
Da Rabelais a Rita Charon: storie di cura
Doppiozero - Sunday, September 6, 2026Raccontare la malattia (Raffaello Cortina editore), che ha come sottotitolo” le nuove frontiere della medicina narrativa”, lo dobbiamo esclusivamente alla capacità di mettere insieme le cose di Christian Delorenzo che ha saputo abilmente trasformare una serie di scritti della dottoressa Rita Charon, prodotti in momenti e anni diversi, in un testo scorrevole e piacevole da leggere. Non è facile rimodellare articoli scritti per una certa rivista o prodotti da una ricerca semiquantitativa e trasformare il tutto in un testo, a volte sistematico e a volte puramente narrativo, con intervalli e digressioni messe al posto giusto e capitoli sistemati in modo tale da rendere facile la loro consultazione, anche senza avere letto tutto il libro. Questa è la seconda opera a firma Rita Charon che possiamo avere tradotta in italiano ed è estremamente utile per chi voglia approfondire il tema della medicina narrativa sia nel campo della formazione che in quello più propriamente clinico. Sono passati 25 anni da quello che è considerato l'atto di nascita della medicina narrativa quando, il 2 gennaio 2001, compare su Annals of Internal Medicine (una delle più importanti riviste specializzate di medicina), l'articolo “Narrative medicine. Form, function and ethics” firmato da Rita Charon, medico internista, laureata anche in letteratura e professoressa presso la Columbia University di New York. Fino ad allora, scrive Delorenzo, nessuno aveva mai utilizzato questa espressione.
La nozione di narratività emerge con potenza e prepotenza nei suoi scritti che vengono declinati insieme alle implicazioni letterarie nell'ambito dell'interpretazione medica, quasi come fosse una via maestra per giungere all'empatia e all'accuratezza. La Charon non si ferma a riflessioni di tipo storico e concettuale o a commenti anche di tipo letterario delle narrazioni: la svolta narrativa parte da lontano, perché, fin dalla nascita della medicina occidentale, emerge una scuola narrativa nei racconti della scuola ippocratica o negli aneddoti delle opere di Galeno. Sempre di più il "caso clinico” sconfina nei territori della psiche e i medici, negli anni, non hanno mai smesso di raccontare e raccontarsi. Alcuni di loro da Rabelais ad Anton Cechov, da Cronin a Bulgakov fino a Mario Tobino (schiera rappresentativa di un lungo elenco) hanno sempre affiancato all'attività clinica quella letteraria. Ci sono molti critici che non riconoscono nella medicina narrativa un ambito specifico affiancato allo studio delle scienze umane; Rita Charon non ha mai perso la connessione diretta con la gestione della pratica clinica. Ogni racconto illumina la scienza, crea nuove relazioni e conduce a riflessioni critiche sulle modalità di cura. Tra i concetti cardine della medicina narrativa c'è la triade di tensione, rappresentazione e connessione che spiegherà perché, nella formazione delle competenze narrative, debbano usarsi gli strumenti propri della lettura, della scrittura e della condivisione. L'intuizione fondamentale dunque è quella di mettere la letteratura al servizio della cura: sono i saperi letterari come la narratologia e le teorie della narratività, ma anche l'estetica della ricezione, il formalismo e lo strutturalismo che generano le pratiche della lettura (Close reading) e della scrittura (espressiva, creativa, autobiografica) tutte volte a favorire lo sviluppo e l'integrazione delle competenze necessarie per offrire cure più efficaci, personalizzate, soddisfacenti e significative.
Riprendo quanto scritto dalla Charon "la medicina narrativa ha esordito come una disciplina rigorosa, intellettuale e clinica in grado di rafforzare l'assistenza sanitaria con la capacità di recepire abilmente i resoconti che le persone forniscono di sé: riconoscere, assorbire, interpretare le storie degli altri ed esserne mossi all'azione. È sorta per sfidare una medicina riduzionista, frammentata, che considera poco gli aspetti singolari delle vite dei pazienti, nonché per protestare contro le ingiustizie sociali di un sistema sanitario che tollera disparità enormi, insieme con pratiche e condotte discriminatorie. Noi clinici, accademici e scrittori, quando abbiamo dato avvio a questo lavoro, eravamo convinti che le conoscenze e le abilità narrative avessero il potere di migliorare la cura, aumentando l'accuratezza e la portata di quello che gli operatori sapevano dei loro pazienti rendendo più profonda l'alleanza terapeutica che costoro erano capaci di costruire. Un'assistenza sanitaria che offre riconoscimento e si riunisce ai pazienti, che si mette al servizio e non punta al profitto, garantirà una forma di giustizia promuovendo la salute per tutti.”
Fotografia di Miguel Ausejo - Unsplash.
Nel libro vengono esposte e spiegate le nuove forme emergenti del colloquio clinico per sviluppare la capacità che può essere chiamata la posizione diastolica: rilassata, permeabile, accogliente, pervasiva. Ascoltare il corpo, prestare orecchio alla salute che è la vita del silenzio degli organi, come scrive il chirurgo René Leriche. Un modello di cura bio -psico -sociale basato sulla relazione, sulla persona. Questo testo non offre soltanto considerazioni filosofiche ma metodi per sviluppare abilità, per arrivare a quella competenza narrativa che valorizza i racconti e le testimonianze, perché i professionisti sanitari si ritaglino del tempo e lo scelgano pur nel rispetto di tutte le altre competenze. Nei vari capitoli del libro suddivisi in modo sistematico si parla di: medicina narrativa come testimonianza per il corpo narrante del sé, il testimone estatico, la ricerca della sofferenza e la cornice per l'insegnamento delle metodiche, i contributi clinici della medicina narrativa. Nell'ultima parte c'è una mirabile e accurata descrizione sulla interpretazione di Henry James, sul corpo parlato, sulle esperienze di narrazione e cura, oltre che sui fondamenti sociali e concettuali della medicina narrativa; l'ultimo capitolo si chiama "scrivere le nostre vite per viverle”: le forme cognitive di una medicina narrativa. De Lorenzo ha poi voluto completare la sua opera con una postfazione che racconta le tappe fondamentali della Medicina Narrativa in Italia. Tra i tanti viaggi che l'autore ci propone c'è quello chiamato la triangolazione, dove il medico, facendo da testimone, può aprire una breccia nella parziale opacità di se stessi e mettere il paziente al corrente di alcuni tra i segreti custoditi dal corpo, aumentando la portata della conoscenza di sé che diventa disponibile grazie a questa triangolazione che avviene nella situazione clinica. Questo triangolo non è solo presente nella scrittura creativa o in ambito clinico, ma alimenta qualsiasi cosa, dalle nature morte degli impressionisti all'ingegneria dei ponti sospesi, dall'arbitrato per la risoluzione delle controversie secondo i termini di legge, all’approccio psicologico della terapia familiare; sta alla base dei miti classici di gelosia e vendetta e fornisce un supporto alla teoria estetica contemporanea sulla mediazione, la rappresentazione e l'empatia. Henry James ha forse un ruolo di primo piano tra i romanzieri che si affidano alle triangolazioni funzionali, perché le usa non solo per portare avanti la trama, ma anche per attivare la triade lettore \scrittore \testo che è di per sé fonte di creatività e potere.
Il libro sostiene con forza la tesi che la stella polare della medicina narrativa sia da sempre il miglioramento dell'assistenza sanitaria. Le attività narrative hanno tutto il potenziale per trasformare le cure; sostiene Frank Huyler che “studiare le discipline umanistiche ci aiuta a diventare più consapevoli, più perspicaci, più riflessivi e in ultima analisi più decisi nella traiettoria da imprimere alla sanità”. Si tratta di dare uno sblocco sia al coinvolgimento emotivo sia alla riflessione su di sé, in una cultura che generalmente nega entrambe le cose, guarda più fuori che dentro e troppo spesso ignora non solo i costi personali, ma anche le gratificazioni della professione medica. Nel capitolo dedicato agli esempi pratici si tenta di catalogare numerose tecniche attraverso tre momenti: 1) tecniche di colloquio/relazione; 2) sviluppo delle équipe cliniche sanitarie; 3) nuove pratiche narrative nelle cure di routine. Pur non assumendo mai le caratteristiche di un manuale, il contenuto aiuta a ripensare la nostra postura clinica in un mondo che cambia rapidamente ed è sempre più orientato verso le conoscenze tecnico-scientifiche, necessarie ma non esclusive nel rapporto team sanitario-paziente.
Tra tutti i capitoli trovo molto interessante quello intitolato "Interpretare James”, quando Rita si ritrova seduta in un bar dell’East Village gremito da studenti della New York University le cui voci sovrastano il pensiero e allora si mette ad ascoltare la registrazione di Freddy Kempf della partita numero 4 di Johann Sebastian Bach che lei conosce talmente bene da provare a interpretarlo nella complessità della bellezza, dell'arguzia della meraviglia, della esattezza di ogni nota (Rita Charon suona il pianoforte, seppur da dilettante). Rende omaggio al compositore e il suo pensiero cerca di interpretare l'incrocio produttivo del pensiero fenomenologico con la rivoluzione cognitivista e le sorprendenti spiegazioni delle esperienze estetiche fornite dalla poetica cognitiva, laddove lo studio della letteratura e di James in particolare, viene ad arricchirti. Dice Rita che riflettere su James e sulle emozioni, leggendolo, è un'esperienza di vita interamente e intensamente coinvolgente per la sua capacità di rappresentare le esperienze emotive dei personaggi. La lettura provoca una duplicazione paradossale della coscienza e il paradosso è il seguente: penso i pensieri di qualcuno che non sono io, ma li penso come se fossero i miei e quest'altro mondo esiste proprio perché gli diamo vita attraverso i nostri atti cognitivi. La Charon usa James per tentare di entrare dentro la “Fishbowl” nella quale si ritrova chi sta vivendo una malattia e la “lettura attenta” è uno degli strumenti che ci permettono di attraversare questo vetro infrangibile. Non c'è niente di intellettuale in tutto questo: c’è il desiderio instancabile di capire e di entrare in sintonia con la sofferenza. Dunque l'essenza del libro è: come rendere centrale la storia del paziente nel processo terapeutico? Da oltre quarant'anni Rita Charon si occupa di questo inedito percorso che disegna le nuove frontiere della medicina narrativa con uno stile acuto e una scrittura appassionante, offrendo riflessioni e spunti originali sul ruolo e sull'uso della narrazione nelle relazioni e nei contesti di cura. Se è vero che siamo quello che raccontiamo bisogna assolutamente ricordarlo quando le nostre vite fanno l'esperienza della finitudine e della sofferenza.
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