LETTERA DI ROMA NON SI VENDE-DECIDE LA CITTA’ AL COMMISSARIO TRONCAAl Commissario di Roma Capitale
Spett.le Dott. Francesco Paolo Tronca
Al Sub-Commissario di Roma Capitale
Spett.le Dott. Bruno Spadoni
al Sub-Commissario di Roma Capitale
Spett.le Dott. Ugo Taucer
e per conoscenza
al Direttore della Gestione Amministrativa
Dipartimento Patrimonio Sviluppo e Valorizzazione
Spett.le Dott. Angelo Gherardi
al Prefetto di Roma
Spett.le Dott. Franco Gabrielli
ai Candidati Sindaco di Roma
On. Stefano Fassina
On. Roberto Giachetti
On. Virginia Raggi
Oggetto: tavolo di interlocuzione ‘ riordino patrimonio pubblico utilizzato per
finalità sociali
La campagna Roma non si vende ‘ Decide Roma ha avanzato, nel mese di febbraio,
la richiesta di interlocuzione con questa Amministrazione Commissariale con un
intento chiaro e definito: ottenere una moratoria giubilare sugli sgomberi e
sugli sfratti degli spazi sociali e delle realtà associative romane.
L’attuazione del programma di riordino del patrimonio pubblico, infatti,
rischiava di non tenere debitamente conto della differenza abissale tra coloro
che, in città, hanno animato il circuito corrotto e mafioso di affittopoli e
chi, invece, in questi anni, del patrimonio pubblico ha fatto un vero e proprio
bene comune, praticandone un uso effettivamente sociale.
Benché la richiesta di moratoria non sia stata, finora, ufficialmente accolta,
abbiamo favorevolmente registrato nelle ultime settimane segnali di mutamento –
di atteggiamento e di prospettiva – anche da parte di questa Amministrazione
Commissariale, consapevole oggi che l’improvviso sgombero di tutte le realtà
sociali romane comporterebbe non solo (e non tanto) un problema di ordine
pubblico, quanto piuttosto un pregiudizio grave ed irreparabile per migliaia di
abitanti di Roma che, negli spazi sociali, cercano, trovano o auto-organizzano
le risposte ai loro bisogni, quelle stesse risposte che il pubblico non è troppo
spesso in grado di fornire.
Abbiamo così avviato, in questo contesto, un’interlocuzione “tecnica” con questa
Amministrazione, finalizzata all’individuazione di soluzioni in grado di
garantire ‘ in via transitoria ‘ legittimità formale a tutte quelle realtà
associative attualmente costrette in una situazione di completa incertezza
formale, causata soprattutto dall’imperizia delle amministrazioni passate e
della scarsa lungimiranza della recente produzione normativa comunale, a partire
dalle delibere n. 219/2014 e n. 140/2015.
Abbiamo avviato questo confronto nella convinzione ferma che le soluzioni
tecniche eventualmente trovate non potessero che essere transitorie: e ciò
perché siamo sempre stati, e siamo tuttora, assolutamente convinti che una
soluzione politica vada discussa e maturata nell’ambito di un confronto con
un’Amministrazione democraticamente eletta e quindi legittimata a produrre atti
così impegnativi per il futuro della città a partire da valutazioni e criteri
squisitamente politici.
è per questo stesso motivo che, parallelamente alla campagna in difesa degli
spazi sociali e del loro valore, che ha portato più di 20.000 persone in piazza
lo scorso 19 marzo, abbiamo avviato un processo pubblico, democratico e
partecipato di scrittura di una Carta per Roma Comune, ossia di una proposta
normativa che stabilisca i principi fondamentali per un uso comune del
patrimonio pubblico. La Carta si inserisce nel più ampio movimento di
riconoscimento dei Beni Comuni Urbani da parte di decine e decine di Comuni
italiani e che trova il suo apice nell’esperienza del Comune di Napoli, nel cui
contesto il ritardo romano appare incomprensibile ed inaccettabile, stante
comunque il fatto che la Giunta Marino aveva prodotto una simile proposta di
deliberazione sui beni comuni urbani, previa elaborazione di una commissione di
esperti, e che altre proposte simile vennero contestualmente presentate da
alcune forze politiche. Una Carta capace di andare oltre le strettoie imposte
dalle delibere n. 219/2014 e n. 140/2015 – strettoie che riconsegnano intatte
alla città e all’amministrazione i problemi prodotti dall’attuale gestione del
patrimonio comunale: inefficienza, scarsa trasparenza, impossibilità di
garantire continuità e pieno riconoscimento a progetti di effettiva utilità
sociale ‘ vuole costituire la base per un confronto con i candidati sindaco e
per una proposta scritta dalla città, in una prassi politica diametralmente
opposta a quella tipica delle campagne elettorali, più aperta e più democratica.
Si tratta di una proposta innovativa e impegnativa dal punto di vista politico,
nel senso migliore del termine. E proprio per l’impegno che questa proposta
comporta, non abbiamo mai ‘ neppure lontanamente ‘ pensato che essa potesse
essere oggetto di confronto con un’Amministrazione Commissariale dotata,
necessariamente, di margini angusti di apprezzamento e di poteri limitati.
Sulla scorta di queste valutazioni, apprendiamo con preoccupazione delle
intenzioni che questa Amministrazione Commissariale ha manifestato negli ultimi
giorni: le soluzioni “tecniche” che si stanno da ultimo prospettando, infatti,
sembrano avere carattere tutt’altro che transitorio, bensì vincolante per il
futuro amministrativo e politico di questa città. Invitiamo quindi a riflettere
sul fatto che le soluzioni finora da voi paventate mettono seriamente a rischio
innanzitutto la possibilità ‘ per l’Amministrazione ventura, qualunque essa sia
‘ di poter decidere, all’interno di un confronto finalmente democratico, di cui
Roma è priva da ormai troppo tempo.
Proviamo ad entrare nel merito delle questioni.
* In primo luogo, crediamo quantomeno inopportuno, se non illegittimo, che
un’amministrazione commissariale, quindi straordinaria, metta mano, in
scadenza di mandato, alla scrittura del nuovo Regolamento delle concessioni.
Regolamento che ha carattere generale e complessivo e che ha bisogno semmai
di attenta riforma che coinvolga necessariamente anche i Municipi e i
soggetti interessati. Ad una manciata di giorni dai comizi elettorali, e in
assenza di una direzione politica chiara, non ci sono le condizioni per una
consultazione né tanto meno per la riscrittura del Regolamento, un atto tanto
impegnativo, tanto politico, tanto rilevante per la città, che non per nulla
è rimasto immutato addirittura dal 1983. Non è possibile farlo, in rapidità e
in silenzio, senza rischiare di compromettere e vincolare negativamente il
lavoro delle amministrazioni future e del corpo sociale che legittimamente
dovrebbe avere accesso al patrimonio comunale. Non è possibile farlo senza
una discussione democratica e trasparente sulle proposte, le procedure, le
eventualità contemplate in quel regolamento. A maggior ragione, non è
possibile scrivere quel regolamento seguendo i canoni dettati dalla delibera
n. 219/2014, proprio sulla base della più controversa e della più contestata
tra le delibere della Giunta Marino.
* In secondo luogo, crediamo che non sia ammissibile cercare soluzioni
transitorie che si basino sulla declassificazione da indisponibile a
disponibile di ampi settori del patrimonio pubblico. È vero che il TAR del
Lazio, in alcune recenti sentenze, ha inteso seguire un orientamento (invero
assolutamente minoritario) della giurisprudenza, secondo il quale i beni
pubblici sono disponibili in tutti i casi in cui non siano affidati a
soggetti pubblici. È altrettanto vero, però, che questo non è l’unico
orientamento possibile, e che soprattutto questo è lo schema giuridico che
più di ogni altro toglie, alle amministrazioni presenti e future, e con esse
dunque anche ai cittadini stessi, la possibilità di decidere e di disporre
liberamente del proprio patrimonio. È possibile, di fatto e di diritto,
concedere a finalità sociali il patrimonio pubblico, senza per questo
declassarlo a patrimonio disponibile. Appare irragionevole e contrario al
pubblico interesse che un provvedimento che dovrebbe sanare una situazione di
presunta malagestione del patrimonio pubblico ne predisponga l’alienabilità
in termini generalizzati, assumendo una interpretazione rigida e ristretta di
servizio pubblico ampiamente superata nella pratica diffusa degli Enti
Locali. Appare francamente assurdo ipotizzare che lo stesso provvedimento che
dovrebbe salvaguardare gli spazi sociali ne disponga, contestualmente, la
vendita, la dismissione, anche solo in ipotesi. Si tratterebbe di un
arretramento inaudito persino rispetto a quanto sancito dalla Giunta Marino
che, con la delibera n. 6/2015 che disponeva le dismissioni del patrimonio
pubblico, espressamente escludeva gli immobili riguardati dalla delibera n.
26/1995.
* In terzo ed ultimo luogo, crediamo che occorra prestare estrema cautela nella
proposta di eventuali soluzioni normative che abbiano il rango di una legge
nazionale, di cui pure si discute in questi giorni. Siamo convinti che
un’eventuale legge nazionale debba perseguire l’obiettivo di ristabilire il
criterio politico come l’unico atto a definire il campo d’azione delle
amministrazioni locali, a ridefinire competenze e sfere di intervento tra
politica, amministrazione e enti di controllo. Riteniamo quindi che non debba
in alcun modo pregiudicare le esperienze municipaliste che in tutta Italia,
in atto o in potenza, riconoscono e promuovono i Beni Comuni. In particolare,
siamo convinti che sarebbe illegittima, sia sotto il profilo politico che
sotto il profilo costituzionale, una norma che imponga il bando pubblico (o
le procedure di evidenza pubblica) come unico strumento utile alla
concessione del patrimonio pubblico per finalità sociali e che al tempo
stesso toglie ai Comuni prerogative loro proprie. Una vulgata troppo diffusa,
ma giuridicamente infondata, asserisce che sia il diritto comunitario ad
imporre il bando pubblico: eppure questa vulgata è effettivamente falsa, come
confermano i più autorevoli giudizi della dottrina. Nessuno, neppure tra i
migliori “tecnici”, sa dire quale sia effettivamente la direttiva europea
che, in proposito, imporrebbe le procedure di evidenza pubblica alle
amministrazioni: e questo perché semplicemente non c’è una direttiva in
questo senso, stante il fatto che la direttiva n. 23/2014/UE riguarda solo ed
esclusivamente le concessioni e gli appalti di servizi ed è riferita soltanto
agli operatori economici, e non anche alla concessione di spazi pubblici per
finalità sociali prive di qualunque fine di lucro. Il punto in questione è un
punto assolutamente rilevante, nella misura in cui il criterio del bando
pubblico è diametralmente antitetico ai principi fondamentali dei Beni
Comuni, basandosi sulla concorrenzialità il primo, e sulla cooperazione,
sulla partecipazione e sulla democrazia il secondo.
Sappiamo, nonostante quanto chiarito finora, che nessuna interlocuzione
produttiva può nutrirsi soltanto di “no”. Proprio per questo, fermi restando
questi principi per noi irrinunciabili, abbiamo avuto cura di elaborare una
proposta, concreta ed articolata, per una soluzione che sia effettivamente
transitoria e che lasci alla politica che verrà i doverosi margini di
apprezzamento. Una proposta che fotografi semplicemente la realtà quale è oggi,
e che le conferisca la legittimità che merita. Una proposta basata
sull’affidamento in custodia, almeno fino a quando le regole non verranno ‘
democraticamente e pubblicamente ‘ riscritte. Un affidamento in custodia, con
facoltà d’uso, agli unici soggetti in grado di custodire al meglio i questi beni
immobili: e cioè esattamente le comunità ed i soggetti che li hanno custoditi,
li hanno resi fruibili, li hanno aperti, li hanno manutenuti, li hanno resi
utili e vi hanno erogato servizi. Si tratta di uno strumento a disposizione
delle amministrazioni di prossimità, già ampiamente utilizzato al fine di
evitare il degrado del patrimonio immobiliare pubblico compatibilmente con la
ristrettezza di risorse a bilancio per la sua manutenzione e salvaguardia. Una
proposta che va quindi incontro alle esigenze dell’Amministrazione, che non
corre così il rischio di lasciare centinaia di immobili pubblici al degrado e
all’abbandono, o in alternativa di spendere cifre esorbitanti per i servizi di
guardiania e per le manutenzioni necessarie. Una proposta che va incontro alle
esigenze di Roma e dei suoi abitanti, che non corrono così il rischio di vedersi
privati, improvvisamente, di quanto di più bello e di più vivo c’è in questa
città.
Roma Non Si Vende
Decide Roma