rivela la sperimentata controproduttività. Che pure l’Alta rappresentante per gli affari esteri e vicepresidente della Commissione europea, che non perde occasione di citare i “valori” europei, dovrebbe conoscere. https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/11/17/kallas-preparazione-guerra-cisl-pace-news/8198199/ Lorenzo Poli
Con così tante vite in gioco, cosa ha effettivamente ottenuto l’UE dal suo accordo con Israele sugli aiuti a Gaza?
di Amir Tibon,  Haaretz, 16 luglio 2025.     La scorsa settimana, l’UE e Israele hanno raggiunto un accordo: più aiuti umanitari a Gaza, in cambio dell’annullamento di qualsiasi declassamento punitivo del commercio UE-Israele. Ma gli stati europei avrebbero dovuto sapere che il governo di Netanyahu è pieno di bugiardi, ladri e demagoghi che non danno alcun valore alla loro parola. Il capo della politica estera dell’UE, Kaja Kallas, a sinistra, stringe la mano al ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar a Bruxelles a febbraio. Virginia Mayo/AP La scorsa settimana, il capo della politica estera dell’Unione Europea, Kaja Kallas, ha annunciato un accordo con il governo israeliano per aumentare la quantità di aiuti umanitari destinati a Gaza. Israele ha promesso di consentire l’ingresso di altri camion carichi di cibo e medicine nell’enclave devastata dalla guerra; in cambio, l’UE ha deciso di eludere, per il momento, qualsiasi piano di degradazione delle sue relazioni diplomatiche ed economiche con Israele. Il compromesso è nato dalla minaccia dell’UE di sospendere l’Accordo di Associazione con Israele, che guida la stretta cooperazione dell’Europa con il paese. Citando una clausola dell’Accordo che richiede il “rispetto dei diritti umani”, alcuni funzionari dell’UE hanno chiesto di riesaminare l’Accordo, sulla base della condotta di Israele a Gaza – in particolare l’accusa che Israele stia deliberatamente affamando la popolazione di Gaza. Inoltre, molti governi europei condividono la preoccupazione che il fondo israelo-americano che distribuisce aiuti nel sud di Gaza, la cosiddetta “Gaza Humanitarian Foundation”, faccia parte di un piano per concentrare un milione di abitanti di Gaza in una piccola area e poi spingerli in altri paesi. Palestinesi in attesa di ricevere cibo da una cucina di beneficenza a Gaza City lunedì. Mahmoud Issa/Reuters La situazione umanitaria a Gaza e il sospetto che il governo di estrema destra israeliano la stesse usando per promuovere un piano illegale di pulizia etnica, hanno portato a un quasi consenso tra gli stati membri dell’UE sul fatto che fosse giunto il momento di prendere misure serie contro il governo Netanyahu. Desideroso di evitare un tale risultato, il nuovo ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, ha negoziato silenziosamente un accordo con Kallas: più aiuti umanitari a Gaza, in cambio di un rinvio a tempo indeterminato di qualsiasi azione relativa all’Accordo di Associazione. Kallas ha celebrato il suo presunto successo in politica estera in una conferenza stampa la scorsa settimana. Ma il compromesso ha sempre avuto un grosso difetto, che è stato abbastanza facile da identificare fin dal momento in cui è stato annunciato. Per usare parole semplici, l’UE ha pagato in contanti, ma Israele ha solo promesso di consegnare le merci in futuro. Kallas ha dato a Sa’ar la “vittoria” che voleva quando la riunione mensile dei ministri degli Esteri dell’UE si è conclusa senza alcuna decisione concreta contro Israele. Ma l’UE, a una settimana dall’inizio dell’accordo, ha effettivamente ottenuto ciò che le era stato promesso in cambio? Ragazzi palestinesi in cerca di oggetti da recuperare tra le macerie degli edifici distrutti il giorno prima dagli attacchi israeliani a Gaza City. Omar al-Qattaa/AFP È qui che le cose diventano torbide e poco chiare. Innanzitutto, i termini dell’accordo non sono mai stati resi pubblici, ma solo dichiarazioni vaghe e generiche su “più camion e più valichi di frontiera”. I numeri esatti sono stati molto probabilmente tenuti segreti per salvare Sa’ar e il resto del governo da una situazione politica imbarazzante in Israele, dove l’aumento degli aiuti a Gaza è attualmente una politica estremamente impopolare. Ma Kallas avrebbe dovuto sapere che questo governo specifico è pieno di bugiardi, ladri e demagoghi, che non danno alcun valore alla loro parola e diffondono costantemente disinformazione. Non pubblicando i termini esatti dell’accordo, Kallas ha reso incredibilmente facile per il governo rallentare la marcia, diluire e negare i propri impegni. Questo spiega la sua dichiarazione di questa settimana sui “miglioramenti tangibili” che stanno avvenendo a Gaza, ma non ancora ciò che il suo accordo con Israele avrebbe dovuto portare. Il destino dell’attuazione dell’accordo ora dipende da quanto insisterà la massima diplomatica dell’UE e da come risponderanno i paesi importanti del blocco, se Sa’ar e altri membri del governo Netanyahu lo saboteranno. Non è facile per nessuno ammettere di essere stato truffato e ingannato. Ma con molte vite in gioco, saranno necessarie umiltà e pressione costante per assicurarsi che i termini dell’accordo siano rispettati. https://www.haaretz.com/israel-news/2025-07-16/ty-article/.premium/lives-on-the-line-what-did-the-eu-actually-get-out-of-its-gaza-aid-deal-with-israel/00000198-1322-d57f-a1ff-df2299af0000?utm_source=mailchimp&utm_medium=Content&utm_campaign=haaretz-today&utm_content=1416e60af6 Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.