Un altro mondiale, un'altra storia

Doppiozero - Tuesday, July 21, 2026
Un altro mondiale, un'altra storia Davide Carnevali Anna Stefi Mar, 21/07/2026 - 03:20

Un partido para la historia; cita con la historia; match histórico… Per celebrare la finale del Mondiale, in questi ultimi giorni, la stampa spagnola e quella argentina hanno fatto abbondantemente ricorso al concetto di “storia”. Non si trattava semplicemente di sottolineare la straordinarietà dell’evento (si sono trovate una di fronte all’altra le due squadre più forti in circolazione, le prime due del ranking, la detentrice dell’Europeo e quella della Copa América): c’era anche l’esigenza di immortalare l’avvenimento in un’immagine per l’eternità; di fermare ciò che, proprio perché ad-viene, è destinato a passare. Per gli iberici, questo 19 di luglio resterà nelle cronache del Regno e l’impresa sportiva sarà elevata a episodio capitale, point de capiton della memoria collettiva (chi di noi non ricorda dove si trovava, la sera in cui Cannavaro alzò la coppa, vent’anni fa?). Dall’altro lato dell’Atlantico, invece, resterà un giorno come un altro: la memoria storica di una nazione difficilmente si nutre di sconfitte. Per questo una Nazionale è veramente “nazionale”, in tutta la sua trasparenza semantica, solo quando vince – noi italiani lo sappiamo bene. In spagnolo, invece, quella che rappresenta il paese si chiama “selección”: termine che invita a vedere la squadra come una sorta di gruppo d’èlite, e ogni giocatore che ne fa parte come un pre-scelto dalla storia.

Negli ultimi giorni è tornata in circolazione una vecchia fotografia che ritrae Leo Messi ventenne, mentre fa il bagnetto a un bebè immerso in una tinozza d’acqua. Quel bambino di appena un anno è Lamine Yamal. Nel 2007, il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia l’aveva scelto per una campagna di solidarietà, tra decine di pargoli della periferia di Barcellona – UNICEF era in quel momento lo sponsor ufficiale del Barça, che pagava (invece di farsi pagare) per portarne il nome sulla maglietta. Leo non era ancora Leo e Lamine, evidentemente, non era altro che un neonato paffutello particolarmente fotogenico. Ma è difficile non vedere in quella foto un battesimo: Messi, dopo essere stato l’unto del Signore Dio Diego, ed essersi effettivamente consacrato Messia, ha unto a sua volta il suo erede. E ora se lo ritrova davanti. Diciannove anni dopo. Diciannove: il numero di maglia di Lamine, il numero di maglia che portava Messi quando esplose con il Barça... E a New York, proprio nei dintorni della sede dell’UNICEF...? Troppe coincidenze, per non ricamarci su una bella storia. Una storia che funziona, perché ci dà l’impressione che tutti questi dettagli siano uniti da un filo logico, che si dipana senza intoppi attraverso una concatenazione di cause ed effetti riconoscibili. Così, per giorni, la stampa e i social hanno alimentato il mito del passaggio di consegne da una generazione all’altra, dal passato al futuro del calcio mondiale. Sembrava già tutto scritto. Poi si è giocata la finale, e la realtà ha mostrato qualcosa di ben diverso: Messi quasi non ha toccato palla, perché l’Argentina la palla non l’ha praticamente mai vista; e Lamine è stato parco di belle giocate personali, ma ha corso parecchio e aiutato i compagni. Né l’uno ha chiuso in trionfo, né l’altro ha lasciato il segno. La partita è stata proprio bruttina; fortuna che ci resta la storia che ci avevamo costruito intorno.

Daniel Torok / The White House — U.S. Government work

Il calcio, lo sport, si sono sempre nutriti di storie. Chi ha letto Omero ricorderà che alla fine dell’Iliade il mitico aedo ci lascia la prima grande cronaca sportiva della letteratura, con la descrizione dei giochi funebri in onore di Patroclo. Cronaca: cioè, narrazione di un evento che merita di essere immortalato e ricordato. Si confronti ora il resoconto delle gare con il pianto ininterrotto di Achille: da un lato, le parole, che si organizzano appunto in cronaca, racconto, canto; dall’altro, un lamento indistinto che esprime precisamente ciò che le parole non possono esprimere. Si pensi alle lacrime di Messi, all’urlo di Ferran Torres, o anche agli spintoni di Leandro Paredes: modi di esternare un sentimento che fatica a prendere la forma di discorso. Perché il vero dolore, o la vera gioia, o l’emozione pura, non possono essere veramente verbalizzati. Non dovrebbe dunque sorprenderci che sport e rito funebre fossero in Omero così legati: l’atto atletico era un modo di sublimare il tragico dell’esistenza, esternarlo e trasformarlo in potenza vitale. Un rito, ecco. Spesso si ricorda – parafrasando Pasolini – come il calcio sia ancora una delle poche ultime forme di rituale in cui si espleta una sorta di catarsi collettiva. Un gruppo di persone vive un’esperienza comune e ne esce trasformato, più unito, più coeso, più capace di riconoscersi come comunità, anche grazie naturalmente al ruolo che gioca la condivisione di una stessa emozione. Prerogativa del rituale è la sua eventualità, cioè il suo carattere effimero: si dà e si consuma nello stesso momento. Esige di essere vissuto; non sortirebbe certo lo stesso effetto, se raccontato. Se il calcio è un grande rito esperienziale, non dovremmo viverlo e basta? Perché caricarlo di tutta questa mitopoiesi? Perché applicargli categorie narrative come “sfida”, “conflitto”, “protagonista”, “tradizione”...? Perché, tirando le somme, costruiamo storie su ciò che dovrebbe essere estraneo alla storia?

Le neuroscienze suggeriscono che la creatività e l’immaginazione hanno costituito un fattore fondamentale nello sviluppo delle società umane. Per cacciare in gruppo bisognava attingere dall’esperienza passata, mettersi d’accordo, costruire strategie e fare previsioni: inventarsi narrazioni che astraessero o instradassero l’esperienza. Si andava a caccia armati di storie, prima che di lance, fionde e archi. Le storie servono dunque anche a questo: a rendere comunicabile il vissuto; anche se poi, naturalmente, quel che passa nella comunicazione non sarà mai il vissuto reale in sé, ma solo una sua ricostruzione logica. Questa contrapposizione tra esperienza e racconto, tra vita e storia, tra emozione e logica, ci riporta a quella che da un secolo a questa parte si è giocata in teatro tra i seguaci di Antonin Artaud e gli epigoni di Bertolt Brecht. Negli anni ’30 del Novecento, entrambi cercavano un’alternativa al gretto naturalismo mimetico-rappresentativo. Artaud propugnava un teatro che espellesse il logos dalla scena, e lasciasse il pubblico in balia dell’esperienza crudele della morte – che era poi la morte della rappresentazione: il teatro serve a esperire che la vita non ha catarsi possibile. Agli antipodi di questa deriva nietzschiana, si poneva il marxista Brecht, che invece individuava nell’elaborazione critica, analitica, il fine ultimo dell’esperienza teatrale. Tutto si fa storia, perché tutto dev’essere logicamente, storicizzabile. Anche l’evento sportivo, che interessava molto al drammaturgo tedesco; non tanto come rituale, ma come occasione di analisi tecnica. Brecht rilevava come lo spettatore che segue un incontro di boxe ha sempre un atteggiamento analitico: critica, incoraggia, suggerisce, si arrabbia quando un movimento non è compiuto nel modo giusto, o al momento giusto. Giovanni Trapattoni diceva che in Italia, quando gioca la nazionale, ci sono sessanta milioni di commissari tecnici. “Tecnica” è dunque la parola chiave. La techné greca non era arte sregolata, ma artigianato sottomesso a regole, intorno a cui si può costruire una manualistica, una trattazione, una poetica. Se però, come ricorda Aristotele, si può parlare solo di ciò che ha una forma, allora, sillogisticamente e furbescamente, una volta che gli si è impressa una forma, si potrà parlare di ogni cosa. Del suo dolore inesprimibile, non può certo dire Achille; ma Omero, il cantastorie, che le parole è capace di usarle, e anche bene, sì. La storia è il risultato di un’operazione di formalizzazione sull’esperienza informe; non solo: più un’emozione è forte, più efficace sarà la storia che tratterà quell’emozione come contenuto. Artaud ne sarebbe uscito matto – e, in effetti, poi ne è uscito matto, letteralmente; ma Brecht invece ci gongolava, in questo formalismo critico. Che, proprio perché illegittimo, fondava da sé la propria legittimità e ne faceva una questione politica.

Daniel Torok / The White House — U.S. Government work

Se il processo di storicizzazione diventa un atto politico, la disciplina storica finisce inevitabilmente per coincidere con l’arte della politica; e da qui torniamo comodamente al nostro Mondiale, che possiamo leggere appunto come un imponente generatore di storie, ma anche come un bieco dispositivo politico. Se ne parlava già quando l’Iran si qualificò per andare a giocare “in territorio nemico”; se n’è riparlato un mese fa, quando all’arbitro somalo Omar Artan è stato negato il visto di ingresso ed è stato rimandato a casa senza troppi complimenti. E poi di nuovo per la semifinale Inghilterra – Argentina, Falkland – Malvinas, che avrebbe dovuto rappresentare sul campo, come quarant’anni or sono, una rivincita ai fallimenti bellici biancocelesti. Ma è diventato un caso politico soprattutto l’esplicita richiesta di Trump di annullare la squalifica a Folarin Balogun, punta di diamante (o di vetroceramica) della nazionale a stelle e strisce, espulso giustamente nei sedicesimi di finale contro la Bosnia e recuperato in extremis per gli ottavi grazie a una sospensione della sospensione disciplinare, teorizzata d’emblée da un Gianni Infantino credutosi Carl Schmitt. A mettere fine a questo stato di eccezione giuridica ci ha pensato la giustizia calcistica, che ha portato il Belgio a umiliare gli U.S.A. per 4-1, nella partita in cui i Diavoli rossi hanno agglutinato su di sé tutto il tifo planetario. L’episodio resta comunque una macchia indelebile nella storia del calcio: poche volte prima d’ora l’ombra inquietante del potere si era resa qui così visibile. Tanto visibile da voler comparire nella foto che per eccellenza passerà agli annali: quella della squadra che alza la coppa. Sembra che Rodri e compagnia non abbiano gradito poi tanto l’ennesima invasione del presidente, che spazia dal bombing al photobombing; e la maggior parte dei media spagnoli (non tutti, a dir la verità), il lunedì mattina ha pubblicato immagini in cui l’intruso non compariva. Intanto Pedro Sánchez se la rideva in disparte. Ma questa è un’altra storia – o forse è solo la storia che mi piace raccontarmi.

Se i Mondiali del ‘94 avevano rappresentato l’ingresso del modello calcistico europeo negli Stati Uniti, questi ultimi hanno sancito la colonizzazione del modello statunitense sul calcio europeo. A riprova di questa deformazione strutturale, il fatto che gli stadi utilizzati fossero praticamente tutti stadi creati per un altro sport, il football americano (per l’appunto): il contenuto si è plasmato di conseguenza, con il Superbowl come riferimento. Più triste del gioco nel primo tempo della finalissima è stato infatti lo spettacolo dell’intervallo, che ha stravolto i tempi tecnici (è durato il doppio del dovuto) e ha restituito al calcio un’inquietante epifania del suo destino, che è quello di morire diluito nello show-business. Partite divise in 4 tempi da 22,5 minuti, con l’introduzione di un hydration break, la pausa di idratazione, che è semplicemente un modo molto smaliziato di chiamare le pause pubblicitarie; pause che hanno generato milioni di dollari di introiti per le catene televisive che si erano aggiudicate i diritti di trasmissione – negli Stati Uniti, la Fox: detto tutto. La FIFA ha sostenuto che siano state introdotte per tutelare l’integrità fisica dei giocatori, ma Gianni (uno che ha avuto la brillante idea di vendere biglietti a pagamento per le conferenze stampa) ha ben imparato dal suo amico Pinotto l’arte di chiamare le cose con un nome non loro, e quella di mascherare dietro narrazioni distorte la reale realtà dei fatti. È questo, ovviamente, il lato oscuro dello storytelling: una volta che l’esperienza si fa racconto, il racconto può essere costruito, manipolato e diretto a creare una determinata percezione di quell’esperienza; percezione che di solito è quella che coincide con il punto di vista di chi ha il potere. Ma questa è un’altra storia.

Andrea Hanks / The White House — U.S. Government work

Possiamo dunque raccontarci questo Mondiale in molti modi. Possiamo dirci che l’allargamento a 48 squadre è stato un atto di democratizzazione; oppure possiamo vederla come una manovra opportunistica dei vertici FIFA per accaparrarsi i voti delle federazioni asiatiche e africane. Possiamo pensare che il numero più elevato di partite ha aumentato lo spettacolo; o che ha abbassato di molto la qualità del gioco e il livello degli incontri. Possiamo compiacerci che l’organizzazione condivisa fra tre paesi, Stati Uniti, Messico e Canada, abbia costituito un bell’esempio di cooperazione internazionale; o possiamo dolerci che la ripartizione per niente egualitaria dei match (semifinali e finali si sono giocate tutte negli U.S.A.) ha semplicemente riaffermato la superiorità dello Zio Sam sui malcapitati vicini. E ultimo ma non ultimo, noi italiani possiamo raccontarci questo campionato come il grande fallimento di tedeschi, inglesi e francesi; e la grande affermazione dei meriti della Norvegia... tutte narrazioni che, naturalmente, ci fanno tanto, tanto contenti. Ci raccontiamo storie per essere felici, laddove l’esperienza ci ha negato la felicità; perché le storie sono consolatorie, e ci aiutano a sopravvivere al dolore.

Così, tornerei ancora a Omero: ricordate l’inizio dell’Odissea, quando Menelao a Sparta fa assumere a tutti una droga lenitiva, per meglio reggere l’amarezza del ricordo, mentre il rapsodo rimemora i fatti di Troia...? Ecco: il racconto che anestetizza il dolore dell’esperienza vissuta si comporta esattamente come una droga. Spesso, per sentirci meno tristi, abusiamo di storie, trovando maggior felicità nel racconto dell’esperienza, che nell’esperienza stessa. D’altra parte, è molto più comodo, sicuro, economico. Accadrà in futuro lo stesso all’esperienza calcistica, che sempre comporta una buona dose di incertezza e dolore...? Forse un giorno non accetteremo più di guardare partite noiose, dagli esiti incerti, o che si prospettano catastrofiche per la nostra squadra; e preferiremo un’esperienza di realtà virtuale programmata dalla nostra intelligenza artificiale personale, in cui le cose si concluderanno, per noi, per il meglio...? Sarà il trionfo del happy end, come in una triste sit-com americana? Io ho la sensazione che in questi Mondiali di calcio, il calcio sia passato in secondo piano; e che l’evento, in sé, sia stato la narrazione dell’evento – che era poi quello che interessava tanto a Trump e Infantino. Del calcio come rito, è rimasto poco o niente. Ma, forse, questo è solo il mio punto di vista, il mio modo di raccontarlo. E comunque, anche questa è un’altra storia.

In copertina Andrea Hanks / The White House — U.S. Government work