Source - Free All ANTIFAS – Italy

Restiamo inflessibili: considerazioni sulla detenzione coercitiva di Lina
Traduciamo da Basc.news questo comunicato che spiega le motivazioni politiche e tecniche della detenzione coercitiva di Lina Cosa è successo? Ieri (4 luglio 2026 ndt) alla nostra compagna Lina sono stati inflitti 6 mesi di detenzione coercitiva (Beugehaft). Lina era stata liberata dal carcere solo quattro settimane fa e ieri avrebbe dovuto deporre come testimone davanti al tribunale di Dresda. Come già avvenuto a gennaio con Janis, anche Lina si è rifiutata di testimoniare. Entrambi erano stati condannati nel 2023 per la costruzione del gruppo denominato “Antifa Ost” e per i fatti oggi oggetto del procedimento in corso a Dresda. Nonostante entrambi abbiano dichiarato di non voler rilasciare dichiarazioni, anche per non auto-incriminarsi, per ciascuno è stata disposta la durata massima di 6 mesi di detenzione coercitiva. Per Lina si tratta già della seconda volta nell’ambito dei fatti attribuiti alla presunta “Antifa Ost”. Ma cos’è la detenzione coercitiva? Mentre le persone imputate non possono essere costrette a deporre, ciò non vale per i testimoni. La detenzione coercitiva è uno strumento del diritto processuale penale volto a costringere una persona a rendere dichiarazioni in giudizio. L’obiettivo è indurre la collaborazione con il sistema giudiziario. Non si tratta, in senso proprio, di una pena e non compare nei certificati penali; è invece un mezzo di pressione e coercizione per l’adempimento dell’obbligo testimoniale. La detenzione coercitiva può essere eseguita anche in forma particolarmente severa: non solo la comunicazione viene monitorata, ma le persone detenute vengono in parte sottoposte a stretto isolamento e, nella maggior parte dei casi, a 23 ore di chiusura giornaliera. A ciò si aggiungono spesso una sanzione pecuniaria e potenzialmente anche il trasferimento delle spese processuali o persino dei costi di detenzione – poiché la detenzione viene formalmente “accettata” e può essere interrotta in qualsiasi momento: semplicemente rendendo una dichiarazione. Chi spia perde! Mentre da bambini veniamo educati a non fare la spia, lo Stato – e in particolare il giudice Kubista – esercita pressione affinché si deponga. Non solo negli ambienti della sinistra radicale è senso comune che non ci si debba tradire né mettere gli uni contro gli altri. Che si tratti di amicizie, politica radicale o semplicemente delle basi di una società empatica, rispettosa e affidabile: restiamo fedeli al detto che si sente già all’asilo per rafforzare la solidarietà – chi fa la spia perde. La misura della detenzione coercitiva non sorprende. È però particolarmente grave perché Janis e Lina sono già stati condannati e hanno entrambi dichiarato di non voler fornire ulteriori dichiarazioni auto-incriminanti. Questo al presidente del collegio giudicante Kubista non interessa. Per lui le loro dichiarazioni sono così rilevanti per il procedimento che non si limita a minacce o sanzioni pecuniarie, ma dispone la detenzione per l’intera durata massima di 6 mesi. Per Lina si tratta già della seconda ordinanza di detenzione coercitiva di 6 mesi. Già in precedenza si trattava di un complesso di fatti che era stato oggetto anche del suo procedimento concluso. Se ciò sia giuridicamente possibile e in che misura, non è nemmeno pacifico tra i giuristi. Abbiamo grande rispetto per Lina e Janis. Chi esce dal carcere e poi affronta una detenzione coercitiva dura e isolante dimostra che la solidarietà non finisce quando diventa scomoda. È chiaro: rifiutarsi di testimoniare non è un semplice atto di ostinazione verso le istituzioni statali. Anche quando non si è d’accordo con persone, gruppi o fatti, né le autorità investigative né un’aula di tribunale sono il contesto adeguato per un confronto critico. Nei contesti di sinistra ed emancipatori non si tratta esplicitamente di mettersi sempre al di sopra degli altri, ma di lottare insieme per una vita buona per tutte e tutti e di opporsi all’isolamento. Questo significa restare uniti nei momenti difficili e non tradire altre persone per proprio vantaggio. Se Kubista sa che le nostre compagne non testimonieranno e, nonostante le minacce di detenzione coercitiva, non ottiene alcuna dichiarazione, ma le fa comunque incarcerare perché non depongono, allora la detenzione coercitiva serve unicamente come strumento politico di repressione statale. Ma non ci lasciamo logorare nella nostra solidarietà. La storia dei movimenti di sinistra ci insegna una cosa: nessuna/o di noi è stata/o finora spezzata/o dalla detenzione coercitiva. Accogliamo con rispetto la determinazione di Janis e Lina e restiamo solidali al fianco di tutte le persone imputate nei procedimenti per “Antifa Ost”, così come di chi mantiene il silenzio, non si lascia intimidire e resta unito. Per chiudere con le parole di Lina: “SE LA DETENZIONE COERCITIVA È LA PRESSIONE CHE VOGLIONO ESERCITARE, ALLORA RESISTERÒ.”
NESSUN RIMORSO RELOADED
Il 14 luglio esce NESSUN RIMORSO RELOADED, la nuova edizione dell’albo dedicato al G8 di Genova del 2001 a firma SupportoLegale: il progetto di sostegno a tutte e tutti gli imputati nei processi, durati quasi un quarto di secolo, che sono seguiti alla mobilitazione globale contro il vertice genovese degli otto grandi della Terra. La memoria è un ingranaggio collettivo. La solidarietà un’arma. Gli slogan utilizzati in oltre vent’anni di attività da SupportoLegale ci parlano dell’importanza di non lasciare nessun* indietro e della necessità di demolire il discorso tossico su buoni e cattivi. Ma soprattutto ci parlano dell’opportunità di trasformare la solidarietà dal basso in azione politica per leggere il presente. Dal 2023 la campagna Free All Antifas ha mosso i suoi passi forte del contatto e dell’esperienza di SupportoLegale, provando a costruire una trama divergente dalla pura e giusta reazione alla repressione, nel tentativo di comprendere, illustrare e contrastare un disegno ulteriore alla compressione delle libertà di movimento. Il Budapest complex si pone infatti in dialogo con l’Antifa-ban di marca statunitense, con l’uso disinvolto di dispositivi di sorveglianza e cattura a scala europea, con la vittimizzazione di neofascisti e neonazisti funzionale a costruire il nemico pubblico Antifa. Il Mandato di Arresto Europeo (MAE) in particolare è in ambito comunitario l’ingranaggio che, bypassando le complicazioni del procedimento di estradizione, accomuna l’ultimo processo del G8 genovese con l’attualità del processo di Budapest. L’esercizio narrativo, artistico e solidale di questo volume ci da l’occasione per confrontarci in un tour di presentazioni e conversazioni che attraverseranno lo stivale nei prossimi mesi. Il libro accoglie i contributi di Alberto Corradi, Alessio Spataro, Antonio Pronostico, Archivio di Ferro, Blu, Clarrie Pope, Claudio Calia, Cleo Bissong, Daniel Cuello, Daniele Kong, Davide Reviati, Elena Mistrello, Elio Balestrieri, Enrico Pinto, Fabiagio Salerno, Fabrizio Ferraro, Filippo Scòzzari, Franky Vartuli, Francesco Barilli, Francesco Cattani, Fulvio Risuleo, iloveyoujennifer, Juta, Lorena Canottiere, LRNZ, Lucio Villani, Maicol&Mirco, Manuel De Carli, Marco Cazzato, Marta Baroni, Martina Sarritzu, Martoz, Michele Peroncini, Nova, Paper Resistance, Pietro Scarnera, Prenzy, Ratigher, Rita Petruccioli, Roberto Grossi, Samuele Canestrari, Squaz, Toni Bruno, Vitt Moretta, Zerocalcare. Calendario delle iniziative: 15.07 | Roma | Csoa La Torre – Via Bertero 13 Dalle 18 presentazione e dibattito con SupportoLegale, Archivio di Ferro, Fulvio Risuleo, Oscar Giloti. https://www.supportolegale.org/2026/mercoledi-15-luglio-2026-nessun-rimorso-reloaded-a-roma/ 16.07 | Genova | C.A.P. – Via Albertazzi 3R Dalle 17.00 stand informativo, incontro con autrici e autori e presentazione a cura di SupportoLegale, Free All Antifas con Elena Mistrello e Zerocalcare https://www.supportolegale.org/2026/giovedi-16-luglio-2026-nessun-rimorso-reloaded-a-genova/ 17.07 | Monza | Giardini di via San Rocco Dalle 19 aperitivo, a seguire presentazione e dibattito con FOA Boccaccio 003, SupportoLegale, Free All Antifas e Maya Quaianni. https://www.supportolegale.org/2026/venerdi-17-luglio-2026-nessun-rimorso-reloaded-a-monza/ 17.07 | Firenze | CPA Via Villamagna, 27 Dalle 21 presentazione del libro con SupportoLegale con Rete Liberi/e di Lottare, Radio Wombat (ex Autistici/Indymedia) e Archivio di Ferro https://www.supportolegale.org/2026/venerdi-17-luglio-2026-nessun-rimorso-reloaded-a-firenze/ 18.07 | Milano | Cascina Autogestita Torchiera SenzAcqua – Piazzale Cimitero Maggiore, 18 Dalle 19.30 cena sociale, a seguire presentazione a cura di SupportoLegale e Free All Antifas. Dibattito con campagna “Io c’ero”, imputati No Tav, Comitato Anti-repressione Milano https://www.supportolegale.org/2026/sabato-18-luglio-2026-nessun-rimorso-reloaded-a-milano/ 22.07 | Bergamo | Circolino della Malpensata, Via Luigi Luzzati 16b Dalle 19 cena benefit e presentazione https://www.supportolegale.org/2026/mercoledi-22-luglio-2026-nessun-rimorso-reloaded-a-bergamo/ 25.07 | San Giminiano (Pancole) | Primo Circolo Dalle 19 presentazione e concerto https://www.supportolegale.org/2026/sabato-25-luglio-2026-nessun-rimorso-reloaded-a-san-gimignano-pancole/ Per maggiori informazioni https://www.supportolegale.org/ https://freeallantifas.noblogs.org/
Paula libera!
Traduciamo da Basc.news Paula, antifascista originaria di Jena è imputata nel processo di Budapest presso la Corte d’Appello di Düsseldorf. La scorsa settimana, il 18 giugno 2026, è stata rilasciata dalla custodia cautelare nel carcere di Wuppertal-Ronsdorf. Dopo tre anni e mezzo – di cui due come latitante uno e mezzo trascorso in prigione in Germania – abbiamo finalmente potuto riabbracciare Paula. Ora dovrà presentarsi alla polizia due volte a settimana e continuare a partecipare come imputata al procedimento penale presso la Corte d’Appello di Düsseldorf. Paula ha iniziato la sua detenzione preventiva nel gennaio 2025 presso il carcere di Wuppertal-Ronsdorf. Alla fine di febbraio 2025 è stata trasferita al carcere di Chemnitz. Nel gennaio 2026, a causa dell’inizio del suo processo penale presso la Corte d’Appello di Düsseldorf, è dovuta tornare a Wuppertal. La detenzione a Wuppertal è stata un periodo difficile. La coimputata di Paula, Nele, anch’essa detenuta nel carcere di Wuppertal-Ronsdorf da gennaio ad aprile 2026, ha denunciato maltrattamenti da parte di una compagna di cella solo nel maggio 2026; vedi https://freeallantifas.noblogs.org/violenze-e-soprusi-contro-emmi-e-nele-in-carcere-in-germania/. Ringraziamo di cuore le care persone di Chemnitz e Wuppertal che hanno sostenuto Paula durante la sua prigionia con fuochi d’artificio, manifestazioni, eventi e la loro solidarietà. Gruppo di sostegno carcerario di Paula
Vessazioni e soprusi contro Emmi e Nele in carcere in Germania
Traduciamo questi 2 articoli tratti da Basc.news che denunciano le vessazioni e i soprusi a cui sono sottoposte Emmi e Nele che si trovano in carcere in Germania da oltre un anno in attesa dell’esito del processo che le vede incriminate per i fatti di Budapest EMMI (www.basc.news/schikanen-gegen-emmi-zielen-auf-unterdrueckung-von-gefangenensolidaritaet) Vessazioni contro Emmi mirano a reprimere la solidarietà tra i detenuti. Dall’inizio di aprile 2026 circa, le condizioni di Emmi, l’attivista antifascista detenuta, sono peggiorate significativamente a causa di diverse misure disciplinari adottate dal carcere di Dinslaken. Con tali misure e atti di vessazione, il carcere sta tentando di limitare le iniziative di solidarietà tra i detenuti. Poche settimane dopo che Emmi aveva iniziato a lavorare nella cucina del carcere, si verificò il seguente episodio: una compagna di cella fu rimproverata e insultata da una guardia per una questione di poco conto. Molte detenute del piccolo carcere assistettero a questo trattamento e ne furono indignate. Il giorno lavorativo successivo, diverse donne si rifiutarono di presentarsi al lavoro in cucina e chiesero che venisse avviata un’indagine su questo trattamento ingiusto nei confronti delle loro compagne di cella. Questo atto di solidarietà si è rivelato immediatamente una spina nel fianco per l’amministrazione carceraria. La “solidarietà culturale” (espressione usata dall’amministrazione carceraria per descrivere in termini dispregiativi ogni forma di solidarietà tra detenut* ndt), come l’hanno definita le autorità, è stata usata dal carcere come pretesto per perseguitare Emmi. Inoltre, Emmi è tuttora considerata estremamente pericolosa, nonostante non abbia mai aggredito verbalmente o fisicamente guardie o altre detenute durante tutta la sua detenzione. Subito dopo l’incidente, Emmi è stata trasferita dalla sua cella più grande, che ospitava quattro persone, a una cella singola molto più piccola, buia e isolata, conosciuta tra le altre detenute come la “cella dei suicidi”. A causa del trasferimento, ha dovuto cedere metà dei suoi effetti personali. Dalla finestra non entra mai la luce diretta del sole. Inoltre, le è stato revocato il lavoro in cucina. Anche il contatto con le altre detenute è difficile. Tutto ciò significa che Emmi deve trascorrere circa 22 ore al giorno da sola in una cella piccola e buia. Il rapporto con gli altri detenuti è notevolmente teso, non solo perché il contatto è praticamente impossibile nella vita quotidiana del carcere. Inizialmente, il carcere aveva sconsigliato ai detenuti che desideravano essere ospitati con Emmi di farlo, poiché ciò avrebbe potuto avere conseguenze negative per gli altri detenuti. Queste misure rappresentano un tentativo da parte del carcere di sopprimere qualsiasi forma di legame, solidarietà e sostegno reciproco. Anche i detenuti di altri penitenziari subiscono la stessa sorte, come nel caso di Nele nel carcere di Wuppertal-Ronsdorf (vedi https://www.basc.news/schikanen-und-misshandlung-in-jva-wuppertal-ronsdorf/). Con queste misure arbitrarie, il carcere non solo nega a Emmi i suoi diritti fondamentali, ma oltrepassa anche i limiti della proporzionalità. Sono già in corso le procedure urgenti per il ricorso giurisdizionale contro tali provvedimenti. Nonostante le circostanze difficili, Emmi sta ancora bene. Le piace ricevere lettere e saluti dall’esterno ed è ottimista riguardo alla sua battaglia legale contro il carcere di Dinslaken! Emmi ha già ricevuto un primo riscontro: in seguito alla sua richiesta di revisione giudiziaria per mancanza di corresponsabilità del detenuto (GMV), il carcere ha affisso un avviso sull’istituzione di un GMV. Chiediamo la fine delle misure disciplinari arbitrarie, l’accesso garantito per legge all’istruzione e allo sport e un trattamento equo per tutti i detenuti! Siamo inoltre solidali con Nele, che ha subito molestie simili nel carcere di Wuppertal-Ronsdorf, e con Luca, che, insieme alle sue compagne di cella, si batte per maggiori opportunità sportive nel carcere di Gelsenkirchen! NELE (https://www.basc.news/schikanen-und-misshandlung-in-jva-wuppertal-ronsdorf/) Vessazioni e soprusi nel carcere di Wuppertal-Ronsdorf Nele, attivista antifascista di Jena e attualmente sotto processo presso la Corte d’Appello di Düsseldorf nell’ambito del principale caso antifascista, è stata trasferita dal carcere di Chemnitz, in Sassonia, al carcere di Wuppertal-Ronsdorf, nella Renania Settentrionale-Vestfalia, il 12 dicembre 2025. Nei mesi di gennaio e febbraio 2026, ci ha informato tramite lettere e durante le visite delle vessazioni subite in carcere e dei maltrattamenti inflitti a una compagna di cella da un agente penitenziario. Dall’aprile 2026 è detenuta nel carcere di Willich II. Durante una visita il 26 gennaio 2026, Nele disse a due amiche e a sua madre di essere sottoposta a un provvedimento disciplinare. Le era stato vietato di partecipare all’apertura del blocco celle e all’attività fisica nel cortile comune per due settimane. Inoltre, le era stato proibito di lavorare in carcere a tempo indeterminato. La motivazione addotta era che aveva comprato e regalato sigarette a un’altra detenuta adulta. Questi piccoli gesti di solidarietà e amicizia erano una pratica comune nel carcere di Chemnitz, e lei non sapeva che fossero vietati nel carcere di Wuppertal-Ronsdorf. Le altre detenute dissero a Nele di non essere a conoscenza di casi simili a Wuppertal-Ronsdorf. Questo provvedimento, quindi, sembrava essere un atto mirato di vessazione nei confronti di Nele. Tale impressione fu rafforzata da altri due cosiddetti rapporti, o rimproveri, provenienti dal carcere. Nele ha ricevuto una segnalazione perché gli agenti penitenziari, durante un controllo effettuato il terzo giorno del suo processo presso la Corte d’Appello di Düsseldorf, hanno “scoperto” che indossava un orologio da polso che le era consentito portare nel carcere di Chemnitz e che aveva indossato anche a Wuppertal-Ronsdorf per sei settimane, comprese due udienze. Ciò non era permesso. Inoltre, il carcere ha successivamente inventato un’interruzione ostile a partire da una conversazione innocua e amichevole tra Nele, una compagna di cella e gli agenti penitenziari durante l’ora d’aria. La segnalazione affermava che Nele aveva interrotto la conversazione con gli agenti. Durante una visita il 12 febbraio 2026, Nele raccontò alla madre di aver sentito una compagna di cella di 21 anni essere maltrattata da un agente penitenziario. L’agente aveva detto alla detenuta: “Chiudi la bocca o ti prendo a pugni!”. La detenuta fu poi picchiata. Secondo le altre detenute, la donna maltrattata fu successivamente messa in isolamento per una settimana. Riportò ferite al viso e alle costole. Nele presentò una denuncia all’amministrazione penitenziaria. Dopo la visita, l’agente della polizia criminale statale (LKA) presente per supervisionare la visita informò Nele di essere venuto a conoscenza di un incidente di rilevanza penale, di dover redigere un rapporto e di volerla interrogare al riguardo. Gli agenti penitenziari si rifiutarono di consentire l’interrogatorio in quel momento. Nele fu poi interrogata sull’incidente dall’LKA. Secondo Nele, esiste una spiegazione per le prepotenze di cui sopra. Nele ha un buon rapporto con le sue compagne di cella e ha aiutato una detenuta incinta a presentare una denuncia dopo che un agente penitenziario di sesso maschile aveva fatto commenti irrispettosi e a sfondo sessuale. Non si tratta di un episodio isolato. Non è raro che gli agenti penitenziari di sesso maschile si comportino in modo inappropriato e facciano commenti a sfondo sessuale alle donne e alle ragazze detenute. Ad esempio, Nele ha visto un agente penitenziario sulla quarantina avvicinarsi alla porta della cella di una detenuta sedicenne una sera tardi, alle 22:00, senza alcuna provocazione, e dirle quanto fosse bella. Non a caso gli agenti di sesso maschile non sono più assegnati ai reparti del carcere femminile di Chemnitz. Il provvedimento disciplinare e le ulteriori molestie nei confronti di Nele rappresentano un tentativo da parte del carcere di Wuppertal-Ronsdorf di ostacolare la convivenza e la solidarietà tra Nele e le altre detenute. In questo riconosciamo un sistema di cui ci parlano anche i detenuti di altre carceri: – Lo squilibrio di potere tra guardie e prigionieri porta ripetutamente le guardie a trattare i prigionieri con condiscendenza, a molestarli e ad abusare sessualmente di loro. – Quando i detenuti mostrano solidarietà con i loro compagni di cella, li incoraggiano a difendersi e a costruire una comunità, vengono puniti e isolati dalle autorità carcerarie. Solidarietà con tutti i prigionieri! Gruppo di sostegno per Nele in detenzione
Benefit Free All Antifas
Sabato 23 maggio 2026 *Serata benefit Free All Antifas* @ Piano Terra (Milano) 🎙️ Ore 18 Incontro pubblico con – Antonella Barranca autrice di Memoria Antifascista (Prospero Editore) – Campagna Free All Antifas (https://freeallantifas.noblogs.org/) 🍝 Ore 20 Gran Cena 🎶 Dalle 21.30 dj set nel sottoterra – Ruggio Selecta – Trash – Emodrillo (Bad Ratio) – Tech house – Clara – Electro house La serata nasce dalla necessità di sostenere la cassa di solidarietà per gli imputati e le imputate per le contromanifestazioni antifasciste di Budapest del 2023. In questi 3 anni la repressione del movimento Antifa ha avuto un’ulteriore impennata dagli Stati Uniti fino all’Europa si tenta di criminalizzare chi si oppone alla crescita dilagante del fascismo nei territori e nelle istituzioni.
L’antifascismo è necessario – la dichiarazione di Thomas/Nanuk sul procedimento giudiziario
Riportiamo la traduzione della dichiarazione procedurale che Thomas (aka Nanuk) ha letto il 26 novembre 2025, in occasione dell’inizio del processo “Antifa Ost” a suo carico e a carico di altri 6 imputat* Dal blog del comitato di solidarietà Free Nanuk: https://freenanuk.noblogs.org/post/2026/02/03/antifaschismus-ist-notwendig-prozesserklaerung-von-thomas/#more-472 Dresda, 26 novembre 2025 Signore e signori, cari solidali, Intendo illustrare la mia situazione personale e la natura delle accuse. La Procura Federale mi accusa di aver partecipato a un attacco contro Leon Ringl e il suo pub nazista, Bull’s Eye, a Eisenach nel 2019. Sostengono inoltre che io abbia sostenuto una rete Antifa, che a loro dire è un’organizzazione criminale. Queste accuse si basano sulle speculazioni di un singolo individuo che dipende socialmente e finanziariamente dalle autorità inquirenti. Rimarrò in silenzio nella mia difesa contro queste accuse. Quest’atto d’accusa non si limita a confutare i presunti reati, ma prende di mira anche una posizione politica. La Procura federale intende lanciare un messaggio intimidatorio a chi ha tendenze antifasciste. Sta promuovendo un cambiamento di prospettiva a livello giuridico, equiparando l’antifascismo esclusivamente alla violenza e persino al terrorismo. Il contesto sociale viene ignorato. Si trascura il fatto che fascismo e violenza sono indissolubilmente legati: l’obiettivo di creare una comunità nazionale omogenea e definita su base razziale porta inevitabilmente alla violenza finalizzata allo sterminio. Ciò è chiaramente dimostrato dal numero di persone uccise dalla violenza di estrema destra dalla riunificazione tedesca: ufficialmente, la cifra è di 117 dal 1990, mentre la Fondazione Amadeu Antonio riporta cifre che arrivano fino a 219. Ciò che voglio chiarire è questo: capisco che è dovere delle istituzioni statali perseguire i reati. Non considero uno scandalo che le aggressioni fisiche contro i neonazisti portino all’avvio di procedimenti penali. L’elemento politico in questo caso, tuttavia, risiede nel fatto che la Procura Federale ha assunto la direzione delle indagini. Lo vedo nel fatto che gli attacchi contro i neonazisti vengono ora processati davanti a un senato per la sicurezza dello Stato e non a un tribunale ordinario. Ciò è stato possibile solo perché la Procura Federale afferma nell’atto d’accusa l’esistenza di un’organizzazione criminale e che gli attacchi contro i neonazisti mettono in discussione “diversi pilastri fondamentali dello stato di diritto democratico”. Pertanto, la Procura Federale è interessata solo secondariamente a stabilire se un attacco sia avvenuto, chi lo abbia compiuto e quali siano state le sue conseguenze. Si tratta di una reinterpretazione degli attacchi contro i neonazisti come attacchi contro lo stato di diritto. L’obiettivo è consolidare le narrazioni, propagate anche dalla task force Soko LinX e da alcuni media, di una “nuova RAF” e di “minacce di alto profilo” sul “preludio al terrorismo”. Si tratta anche di una decisione politica della Procura federale quella di incriminare sette persone contemporaneamente. L’obiettivo è quello di avviare un importante processo contro gli antifascisti in Sassonia, che si protrarrà per oltre 130 giorni di udienze. Per rendere ciò possibile, fatti e individui completamente diversi sono stati arbitrariamente accomunati, e la Procura federale ha dovuto affermare che tutti gli accusati sono membri o sostenitori di questa organizzazione criminale inventata. In sintesi: trovo ingiusto che le accuse contro di me si basino quasi esclusivamente sulle affermazioni opportunistiche del testimone chiave. Tuttavia, questo da solo non costituirebbe un’azione penale politicamente motivata se non fossi stato etichettato come nemico dello Stato. La costruzione ideologica delle accuse prende di mira la mia posizione antifascista e i movimenti antifascisti, che vorrei spiegare facendo riferimento ad eventi degli anni ’90 e 2000. Questi anni hanno avuto un impatto duraturo su di me e hanno almeno in parte plasmato il mio pensiero politico. 1. Sono nato a Königs Wusterhausen nel 1976 e sono cresciuto in una zona caratterizzata da una grande industria pesante, che è stata chiusa dopo la caduta del Muro di Berlino. Avevo 13 anni quando cadde il Muro di Berlino. La caduta del Muro comportò grandi cambiamenti e sconvolgimenti, non solo per mia madre, che perse il lavoro. Mi trasferii dalla scuola superiore politecnica (POS) a una nuova scuola superiore in un edificio provvisorio con classi più grandi del doppio, ma in aule più piccole. Il periodo immediatamente successivo alla caduta del Muro di Berlino e quello nella nuova scuola furono caratterizzati da forti violenze. Inizialmente, questa violenza non mi ha colpito. Sempre più giovani manifestavano le loro idee neonaziste attraverso l’abbigliamento e il comportamento. L’immagine di teste rasate, giubbotti bomber e anfibi era diffusa a scuola e nel centro giovanile. Un ragazzo più grande di lui, uno skinhead neonazista, si era trasferito da un’altra scuola nella mia classe. Mentre gli altri parlavano di una festa, lui mi raccontò di un raduno del Ku Klux Klan con una croce che bruciava in un prato ai margini del bosco vicino alla scuola W. All’epoca non capii bene di cosa si trattasse o cosa significasse. Litigava spesso con altri ragazzi dentro e intorno alla scuola. I neonazisti come lui attaccavano i ragazzi alternativi, che chiamavano “di sinistra”, così regolarmente che pensavo fosse normale e che le cose andassero così. Ricordo vividamente il mio ultimo giorno al centro giovanile W. Per la prima volta, mi resi conto in modo acuto di appartenere a questo gruppo di “giovani alternativi”. Molti dei ragazzi che lo frequentavano erano skinhead neonazisti, e le band “Endstufe” e “Störkraft” risuonavano in continuazione dal lettore di cassette. Questa cricca di destra si faceva chiamare “W. Negro Hunters”. Dovevo giustificarmi con loro, spiegando perché il mio abbigliamento fosse così “poco tedesco”: all’epoca indossavo abiti larghi, in stile hip-hop. La domanda si ripeteva di continuo: “Sei di destra o di sinistra?”. O mostravi tendenze di destra con il tuo aspetto, oppure dovevi dare spiegazioni. Da quel momento in poi, non passò molto tempo prima che anch’io venissi considerato un “di sinistra” e diventassi un bersaglio per i neonazisti. Una sera, il capo del centro giovanile mi seguì. All’improvviso mi diede un pugno in faccia e disse semplicemente: “Sei fortunato che ti conosco”. Probabilmente intendeva proprio quello, altrimenti non si sarebbe trattato di un solo pugno. La violenza che mi circondava andava ben oltre le semplici percosse. Nel 1991, furono sparati colpi d’arma da fuoco contro dei giovani di sinistra davanti a un edificio occupato abusivamente nella vicina città di Zeesen; uno degli aggressori abitava nella mia stessa strada. Nel 1992, due ragazzi diciassettenni di orientamento alternativo, entrambi di nome Mario, furono trovati morti a W. Anche loro erano stati in precedenza vittime di molestie e aggressioni da parte di neonazisti. Le circostanze della loro morte violenta non furono mai chiarite. In seguito alla loro scomparsa, si tenne una manifestazione giovanile a cui partecipai con degli amici. Un giornalista fotografò lo striscione in memoria dei due Mario. Istintivamente, alzai il braccio per coprirmi il viso. Quando il giornalista mi chiese perché l’avessi fatto, risposi spontaneamente: “Perché altrimenti non saremmo vivi ancora a lungo”. Il pieno significato di quelle parole mi fu chiaro solo in seguito. Era inoltre frequente vedere giovani che portavano i segni di questa violenza. Un mio amico si presentò a scuola dopo una serata in discoteca con una ferita: aveva l’impronta insanguinata di uno stivale sulla fronte, ancora visibile una settimana dopo. Fu la prudenza, e spesso anche la fortuna, a impedirmi di subire gravi infortuni. I miei amici non furono altrettanto fortunati. Una delle mie precauzioni era evitare di tornare a casa troppo tardi dalle feste di paese e dalle discoteche, e alla fine ho smesso del tutto di frequentare questi eventi. Quando tornavo a casa in bicicletta di notte dalla stazione ferroviaria di W, iniziavo a fare delle deviazioni. Evitavo la strada principale ben illuminata, perché i neonazisti nelle auto di passaggio avrebbero potuto individuarmi lì. Oltre alla violenza contro i giovani alternativi, si verificò anche una forte violenza razzista. Nel 1993, Jeff, l’unico nero che viveva a W., fu costretto a uscire di strada con la sua motocicletta e morì sul colpo. L’autista e l’autore dell’incidente andava a scuola con me; era un anno più grande di me. A Dolgenbrodt, un’altra città vicina a Königs-Wusterhausen, la violenza era apertamente diretta contro i rifugiati. Un centro di accoglienza per rifugiati era stato istituito lì nel 1992. Gli abitanti del villaggio raccolsero del denaro per un neonazista – 2.000 marchi tedeschi – affinché incendiasse la casa dei rifugiati. La notte prima dell’arrivo dei rifugiati, la casa bruciò completamente. Per rendere più difficile il lavoro dei vigili del fuoco nello spegnere le fiamme, gli abitanti del villaggio avevano parcheggiato un’auto Trabant nel vialetto d’accesso. Nei primi anni ’90, eravamo in gran parte all’oscuro dell’esistenza dello Stato e della polizia. La polizia non interveniva quando veniva chiamata, o semplicemente mostrava disinteresse. Non interveniva quando c’erano risse davanti alla scuola, quando le persone venivano aggredite dai neonazisti alla “festa dei vigili del fuoco” o al “falò di Pasqua”, o quando venivamo inseguiti per le strade. Lo Stato non era né disposto né in grado di intervenire e proteggerci. L’inazione della polizia era legata a un generale senso di sopraffazione e agli spazi senza legge che esistevano subito dopo la riunificazione. Ma era anche legata alla costante banalizzazione e depoliticizzazione della violenza neonazista. I responsabili venivano spesso liquidati come “i nostri ragazzi”, e la stragrande maggioranza rimaneva in silenzio. Avevo la sensazione che noi bambini e adolescenti fossimo per lo più lasciati a noi stessi. Ricordo molto chiaramente le immagini dei pogrom di Hoyerswerda e Rostock-Lichtenhagen, le immagini delle case bruciate a Mölln e Solingen. Ma i volti e i nomi di Torsten Lamprecht, Mike Zerna, Sven Beuter e Frank Böttcher ebbero su di me un impatto ancora più intenso. Erano tutti giovani alternativi della mia stessa età. Torsten Lamprecht fu picchiato a morte con una mazza da baseball da neonazisti durante un attacco a una festa di compleanno; Mike Zerna fu buttato a terra durante un attacco nazista a un centro giovanile, e poi un furgone gli fu ribaltato addosso, schiacciandolo; Frank Böttcher fu accoltellato a morte mentre aspettava alla fermata del tram; e Sven Beuter, un ragazzo disabile, fu ripetutamente aggredito da neonazisti e gravemente ferito almeno tre volte. Nell’ultimo, fatale attacco, l’aggressore, che era quasi il doppio di lui, lo trascinò ferito per molti metri nella neve prima di lasciarlo morire. Una delle manifestazioni commemorative annuali in onore di Frank Böttcher, a cui ho partecipato anch’io, è stata attaccata al punto di partenza da una cinquantina di neonazisti. Questi sono solo quattro dei più di 200 nomi di persone assassinate dai neonazisti dalla riunificazione. 2. Dalla metà degli anni ’90 in poi, lo Stato consolidò sensibilmente il proprio potere. Furono avviati diversi procedimenti penali in relazione agli attacchi neonazisti. Anche la società iniziò a percepire sempre più i neonazisti violenti come un problema. Speravamo che l’era della violenza e dell’impunità fosse in gran parte finita. Iniziarono inoltre a emergere le prime iniziative della società civile. I tre neonazisti che hanno sparato contro attivisti di sinistra a Zeesen hanno ricevuto una condanna con la condizionale per tentato omicidio. Ho seguito anche il procedimento penale contro Carsten Szczepanski. Era un neonazista che, come molti leader neonazisti occidentali, si era trasferito a Est dopo la riunificazione. Con il suo gruppo “Pelle Unite”, aveva trasformato Königs Wüsterhausen in un focolaio sovraregionale di violenza di estrema destra. Era il capobanda di un tentato omicidio a sfondo razzista a Wendisch-Rietz. Steve Erenhi, un insegnante nigeriano, fu brutalmente aggredito da neonazisti in una discoteca. Il gruppo tentò poi di annegarlo in un lago vicino, gridando slogan come “Ku Klux Klan” e “Heil Hitler”. Le indagini furono ostacolate dall’Ufficio per la Protezione della Costituzione (l’agenzia di intelligence interna tedesca). Solo grazie alla tenacia dell’avvocato di Steve Erenhi, Szczepanski fu condannato al carcere. Grazie all’impegno di iniziative della società civile, sono stati aperti i primi spazi alternativi per i giovani e si è riusciti a far sì che potessimo di nuovo entrare nelle stazioni ferroviarie senza paura. Con il festival giovanile antirazzista “Le monde est à nous” – ovvero “Il mondo è nostro” – noi di Königs Wusterhausen avevamo creato uno spazio sovraregionale per i giovani alternativi. E furono le strutture di volontariato e della società civile, come “Opferperspektive” (Prospettiva delle vittime), a iniziare a prendersi seriamente cura delle vittime della violenza di destra. 
3. Nonostante questi sviluppi, le minacce e gli attacchi non diminuirono in modo significativo nemmeno alla fine degli anni ’90. Sebbene la violenza spontanea di strada si sia ridotta, emersero diverse strutture e organizzazioni neonaziste orientate a compiere attentati. Königs Wusterhausen tornò a essere un centro nevralgico di questo sviluppo. Ciò fu dovuto in particolare a Carsten Szczepanski, che vi fece ritorno nel 1998, prima come detenuto in regime di semilibertà e poi dopo la sua scarcerazione. Aprì un negozio di musica di estrema destra e consolidò la rete di neonazisti. Fondò nella regione Blood & Honour e il suo braccio terroristico, Combat 18. Minacce e attacchi si susseguirono ripetutamente. Noi giovani alternativi venivamo regolarmente aggrediti da Szczepanski e dai suoi compagni ogni volta che ci vedevano in città. Questo gruppo aveva una fitta rete di contatti in tutta la regione, in particolare a Berlino. Con le marce naziste a livello nazionale, dimostravano il loro potere nelle strade di Königs Wüsterhausen e pianificavano anche attentati contro gli oppositori politici. A tal fine, si erano procurati un fucile semiautomatico e avevano costruito delle bombe artigianali. Queste scoperte mi spaventarono perché sapevo di essere anch’io uno dei bersagli di queste reti neonaziste. In quel periodo, sono stato vittima di un agguato al buio fuori dal mio appartamento. Tre uomini mascherati mi hanno attaccato, ma sono riuscito a difendermi e a fuggire. Ancora una volta, sono stato fortunato. Dopo che Szczepanski venne smascherato come informatore dell’Ufficio federale per la protezione della Costituzione (BfV) nel 2000, si accesero accese discussioni all’interno dell’ambiente neonazista. Molti si rifiutavano di credere che avesse lavorato per il BfV, dato che lui stesso era stato membro di Combat 18 Germania e aveva promosso attività terroristiche. Il suo ulteriore sostegno all’NSU (National Socialist Underground) non era ancora noto all’epoca. Nell’estate del 2001, si verificò una serie di attentati con bombe Molotov nella nostra zona. Alla periferia di W., diversi ordigni incendiari sono stati lanciati contro le roulotte di rom arrivate solo il giorno prima. Tre incendi sono divampati vicino alla roulotte di una famiglia di sette persone, accanto alla quale si trovava anche una tanica di benzina. Gli abitanti si sono svegliati e sono riusciti a spegnere le fiamme appena in tempo. È stata pura fortuna che nessuno sia rimasto ferito o ucciso. Due settimane prima, durante la notte, diversi ordigni incendiari erano stati lanciati sul palco del festival giovanile antirazzista “Le Monde” a Königs Wüsterhausen. Alcuni giovani, tra cui io, avevamo organizzato una ronda notturna per proteggere il palco dagli atti vandalici. Stavo dormendo quando siamo stati attaccati. Mi sono svegliato mentre gli ordigni incendiari volavano sopra di noi e rotolavano giù dal palco, ancora nel mio sacco a pelo. Poi ho visto la sagoma di un uomo che teneva una torcia in ogni mano: le molotov in fiamme. È stato solo per pura coincidenza che gli ordigni incendiari sono atterrati sull’erba invece che su di noi che dormivamo. Quando arrivò la polizia, ci dissero, in sostanza, che non era poi così grave, che in realtà non era successo nulla. Un agente raccolse le bottiglie lanciate a mani nude e versò la benzina rimasta – dovemmo chiedere loro di mettere in sicurezza le prove. Inizialmente la polizia affermò che avevamo inscenato l’attacco, poi vollero indagare solo sui danni materiali. Ci vollero quattro anni prima che i responsabili venissero processati. L’Ufficio di Polizia Criminale dello Stato di Berlino (LKA) aveva monitorato a lungo il principale sospettato che avevamo identificato, Sebastian Dahl, ma inizialmente gli fornì un falso alibi. Grazie ai nostri instancabili sforzi come co-querelanti, furono avviati procedimenti penali contro i responsabili; una donna fu condannata per l’attacco alla famiglia rom, ma in seguito fu graziata. Quando, dopo la serata sul palco, mi resi conto che eravamo scampati ancora una volta alla morte o a gravi ferite, mi tornò la sensazione degli anni ’90. Lo stesso valeva per il comportamento della polizia. Per mesi non riuscii a dormire. Invece di dormire nel mio letto, dormivo solo sul divano vestito, per avere la sensazione di poter fuggire in qualsiasi momento. 4. Ma anche dopo questa esperienza, non volevo lasciare W. Provavo un senso di appartenenza e di responsabilità che mi tratteneva lì. La mia concezione di responsabilità include anche il non distogliere lo sguardo. Dovevamo affrontare le minacce e la violenza, e anche la questione se fosse necessario difendersi. Quando in seguito mi trasferii a Berlino, mantenni i contatti con la regione e seguii gli sviluppi. Quando si parla delle violenze nella Germania dell’Est negli anni successivi alla riunificazione, si fa spesso riferimento agli “anni della mazza da baseball”. Questo suggerisce che la violenza sia finita, ma di solito è solo una “prospettiva da grande città”. Chiunque conosca le zone rurali sa che questa violenza non è mai scomparsa del tutto. Ci sono sempre periodi in cui l’estrema destra attiva il suo potenziale violento. La recrudescenza della violenza di massa di estrema destra a partire dal 2015 mi ha riportato alla mente quel periodo. Gli attacchi contro i rifugiati e le loro strutture di accoglienza sono aumentati drasticamente. Solo nel 2016, ci sono stati oltre 900 attacchi contro i centri di accoglienza per rifugiati. Ci sono state anche rivolte di giorni, simili a pogrom, come quelle dirette contro l’apertura di un centro di accoglienza a Heidenau. La polizia non è stata in grado di impedirle. Abbiamo organizzato la protezione del centro, alla quale ho partecipato anch’io. Il predominio della destra si rafforza costantemente di anno in anno. Insulti, minacce e aggressioni violente sono una realtà sia nella Germania occidentale che in quella orientale. Le persone vittime di queste violenze tendono a isolarsi dalla società. L’approccio dello Stato alla violenza di destra e neonazista è cambiato dagli anni ’90. Eppure, la mia esperienza, secondo cui lo Stato è spesso inaffidabile nel contrastare la violenza di destra e le strutture neonaziste, viene ripetutamente confermata. Per me, questa esperienza comprende anche il coinvolgimento delle autorità di sicurezza nel complesso dell’NSU. Ho seguito da vicino tutte le indagini perché Szczepanski ha avuto un ruolo centrale anche in questo caso. Era un informatore e aveva trasmesso alle autorità una grande quantità di informazioni importanti ancor prima del primo omicidio dell’NSU. Eppure non è stato fatto nulla per impedire gli omicidi; al contrario, le vittime stesse sono state sospettate per motivi razziali. Successivamente, nel 2017, mi sono trovato personalmente di fronte all’entità dell’attività estremista di destra all’interno delle forze di polizia: lettere minatorie erano state inviate a diversi luoghi di ritrovo di sinistra a Berlino. Le lettere nominavano indiscriminatamente decine di antifascisti e altri esponenti della sinistra, includendo i loro dati personali e le loro foto. Queste informazioni erano chiaramente basate sui registri della polizia. Le lettere si concludevano con la minaccia di divulgare nomi, indirizzi – compresi quelli dei familiari – e numeri di targa alle organizzazioni di destra. La polizia non ha mostrato alcun interesse per queste lettere minatorie. Abbiamo dovuto compiere notevoli sforzi per ottenere conseguenze legali prima ancora che venisse avviata un’indagine. Infine, anche grazie alle nostre ricerche, è stato identificato un agente di polizia che in precedenza aveva lavorato per i servizi di sicurezza statali. Dopo aver confessato e aver affermato di aver agito da solo, è stato condannato a una multa equivalente a 50 giornate di paga. Noi, le vittime, e i nostri avvocati non siamo stati informati né del procedimento penale né del suo esito. L’uso che i neonazisti fanno di tali dati è stato chiaramente dimostrato nel processo di Neukölln (Il Neukölln-Komplex è una serie di oltre 200 atti criminali di matrice neonazista avvenuti nel distretto berlinese di Neukölln dal 2009, inclusi incendi dolosi e omicidi. Il caso è noto per la mancata indagine da parte delle autorità e per i presunti legami tra neonazisti e forze di polizia, oggetto di un comitato d’inchiesta parlamentare. ndt): per molti anni sono state rubate pietre commemorative, sono state infrante finestre, sono state fatte saltare in aria cassette postali, sono stati squarciati pneumatici di automobili e persino negozi e auto sono stati incendiati. Su uno dei responsabili sono stati trovati nomi e indirizzi di oppositori, incluso il mio. Gli attacchi hanno preso di mira, tra gli altri, politici locali, immigrati di sinistra e antifascisti. Per anni, i crimini sarebbero rimasti irrisolti, nonostante i responsabili fossero noti alla polizia e sotto sorveglianza dell’Ufficio per la Protezione della Costituzione. Le prove del coinvolgimento della polizia e della magistratura nel caso rimangono irrisolte ancora oggi. 5. Come già affermato, l’atto d’accusa mi imputa di aver ripudiato sia lo stato di diritto democratico con la sua garanzia di “libera espressione politica” sia il monopolio statale sull’uso della forza, attaccando un neonazista. Questa interpretazione del Procuratore Generale Federale sembra basarsi su alcuni fondamentali fraintendimenti: L’antifascismo è fondamentalmente un’autodifesa democratica contro le tendenze fasciste. È la difesa dei valori emancipatori della nostra società e non un rifiuto fondamentale dello stato di diritto democratico. Il fatto che gli antifascisti dissentano sui metodi e traggano conclusioni diverse dalla storia tedesca e dal nazionalsocialismo nel contesto della realtà odierna non contraddice questo principio. Né la scelta di mezzi coerenti contro le strutture neonaziste che minacciano gli individui e la società nel suo complesso costituisce un attacco allo stato di diritto stesso. Il vero pericolo per lo stato di diritto, così come il pericolo quotidiano per molte persone, deriva chiaramente da elementi neonazisti. Se questi gruppi mirano a raggiungere l’egemonia di destra e a istituire zone off-limits attraverso la violenza, ciò non ha nulla a che vedere con la “libertà di espressione politica”. Finché la società nel suo complesso non si assume le proprie responsabilità, è necessario che le persone colpite se ne assumano la responsabilità e si difendano. La situazione è ulteriormente aggravata dal fatto che individui e reti all’interno delle istituzioni che detengono il monopolio della forza sono coinvolti con l’ambiente neonazista o ne condividono gli obiettivi. Sono organizzazioni, come la rete Hannibal o Nordkreuz. Lì, utilizzano le proprie conoscenze e competenze per pianificare minacce e attacchi contro i cosiddetti “nemici”, accumulare armi e munizioni e compilare liste di persone da eliminare. Allo stesso modo, non vi è alcuna base per reinterpretare la perdita di fiducia nell’effettivo esercizio del monopolio statale sull’uso della forza per proteggere le vittime della violenza di destra come un rifiuto dello stato di diritto. Ci sono luoghi in cui le persone vulnerabili non possono fidarsi della polizia, dove i procedimenti giudiziari vengono ritardati e dove i ruoli di carnefice e vittima sono invertiti. Questo mi riporta all’inizio della mia spiegazione: ritrarre gli antifascisti come nemici dello Stato ignora il fatto che fascismo e violenza sono indissolubilmente legati. Antifascismo significa combattere un’ideologia violenta. Il compito di tutti gli antifascisti è proteggere le persone colpite dalla violenza di destra e fermare l’ascesa del fascismo. L’antifascismo è quindi necessario!
LA NOTTE E’ ANCORA LUNGA
Il cambio di governo in Ungheria e la sconfitta elettorale di Orban è certamente un segnale positivo che da un colpo al fronte Trumpiano che ha portato all’AntifaBan negli Stati Uniti e in Ungheria e che ha visto già tanti sostenitori nei partiti di destra europei. Ciò però non significa necessariamente un bene per il processo di Budapest. Sappiamo bene che abbiamo di fronte un governo di destra altrettanto avverso agli antifascisti e il fatto che sia gradito all’UE potrebbe invece rendere più facili le estradizioni. Il processo continua, la stessa archiviazione di Ilaria avviene a seguito del voto sull’immunità e non da un cambio di orientamento dei giudici, che sarebbe stato impossibile in una sola notte. Il nuovo governo può fare delle riforme costituzionali, tra cui quella della giustizia, ma bisognerà aspettare e non è detto che ciò avvenga velocemente (o che avvenga come ci piacerebbe) e anche la legge che rende l’antifascismo illegale rimane in vigore. Nulla è cambiato quindi per i processati in tutta Europa, per Maja T in carcere da oltre 600 giorni e per le richieste di estradizione di Gino e Zaid, al contrario crediamo che oggi sia ancora più importante rilanciare il percorso di solidarietà per tutte le persone coinvolte a partire dall’udienza di mercoledì 15 aprile a Parigi. Free All Antifas Italia
LA LIBERAZIONE è PER TUTTə  O NON è PER NESSUNə : appello alla mobilitazione!
Dal bando delle organizzazioni Antifa emanato dagli Stati Uniti a settembre 2025 (https://freeallantifas.noblogs.org/ieri-banditi-oggi-terroristi/) in poi le azioni repressive a livello internazionale si sono moltiplicate e la criminalizzazione dei movimenti antifascisti è diventata una battaglia delle destre europee. Dalla chiusura dei conti correnti di Rote Hilfe in Germania (https://freeallantifas.noblogs.org/chiusura_conto_corrente_rote_hilfe/) fino al coordinamento tra polizie a livello europeo in senso repressivo (https://freeallantifas.noblogs.org/schengen-police-connection/) Queste azioni coordinate, che si estendono fino agli ultimi fatti di cronaca (https://www.osservatoriorepressione.info/salis-la-polizia-e-il-nuovo-reato-deuropa-lantifascismo/), si inseriscono in un progetto politico ben orchestrato: un disegno repressivo che si estende su scala internazionale, con interventi sempre più incalzanti e un accanimento crescente contro l’antifascismo militante. Non si tratta di episodi isolati né di casi individuali, ma di una strategia precisa che punta alla trasformazione dell’antifascismo in reato, a partire dai processi farsa per i fatti di Budapest e dalla costruzione della fantomatica associazione “Antifa Ost”. Il processo di Budapest è solo la punta dell’iceberg e quindi a maggior ragione richiede tutta la nostra attenzione e capacità di mobilitazione: è necessario tenere insieme i diversi piani della repressione dentro uno sguardo complessivo, capace di mettere a fuoco l’intero quadro e costruire una risposta politica forte e collettiva. Ricordiamo il caso di Maja antifascista, una persona non binaria, prigioniera da 600 giorni ostaggio delle carceri di Budapest. Oltre a lei ci sono altr* 6 compagn* in carcere in Germania e altri colpiti da mandati di cattura europea in Italia e in Francia. La memoria è un ingranaggio per leggere il presente. La liberazione è di ciascun* o non è per nessuno. La Resistenza una postura che dovrebbe guidare la nostra azione, specie in tempi in cui si parla esplicitamente di messa al bando delle iniziative Antifa. In particolare questo 25 aprile ti chiediamo di declinarlo nell’attualità e nell’urgenza di questa situazione: dai voce a Maja e alla Campagna Free All Antifas con uno striscione, un intervento in piazza, una grafica da appendere, un volantino da stampare, in qualunque modo tu voglia portare in piazza un Antifascismo vivo, orgoglioso, necessario. Calendario in aggiornamento mobilitazioni di Aprile: Venerdì 10 a Roma @ CSOA ex Snia Presentazione del libro di Zerocalcare “Nel Nido dei Serpenti” e cena benefit – https://www.instagram.com/p/DWoRBCLjFjs/ Sabato 11 a Roma in Piazza Sauli, Garbatella: ALIMENTARE LA RESISTENZA: CIBO E PAROLE – https://www.instagram.com/p/DW4dY2YiG6-/ Domenica 12 a Roma in Piazza Quattro Venti: Domenica Antifa verso il 25 Aprile con assemblea e Dj Set – https://www.instagram.com/p/DWtuxgSiCmn/ Venerdì 17, Sabato 18 e Domenica 19 a Bologna @Vag61: ANTIFAFEST – https://www.instagram.com/p/DW3bek9jJr-/ Sabato 18 a Milano: alle 14 Mobilitazione ANTIFA contro il Remigration Summit e dalle 18.30 presentazione del libro Antifascismo Illegale alla libreria Les Mots Mercoledì 22 a Bologna @ Eretica: Laboratorio di ricamo resistente – https://www.instagram.com/p/DW33wOcimV4/ Giovedì 23 a Palermo @ CSOA Anomalia – Proiezione di THe Trials di Marta Massa, a seguire aperitivo e Dj Set Venerdì 24 a Roma @ Casale Alba: Stand up Against Fascism – https://www.instagram.com/p/DWo2ESajTwm/ Sabato 25 a Marsiglia La Plaine: mobilitazione antifascista Domenica 26 a Cremona: commemorazione antifascista e interventi Mercoledì 29 a Roma Ex Scuola Baccelli, via Orciano Pisano 9: QUANDO L’ANTIFASCISMO DIVENTA REATO OCCORRE RESISTENZA
Summit “Anti-Antifa” negli Stati Uniti?
Tradotto da: https://www.nd-aktuell.de/artikel/1198757.transatlantische-repression-trump-plant-internationalen-anti-antifa-gipfel.html Trump pianifica un vertice internazionale contro Antifa Gli Stati Uniti stanno organizzando una conferenza contro “Antifa”. È probabile che all’ordine del giorno ci sia anche la questione dell’inserimento del gruppo nella lista delle organizzazioni terroristiche dell’UE. L’Ungheria e l’AfD si stanno preparando ad agire. Non è chiaro se il governo tedesco parteciperà al congresso anti-Antifa indetto da Trump; negli ultimi mesi, le sue risposte alle richieste di informazioni dell’AfD sull’argomento sono state vaghe. Secondo quanto riportato martedì da Reuters, che cita tre fonti a conoscenza della questione, l’amministrazione Trump sta pianificando un vertice internazionale per combattere “Antifa” e altri gruppi di sinistra. La conferenza è prevista per giugno o luglio di quest’anno e si rivolge a funzionari governativi di vari paesi per discutere strategie contro “Antifa”. I portavoce della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato descrivono instancabilmente “Antifa” come un grave problema di sicurezza. Il portavoce del Dipartimento di Stato, Tommy Pigott, ha dichiarato: “Gli anarchici, i marxisti e gli estremisti violenti di Antifa hanno condotto per decenni una campagna di terrore negli Stati Uniti e nel mondo occidentale, compiendo attentati dinamitardi, pestaggi, sparatorie e rivolte al servizio della loro agenda estremista“. Lo scorso dicembre, l’FBI ha ufficialmente designato “Antifa” come minaccia terroristica interna. Poco prima, il Dipartimento di Stato americano aveva inserito nella lista delle presunte organizzazioni terroristiche straniere la tedesca “Antifa Est”, la “Federazione Anarchica Informale/Fronte Rivoluzionario Internazionale” italiana e i gruppi greci “Giustizia Proletaria Armata” e “Autodifesa della Classe Rivoluzionaria”. I governi europei nella lista degli invitati Martedì non erano ancora stati inviati gli inviti formali per la conferenza statunitense di quest’estate. Secondo Reuters, la lista degli invitati è composta principalmente da governi europei. Il primo ministro ungherese Viktor Orbán è tra coloro che difficilmente si lasceranno sfuggire l’occasione, poiché persegue una politica simile a livello nazionale: con decreto governativo, Orbán ha aggiunto “Antifa”, il gruppo tedesco “Antifa Ost” (noto come “Banda del Martello”), il “Gruppo Vulcano” (attivo anche in Germania) e, più recentemente, la “Fazione Terremoto” alla lista ungherese delle organizzazioni terroristiche . È inoltre ipotizzabile che Orbán e Trump chiedano che “Antifa” o specifici gruppi noti vengano aggiunti alla lista delle organizzazioni terroristiche dell’UE, e successivamente perseguiti con sanzioni finanziarie e altre ritorsioni. Membri del partito di governo Fidesz, insieme ad altri partiti di destra e di estrema destra, tra cui l’AfD, hanno già presentato diverse mozioni in tal senso al Parlamento europeo. Una risoluzione su questo tema è stata presentata a ottobre, ma finora senza alcun risultato . Tuttavia, la decisione sull’inserimento nella lista antiterrorismo dell’UE spetta ai governi: uno o più Stati membri dell’UE propongono una candidatura, che diventa effettiva se nessun altro Stato ha il diritto di veto. Antifa senza leadership Chiunque sia seriamente interessato alla politica di Antifa sa che “Antifa” è più un’ideologia che un’organizzazione coerente. Le manca una struttura chiara, una gerarchia di comando o una leadership tipica di un’organizzazione. Questo è stato sottolineato anche da Christopher Wray, l’ex direttore dell’FBI responsabile per l’estremismo politico. Tuttavia, Trump lo ha sostituito al suo insediamento. Il suo successore è l’avvocato Kashyap Pramod “Kash” Patel. Reuters cita anche funzionari attuali ed ex funzionari che esprimono preoccupazione per il vertice Antifa pianificato da Trump. Michael Jacobson, ex responsabile della strategia presso l’Ufficio antiterrorismo del Dipartimento di Stato, ha dichiarato: “Sono semplicemente scettico sul fatto che, visti tutti gli eventi in corso e il numero di piani di attacco elaborati da Iran e Hezbollah, vi sia effettivamente un’urgente necessità di dedicare risorse antiterrorismo limitate alla minaccia Antifa“. Jacobson è ora ricercatore senior presso il Washington Institute for Near East Policy. Tuttavia, Europol ha anche avvertito che il conflitto in Medio Oriente ha un “impatto diretto” sulla sicurezza dell’Unione Europea e che, di conseguenza, la minaccia del terrorismo nel continente è aumentata. L’agenzia di polizia dell’UE si riferiva, tuttavia, ad attacchi perpetrati da reti come HAYI, che a marzo hanno preso di mira numerose istituzioni ebraiche in Europa . L’attentato incendiario compiuto dalla “Fazione Terremoto”, un gruppo estremista di sinistra, contro una fabbrica di droni nella Repubblica Ceca, faceva riferimento alle violazioni del diritto internazionale da parte di Israele. Gli Stati Uniti vogliono “distruggere” Antifa Con il pretesto di perseguitare “Antifa”, in Texas è stata recentemente emessa una sentenza storica: per la prima volta, un tribunale federale statunitense ha dichiarato colpevoli nove attivisti ai sensi della legge antiterrorismo , per una protesta svoltasi il 4 luglio dello scorso anno davanti al centro di detenzione dell’ICE a Prairieland, durante la quale sono stati sparati fuochi d’artificio, danneggiate auto e colpi d’arma da fuoco contro il personale dell’ICE. Un agente di polizia è rimasto gravemente ferito da un colpo di pistola al collo. L’accusa ha sostenuto che il semplice indossare abiti neri uniformi – la cosiddetta tattica del Black Bloc – costituisse un sostegno al terrorismo, caratteristica tipica di Antifa. L’attentatore, descritto come il “leader”, rischia l’ergastolo. Il procuratore generale degli Stati Uniti, Pamela Bondi, ha dichiarato che l’amministrazione Trump sta “smantellando sistematicamente Antifa e ponendo finalmente fine alla sua violenza nelle strade americane“. Il governo federale tedesco parla in modo vago La posizione del governo tedesco in merito all’invito all’evento anti-Antifa organizzato da Trump non è attualmente chiara; in passato, le sue dichiarazioni sull’argomento sono state vaghe. In risposta a una richiesta di informazioni da parte dell’AfD (Alternativa per la Germania) in merito all’eventualità che il Ministero degli Esteri avesse richiesto agli Stati Uniti informazioni sulla classificazione di “Antifa Est” come gruppo terroristico, la risposta è stata che “le autorità federali competenti si scambiano continuamente informazioni con le loro controparti internazionali. Nel corso di questo scambio, il tema della rete Antifa Est viene discusso anche quando necessario”. Al contrario, l’Ufficio federale di polizia criminale (BKA) ha dichiarato all’inizio di marzo di non aver ricevuto alcuna richiesta di questo tipo dagli Stati Uniti . L’AfD ha anche chiesto informazioni sugli “effetti pratici” dell’inserimento di Antifa nella lista nera degli Stati Uniti e di “altri Stati membri dell’UE”. Il Ministero federale dell’Interno ha dichiarato a gennaio che al momento non vi erano tali effetti. Quando diverse banche tedesche hanno successivamente chiuso i conti di gruppi estremisti di sinistra, l’AfD ha risposto con un’ulteriore interrogazione parlamentare . La risposta, tipicamente vaga, è stata che il governo era “in contatto con il governo statunitense su argomenti e questioni rilevanti”. Tuttavia, il governo tedesco “respinge categoricamente” l’applicazione extraterritoriale di sanzioni, come quelle attualmente imposte dagli Stati Uniti contro “Antifa”.
CALL FOR ARTIST
⁨📷⁩ ⁨OltreMammolo chiama artistə per Free all Antifas !!! Che facciate illustrazioni, fumetti o altri capolavori grafici, questo messaggio è per voi. Il prossimo 24 aprile al CasaleAlba2, nell’ambito del 25 aprile a Roma Est, sarà organizzata una serata “Stand-up against fascism” il cui ricavato andrà a sostegno della campagna Free All Antifas: https://freeallantifas.noblogs.org/perche-una-campagna-di-solidarieta-internazionale-antifascista La nostra redazione sarebbe felicissima di poter raccogliere le vostre risposte a questa call! Due piccole precisazioni sulle vostre creazioni : – devono essere inviate entro e non oltre il 20 aprile a oltremammolo@gmail.com – devono essere realizzate su un formato A4 Il Casale si occuperà di stampare le vostre opere in una o più copie che saranno messe in vendita durante l’evento ed il cui ricavato sarà devoluto alla causa. Qualora possiate partecipare, le vostre opere saranno acquistabili esclusivamente tramite donazioni per la campagna. Eventuali stampe residue vi saranno però consegnate per poterle tenere per voi, per amicə o per le vostre esposizioni. Il Casale vi propone anche la possibilità di fare un piccolo intervento per raccontare il vostro contributo individuale o come collettivo/gruppo artistico. Per qualsiasi altro chiarimento non esitate a contattarci. La redazione di OltreMammolo⁩
Nella giornata dei prigionieri politici, vogliamo porgere un saluto alla nostra compagna Hanna
Traduciamo da Basc.news Oggi, nella giornata dei prigionieri politici, vogliamo porgere un saluto alla nostra compagna Hanna, che è ancora detenuta a Monaco. Hanna viene accusata di avere preso parte, insieme ad altre persone, a degli attacchi contro neonazisti che volevano festeggiare le SS a Budapest. Non solo lo stato vuole perseguitare politicamente persone che si oppongono ai neonazisti in uniforme della Wehrmacht. Maja è stat* illegalmente deportat* in Ungheria e lì deve lottare in condizioni detentive molto più difficili di quelle di Hanna a Monaco. Hanna soffre a Monaco, esattamente come tutte le altre detenute, soprattutto per le poche ore d’aria e di socialità, ovvero momenti in cui le detenute possono passare del tempo insieme. Queste occasioni vengono spesso cancellate quando il personale è insufficiente e questo porta le detenute a decidere se usare il proprio tempo per sport, doccia, ora d’aria o cucinare. In carcere tutte le donne soffrono la pessima assistenza medica e naturalmente la mancanza di contatti diretti con famiglia e amici. Hanna, come prigioniera politica, deve far sottoporre la propria posta ad un controllo doppio, che le consente di riceverla dalle 3 alle 4 settimane. È sbagliato attaccare persone in uniforme della Wehrmacht? In passato i nazisti venivano picchiati in parlamento dai rappresentanti della SPD, come ad esempio nel marzo 1950, quando il nazista Wolfgang Hedler venne attaccato da Herbert Wehner e altri membri della SPD, ma oggi scene simili vengono trattate in maniera molto diversa. Lo stato tedesco sottolinea che l’immagine della Repubblica Federale Tedesca venga infangata quando antifascist* tedesch* vengono processati in Ungheria. Però sembra non destare particolare sdegno quando cittadini tedeschi neonazisti si recano nella stessa Ungheria per sfilare in uniformi storiche delle SS… quello invece non reca danno d’immagine, anzi, non sembra proprio che freghi nulla. Gli unici a cui frega di questa faccenda sono e restano gli antifascisti. A loro, di nazionalità tedesca, ungherese, italiana o altra, rimane il compito di organizzarsi pur nella consapevolezza dei rischi a cui vanno incontro. Sarebbe meglio senza l’antifascismo? Quest’anno eravamo alle proteste contro le Giornate dell’Onore, anche con persone che hanno vissuto il periodo nazifascista sulla propria pelle. Queste contromanifestazioni sono state vietate… meglio per la Repubblica Federale, almeno non rischiavano danni d’immagine. In contemporanea l’evento neonazista viene supportato dallo stato ungherese, finanziato con i fondi della promozione turistica. Certamente l’Ungheria diventa modello per i gruppi neofascisti tedeschi, che infatti sognano una criminalizzazione antifascista e un divieto totale di tutte le proteste antifasciste. Questo non riguarda solo l’AfD (partito neonazista tedesco): il presidente ungherese Orban ha rilasciato un’intervista al giornale tedesco “Die Welt”, che conta milioni di lettori in Germania, a quattro settimane dalle elezioni. Tutto questo mentre Orban continua a restringere la libertà di stampa in Ungheria, vieta proteste e silenzia voci. Non dare pace ai neonazisti e ai loro eventi festosi, ecco, per noi questo non è un crimine. Combattere il fascismo è un nostro dovere. Scrivete ai detenuti! Se volete mostrare la vostra solidarietà ad Hanna o a Maja, scrivete delle lettere in formato digitale in inglese, tedesco o a Maja in italiano e inviatele all’indirizzo solibriefe-budapest@systemli.org, c’è un post fissato sulla pagina instagram del Comitato Antirepressione Milano e anche qui sul blog, lì trovate più informazioni. FREE ALL ANTIFAS!
La lotta continua: comunicato del Comitato Antirepressione – Milano sulla sentenza del processo di Budapest
Dopo due settimane dalla sentenza di primo grado per Maja, Gabri e Anna del processo di Budapest ancora non sono chiare le tempistiche per il ricorso nè quali saranno le implicazioni per Maja rispetto alla sua lunghissima carcerazione. Nonostante la forte riduzione della pena rispetto alle spropositate richieste dell’accusa che prevedevano una pena massima di 24 anni e all’inaccettabile proposta di patteggiamento a 14 anni di carcere i tre imputati hanno deciso di fare ricorso in appello immediatamente dopo la fine dell’udienza. A gravare sulle misure inflitte, come denunciato fin dall’inizio del processo, non è stata tanto la gravità delle presunte violenze, ma l’accusa di far parte di un’organizzazione criminale organizzata. Nonostante le prove frammentate e le testimonianze contraddittorie l’impianto dell’accusa si è basato esclusivamente su un teorema, supportato dal giudice stesso e dalla narrazione del Governo ungherese, di criminalizzazione dei partecipanti alle manifestazioni contro la giornata dell’onore in quanto antifascisti. Il nostro compagno Gabri si trova ancora libero in Italia e continueremo a mostrargli tutto il nostro supporto e vicinanza nell’affrontare i prossimi gradi di giudizio. A gravare ulteriormente sui tre imputati sono le spese processuali pari a circa 80.000 euro. A questo ovviamente si aggiungono gli onorari degli avvocati, le spese di traduzione a carico degli imputati le spese della famiglia di Maja per le visite e il sostentamento in carcere, ecc…ne approfittiamo quindi per ricordare l’esistenza di una cassa di solidarietà e rinnoviamo l’invito a costruire insieme iniziative di sensibilizzazione (https://freeallantifas.noblogs.org/cassa-di-solidarieta/). Oltre a questo processo e alla criminalizzazione del movimento antifascista negli Stati Uniti e in Europa, continua l’accanimento repressivo verso tutte quelle situazioni che provano a opporsi in maniera determinato allo stato di guerra diffusa e spostamento a destra di tutta la sfera politica internazionale. Nelle prossime settimane il Comitato Antirepressione di Milano continuerà nella sua attività di informazione e organizzazione della solidarietà agli imputati e alle imputate del processo di Budapest, al sostegno della campagna Free All Antifas e a portare queste tematiche all’interno delle giornate in ricordo di DAX che si svolgeranno a Milano dal 14 al 16 marzo. Febbraio 2026 Comitato Antirepressione Milano