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Rendita urbana e finanziarizzazione
Sintesi del 5° Dialogo di RomaRicercaRoma a cura di Ella Baffoni, Barbara Pizzo, A.Valentinelli (ph: AV – Via del Pigneto, intervento edilizio del 2025 tra i villini della Cooperativa Ferrovieri degli Anni ’30) Il quinto Dialogo di Roma Ricerca Roma si è tenuto il 4 febbraio 2026, nella sede di Esc, Atelier Autogestito in Via dei Volsci 159; dedicato ai temi della “Rendita urbana e finanziarizzazione” ha proposto una riflessione che, a partire dal “Manifesto per non morire di rendita”, lanciato la scorsa estate da Walter Tocci dopo le vicende urbanistiche milanesi, ha coinvolto Antonio Longo, docente del Politecnico di Milano, tra i primi firmatari dell’Appello contro il Decreto Salva Milano, e Lucia Tozzi, giornalista indipendente, autrice del graffiante saggio “L’invenzione di Milano“, che quelle vicende hanno seguito da vicino. Affiancati dal contributo di Walter Tocci sui “Nuovi palazzinari”, ne hanno poi interrogato evoluzione, riflessi e scenari, Maria Kaika, docente di Ecologia Politica urbana all’Università di Amsterdam, che ha illustrato la propria recente ricerca “Class meets land” sull’ultimo secolo di storia della Bicocca di Milano, e Barbara Pizzo, docente di urbanistica alla Sapienza, che ha raccolto la sua lunga riflessione nel libro “Vivere o morire di Rendita”, un testo oggi fondamentale per comprendere i meccanismi disfunzionali di trasformazione delle città. Dal pubblico presente, riportiamo infine la riflessione di Filippo Celata. A introdurre e moderare Alessandro Torti di Esc con Alessandra Valentinelli per RRR; di seguito un breve resoconto dei temi emersi raccolto da Ella Baffoni che ringraziamo. Alessandro Torti, Esc Atelier Rendita e finanziarizzazione rappresentano un nodo essenziale per la lettura del fenomeno urbano, e oggi saranno osservati a partire dai due tra i casi più importanti dello sviluppo urbano in Italia: Milano, dove le inchieste hanno messo in crisi i cardini di questo modello, e Roma con la sua tradizione e storia della rendita. Per un confronto, mi limito a lanciare alcuni spunti di ciò che chiamerei “diritto alla città”, a partire dal rapporto tra legalità e legittimità urbanistica nel garantire qualità della vita e dell’abitare che interroga l’opportunità di certe pratiche, ovvero i “margini” (ossia limiti e possibilità di azione) offerti dal quadro normativo ai meccanismi di cattura della rendita. Preme inoltre interrogarsi sul significato della rendita e la sua portata attuale che, se sinora ha permesso di comprendere molte delle dinamiche di trasformazione urbana, oggi sembra mostrare un cambio di scala, non più limitato ai soli territori metropolitani ma proiettato a una dimensione sovranazionale e geopolitica dove i comportamenti riconducibili alla rendita paiono riprodursi, come accade per la ricostruzione a Gaza. Per chiedersi infine quali mobilitazioni sono possibili per contrastare la rendita, guardando non solo al rapporto faticoso tra vertenze e amministrazione, o tra vertenze stesse per l’abitare, ma alla segmentazione della rendita che vede, da un lato, il capitale finanziario sfruttare la rendita con evidenti impatti sul territorio e, dall’altro, una rendita pulviscolare di piccoli proprietari che sembra voler partecipare al “gioco” della rendita, generando se non un nesso, un consenso sociale per i grandi meccanismi finanziari. Alessandra Valentinelli, Roma Ricerca Roma Ci ha chiamato qui la necessità di discutere alcuni fatti e idee di grande importanza per cogliere le attuali dinamiche della trasformazione urbana, dopo la pubblicazione del “Manifesto per non morire di rendita” di Walter Tocci a sua volta sollecitato dalle inchieste sull’urbanistica milanese, e dall’appello promosso con altri colleghi del Politecnico da Antonio Longo contro il “SalvaMilano”. Quest’ultima iniziativa nasceva dalla volontà di fermare la proposta di legge che aveva l’obiettivo di “sbloccare” i cantieri milanesi, intervenendo su strumenti urbanistici e interventi di rigenerazione urbana, di cui sanare presunti abusi edilizi in una sorta di gigantesco condono preventivo valevole per tutto il territorio nazionale. Cronache che, al di là degli aspetti legali, meritano di esser osservate attentamente con gli strumenti di analisi offerti da Barbara Pizzo nel suo libro “Vivere o morire di rendita” edito da Donzelli: un testo che offre una ricostruzione della rendita urbana, e del suo significato al mutare di fasi e meccanismi, ed il suo legame strettissimo con la finanziarizzazione, evidenziando la rapidità con cui si creano e ricreano “sinergie” tra queste due componenti essenziali del capitalismo contemporaneo, che portano a privilegiare investimenti di alta redditività (uffici, appartamenti di lusso), bassa concorrenza (studentati) e scarsa regolazione (affitti brevi…), al di la di ogni riflessione sui bisogni reali. Ne risulta che pian piano la città non è più un insieme di luoghi, diventa un insieme di beni, dove non contano più i cittadini e i bisogni sociali, ma gli asset, i valori, persino gli stock di abitazioni vuote. Contemporaneamente cambia il rapporto con l’amministrazione: se a Milano si frammenta il Piano regolatore in episodi edilizi, a Roma si stanno per cambiare le regole contenute nelle Norme Tecniche del Piano Regolatore, svuotate dei loro poteri di controllo e tutela degli interessi pubblici e collettivi. Ai vecchi strumenti di governo unitario della città, si sostituiscono norme disfunzionali: i premi di cubatura, la monetizzazione ordinaria dei servizi, i facili cambi d’uso che rendono la città ostile, dove crescono le disuguaglianze, l’espulsione dei ceti fragili e meno abbienti, e la impoveriscono, favorendo una selezione negativa delle funzioni, la rincorsa dei grandi eventi (olimpiadi, giubilei…). Come contrastare queste tendenze? Certo con la mobilitazione dei cittadini. Ma poi si potrebbe imporre la ridistribuzione del valore catturato dalla rendita, la difesa dei vuoti urbani per lasciarli vuoti a fini sociali e ambientali, e soprattutto la questione della decadenza dei diritti edificatori, che non sono connaturati alla proprietà e non possono essere “conservati” all’infinito. Antonio Longo, Politecnico di Milano L’appello contro il Decreto SalvaMilano è nato dall’iniziativa di un gruppo di persone, in parallelo con un appello proposto dal giornalista Barbacetto, lo stesso che in questi giorni ha lanciato l’allarme sulla “riforma” della Corte dei Conti approvata il 27 dicembre 2025 il cui effetto sarà di rendere immuni gli amministratori milanesi accusati di abusi edilizi e falso dal pagamento di danni erariali milionari causati non facendo versare i giusti oneri ai costruttori. La mobilitazione contro il progetto di legge del centrodestra nasce dalla constatazione del deperimento della città di Milano, che mostra brillanti isole di crescita in un lago di depressione, dove crescono la disuguaglianza, la difficoltà di accesso all’abitare e l’espulsione delle popolazioni meno abbienti dalla città. Ormai della questione ambientale non si parla più, perché richiederebbe uno sguardo di scala metropolitana. Eppure a Milano di Piani regolatori se ne sono fatti, persino troppi. Moratti, Pisapia, Sala: si sono fatti e approvati e poi rifatti ogni cinque anni circa. Ma lo sviluppo della città non ha affatto seguito quei piani, ha preso altre strade. Sotto lo slogan della rigenerazione urbana si è attuata una sostituzione edilizia, rinunciando a una visione e a un progetto pubblico di cambiamento della città. E producendo un paradosso: oggi ci sono i fondi per la valorizzazione ma mancano le aree disponibili, nel comune di Milano sono finite; così per la riforestazione, ci sono i soldi e gli alberi nei vivai, non c’è terreno disponibile dove piantarli. Inoltre, si è prodotta una mutazione nella pubblica amministrazione, che ha subìto una straordinaria frammentazione rendendo quasi automatica la collaborazione con i soggetti privati. Un esempio? La manutenzione ordinaria, come quella di strade e marciapiedi, diventa straordinaria e viene appaltata. Gli operatori privati spesso fanno lavori abborracciati, diminuiscono le caditoie, l’acqua stagna, l’asfalto si buca, ed ecco i problemi di decoro e la nuova emergenza. Anche per questo si pensa ora di sostituire il basolato di pietra con l’asfalto; peccato però che le strade con le pietre assorbono la pioggia, l’asfalto no e il ciclo emergenziale ricomincia, ma poiché i ciclisti a Milano sono molti, la sostituzione viene appoggiata persino dagli ambientalisti. Milano affida in concessione ai privati molti servizi, le piscine per esempio. Per trent’anni. Così cambiano il senso e la gestione dei servizi pubblici, che diventano nei fatti privati. Le piscine “a uso pubblico” non rispondono più ai bisogni del tempo libero, ma una diversa logica di mercato e di sport che non si preoccupa più di essere accessibile e popolare. Questo apprezzamento per il privato a scapito del progetto pubblico ha ricadute anche sulle scelte strategiche: a Milano le linee della metropolitana non escono dai confini comunali, e ciò accade nonostante la scala metropolitana del pendolarismo. Lo stesso vale per il tema ambientale, ma l’area vasta non entra mai nel discorso pubblico. Alla rendita finanziaria interessa solo il cuore della città. Che fare? La questione è squisitamente politica. Bisogna ricominciare a tenere in evidenza la dimensione pubblica, ricostruire l’affidabilità che ha perso delegando funzioni e scelte ai privati. Serve una nuova cultura, una nuova desiderabilità urbana. Un’idea di città. Lucia Tozzi, giornalista e ricercatrice Milano è in forte trasformazione persino ora. La vendita dello Stadio di San Siro, lo sgombero del Centro sociale Leoncavallo (come a Torino di Askatasuna) parlano chiaro. Il divario tra narrazione e realtà è in atto da tempo: avviato con Expo 2015, proseguito per la candidatura alle Olimpiadi invernali nel 2018, nel 2023 ha raggiunto il culmine. La disinvoltura della classe dirigente e il suo atteggiamento predatorio è talmente evidente che ha iniziato a palesarsi un diffuso dissenso, acuito dalla questione abitativa. Ora che le Olimpiadi sono cominciate, è chiaro che i finanziamenti pubblici e privati non hanno mantenuto le loro promesse: opere non finite, dissesti ambientali, alti extracosti, b&b semivuoti, vendita di biglietti al minimo, tanto che a Milano ora si teme che gli investitori tornino a puntare su Roma o su altre città, magari medio-piccole. Si è puntato a fare di Milano la città dei ricchi: è persino circolato uno studio, pompato dai giornali, che segnalava come in città il 10% della popolazione fosse milionaria, una cifra impossibile, salvo, a ben vedere, che il preteso studio era stato redatto da una società che vende passaporti ai milionari, per aumentare il proprio giro di affari. A favore della narrazione sulla città dei ricchi si è messa da parte la già discutibile retorica della “Città dei 15 minuti”, le strategie partecipative avviate allo scopo, l’urbanistica “tattica”: basta Green Deal, ora si punta sul lusso. Intanto si sono svenduti e privatizzati, in modo miope e solo per “far cassa”, gli scali ferroviari, aree strategiche nella penuria milanese di grandi vuoti urbani, semi centrali, che pure serviranno e bisognerà ricomprarli, ma nel frattempo i costi si saranno alzati, se non raddoppiati. La finanziarizzazione rende astratte le aree, ma le ricadute sulla città sono drammaticamente reali e tangibili. E’ dunque fondamentale difendere i territori, porre ostacoli materiali a questa onda. E sì, lottare anche contro la trasformazione normativa. La prima azione dell’economia finanziaria è la modifica delle leggi per rendere legale quel che oggi è illegale. Walter Tocci, Roma Ricerca Roma Chi sono oggi i ricchi? Chi è l’immobiliarista? Il presidente degli Stati Uniti, Trump, è un immobiliarista. La nuova concezione della diplomazia americana vede gli interessi dei suoi clan nelle mani dei suoi uomini, Witkoff e Kushner, che controllano tutti i dossier più importanti, dal Medio Oriente all’Ucraina, alle relazioni con Russia e Cina, all’accaparramento delle terre rare, ma la voce più importante dei dossier è la rendita fondiaria, fatto ormai accettato senza scandalo. Anni fa l’immobiliarista era disprezzato, considerato un approfittatore, qui a Roma chiamato “palazzinaro”. Ora è a capo dell’impero. “Roma moderna” di Italo Insolera ha accompagnato tutte le mobilitazioni cittadine dagli anni ’60. Se sorgesse un nuovo movimento, il libro di riferimento sarebbe quello di Barbara Pizzo, “Vivere o morire di rendita”. Nel dopoguerra è stato il cinema a farci capire cos’era la rendita fondiaria, da “L’onorevole Angelina” di Luigi Zampa, a “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola, fino a “Le mani sulla città” di Francesco Rosi. Il cinema e la letteratura: su tutti, Calvino con “La speculazione edilizia”. Contro la speculazione edilizia, contro il potere della rendita e la corruzione politica, il PCI negli anni ’70 e ’80 ha fatto grandi battaglie; indimenticabile quel “A’ Fra, che te serve” detto dal costruttore Caltagirone all’uomo di Andreotti, Franco Evangelisti, ripreso dai manifesti attacchinati in tutta la città. Del resto, già negli anni ’60 il blocco edilizio affossò la proposta di legge Sullo che voleva espropriare preventivamente le aree da trasformare, spostando il probabile profitto alle casse dello Stato invece di lasciarlo ai palazzinari. Anche su questo conflitto si è rischiato il colpo di stato, il Piano Solo. È poi degli anni ’80 la prima finanziarizzazione: i finanzieri (Romagnoli con Acqua Marcia, Cabassi a Torre Spaccata, Ligresti e Caltagirone) avevano un portfolio di aree di tutto rispetto. Del resto, Berlusconi stesso ha dichiarato più volte che Milano 2 è stata “l’accumulazione originaria” da cui ha creato il gigante Mediaset. Negli anni ’90 ecco il Fondo finanziario “spersonalizzato”, che mira non solo alla costruzione ma anche alla gestione del costruito. Si ritirano dal capitalismo industriale classico le grandi famiglie (Agnelli, Pirelli, Falk, Tronchetti Provera …) e si trasformano. Qui è cominciato il declino italiano, aggravato poi dalla crisi bancaria degli anni ’10 del 2000, prodotta dall’afflosciarsi della bolla immobiliare americana che ha generato enormi debiti bancari. Anche oggi il capitalismo ha la sua forza nella rendita, nel giocare con gli elementi di monopolio. Tre fondi di investimento (BlackRock, Vanguard, State Street) controllano l’80% delle azioni nel mondo. In questo scenario si è realizzato il naufragio del discorso pubblico. Non è più necessario corrompere o minacciare golpe, la rendita sta vincendo anche se non tutti l’hanno capito. Non siamo più capaci di aprire un discorso o una rivendicazione se non c’è un magistrato che indaga. Eppure, anche se a Milano non ci fosse stata alcuna mazzetta sull’urbanistica, la questione sarebbe tuttavia gravissima. È comunque quello l’humus in cui alligna la corruzione e la prevalenza dell’interesse privato su quello pubblico. Quella prodotta dalla rendita è una ricchezza che non ha alcun merito. Basta vedere cosa è successo a Bufalotta: la rendita è stata del 106% rispetto ai costi di costruzione, ma il costruttore ha versato in oneri appena il 6%, molto meno di quanto paga di tasse un operaio. Insieme alla rendita è cambiato anche l’immobiliarista. Oggi la rendita pura estrae valore e lo rende astratto, così il rentier entra in politica, Berlusconi prima, Trump poi, insegnano. Nei prossimi anni probabilmente vedremo un quarto tipo di rendita, quella militare che si è già affacciata con i rendering sulla ricostruzione di Gaza, sfruttando gli scenari di guerra come praterie da mettere a reddito. Oggi i palazzinari sono già capi di stato. Maria Kaika, Università di Amsterdam (traduzione dall’inglese – ndr) La ricerca che ho condotto con Luca Ruggero, su 150 anni di storia della Bicocca di Milano, ci spinge a riconsiderare le nostre analisi sulla finanziarizzazione come mero prodotto di alta finanza delle élite globali, per ricondurne le dinamiche ai conflitti di classe che hanno attraversato l’ultimo secolo: lotte per il territorio che sono all’origine anche della recente transizione al capitalismo finanziario. Il caso Pirelli-Bicocca ritrae infatti la rendita finanziaria come processo “vivo”, non astratto, radicato nella storia locale dei conflitti sociali per contrastare i quali la rendita si è inserita nei circuiti del capitale globale. Partendo dall’élite locale di operai e imprenditori dell’industria milanese, lo studio ci ha permesso di osservare da un lato la lunga mutazione del capitale produttivo in asset della rendita speculativa, dall’altro il ruolo attivo, non passivo, svolto dalla classe lavoratrice in questa ristrutturazione: un ruolo da protagonista che tutt’oggi conserva. Si nota in particolare come, dagli anni ’80, la mutazione avvenga non per la pressione della finanza globale, ma per la ricerca delle élite locali di nuove forme di accumulazione capitalistica, evidenziando quindi quanto i vecchi terreni a destinazione industriale non siano mai stati davvero un asset “improduttivo” ma un fattore complesso, spesso contraddittorio, del conflitto capitale-lavoro. Quando nasce nel 1872, la Pirelli impiega 55 operai. La storia delle origini è segnata dall’arrivo della prima manodopera dalle campagne, dai Moti di Milano del 1889. Nel 1906 Pirelli acquista gli oltre 220.000 metri quadri dell’area Bicocca: chiama gli architetti, vuole rendere la fabbrica uno spazio accogliente per i lavoratori, la dota di servizi. Mentre la forza lavoro sale a 3.700 operai, nel 1922 la retorica “corporativa” del regime fascista impone a Pirelli la costruzione del Borgo Pirelli: un nuovo spazio industriale che gli operai iniziano a riconoscere, dentro e fuori la fabbrica, come luogo proprio; un radicamento nel territorio, materiale e simbolico, che partecipa alla formazione della coscienza di classe e trasforma la fabbrica in un centro della Resistenza partigiana. Sono 186 gli operai arrestati per gli scioperi del 1944, 171 inviati ai campi di concentramento, e sono gli operai a gestire la produzione fino al rientro dei Pirelli dalla Svizzera nel 1946. Dopo la guerra la fabbrica, coi suoi 12.000 lavoratori, diventa una roccaforte del movimento operaio, un laboratorio di lotte che negli anni ’60 e ’70 si conquista il nome di “Stalingrado” d’Italia. Con gli “Anni di Piombo” e la radicalizzazione del conflitto nei reparti, inizia la delocalizzazione in unità più piccole, disperse, flessibili, e con gli anni ’80, la proprietà comincia a proporre Bicocca come futuro Polo “Technocity”. Nel 1991 le aree dismesse in Bicocca sono iscritte a bilancio: un capitale sino allora improduttivo diventa un asset che ne triplica il valore, e mentre perde il controllo del ramo industriale, nasce Pirelli Real estate. La famiglia così non solo sopravvive alla crisi mondiale del manifatturiero, ma avvia la metamorfosi che la guiderà all’high tech post-fordista, poi al capitale finanziario. Abbandonato il progetto Technocity, Bicocca è oggi un quartiere residenziale, polo di cultura, commercio e innovazione, la versione “decaffeinata” della vecchia periferia, espropriata agli operai e “rigenerata”. Oggi con il benestare delle istituzioni che ne hanno facilitato la trasformazione urbanistica e funzionale, il core business Pirelli è diventato la rendita urbana finanziarizzata. Barbara Pizzo, Sapienza Università di Roma, Roma Ricerca Roma La questione della rendita e della speculazione immobiliare non ha travolto solo Milano, ma anche Roma e tante altre città. Se si confrontano la relazione di Walter Tocci, che ci ha offerto un panorama ad ampio raggio, e quella di Maria Kaika, che si è concentrata su Milano con una rigorosa ricostruzione del caso Bicocca in una prospettiva di geografia urbana e di storia del lavoro, risulta evidente come la rendita fondiaria, lungi dall’essere un elemento marginale o “improduttivo” dell’economia, sia divenuta centrale nel capitalismo contemporaneo. Il principale meccanismo di riproduzione capitalistica oggi è un processo che ha profonde radici nel passato, tanto che, per entrambi, quelli che potrebbero apparire come sviluppi puramente economici sono in realtà profondamente politici, implicando conflitto di classe, complicità dello Stato e lo smantellamento deliberato di precedenti assetti sociali. Chi non ricorda l’invettiva del ’74 di Agnelli contro i rentiers che chiamò “gruppi sociali improduttivi”? Eppure, anche i grandi imprenditori industriali si sono comportati da rentier. Tocci spazia dalla Roma del Dopoguerra fino ai progetti sulla Nuova Gaza. Kaika fa l’opposto, analizza una situazione particolarissima. Se per Tocci l’operaio è vittima dei rentiers, per Kaika la coscienza di classe dei lavoratori è radicata nello spazio, e lì si esprime. Se per Tocci il motore della rendita è la polarizzazione finanziaria guidata dai rentiers capi di stato, per Kaika è già parte della vecchia strategia industriale: non quindi una nuova invenzione ma una mutazione. La storia sarebbe potuta andare diversamente. Ognuno di questi approcci ci aiuta a capire meglio e a prendere posizione. Le diverse forme di rendita, infatti, convivono e si manifestano alle diverse scale, e non possiamo comprendere la finanziarizzazione separatamente dalla rendita urbana, che implica uso del suolo e trasformazioni urbane. Gli assetti territoriali sono assetti sociali. Anche oggi ci sono urbanisti critici e ci sono istanze di “classi subalterne” espropriate di diritti che spesso non hanno mai avuto: agenti storici, non passivi, di trasformazione che esprimono, e agiscono, secondo una coscienza radicata nel territorio; una agency al lavoro che chiarisce che la finanziarizzazione non è solo il prodotto “astratto” delle logiche delle élite globali, lontane dai nostri ambienti di vita, ma di scelte “concrete” vicine a noi, il che apre alla possibilità di riconoscere e contestare i connessi atti di espropriazione. Ricordando, come ho provato a spiegare nel mio lavoro, che bisognerebbe intervenire non solo “a valle”, ma anche “a monte”, del processo di produzione di rendita e di estrazione del valore, diventa essenziale il riferimento al contrasto alle modifiche legislative se queste sono orientate a “facilitare” le trasformazioni di tale natura – come le nuove Norme Tecniche del Piano Regolatore di Roma, uno dei più gravi errori che si stanno compiendo in questa consiliatura. Filippo Celata, Sapienza Università di Roma, Roma Ricerca Roma La vera posta in gioco è la regolazione delle funzioni della città. Un esempio? Nella nuova progettazione dell’area dei Mercati Generali, qualcuno ci spieghi qual è la necessità della città per realizzare proprio in quella zona uno studentato. Di cosa c’è bisogno invece in quella parte della città? Nell’interesse di chi si vuole costruire? Questa è la sfida più complicata e vitale oggi. 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March 22, 2026
Roma Ricerca Roma
UN GIUSTO TRA LE NAZIONI A SAN SABA – La città, la sua storia, i suoi residenti
di Andrea Declich La storia del Piazzale Ostiense e dei quartieri limitrofi è stata tra gli oggetti di una delle iniziative pubbliche di Roma Ricerca Roma, sulla quale siamo recentemente tornati. Proponiamo, a chi ci segue, un interessante documentario mandato in onda da Rai News 24 che racconta di un’iniziativa di resistenza a San Saba (dal minuto 38,30), quando una famiglia di ebrei venne nascosta da uno degli abitanti, Bruno Fantera, che per questo, insieme alla madre, venne nominato “Giusto tra le Nazioni” dallo Yad Vashem di Gerusalemme (il museo dell’Olocausto). Sono due i motivi per cui segnaliamo il documentario. Il primo, il più immediato, è perché abbiamo spesso parlato, nelle nostre iniziative, del valore civile che ha la zona attorno al Piazzale Ostiense e Porta San Paolo (si veda l’intervento di Francesca Romana Stabile qui), ed è particolarmente importante questo ricordo nei giorni in cui si celebra la Giornata della Memoria. Ma, più in generale, il servizio ci rimanda al fatto che è a Porta San Paolo, proprio sotto San Saba, che si iniziò a fare la Repubblica. A San Saba si nascosero i primi resistenti dopo gli scontri con gli occupanti nazisti. Il caso raccontato nel servizio è un esempio che illustra bene da chi è stata fatta (e come) la Repubblica democratica: da gente semplice, da irregolari, da persone che pensarono semplicemente che aiutare i perseguitati era la cosa giusta da fare (per una descrizione un po’ più approfondita della vicenda di Fantera, si veda qui). Il secondo motivo della nostra segnalazione è che di questo fatto accaduto negli anni 1943-44 oggi c’è ancora memoria: a San Saba, infatti, la memoria del luogo è molto viva grazie a cittadini che la custodiscono e la trasmettono. Questo fatto ci dice qualcosa di importante anche sulla natura del tessuto sociale di questo come di altri quartieri. La memoria di un luogo è uno dei motivi per cui gli abitanti si riconoscono in esso, si considerano parte di un ambiente che trasmette loro dei significati. Per questo, stanno meglio lì che altrove. Nel caso di San Saba, la memoria di quei fatti storici è cruciale, è costitutiva del tessuto sociale di quel luogo. E’ importante che questo aspetto dell’abitare non venga sminuito, svilito, annullato dalle politiche e dalla retorica della finanziarizzazione dell’abitare, che vedono nella vita sociale di un quartiere solamente un insieme di potenziali transazioni immobiliari (per cui tutto il resto non conta; a questi temi è dedicato il quinto Dialogo Costituente di Roma Ricerca Roma). San Saba, occorre ricordare, è un quartiere a rischio da questo punto di vista, come tutto il centro storico di Roma, tra aste di case pubbliche e gli assalti dei B&B (si veda l’intervento di Fabrizio Fantera qui). Il riconoscimento è un legame che si instaura tra gli abitanti tra loro in relazione a un luogo. Tutto ciò non è importante solo per chi tale luogo lo abita (in questo caso gli abitanti di San Saba). Al contrario, è importante per tutti che ci sia un riconoscimento nei luoghi, che ognuno possa trovare i propri significati anche nei posti della sua vita quotidiana. San Saba è un quartiere bellissimo: per chi non lo conosce, tra il Palatino e la Piramide Cestia, con un nucleo di case popolari fatte con i criteri non punitivi dell’inizio del secolo scorso. Il riconoscersi degli abitanti in esso, nella sua storia e nella sua bellezza, non implica l’appropriarsi di un qualcosa che è di tutti. Il riconoscersi non implica la costruzione di “Gated Community”. Importante, inoltre, è dire che quelli del riconoscimento sono legami che prescindono dal fatto che un luogo sia bello. Negli ultimi anni, a Roma si è scoperto che c’è un orgoglio di vivere in posti che ai “forestieri” non evocano niente di importante. Il riconoscersi in un luogo non esclude nessuno, ma esige di essere rispettato perché è una cosa che conta nella vita delle persone. Non può essere nella disponibilità di chi valorizza per sé il patrimonio immobiliare. Le città sono di per sé luoghi abitati. Vogliamo che lo siano da persone che tali posti non li sentono come propri, non li amano e quindi non li rispettano? Un luogo i cui gli abitanti si riconoscono è un luogo in cui c’è più coesione. E a questa teniamo tutti quanti. L'articolo UN GIUSTO TRA LE NAZIONI A SAN SABA – La città, la sua storia, i suoi residenti proviene da Roma Ricerca Roma.
January 30, 2026
Roma Ricerca Roma
PIAZZALE OSTIENSE: CHE FARE? OLTRE LA RETORICA DELLA GRANDE BELLEZZA, PER UNA CITTA’ DEGLI ABITANTI
Foto di Paola Autore PIAZZALE OSTIENSE: CHE FARE? OLTRE LA RETORICA DELLA GRANDE BELLEZZA, PER UNA CITTA’ DEGLI ABITANTI Di Andrea Declich ll destino di piazzale Ostiense – una sua eventuale risistemazione e rifunzionalizzazione – è una questione aperta per il futuro di Roma. Circa un anno fa, il 27 febbraio 2025, Roma Ricerca Roma dedicò a questo tema uno dei suoi “Dialoghi Costituenti”, intitolato “La bellezza invisibile. Piazzale Ostiense fra Piramide Cestia e Nathan”.  CHE COSA DICONO I CITTADINI? Nonostante l’alto livello degli interventi (tutti riportati nel post che racconta l’evento) l’iniziativa non consistette solamente in un dibattito tra specialisti. Essa fu preparata coinvolgendo le realtà associative dei cittadini dei quartieri limitrofi a Piazzale Ostiense: San Saba, Aventino, Testaccio, Miani, Ostiense. La notevole partecipazione di pubblico, cioè, non fu casuale. Questi cittadini sono rimasti in contatto tra loro e hanno continuato a confrontarsi sui temi dell’incontro. Il 4 dicembre 2025 si sono visti al Mattatoio per una discussione pubblica (si veda di seguito l’invito all’iniziativa), seguendo una procedura interessante: hanno formulato in anticipo delle domande sul tema del futuro dell’area e hanno chiesto a Walter Tocci, consulente del sindaco per il progetto CaRME, di rispondere. Riportiamo, in fondo, le domande così come sono state formulate, e invitiamo a leggerle, perché sono piuttosto interessanti. Qui di seguito, per punti, elenchiamo quelle che a noi sembrano essere le preoccupazioni espresse dai cittadini in relazione alle ipotesi di risistemazione del Piazzale e delle zone limitrofe, i rischi della perdita dell’identità di abitanti e luoghi a causa della turistificazione del territorio, o peggio che gli abitanti vengano cacciati per far posto alla nuova offerta di B&B, o magari a un villaggio VIP. * E’ possibile difendere i residenti e anche la stessa idea di residenzialità? Come evitare che il progetto CaRME sia il cavallo di troia di questa evoluzione? * Se Ostiense diventa la “nuova Porta all’area archeologica Centrale”, come si eviterà che ingenti flussi di visitatori deturpino la vita sociale esistente? Per esempio: ci saranno fontanelle? Gli esercizi commerciali continueranno a servire i residenti? Ci sarà un incremento di esercizi di ristorazione e negozi di paccottiglia per turisti? Al momento, i giardini esistenti vengono usati come vespasiani… * Sarà possibile discutere di queste cose con i diretti interessati – i residenti – che subiscono le conseguenze negative?  * L’Archeotram sarà un’offerta alternativa di trasporto per turisti – pubblica e su ferro – o il nuovo capolinea diventerà attrattore di pullman?  * I parcheggi per i residenti verranno sacrificati alle esigenze dell’aumentata circolazione turistica, in particolare dei pullman, con il loro carico di inquinamento? * Sarà questo un ennesimo modo per negare la necessità di un piano pullman che porti questi mezzi al di fuori della città in luoghi collegati col trasporto su ferro? * Che senso ha, e che effetti produrrà la concentrazione di flussi turistici in un’area che dovrebbe garantire altre funzioni urbane, quali la residenza, l’offerta di servizi fondamentali quali l’istruzione universitaria?  * Il parco delle Mura Aureliane si farà, utilizzandolo come sistema per aumentare la vivibilità della zona e della città tutta, per esempio inaugurando le pur previste piste ciclabili e gli spazi pedonali?  * La mobilità pubblica – che pure vede nell’hub del ferro di Piazzale Ostiense una grande opportunità – verrà promossa? * I pedoni verranno difesi? Questi punti sono piuttosto eloquenti. Intendiamo, tuttavia, fare qualche commento, visto che – come organizzatori del primo incontro – abbiamo contribuito ad aprire il confronto sulla risistemazione di Piazzale Ostiense. LA POSTA IN GIOCO – LA RESIDENZIALITA’ Sollevammo la questione non per ribadire che la “Grande bellezza di Roma” vada tutelata e valorizzata. Sono tutti d’accordo. Siamo tutti d’accordo. Non c’è bisogno di ulteriori giaculatorie sull’argomento. Anzi, il rischio è che il tema della salvaguardia della bellezza di Roma diventi un alibi per nascondere mire sullo sfruttamento della città per finalità, alla fine, ben poco estetiche.  Sollevammo il tema della bellezza con un altro spirito e con altri obiettivi, di maggiore sostanza rispetto a un richiamo tanto frequente da essere ormai divenuto retorico. Domandavamo: come si intende far vivere i romani a contatto con questa bellezza? Si può fare in modo che questo patrimonio immenso sia compatibile con la vita sociale dei residenti e, anzi, contribuisca a migliorarla, a qualificarla in maniera significativa? Questa nostra preoccupazione emerge, come si può leggere, anche dalle domande poste dai cittadini anche se queste – inevitabilmente – si riferiscono ai problemi specifici di chi risiede nella zona di piazzale Ostiense e dei quartieri limitrofi. Nel nostro invito alla discussione parlavamo chiaramente di salvaguardare la vita nella città nel ripensare piazzale Ostiense, sfruttandone le caratteristiche e le funzioni: il piazzale è un luogo centrale rispetto a densi quartieri popolari, un hub del trasporto su ferro, vi si trovano importanti monumenti, ed è un luogo connotato da un grande valore civile e politico. Tutte queste cose – dicevamo – possono e devono stare insieme. Va capito come. Nell’invitare alla discussione – ma anche con questo post – intendevamo porre come condizione non negoziabile riconoscere il fatto che la residenzialità della zona va difesa. Qual è il problema? La trasformazione di Piazzale Ostiense, al momento è un’idea di cui si discute ma sulla quale, ancora non ci sono stati documenti progettuali o atti giuridicamente vincolanti. Almeno a nostra conoscenza. Al dibattito su Ostiense, il rappresentante dell’Assessorato all’Urbanistica, dottor Martellino, aveva detto che nell’amministrazione stavano ragionando su come lavorare sull’area e che “In questo ambito c’è già uno strumento attuativo il Piano di Assetto Ostiense del 2000 […] che merita un aggiornamento”. Aggiungeva anche che “Uno degli obiettivi del nostro lavoro è aggiornare il Piano d’Assetto […] che dovrà interagire con tutto quello che c’è intorno. Fondamentale è la riorganizzazione degli spazi pubblici del piazzale per creare relazioni fra le parti, costruire un’identità chiara del luogo, conquistare maggior spazio per realizzare nuove attività legate al lavoro, all’intrattenimento, all’ospitalità, anche realizzando un suolo artificiale per quanto possibile, una piastra sui binari su cui edificare, riorganizzare i margini dello scarabeo [termine usato per descrivere l’area della stazione Roma Lido, ndr] per una maggiore osmosi con il quartiere e per integrare attrezzature e servizi”. Quindi, è in corso una riflessione e ci sono delle potenzialità edificatorie. Queste vanno interpretate come strumenti di intervento sulla città con cui si può fare tutto e il contrario di tutto. Importante, quindi, è capire cosa fare e come farlo.  Qual è il pericolo nel caso del Piazzale Ostiense? La zona solleva grandi appetiti economici nel campo immobiliare. Il fatto che si pensi a nuove edificazioni nel nuovo piazzale non è che una conferma. Gli interventi immobiliari, come si sa, non sono per loro natura in linea con gli interessi sia di chi risiede nelle zone interessate dagli interventi che dei residenti della città in generale. D’altra parte, come messo in evidenza recentemente in seguito alle vicende di Milano (Walter Tocci, su questi temi propone un “Manifesto per non morire di rendita”; la rendita urbana è l’oggetto del quinto Dialogo Costituente di Roma Ricerca Roma), c’è chi vede l’urbanistica come al servizio degli investimenti immobiliari. Spesso non aggettivati – vengono chiamati semplicemente investimenti – per cui sembrano essere la stessa cosa di quelli per infrastrutture, per unità produttive, per la ricerca, per difendersi dal cambiamento climatico. Ma la differenza c’è, ed è fondamentale: riguarda l’impatto sulla città e sulle sue stesse prospettive di sviluppo economico. PER IL FUTURO CI VUOLE DISCONTINUITA’ E’ qui che bisogna inserire un elemento di forte discontinuità sul come si è intervenuti finora sulla città. La vicenda dei Mercati Generali (qui i link per una descrizione dell’intervento e alcuni commenti critici) – sempre in zona Ostiense – non autorizza ottimismo circa un’inversione di rotta: è chiaro che si intende l’intervento sulla città principalmente come valorizzazione di spazi a beneficio (grande beneficio, va detto) degli investitori immobiliari. Ma il problema non è solo quello dei Mercati Generali. In altre zone della città sono all’ordine del giorno interventi immobiliari a dir poco inquietanti, si pensi solo ai casi della possibile riqualificazione dello Stadio Flaminio (si veda il dossier di Carteinregolache riporta l’intervento di Caudo sul tema), o al già realizzato “Social Hub” dell’ex Dogana San Lorenzo (qui la descrizione dell’intervento e una sua lettura critica). Il caso dei Mercati Generali è controverso, per via della sua quasi trentennale storia (si veda il post di Caudo sulla vicenda e i riferimenti che propone). Resta il fatto che in quasi 30 anni di gestazione e 6 diverse amministrazioni, il risultato che si prefigura è quello di una grande valorizzazione immobiliare – con studentati di lusso, la riduzione del verde pubblico, privatizzazione degli spazi – che non porterà vantaggio alla città. E si va in questa direzione anche in altri quadranti di Roma. I salmi, come si sa, finiscono in gloria. Il dibattito sul Piazzale Ostiense è nelle sue fasi iniziali ed è bene che si metta subito sulla giusta carreggiata. Si parli chiaramente di quello che si vuole fare e perché. Si dica quello che non si vuole fare. Si coinvolgano tutti gli attori importanti nel dibattito, a partire dai cittadini e residenti. La città la fanno soprattutto loro. A latere, è utile ricordare che sono anche loro “a fare il PIL di Roma”, per usare un modo di dire con cui si giustifica la preminenza accordata, nei dibattiti sulla città, ai rappresentanti di alcune categorie economiche. E’ utile ricordare – perché questa banalità spesso viene dimenticata – che, normalmente, abitare implica vivere e il vivere implica il lavorare. I produttori (di PIL) – tutti – hanno diritto ad essere riconosciuti come tali. Sia quando lavorano sia quando usano lo spazio urbano nei momenti in cui non lavorano. Quelli che lavorano devono essere considerati tutti, anche quando si riposano, anche se non sono coinvolti nei progetti edilizi e nelle attività turistiche.  Scelte urbanistiche sbagliate danneggiano i cittadini, infliggendo loro fastidi, disorientamento, disagi, insalubrità, pericoli, carenza di servizi. Ma anche danni economici veri e propri (quanto costa avere trasporti pubblici inadeguati, oppure doversi trasferire in zone periferiche per il caro affitti?). Insomma, il tema dell’“affordability” proposto dal neo-sindaco di New York è importante anche da noi e sarebbe utile considerarlo. Se si vuole discutere – come si dovrebbe – di Piazzale Ostiense (e non solo), sarebbe utile partire difendendo la residenzialità, che significa non solamente mettere in condizioni gli attuali residenti di una zona di continuare a vivere decentemente nei luoghi dove abitano, ma anche mettere in condizioni altri – pensiamo ai giovani – di farlo. Insomma, difendere la residenzialità va inteso non come una cosa generica, un principio astratto, ma come far sì che in un dato luogo sia possibile non solamente abitare, ma anche andarci ad abitare.  La difesa della residenzialità dovrebbe essere vista come un interesse pubblico da promuovere, ben più importante di costruire nuovi stadi. Se ci sono spazi per fare nuove costruzioni e per “ricucire” quartieri, sarebbe utile, e possibile, pensare a nuove residenze a cui possano accedere persone normali. Oppure a servizi che migliorino la vita dei residenti attuali e futuri (e non rivolti ai clienti dei B&B). O, anche, ridurre o quantomeno evitare che aumentino le case destinate ad affitti brevi. A Piazzale Ostiense, si dovrebbero rendere disponibili nuove abitazioni a canoni accessibili. Pensando a facilitazioni vere, non solo a incentivi di mercato. Quando si ha a che fare con il mercato, il forse è d’obbligo, specie se la moneta cattiva della valorizzazione immobiliare tende a scacciare la moneta buona della residenzialità. Bisognerebbe pensare a interventi incisivi che rendano per i più fattibile, pratico, allettante, risiedere nelle zone trasformate. Magari riflettendo anche su formule nuove e anche azzardate, per esempio chiedere ai nuovi inquilini di impegnarsi a non diventare proprietari di un’auto, oppure non rilasciare loro permessi di sosta (nella zona di Piazzale Ostiense la cosa avrebbe senso, vista l’eccezionale offerta di servizio di trasporto pubblico su ferro e considerando la grande offerta di car-sharing per quando della macchina non se ne può fare a meno). Sono queste, certo, delle provocazioni, ma utili per dire che bisognerebbe discutere di come promuovere la residenzialità. In generale, tuttavia, bisogna dire che costruire alloggi di proprietà pubblica da affittare a canoni calmierati è un’altra di queste opzioni, e sarebbe pensabile anche all’Ostiense. A Bologna il comune ha ripreso a costruire alloggi. Non c’è qualcosa che lo vieti qui da noi. A parte una certa infatuazione mercatista, che si sostanzia in partnership pubblico privato in cui la parte pubblica sostanzialmente sta a guardare (come ci ha insegnato la lunga vicenda dei Mercati Generali, si vedano i commenti di Caudo in Consiglio comunale indicati sopra). Promuovere la residenzialità dovrebbe diventare una condizione necessaria per gli interventi di sviluppo urbano. Una priorità, non un auspicato effetto collaterale, magari promosso attraverso qualche incentivo affinché si dedichino percentuali irrisorie di costruito all’edilizia sociale. L’effetto automatico e positivo di una mano invisibile, insomma, di cui non bisogna preoccuparsi più che tanto, visto che seguirà, come l’intendenza. CHE COSA FARE A PIAZZALE OSTIENSE OGGI Certo, tutto ciò ha senso se si rifiuta l’idea che il motore della città sia la valorizzazione immobiliare o il turismo – specie se nella sua versione peggiore, cioè quello a danno dei residenti. E se si rifiuta l’idea prevalente di turismo a discapito della residenzialità, si può pensare di calibrare meglio anche gli interventi al Piazzale Ostiense che hanno rilevanza per il turismo. Facciamo qualche esempio. Benissimo l’Archeotram: sollevammo noi stessi la questione con il dibattito sul Piazzale Ostiense chiedendo a Walter Tocci il suo bell’intervento. Ma una nuova linea di tram, se mal gestita, può produrre effetti opposti a quelli desiderati. Il nuovo capolinea tramviario non diventi attrattore dei pullman turistici che si sta cercando di togliere da luoghi come il Colosseo o in altre zone del centro. Al Piazzale Ostiense ci si deve arrivare con il trasporto su ferro da ogni dove. L’Archeotram sarà ottimo per distribuire nelle zone turistiche pregiate i turisti che con il ferro sono arrivati al piazzale. Sarà, inoltre, un’opportunità di aumentare l’offerta per tutti di trasporto pubblico pulito per il centro storico. Per i pullman, si adottino i principi del piano del Grande Giubileo del 2000, quando venivano tenuti ai margini della città e ai turisti si chiedeva di usare il servizio pubblico (che veniva adeguatamente attrezzato a questo scopo anche con le note Linee J). Lo facciamo noi quando andiamo nelle grandi città del mondo come Londra, Parigi, New York. Roma lo potrebbe fare, se solo lo volesse veramente. Oggi, rispetto ad allora, abbiamo linee metropolitane potenzialmente più efficaci, specie la linea C, e altre linee su ferro sono in via di realizzazione. La tecnologia ci permette di ottimizzare l’offerta di servizi di trasporto pubblico e il loro coordinamento. Il Parco Lineare delle Mura diventi un’opportunità per conciliare la vita dei romani con il passato della città anche in quanto occasione di rigenerazione ambientale, facendolo diventare un’area verde pedonabile e ciclabile. Un intervento complesso, quindi, che richiede maggior impegno, dedizione e risorse rispetto a quanto fatto finora. Non deve essere un intervento per aumentare l’offerta per i turisti che fanno i loro veloci tour per la città, favorendo così solo l’overtourism. La Grande Bellezza può essere di beneficio per tutti. Seguire queste linee, dialogare con i cittadini ascoltando le loro esigenze di residenti non è un lusso né, tantomeno, un modo di lasciare Roma nel limbo di un mancato sviluppo. Turismo e valorizzazione immobiliare predatorie sono strade che non portano sviluppo, ma tanti soldi a pochi e disuguaglianza per i più. E, fin qui, il decantare la Grande Bellezza è stato un modo per trascurarla (si pensi al taglio dei cipressi al Mausoleo di Augusto, per fare un esempio recente…). ************* Qui di seguito, le domande poste dai comitati dei cittadini all’iniziativa del 4 dicembre 2025. L'articolo PIAZZALE OSTIENSE: CHE FARE? OLTRE LA RETORICA DELLA GRANDE BELLEZZA, PER UNA CITTA’ DEGLI ABITANTI proviene da Roma Ricerca Roma.
January 25, 2026
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Rete ecologica: serve più impegno per la tutela
Pubblichiamo il documento sottoscritto da circa 40 associazioni e vertenze del territorio romano per chiedere tutela e adeguamento della Rete Ecologica del PRG alle attuali sfide climatiche. L’appello può essere firmato inviando la propria adesione a: inforomaxroma@gmail.com Testaccio, la galleria dei Platani di Via Galvani TUTELARE LA RETE ECOLOGICA PER IL BENESSERE DEI CITTADINI E DI ROMA    La Rete Ecologica del Piano Regolatore viene concepita nel 2003 per incidere sulle scelte urbanistiche: un Elemento prescrittivo del Piano che indica le aree e le norme per proteggerle in “raccordo dinamico” tra difesa dell’ambiente e sviluppo della città. Da allora invece Roma cresce e muta mantenendo inalterato il sistema di parchi, aree protette e corridoi ecologici le cui componenti non riflettono più i valori ambientali maturati. La forza prescrittiva della Rete dunque si indebolisce e in certi casi annulla: si perdono importanti varchi fisici e funzionali aperti sull’Agro, altri si vanno saturando, mentre in città sempre più spazi liberi vengono destinati all’edificazione. Lo scorso aprile, all’avvio in Consiglio della discussione per “l’adeguamento” delle Norme Tecniche di Attuazione del Piano Regolatore, 30 associazioni e vertenze del territorio portano in Campidoglio un appello per aggiornare, assieme al testo che inciderà in modo decisivo sul futuro della città, anche il non meno decisivo assetto della Rete. Ora il confronto sulle NTA torna in Aula e quella richiesta si ripropone con urgenza: dopo le vicende di Milano che hanno chiarito quanto finanza e speculazione immobiliare possono orientare l’attività edilizia a proprio vantaggio, l’Assemblea capitolina ha infatti l’occasione per accogliere le osservazioni dei cittadini, votando uno strumento che governi le trasformazioni, senza sacrificare il patrimonio pubblico, storico e ambientale della collettività. Colpita da estati sempre più afose e piogge intense, Roma sta già soffrendo i cambiamenti climatici ma è il consumo di suolo a peggiorarne gli effetti ecologici e sanitari. Al contrario, la Rete può tutelare funzioni e processi ecosistemici offerti dalla biodiversità, e utili proprio per contrastare allagamenti, isole di calore, siccità e correlati incendi. Al fine di contrastare la vulnerabilità ai rischi climatici, il Regolamento europeo di “Ripristino della Natura” dispone di conservare il verde e le coperture arboree esistenti in città, per poi potenziarli: la Rete Ecologica può supportare le strategie climatiche ma necessita salvaguardie adeguate, integrate alle NTA per indirizzare l’azione territoriale. Impegnata con altre città europee per la neutralità di emissioni climalteranti entro il 2030, Roma ha curato la sua Strategia di adattamento: noto anche come “Piano Clima”, propone la Rete come “spina dorsale dei servizi ecosistemici” ed “elemento strutturante” delle scelte urbane, ma non si è coordinato agli strumenti urbanistici e non può quindi incidere sulle trasformazioni che espongono la città agli eventi climatici. Nemmeno la Memoria per il Piano del Verde, adottata ad agosto per “integrarsi con la pianificazione urbanistica”, menziona la Rete. Così, mentre da una parte le NTA semplificano le procedure edilizie, dall’altra troviamo un Piano Clima scollegato dal territorio, un Piano del Verde slegato dalla Rete ecologica, e una Rete che può raccordarli ma che le nuove Norme del Piano Regolatore ignorano: il territorio dove attuarli tuttavia è uno, e senza una visione unitaria delle politiche urbanistiche e ambientali, si smarrisce ogni efficacia del contrasto ai cambiamenti climatici. Per associare sviluppo, tutela della biodiversità e adattamento climatico, è necessario che la Rete sia aggiornata e potenziata: zone un tempo di risulta hanno oggi ormai grande valore naturalistico, zoologico, botanico. La Rete va quindi ampliata con l’inclusione delle aree utili a mitigare il clima, assorbire le acque, ridurre la frammentazione e l’erosione dei corridoi ecologici. Le connessioni residue tra la campagna, il mare, gli spazi liberi e le permanenze rurali interne alla città vanno considerate componenti inedificabili. Nelle componenti secondarie, vanno preservate le zone in rinaturazione o con dinamiche da ripristinare che assicurano la connettività a componenti altrimenti isolate nel costruito. In quelle di completamento, vanno inclusi i terreni anche frammentati, utili contro allagamenti e isole di calore, permeabili o da ripermeabilizzare nelle sedi infrastrutturali. Per accrescere le dotazioni pubbliche di prossimità di parchi, giardini e polmoni verdi, ricchi di biodiversità serve una fascia di protezione di 300 metri attorno alla Rete dove valutare gli interventi in relazione agli impatti sulle valenze tutelate, i servizi ecosistemici di contrasto al clima, la fauna stanziale, migratoria e impollinatrice. Infine, premi edificatori, incentivi volumetrici e monetizzazioni vanno commisurati al superiore interesse pubblico di colmare i fabbisogni pregressi di servizi verdi, migliorare la connettività ecosistemica e arrestare il consumo di suolo. L’ONU ha sfidato le città ad offrire l’accesso universale a spazi verdi pubblici, sicuri e inclusivi entro il 2030. Non sarà un modello di crescita economica basato sull’edilizia a vincere la sfida, ma la consapevolezza che la città del cemento non garantisce la città dell’abitare: solo salvaguardando e potenziando il suo patrimonio ecologico, Roma potrà garantire a tutti i cittadini un eguale diritto al benessere sociale, sanitario, climatico e ambientale.   Forum Territoriale Permanente Parco delle Energie ex SNIA Comitato Pratone di Torre Spaccata Quarticciolo Ribelle Comitato di Quartiere Villa Certosa Associazione Roma Ricerca Roma Legambiente Lazio WWF Roma e Area Metropolitana Italia Nostra Roma Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli Salviamo il Paesaggio Roma e Lazio Comitato Si al Parco No allo Stadio Arci Roma ABC Associazione Beni Comuni Stefano Rodotà Carteinregola Associazione Progetto Celio Aps Comitato Miani Rete inquilini Ater San Saba Associazione Roma Agricola Collettivo No Porto Fiumicino Insieme per l’Aniene Ecomuseo della Via Latina Associazione La Torre del Fiscale ODV Casale Podere Rosa APS Insieme 17 APS Cinecittà Bene Comune ASud Stalker Fridays For Future Respiro Verde Legalalberi Comunità Valle del Fosso della Cecchignola Associazione Cecchignola Vivibile La Vigna APS CdQ Colle di Mezzo CdQ Vigna Murata Associazione Gentes Associazione per la Tutela del Parco delle Sabine Ass. Naturalistica per lo studio e la conservazione della Biodiversità dell’Agro romano APS L'articolo Rete ecologica: serve più impegno per la tutela proviene da Roma Ricerca Roma.
November 9, 2025
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Un Manifesto per non morire di rendita
Dopo il caso Milano, un Manifesto per non morire di rendita  di Walter Tocci   Il caso Milano solleva temi molto più profondi di quanto raccontano le cronache. Come al solito si prende coscienza dei problemi nazionali solo dopo l’intervento della magistratura. Il diffuso conformismo, infatti, oscura le analisi eterodosse che mettono in discussione ideologie e pratiche correnti. Nella diffusa apologia dello sviluppo urbanistico milanese si è voluto oscurare la crescente potenza della valorizzazione immobiliare che travolge tutte le forme di controllo e scarica alti costi sociali e umani nella vita urbana. Questo squilibrio crea un terreno fertile per la corruzione, ma è una patologia urbana anche in assenza di comportamenti illegali. Come processo socioeconomico è stato perfezionato al massimo livello a Milano, ma riguarda anche Roma e tutte le città italiane. Il valore urbano, inteso come rendita immobiliare, era al centro del dibattito politico negli anni Sessanta. Gli storici hanno dimostrato che fu il vero movente del tentativo di colpo di stato del generale De Lorenzo contro la legge Sullo. Se ne occupava anche la cultura, dal film di Rosi Le Mani sulla città al romanzo di Calvino La Speculazione edilizia. Perfino i capitalisti la disprezzavano come fattore di arretratezza dell’economia. Contro la rendita Agnelli invocava un patto tra produttori, cioè un’alleanza tra lavoratori e capitalisti. Invece, da quando si è alleata con la finanza se ne parla meno. È invisibile perché partecipa attivamente al capitalismo contemporaneo, il quale è il regno dei rentier e dei monopoli, nonostante le favole sulla concorrenza che ci raccontano gli economisti ortodossi. Che sia diventato un fattore cruciale è dimostrato dalla grande crisi del 2008, causata proprio dai mutui subprime. Chi l’aveva previsto che il turbocapitalismo naufragasse sul sogno piccolo-borghese della casetta in proprietà? E non a caso oggi l’impero americano è guidato da un immobiliarista, e un suo sodale negli affari, l’ineffabile Witkoff, tratta su pace e guerra, tra lo sconcerto dei diplomatici di professione. Dall’invisibilità derivano dimenticanze e fraintendimenti che dominano il senso comune e alimentano politiche dannose, come dimostra il miglior libro sulla questione: B. Pizzo, Vivere o morire di rendita, Donzelli 2023. Se l’attrazione della rendita è troppo forte vengono scoraggiati gli investimenti produttivi. L’acqua va dove trova la strada. E gli effetti sono più evidenti in Italia, nella pluridecennale stagnazione della produttività, nella diminuzione del valore aggiunto e nelle crisi bancarie, causate dagli eccessivi valori immobiliari scritti in bilancio prima dell’esplosione della bolla. L’eccesso di valorizzazione immobiliare, inoltre, produce devastanti effetti sociali e culturali, che sono sotto gli occhi di tutti. A Milano la crescita degli affitti ha determinato una sostituzione di popolazione, con espulsione nell’hinterland di ceti sociali meno abbienti e attrazione di quelli ad alto reddito, come ha dimostrato Lucia Tozzi, con largo anticipo sulle attuali vicende, quando tutti celebravano i fasti ambrosiani. In tutte le grandi città ritorna una drammatica “Questione delle abitazioni”, che sembra riecheggiare il saggio di Engels sui mali della città industriale. Inoltre, gli inusitati valori immobiliari determinano una selezione negativa delle funzioni urbane. Sono scoraggiate tutte le attività di innovazione culturale e tecnologica che nella fase di incubazione non ce la fanno a sostenere gli alti costi immobiliari. Al contrario vengono attratte le ricchezze originate dai monopoli di vario tipo: gruppi finanziari (basti pensare ai capitali del Qatar), airbnb, public utilities, cordate professionali, concentrazioni dei media, ecc. La rendita chiama altra rendita e scoraggia l’ingegno, smentendo il modaiolo bla-bla sulla città creativa. Ora sembrano prenderne coscienza anche gli editorialisti del Corriere della Sera, come scrive Dario Di Vico: “La rendita sta vincendo, e questa per Milano, storica città della crescita, è la vera ferita. Un modernità che umiliasse il merito non l’avevamo prevista”. L’economia classica di Ricardo era una scienza morale, proprio come l’urbanistica, e attribuiva all’imprenditore il merito del profitto mentre stigmatizzava i guadagni immeritati dei rentiers. Oggi si parla tanto di meritocrazia, eppure si dimentica che la valorizzazione non è merito dell’immobiliarista, poiché dipende in gran parte dal prestigio, dalla qualità e dalle infrastrutture del contesto urbano, cioè viene alimentata dall’azione dei cittadini e dalle iniziative dell’amministrazione pubblica. Al merito dell’operatore si può attribuire solo il profitto di impresa nel processo di costruzione. Se un profitto vale 20, la rendita vale 100, nonostante il primo sia frutto di una impegnativa attività industriale mentre la seconda richieda solo l’attesa di un guadagno immeritato. Con la legge Berlusconi, purtroppo ratificata anche dalle amministrazioni di sinistra, è diventato normale parlare di “premio di cubatura”. Eppure, non dovrebbe essere premiata una valorizzazione già molto più alta del plusvalore di qualsiasi investimento produttivo. La trasformazione dei tessuti non dovrebbe risolversi nel gioco ristretto tra legislatore e proprietario, a prescindere da qualsiasi considerazione sul contesto urbano. Semmai il “premio” dovrebbe essere destinato ai cittadini, riservando i terreni ancora liberi ai servizi pubblici e al verde, spesso carenti proprio nelle città costruite male. E non suscita alcuna indignazione la bassissima quota di questa valorizzazione che ritorna all’interesse pubblico. In una delle più grandi operazioni urbanistiche romane, nell’area di Bufalotta, si è calcolato che l’operatore ha ottenuto una rendita del 106% rispetto ai costi di costruzione e ha versato al Comune solo il 6% della valorizzazione. Cioè l’onere per il proprietario è stato circa quattro volte più basso delle tasse che paga un operaio. L’Italia è un paradiso fiscale per l’immobiliare. In Europa gli oneri arrivano al 30%, come non si è mai stancato di dimostrare il compianto Roberto Camagni, uno dei pochi economisti ad occuparsi di rendita. La legge Bucalossi, inoltre, aggiunge effetti distorsivi calcolando gli oneri non rispetto alla valorizzazione, ma ai costi di costruzione, con il risultato che nei quartieri più ricchi, in percentuale sul valore, gli oneri sono più bassi che in periferia o addirittura sono annullati con l’alibi delle urbanizzazioni esistenti. Si arriva a turlupinare l’opinione pubblica offrendo nei piani urbanistici un’opera pubblica aggiuntiva in cambio di ulteriori aumenti di cubatura. La scuola o il parco in più sono finanziati dagli stessi bassi oneri al 6%, per rimanere all’esempio precedente, mentre il proprietario incamera oltre il 100% di valorizzazione anche sull’aumento di cubatura. È un altro regalo per lui, ma viene presentato come una generosa offerta ai cittadini. D’altronde, c’è anche un’evidente asimmetria informativa. I Comuni non hanno strutture e competenze per valutare gli effetti economici di ciò che autorizzano, non sono in grado di confutare il business plan dell’immobiliarista, non dispongono di osservatori efficaci della valorizzazione urbana. La stessa legislazione non indica chiari criteri e parametri di convenienza pubblica nella contrattazione con i privati. Al contrario, negli appalti di infrastrutture c’è un imponente corpus normativo mirato a ridurre i costi per il pubblico e a impedire illeciti arricchimenti del costruttore. Le norme sono severe con il profitto d’impresa e lascive con la rendita di posizione. Tutti questi processi favoriscono la ricchezza proprietaria e aumentano la povertà pubblica. Al contrario se una quota ben maggiore della rendita fosse incamerata dal pubblico e reinvestita nelle infrastrutture la città sarebbe nel contempo più giusta e più produttiva. La così detta “urbanistica riformista” ha studiato i processi di valorizzazione al fine di perequare le rendite differenziali nel piano urbanistico. Nell’economia di carta e di mattone, però, il valore viene estratto dal suolo e innalzato nelle eteree transazioni finanziarie. Emerge, quindi, una nuova forma di rendita pura, la quale, a differenza di quella differenziale, non solo incide sul piano urbanistico, ma determina soprattutto gli effetti macroeconomici e macrosociali di cui sopra. Da come si ripartisce il valore urbano, quindi, dipendono questioni cruciali: se le risorse vanno verso usi parassitari oppure produttivi, se il valore della città viene appropriato da pochi oppure aumenta la qualità della vita e l’inclusione sociale. Per non morire di rendita occorre una svolta nelle politiche urbane. Ma prima ancora è necessaria una mobilitazione culturale per ribaltare almeno un trentennio di narrazioni dominanti, luoghi comuni, ideologie parassitarie, pratiche pubbliche e private ormai insostenibili. Ci sono in Italia tante persone e associazioni disponibili a cambiare lo stato di cose: chi ha sempre criticato lo sviluppo estrattivo di risorse, chi pratica quotidianamente la cura di parti di città, studiosi consapevoli degli impatti negativi dei processi attuali, enti preposti alla tutela dei beni comuni, tecnici e imprenditori che riflettono criticamente sul passato e cercano di voltare pagina. E’ arrivato il momento di fare forza comune, senza settarismi, superando anche le diversità particolari, cercando un filo comune per restituire alla città il valore creato dai cittadini. Ci vorrebbero persone e associazioni capaci di prendere l’iniziativa, mobilitare altre risorse e allargare il movimento. Quelli della mia generazione possono dare una mano, ma a guidare devono essere le nuove generazioni. Perché sono soprattutto loro a sentire gli effetti nella propria vita quotidiana e professionale: nella affannosa ricerca di un’abitazione, nella difficoltà di trovare un immobile per avviare un’opera innovativa, nella ricerca di fondi per ricerche eterodosse, nella faticosa interlocuzione con le burocrazie amministrative e politiche. In mezzo a tanti fenomeni negativi, se si osservano le città italiane con animo curioso si vedono tante esperienze emblematiche di una nuova cultura urbana, nel recupero sociale di aree dismesse, nelle pratiche di riconversione ecologica, nella produzione di nuovi beni culturali, nella promozione del mutualismo sociale, ecc. Tra gli organizzatori si nota una nuova alleanza tra ricercatori sociali e attivisti urbani. Per merito loro l’azione collettiva ha preso le sembianze di una progettualità urbana ad alto grado di condivisione, ben lontana dalla partecipazione assembleare e rivendicativa della mia generazione. Da questa alleanza tra cultura d’avanguardia e impegno collettivo oggi scorga un’inedita energia politica, che surroga l’assenza dei partiti nel territorio. Finora tale energia è rimasta confinata nel locale, ma rischia di essere travolta dai padroni della rendita se non prende la parola a livello cittadino e nazionale. Spero che almeno alcuni di questi ricercatori e attivisti prendano l’iniziativa di una mobilitazione generale. Sulla base di un Manifesto “Per non morire di rendita”, da sottoporre all’approfondimento in appositi Forum nelle città, allargando l’analisi e la proposta ai diversi casi italiani, per poi confluire in un appuntamento nazionale che scoperchi la realtà davanti all’opinione pubblica e chiami la politica alle sue responsabilità. Nonostante la gravità di tanti fenomeni di crisi urbana, le nostre città dispongono delle energie morali e sociali indispensabili per la loro rinascita.     Il testo è tratto dall’intervento al Congresso INU di Roma del 23 maggio 2025, Elogio dell’Urbanistica, ora pubblicato in: Città Bene Comune della Casa della Cultura di Milano. (foto di Italo Insolera, Roma Monte Mario, 1971) L'articolo Un Manifesto per non morire di rendita proviene da Roma Ricerca Roma.
July 29, 2025
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Ombre sulla città, Milano e l’urbanistica
Ombre sulla città: Milano e l’urbanistica  di Barbara Pizzo e Alessandra Valentinelli, RomaRicercaRoma La più recente fase dell’inchiesta giudiziaria che ha portato alla redazione del “Salva Milano”, tra i decreti più controversi del Governo Meloni, ha concentrato di nuovo l’attenzione pubblica sull’urbanistica e il governo delle trasformazioni urbane, un tema di solito poco frequentato, se non addirittura estraneo alla maggioranza della popolazione, nonostante i suoi effetti e i suoi impatti riguardino tutti. Ci sono due aspetti in particolare che pensiamo valga la pena discutere allontanandoci dal fragore mediatico. Il primo riguarda il modo di pensare il governo del territorio da parte di chi è chiamato specificamente ad occuparsene. Il secondo riguarda il territorio, il suo presente e il suo futuro. Riferendosi all’elusione “sistematica” del Piano regolatore di Milano, Giuseppe Marinoni, presidente della Commissione Paesaggio, parlava di “Piano Ombra” caratterizzato da “alte parcelle”. Le indagini, che pure lo riguardano (nei suoi confronti è stata richiesta la custodia cautelare) e che a marzo scorso hanno già portato ad alcuni arresti, dicono del ricorso a modalità di “semplificazione” (per lo snellimento delle procedure) delle trasformazioni urbane in cui l’intervento di singoli decisori risulta particolarmente orientato all’esercizio di quella discrezionalità che invece solo marginalmente dovrebbe caratterizzare i sistemi di regolazione, quali, appunto, quelli urbanistici. Nella nuova tornata di avvisi di metà luglio sono 74 le persone a vario titolo indagate. Tra esse spiccano l’Assessore alla “Rigenerazione” Giancarlo Tancredi, Manfredi Catella, protagonista con il suo gruppo COIMA di alcune fra le più glam delle operazioni immobiliari locali, gli scambi non proprio eleganti tra il Sindaco Sala e l’architetto Stefano Boeri. In particolare, l’indagine evidenzia dinamiche relative alle procedure autorizzative che hanno attirato l’attenzione degli inquirenti per modalità quantomeno disinvolte nell’uso degli strumenti urbanistici. Ciò che emerge è la reiterazione di tali modalità le quali, nei fatti, rendono ambigui ruoli che invece dovrebbero essere chiari e distinti: non sono solo, né tanto, le “laute parcelle per le consulenze” che preoccupano, ma il fatto che divenga consulente chi in realtà dovrebbe controllare, supervisionare, governare, ricordandoci che il tema del “conflitto di interessi”, che può assumere moltissime forme, resta un nodo cruciale, a tutti i livelli e in tutti i settori pubblici, purtroppo incredibilmente sottostimato. A colpire tuttavia, nel vortice di dichiarazioni di maggioranza e opposizione, è la pressoché unanime preoccupazione che le notizie di reato possano fermare la città: “Così si ferma Milano”, “Non si può fermare la città” sono affermazioni ripetute e rilanciate dai media, che suonano tra il terrorizzante e il minaccioso. Allora (ci) chiediamo: ma davvero la Milano che si pensa motore dello sviluppo nazionale potrebbe fermarsi per un blocco dei cantieri? Siamo certi sia la finanza del mattone a costituire la ricchezza della città? Il tema non è semmai quello tutto politico, sollevato dal consigliere Enrico Fedrighini il 17 luglio, del “controllo pubblico per interesse pubblico” delle trasformazioni urbane? Fra le rendite assicurate dai palazzi in costruzione e l’economia meneghina, le differenze non sono sottili. Il capoluogo lombardo è sede di tre prestigiose università, delle principali banche e società informatiche nazionali, della metà delle multinazionali presenti in Italia. È “capitale del design”, dei brevetti in campo energetico e biotecnologico. Milano “è” la Borsa, e detiene i primati per occupazione, concentrazione di imprese e turismo d’affari con un PIL procapite doppio della media italiana. In tale quadro stride il numero di domande in lista d’attesa per l’assegnazione degli appena 600 alloggi popolari che, dai conteggi Sicet pubblicati da Zita Dazzi su Repubblica, ogni anno tornano disponibili: 17.000 famiglie che si sommano ai 4.500 nuclei che hanno già comprato casa negli edifici sequestrati dalla magistratura, o comunque congelati dallo stallo degli uffici comunali sui permessi. Dagli arresti in primavera cui si deve anche il ritiro del discusso “Salva Milano”, non sono mancate le riflessioni sulla bontà di una rigenerazione che espelle residenti: con quotazioni crescenti che oscillano tra 5.000 e oltre 25.000 €/mq per gli appartamenti più lussuosi, “non si trova casa”, denuncia a ogni articolo Lucia Tozzi; “non si trovano tranvieri”, dicono allarmati i milanesi. Del resto se, nonostante i 17 milioni di metri cubi di licenze residenziali rilasciate in 10 anni, Nomisma stima 80.000 immobili sfitti, il 10% del totale, i dati indicano una politica che risponde non alla domanda abitativa ma ai costruttori: “dumping urbanistico” l’ha definita il Presidente dell’INU Michele Talia, ottenuta dimezzando gli oneri a standard e servizi, con scomputi e deroghe che, solo negli ultimi anni secondo la Corte dei Conti ripresa da Barbacetto sul Foglio, hanno prodotto perdite secche per le casse di Palazzo Marino di oltre 100 milioni di euro. Il giro d’affari emerso dalle odierne inchieste è pervasivo quanto la sua retorica; cattura valore dall’esistente, creando “eventi” o aree “strategiche”: nei lotti vuoti del centro, negli ex scali ferroviari, nelle opere per i Giochi invernali del 2026 (già futuro studentato da 1.400 posti), allo Stadio di San Siro (di proprietà del Comune) a rischio demolizione per far posto ad un nuovo impianto (privato) dotato di attività commerciali e terziarie, con il progetto “Milano 2050” per nove “centralità” periferiche collegate alla rete metropolitana, oggetto per la procura di “un’operazione di speculazione intensiva” da 12 miliardi. Chi ci guadagna in questa corsa al mattone? Con inquinanti fuori soglia, verde e servizi in perenne affanno, in disarmo persino Argelati e Lido, le piscine comunali vanto di una città un tempo civile, il Rapporto 2025 di Assolombarda titola implacabile: “Milano perde talenti” per la mancanza di qualità urbana, dissipando un capitale umano la cui coorte giovanile alimenta sempre più i 600.000 coetanei, emigrati all’estero negli ultimi 10 anni. Argelati e Lido riflettono bene il cedimento del pubblico ai privati che Nadia Urbinati imputa alle istituzioni “disfunzionali”. Apprezzate piscine all’aperto, attive nei tre mesi della peggior afa estiva, hanno significato per generazioni di milanesi isole di divertimento, refrigerio e sport a tariffe accessibili. L’Argelati era stata la prima inaugurata nel 1915, poi ampliata nel 1956, seguita dal Lido nel 1930 con un’unica vasca da 6.500 mq balneabili; cartoline di una Milano se non popolare, svagata, accoglievano l’una 30.000, l’altra sino a 50.000 bagnanti a stagione. Così quando la Giunta Sala, tra il 2019 e il 2022, ne ha disposto la chiusura, ha toccato un nervo sensibile del culto ambrosiano, memore degli investimenti sociali nelle vecchie periferie. Ne spiega le implicazioni Antonio Longo, cui va il merito della petizione contro il “Salva Milano” lanciata con altri colleghi del Politecnico. Il suo report sulla “operazione” piscine evidenzia l’insufficienza di risorse comunali da spendere in lavori straordinari, 15 milioni che hanno indotto il Lido all’agonia, poi la sua concessione al privato per 25 milioni e 42 anni di gestione svincolata dal mantenimento del centro balneare: una rinuncia a preservare bene storico e benefici collettivi della funzione anche e non secondariamente climatica che, per Argelati, ancora in attesa di offerte valide, suona come la condanna alla fatiscenza. Sorte analoga alle piscine ha travolto la pista verde del Trotto: anch’esso abbandonato per scarsità di fondi di manutenzione, lo spazio pubblico adiacente lo stadio è stato reso edificabile e, nel 2023, venduto agli sviluppatori di Hines. A Milano, e non solo, la si chiama densificazione e la si giustifica con la “resilienza ambientale” che deriverebbe dal non consumare suolo, ma non si soddisfa nessun equilibrio ecologico se poi si sacrificano i terreni permeabili superstiti nel tessuto costruito, peraltro contravvenendo il Regolamento europeo sul ripristino della Natura, approvato appunto per difenderli. Ci chiediamo dunque: fermare un certo modo di portare avanti lo sviluppo urbano, che estrae valore molto più di quanto non ne produca, che è troppo spesso solo “rendita che produce altra rendita” (Pizzo 2023) e che determina una città sempre più iniqua e diseguale, davvero significa “fermare la città”? E se sì, allora su cosa si basa la sua struttura socioeconomica e in cosa consiste il suo “modello di sviluppo”? Possibile che una città come Milano abbia come sola freccia al proprio arco, l’economia della rendita? Se, invece, questo tipo di economia che intreccia mattoni e finanza, è l’unico modo in cui si pensa sia possibile fare “tutto il resto”, quello che tiene assieme tutto, allora a maggior ragione, dobbiamo (finalmente) riprendere a discutere seriamente di rendita urbana (che “non è più quella di una volta” – Pizzo cit.), e (finalmente) mettere in relazione finanziarizzazione e teoria della rendita per capire esattamente come e a cosa serve, cosa produce nei vari specifici contesti (a cosa si intreccia, come è usata, cosa produce) – e valutarla conseguentemente. Lo scorso 21 luglio in Aula, il Sindaco ha rivendicato le proprie azioni e chiesto sostegno in cambio del rinvio a settembre del nodo più controverso, il Meazza. Tancredi invece si è dimesso; forse non era il momento per annunciare pure un cambio di passo, a partire da quella Commissione Paesaggio nelle cui dubbie mani sono state accentrate le scelte di trasformazione. Frutto avvelenato dell’ansia di semplificare le procedure, la Commissione ha sottratto margini di verifica all’amministrazione e prerogative al Consiglio, indebolendo l’istituzione nella contrattazione coi privati che era supposta vigilare. La semplificazione ha inoltre agito in concorso con il “dumping” sugli oneri di urbanizzazione, compressi al 5% del valore del volume edificabile contro il 20-30% che le città europee in media incassano per la gestione urbana, redistribuendoli in incrementi e conservazione del patrimonio pubblico, per garantire disponibilità ed efficienza dei servizi collettivi, il diritto all’abitare, la tutela della salute, il contrasto della vulnerabilità al clima. Colluse o indifferenti, a Milano le pratiche edilizie sono al contrario progredite senza il “peso” di un confronto con il carico di nuovi abitanti, l’impatto sulla mobilità, vincoli o salvaguardie ambientali: si è così disatteso il mandato di governo urbanistico che, il 24 luglio bocciando il ricorso contro i sigilli alle Torri “Lac” di Baggio, la Cassazione ha affermato di ritenere imperativo. Bisogna dunque ancora chiedersi: mettere in discussione e sperabilmente provare a modificare un certo modo (solo “ambrosiano”?) di fare urbanistica cosa significa esattamente? Ossia: cosa intendiamo con “fermare la città”? Se significasse fermare o rallentare un modello di sviluppo basato sulla crescita dissennata, un consumo di risorse insostenibile, un’idea di città come luogo del privilegio e dell’esclusione, piuttosto che come diritto e inclusione, allora forse si dovrebbe prendere sul serio la possibilità che una tale macchina vada fermata. Se è così, con la vicenda milanese (ma solo perché è emersa per prima) ci è data davvero l‘occasione di “fermarci”, allontanarci dagli interessi piccoli e grandi, ma immediati, dal “basso cabotaggio”, dalle idee per le città dal respiro breve e dalle prospettive anguste, e provare a chiederci: ma cosa stiamo facendo, per chi? È questa la città che desideriamo? Ed è una città vivibile? Da urbaniste, formate in un tempo in cui non si parlava d’altro che di “crisi” dell’urbanistica, della sua debolezza crescente e quasi-inutilità, ci sorprende che ora tutti i guasti messi in luce da questa inchiesta milanese siano ricondotti a quella disciplina che “improvvisamente” avrebbe invece un così grande potere; ci preoccupa l‘ulteriore delegittimazione e svilimento di una pratica nobile, socialmente rilevante, che questo ennesimo scandalo potrà produrre (e di nuovo a favore di chi vorrebbe “meno urbanistica”). Milano dimostra come una visione subalterna alle logiche della rendita e della finanza immobiliare riduca la città a congerie di eventi, opere e architetture che, per quanto possano incantare con la loro bellezza, rispondono a mire speculative in grado di logorare i luoghi, i modi e le relazioni da cui dipende la qualità della vita urbana. Perciò chiariamo che la soluzione a tutto questo non è “meno urbanistica”, e forse neppure “più urbanistica”, ma certamente un’urbanistica diversa da quella attualmente praticata, che purtroppo anche molti esponenti del così detto “riformismo” hanno più o meno direttamente ed esplicitamente contribuito ad affermare.     Per approfondimenti, si rimanda al testo di Barbara Pizzo Vivere o morire di rendita, Donzelli 2023, e al recente “Dialogo” promosso dalla SIU, tenutasi proprio a Milano il 18 e 19 giugno, intitolato “Mercato e regolazione. Processi di finanziarizzazione e rendita” tra Barbara Pizzo, Sapienza Università di Roma e Tuna Tasan Kok, dell’Università di Amsterdam, che sarà pubblicato a breve in forma di podcast sul sito della SIU; si vedano inoltre, su queste pagine, il Manifesto di Walter Tocci, tratto dal suo intervento al Congresso INU di maggio 2025 “Elogio dell’Urbanistica” e l’appello contro il Decreto “Salva Milano”   (immagine: Milano Murata di AleXandro Palombo, Milano Galleria di Arte Moderna, 21 lug.2025) L'articolo Ombre sulla città, Milano e l’urbanistica proviene da Roma Ricerca Roma.
July 29, 2025
Roma Ricerca Roma
A qualcuno piace caldo
A QUALCUNO PIACE CALDO, CRONACHE DAL PIANO CLIMA DI ROMA di Lorenzo Paglione e Alessandra Valentinelli, Roma Ricerca Roma Lo scorso 25 giugno, la Protomoteca ha ospitato la presentazione del “Piano Caldo”, ultimo spin off della Strategia di Adattamento lanciata nel gennaio 2024 dall’Ufficio Clima di Roma. Il momento scelto per illustrare dinamiche e risposte alle ondate di calore attese in città certo non poteva essere più propizio per un raffronto diretto con quanto emerso dai vari contributi: di lì a qualche giorno avremmo vissuto le settimane più torride degli anni recenti, sperimentando così in prima persona portata e bontà delle informazioni fornite. Oltre agli esempi di pavimentazioni (drenanti, riflettenti, assorbenti…) e agli elenchi di potenziali rifugi climatici ispirati ai comuni normalmente attivi contro i picchi di temperatura, tra le novità dell’incontro, vale in particolare segnalare la serie di mappe sulla distribuzione delle isole di calore romane. Modellate su cartografie forse non perfettamente aggiornate, tali mappe riflettono la geografia della crescita mal governata della Capitale; una scena desolante di edificato compatto, carenza di verde, piastre logistiche e commerciali sovradimensionate, dove il termometro registra i valori massimi. Restituisce le asimmetrie generate dal consumo di suolo che chiunque, girando i quartieri nel pieno dell’ondata di caldo dei giorni successivi, ha potuto misurare nella loro dimensione fisica: l’asfalto infuocato, la scomparsa di ogni refolo d’aria, la preoccupante assenza di calo termico nelle ore notturne, fresco e ombra confinati sotto le (rare) gallerie arboree, vicino all’acqua, nei varchi aperti verso l’Agro o il mare. Così però si delinea anche l’altra mappa, utile ad adattare i nostri spazi quotidiani al clima contrastandone la ferocia: non semplici rifugi, ma polmoni verdi, piazze giardino, strade alberate e aiuole spugna disseminati in tutta la città. In un simile quadro spicca ciò di cui agli incontri dell’Ufficio Clima si continua a non parlare, confermando un’attuazione del Piano che, nonostante i paralleli encomiabili sforzi per sistematizzare in dettaglio gli impatti climatici, procede senza garanzie né di sinergia fra gli interventi cittadini, né di coerenza strategica con la pianificazione di ambiti chiave per la gestione di quelle temperature che non sono più eccezionali, ma ordinarie, ovvero le dotazioni e le tutele ambientali, la mobilità e la sostenibilità energetica. In questo senso, se sicuramente risultano migliorativi gli interventi legati al posizionamento delle nuove pensiline alle fermate del trasporto pubblico di superficie, manca ancora una visione complessiva, capace di leggere il TPL non solo come mitigatore di emissioni climalteranti, ma come vero e proprio strumento per affrontare le disuguaglianze sociali anche legate all’esposizione al calore, dal momento che, sempre per quanto riguarda la mobilità, la riduzione del parco automobili circolanti non può che essere un obiettivo centrale per ridurre le temperature in città. Stesso discorso per quanto riguarda il favorire l’autoproduzione di energia, in un contesto in cui, specialmente per le fasce più vulnerabili (o per la popolazione più esposta), la climatizzazione rappresenta un salvavita: le Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali (CERS), strumento chiave per affrontare questa problematica (al netto di una rivisitazione complessiva dei vincoli sull’aspetto esterno degli edifici, in particolare nella città consolidata della periferia storica), restano purtroppo fuori dal documento conclusivo, nonostante gli sforzi condotti proprio dall’Amministrazione per la stesura del regolamento, mentre i blackout di alcune aree di Roma di questi giorni dimostrano quanto sia fragile l’infrastruttura energetica cittadina quando sottoposta a fortissime sollecitazioni dovute alla climatizzazione degli ambienti. Sin dai suoi esordi la Strategia climatica ha insomma rinunciato all’integrazione delle politiche settoriali per l’adattamento diffuso, privilegiando la realizzazione di opere meglio beneficiate dai finanziamenti. Una strada utile ma insufficiente. Come mostrano Parigi o Barcellona, se si vuol essere efficaci, serve un’organica regia operativa, correlata alle condizioni del territorio, alle intensità di rischio, alla vulnerabilità dei soggetti esposti. Per quanto la Giunta dichiari assumerne le priorità, enumerando alberi piantati, superfici decementificate, persino nuovi parchi, il Piano Clima è solo uno strumento volontario, perseguibile nel singolo appalto ma privo di cogenza sugli altri strumenti ben altrimenti prescrittivi in capo all’Amministrazione. Senza un radicamento nei capitolati delle opere pubbliche, nel Regolamento del Verde, in quello Edilizio o nel Piano Regolatore, senza standard prestazionali obbligatori per gli interventi, dagli spazi minuti dei marciapiedi fino alle nuove piazze, Roma continuerà a fare come ha sempre fatto. E’ difficile infatti non riconoscere, negli esiti delle piazze inaugurate per il Giubileo o nella Rambla di Pietralata, lo scollamento cui si è assistito tra l’elaborazione del Piano Clima e l’adozione delle Norme Tecniche, che si ripropone ora nella programmazione degli interventi, ora nei tanti piccoli e grandi cantieri sparsi per la città; oggi contro il caldo, domani contro le piogge o l’erosione costiera. Lo spazio pubblico, anche superando concezioni tradizionali sul suo aspetto monumentale, deve invece diventare un grande laboratorio di sperimentazione di pratiche di adattamento al clima aperte alle istanze dal basso, dove le comunità partecipano al processo di cambiamento necessario per evitare che nei prossimi dieci anni, Roma sia resa invivibile più che dagli estremi stagionali, dal calore o dagli allagamenti intrappolati e potenziati dalla sua stessa massa di cemento e asfalto. Il 25 giugno, l’Assessore all’Urbanistica Veloccia ha finalmente accennato ad un “prossimo” studio per integrare nel Regolamento edilizio le indicazioni su materiali, colori e cappotti termici. La Strategia di Adattamento suggeriva anche un aggiornamento della Rete Ecologica che l’Assessora all’Ambiente Alfonsi non pare aver ad oggi raccolto. Quel giorno soltanto Ispra ha richiamato la Direttiva europea per il “Ripristino della Natura” che impone il mantenimento di zone verdi e coperture arboree esistenti; contraddizioni nel processo di adattamento della città che, a più di un’anno dall’uscita del Piano, non possono credersi solo apparenti, ma semmai coerenti con la mission ambientale dell’Ufficio Clima di questa Amministrazione. (nella foto in alto: Gualtieri all’inaugurazione della “Rambla” di Pietralata, 25 giugno 2025) L'articolo A qualcuno piace caldo proviene da Roma Ricerca Roma.
July 23, 2025
Roma Ricerca Roma
Ripensare piazzale Ostiense: tra Piramide Cestia e Nathan, un’occasione per le romane e i romani
A CURA DI ELLA BAFFONI, MARIA TERESA CARBONE, ANDREA DECLICH E LUCA REALE PER CHI NON HA POTUTO ASSISTERE IN PRESENZA ALL’INCONTRO ORGANIZZATO DA ROMA RICERCA ROMA LA BELLEZZA INVISIBILE. PIAZZALE OSTIENSE FRA PIRAMIDE CESTIA E NATHAN, CHE SI È TENUTO GIOVEDÌ 27 FEBBRAIO PRESSO LA FACOLTÀ DI ARCHITETTURA DELL’UNIVERSITÀ ROMA TRE, PROPONIAMO QUI DI SEGUITO LA TRASCRIZIONE DI TUTTI GLI INTERVENTI, SOTTOPOSTA SOLO A UNA LEGGERA REVISIONE PER CONSENTIRE UNA MIGLIORE LEGGIBILITÀ. SULL’INCONTRO, DEDICATO AI PROBLEMI E ALLE OPPORTUNITÀ DI QUESTO LUOGO STRAORDINARIO – UNO DEI NODI PIÙ IMPORTANTI DELLA MOBILITÀ PUBBLICA ROMANA E AL TEMPO STESSO UNO SPAZIO DENSISSIMO DI STORIA E DI MEMORIA – SEGUIRANNO POI, SEMPRE NEL SITO DELL’ASSOCIAZIONE, ARTICOLI E COMMENTI A PARTIRE DAI MOLTI TEMI TOCCATI: IN PARTICOLARE, LA NECESSITÀ DI UNA RIFLESSIONE STRATEGICA CHE VALORIZZI AL MEGLIO LE POTENZIALITÀ DI PIAZZALE OSTIENSE E, D’ALTRO CANTO, L’UTILITÀ DI INTERVENTI PIÙ IMMEDIATAMENTE REALIZZABILI, COME L’ARCHEOTRAM O IL PARCO LINEARE DELLE MURA, CHE AVRANNO UN IMPATTO IMPORTANTE SE SI INSERIRANNO IN UNA VISIONE PROGETTUALE NON SCHIACCIATA SUL PRESENTE. IL DIBATTITO È STATO PRESIEDUTO DA LUCA REALE, DI ROMA RICERCA ROMA. SONO INTERVENUTI FABIO MARTELLINO, DELL’ASSESSORATO ALL’URBANISTICA DI ROMA CAPITALE CHE HA ESPOSTO IL PUNTO DI VISTA DELL’AMMINISTRAZIONE COMUNALE; SI È PARLATO DI SAN SABA, UNO DEI QUARTIERI ATTORNO AL PIAZZALE OSTIENSE, CON GLI INTERVENTI DI FRANCESCA ROMANA STABILE, DOCENTE DI ROMA TRE, CHE HA PARLATO DELLA STORIA ARCHITETTONICA E URBANISTICA DEL QUARTIERE, E FABRIZIO FANTERA, DELLA RETE COMUNE INQUILINI ATER, CHE HA PARLATO DELLA STORIA POLITICA E DELLA MEMORIA DI SAN SABA; ROSARIO PAVIA E GIOVANNI CAUDO, URBANISTI, HANNO PARLATO DEL PARCO DELLE MURA, IL PRIMO PRESENTANDO IL PUNTO DI VISTA DELL’ASSOCIAZIONE “COMITATO MURA LATINE”, IL SECONDO PRESENTANDO LE ATTIVITÀ IN CORSO DA PARTE DELL’AMMINISTRAZIONE COMUNALE; ELIANA CANGELLI, DOCENTE DELLA SAPIENZA, HA PARLATO DELLA FUTURA RISISTEMAZIONE DELLA VIABILITÀ DEL PIAZZALE E DELL’ALLARGAMENTO DELLE AREE PEDONALI; EDOARDO ZANCHINI, DIRETTORE DELL’UFFICIO CLIMA DI ROMA CAPITALE, HA ESPOSTO LE POLITICHE DI ADATTAMENTO AL CAMBIAMENTO CLIMATICO RILEVANTI NEL CONTESTO DI UNA RISISTEMAZIONE DEL PIAZZALE, MENTRE WALTER TOCCI, CONSULENTE PER IL SINDACO DEL PROGETTO CARME, HA PARLATO DEL PROGETTO DELL’ARCHEOTRAM. QUELLO CHE, COME ROMA RICERCA ROMA CI PREME, È CHE A QUESTO PRIMO MOMENTO DI DIBATTITO NE SEGUANO ALTRI E CHE LE SOLUZIONI ADOTTATE SIANO FRUTTO DI UN VERO DIALOGO CON TUTTI GLI ATTORI COINVOLTI, A PARTIRE DAI RESIDENTI DEI QUARTIERI ATTORNO AL PIAZZALE OSTIENSE E IN GENERALE DAI CITTADINI DI ROMA.   LUCA REALE (ROMA RICERCA ROMA) È CON MOLTO PIACERE CHE INIZIO QUESTO INCONTRO SU PIAZZALE OSTIENSE, INNANZITUTTO RINGRAZIANDO LA FACOLTÀ DI ARCHITETTURA DI ROMA TRE, E IN PARTICOLARE FRANCESCA ROMANA STABILE, E POI ROMA RICERCA ROMA, L’ASSOCIAZIONE PROMOTRICE DI QUESTO INCONTRO, E FRA TUTTI, LE PERSONE CON CUI LO ABBIAMO PENSATO: ANDREA DECLICH, ANTONIA TOMASSINI, PAOLO ARSENA, ALESSANDRO SPECCHIA. A QUESTO PROPOSITO, PRIMA DI DARE LA PAROLA AI RELATORI VORREI DIRE DUE PAROLE SU ROMA RICERCA ROMA, UN’ASSOCIAZIONE CHE RACCOGLIE, NEL CONTESTO ROMANO, RICERCATORI E STUDIOSI, NON SOLO UNIVERSITARI MA ANCHE INDIPENDENTI, E ATTIVISTI LEGATI A VARIE ASSOCIAZIONI DEL TERRITORIO ROMANO. DA CIRCA CINQUE ANNI CI CONFRONTIAMO DA PUNTI DI VISTA DISCIPLINARI DIFFERENTI SUL FUTURO POSSIBILE DI QUESTA CITTÀ E SIAMO ORGANIZZATI IN GRUPPI DI LAVORO CHE HANNO PRODOTTO DISCUSSIONI E DOSSIER, DISPONIBILI SUL NOSTRO SITO WEB. L’INCONTRO DI OGGI NASCE DAL GRUPPO MOBILITÀ, ED È IL SECONDO DI UNA SERIE DI DIALOGHI COSTITUENTI. PERCHÉ “COSTITUENTI”?  PERCHÉ SIAMO CONVINTI CHE ROMA DOVREBBE COMINCIARE A PENSARE AL POST PNRR, AL POST GIUBILEO, IN TERMINI DI INVESTIMENTI, E SOPRATTUTTO IN TERMINI PROGETTUALI. NOI RICERCATORI VOGLIAMO TENERE D’OCCHIO QUESTI PROCESSI, PROVANDO ANCHE IN PARTE A DETERMINARLI, E CERCANDO DI PROPORRE UNA VISIONE DI ROMA NON SCHIACCIATA SUL PRESENTE O SULL’IMMEDIATO FUTURO. OGGI VOGLIAMO AVVIARE UNA RIFLESSIONE PROGETTUALE SUL PIAZZALE OSTIENSE E SUL SUO CONTESTO URBANO: UN LUOGO STRAORDINARIO, IN UNO STATO DI STRAORDINARIO ABBANDONO – UN LUOGO RICCO DI TESTIMONIANZE ARTISTICHE, ARCHITETTONICHE, URBANE E AL TEMPO STESSO INEFFICIENTE COME NODO DELLA MOBILITÀ. SPESSO OSSERVIAMO CHE I TRASPORTI SU FERRO DI ROMA SONO UNA RETE SENZA NODI E QUESTO NE È IL TIPICO ESEMPIO. OSTIENSE È IL PIÙ POTENTE NODO DEL FERRO E AL TEMPO STESSO IL PIÙ MALFUNZIONANTE, IL PIÙ ILLOGICO. IL PROBLEMA NON È SOLO IL TRAFFICO AUTOMOBILISTICO SUL PIAZZALE, MA LA MANCANZA DI RIFLESSIONE SU TUTTO QUESTO QUADRANTE, CHE NON SI È MAI EVOLUTO, E ANZI SI È VIA VIA CONGESTIONATO. OGGI OSTIENSE CI PARE UN NODO DELL’INTERMODALITÀ (CI SONO TRENI REGIONALI E NAZIONALI, METROPOLITANE, TRAM, PISTE CICLABILI) CHE ANDREBBE VALORIZZATO, OLTRE CHE PER LA MOBILITÀ, PER LO SPAZIO PUBBLICO E I VALORI ARCHITETTONICI. PROPRIO LA COMPLESSITÀ DEL NODO, DUNQUE, PORTA CON SÉ GRANDI OPPORTUNITÀ. PER QUESTO NELL’INCONTRO DI OGGI PARLEREMO ANCHE DI ARCHEOTRAM E PARCO LINEARE DELLE MURA, DUE AZIONI CHE SI POSSONO METTERE IN ATTO IN TEMPI ABBASTANZA BREVI. PROVIAMO DUNQUE AD ALLARGARE UN PO’ LO SGUARDO. IL PIANO REGOLATORE VIGENTE INDIVIDUAVA TRE AMBITI STRATEGICI DI PROGRAMMAZIONE FONDAMENTALI: LE MURA, L’ANELLO FERROVIARIO E IL TEVERE. A 22 ANNI DALL’ADOZIONE DEL PIANO, TROPPO POCO È STATO FATTO SU QUESTI AMBITI DI PROGRAMMAZIONE, CHE AVREBBERO DOVUTO ESSERE PROGETTATI UNITARIAMENTE E CHE INVECE SONO STATI DIMENTICATI DALLE TRASFORMAZIONI DELLA CITTÀ E SOPRATTUTTO DALLA PROGRAMMAZIONE STRATEGICA. COSA È OGGI OSTIENSE? QUI CI SONO LE MURA, L’ANELLO FERROVIARIO, IL TEVERE. QUI C’È ANCHE UN TEMA FORTE DI CICLABILITÀ, IL PERCORSO CICLABILE DA NORD A SUD. ECCO, RIGUARDO AGLI AMBITI STRATEGICI È VERO CHE IL PIANO REGOLATORE CHIAMA QUEGLI ELABORATI “INDICATIVI” E NON “PRESCRITTIVI”, MA QUESTE INDICAZIONI PRIMA O POI BISOGNERÀ ACCOGLIERLE, O COMUNQUE COMINCIARE A RAGIONARCI IN TERMINI PROGETTUALI, COME PER “LA CITTÀ DEI 15 MINUTI”, CHE FA RIFERIMENTO ALL’ASSESSORATO ALL’URBANISTICA, MA CHE, SE NON SI FONDA SULLA CENTRALITÀ DEI NODI DEL FERRO, RISCHIA DI RIMANERE UNO SLOGAN. OGGI LA MOBILITÀ ANDREBBE RIPENSATA COMPLETAMENTE. È CIÒ CHE AUSPICHIAMO COME ROMA RICERCA ROMA: DA TEMPO DICIAMO CHE GLI ASSESSORATI ALLA MOBILITÀ, AI TRASPORTI, ALL’URBANISTICA DOVREBBERO PIANIFICARE LA CITTÀ ALL’UNISONO. QUINDI PROVIAMO A PARTIRE DA QUI, DA UN LUOGO CIRCOSCRITTO, PER CONSIDERARLO NELLA SUA COMPLESSITÀ, NELLA SUA POTENZIALITÀ URBANA E TERRITORIALE, ANCHE SE A QUESTO TAVOLO MANCA OGGI UN SOGGETTO IMPORTANTE, RFI, CHE FATICA A DIALOGARE CON L’AMMINISTRAZIONE. UN ALTRO TEMA IMPORTANTE È LA RICUCITURA CON OSTIENSE E GARBATELLA, I QUARTIERI AL DI LÀ DELLA FERROVIA, ATTUALMENTE UN ELEMENTO ECCESSIVAMENTE SEPARANTE. L’ASSESSORATO ALL’URBANISTICA STA LAVORANDO SULLE AREE DELL’ANELLO FERROVIARIO, CE NE PARLERÀ L’ARCHITETTO MARTELLINO, E SU QUESTE AREE LAVORA ANCHE IL PROFESSOR BALBO. MA INTANTO RESTA VIGENTE IL PIANO DI ASSETTO OSTIENSE DEL 2008, CHE CI PARE DEL TUTTO INSUFFICIENTE A RILANCIARE QUESTO QUADRANTE, A RENDERE PIAZZALE OSTIENSE NON UN LUOGO CHE DIVIDE I QUARTIERI MA CHE LI CONNETTE, AFFRONTANDO IL RIPENSAMENTO DI TUTTA LA FASCIA, DALL’AIR TERMINAL FINO ALLA COLOMBO, DOVE SI DOVEVA FARE IL CAMPIDOGLIO 2. CHE SI FA DI QUELL’AREA E DELLE PREVISTE CUBATURE? SI POTREBBERO IMMAGINARE ALCUNE DENSIFICAZIONI, NELL’AREA DI SEDIME DELLA METRO B CHE È OGGI DI 9 METRI SOTTO IL LIVELLO URBANO, MA ANCHE DELLA STESSA FERROVIA, VOLUMETRIE CHE INFATTI IL PIANO DI ASSETTO PREVEDE. L’IDEA DI “TOMBARE” LA STAZIONE METRO POTREBBE RICUCIRE LA FRATTURA TRA QUARTIERI, ANCHE IMMAGINANDO DI INSERIRE QUANTITÀ DI L’EDILIZIA RESIDENZIALE PUBBLICA O SOCIAL HOUSING. INFINE, DA PIAZZALE OSTIENSE PASSA IL RAPPORTO DI ROMA CON IL MARE, LA RELAZIONE TRA ROMA, OSTIA E FIUMICINO. LA METAFORA DEL TERRITORIO DI ROMA IN FORMA DI COMETA, PENSATA NEGLI ANNI ’30 DA GUSTAVO GIOVANNONI, PROIETTAVA LA CITTÀ VERSO IL MARE DI OSTIA. E QUESTA PREVISIONE IN EFFETTI SI È AVVERATA, MA CON UNA PREVALENZA, A PARTIRE DAL SECONDO DOPOGUERRA, DI OPERAZIONI SPONTANEE E FUORI DALLA PIANIFICAZIONE, CHE COSTITUISCONO OGGI QUASI UN TESSUTO URBANO CONTINUO TRA ROMA E OSTIA. LA TRASFORMAZIONE DELLA ROMA LIDO IN METROPOLITANA CI SEMBRA IN QUESTO SENSO IMPROCRASTINABILE (METROMARE PER OSTIA È LA RISPOSTA “MINIMALE” DEL PUMS). OGGI LA ROMA-LIDO È TRA LE LINEE FERROVIARIE PIÙ SCADENTI D’ITALIA, HA VINTO A PIÙ RIPRESE IL PREMIO CARONTE DI LEGAMBIENTE. METROVIA, UN’ASSOCIAZIONE CHE COLLABORA COSTANTEMENTE CON ROMA RICERCA ROMA, HA PRESENTATO A LUGLIO 2024 UNA PROPOSTA ALTERNATIVA MOLTO INTERESSANTE: LA LINEA M 9 PER OSTIA, E LA LINEA M 4 PER FIUMICINO, PENSATE PER RENDERE IL SERVIZIO EFFICIENTE, SCARICANDO IL TRAFFICO SULLA COLOMBO E SULLA VIA DEL MARE, E SERVENDO COSÌ I QUARTIERI CHE SONO INTANTO SORTI LUNGO IL PERCORSO. UNA TRATTA EFFICACE CHE POTREBBE PORTARE RAPIDAMENTE DALL’AEROPORTO A OSTIENSE E ALL’EUR. OSTIENSE DIVENTEREBBE COSÌ LA PORTA DEI FLUSSI TURISTICI, SOSTITUENDO I BUS TURISTICI NON SOLO DALLA ZTL MA IN FUTURO DA TUTTO L’INTERNO DELL’ANELLO FERROVIARIO. E PER CHIUDERE, C’È IL TEMA DELL’AMBIENTE E DELL’ADATTAMENTO AL CLIMATE CHANGE, CHE DOVREBBE ESSERE UN PUNTO DI PARTENZA PER IL RIPENSAMENTO DEL PIAZZALE, COME CI CHIARIRÀ EDOARDO ZANCHINI. CHIAMEREI DUNQUE A PARLARE FABIO MARTELLINO, DELLO STAFF DELL’ASSESSORE VELOCCIA.   FABIO MARTELLINO (ASSESSORATO URBANISTICA E CITTÀ DEI 15 MINUTI DI ROMA CAPITALE) RINGRAZIO ROMA RICERCA ROMA PER L’OPPORTUNITÀ DI DISCUTERE SU UN TEMA COSÌ IMPORTANTE SU CUI STIAMO GIÀ LAVORANDO E RINGRAZIO LA FACOLTÀ DI ARCHITETTURA DOVE SONO STATO STUDENTE. SONO CRESCIUTO A OSTIA, CONOSCO BENE I PROBLEMI DELLA METRO MARE, DI COME SIA DEPERITA NEL TEMPO. OSTIENSE È SICURAMENTE UN NODO URBANO PARTICOLARMENTE DENSO E INTERESSANTE, RITENGO SIA UNO DEI LUOGHI URBANI DI ROMA PIÙ INTENSI, QUI SI CONCENTRANO PREZIOSI ELEMENTI DEL PATRIMONIO STORICO CULTURALE – PORTA SAN PAOLO, LA PIRAMIDE, PARCO DELLE MURA – SIAMO PROSSIMI AL TEVERE ED ALL’INNESTO CON IL QUARTIERE DI TESTACCIO. MA ALLO STESSO TEMPO È UNO DEI NODI DI SCAMBIO URBANO E METROPOLITANO PIÙ RILEVANTI, CON LA METRO MARE, LA METRO B, LE FERROVIE DI STATO ED I TRENI REGIONALI, IL TRAM, IL TRASPORTO PUBBLICO LOCALE SU GOMMA. DUNQUE RICCO DI ELEMENTI ETEROGENEI, INTENSO COME DETTO, MA PROBABILMENTE, PER ASSURDO, È ANCHE IL LUOGO PIÙ “SLEGATO” DI QUESTA CITTÀ, AFFASTELLATO DI COSE DIVERSE, TUTTE INTERSECATE CON L’USO QUOTIDIANO DELLA CITTÀ, CON I SUOI ABITANTI, MA CHE IN EFFETTI HA DIFFICOLTÀ A METTERE A SISTEMA QUESTE ENORMI POTENZIALITÀ – RIMANGONO SPESSO SPAZI MUTI, PRIVI DI CAPACITÀ RELAZIONALE, COME IL COLLEGAMENTO FRA LA STAZIONE DEI TRENI E LA METROPOLITANA, CHE È IMPERVIO, QUASI OSTILE. SUL PIAZZALE OSTIENSE È DIFFICILE PER UN PEDONE TROVARE UNA DIMENSIONE CONFORTEVOLE E SICURA PER ATTRAVERSARE ED ARRIVARE ALLE FERMATE, HA SEMPRE L’IMPRESSIONE DI DOVER “SCAMPARE” A QUALCOSA, CORRE VIA CERCANDO “SALVEZZA” VERSO L’INTERNO DI UN COMPLESSO DI STRUTTURE ANCH’ESSE DISARTICOLATE, NON INTEGRATE FRA LORO, E DELLE QUALI È DIFFICILE AVERE UNA PERCEZIONE D’INSIEME. È UN LUOGO CHE ATTRAE E SMISTA TANTISSIME PERSONE, GENERA ALTRE ATTIVITÀ AGGIUNTIVE A QUELLE MERAMENTE DI STAZIONE ED ESTERNE AD ESSA, CHE TUTTAVIA SI SVILUPPANO IN MODO INFORMALE PER NON DIRE IMPROPRIO. MA SIAMO AL CENTRO DELLA CITTÀ, È ADIACENTE – MA NON INTEGRATO – AD UN TESSUTO URBANO VIVO E VISSUTO DA CITTADINI, STUDENTI E TURISTI, ALLE PORTE DEL CARME. QUESTI SPAZI URBANI HANNO UN POTENZIALE ENORME, PENSO A PIAZZALE DEI PARTIGIANI CHE POTREBBE ESSERE UN LUOGO OTTIMO PER FARE ATTIVITÀ DI OGNI TIPO, OLTRE ALL’INTERMODALITÀ, POTREBBE OSPITARE EVENTI ED ATTIVITÀ UTILI. L’INTERO COMPLESSO DI FERMATE E STAZIONI POTREBBE, DOVREBBE, OSPITARE MAGGIORI FUNZIONI E INTENSIFICARE GLI USI, DIVENTARE META E NON SOLO PUNTO DI TRANSIZIONE NEL CUORE DI ROMA. STIAMO LAVORANDO, CERCANDO DI FARE UN RAGIONAMENTO PIÙ AMPIO E SISTEMATICO, SUI NODI DI SCAMBIO. LINEE PORTANTI COME QUELLE DEL FERRO (NODO FERROVIARIO, METRO E TRAM) SONO PORTE DI ACCESSIBILITÀ ALLA CITTÀ. SONO I PRINCIPALI LUOGHI URBANI DOVE POTER DENSIFICARE DIVERSE ATTIVITÀ. POTREBBERO OSPITARE ATTREZZATURE CHE CREINO IL MODELLO DIFFUSO DI CITTÀ DEI 15 MINUTI. IN QUESTO AMBITO C’È GIÀ UNO STRUMENTO ATTUATIVO IL PIANO DI ASSETTO OSTIENSE DEL 2000, CHE NASCE DAL PIANO DI ASSETTO GENERALE (PAG), E CHE MERITA UN AGGIORNAMENTO. IL COMPARTO C 9, UNO “SCARABEO” CHE RACCHIUDE I BINARI DELLA METRO MARE E DELLA METRO B, HA GIÀ UNA SUA EDIFICABILITÀ, 10.000 METRI QUADRATI. LE FUNZIONI DEVONO ARRICCHIRE IL LUOGO IN SÉ, MA IN RELAZIONE ALLA VITA QUOTIDIANA DEL QUARTIERE. BISOGNA DARE ESPRESSIONE ALLE POTENZIALITÀ METTENDOLE A A SISTEMA CON IL CARME E L’ARCHEOTRAM MA ANCHE CON IL SISTEMA DELLE MURA A TESTACCIO FINO A TEVERE. UNO DEGLI OBIETTIVI DEL NOSTRO LAVORO È AGGIORNARE IL PIANO D’ASSETTO, E IN PARTICOLARE IL C 9, CHE DOVRÀ INTERAGIRE CON TUTTO QUELLO CHE C’È INTORNO. FONDAMENTALE È LA RIORGANIZZAZIONE DEGLI SPAZI PUBBLICI DEL PIAZZALE PER CREARE RELAZIONI FRA LE PARTI, COSTRUIRE UN’IDENTITÀ CHIARA DEL LUOGO, CONQUISTARE MAGGIOR SPAZIO PER REALIZZARE NUOVE ATTIVITÀ LEGATE AL LAVORO, ALL’INTRATTENIMENTO, ALL’OSPITALITÀ, ANCHE REALIZZANDO UN SUOLO ARTIFICIALE PER QUANTO POSSIBILE, UNA PIASTRA SUI BINARI SU CUI EDIFICARE, RIORGANIZZARE I MARGINI DELLO SCARABEO PER UNA MAGGIORE OSMOSI CON IL QUARTIERE E PER INTEGRARE ATTREZZATURE E SERVIZI.   FRANCESCA ROMANA STABILE (UNIVERSITÀ ROMA TRE) UN PASSO INDIETRO, UNA BREVE RETROSPETTIVA SUI CARATTERI E LE IDENTITÀ DI QUESTO AMBITO URBANO, CERNIERA TRA DIVERSI QUADRANTI DELLA ZONA A SUD DI ROMA. IL SIMBOLO DI QUESTO LUOGO È LA PIRAMIDE DI CAIO CESTIO CHE NON HA CASO È STATA INTERPRETATA COME IMMAGINE ICONICA DELLA ROMA ANTICA ANCHE DA LE CORBUSIER (FIG. 1). FIG. 1 FINO A ROMA CAPITALE LA PIRAMIDE DI CAIO CESTIO CON PORTA SAN PAOLO E LE MURA AURELIANE ERANO LE UNICHE EMERGENZE DI UNA ZONA SOSTANZIALMENTE SUBURBANA. CON LA DESTINAZIONE DI TESTACCIO A QUARTIERE INDUSTRIALE DELLA CITTÀ (NOVEMBRE 1870) E LA SUCCESSIVA REALIZZAZIONE DEL MATTATOIO (1888-1891), LA ZONA È DIVENTATA IL POLO URBANO DELLO SVILUPPO COMMERCIALE E INDUSTRIALE DELL’AREA OSTIENSE, AVVIATO AGLI INIZI DEL NOVECENTO. IN RELAZIONE A TALE SVILUPPO SI INQUADRA LA CONFORMAZIONE DI PIAZZALE OSTIENSE DOVE NEGLI ANNI VENTI VIENE COSTRUITA LA STAZIONE DELLA LINEA FERROVIARIA ROMA-OSTIA LIDO, PROGETTATA DA MARCELLO PIACENTINI. COM’È NOTO, NEGLI ANNI TRENTA LA ZONA È CARATTERIZZATA DA ALTRE SIGNIFICATIVE EMERGENZE COME IL PALAZZO DELLE POSTE DI ADALBERTO LIBERA E MARIO DE RENZI, SU VIA MARMORATA, E LA COSTRUZIONE DELLA STAZIONE OSTIENSE. MA È SIGNIFICATIVO RICORDARE ANCHE IL PARCO DELLA RESISTENZA, PROGETTATO DA RAFFAELE DE VICO, CHE SI INSERIVA IN UN PIÙ AMPIO SISTEMA DEL VERDE CHE COMPRENDEVA IL MONTE TESTACCIO E L’ATTUALE CIMITERO DI GUERRA (A RIDOSSO DELLO STRAORDINARIO CIMITERO ACATTOLICO). CON I BOMBARDAMENTI DEL MARZO 1944 E I CROLLI DELLE MURA AURELIANE, NEL TRATTO IN CORRISPONDENZA DELL’ATTUALE VIA RAFFAELE PERSICHETTI, PORTA SAN PAOLO VIENE ISOLATA E DIVENTA UN SEMPLICE SPARTITRAFFICO. LA PIANTA DI ROMA DEL 1949 METTE IN EVIDENZA QUESTO ASPETTO MA ANCHE LA CENTRALITÀ DI UN NODO DI ATTRAVERSAMENTO DELLA CITTÀ CHE COSTITUISCE IL CARDINE DI DIVERSI AMBITI URBANI: TESTACCIO, SAN SABA, L’AVENTINO E L’OSTIENSE (FIG. 2). FIG. 2 TALI ZONE, SONO PARTE INTEGRANTE DI UN QUADRANTE URBANO CARATTERIZZATO DA DIVERSE SPECIFICITÀ CHE COMPRENDO SIA SIGNIFICATIVI INTERVENTI RESIDENZIALI (SAN SABA E AVENTINO) CHE REALTÀ PIÙ COMPLESSE COME QUELLA DI TESTACCIO E DELL’OSTIENSE CHE NEGLI ULTIMI TRENTA ANNI SONO STATE OGGETTO DI UNA PROGRESSIVA RICONVERSIONE E RIGENERAZIONE URBANA IN FUNZIONE CULTURALE, COMMERCIALE E TURISTICA OLTRE CHE RESIDENZIALE. LA STORIA DI QUESTO LUOGO RAPPRESENTA, COSÌ, LA TESTIMONIANZA DELLO SVILUPPO E DELLA TRASFORMAZIONE DI UNA ZONA DI ROMA SEGNATA ANCHE DA IMPORTANTI PASSAGGI DELLA POLITICA DEL PAESE COME LA BATTAGLIA DI PORTA SAN PAOLO, ALL’INDOMANI DELL’8 SETTEMBRE DEL 1944, O LE MANIFESTAZIONI DEL LUGLIO DEL 1960 CHE SONO ENTRATE NELL’IMMAGINARIO COLLETTIVO PER LE CARICHE A CAVALLO DELLA POLIZIA (FIG. 3). FIG. 3 QUESTI RIFERIMENTI SONO IMPORTANTI PER RICORDARE COME IL RACCONTO DEI LUOGHI DEBBA PASSARE PER DIVERSI SGUARDI E PROGRESSIVI APPROFONDIMENTI AL FINE DI RICONOSCERE LE TANTE POTENZIALITÀ NECESSARIE AD ATTIVARE UNA PROGETTUALITÀ COLTA E CONSAPEVOLE.   ROSARIO PAVIA (COMITATO MURA LATINE) IL COMITATO MURA LATINE È NATO DIECI ANNI FA PER GESTIRE IL PARCO DELLE MURA LATINE, CHE SI SVILUPPA TRA PORTA METRONIA E PORTA LATINA, MA L’ASSOCIAZIONE È MOLTO ATTIVA NELLA PROMOZIONE CULTURALE DELLE MURA NEL LORO COMPLESSO. NEL 1974 L’INSTALLAZIONE ARTISTICA DI CHRISTO, CHE AVVOLSE PORTA PINCIANA CON DEI TELI, DENUNCIAVA L’OCCULTAMENTO DELLE MURA AURELIANE NELLE POLITICHE CULTURALI E URBANE DELLA CITTÀ. E’ UN EPISODIO IMPORTANTE CHE VOGLIAMO RICORDARE CINQUANT’ANNI DOPO, PROPRIO A PORTA PINCIANA. IL COMITATO MURA LATINE DA TRE ANNI, CON LA RASSEGNA IL CINEMA SOTTO LE MURA STA CERCANDO DI RIPORTARE L’ATTENZIONE SUL VALORE CULTURALE DI QUESTO PATRIMONIO CHE IN FONDO RESTA ANCORA MISCONOSCIUTO ED EMARGINATO. NESSUN PIANO REGOLATORE A ROMA SI È OCCUPATO DELLE MURA, NONOSTANTE IL LORO VALORE CULTURALE E LA POTENZA STRUTTURANTE DEL LORO RECINTO. SOLO IL PIANO REGOLATORE APPROVATO NEL 2008 HA INDIVIDUATO NELLE MURA UN AMBITO DI PROGRAMMAZIONE STRATEGICA. LE MURA SONO UNA GRANDE INFRASTRUTTURA NARRATIVA, VANNO VISTE COME UN PARCO E UNO SPAZIO PUBBLICO CONTINUO., CON UNA SERIE DI PARCHI DI QUARTIERE CONNESSI DA UN SISTEMA DI PERCORSI PEDONALI E CICLABILI. ALCUNE AREE COME I PARCHI LUNGO VIA CARLO FELICE E VIALE METRONIO FUNZIONANO GIÀ ORA BENISSIMO. CI SONO ATTUALMENTE MOLTI FINANZIAMENTI PER LE MURA, CIRCA 23 MILIONI, MA SONO FINALIZZATI SOLO A OPERE DI RISTRUTTURAZIONE DI CONSOLIDAMENTO. INVECE, IL PROGETTO STRATEGICO PROPONEVA LA REALIZZAZIONE DI UN PARCO LINEARE, UN GRANDE SPAZIO PUBBLICO CONTINUO PER CONSENTIRE LA FRUIZIONE DELLE MURA, UN UNICUM IN EUROPA. DA VIENNA A PARIGI, A MILANO LE MURA SONO STATE ABBATTUTE PER LO SVILUPPO DELLA CITTÀ MODERNA. A ROMA NOI LE ABBIAMO CONSERVATE, POTREMMO OGGI RIQUALIFICARLE E FARNE UN NUOVO GRANDE PROGETTO DI MODERNITÀ. SI È PARLATO DI UN MASTERPLAN LUNGO LE MURA, MA NON SE NE SA MOLTO. ALCUNI SPAZI POSSONO ESSERE RECUPERATI SUBITO: IL TRATTO TRA PORTA SAN SEBASTIANO E SAN PAOLO, IL VIALE CASTRENSE CHE DI FATTO È GIÀ PEDONALE. LE MURA È UN’INFRASTRUTTURA NARRATIVA DELLA CITTÀ: ATTRAVERSA   QUARTIERI, GRANDI PARCHI COME QUELLO DELL’APPIA ANTICA E  DI VILLA SCIARRA. LUNGO LE MURA CI SONO CENTINAIA EPISODI DI ARCHITETTURA MODERNA, DALLE POSTE DI ADALBERTO LIBERA A PORTA SAN PAOLO, AL COMPLESSO DELLO STUDIO PASSARELLI A VIA CAMPANIA, ALL’ASCENSORE CHE CONNETTEVA IL PINCIO COL MURO TORTO. MA TORNIAMO ALL’OSTIENSE. QUI LE MURA ARRIVANO SUL TEVERE. E ‘UN’INTERSEZIONE IMPORTANTE SU CUI NON C’È ATTENZIONE. A LUNGOTEVERE TESTACCIO LE MURA SONO ABBANDONATE, VERSANO IN CONDIZIONI DI GRANDE DEGRADO, SERVONO COME AREA LOGISTICA PER LA RACCOLTA DELL’IMMONDIZIA. DIETRO C’È IL CAMPO BOARIO, C’È IL MATTATOIO, SIAMO NEL CUORE DELL’ARCHEOLOGIA INDUSTRIALE CON IL GAZOMETRO, GLI EX MAGAZZINI GENERALI, IL PONTE DI FERRO, IL PONTE DELLA FERROVIA. IL PORTO FLUVIALE, È UN ALTRO ELEMENTO IMPORTANTE DEL TUTTO TRASCURATO, QUI COGLIAMO ANCORA IL RAPPORTO TRA IL TEVERE E IL MARE. IL COLLEGAMENTO TRA L’ARCHEOLOGIA INDUSTRIALE DI QUESTO QUARTIERE E L’ARCHEOLOGIA CLASSICA DI OSTIA ANTICA È UN TEMA SU CUI INTERVENIRE IMMEDIATAMENTE, OCCORRONO SOLO OPERE STRATEGICHE A BASSO COSTO. COSA MANCA PER PORTARE AL PORTO FLUVIALE I BATTELLI TURISTICI CHE GIÀ ORA COLLEGANO PONTE MARCONI CON OSTIA ANTICA?  SOLO IL DRAGAGGIO DI ALMENO UN CHILOMETRO. ROMA CAPITALE AVEVA UNA RAGIONE DI ESSERE, NON SOLO PERCHÉ ERA A METÀ STRADA TRA IL NORD E IL SUD, MA FORSE PERCHÉ ERA AL CENTRO DEL MEDITERRANEO. QUESTO PROGETTO PER ROMA VA RIPRESO, NON CON UNA RETORICA PASSATISTA, MA CON UN’IDEA DI CITTÀ CHE GUARDA AL FUTURO.   GIOVANNI CAUDO (CAPOGRUPPO ROMA FUTURA, PRESIDENTE CSPNRR) IL METODO DI LAVORO DI ROMA RICERCA ROMA MI SEMBRA UN ACCOMPAGNAMENTO IMPORTANTE DI QUEL CHE FA L’AMMINISTRAZIONE COMUNALE, D’ALTRONDE IN TUTTE LE GRANDI CITTÀ CI SONO THINK TANK, LUOGHI IN CUI SI RAGIONA AL DI LÀ DELLA CONTINGENZA. ORA ROMA RICERCA ROMA HA SCELTO DI DIALOGARE SULL’AREA OSTIENSE, LA SEDE CHE CI OSPITA È QUELLA DEL DIPARTIMENTO DI ARCHITETTURA CHE È QUI DA QUASI VENT’ANNI – UN ESEMPIO DI RIUSO CHE DOVREBBE ESSERE D’ESEMPIO SUL COME FARE MEGLIO CON QUELLO CHE C’È. NEL ‘900 I CONSERVATORI ERANO QUELLI CHE SI OPPONEVANO AL PROGRESSO, E I PROGRESSISTI RINCORREVANO IL VENTUNESIMO SECOLO VOLENDO CAMBIARE TUTTO. IL MONDO SI È RIBALTATO, NEL SENSO CHE CHI ERA PROGRESSISTA NEL ‘900 OGGI È ACCUSATO DI ESSERE CONSERVATORE. ASSUMIAMO QUESTO RIBALTAMENTO ANCHE IN SENSO POLITICO. LA STORIA E IL DESTINO DI QUESTO LUOGO È CAMBIATA: QUI NON SI AMMAZZANO PIÙ GLI ANIMALI, IL SANGUE NON SCORRE. FUORI C’È SCRITTO “TRIPPERIA” MA DENTRO CI SONO GLI STUDENTI. NON È SOLO UN CAMBIAMENTO D’USO DI QUESTI SPAZI: È UN’OPERAZIONE CONCETTUALE CHE STABILISCE UN NUOVO RAPPORTO CON QUELLO CHE È GIÀ COSTRUITO. UN’OPERAZIONE TUTT’ALTRO CHE SEMPLICE ED È ANCHE PER QUESTO CHE IN QUESTA CITTÀ, A ROMA, NON SIAMO ANCORA STATI CAPACI DI AFFRONTARLA FINO IN FONDO. CHI LAVORA NEL CERCARE UN DIALOGO CON QUELLO CHE C’È È CONSIDERATO UN CONSERVATORE CHE RIFIUTA IL CONFRONTO CON IL NUOVO. CHI INVECE MOSTRA UN ATTEGGIAMENTO PIÙ DISINVOLTO CON L’ESISTENTE, CHI TENDE A BANALIZZARE O COMUNQUE A SEMPLIFICARE IL RAPPORTO CON QUELLO CHE C’È, È CONSIDERATO UN PROGRESSISTA. ROMA È UN LABORATORIO UNICO IN EUROPA: È IL POSTO IN CUI SI PUÒ INVENTARE IL NUOVO E IMMAGINARLO DENTRO LA STORIA. SE GUARDATE SULLE PARETI DI QUESTA STANZA C’È DEL MARMO. PERCHÉ? PERCHÉ QUANDO ERA UN MATTATOTIO BISOGNAVA PULIRE IL SANGUE DAI MURI, E CON L’INTONACO SAREBBE STATO IMPOSSIBILE. OGGI IL SANGUE NON SCORRE PIÙ, CI SONO GLI STUDENTI. CHI HA SCELTO DI METTERE QUEL MARMO HA CERCATO DI RISPETTARE UNO SPIRITO DEL LUOGO, RICORDANDO UNA STORIA ANTICA DENTRO UNA STORIA NUOVA. TORNIAMO A PIAZZALE OSTIENSE. VORREI DARE UN PICCOLISSIMO CONTRIBUTO SUL VERSANTE RFI E SULLE AREE EDIFICABILI NELLE AREE DELLE STAZIONI FERROVIARIE: SI TRATTA DI CUBATURE CONCESSE A SUO TEMPO A RFI GRAZIE A UN ACCORDO PER CUI LE FERROVIE AVREBBERO DOVUTO INVESTIRE PER MIGLIORARE L’OFFERTA DI TRASPORTO PUBBLICO REGIONALE. SUCCESSIVAMENTE LA COMPTEENZA E GESTIONE DI QUELL’ACCORDO È PASSATO ALLA REGIONE LAZIO E SI È VENUTA A CONFIGURARE UNA STRANA SITUAZIONE: IL COMUNE HA CONCESSO LA CUBATURA MA ORA NON HA PIÙ ALCUN RUOLO NEL CONTROLLARE IL LIVELLO DI SERVIZIO OFFERTO DA RFI, CHE PERÒ HA RICEVUTO LA CUBATURA IN VIRTÙ DEGLI IMPEGNI PRESI SUL MIGLIORAMENTO DEL LIVELLO DI SERVIZIO. BISOGNEREBBE QUINDI INTANTO VERIFICARE SE ESISTONO ANCORA LE RAGIONI PER CUI QUELLA CUBATURA FU CONCESSA. DALLA STAZIONE OSTIENSE PARTONO 6 TRENI PER VENTIMIGLIA, 4 PER SESTRI LEVANTE, 14 PER PISA CENTRALE, 4 PER NAPOLI, 6 PER SALERNO E 3 PER REGGIO CALABRIA. IN TUTTO 44 TRENI NELLE DUE DIREZIONI, CIOÈ UN TRENO OGNI MEZZ’ORA. QUALE CITTÀ EUROPEA HA UNA STAZIONE LOCALIZZATA A POCHI METRI DAL SUO CENTRO STORICO CHE OFFRE UN LIVELLO DI SERVIZIO DI UN SOLO TRENO OGNI MEZZ’ORA? INVECE A OSTIENSE IL LEONARDO EXPRESS CHE VA A FIUMICINO NON FERMA (MA IL REGIONALE CHE COLLEGA FIUMICINO A TIBURTINA E OLTRE, SÌ, NDR). IL PIANO DI ASSETTO DELLA STAZIONE È RIMASTO INATTUATO, SONO STATE REALIZZATE LE CASE MA ALTRI INTERVENTI PREVISTI A SERVIZIO DELLA CITTÀ, COME IL PONTE PEDONALE CHE PORTAVA AL BASTIONE SANGALLO NO, NON È STATO REALIZZATO, COME ANCHE IL CAMPIDOGLIO 2. QUANDO SI PARLA DI ROMA, SONO CONVINTO CHE SI DEBBANO OSSERVARE I DETTAGLI. SE SI VUOL CAPIRE COSA NON FUNZIONA AL COLOSSEO BISOGNA OSSERVARE COM’È FATTA VIA DEGLI ANNIBALDI. SE SI VUOL CAPIRE COSA NON FUNZIONA A OSTIENSE BISOGNA GUARDARE VIA RAFFAELE PERSICHETTI. LÌ PASSANO ANCORA LE MACCHINE, MA QUELLA STRADA SEPARA LA PIRAMIDE DALLE MURA. QUANDO LA PIRAMIDE CESTIA FU RESTAURATA, NEL 2015 PRESENTAMMO IL PROGETTO DI PEDONALIZZAZIONE DI QUELLA STRADA. SONO PASSATI DIECI ANNI E TUTTO È RIMASTO COME PRIMA. UN SEGNALE DEL FATTO CHE, MENTRE SI PARLA DELLE GRANDI STRATEGIE, NON SI FANNO PICCOLE AZIONI MA DALL’IMPATTO FORTE. NEL PNRR IL TITOLO DELL’INVESTIMENTO CHE RIGUARDA LE MURA AURELIANE SI CHIAMA PARCO LINEARE DELLE MURA ED È PARTE DEL PROGRAMMA CAPUT MUNDI. QUANDO HO VISIONATO IL PROGETTO HO VERIFICATO CHE L’INVESTIMENTO RIGUARDAVA SOLO IL CONSOLIDAMENTO DEL MONUMENTO, NON C’ERA NULLA DEL PARCO. ERA QUESTO IL PROGETTO INCLUSO IN CAPUT MUNDI, CHE RICORDO, ERA L’UNICA PARTE DEL PNRR DI ROMA GIÀ CONTENUTA NEL PIANO MESSO A PUNTO DAL GOVERNO NAZIONALE NEL 2021 E FINANZIATO DIRETTAMENTE COL PNRR CON 500 MILIONI DI EURO.  NEL PNRR APPROVATO DAL GOVERNO NAZIONALE C’ERANO DUE PROGETTI CHE RIGUARDAVANO ROMA: UNO ERA CAPUT MUNDI, L’ALTRO ERA CINECITTÀ, 300 MILIONI DI EURO, GESTITO DAL MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE TRAMITE LA SOCIETÀ CINECITTÀ. UNA SCELTA QUANTO MENO SINGOLARE, IL GOVERNO NAZIONALE CONTINUA A PENSARE A ROMA COME ANCORA QUELLA DELLA “DOLCE VITA” DEGLI ANNI CINQUANTA: ARCHEOLOGIA E CINEMA. TRA GLI INTERVENTI DI CAPUT MUNDI IL PARCO LINEARE DELLE MURA, PER UN INVESTIMENTO DI 23.160.000 EURO, È SUDDIVISO IN QUATTRO TRATTI: IL TRATTO B DI VIA CAMPANIA; IL TRATTO H-G NELLA ZONA DI CASTRO PRETORIO; QUELLO I-J DI PORTA LATINA IN PARTE FATTO; INFINE, IL TRATTO M DA PIRAMIDE FINO AL TEVERE. COME DICEVA PRIMA ROSARIO PAVIA, QUESTI INTERVENTI SONO IN ATTUAZIONE DEL PIANO REGOLATORE GENERALE. I LAVORI SUL MONUMENTO SONO DI COMPETENZA DELLA SOVRINTENDENZA CAPITOLINA, MENTRE IL PARCO LINEARE È DI COMPETENZA DEL DIPARTIMENTO AMBIENTE. IL PRIMO TRATTO, 3 MILIONI E MEZZO, È QUELLO DI VIA CAMPANIA E C’È UN PICCOLISSIMO TRATTO, QUELLO DEL POLICLINICO, VICINO ALL’AMBASCIATA BRITANNICA. LE SCHEDE DEL PROGETTO PREVEDONO INTERVENTI DI RESTAURO CONSERVATIVO, ALCUNI FONDAMENTALI SU LATERIZI, TIRATURE E RINFORZI – TUTTI INTERVENTI CHE MIRANO ALLA CONSERVAZIONE DEL MONUMENTO, MA NON AVRANNO EFFETTI SUL PARCO LINEARE. IN COMMISSIONE ABBIAMO PROPOSTO AI MUNICIPI E AL SINDACO (CHE HA MANTENUTO LA DELEGA AL PNRR) ALCUNI LUOGHI NEI QUALI AVVIARE LA REALIZZAZIONE DEL PARCO DESTINANDO A QUESTO SCOPO I FONDI ORDINARI. MENTRE SI CONSOLIDA IL TRATTO DI VIA CAMPANIA, SI POTREBBE PEDONALIZZARE LA PARTE DELLA STRADA CHE STA DAVANTI AL LICEO RIGHI, CREANDO UNA FASCIA DI RISPETTO. LO STESSO PUÒ AVVENIRE SUL LATO VERSO CORSO ITALIA E PORTA PINCIANA, E ANCHE IL TRATTO DI PORTA PIA, IN QUESTO CASO SUL LATO DEL II MUNICIPIO E NON SUL LATO INTERNO. L’INTERVENTO DELLE MURA PREVEDE LA MESSA IN SICUREZZA E IL CAMMINAMENTO ANCHE DA PORTA ASINARA, CIOÈ DA SAN GIOVANNI, FINO A SANTA CROCE IN GERUSALEMME. LA NOSTRA PROPOSTA ERA DI AGGIUNGERE VIALE CASTRENSE PER FARLO DIVENTARE AREA PEDONALE. QUI C’È UNA SCUOLA CHE HA IN PROGETTO DI UTILIZZARE L’AREA PER ATTREZZATURE SPORTIVE. È UN PROGETTO FORSE TROPPO INVASIVO, MA IL DIALOGO CON IL VII MUNICIPIO POTREBBE APPORTARE LE MODIFICHE AL PROGETTO PER CONSENTIRE LA REALIZZAZIONE DELL’AREA PEDONALE CHE CONSENTIREBBE DI AVERE LA CONTINUITÀ DAL PARCO DI VIA SANNIO CON L’AREA DI SANTA CROCE IN GERUSALEMME. IN ASSENZA DEI FONDI ORDINARI DI ROMA CAPITALE LA BUONA NOTIZIA È CHE L’VIII MUNICIPIO HA IN FASE DI REALIZZAZIONE LA SISTEMAZIONE DEL TRATTO DI VIA DEL CAMPO BOARIO IN COLLABORAZIONE CON LA SOVRINTENDENZA CAPITOLINA, E I LAVORI SONO QUASI ULTIMATI, DALLA PIRAMIDE CESTIA ALL’IMBOCCO DEL MATTATOIO CHE COSÌ SI AVVICINA ALLA METROPOLITANA.   LUCA REALE (ROMA RICERCA ROMA) GRAZIE, SOPRATTUTTO PER LE BUONE NOTIZIE. MI RIALLACCIO A QUANTO DICEVA CAUDO SULLE COSE PICCOLE CHE SI POSSONO FARE SUBITO. È UNA COSA CHE PIACE MOLTO A ROMA RICERCA ROMA: NELL’INTRODURRE QUESTO INCONTRO ABBIAMO PARLATO DI GRANDI STRATEGIE A SCALA URBANA E PERSINO METROPOLITANA, MA SIAMO D’ACCORDISSIMO SULL’INIZIARE DA OPERAZIONI FACILMENTE ATTUABILI IN TEMPI BREVI, TANT’È CHE ABBIAMO PROPOSTO DI PORTARE SUBITO A META ARCHEOTRAM E PARCO LINEARE. IL PARCO LINEARE, CHE RICHIEDE UN PROGETTO ORGANICO AGGIORNATO, È FATTIBILE, E NON PARTICOLARMENTE COSTOSO. SULL’ARCHEOTRAM SI È GIÀ FATTA UNA VERIFICA DI PROVA, E ORA POSSIAMO AGGIUNGERE, TRA GLI OBIETTIVI A BREVE TERMINE, ANCHE LA PEDONALIZZAZIONE DEFINITIVA DI VIA RAFFAELE PERSICHETTI – UNO DEI CADUTI DEL 10 SETTEMBRE 1943 – IN MODO DA RIUNIRE PIRAMIDE E PORTA; UNA TERZA COSA CHE SI PUÒ FARE IN TEMPI BREVISSIMI.   FABRIZIO FANTERA (RETE COMUNE INQUILINI ATER SAN SABA) NOI PARLEREMO DELLA STORIA DI QUESTI LUOGHI, CHE È LA STORIA DELLA TRASFORMAZIONE DEL PRIMO ‘900, EPOCA NATHAN. DI SAN SABA MOLTI HANNO UNA CONOSCENZA SBAGLIATA, IMMOBILIARISTA: SI PARLA, PER ESEMPIO, DELLA SPLENDIDA VILLA DI ROBERTO BENIGNI, L’EX VILLA DI SOFIA LOREN, MA È UNA FORZATURA, SAN SABA È FATTO DI CASE ECONOMICHE, POPOLARI. QUESTA STORIA È INIZIATA DA TEMPO, CON SVENDOPOLI O AFFITTOPOLI. NOI NEL 2015 ABBIAMO INIZIATO UNA SERIE DI INIZIATIVE PER SOSTITUIRE A QUESTO RACCONTO UNA NARRAZIONE CHE PARTISSE DALL’AUTENTICITÀ DELLE PERSONE E DEI LUOGHI. SAN SABA ERA UN LUOGO PENSATO PER DARE CASA ALLE FAMIGLIE OPERAIE CHE DOVEVANO LAVORARE IN TUTTO IL SETTORE NUOVO DELL’OSTIENSE, COME TESTACCIO E COME GARBATELLA. IL 25 APRILE 2015 ABBIAMO INIZIATO A FARE LE “MEMORIE DI PIAZZA”, CIOÈ IL NOSTRO 25 APRILE ATTRAVERSO LE MEMORIE DEGLI ANZIANI, DI QUELLI CHE HANNO VISSUTO QUELLE GIORNATE. LA RESISTENZA DI PORTA SAN PAOLO SI SVOLGE PERLOPIÙ A SAN SABA, PERCHÉ SAN SABA È IN SALITA E QUINDI LÌ AVVENGONO I FATTI PIÙ DRAMMATICI DI QUELLA GIORNATA. È LÌ CHE I CITTADINI DI SAN SABA TIRANO FUORI IL MEGLIO, NASCONDONO IN CASA I SOLDATI CHE SCAPPANO. ABBIAMO TANTI RACCONTI IN UN LIBRO COLLETTIVO CHE ABBIAMO FATTO DUE ANNI FA, SCRITTO DA TUTTI NOI E CHE RACCOGLIE TANTISSIMA STORIA ORALE – LA STORIA DI QUESTO LUOGO E DELLE PERSONE CHE LO HANNO ATTRAVERSATO, LE COSE CHE CI SONO ACCADUTE NON SOLTANTO DAL TEMPO DEGLI ANTONINI O DI CARACALLA. PERCHÉ SAN SABA È PICCOLA, MA CI STA DENTRO LA STORIA. LA SETTIMANA SCORSA ABBIAMO INCONTRATO ADRIANO LABBUCCI, ASSESSORE ALLA MEMORIA DEL I MUNICIPIO, PERCHÉ INSIEME A TESTACCIO STIAMO CERCANDO DI REALIZZARE UN MUSEO DIFFUSO PERMANENTE DELLA RESISTENZA ROMANA DI PORTA SAN PAOLO, MAPPANDO LA STORIA DI QUESTI LUOGHI, COME VIALE GIOTTO CON I SEGNI DEI PROIETTILI TEDESCHI, I SEGNI DEL BOMBARDAMENTO DEL 3 MARZO DEL ‘44, O LE PIETRE D’INCIAMPO: NE ABBIAMO INAUGURATO UNA SECONDA QUEST’ANNO, CON I PARENTI DELLE VITTIME CHE HANNO RACCONTATO LE LORO STORIE. E CI SONO ANCHE SEI UCCISI ALLE FOSSE ARDEATINE, METTEREMO PIETRE D’INCIAMPO PURE PER LORO. UN ALTRO ELEMENTO È IL “CIVICO GIUSTO”, CHE NASCE DALLA STORIA DI MIO PADRE, SCOPERTA DOPO BEN 65 ANNI: LUI NASCOSE IN CASA PER TUTTA L’OCCUPAZIONE NAZISTA UNA FAMIGLIA EBREA, I MOSCATI. “PERCHÉ L’HAI FATTO RISCHIANDO COSÌ TANTO?”, GLI ABBIAMO CHIESTO. “PERCHÉ ERA GIUSTO FARLO” HA RISPOSTO ASCIUTTO. E OGGI A SEGNARE IL CIVICO GIUSTO È IL NUMERO IN BRONZO. PORTA SAN PAOLO E PIAZZALE OSTIENSE SONO PIENI DI STORIA E DI MEMORIA CHE VA RACCONTATA, VA TRASFORMATA IN PATRIMONIO DEL TERRITORIO E DELLE SCUOLE. ORA STIAMO LAVORANDO A UN NUOVO PROGETTO, LE FOTO PARLANTI: ABBIAMO FESTEGGIATO IL CENTENARIO DELL’ULTIMA PIETRA, NOI SIAMO SEMPRE UN PO’ ORIGINALI. CI SONO PERSONE CHE FANNO E CHE HANNO COSE DA DIRE, DA RACCONTARE O DA RAPPRESENTARE, CI SONO LE IMMAGINI DEI NOSTRI ANZIANI.  QUESTE FOTO PARLERANNO PERCHÉ CI SARANNO LE LORO STORIE SOTTO E ALLA FACCIA DELL’ATER CHE NON CI DÀ I LOCALI PER LA NOSTRA ASSOCIAZIONE, LA MOSTRA LA FAREMO NEI LOCALI DELLA UISP. LA GENTRIFICAZIONE? IL RISCHIO C’È. L’AMMINISTRAZIONE REGIONALE PRECEDENTE HA UNA COLPA ENORME: PRIMA ANCORA DI CONSENTIRE AI RESIDENTI CHE VOLESSERO ACQUISTARE LE LORO CASE HA INIZIATO LA VENDITA ALL’ASTA SENZA ALCUN PIANO VENDITA. INOLTRE, NOI CI SIAMO BATTUTI PER CHI NON PUÒ O NON VUOLE COMPRARE E VA SALVAGUARDATO. COSÌ ORA SIAMO IN UNA SITUAZIONE DI DISCRIMINAZIONE VERGOGNOSA: CHI HA COMPRATO ALL’ASTA HA POTUTO USARE IL BONUS 110, CON I SOLDI DI TUTTI. CHI NON HA POTUTO COMPRARE, NO. BISOGNA CHE LA POLITICA SI FACCIA QUALCHE DOMANDA. NOI CI SIAMO, E QUANDO SI PARLA DI CUBATURE, I POLITICI E GLI AMMINISTRATORI RAGIONINO ANCHE CON GLI ABITANTI E CHE FANNO IL TERRITORIO, COME NOI.   ELIANA CANGELLI (SAPIENZA UNIVERSITÀ DI ROMA) GRAZIE AGLI AMICI DI ROMA RICERCA ROMA PER L’INVITO A PARTECIPARE E ALL’UNIVERSITÀ ROMA TRE PER L’OSPITALITÀ. DA TEMPO SAPIENZA E L’UNIVERSITÀ DI ROMA TRE SONO IMPEGNATI NELLA REDAZIONE DEL PIANO DI RIGENERAZIONE DEL RIONE TESTACCIO, UN LAVORO ANCORA IN CORSO, PER IL QUALE SI STA AVVIANDO LA FASE DI CONDIVISIONE CON I CITTADINI. L’OBIETTIVO È METTERE A SISTEMA TUTTE LE PROGETTUALITÀ GIÀ ATTIVE SULL’AREA DEL RIONE – E SONO MOLTE, COMPRESE QUELLE LEGATE AL PNRR, COME HA MOSTRATO GIOVANNI CAUDO, E INDIVIDUARNE ALTRE STRATEGICHE E NECESSARIE. RITENGO CHE L’ATTUALE AMMINISTRAZIONE STIA FACENDO MOLTO. TUTTAVIA, SE C’È UN AMBITO IN CUI PUÒ MIGLIORARE, È PROPRIO IL COORDINAMENTO TRA I VARI PROGETTI PRESENTI SUL TERRITORIO. IL PIANO DI RIGENERAZIONE DEL RIONE COSTITUISCE UN IMPEGNO IN QUESTA DIREZIONE. TRA I PROGETTI SVILUPPATI NELL’AMBITO DEL PIANO DI RIGENERAZIONE C’È ANCHE PIAZZALE OSTIENSE. IL NODO DI PIAZZALE OSTIENSE È ASSOLUTAMENTE STRATEGICO: SU DI ESSO INSISTONO TRE RIONI – AVENTINO, SAN SABA, TESTACCIO – E IL QUARTIERE OSTIENSE. ATTORNO A PORTA SAN PAOLO CONVERGONO BEN OTTO STRADE: VIA MARMORATA, VIA OSTIENSE, VIALE DELLA PIRAMIDE CESTIA, VIA MARCO POLO, VIA DI PORTA ARDEATINA, VIA DELLE CAVE ARDEATINE, VIA DEL CAMPO BOARIO. SI TRATTA DI UN NODO INFRASTRUTTURALE DI PRIMARIA IMPORTANZA, UNO DEI PRINCIPALI SNODI DEL TRASPORTO PUBBLICO: VI SI TROVANO LA STAZIONE DI TESTA DELLA ROMA-LIDO, LA FERMATA DELLA METROPOLITANA PIRAMIDE, ALCUNI CAPOLINEA ATAC E, POCO PIÙ IN LÀ, LA STAZIONE OSTIENSE, SERVITA DA RFI. NON MANCA NEPPURE UNO STALLO TAXI, NÉ LA “RACCHETTA” PER L’INVERSIONE DEL TRAM. SE OSSERVIAMO LA PLANIMETRIA, EMERGE CHIARAMENTE LO SQUILIBRIO TRA LA QUANTITÀ DI SUPERFICIE DEDICATA ALLA MOBILITÀ CARRABILE E QUELLA RISERVATA ALLO SPAZIO PUBBLICO. SEMPRE A PORTA SAN PAOLO ARRIVA ANCHE IL TRATTO DEL PARCO DELLE MURA CHE CORRE LUNGO VIALE DI PORTA ARDEATINA, VISIBILE DA PORTA SAN PAOLO. DA PIRAMIDE PARTE POI L’ALTRO SEGMENTO DEL PARCO DELLE MURA, LUNGO VIA DEL CAMPO BOARIO. SI TRATTA QUINDI DI UNA ZONA AD ALTISSIMA DENSITÀ STORICO-MONUMENTALE. L’ACCESSO ALLA STAZIONE DELLA METROPOLITANA È PROBLEMATICO: POCO PIÙ DI UN MARCIAPIEDE DI 1,50 METRI DI PROFONDITÀ. MANCA UNO SPAZIO PUBBLICO ADEGUATO PER ACCEDERE SIA ALLA METRO SIA ALLA ROMA-LIDO. ABBIAMO ELABORATO ALCUNE IPOTESI PROGETTUALI, PARTENDO DALLA PEDONALIZZAZIONE DI VIA PERSICHETTI, CON L’OBIETTIVO DI METTERE IN RELAZIONE LA PIRAMIDE, PORTA SAN PAOLO, IL CIMITERO ACATTOLICO E LA FASCIA VERDE CHE SI ESTENDE LUNGO LE MURA, INCLUDENDO ANCHE IL PARCO DELLA RESISTENZA, I VECCHI PRATI DEL POPOLO E IL MONTE TESTACCIO. OGGI VIA PERSICHETTI RIDUCE PORTA SAN PAOLO A UNA SEMPLICE ROTATORIA: SE RIUSCISSIMO A PEDONALIZZARLA, POTREMMO CREARE UN UNICO GRANDE SPAZIO PUBBLICO TRA LA PIRAMIDE E PORTA SAN PAOLO, APRENDO ANCHE LA POSSIBILITÀ DI REALIZZARE UN NUOVO ACCESSO ALLA STAZIONE PIRAMIDE. NATURALMENTE, LA CHIUSURA DI VIA PERSICHETTI NON È UN’OPERAZIONE SEMPLICE: OCCORRE UNO STUDIO APPROFONDITO DELLA MOBILITÀ, DAL MOMENTO CHE IN QUEL PUNTO CONFLUISCONO OTTO STRADE. IL NOSTRO INTENTO È MANTENERE E ANZI POTENZIARE IL VERDE, AMPLIANDO IL PARCO LINEARE DELLE MURA. ABBIAMO LAVORATO A UNA PROPOSTA CHE ABBIAMO CONDIVISO CON UN GRUPPO DI INGEGNERI TRASPORTISTI DELLA SAPIENZA, COORDINATO DA GAETANO FUSCO. INIZIALMENTE CI HANNO DETTO CHE ERAVAMO PAZZI, IL TRAFFICO SUL PIAZZALE È INTENSO, RIDURRE LE DIMENSIONI DELLE CARREGGIATE POTREBBE PEGGIORARLO. POI, PERÒ, ABBIAMO AVVIATO UN CONFRONTO COSTRUTTIVO. LE NOSTRE PRIORITÀ ERANO: POTENZIARE LO SPAZIO PUBBLICO, FAVORIRE LA MOBILITÀ PEDONALE, MIGLIORARE L’ATTRAVERSAMENTO DELLA PIAZZA. PER RAGGIUNGERE QUESTI OBIETTIVI, ABBIAMO RIDOTTO LE ESIGENZE DI SCORRIMENTO VEICOLARE, INTRODOTTO SENSI UNICI – AD ESEMPIO SU VIA DI PORTA ARDEATINA – ED ELIMINATO GLI STALLI PER I BUS TURISTICI. OVVIAMENTE, IL SOLO PROGETTO DI PIAZZALE OSTIENSE NON È SUFFICIENTE. BISOGNA INTERVENIRE ANCHE SU PIAZZALE DEI PARTIGIANI, DOVE IMMAGINIAMO SI POSSANO SPOSTARE L’ARCHEOTRAM E I CAPOLINEA DEI BUS. CIÒ CHE È CERTO, PERÒ, È CHE QUEST’AREA HA UN GRANDE POTENZIALE: POTREBBE DIVENTARE UN IMPORTANTE NODO INFRASTRUTTURALE, PUNTO DI CONVERGENZA DI TUTTI I VETTORI DEL TRASPORTO PUBBLICO – FERROVIA, METROPOLITANA, AUTOBUS, TRAM – E PORTA DI ACCESSO AL CENTRO ARCHEOLOGICO MONUMENTALE, GRAZIE AL POSIZIONAMENTO DEL CAPOLINEA DELL’ARCHEOTRAM, COME CI HA INSEGNATO A IMMAGINARE WALTER TOCCI. TUTTI, CITTADINI E TURISTI, POTREBBERO ARRIVARE A PIAZZALE OSTIENSE CON QUALSIASI MEZZO, PERSINO IN AEREO, SE IL LEONARDO EXPRESS FERMASSE QUI (VEDI CAUDO NDR). DA QUI, POI, POTREBBERO SALIRE SULL’ARCHEOTRAM E RAGGIUNGERE FACILMENTE LA ROMA ARCHEOLOGICA.   EDOARDO ZANCHINI (UFFICIO CLIMA DI ROMA CAPITALE) LA VIVIBILITÀ DI ROMA STA CAMBIANDO: LA CITTÀ È DIVENTATA MOLTO PIÙ CALDA, ED È CAMBIATO ANCHE L’ANDAMENTO DELLE PIOGGE. I DATI FOTOGRAFANO CHIARAMENTE PIÙ LUNGHI PERIODI DI TEMPERATURE SOPRA LE MEDIE, CON NOTTI TROPICALI IN CRESCITA, PIOGGE INTENSE CONCENTRATE IN SEMPRE MENO GIORNI. SE SI VUOL GOVERNARE LA CITTÀ, BISOGNA PORSI DENTRO QUESTO SCENARIO. BISOGNA IMMAGINARSI QUEL GRANDE SPAZIO, ALLA DE CHIRICO, CON SPAZI APERTI, E UNA PERSONA ANZIANA CHE ESCE DALLA STAZIONE OSTIENSE E DEVE ANDARE ALLA METRO PIRAMIDE, IN LUGLIO ALLE 11 – UN PERCORSO RISCHIOSO. I NOSTRI STUDI PER LA STRATEGIA DI ADATTAMENTO CLIMATICO APPROVATA IL 14 GENNAIO CI MOSTRANO CHE LA COSA PIÙ PREVEDIBILE È CHE ROMA AVRÀ IL CLIMA DI FOGGIA – E SUCCEDERÀ NEI PROSSIMI VENT’ANNI. A QUESTO CI DOBBIAMO PREPARARE. IERI ABBIAMO PRESENTATO UN LAVORO SULL’ADATTAMENTO CLIMATICO CHE STIAMO PORTANDO AVANTI IN DUE MUNICIPI DELLA CITTÀ FINANZIATO DA UN PROGRAMMA EUROPEO. LAVOREREMO SULL’AREA DEL CENTRO STORICO E SU QUELLA DI CENTOCELLE PERCHÉ SONO QUELLE PIÙ DELICATE A ROMA DI GIORNO E DI NOTTE. DA LÌ USCIREMO CON DELLE PROPOSTE, INDIVIDUANDO QUEGLI AMBITI DOVE ESISTONO OPPORTUNITÀ PER ABBASSARE UN PO’ LA TEMPERATURA. NON SONO TANTI PERCHÉ, SE VOI VEDETE COME SONO COSTRUITI MOLTI QUARTIERI, LARGA PARTE DEGLI SPAZI È OCCUPATA DA EDIFICI E COPERTA DA PAVIMENTAZIONI, SPESSO IN ASFALTO. CI SONO TANTE SITUAZIONI DA RIPENSARE, COME QUI, A OSTIENSE, PROPRIO PERCHÉ È UN IMPORTANTE NODO DELLA MOBILITÀ, UN POSTO CHE OGNI GIORNO VIENE ATTRAVERSATO DA UN NUMERO RILEVANTE DI PERSONE. IL PIAZZALE OSTIENSE È ENORME: BISOGNA GARANTIRE PERCORSI COPERTI, OMBRA, ABBASSARE LA TEMPERATURA DEL PIAZZALE, COME È POSSIBILE FARE SCEGLIENDO MATERIALI A TERRA ADATTI, CHE FANNO LA DIFFERENZA DELLA QUALITÀ DELLA VITA, COME DELL’ABITARE. IN QUESTI GIORNI C’È UNA GIUSTA POLEMICA SU PIAZZA DEI CINQUECENTO, APPENA INAUGURATA, PERCHÉ MANCHEREBBERO GLI ALBERI. È UNA DISCUSSIONE IMPORTANTE, CON UN’ATTENZIONE DA PARTE DELL’OPINIONE PUBBLICA DI CUI ABBIAMO BISOGNO. IL MIO AUGURIO È CHE QUANDO VERRÀ COMPLETATA LA PARTE CHE OGGI È ANCORA UN CANTIERE SI POTRÀ VEDERE UN GIARDINO CON TANTI ALBERI COME PREVISTO DAL PROGETTO. MA IO CREDO CHE INTANTO POSSIAMO DIRE CHE IL GIUBILEO HA SEGNATO UN CAMBIO DI APPROCCIO ALLA PROGETTAZIONE DELLE PIAZZE DA PARTE DELL’AMMINISTRAZIONE, PERCHÉ IN OGNI INTERVENTO È STATA POSTA ATTENZIONE AI MATERIALI UTILIZZATI, ALL’ACQUA, AL VERDE, COSÌ DA DIMINUIRE IL PIÙ POSSIBILE LA TEMPERATURA PERCEPITA. ORA OCCORRE CONTINUARE SU QUESTA STRADA.   WALTER TOCCI (CONSULENTE DEL SINDACO PER IL CARME) OGNI TANTO QUALCUNO MI CHIEDE: MA CHE COS’È QUESTO ARCHEOTRAM? PRIMA DELLA PRESENTAZIONE DEL PROGETTO C’È GIÀ STATA UNA CAMPAGNA OSTILE VOLUTAMENTE MIRATA A FRAINTENDERE GLI OBIETTIVI, FINO A SOSTENERE CHE VOLEVAMO INSTALLARE I BINARI IN VIA DEI FORI. È VERO L’ESATTO CONTRARIO. IL TRACCIATO SU VIA DEI FORI, DECISO AVVENTATAMENTE DALLA SINDACA RAGGI, È STATO CANCELLATO DALL’ATTUALE AMMINISTRAZIONE, AL FINE DI EVITARE UN VINCOLO INFRASTRUTTURALE CHE AVREBBE IMPEDITO IL RADICALE RIPENSAMENTO DELL’INTERO ASSETTO DELL’AREA ARCHEOLOGICA CENTRALE. È MATURO IL TEMPO, INFATTI, PER CONCLUDERE LA VICENDA NOVECENTESCA, NELLA QUALE SI È UTILIZZATA L’AREA ARCHEOLOGICA, UNA DELLE PIÙ PREZIOSE AL MONDO, COME ATTRAVERSAMENTO DEI FLUSSI MECCANIZZATI DALLA PERIFERIA VERSO IL CENTRO. INVECE DI UNA MOBILITÀ DI ATTRAVERSAMENTO DOBBIAMO PROGETTARE UN MODELLO DI ACCESSIBILITÀ, CIOÈ UN SISTEMA CHE AIUTI LA VISITA NELL’AREA E ATTIVI NUOVE RELAZIONI TRA LA CITTÀ ANTICA E LA CITTÀ MODERNA. DIETRO L’ARCHEOTRAM C’È UN CAMBIAMENTO DI VISIONE. È UN PO’ COME UN ESPERIMENTO GESTALTICO: NELLA STESSA IMMAGINE ALCUNI VEDONO UN PAPERO, ALTRI VEDONO UNA LEPRE. ALLO STESSO MODO IL PROGETTO URBANO SCATURISCE DA UNO SGUARDO NUOVO VERSO LA CITTÀ. RICHARD SENNETT IN UN BELLISSIMO LIBRO – LA COSCIENZA DELL’OCCHIO –  HA SVELATO L’ETIMOLOGIA DI THEOREIN NEL RAPPORTO TRA LA VISIONE E LA TEORIA, TRA IL VEDERE E IL PENSARE LA CITTÀ E QUINDI PROGETTARE LA TRASFORMAZIONE. UN BEL PROGETTO, COME QUELLO CHE CI HA APPENA MOSTRATO ELIANA CANGELLI PER PIAZZALE OSTIENSE, È SEMPRE UN’OPERA DI RICONOSCIMENTO DELLA CITTÀ. RI-CONOSCIMENTO COL TRATTINO, COME LO SCRIVONO I FILOSOFI. CIOÈ CONOSCERE DI NUOVO QUEL LUOGO, GUARDARLO CON UNO SGUARDO DIVERSO DAL CONSUETO. E QUANDO RIESCE QUESTA OPERAZIONE, CIOÈ QUANDO SI REALIZZA UN BEL PROGETTO, SI ATTIVA ANCHE UN RICONOSCIMENTO SOCIALE, CIOÈ I CITTADINI SI RICONOSCONO IN QUEL LUOGO E SI RICONOSCONO TRA DI LORO. C’È UNA PROPRIETÀ TRANSITIVA DEL RI-CONOSCIMENTO. TUTTE QUESTE COSE LE ABBIAMO IMPARATE DA ITALO INSOLERA. HO AVUTO IL PRIVILEGIO DI CHIAMARLO AL MIO FIANCO, ORMAI TRENT’ANNI FA, COME CONSULENTE PER IL TRAM A ROMA. VENNE DA ME, FACEMMO UNA LUNGA DISCUSSIONE SU QUELLO CHE AVREMMO DOVUTO REALIZZARE. PARLARE CON LUI ERA SEMPRE UNA PREZIOSA ESPERIENZA INTELLETTUALE. MA POI ITALO SCOMPARVE, NON RIUSCII PIÙ A TROVARLO. TELEFONAVO, NON MI RISPONDEVA, PER MESI. PENSAI CHE CI AVESSE RIPENSATO. ERA GIÀ UN CARO AMICO ALL’EPOCA, PERÒ AVEVA UN CARATTERE UN PO’ DIFFICILE. ALL’IMPROVVISO MI CHIAMA, DICE: È TUTTO PRONTO. AH, MENO MALE. TORNA DA ME E MI GETTA SUL TAVOLO QUALCHE CENTINAIO DI FOTOGRAFIE – ERA UN GRANDE APPASSIONATO DI FOTOGRAFIA – E MI DICE: “ECCO IL PROGETTO, BASTA VEDERE LA CITTÀ. CE LO DICE LA CITTÀ QUELLO CHE DOBBIAMO FARE”. E QUESTO È VERO SOPRATTUTTO A ROMA, POICHÉ CE LO DICE ROMA IL SENSO DEL PROGETTO, SE INTERPRETIAMO BENE LA RICCA STRATIFICAZIONE ANTICA E MODERNA. INTERPRETARE BENE SIGNIFICA RAGIONARE SULLA STORIA, SENZA CADERE NELLA SICUMERA DELLA RETORICA DI “ROMA CITTÀ ETERNA”, BENSÌ CERCARE IL LATO PIÙ PARADOSSALE DELLE TRASFORMAZIONI, PER COMPRENDERE MEGLIO LE INCERTEZZE E LE FRAGILITÀ DELLA VICENDA URBANA. ALLORA EMERGE L’IDEA DELL’ARCHEOTRAM COME INASPETTATO PARADOSSO. ALL’INIZIO DEGLI ANNI ’20 ROMA AVEVA UNA VASTA RETE DI TRASPORTO SU FERRO, ALL’ALTEZZA DELLE ALTRE GRANDI CITTÀ EUROPEE. QUI VICINO ABBIAMO LA ROMA LIDO DEFINITA DA LEGAMBIENTE LA LINEA CARONTE. LA MALAGESTIONE CI HA FATTO DIMENTICARE CHE NEGLI ANNI ’20 ERA LA MIGLIORE LINEA DI TRASPORTO, UN’INFRASTRUTTURA ALL’AVANGUARDIA, PERCHÉ AVEVA L’ACCESSO A RASO TRA BANCHINA E PIANALE DEL TRENO; AVEVA PENSILINE IN CEMENTO ARMATO; AVEVA QUELLA BELLA STAZIONE DI MARCELLO PIACENTINI, ANCORA GIOVANE, ANCORA INDENNE DALLA RETORICA DEL VENTENNIO. POI CI FU IL GRANDE DISCORSO PER L’INAUGURAZIONE DEL GOVERNATORATO, IN CUI MUSSOLINI DISSE TRE COSE. È IL PIÙ EFFICACE DISCORSO POLITICO DEL ‘900, AL DI LÀ DEL NOSTRO PESSIMO GIUDIZIO DI VALORE, POICHÉ INDICA TRE OBIETTIVI CHE SI REALIZZANO EFFETTIVAMENTE ANCHE DOPO IL VENTENNIO FASCISTA: LE BORGATE; LO SVILUPPO VERSO IL MARE; L’ELIMINAZIONE DELLA “STOLTA CONTAMINAZIONE TRAMVIARIA”. LO SMANTELLAMENTO DELLA RETE COMINCIA SUBITO. E PROSEGUE CON I GOVERNI DEMOCRISTIANI NEGLI ANNI ’50 E ’60. È LA SPINTA DELL’EPOCA DEL FORDISMO, DELLA FIAT IN PARTICOLARE: NON UNA “SPINTA GENTILE”, MA UNA VERA E PROPRIA OPERAZIONE IDEOLOGICA ED ECONOMICA MIRATA A SMANTELLARE L’INFRASTRUTTURA TRANVIARIA PER FARE LARGO ALLE AUTOMOBILI. CON UN GIOCO DI FANTASIA HO IMMAGINATO CHE A ELIMINARE I TRAM SIA STATA UNA SOLA PERSONA NELL’ARCO DI QUASI 80 ANNI, UN PERVICACE “SMANTELLATORE”. FORSE ERA UN AMANTE DELL’ARCHEOLOGIA, POICHÉ HA LASCIATO L’UNICO TRATTO CHE COLLEGA QUASI TUTTI I LUOGHI E I MONUMENTI DI ROMA ANTICA: PIRAMIDE, CIRCO MASSIMO, CELIO, PALATINO, COLOSSEO, DOMUS AUREA, BASILICA DI SAN CLEMENTE, LA QUALE DA SOLA RACCONTA I MILLENNI DELLA STORIA ROMANA. E POI ANCORA LE MURA A SAN GIOVANNI, PORTA MAGGIORE CON LA BASILICA IPOGEA LÌ ACCANTO. E POI PIAZZA VITTORIO, ANCHE SE NELL’IMMAGINARIO NON LA PERCEPIAMO COME LUOGO ARCHEOLOGICO, È RICCA DI TESTIMONIANZE: AUDITORIUM DI MECENATE, TROFEI DI MARIO, HORTI LAMIANI NEGLI SCANTINATI DEL PALAZZO ENPAM. E DOVE FINISCE? ALLE TERME DI DIOCLEZIANO E AL MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE. ROMA ANTICA È QUASI TUTTA SU QUESTO PERCORSO. L’ARCHEOTRAM UTILIZZA ED ESALTA LA COPPIA DI BINARI CHE IN PASSATO HA SOSTENUTO LA GLORIOSA CIRCOLARE ROSSA, POI IL 30, INFINE IL 3, CIOÈ UN’IMPORTANTE LINEA DI TRASPORTO PER QUASI TUTTO UN SECOLO. NEL RIBALTAMENTO DI VISIONE SCOPRIAMO IL TRACCIATO TRANVIARIO COME UN VETTORE NARRATIVO DELLA STORIA ANTICA E MODERNA DI ROMA. IL TRAM È SEMPRE UN VETTORE NARRATIVO: LE CITTÀ CHE NE HANNO PRESO CURA LO HANNO POI SEMPRE TRASFORMATO IN UN’ICONA. PENSIAMO A LISBONA SOPRATTUTTO, MA ANCHE AD ALTRE CITTÀ EUROPEE. TORINO AD ESEMPIO: QUANDO METTE IN RETE I SUOI VECCHI TRAM, I TORINESI RISPONDONO CON ENTUSIASMO. PERCHÉ? IL TRAM È NARRATIVO IN QUANTO RESTA A CONTATTO CON LA CITTÀ RENDENDO POSSIBILE L’INVENZIONE DEL QUOTIDIANO. GLI ALTRI MODI DI TRASPORTO INVECE SI STACCANO DAL TESSUTO URBANO. ANCHE IN QUESTO CASO, SE LI IMMAGINIAMO COME PERSONE EMERGONO CARATTERI OSTILI ALL’URBANITÀ. PER LA METROPOLITANA LA CITTÀ È UN INCUBO NOTTURNO DA TENERE A BADA LASCIANDO SEMPRE ACCESA LA LUCE ARTIFICIALE. LA FERROVIA NON VUOLE CONTAMINARSI CON LA CITTÀ E GIRA ALLA LARGA ANDANDO VIA A PASSI LUNGHI. L’AUTOMOBILE È UNO STUPRATORE SERIALE DELLA CITTÀ, VIOLENTA LO SPAZIO PUBBLICO, DESTRUTTURA LA FORMA URBANA, NE AMPLIA A DISMISURA LA SCALA. RESTA SOLO IL TRAM A TESSERE UNA RELAZIONE INTIMA CON LA CITTÀ, RACCONTANDO LA VITA URBANA COME UNA FAVOLA. PER CHI VOLESSE APPROFONDIRE, EDOARDO ALBINATI HA SCRITTO “19”, UN RACCONTO SUL PERCORSO, APPUNTO, DEL TRAM 19. IN PRIMAVERA COMINCEREMO IL SERVIZIO SPERIMENTALE DELL’ARCHEOTRAM; QUALCHE GIORNO FA ABBIAMO FATTO UN PRIMO GIRO DI PROVA. USEREMO UN VECCHIO TRAM “STANGA”, UNO STORICO MODELLO DI INGEGNERIA. POCHI LO RICORDANO, MA È UN BREVETTO INTERNAZIONALE REALIZZATO DA INGEGNERI ROMANI ALLA FINE DEGLI ANNI ’30. UN BREVETTO DIFFUSO IN TUTTO IL MONDO. EBBENE SÌ, NELLE AZIENDE DI TRASPORTO ROMANO SI REALIZZAVANO BREVETTI INTERNAZIONALI; DA NON CREDERCI SE PENSIAMO ALL’ATTUALE IMPOVERIMENTO PROFESSIONALE DELL’AZIENDA PUBBLICA PROPRIO NELL’EPOCA DELLA VORTICOSA CRESCITA TECNOLOGICA. SULLO “STANGA” BEN RESTAURATO E ALLESTITO CON LA LIVREA ROSSA SI VIAGGERÀ CON UN NORMALE BIGLIETTO METREBUS; LA LINEA AVRÀ IL SUO NUMERO, IL MAGICO NUMERO 7 DI ROMA, E AVRÀ UNA FREQUENZA DI MEZZ’ORA NELLA FASE SPERIMENTALE. QUANDO AVREMO L’ARCHEOTRAM, SE LA SPERIMENTAZIONE ANDRÀ BENE, SI POTRÀ POTENZIARE LA FREQUENZA E RAFFORZARE IL SERVIZIO. A QUEL PUNTO NON CI SARÀ PIÙ MOTIVO DI VEDERE I PULLMAN TURISTICI DENTRO IL PERIMETRO DEL CARME, E ANZI SI POTRANNO ELIMINARE ANCHE DALL’INTERA AREA COMPRESA ENTRO L’ANELLO FERROVIARIO. I VETTORI TURISTICI POTREBBERO ATTESTARSI NELLA ZONA OSTIENSE, CONSENTENDO LO SCAMBIO CON IL TRASPORTO SU FERRO: I VISITATORI SCENDEREBBERO DAI PULLMAN PER PROSEGUIRE CON UN COMODO TRAM FACENDO UN’ORIGINALE ESPERIENZA DI VIAGGIO, ACCOMPAGNATA DA UNA NARRAZIONE DEL PAESAGGIO ARCHEOLOGICO. RESTA LA QUESTIONE DELL’APPIA ANTICA, UNO DEI LUOGHI PIÙ BELLI DEL MONDO E PURTROPPO MOLTO TRASCURATO PERCHÉ È DIFFICILE ANDARCI. EPPURE, ANCHE QUI ABBIAMO DELLE OCCASIONI FORMIDABILI MAI COLTE PRIMA. C’È UNA STAZIONCINA, TORRICOLA, CHE SEMBRA IN ATTESA DEI COWBOY, COME NEL FILM DI SERGIO LEONE. OGGI, PERÒ, LE FERROVIE HANNO APERTO UN CANTIERE DI RIQUALIFICAZIONE E AMMODERNAMENTO DEL SERVIZIO. RIMANE DA COMPLETARLO CON LA REALIZZAZIONE DI UN PERCORSO CICLO-PEDONALE DALLA STAZIONE AL TRATTO IN BASOLATO DELL’APPIA. DA TERMINI A TORRICOLA IN TRENO SI ARRIVA IN 9 MINUTI; SI PUÒ TORNARE VERSO IL CENTRO A PIEDI, IN BICICLETTA O CON UN AUTOBUS ELETTRICO, CHE POTREMMO CHIAMARE ARCHEOBUS, FINO A PORTA CAPENA, DOVE SI INCROCIA L’ARCHEOTRAM PER TORNARE A TERMINI. SI CHIUDE COSÌ UN GRANDE ANELLO DI CONNESSIONE TRA L’ARCHEOLOGIA CENTRALE E L’APPIA ANTICA; POTREMMO CHIAMARLO ARCHEOMETREBUS, IN MODO DA RICHIAMARE IL PRINCIPIO DI INTEGRAZIONE INTERMODALE GIÀ APPLICATO NEL TITOLO DI VIAGGIO. QUESTI NUOVI SERVIZI NARRATIVI DI TRASPORTO POGGIANO SULLA NUOVA PASSEGGIATA ARCHEOLOGICA, L’OPERA ALLA BASE DEL PROGETTO CARME, SULLA QUALE ABBIAMO APPENA CONCLUSO UN CONCORSO DI ARCHITETTURA. ORA SONO IN ATTUAZIONE I SEGMENTI DI VIA SAN GREGORIO E DI VIA SAN TEODORO, POI SI REALIZZERÀ ANCHE VIA DEI CERCHI ED ENTRO L’ANNO PARTIRÀ IL CANTIERE DI RIQUALIFICAZIONE DELL’ASSE CENTRALE DI VIA DEI FORI IMPERIALI. IN QUESTO SCHEMA È CRUCIALE PORTA CAPENA, DOVE C’È LA CASINA VIGNOLA BOCCAPADULI, OGGI SOFFOCATA DA UN DIFFICILE INCROCIO VIARIO. IL RESTAURO DELLA CASINA È PARTITO IN QUESTI GIORNI E PRESTO VERRÀ REALIZZATA UNA PIAZZA ANTISTANTE, ELIMINANDO LE AMPIE E INUTILI FASE D’ASFALTO. SARÀ UN CENTRO INFORMATIVO PARTICOLARMENTE DEDICATO AL RAPPORTO TRA L’AREA ARCHEOLOGICA CENTRALE E L’APPIA ANTICA. UN LUOGO A SERVIZIO DEI VISITATORI E DEI CITTADINI. A ME PIACEREBBE ALLESTIRE SULLA FACCIATA DELLA CASINA UN GRANDE STENDARDO CON IL TITOLO “DAI FORI ALL’APPIA” IN OMAGGIO AD ANTONIO CEDERNA, CHE CI HA INSEGNATO A PENSARE I FORI INSIEME ALL’AREA ARCHEOLOGICA CENTRALE E ALL’APPIA. PER MERITO SUO QUESTO GRANDE TRIANGOLO METROPOLITANO DAL CAMPIDOGLIO AI CASTELLI SI È SALVATO DALLA SPECULAZIONE EDILIZIA NOVECENTESCA; RICORDIAMO LA SUA BATTAGLIA DEGLI ANNI ’50 CONTRO I VANDALI IN CASA. INFINE, SI DOVRÀ PORTARE IL TRAM PIÙ AVANTI, A PIAZZALE DEI PARTIGIANI, SONO 600 METRI, PER CONNETTERE LA RETE CON LA FERROVIA. IN QUELLA STAZIONE ARRIVANO I FLUSSI DALL’AEROPORTO, DA CIVITAVECCHIA E DA TUTTA LA LINEA TIRRENICA; QUINDI È UN FLUSSO IMPORTANTE, ANCHE SE, COME SOTTOLINEA GIOVANNI CAUDO, UN PO’ SOTTOUTILIZZATO DALLE FERROVIE. PENSATE ALLE POTENZIALITÀ DI QUEL PIAZZALE, RIPULITO DAL DISORDINE ATTUALE PER FARNE UN GRANDE SPAZIO VIVIBILE AD USO DEI VIAGGIATORI E DEI CITTADINI. E DALL’ALTRA PARTE LA BELLISSIMA IMMAGINE PROPOSTA DA ELIANA CANGELLI DELLA PIRAMIDE LIBERATA DALL’ANGUSTIA DEL TRAFFICO DI VIA PERSICHETTI,  DI NUOVO CONNESSA CON LA PORTA S. PAOLO E APERTA SUL PIAZZALE OSTIENSE RIQUALIFICATO. IL TRAM RENDE POSSIBILE QUESTO MIRABILE PAESAGGIO ANTICO E MODERNO. OVVIAMENTE È SOLO UN PRIMO PASSO PER RISOLVERE, IN UNA STRATEGIA PIÙ AMPIA, LE INCONGRUENZE TRASPORTISTICHE DELL’AREA, SOTTOLINEATE DA LUCA REALE. POTENZIALMENTE È IL NODO PIÙ POTENTE DEL TRASPORTO PUBBLICO ROMANO, POICHÉ POSSIEDE TUTTE LE MODALITÀ: LA FERROVIA, IL TRAM, LA METROPOLITANA, LA ROMA LIDO E MOLTE LINEE DI AUTOBUS. MA SONO TUTTI MEZZI SCOLLEGATI TRA LORO O COMUNQUE NON DI FACILE SCAMBIO. È COME UN NODO SLACCIATO DELLA SCARPA, CHE DI SOLITO PROVOCA L’INCIAMPO DEL VIANDANTE. GIÀ PORTARE IL TRAM AL PIAZZALE DEI PARTIGIANI È UN PRIMO PASSO VERSO L’INTEGRAZIONE, ALMENO CON LA FERROVIA. PERÒ, NELLA MIA ESPERIENZA DI ASSESSORE HO SEMPRE AVUTO UNA CERTA SFIDUCIA SULL’APPROCCIO AUTOREFERENZIALE DELLA POLITICA DEI TRASPORTI, QUANDO CIOÈ VIENE PENSATA DA SOLA A PRESCINDERE DALL’ASSETTO URBANO. PER RICONNETTERE DAVVERO I MODI DI TRASPORTO È NECESSARIO UN RIPENSAMENTO URBANISTICO DEL NODO, ELABORANDO UN’OPERAZIONE PIÙ RICCA E PIÙ COMPLESSA SU QUESTA PARTE DI CITTÀ. SI POTREBBE, PER ESEMPIO, PRENDERE IN ESAME L’IPOTESI DI TOMBARE LA STAZIONE DELLA METROPOLITANA, NE HA PARLATO QUI FABIO MARTELLINO SULLA BASE DI UN’INDICAZIONE DELL’ASSESSORE MAURIZIO VELOCCIA. IN TAL MODO SI REALIZZEREBBE UNA PIATTAFORMA ARTIFICIALE CHE OLTRE A FAVORIRE LO SCAMBIO TRA I MODI DI TRASPORTO COSTITUIREBBE UNO SPAZIO PUBBLICO DI CONNESSIONE TRA I TESSUTI URBANI DELL’AVENTINO, DI TESTACCIO, DI S. SABA E QUELLI DI OSTIENSE. INOLTRE, SUL SUOLO ARTIFICIALE SOSPESO SOPRA I BINARI SI POTREBBERO COLLOCARE FUNZIONI PREGIATE PER ATTIVITÀ DI SERVIZIO E DI CULTURA CON ARCHITETTURE DI ALTA QUALITÀ DA SELEZIONARE MEDIANTE UN CONCORSO INTERNAZIONALE. DA QUESTO PUNTO DI VISTA IL NODO URBANO È MOLTO IMPORTANTE PER NOI DEL LABORATORIO CARME, IL GRUPPO CHE HA IL COMPITO DI ELABORARE LA STRATEGIA PER IL FUTURO DEL CENTRO ARCHEOLOGICO ANCHE IN RELAZIONE ALL’APPIA ANTICA (È COSTITUITO DALL’UNIVERSITÀ SAPIENZA E ROMA TRE, CON  E ORAZIO CARPENZANO E GIOVANNI LONGOBARDI E TANTI ALTRI, PER CITARE I PRESENTI ELIANA CANGELLI E FRANCESCA STABILE). IN QUESTA STRATEGIA OSTIENSE È LA PORTA DEL CARME, UN LUOGO RICCO DI SERVIZI, ANCHE CULTURALI DI PREPARAZIONE ALLA VISITA E ALLA CONOSCENZA DELLA CITTÀ ANTICA. NON MI RESTA CHE FARE I COMPLIMENTI AGLI AMICI DI ROMA RICERCA ROMA PER AVER RICHIAMATO NEL DIBATTITO ROMANO L’AREA DI OSTIENSE, LA QUALE PRESENTA DA TANTI PUNTI DI VISTA GRANDI CRITICITÀ MA ANCHE GRANDI OPPORTUNITÀ, COME SPESSO ACCADE A ROMA. RIUSCIREMO A REALIZZARE AL MEGLIO QUESTI PROGETTI? LA VIGILANZA DEMOCRATICA DI ROMA RICERCA ROMA SARÀ SICURAMENTE PREZIOSA. QUINDI CI CHIAMERETE, NELLE DIVERSE FASI, A RENDER CONTO DI COME VANNO LE COSE, A DISCUTERE I PROGETTI E A TENERE VIVO IL DIBATTITO PUBBLICO SU QUESTI TEMI. LA QUALITÀ DEL DIBATTITO PUBBLICO, DI SOLITO, CONTRIBUISCE ALLA BUONA QUALITÀ DEI PROGETTI E DELLE OPERE.     L'articolo Ripensare piazzale Ostiense: tra Piramide Cestia e Nathan, un’occasione per le romane e i romani proviene da Roma Ricerca Roma.
April 25, 2025
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Archeotram: come farlo diventare una vera opportunità per i romani
DI ANDREA DECLICH SI RIPORTA, QUI DI SEGUITO, L’INTERVENTO DI ANDREA DECLICH, DI ROMA RICERCA ROMA, ALL’INIZIATIVA CONVOCATA DA NUMEROSE ASSOCIAZIONI DELLA CITTADINANZA LO SCORSO 27 MARZO, INTITOLATA “IPERTURISMO: COSA SI STA FACENDO PER CONTRASTARLO?”   E’ DI ALCUNI GIORNI FA LA NOTIZIA CHE A ROMA VERRÀ AVVIATO L’ARCHEOTRAM. IL 28 FEBBRAIO, NE PARLAVA LA CRONACA DI ROMA DI REPUBBLICA. IL GIORNO PRIMA, NE AVEVA PARLATO DIFFUSAMENTE WALTER TOCCI IN UNO DEI NOSTRI “DIALOGHI COSTITUENTI” CHE ABBIAMO CONVOCATO PER PARLARE DI PIAZZALE OSTIENSE. AVEVAMO CONVOCATO QUESTA INIZIATIVA PER PARLARE DI UN LUOGO EMBLEMATICO DI ROMA: * UN LUOGO DI GRANDE BELLEZZA, PERCHÉ LE RIMANENZE DELLA ROMA ANTICA E ALCUNE COSTRUZIONI DELLA ROMA MODERNA PLASMANO IL PIAZZALE OSTIENSE IN MANIERA SIGNIFICATIVA * LA STESSA EDILIZIA POPOLARE, CON RIONI COME SAN SABA E TESTACCIO, TESTIMONIANO DI COME LA QUALITÀ URBANA – A VOLERLO – POSSA ESSERE ACCESSIBILE A TUTTI. QUARTIERI ANCORA ABITATI DAI ROMANI SEBBENE SIANO NUMEROSE LE PRESSIONI PER ESPELLERE GENTE IN FAVORE DI B&B E ABITANTI RICCHI IN GENERALE * NON SOLO BELLEZZA, TUTTAVIA: PIAZZALE OSTIENSE È UN NODO DEL TRASPORTO ROMANO CHE, COME SPESSO SUCCEDE IN QUESTA CITTÀ, È DEL TUTTO NEGLETTO * TUTTO QUESTO PESA SU UN LUOGO CHE HA UN GRANDE SIGNIFICATO PER LA CULTURA CIVILE NON SOLO DI ROMA, MA DI TUTTO IL PAESE. NEL ’43, CON LA BATTAGLIA DI PORTA SAN PAOLO, SI PUÒ DIRE, NASCE IL RISCATTO DELL’ITALIA E, FORSE LA STESSA REPUBBLICA. NEGLI ANNI È STATO ANCHE IL LUOGO DELLE BATTAGLIE PER LA DIFESA DELLA DEMOCRAZIA UN LUOGO DA RIPENSARE E RISISTEMARE AL SERVIZIO DELLA CITTÀ, DI UNA NUOVA VISIONE, SE NON DI UN NUOVO PARADIGMA, CHE VEDA AL CENTRO I RESIDENTI DI ROMA E LA POSSIBILITÀ PER LORO DI VIVERE LA CITTÀ E DI ACCEDERE ALLA SUA RICCHEZZA ED OPPORTUNITÀ, AFFRANCATI DAL TRASPORTO PRIVATO SU GOMMA. NON MI DILUNGO SU TUTTO CIÒ. MA PERCHÉ PARLARNE QUI OGGI? PERCHÉ, UN TEMA CENTRALE NEL RIPENSAMENTO DI PIAZZALE OSTIENSE È PROPRIO L’ARCHEOTRAM. SI TRATTA DI UNA LINEA TRAMVIARIA ORDINARIA, SOLAMENTE MARCATA DA CARROZZE DI COLORE SPECIALE. IL TITOLO DI VIAGGIO È QUELLO NORMALE. IL TRAGITTO È INTERESSANTE. DA PIAZZALE OSTIENSE, PER VIALE AVENTINO, SI ARRIVA A VIA DI SAN GREGORIO E AL COLOSSEO. POI, DI LI, PER VIA LABICANA E VIA EMANUELE FILIBERTO, SI ARRIVA A SAN GIOVANNI E, PER VIA CARLO FELICE, SI GIUNGE A PORTA MAGGIORE, PER PROSEGUIRE LUNGO VIA DI PORTA MAGGIORE, PIAZZA VITTORIO E VIA NAPOLEONE III, FINO ALLA STAZIONE TERMINI. POI, IL PERCORSO, SI RIFÀ A RITROSO. C’È UN SOLO CAPOLINEA, A PIAZZALE OSTIENSE. LA FREQUENZA INIZIALE SARÀ DI UN PASSAGGIO OGNI MEZZ’ORA. L’AVVIO ERA INIZIALMENTE PREVISTO ENTRO APRILE. CON L’ARCHEOTRAM, SUI BINARI ESISTENTI, SI TOCCANO TUTTI I LUOGHI CENTRALI DELLA ROMA ANTICA. SI TRATTA DI UN MEZZO DI GRANDE IMPORTANZA PER ACCEDERE AL CENTRO DA UN GRANDE SNODO DEL TRAFFICO URBANO SU FERRO, FORSE IL PIÙ IMPORTANTE – PIAZZALE OSTIENSE – E DAL PIÙ IMPORTANTE SNODO DEL TRAFFICO ROMANO – LA STAZIONE TERMINI. SENZA CONTARE TUTTI GLI ALTRI INCROCI IMPORTANTI CON LE LINEE DELLA METROPOLITANA (A VIALE MANZONI, AL COLOSSEO, A PIAZZA SAN GIOVANNI). L’ARCHEOTRAM È UNA NOVITÀ PER QUANTO RIGUARDA IL TRASPORTO A ROMA, CIOÈ PER L’ACCESSO ALLA CITTÀ DA PARTE DI TUTTI E, OVVIAMENTE, ANCHE DA PARTE DEI TURISTI. PER LA CRONACA, SI SAREBBE POTUTO GIÀ FARE AI TEMPI DEL GRANDE GIUBILEO DEL 2000. FU PENSATO ALLORA DAL GRANDE URBANISTA ITALO INSOLERA. L’INTERVENTO È SEMPLICE. SE NON È STATO REALIZZATO È PERCHÉ NON LO SI È VOLUTO FARE. IL PERCHÉ IN 25 ANNI SIA ANDATA COSÌ, LO LASCIO ALLE RIFLESSIONI PERSONALI. IL PUNTO È CHE LE FORZE CHE HANNO TRATTENUTO IL LANCIO DI QUESTA SEMPLICE NOVITÀ, PROBABILMENTE SONO ANCORA ATTIVE. NOI PENSIAMO CHE L’ARCHEOTRAM SIA UNA GRANDE OPPORTUNITÀ PER I ROMANI, PER DUE MOTIVI GENERALI: * PRIMO MOTIVO: È UNA RISPOSTA ALLA DOMANDA DI ACCESSIBILITÀ ALLE ZONE CENTRALI DA PARTE DEI RESIDENTI. * SI TRATTA, CIOÈ, DI UNA MAGGIORE OFFERTA DI TRASPORTO CHE PUÒ CONTRIBUIRE AD ALTRE POLITICHE DI TRASPORTO, CHE ANDREBBERO FATTE, PER DECONGESTIONARE IL CENTRO DI ROMA DAL TRAFFICO AUTOMOBILISTICO * SECONDO MOTIVO: È UN CONTRIBUTO, POTENZIALMENTE IMPORTANTE, PER SODDISFARE LA DOMANDA DI TRASPORTO TURISTICO, CHE ANCHE GRAZIE A QUESTA INIZIATIVA, PUÒ ESSERE GESTITA SENZA IL RICORSO AL TRASPORTO PRIVATO SU GOMMA DEI PULLMAN. SE PARLIAMO DI LOTTA ALL’IPERTURISMO, DOBBIAMO GUARDARE A QUESTI DUE ELEMENTI. SI DEVE PARLARE, PERÒ, DI POTENZIALITÀ CHE VANNO GESTITE AFFINCHÉ POSSANO ESSERE TRAMUTATE IN FATTI. IL RISCHIO È CHE SI FACCIA LA SOLITA INIZIATIVA VELLEITARIA, DESTINATA A DURARE POCO. ABBIAMO SENTITO LE CRITICHE INFONDATE CHE SI FECERO A SUO TEMPO ALLE LINEE TURISTICHE ISTITUITE PER IL GRANDE GIUBILEO DEL 2000. LE FAMOSE, SECONDO ALCUNI FAMIGERATE, LINEE J. CHE POI VENNERO ABOLITE. L’ARCHEOTRAM POTREBBE ESSERE UNA DELLE TANTE RISPOSTE CHE SI DEVONO DARE PER ESSERE ALL’ALTEZZA DELLA SFIDA DELL’IPERTURISMO. E’ UN MODO CON CUI SI AUMENTA L’ACCESSIBILITÀ, LIBERA E PER TUTTI, ALL’AREA ARCHEOLOGICA, IN PARTICOLARE AL CARME (CENTRO ARCHEOLOGICO MONUMENTALE). POTREBBERO USUFRUIRE DI TALE OFFERTA, NON SOLAMENTE I TURISTI, VARIAMENTE ORGANIZZATI, MA ANCHE * SCOLARESCHE, * ROMANI CHE VANNO AL LAVORO, CHE DEVONO ANDARE IN CENTRO, * GIOVANI CHE VOGLIONO ANDARE IN CENTRO – MAGARI PER PARTECIPARE ALLA MOVIDA -, * ROMANI A PASSEGGIO… L’ARCHEOTRAM È UN TIPO DI SERVIZIO PUBBLICO CHE RENDEREBBE LA CITTÀ OGGETTO DI UNA FRUIZIONE NON STEREOTIPATA, AL CONTRARIO DI QUELLA CHE VIENE OFFERTA ORA, IN PARTICOLARE COL COSIDDETTO TURISMO ESPERIENZIALE. MA PER RENDERE QUESTA IDEA REALTÀ SONO NECESSARIE ALCUNE CONDIZIONI, CHE È BENE METTERE IN EVIDENZA. E’ UTILE, TUTTAVIA, FARE ALCUNE PREMESSE. * INNANZITUTTO, BISOGNA AVERE IN MENTE CHE È UN SERVIZIO LA CUI FREQUENZA DEVE POTER AUMENTARE * IL COLLEGAMENTO CON L’APPIA ATTRAVERSO ALTRI VETTORI- UNA DELLE PARTI DEL PROGETTO ARCHEOTRAM (SI VEDA L’INTERVENTO DI WALTER TOCCI QUI) – È UNA PROMESSA DA MANTENERE * L’INTEGRAZIONE CON GLI ALTRI MEZZI DI TRASPORTO PUBBLICI, IN PARTICOLARE SUL FERRO, DEVE ESSERE RESA EFFETTIVA. DI LI L’IMPORTANZA DEI DUE ESTREMI DEL PERCORSO DELL’ARCHEOTRAM, VALE A DIRE, DI: * PIAZZALE OSTIENSE, CHE ANDREBBE RIPENSATA ANCHE TENENDO CONTO DI QUESTA SUA CENTRALITÀ COME PORTA DI ACCESSO AL CENTRO * TERMINI, DOVE POTREBBE SCAMBIARE CON IL TVA (L’ASSESSORE AI TRASPORTI PROMETTE CHE IL TVA SI FARÀ. PER ORA, A ROMA VEDIAMO NUOVE LINEE DI TRAM MA ANCHE VECCHIE LINEE CHE VENGONO TRONCATE, COME IL 19 A PIAZZA RISORGIMENTO) LE CONDIZIONI PER REALIZZARE CON SUCCESSO QUESTO PROGETTO, DUNQUE, SAREBBERO LE SEGUENTI: * PRIMA CONDIZIONE: FAR CONOSCERE L’ARCHEOTRAM; POTREBBE ESSERE OFFERTO GRATIS OGNI PRIMA DOMENICA DEL MESE, QUANDO SONO GRATIS ANCHE I MUSEI. I ROMANI POTREBBERO CAPIRE CHE, COME I MUSEI SONO PER TUTTI, LO È ANCHE IL MEZZO PER ARRIVARCI. * IN QUESTO QUADRO, L’ARCHEOTRAM DOVREBBE ESSERE FATTO CONOSCERE AI TURISTI ATTRAVERSO INIZIATIVE MIRATE. * SECONDA CONDIZIONE: AGGIORNARE E INCREMENTARE L’OFFERTA, QUINDI MONITORARE L’ANDAMENTO DEL SERVIZIO, RACCOGLIERE L’OPINIONE E I SUGGERIMENTI DEGLI UTENTI. A QUESTO PROPOSITO, ESISTONO PROPOSTE CHE POTREBBERO PORTARE AD AUMENTARE IL NUMERO DI VETTURE IN BREVE TEMPO E CON POCA SPESA (ODISSEA QUOTIDIANA PROPONE ALCUNI RESTAURI DI VECCHIE CARROZZE) * TERZA CONDIZIONE: NON TRADIRE L’ARCHEOTRAM, CIOÈ FARE IN MODO CHE RIMANGA UN SERVIZIO PER TUTTI, CIOÈ NON UN COMPLEMENTO A SERVIZI BRUTTI E INQUINANTI COME I PULLMAN HOP-OFF * QUARTA CONDIZIONE: L’ARCHEOTRAM DEVE RISPETTARE I LUOGHI PREZIOSI IN CUI TRANSITA. QUESTO È PARTICOLARMENTE VERO PER QUANTO RIGUARDA PIAZZALE OSTIENSE E I QUARTIERI LIMITROFI. L’EVENTUALE SCAMBIO COI PULLMAN TURISTICI NON DEVE ESSERE REALIZZATO A SCAPITO DELLA VIVIBILITÀ DEL PIAZZALE E DEI QUARTIERI ATTORNO AL CAPOLINEA. SU QUESTO BISOGNA ESSERE MOLTO CHIARI. INSOMMA, NON SARÀ METTENDO TRE VECCHI TRAM “STANGA” RESTAURATI E RIDIPINTI CHE SI INNOVA LA MOBILITÀ A ROMA NELLE ZONE DI PREGIO ARTISTICO E CULTURALE. SE SI RISPETTANO LE CONDIZIONI DI CUI SOPRA – NATURALMENTE, ANDREBBE DISCUSSO IL COME – L’ARCHEOTRAM POTREBBE DIVENTARE IL SEME DI UN MODO NUOVO DI PROPORRE LA CITTÀ AI RESIDENTI E AI TURISTI, IN MODO SOSTENIBILE. PURTROPPO, SAPPIAMO CHE TUTTO CIÒ NON È SCONTATO (SI VEDA IL CASO DEL TRAM DI PIAZZA RISORGIMENTO). L'articolo Archeotram: come farlo diventare una vera opportunità per i romani proviene da Roma Ricerca Roma.
April 24, 2025
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