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L’attacco fantasma all’isola di Diego Garcia
Nei giorni scorsi si è discusso molto dell’attacco contro la base militare statunitense-britannica sull’isola di Diego Garcia — abbiamo riportato la notizia anche noi — perché veniva letto come un segnale che l’Iran avesse a propria disposizione razzi balistici a raggio intermedio, che avrebbe di molto espanso il raggio entro cui Teheran avrebbe potuto attaccare i paesi circostanti, arrivando a colpire anche molte capitali europee. Ora, un alto funzionario iraniano ha smentito che il paese abbia del tutto cercato di lanciare un attacco contro quell’obiettivo. Va sottolineato che nelle ore successive all’attacco non è emersa nessuna immagine e nessuna prova che l’attacco abbia avuto luogo. Poche ore dopo il presunto attacco, il Regno Unito ha autorizzato gli Stati Uniti a utilizzare la base di Diego Garcia e la base di Fairford, nel sud-ovest dell’Inghilterra, per colpire “siti missilistici usati per attaccare navi nello stretto di Hormuz.” (the New Arab / BBC News) La terza settimana di guerra contro l’Iran si è conclusa con ulteriori attacchi contro molte città iraniane, che hanno colpito obiettivi civili: molte residenze private, un ospedale, una stazione radiofonica. Restano solo poche ore all’ultimatum dato da Trump per la riapertura dello stretto di Hormuz — l’Iran ha al contrario minacciato di chiuderlo completamente se gli Stati Uniti colpiranno le centrali elettriche del paese. Il portavoce militare iraniano Ebrahim Zolfaghari ha provocato Trump in un video in inglese, dicendogli che era “fired,” licenziato. “Grazie per la tua attenzione.” (Al Jazeera / X) Le forze statunitensi e NATO hanno chiesto al governo iracheno un cessate il fuoco temporaneo di 24 ore con le fazioni della resistenza irachena per facilitare il ritiro dalla base Victoria a Baghdad. La maggior parte delle fazioni della resistenza irachena hanno accettato, ma il portavoce delle Saraya Awliya al-Dam, una milizia pro-iraniana attiva nel nord del paese, ha minacciato ripercussioni in caso di rientro delle truppe di Washington e dei propri alleati nell’area. La richiesta di cessate il fuoco arriva dopo momenti difficili: un aereo Su-30 della NATO non è riuscito ad atterrare alla base Victoria a causa del fuoco pesante delle fazioni della resistenza. Le forze statunitensi sono ora confinate nella regione del Kurdistan, dopo essere state espulse da tutte le altre posizioni. Anche la NATO sta terminando la propria evacuazione: tutte le truppe italiane, 100 militari, sono fuggite in Giordania. (Al Mayadeen) Nel frattempo, continua anche l’aggressione del Libano: le IDF hanno colpito il ponte di Qasmiyeh, un collegamento fondamentale tra il sud e il resto del paese. Il presidente libanese Aoun ha detto che l’attacco non può che essere letto come un “preludio all’invasione di terra,” e che costituiva un esempio della “politica di punizione collettiva contro i civili” delle forze israeliane. L’attacco è arrivato dopo che il ministro della difesa israeliano Katz ha ordinato all’esercito di distruggere tutti i ponti sul fiume Leonte e le abitazioni vicine al confine. Katz ha paragonato esplicitamente la strategia a quella utilizzata a Beit Hanoun e Rafah a Gaza, ovvero quella di creare “zone cuscinetto” completamente distrutte e senza civili per isolare la popolazione locale. (Reuters)
March 23, 2026
The Submarine
Il momento della verità sulla scommessa autoritaria del governo Meloni
Sono aperti i seggi per il referendum sulla Giustizia: si vota oggi fino alle 23, e poi domani, dalle 7 alle 15. Si tratta di un voto importantissimo, su cui pende “il futuro dell’equilibrio costituzionale” del paese, scrive Emiliano Fittipaldi su Domani: serve fermare una riforma “che in realtà ha un unico, reale obiettivo: dividere e indebolire la magistratura, punendola e umiliandola, in modo da limitare la sua autonomia e rafforzare, di converso, il potere dell’esecutivo.” Ma non si può non vedere nel voto anche un’anticipazione della sfida elettorale che vedrà, l’anno prossimo, contrapposte Meloni e Schlein. Nelle ultime settimane Meloni ha rotto gli indugi, e si è spesa moltissimo per il Sì — così tanto che, anche se la presidente del Consiglio ha già detto molte volte che non intende dimettersi in caso di vittoria del No, sarà perlomeno impossibile negare che questa sia a pieno titolo una “sua” sconfitta elettorale. Dall’opposizione, anche Schlein si è spesa molto per il referendum, con un lungo tour che, se dovesse portare a una vittoria elettorale, ne blinderebbe il ruolo a guida del Partito democratico. Questa campagna elettorale, in realtà, è stata prova abbastanza plastica che la strategia di Schlein per la gestione della coalizione funziona abbastanza bene: tutti i leader delle forze di opposizione hanno fatto attivamente campagna per il No, anche insieme quando era necessario. (ANSA / Domani / il manifesto) Se dovesse vincere il sì, la conseguenza più immediata sarebbe in realtà politica: sarebbe la conferma di Meloni come leader incontestata della destra, e ci sarebbe la strada spianata non solo per una riforma elettorale accentrata sul ruolo del capo del governo, ma anche per irrigidire ulteriormente lo scontro con la magistratura, a partire dalla “gestione” delle persone migranti. Materialmente, però, sono molte le incognite su cosa succederebbe dopo la modifica della Costituzione. I magistrati diventerebbero l’unica categoria del paese che non elegge i propri ordini direttivi. L’“autonomia e indipendenza” dei pm resterà in Costituzione, ma la loro posizione reale cambierà in modo sensibile, costretti più vicini nel lavoro quotidiano alla polizia giudiziaria, e allineandoli a una catena di comando che porta direttamente all’esecutivo: sottoposti a leve indirette — che tanto indirette non sarebbero — con cui la politica potrebbe influenzarne l’azione. (il manifesto / Domani) Come fa, diciamo caritatevolmente, molto spesso, Matteo Salvini ha violato il silenzio elettorale, pubblicando sui propri canali social un invito al voto per il Sì fuori tempo massimo. Salvini, in realtà, non si è speso moltissimo a livello personale sul referendum, ma oggi le forze di governo saranno inevitabilmente presenti sui media in modo rilevante, in occasione dei funerali del fondatore della Lega, Umberto Bossi. (X / ANSA) Nel frattempo, a proposito di notizie che forse dovrebbero informare la scelta al referendum: la procura di Roma sta allargando l’inchiesta sulle società riconducibili alla famiglia Caroccia, per scoprire possibili attività di riciclaggio. I magistrati stanno cercando di ricostruire l’origine dei fondi investiti nella società collegata allo scandalo di Delmastro, ma anche in altre attività: Caroccia e la figlia risultano iscritti nel registro degli indagati. Nel fascicolo rientra anche la srl Le 5 forchette di cui ha fatto parte anche Delmastro: un retroscena della Stampa cita che nell’ufficio di un notaio di Biella ci sarebbe stato “un passaggio di contanti” di entità si presume modesta, ma il cui scopo non è chiaro. Nonostante la difesa indefessa dei giorni scorsi, in realtà dentro Fratelli d’Italia sta crescendo la preoccupazione che possano emergere ulteriori rivelazioni: Repubblica sottolinea che la prima versione di Delmastro, che inizialmente aveva detto di non conoscere Caroccia padre, si è ormai rivelata falsa. È difficile dire quale sia la “linea rossa” per il partito: Delmastro potrebbe essere costretto alle dimissioni se venisse iscritto al registro degli indagati? O è necessario che sia un’accusa particolarmente pesante? (ANSA / la Stampa / Repubblica)
March 22, 2026
The Submarine
Escalation senza dirlo
Washington vuole fare un passo indietro nella guerra o no? È impossibile dirlo dalle dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti: scrivendo su Truth Social, Trump ha detto che “siamo molto vicini al raggiungimento dei nostri obiettivi” e che quindi “consideriamo di ridurre i nostri grandi sforzi militari in Medio Oriente.” È una affermazione che sembra essere in aperta contraddizione con quello che gli Stati Uniti stanno facendo davvero: sono state inviate 3 ulteriori navi d’assalto anfibio e circa 2.500 militari nella regione, che si aggiungono ad altri 2.500 reindirizzati dal Pacifico nei giorni precedenti, e oltre 50.000 già presenti nella regione. Cosa voglia dire “ridurre gli sforzi militari” non chiarissimo, in generale, anche perché Trump poco prima aveva detto che con l’Iran si potrà avere “un dialogo,” ma che non riteneva necessario un cessate il fuoco: “Non si fa un cessate il fuoco quando stai letteralmente annientando l’avversario.” (Truth Social / CNBC) La nuova Guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei ha rilasciato una dichiarazione di aperta sfida agli Stati Uniti e Israele, dicendo che “il nemico è stato sconfitto,” “grazie alla fortissima unità che si è creata tra i nostri compatrioti, nonostante tutte le differenze di origini religiose, intellettuali, culturali e politiche. Khamenei ha sostenuto che gli iraniani hanno “inflitto al nemico un colpo stordente tanto che ora inizia a pronunciare parole contraddittorie e senza senso.” Secondo Khamenei, Israele e gli Stati Uniti avevano “l’illusione” che uccidendo il padre e gli altri leader militari avrebbero creato “paura e disperazione” nel paese e realizzato “il sogno di dominare e poi dividerlo.” Mojtaba Khamenei ha anche negato qualsiasi coinvolgimento iraniano negli attacchi contro Oman e Turchia durante la guerra, accusando Israele di aver condotto operazioni false flag. (the New Arab) Nonostante i bombardamenti battenti, che la coalizione statunitense-israeliana sia in difficoltà è evidente fin dai primi giorni della guerra. Ora l’amministrazione Trump II ha sospeso per 30 giorni le sanzioni sugli acquisti di petrolio iraniano (sì) già caricato su navi, nel tentativo di contenere i prezzi del greggio schizzati di circa il 50% a oltre 100 dollari al barile. È la terza volta in circa due settimane che gli Stati Uniti sospendono temporaneamente le sanzioni: in precedenza avevano allentato quelle sul petrolio russo. La licenza generale, pubblicata sul sito del Tesoro dopo la chiusura dei mercati, consente la vendita e la consegna di greggio e prodotti petroliferi iraniani caricati su navi a partire da venerdì fino al 19 aprile, e prevede perfino la possibilità di importare petrolio iraniano negli Stati Uniti, una cosa che non accade in modo significativo dalla rivoluzione del 1979. (the Guardian) Drop Site ha ottenuto documenti interni dell’intelligence iraniana che confermano per la prima volta l’esistenza di operazioni clandestine iraniane in Israele. Il ministero delle Informazioni e della Sicurezza nazionale ha reclutato negli ultimi 3 anni cittadini israeliani per condurre operazioni di influenza: distribuzione di striscioni, volantini e materiali propagandistici in spazi pubblici, creazione di pagine social, infiltrazione di manifestazioni contro Netanyahu e per il rilascio degli ostaggi di Gaza. In alcuni casi gli israeliani reclutati credevano di essere pagati da ebrei statunitensi preoccupati per gli ostaggi o contrari alle politiche di Netanyahu. Due funzionari, in forma anonima ovviamente, spiegano a Drop Site, che si tratta di una “misura reciproca” attivata in risposta alle attività israeliane in Iran. (Drop Site)
March 21, 2026
The Submarine
Dichiarazioni di guerra senza piombo
Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Paesi bassi, Giappone e Canada hanno rilasciato una dichiarazione congiunta sullo stretto di Hormuz in cui condannano gli attacchi dell’Iran sulle “navi commerciali” e le “infrastrutture civili” e la “chiusura di fatto dello stretto di Hormuz.” I firmatari scrivono di avere “grave preoccupazione per l’escalation del conflitto,” e chiedono una “moratoria comprensiva e immediata agli attacchi sulle infrastrutture civili.” Sul piano operativo, i 7 paesi esprimono di essere “pronti” a “contribuire a impegni appropriati per garantire il passaggio sicuro attraverso lo stretto,” e accolgono a favore “l’impegno delle nazioni che si stanno impegnando con i piani preparatori.” Il dato più importante del documento è forse che i paesi accolgono la decisione dell’Agenzia internazionale dell’energia di autorizzare il rilascio coordinato delle riserve strategiche di petrolio per “stabilizzare i mercati energetici.” Molti hanno immediatamente letto nell’impegno a “garantire il passaggio sicuro nello stretto” una dichiarazione che anticipa l’impegno militare nella guerra lanciata da Stati Uniti e Israele. In Italia, le forze di governo sono corse al riparo: Tajani ha precisato che si tratta “di un documento politico, non un documento militare” — qualunque cosa voglia dire — mentre Crosetto ha emesso una nota ufficiale in cui insiste che non ci sarà nessuna “missione di guerra.” Anche Meloni si è affrettata a promettere: “Nessuno pensa a una missione militare per forzare il blocco nello Stretto. Ci interroghiamo su come possiamo offrire un contributo ma ovviamente dopo che è cessato il conflitto e d'accordo con le parti.” Non serve specificare che alla fine del conflitto si presume che lo stretto sarà riaperto. (Governo britannico / ANSA / ministero della Difesa / la Stampa) Allo stesso modo, hanno immediatamente tirato indietro la mano anche Germania e Francia. Il ministro della Difesa tedesco Pistorius ha dichiarato che l’intervento militare tedesco dipende “dalla situazione dopo un cessate il fuoco,” e “se possiamo partecipare nel contesto di un mandato internazionale.” Qualsiasi impegno tedesco dovrà comunque essere confermato a livello parlamentare. Parlando con i giornalisti Macron ha dichiarato che la Francia vuole parlare con i membri permanenti del Consiglio di sicurezza ONU per stabilire se può essere creato uno schema comune con cui costruire piani futuri, anche questo che però si potrebbe attivare solo dopo la fine della guerra. Secondo Macron, comunque, si tratta solo di un “processo esploratorio.” (France 24) Gli alleati di Washington forse si illudono che potranno a lungo tenersi fuori dal conflitto. Ma le crescenti difficoltà degli Stati Uniti metteranno in difficoltà chi nelle scorse ore si è prestato alle dichiarazioni d’intenti sulla carta. Giovedì un caccia F-35 statunitense ha effettuato un atterraggio di emergenza in una base statunitense dopo essere stato colpito da fuoco iraniano. Gli Stati Uniti hanno perso altri velivoli nelle settimane scorse: 3 F-15 abbattuti per errore dalla difesa aerea del Kuwait, e un aereo cisterna KC-135 che si è schiantato in Iraq per ragioni ancora sconosciute. Ma questo incidente è senza precedenti: gli F-35 sono jet stealth di quinta generazione, considerati i velivoli da combattimento più avanzati al mondo, e colonna portante del potere aereo degli Stati Uniti e dei propri alleati. Il colpo della difesa aerea iraniana è la prima volta nella storia in cui un F-35 viene colpito: ogni jet ha un costo di circa 100 milioni di dollari. Il video del momento in cui l’F-35 è stato colpito è stato condiviso sui social, e la notizia ha ovviamente causato un calo drastico dello stock di Lockheed Martin, che solo nelle ultime ore si sta riprendendo. Ma sembra non essersi trattato di una colpo fortuito: mentre scriviamo diversi retroscena, su media iraniani e non, riportano che sia stato colpito un secondo F-35. Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha canzonato il nemico: “Secondo le dichiarazioni di funzionari militari israeliani e americani, il 320% dei lanciatori missilistici iraniani è stato distrutto finora. Tuttavia, l’Iran continua a lanciare missili con un ritmo molto alto. Ora, il nemico punta a distruggerne fino al 500%! Un risultato unico per le forze armate statunitensi!” (CNN / X / Yahoo Finance / Turkiye Today / Tasnim / X)
March 20, 2026
The Submarine
Il prezzo dell’insuccesso
Un retroscena di Reuters conferma che l’amministrazione Trump II sta valutando il dispiegamento di migliaia di soldati statunitensi per rafforzare le operazioni contro l’Iran. Le operazioni sotto valutazione sono: garantire il passaggio sicuro delle petroliere attraverso lo stretto di Hormuz, inviare forze di terra sull’isola di Kharg, e mettere in sicurezza le scorte iraniane di uranio altamente arricchito. Tutte e tre sono operazioni ad altissimo rischio: per provare a mettere in sicurezza lo stretto di Hormuz quasi sicuramente servirebbe sbarcare sulle coste iraniane, l’assalto all’isola di Kharg lascerebbe i militari statunitensi facile obiettivo di bombardamenti iraniani, e secondo le fonti dell’agenzia si teme che anche le forze speciali statunitensi potrebbero essere in difficoltà in una missione per estrarre l’uranio arricchito dal paese. Un funzionario della Casa bianca non nega che piani simili siano stati discussi: “Al momento non è stata presa alcuna decisione sull’invio di truppe di terra, ma il presidente Trump saggiamente tiene a sua disposizione tutte le opzioni.” In precedenza gli Stati Uniti avevano sostenuto che gli attacchi dello scorso giugno avessero completamente sotterrato l’uranio arricchito a disposizione di Teheran. (Reuters) Non serve specificare che lanciare un’invasione di terra sarebbe estremamente rischioso per Trump, che già si trova coinvolto in una guerra profondamente impopolare presso l’elettorato statunitense. Un altro retroscena riporta che il Pentagono ha chiesto alla Casa bianca di approvare una richiesta al Congresso di oltre 200 miliardi di dollari per continuare a finanziare la guerra. Si tratta di una esplosione dei costi: la prima settimana di guerra era costata ai contribuenti statunitensi 11 miliardi, ma queste ulteriori risorse servirebbero per aumentare urgentemente la produzione di armamenti critici esauriti. Al momento non è chiaro quanto la Casa Bianca chiederà effettivamente al Congresso: alcuni funzionari della Casa Bianca ritengono che la richiesta del Pentagono non abbia possibilità realistiche di essere approvata, e sicuramente — a prescindere da quale sarà la cifra richiesta alla fine — ci saranno forti tensioni politiche. Ovviamente, se il problema è davvero l’esaurimento delle risorse, mobilitare tantissimo capitale serve fino a un certo punto: il collo di bottiglia resta la disponibilità di lavoratori, impianti e di materiali. (the Washington Post) Il ministro degli Esteri dell’Oman Badr Al Busaidi, che nelle settimane prima dell’inizio della guerra si era impegnato personalmente nella mediazione tra Stati Uniti e Iran, ha firmato un editoriale sull’Economist in cui descrive la guerra esplicitamente come “illegale,” ed esorta gli alleati di Washington ad aiutare la politica statunitense ad uscirne. Al Busaidi ricostruisce il contesto: per 2 volte in 9 mesi Stati Uniti e Iran sono stati vicini a un accordo reale sul programma nucleare iraniano. Il 28 febbraio, poche ore dopo colloqui che il ministro descrive come sostanziali, Israele e Stati Uniti hanno lanciato un nuovo attacco militare. Per gli stati del Golfo, il modello economico basato su sport, turismo, aviazione e tecnologia è ora in pericolo. Il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz è gravemente perturbato, i prezzi dell'energia salgono e si profila una recessione profonda. Al Busaidi sostiene che il più grande errore degli Stati Uniti sia stato proprio farsi trascinare nella guerra, perché gli obiettivi di Israele, in realtà, sarebbero impossibili da raggiungere senza una grande invasione di terra da parte degli Stati Uniti. Al Busaidi propone una via d’uscita: collegare i negoziati bilaterali Washington–Teheran a un processo regionale più ampio, centrato sulla trasparenza nucleare e sulla transizione energetica nella regione, se possibile nel quadro di un trattato allargato di non aggressione. (the Economist) Nel frattempo, il conflitto ha subito una ulteriore escalation: Teheran ha denunciato bombardamenti contro le infrastrutture di South Pars, dove si trova il più grande giacimento di gas naturale del mondo, condiviso tra Iran e Qatar. In risposta le forze iraniane hanno a loro volta ampliato gli attacchi contro le principali infrastrutture energetiche della regione, tra cui l’impianto di gas naturale liquefatto Ras Laffan in Qatar, causando danni ingenti. Israele non ha rivendicato l’attacco, ma il ministro della Difesa Katz ha promesso ulteriori “sorprese” (sic) — che l’attacco sia di origine israeliano è cosa però ora nota, perché lo ha scritto il presidente degli Stati Uniti sul proprio social network privato. Nel post Trump promette che Tel Aviv non condurrà altri attacchi analoghi, e minaccia l’Iran, chiedendo di non rispondere attaccando il Qatar. In caso contrario, Trump scrive, saranno proprio gli Stati Uniti ad attaccare di nuovo il giacimento. Questa mattina il prezzo del gas sui listini europei è già aumentato del 25%. (Associated Press / Truth Social / the Independent)
March 19, 2026
The Submarine
Una guerra sempre più cruenta e sempre meno difendibile
Il direttore del Centro nazionale antiterrorismo statunitense, Joe Kent, ha rassegnato le proprie dimissioni con una lettera in cui spiegava di non poter continuare a svolgere il proprio lavoro sostenendo la guerra in Iran: “Non posso in buona coscienza appoggiare la guerra in corso in Iran. L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione, ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana.” Nella lettera di dimissioni, Kent ricorda la moglie, Shannon, che era una linguista per la Marina statunitense, ed è stata uccisa nel gennaio 2019 da un attentatore a Manbij, in Siria, dove stava incontrando una fonte in un ristorante. Kent scrive di aver “perso la moglie in una guerra architettata da Israele” — un’accusa, quella che il lobbismo israeliano sia alla base di molti dei conflitti scatenati dagli Stati Uniti nella regione, sempre più spesso circolata anche, evidentemente, ai piani più alti della politica statunitense. Il riferimento a Israele è stato ricevuto da Tel Aviv come potete immaginare, con Ynet che ospita un editoriale che chiama Kent “un bugiardo antisemita.” (X / Ynet) È importante sottolineare che Joe Kent non è un politico progressista e tanto meno pacifista. Nelle sue dimissioni assegna la responsabilità della guerra interamente a Israele, e ritrae Trump come un leader ingannato e senza colpa. Come sottolinea Ken Klippenstein, l’uscita di Kent, che sicuramente resterà in politica, fa parte della crescente opposizione statunitense alla guerra in Iran e della preoccupazione sugli effetti del lobbismo israeliano. L’AIPAC, l’American Israel Public Affairs Committee, è sotto pressione, anche interna, dopo risultati contrastanti nelle primarie democratiche dell’Illinois, in un contesto in cui la guerra contro l’Iran sta ulteriormente deteriorando l’immagine di Israele tra gli elettori statunitensi, già molto affaticati per il supporto biparisan al genocidio a Gaza. I politici contrari all’ingerenza di AIPAC hanno denunciato l’uso sempre più frequente da parte dell'organizzazione di “comitati elettorali di facciata” per oscurare la fonte dei finanziamenti esterni. I sondaggi mostrano un netto spostamento dell’opinione pubblica: secondo un sondaggio NBC News, il 57% dei democratici vede Israele negativamente, rispetto al 35% registrato prima dell’inizio dell’aggressione di Gaza nell’ottobre 2023. Un altro sondaggio rileva che il 44% degli elettori ritiene gli Stati Uniti siano troppo favorevoli a Israele — il dato più alto da quando la domanda viene posta, nel 2017. Tra i democratici, il 62% condivide questa posizione. (Ken Klippenstein / POLITICO / NBC News / Quinnipiac University) Martedì le IDF hanno ucciso due alti funzionari iraniani, il capo della sicurezza nazionale Ali Larijani e Gholamreza Soleimani, il comandante dei Basij, una forza paramilitare sottoposta ai Guardiani della rivoluzione. Larijani era stato il leader de facto dell’Iran nei primi 10 giorni di guerra, dopo l’uccisione di Khamenei nel primo attacco israeliano e prima che suo figlio Mojtaba fosse scelto come successore. Secondo fonti informate di Axios, negli ultimi giorni Larijani faceva parte di una fazione che spingeva per avviare negoziati di pace con gli Stati Uniti, nonostante le sue dichiarazioni spesso incendiarie — nei giorni scorsi aveva minacciato direttamente Trump, dicendogli di “stare attento a non farti ammazzare anche tu.”  (the New York Times / Axios) Nelle scorse ore, come ovvia ritorsione alle uccisioni di Larijani e Soleimani, le forze iraniane hanno lanciato importanti attacchi missilistici di rappresaglia su Israele, usando anche missili dotati di testate a grappolo. Una stazione ferroviaria centrale di Tel Aviv è stata danneggiata e il traffico ferroviario nel paese è stato temporaneamente sospeso. Le forze iraniane hanno colpito anche i paesi del Golfo: a Dubai si sono sentite esplosioni fin dalle 3 del mattino. Nel frattempo, Israele ha continuato a bombardare il Libano: si contano almeno 6 morti e 12 feriti in attacchi sul centro di Beirut, dove un intero edificio è stato raso al suolo. Altre 15 persone sono state uccise nel retro del paese nelle ore precedenti. Le IDF hanno esteso gli ordini di sfollamento forzato nel sud del Libano fino al fiume Leonte, circa 40 km a nord del confine israeliano — più a nord dei precedenti ordini, che arrivavano al fiume Litani. Gli ordini di evacuazione emessi da Tel Aviv ora interessano il 14% del territorio libanese. (Al Jazeera)
March 18, 2026
The Submarine
Con ragioni per il Sì come queste, chi ha bisogno di ragioni per il No
Mancano pochi giorni al voto, che nelle ultime settimane le forze di governo hanno politicizzato con quella che sembra crescente disperazione. In questa puntata di Trappist passiamo in rassegna i momenti più assurdi di una campagna elettorale per il Sì che si è rivelata la migliore pubblicità per il No. La piú clamorosa è una delle piú recenti: Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministero della Giustizia, che in tv invita a votare sì per "toglierci di mezzo la magistratura,” paragonandola a “un plotone d'esecuzione." Nordio, che da mesi colleziona uscite imbarazzanti — dalla magistratura come sistema "paramafioso" ai magistrati "inetti" che vanno “colpito nella carriera” — fino alla leghista Matone che ammette, senza sapere che nella stanza erano presenti giornalisti, che il ministro dice "cose che tutti pensano, ma almeno noi non le diciamo." Una menzione speciale per Tony Tajani, che ha dichiarato che la riforma onorerebbe la memoria di Silvio Berlusconi, e che alla possibilità dello spostamento della polizia giudiziaria fuori dall'autorità della magistratura. Quello che doveva restare un referendum tecnico ha finito per smascherare le reali ambizioni della coalizione: non il magistrato inetto, ma il magistrato che applica la legge in un modo che non piace al governo. Meloni ha aspettato l'ultima settimana per esporsi in prima persona, e lo ha fatto con un crescendo allarmante: al Teatro Parenti di Milano ha evocato "immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà" come conseguenza di una vittoria del no, non è chiaro come. Tutto questo nel contesto di mesi in cui la magistratura è stata attaccata frontalmente. Se dovesse vincere il No, e in modo solido, sarebbe la seconda sconfitta su tre grandi riforme costituzionali dopo il naufragio dell'autonomia differenziata, con il premierato ormai fuori portata a un anno dalle elezioni. Il governo si ritroverebbe senza agenda di riforme, senza margini economici e con una finanziaria difficilissima all’orizzonte tra impegni europei e NATO. Per Meloni, che ha scelto di metterci la faccia negli ultimi dieci giorni, il rischio è quello di una sconfitta simbolica paragonabile a quella di Renzi sul referendum costituzionale o della Lega in Emilia-Romagna. Con Arianna Bettin e Alessandro Massone The Submarine racconta il mondo dalla parte molti. Sostieni la nostra informazione indipendente, ricevi tutti i giorni tutte le informazioni che ti servono Iscriviti gratis per 7 giorni
March 17, 2026
The Submarine
L’equilibrismo umiliante degli stati europei
L’Unione Europea ha respinto la richiesta di Trump di contribuire a garantire la sicurezza dello stretto di Hormuz, bloccato dall’Iran in risposta ai raid aerei statunitensi e israeliani. I ministri degli Esteri dei paesi europei si sono riuniti lunedì a Bruxelles: tra le ipotesi considerate c’era l’estensione del mandato della missione navale europea Aspides per inviare navi da guerra a pattugliare lo stretto tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman. Dopo ore di colloqui a porte chiuse, i ministri hanno rifiutato. Usando toni che raramente si sentono da funzionari europei, Kaja Kallas ha dichiarato: “L’Europa non ha interesse in una guerra senza fine. Questa non è la guerra dell’Europa, ma gli interessi dell'Europa sono direttamente in gioco.” Parlando della missione Aspides, Kallas ha escluso la possibilità di un’espansione in modo abbastanza categorico: “Non c’è nessuna volontà da parte degli stati membri di farlo.” “Nessuno vuole entrare attivamente in questa guerra.” Kallas ha anche aggiunto: “L’Europa non è parte di questa guerra. Non abbiamo iniziato questa guerra. E gli obiettivi politici non sono chiari.” Diversi funzionari degli stati europei si sono espressi in modo altrettanto netto. Il ministro della Difesa Pistorius ha ripetuto che la guerra non era stata “iniziata dall’Europa,” e Merz ha escluso anche un intervento a livello di NATO, ricordando che si tratta di “un’alleanza difensiva, non interventista,” e chiedendo agli Stati Uniti di “trattarci con il rispetto necessario all’interno dell’alleanza.” Il vice primo ministro lussemburghese Bettel è stato ancora più esplicito, dicendo che il suo paese non cederà al “ricatto” di Trump. “Siamo felici di renderci utili con satelliti, con comunicazioni. Ma non chiedeteci di intervenire con truppe e macchinari.” (POLITICO)  Lo stesso giorno, Francia, Germania e Italia, insieme a Canada e Regno Unito, hanno emesso un comunicato congiunto sull’aggressione del Libano da parte delle IDF, scrivendo che il problema erano “gli attacchi di Hezbollah su Israele”: “Condanniamo la decisione di Hezbollah di unirsi all’Iran nelle ostilità, che minacciano ulteriormente la pace e la sicurezza regionali.” Nel paragrafo successivo i capi di stato e di governo condannano “gli attacchi diretti ai civili, alle infrastrutture civili, agli operatori e alle infrastrutture sanitarie.” “Queste azioni sono inaccettabili, e chiediamo a tutte le parti di comportarsi in accordo con la legge umanitaria internazionale.” I firmatari non hanno trovato il coraggio di scrivere quale dei due stati fosse responsabile di quegli attacchi. Il documento continua scrivendo che “una importante offensiva di terra israeliana avrebbe conseguenze umanitarie devastanti,” di nuovo senza menzionare che ci sarebbe un governo alleato che è responsabile di decidere se questa invasione farla o meno. La parola chiave, in questo caso, però, è “importante” — perché mentre Parigi, Berlino, Roma, Ottawa e Londra preparavano il comunicato, un’operazione di terra, seppur “limitata e mirata,” delle IDF in Libano era già iniziata. Il ministro della Difesa israeliano Katz ha dichiarato che “le IDF hanno iniziato un’operazione terrestre in Libano per eliminare le minacce e proteggere i residenti della Galilea e del Nord. Le centinaia di migliaia di residenti sciiti del Libano meridionale che sono stati e vengono evacuati dalle loro case non torneranno alle loro abitazioni a sud del fiume Leonte finché la sicurezza dei residenti del Nord non sarà garantita.” (Governo italiano / Al Jazeera) La diplomazia in Terza media — Se ricordate, nei giorni scorsi Trump ha vantato che l’Iran volesse arrivare a un accordo per mettere fine all’aggressione, ma di non stare rispondendo alle loro richieste. Ora un retroscena di Drop Site indica che la realtà potrebbe essere l’esatto opposto: due funzionari iraniani hanno rivelato alla testata che l’inviato speciale di Trump, Steve Witkoff, ha inviato la settimana scorsa messaggi personali a funzionari di Teheran, incluso il ministro degli Esteri Araghchi, per esplorare possibilità di ripresa dei negoziati. Una delle fonti specifica che “per decisione presa dalle massime autorità iraniane, nessuna risposta è stata inviata ai suoi messaggi.” Immediatamente dopo la pubblicazione del retroscena, un funzionario statunitense ha negato questa versione dei fatti parlando con Axios, ripetendo che era stato Araghchi a contattare Witkoff, e non il contrario. A sua volta, il ministro iraniano ha scritto su X per confermare di non aver più tenuto contatti con Washington: “Il mio ultimo contatto con il signor Witkoff risale a prima che il suo datore di lavoro decidesse di stroncare la diplomazia con un altro attacco militare illegale contro l’Iran. Qualsiasi affermazione contraria sembra mirata unicamente a ingannare gli operatori del mercato petrolifero e l’opinione pubblica.” (Drop Site / Axios / X)
March 17, 2026
The Submarine
Qualcuno mi aiuti
Parlando con i giornalisti sull’Air Force One, Trump ha ripetuto “l’invito” di formare una coalizione per riaprire lo stretto di Hormuz. Il presidente statunitense ha commentato: “Pretendo che questi paesi intervengano e proteggano il proprio territorio, perché è il loro territorio. È il luogo da cui ottengono la loro energia.” A voce, Trump si è limitato a dire che la sua amministrazione ha già contattato 7 paesi per chiedere di impegnare navi da guerra nello stretto — non ha menzionato quali, ma il giorno precedente aveva menzionato su Truth Social conversazioni con Cina, Francia, Giappone, Corea del Sud, Regno Unito. La proposta finora è stata ricevuta molto male: la premier giapponese Takaichi, altrimenti entusiasta sostenitrice di Trump, ha dichiarato: “Non abbiamo preso alcuna decisione riguardo all'invio di navi di scorta. Stiamo continuando a esaminare cosa il Giappone possa fare autonomamente e cosa possa essere fatto nel quadro giuridico.” In Corea del Sud si è detta contraria, o per lo meno scettica, perfino l’opposizione conservatrice. Catherine King, membro del gabinetto del premier australiano Albanese, ha commentato che l’Australia non invierà navi da guerra verso lo stretto di Hormuz. Frustrato, Trump si è rivolto anche agli alleati NATO, dicendo che se non sosterranno Washington andranno incontro a un futuro “molto brutto.” Parlando con il Financial Times, Trump ha anche ventilato la possibilità di rinviare la visita a Pechino prevista a fine mese se la Cina non aiuterà a sbloccare lo Stretto. (Reuters / Japan Today / the Korea Herald / the Guardian / Financial Times) Oggi a Bruxelles i ministri degli Esteri UE discuteranno il rafforzamento della missione navale Aspides, attiva nella regione, ma non è prevista alcuna decisione sull’estensione del suo mandato per comprendere anche lo stretto di Hormuz. Aspides è stata istituita nel 2024 per proteggere le navi dagli attacchi degli Houthi yemeniti nel Mar Rosso e dispone attualmente di una nave italiana e una greca sotto comando diretto, più una nave francese e un’altra italiana di supporto. Qualsiasi modifica al mandato di Aspides richiederebbe l'approvazione unanime dei 27 stati membri, e il ministro degli esteri tedesco Johann Wadephul si è detto scettico su una possibile espansione della missione, dichiarando che Aspides non è efficace neanche nello svolgere il proprio compito attuale. (Reuters)  In un’intervista con NBC News, Trump ha dichiarato che l’Iran sarebbe pronto a negoziare la fine della guerra, ma che è lui a non essere pronto ad accettare un accordo: “L’Iran vuole fare un accordo; sono io a non volerlo fare perché le condizioni non sono ancora abbastanza buone.” Sulle richieste per mettere fine all’aggressione Trump non si è sbilanciato, menzionando espressamente solo la cancellazione del piano nucleare iraniano. Parlando degli attacchi all’isola di Kharg, Trump si è vantato: “L’abbiamo completamente demolita, ma potremmo colpirla ancora qualche volta tanto per divertimento.” Parlando a Face the Nation, su CBS, il ministro degli Esteri iraniano Araghchi ha negato che l’Iran abbia cercato un accordo di cessate il fuoco con gli Stati Uniti: “Non vedo perché dovremmo parlare con gli americani, stavamo parlando con loro quando hanno deciso di attaccarci, ed è la seconda volta che lo fanno.” (NBC News / X) Parlando con Al–Araby Al–Jadeed, Araghchi ha negato che l’Iran abbia colpito obiettivi civili nei paesi del Golfo e ha proposto la formazione di un comitato d’indagine congiunto con i paesi vicini per verificare la natura dei bersagli colpiti: “Gli attacchi in corso colpiscono solo basi, interessi e installazioni militari statunitensi nella regione sul territorio di questi paesi.” Araghchi ha accusato alcuni governi regionali di consentire agli Stati Uniti di usare basi sul loro territorio per attaccare l’Iran, in particolare per i recenti attacchi all’isola di Kharg. Il ministro però precisa: “Non abbiamo attaccato alcun obiettivo residenziale o civile.” Araghchi ha anche avanzato la teoria che alcuni attacchi attribuiti all’Iran potrebbero essere stati condotti con droni americani simili agli Shahed iraniani, e ha sottolineato che Israele sta cercando di creare reazioni tra Iran e gli altri stati arabi. Parlando dello stretto di Hormuz, il ministro ha precisato: “È chiuso solo alle navi e alle petroliere americane e a quelle dei suoi alleati.” (the New Arab)
March 16, 2026
The Submarine
Dobbiamo parlare di bombe atomiche
L’imprenditore e investitore David Sacks, una delle voci più ascoltate dall’amministrazione Trump II, ha espresso le proprie preoccupazioni sull’andamento della guerra contro l’Iran. Parlando nel proprio podcast, All In, Sacks ha detto che Israele è stato colpito “più duramente di quanto lo sia mai stato nella sua storia,” arrivando a dire che “se questa guerra continua per settimane o mesi, Israele potrebbe semplicemente essere distrutto.” Sacks ha anche evocato il rischio nucleare, dicendosi preoccupato perché “Israele potrebbe escalare la guerra anche con l’uso del nucleare.” Secondo Sacks è urgente arrivare a una “de-escalation”: “Dovremmo cercare di trovare una via d'uscita. Questo è un buon momento per dichiarare vittoria e andarsene.” (YouTube) Nel frattempo, Danny Citrinowicz, ex capo della sezione Iran della Divisione ricerca e analisi dell’intelligence militare israeliana, avverte che la guerra potrebbe avere l’esito opposto a quello desiderato: una guerra che nominalmente è stata lanciata per impedire a Teheran di completare i lavori per avere l’atomica potrebbe costringere il governo iraniano ad accelerarne lo sviluppo. Citrinowicz spiega semplicemente: un nuovo accordo per il nucleare avrebbe rafforzato sì il governo iraniano, ma avrebbe potuto impedire a Teheran di sviluppare la bomba atomica. Al contrario, la guerra “rafforza la determinazione” tra le autorità iraniane a favore dello sviluppo di armi nucleari. Prima della guerra, l’Iran aveva accettato di non accumulare l'uranio arricchito, pur insistendo sul diritto di arricchirlo — Citrinowicz commenta che non era una “cattiva opzione” se l’obiettivo fosse stato davvero quello di impedire a Teheran di avere la bomba atomica. Ma “per Netanyahu, la questione principale è impedire all'Iran di essere una minaccia strategica per lo stato di Israele, e se per raggiungere questo obiettivo servono caos o guerra civile in Iran, così sia.” (the Times of Israel) Nelle scorse ore la guerra è continuata con intensità. È stato lanciato un attacco di importanti dimensioni a Isfahan, dove sono stati colpiti siti militari ma anche fabbriche e aree residenziali. L’Iran, a sua volta, ha lanciato un’altra ondata di missili su Tel Aviv, e i Guardiani della rivoluzione hanno formalizzato l’obiettivo di inseguire e uccidere Netanyahu. Israele ha anche lanciato ulteriori attacchi contro il Libano, sostenendo di aver colpito alcuni “centri di comando” delle forze Radwan di Hezbollah. (Al Jazeera) È difficile non guardare alle dichiarazioni di Trump come segno di un crescente senso di disperazione per l’andamento della guerra. Scrivendo su Truth Social, Trump ha detto che i paesi che ricevono più petrolio attraverso lo stretto di Hormuz dovrebbero mobilitarsi direttamente — compreso con l’uso di navi da guerra — per proteggere il passaggio delle navi commerciali. Trump sostiene che, nel caso di impegno di altri stati, l’esercito si impegnerebbe a “bombardare a tappeto la costa.” Trump ha nominato specificamente Cina, Francia, Giappone, Corea del Sud e Regno Unito come stati che potrebbero inviare navi da guerra verso lo stretto. Sia Francia che Giappone hanno risposto pubblicamente in modo negativo alla proposta di Trump, e la Casa bianca non ha rilasciato dichiarazioni su possibili collaborazioni con altri stati.  (Truth Social / Al Jazeera / Reuters)
March 15, 2026
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Israele prepara l’invasione del Libano
Secondo fonti israeliane e statunitensi citate da Axios, Israele starebbe pianificando un’espansione significativa delle proprie operazioni di terra in Libano, con l’obiettivo di conquistare l’intera area a sud del fiume Leonte. Si tratterebbe della più grande invasione terrestre israeliana del Libano dal 2006. Un alto funzionario israeliano ha dichiarato: “Faremo quello che abbiamo fatto a Gaza” (!), riferendosi alla distruzione di edifici che Israele sostiene, senza prove, Hezbollah utilizzi per immagazzinare armi e lanciare attacchi contro i propri territori. Secondo le autorità israeliane, l’invasione sarebbe in risposta agli attacchi coordinati da Hezbollah con l’Iran. Il segretario generale di Hezbollah Naim Qassem sottolinea che non è Hezbollah ad aver riaperto il conflitto, e dichiara: “Quando il nemico minaccia un’invasione di terra, gli diciamo: questa non è una minaccia, ma una trappola in cui stai per cadere.” Le IDF hanno emesso ordini di evacuazione in tutto il sud del Libano e, per la prima volta, anche in villaggi a nord del Leonte e nei sobborghi sud di Beirut. Circa 800 mila civili libanesi sono stati sfollati dall’inizio del conflitto. I militari israeliani hanno ucciso finora 773 persone, gran parte delle quali sono civili. (Axios / X) Gli Stati Uniti hanno lanciato una serie di attacchi contro obiettivi militari sull’isola di Kharg, il principale hub petrolifero dell’Iran, da cui transita il 90% delle esportazioni di petrolio del paese. Trump ha dichiarato in un post su Truth Social che l’esercito americano ha “completamente obliterato tutti gli obiettivi MILITARI” sull’isola, ma ha detto di aver deciso “per questioni di decenza” (sic) di lasciare intatte le infrastrutture petrolifere presenti sull’isola. Il presidente degli Stati Uniti ha poi minacciato: “Tuttavia, qualora l’Iran, o chiunque altro, dovesse fare qualcosa per interferire con il libero e sicuro passaggio delle navi attraverso lo stretto di Hormuz, riconsidererò immediatamente questa decisione.” In risposta, il quartier generale centrale militare iraniano Al-Anbiya ha dichiarato, in un comunicato riportato dalle agenzie Fars e Tasnim, che le infrastrutture petrolifere ed energetiche appartenenti ad aziende che cooperano con gli Stati Uniti saranno “immediatamente distrutte e trasformate in una pila di cenere” in caso di attacco alle strutture energetiche iraniane. Nelle scorse ore, tra gli obiettivi colpiti dalle forze iraniane, c’è anche l’ambasciata statunitense a Baghdad. (Truth Social / the New Arab / Al Jazeera) Nel frattempo, un video verificato dal New York Times mostra missili balistici lanciati dal Bahrain in direzione dell’Iran: si tratta della prima conferma di un attacco partito da un paese della regione dall’inizio della guerra. Il Bahrain ospita la Quinta flotta della marina statunitense. Dal video non è possibile stabilire se i missili siano stati lanciati dall'esercito americano o da quello bahreinita, ma gli esperti di difesa che hanno analizzato il filmato hanno identificato almeno un lanciatore come un M142 HIMARS di fabbricazione statunitense. Il dipartimento di Stato statunitense ha effettivamente approvato la vendita di 4 HIMARS al Bahrain lo scorso agosto, ma le consegne di sistemi così complessi richiedono solitamente anni, e nessun annuncio pubblico fa pensare che siano mai stati effettivamente consegnati nei mesi successivi. Le uniche forze straniere con presenza permanente in Bahrain sono quelle statunitensi e britanniche, e i militari del Regno Unito non operano HIMARS: il lanciatore nel video era quindi con ogni probabilità utilizzato da personale militare statunitense. (the New York Times)
March 14, 2026
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La guerra intestina alla Casa bianca sull’Iran
Mentre non ci sono segnali che la guerra in Iran possa arrivare rapidamente a una conclusione, un retroscena di Reuters rivela come alla Casa bianca si scontrino 3 fazioni con ambizioni e preoccupazioni molto diverse. I consiglieri economici di Trump sono ogni giorno più preoccupati del rischio di uno shock petrolifero politicamente insostenibile, e chiedono che si scelga di indicare una definizione “stretta” di vittoria per un’uscita rapida dal conflitto. I falchi chiedono che il conflitto continui, almeno fino a quando l’Iran non sia disposto al completo smantellamento del proprio programma nucleare, e le voci del consenso populista che temono che il conflitto diventi un’altra delle guerre infinite. Un consigliere di Trump ha commentato, in condizioni di anonimato, che Trump “sta lasciando credere ai falchi che la campagna continua, vuole che i mercati credano che la guerra possa finire presto e che la sua base creda che l'escalation sarà limitata.” La portavoce della Casa bianca Leavitt ha smentito il retroscena, ma solo a metà, dicendo che la notizia si basava solo “su gossip e speculazione,” ma ammettendo che “il presidente è noto per essere bravo ad ascoltare, e per cercare le opinioni di molte persone.” Ma, “alla fine dei conti tutti sanno che è lui a prendere la decisione finale e farsi portavoce delle proprie idee.” (Reuters) Alla radice di questo conflitto sembra esserci stato un errore di calcolo: sempre più retroscena ripetono che a Washington ci si aspettava di poter mettere fine al conflitto immediatamente dopo l’uccisione di Khamenei. Fonti di CNN riportano che sia Pentagono che Consiglio per la sicurezza nazionale hanno significativamente sottovalutato la volontà dell’Iran di chiudere lo stretto di Hormuz in risposta ai bombardamenti. La causa dell’errore, secondo le fonti, è strutturale: Trump lavora con una cerchia ristretta di consiglieri, marginalizzando il processo interagenzia che nelle precedenti amministrazioni avrebbe incluso analisi approfondite dell’impatto economico. Funzionari del Tesoro e del dipartimento dell’Energia erano presenti ad alcune riunioni preparatorie, ma le loro analisi di scenario erano considerate secondarie. I funzionari ascoltati da Trump ritenevano che chiudere lo stretto avrebbe danneggiato l’Iran più degli Stati Uniti. 3 fonti hanno riferito che, in briefing classificati con i parlamentari, alti funzionari dell’amministrazione hanno ammesso di non aver previsto la chiusura dello stretto. Va sottolineato, questo tipo di avventurismo è eccezionale anche per gli standard statunitensi: un ex funzionario che in passato ha lavorato sia con democratici che con repubblicani sospira: “Pianificare per prevenire proprio questo scenario, per quanto sia sembrato a lungo impossibile, è stato un principio cardine della politica di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, per decenni. Sono sbalordito.”  Nel frattempo, Israele, Iran e Stati Uniti continuano a scambiarsi minacce. Netanyahu, nella prima conferenza stampa dall’inizio delle operazioni, ha esplicitamente minacciato Mojtaba Khamenei: “Stiamo creando le condizioni ottimali per rovesciare il regime.” Anche se ha commentato con disappunto che “non nego che non posso garantire che il popolo iraniano rovescerà il regime” — un altro modo per dire, tra l’altro, che gli attacchi continueranno. Nella sua prima comunicazione, letta in tv, senza che lui apparisse di persona, Mojtaba Khamenei ha dichiarato: “Assicuro a tutti che non ci dimenticheremo di vendicare il sangue dei vostri martiri.” Nelle scorse ore, l’esercito israeliano ha lanciato una nuova ondata di attacchi contro Libano e Iran, colpendo anche numerosi obiettivi civili. Dall’inizio dell’aggressione in Iran sono stati colpiti 24.531 obiettivi civili, di cui 19.775 erano abitazioni; sono state danneggiate 69 scuole, e 16 centri della Mezzaluna rossa. (the New Arab / Al Jazeera)
March 13, 2026
The Submarine